Post-It (8) – Banche: più va male… e più si paga il manager

 

Chiunque mi stia seguendo in questa rubrica, o abbia letto i miei interventi nella “vecchia” edizione del blog e altrove in rete, può definirmi in mille modi, non tutti positivi, magari, ma…

… ma non sono, non sono stato, né mai sarò, quello che si definisce un moralista.

In poche parole: so come gira il mondo, conosco e comprendo in modo abbastanza profondo il meccanismo del capitalismo e del neocapitalismo e, dirò di più, sono uno tra quelli che ritiene, nonostante le recenti “cadute di attenzione” che, se ben utilizzato e adeguatamente controbilanciato da una politica sociale, tale meccanismo possa, alla lunga, funzionare meglio di altri.

Tra le caratteristiche più urticanti del sistema, probabilmente ai primi posti della classifica, ci sono le principesche retribuzioni che sono appannaggio dei top manager di società e industrie, pubbliche, semipubbliche e private.

Secondo me, se si accettano le regole del gioco, anche questo, per quanto fastidioso dal punto di vista dell’equità sociale, ci può stare, sempre che l’azienda che distribuisce perbende, premi e dividendi consegua adeguati utili e sia dotata di un’altrettanto solida struttura finanziaria.

Nel caso delle banche di questo terzo millennio, però, tutte o quasi tutte sull’orlo del baratro, impestate di “crediti di dubbio recupero” conseguenza di uno sciatto (per non dire peggio) processo e gestione del credito, fonti di dissesto e rovina per centinaia e centinaia di migliaia di piccoli e medi investitori, però…

Il signor Francesco Iorio ha lavorato per la Banca Popolare di Vicenza (sì, proprio quella banca: uno degli istituti di credito italiano che hanno smesso già da un bel pezzo di navigare nell’oro per intraprendere un maleolente viaggio nella palta) per un anno e mezzo. Secondo i calcoli dell’articolista del Corriere della Sera (il puntiglioso Stefano Righi), alla fine dei giochi, metterà in tasca qualcosa di più di sette milioni e ezzo di euro. vale a dire circa 10.000 € al giorno (al giorno!) compresi sabati domeniche e feste comandate.

Beh, che dire. Non ribolle il sangue anche a voi?

La ciliegina su questa torta… di vacca, però, è la nomina del suo successore.

Si tratterà senz’altro di uno che viene da una storia di successi” dirà qualcuno. “La Popolare Vicenza sarà pure in zona retrocessione (anzi retrocessa), ma per salvarla avranno chiamato l’allenatore del Bayern Monaco, del Chelsea o del Real Madrid, come minimo“.

Macché.

Il successore (Fabrizio Viola) sarà colui che ha guidato, per un certo periodo, il Monte dei Paschi di Siena: 98% di capitalizzazione andata in fumo in pochi anni.

Bene, andiamo avanti così. E viva l’Italia.

    Valerio Vairo

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Goodmorning Brescia (27) – Conversando con Ottavia Piccolo nel Foyer

 

Mercoledì scorso, sulle “pagine” di questo stesso blog, è stata pubblicata la recensione (firmata da GuittoMatto) di “Enigma“, in scena in questi giorni sul palcoscenico del Teatro Sociale di Brescia.

Oggi, invece, è la volta della breve intervista con cui Patrizio Pacioni ha voluto “marcare” questo ennesimo passaggio nella nostra città dell’attrice e che Ottavia, con grande disponibilità, ha rilasciato al termine della conferemza tenuta ieri pomeriggio nel foyer del Teatro Sociale, con la conduzione di Daniele Pelizzari e la compartecipazione di Silvano Riccardi.

Premesso ciò…. parola a Ottavia e Patrizio.

 

  Bonera.2

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Tv, cinema, teatro: hai percorso (con grandi risultati artistici e sempre positivo riscontro di pubblico e critica) tutte le vie di cui dispone un attore per rivolgersi al proprio pubblico.

 

Sì, ma salire sul palcoscenico ed esibirmi di fronte al pubblico seduto in platea, facendo ricorso a tutta la fisicità di cui dispongo, è di gran lunga quel che mi regala più emozione e, soprattutto, mi lascia un’assoluta libertà nella scelta dei testi da interpretare. Nel cinema, come nella televisione, incombe la forzata mediazione dei mezzi tecnici: la telecamera, la cinepresa, il monitor o lo schermo. Lasciami aggiungere in proposito che tra cinema e tv, in questi ultimi tempi, vuoi per la ritrosia a uscire di casa, vuoi anche a motivo del prolungarsi della crisi economica (evitare il costo di  due biglietti per una coppia, sempre che non ci siano da portare con sé anche figli “in età” non costituisce risparmio da poco) è il piccolo schermo ad avere la meglio sul grande. Peccato perché vedere un film al cinema, come dice la pubblicità, è tutta un’altra storia.

Nel corso della conferenza che hai tenuto qui al CTB mi ha colpito ciò che tu e Silvano Ric avete detto in merito all’ormai consolidato rapporto di collaborazione con Stefano Massini, giovane e dinamico drammaturgo, l’italiano più rappresentato all’estero, colui che, a dirla con le parole di Silvano “dopo un lungo periodo di supremazia dell’azione scenica sui dialoghi, sta aiutando il Teatro a riprendere la parola”. Le tue precise parole, nel definire Massini, sono state: “è un autore presente ma non incombente”. Vuoi spiegarci meglio?

Parliamo del “prima”, più che del “dopo”. Voglio dire che lo speciale rapporto di collaborazione che è in corso tra noi e Massini si rivela indicibilmente prezioso in ogni suo momento. è però al momento in cui il drammaturgo è nel “momento creativo”. Perché è allora che, talvolta, capita che ci sottoponga le (mille) idee che gli vengono in mente, è allora che, talvolta, siamo chiamati a esprimere in qualche modo la nostra opinione sulla validità e sulla solidità del progetto. Una volta consegnato il testo, infatti, Stefano, fidandosi incondizionatamente di noi, non si intromette nella riduzione e nella messa in scena. Al caso sono io, o Silvano, a chiedergli lumi su quel passaggio o sull’altro, magari suggerendo tagli, chiedendo aggiunte o piccole modifiche. E per dire la verità, su ognuno di questi assaggi, per fortuna, quasi sempre, ci troviamo in perfetta sintonia. Una frase che sia io che Silvano che Stefano amiamo molto ripetere tra noi e in pubblico è che “un testo è un’opera aperta che si conclude soltanto quando viene messo in scena”.

Le opere che hai portato in palcoscenico parlano di un artista che ama rapportarsi con vicende storiche, con fatti e situazioni realmente accaduti nel corso dei secoli. Da Leonardo da Vinci alla Stasi, dalla Shoa alle ombre dittatoriali dell’ex Unione Sovietica. Cosa mi puoi dire in proposito?

Ciò che mi attira e mi coinvolge non è tanto l’avvenimento storico in se stesso, ma l’occasione che, da uno studio attento di quanto accaduto in passato, può (dovrebbe) permettere a noi esseri umani (ma forse sarebbe meglio dire “indurre noi esseri umani”) a non ricadere sempre negli stessi errori. Amo l’attualizzazione della Storia, l’indagine sui comportamenti ricorrenti, quasi sempre, ahimé, da valutare in senso negativo.

Puoi farmi un esempio?

Certo che sì. Prendiamo il muro di Berlino (proprio come in Enigma – n.d.r.) , figlio e fratello di altri muri: da quello gigantesco che protesse (ma anche isolò) la Cina per tanti secoli, ai muri che nelle città europee segregavano gli ebrei nei ghetti, al muro edificato in Palestina. Dopo la caduta, avvenuta tra l’altro senza che fosse necessario lo spargimento di sangue che quasi sempre accompagna i cambiamenti rivoluzionari, si pensava finalmente che il genere umano nel suo complesso avesse imparato la lezione. E invece… eccoli lì i muratori della follia che tirano su a cemento e mattoni nuove barriere: in Europa orientale, per fermare la marea dei profughi dall’Africa e dal Medio Oriente, negli Stati Uniti, per frenare l’arrivo dal Messico e attraverso il Messico di altri disperati che hablan espanol. Allora vuole dire che davvero non si sa né si vuole capire?

Non esistono più, almeno qui in Italia, le compagnie teatrali “fisse”. Sempre di più, invece, si assiste a spettacoli sotto forma di monologo. Cosa sta succedendo?

A una domanda così netta non posso che rispondere in modo altrettanto secco: le compagnie teatrali permanenti di una volta sono morte. È  un vantaggio? È una sventura? Certo non sta a me dirlo, ma questa è la cruda realtà. è il nuvo meccanismo che regola il funzionalmente del Teatro e dei teatri, a deciderlo. Il “progresso”, sempre che di progresso si tratti, impone sempre maggiore elasticità. I pro? Che non c’è più il rischio dell’incancrenirsi di certe figure attoriali: nella compagnia intesa comne qualcosa d’immutabile o quasi incombeva sempre il rischio di una eccessiva specializzazione. Il protagonista, la protagonista, l’attor giovane, il caratteristica, i ruoli alla fine erano sempre gli stessi; con il risultato che, in alcune occasioni il gruppo finiva per recitare se stesso. I contro? Si è detto anche in conferenza: la quasi impossibilità di creare un “repertorio” che consenta una facile ripetizione, nel corso del tempo, delle pièces più valide e richieste. La fine di una scuola sul campo attraverso la quale il giovane attore (non l’attor giovane, appunto!) imparare e cresceva all’interno con l’aiuto dei più esperti.

Quanto ai monologhi… beh, penso che si tratti di una forma eccellente di rappresentazione teatrale, ma che effettivamente, negli ultimi tempi se ne stia facendo un qualche abuso. Il teatro è dialogo, interazione, ma è anche vero che risulta molto più facile reperire fondi per pagare un solo attore, invece che cinque o sei.

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Ottavia Piccolo nasce a Bolzano il 9 ottobre 1949. Con Metello (regia di Mauro Bolognini), nel 1971, vince Nastro d’argento, David di Donatello e Palma d’oro.

Ancora per il cinema: Il gattopardo (Visconti, 1963), Serafino (Germi, 1968), La famiglia (Scola).  Per la Tv appare in numerose fiction, da Il mulino del Po a La vita di Leonardo a Una buona stagione (Raiuno, 2014).

Esordisce sul palcoscenico a soli 11 anni in Anna dei miracoli  (con Anna Proclemer) , lavora con Luchino Visconti e Giorgio Strehler . Fino a Sette minuti. Consiglio di fabbrica (regia di Alessandro Gassman, 2014) e, appunto, Enigma.

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   Bonera.2

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Post-It (7) – Gli shortini e la pietra da macina

Questa volta voglio cominciare con una citazione alquanto insolita, per uno come me:

«E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare»

(Matteo 18 – 5/6)

Per accoglierli li accolgono e come, i nostri piccoli e le nostre piccole.

Sto parlando di discoteche, pub, bar e baretti, ritrovi vari.

Non solo li accolgono, ma si adoperano anche per “dissetare gli assetati”.

Certo, li dissetano a modo loro: shortini low price: un bicchierino di vodka, da mandare giù in un colpo solo, una monetina da un euro. Magari aromatizzato al limone, o alla fragola, o a qualche altro frutto che, per un ragazzino o una ragazzina, rende più accattivante il sapore acre dell’alcool.

Così, a Ferrara, in un locale chiamato Lobo loco, un’adolescente di tredici anni, sfidata da qualche coetaneo (voglio sperare che fossero tali) scriteriato, accetta una sfida a chi beveva più “chupiti”, quei bicchierini molto forti che costano un euro l’uno, ne beve 18 (diciotto!) di fila, entra in coma etilico e il giorno dopo (per fortuna) si risveglia all’ospedale.

«Sono cose che succedono. È capitato anche a un mio amico in terza media» racconta, candida come un giglio.

«Conosco un’altra ragazza che d’estate tutti i mercoledì pomeriggio organizzava feste nel giardino di casa, tanto i suoi non c’erano. Io ogni tanto andavo per fare i gavettoni, ma gli altri bevevano sempre: gli alcolici se li procuravano in casa o riuscivano facilmente a comprarli in certi negozietti dove non chiedono i documenti»

Eccola la soluzione del problema: è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno o quasi nessuno fa abbastanza, con il risultato che giovani sempre più giovani si avvicinano all’alcool nel modo più sbagliato che ci sia.

Genitori disattenti: aprite gli occhi.

Negozianti avidi e disonesti: tutto si può toccare, tranne le giovani generazioni, tranne quei famosi “piccoli” di cui si parlava prima.

Altrimenti una macina da legare al collo si può sempre trovare.

 

    Valerio Vairo

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Post-It (6) – La congrega dei (Grillini) Flagellanti

 

Vogliatemi bene e statemi vicini, perché oggi, preso il coraggio a due mani(ma sarebbero meglio quattro) mi accingi a toccare “gli intoccabili“, i “puri di cuore“, gli “incorruttibili“, e non so cosa sarà di me.

Si dichiarano laici, ma la mentalità è quella dei gesuiti o dei domenicani old style.

Peccano, sì. Beh, la carne è debole, si sa, ma poi si pentono.

Peccano, sì, ma facendo professione di immacolato senso civico, espellono il compagno di partito, anzi di movimento, indagato/inquisito di turno pensando e cercando di fare pensare che basti una purga per eliminare un’ulcera duodenale, se non peggio.

Si parte dall’avviso di garanzia per concorso in bancarotta fraudolenta per il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, passando per lo scandalo di Quarto con il sindaco Rosa Capuozzo, ricattata per abuso edilizio da un altro ex compagno di partito a sua volta indagato per voto di scambio…

Per arrivare gloriosamente alla macroscopica quanto scandalosa falsificazione delle firme a Palermo.

… e la storia è sempre la stessa.

<Noi, però, siamo diversi. Noi sospendiamo, cacciamo i reprobi> proclamano fieri a ogni nuovo inciampo, respingendo fieri i pur dovuti appunti. Come se tagliare via un bubbone possa sconfiggere la peste della corruzione, delle piccole furbizie, dei tornaconti personali che, inevitabilmente, sa infiltrarsi ovunque. Anche tra le loro file.

Espellono iscritti a destra e a manca , ma non capiscono che tante epurazioni fanno sorgere molti e gravi dubbi sia sul processo di scelta dei candidati che sul reale status dell’onestà / capacità all’interno delle loro fila.

 

Insomma, per farla breve. Propongo che in ogni chiesa italiana si apra un confessionale  dedicato ai grillini pentiti.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, emani immediatamente un decreto legge finalizzato a inserire nella finanziaria un nuovo capitolo di spesa che consenta un servizio davvero di pubblica utilità: la fornitura gratuita ai cinquestelle di cilici, flagelli e sacchi di ceci su cui inginocchiarsi, oltre a un buon numero di gogne per i “compagni che sbagliano”, perché abbiano occasione di fare pubblica penitenza ogni volta che serva e possano continuare a gridare a squarciagola (questo sì, impunemente) il loro mantra:

O-NES-TÀ!

    Valerio Vairo

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Goodmorning Brescia (26) – Dolcetto o Delitto?

Simposio

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Presso i Greci e i Romani, il simposio era quella pratica conviviale (da qui anche chiamato convivio), che faceva seguito al banchetto, durante la quale i commensali bevevano secondo le prescrizioni del simposiarca, intonavano canti conviviali (skólia), si dedicavano ad intrattenimenti di vario genere (recita di carmi, danze, conversazioni, giochi ecc.).

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Eccolo, il motivo dello strano incipit di questo articolo: con “La Monteselva di Patrizio Pacioni e Gi Morandini” evento tra il letterario e il figurativo che si è tenuto ieri pomeriggio al Caffè Letterario Primo Piano,  proprio a tale riferimento storico ci si è voluti riferire.

Il programma prevedeva due interviste incrociate aventi a tema la fantastica quanto oscura città costruita dalla fantasia dello scrittore romano, che l’artista camuno ha voluto reinterpretare alla luce della propria sensibilità creativa attraverso l’esposizione di alcune opere a ciò dedicate. Per la parte letteraria la conduttrice Sara Abate, per quella pittorica Carla Berta, grande appassionata di ogni modalità espressiva d’Arte e buona conoscitrice del panorama di riferimento cittadino e non solo.

In realtà con gli spettatori seduti ai tavoli, il tè, gli squisiti dolci, in completo relax, il tutto si è trasformato in una conversazione aperta nel corso della quale davvero Sara Abate ha saputo enucleare e mettere in luce le parti più rilevanti del duplice romanzo che ha segnato, dopo più di cinque anni si “riposo”, il ritorno dell’implacabile commissario Cardona e delle più sinistre nebbie di Monteselva, mentre Carla Berta è riuscita a entrare con una buona dose di intuito e consumata esperienza nel processo interpretativo che ha portato Gi Morandini ha rivisitare a modo suo i personaggi creati da Patrizio Pacioni.

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Fotografia di sinistra Patrizio Pacioni e Gi Morandini si confrontano su una delle opere esposte.

Fotografia di destra: in piedi, l’attrice Annabruna Gigliotti che ha curato le letture, insieme all’altro componente della “Compagnia delle Impronte“, il bravo Massimo Pedrotti

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A sinistra:  Carla Berta, Sara Abate e Patrizio Pacioni – A destra: Massimo Pedrotti

x(*)

Altri momenti dell’originale e intrigante appuntamento bresciano del 19 novembre. Un’esperienza da ripetere.

Serenità, approfondimento e rilassato divertimento sono le sensazioni che, nel dopo evento, ho raccolto tra gli intervenuti. 

Il modo migliore di concludere, a questo punto, mi sembra quello di citare una dichiarazione che, prima di congedarsi, ha rilasciato Pacioni stesso:

«Oltre a essere stato coinvolgente e stimolante, l’incontro mi ha permesso attraverso Sara di cogliere qualche interessante spunto in merito a potenziali futuri sviluppi di quella che mi piace chiamare “Saga di Monteselva” e, grazie al confronto con Gi, brillantemente mediato dalla sensibilità di Carla, ho cominciato a elaborare una maggiore definizione di certe caratteristiche (non solo esteriori) di alcuni dei personaggi».

 

(*) foto gentilmente fornite da Ph G.O.

 

 Bonera.2

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Goodmorning Brescia (25) – Al Mille Miglia l’Arte libera e libera è l’Arte

Mettere in un recipiente dotato di chiusura ermetica un’idea originale, un’iniziativa di grande valore sociale e morale,  e l’attenzione di esponenti della pubblica amministrazio nei confronti delle problematiche del territorio di pertinenza e delle attività a esse collegate. Aggiungere la disponibilità di artisti (ciascuno nel proprio campo) di prima qualità, una buona dose di attenta e puntigliosa organizzazione, la scelta di un conduttore esperto e brioso e un pizzico di sana propaganda su tutti (o quasi – qualche tiratina di orecchie qui non ci starebbe male) i mezzi di comunicazione.

Agitare energicamente e servire nei piatti ancora caldo.

Et voilà, un evento come liberALArte, fatta eccezione di alcuni trascurabili inconvenienti  tecnici (“Meglio così, la perfezione fa invidia agli Dei” ha commentato prontamente Pacioni) intercorsi in occasione dei due interessantissimi filmati che sono stati proiettati nel corso della serata, riesce davvero alla grande.

Queste le immagini (Ph. G.O.) di una manifestazione nel corso della quale, attraverso i mirati interventi di professionisti di prima scelta operanti nel settore della gestione della pena e nel recupero dei detenuti, hanno disegnato un quadro assai suggestivo e calzante dell’attuale situazione della prassi “riparatoria” e di altre problematiche a essa relative, con particolare riguardo, ovviamente, a quanto accade a Brescia.

   

Dalla conferenza stampa tenuta in Comune, alla Loggia… al luogo del delitto: la meravigliosa location del Museo Mille Miglia

 

Il tavolo della conferenza al gran completo: da sinistra il conduttore della serata Biagio Vinella, il presidente dell’Associazione Carcere e Territorio professor Carlo Alberto Romano, la direttrice della casa di reclusione di Verziano Francesca Paola Lucrezi, lo scrittore, drammaturgo e blogger Patrizio Pacioni,  l’insegnante   di   danza    e   coreografa   Giulia Gussago  e   l’assessore   del   Comune   di   Brescia   Roberta Morelli

     

Da sinistra: l’esposizione del bel quadro realizzato dall’artista bresciano Gi Morandini (da cui è stato tratta ed elaborata l’immagine della locandina), un dettaglio del dibattito che ha accompagnato le proiezioni dei film “Il Lettore” e “Momenti di La causa e il caso” e uno squarcio del folto pubblico che ha presenziato all’evento patrocinato dal Comune e mirato all’illustrazione e al sostegno dell’opera svolta dall’Associazione Carcere e Territorio.

 

E ancora una foto di Patrizio Pacioni, che ha pensato e fortemente voluto “liberALArte” e di Biagio Vinella (nella foto, impegnato al microfono,  accanto  al  professor  Carlo  Alberto  Romano)  che  lo  ha condotto  con  il  brio  e  la  professionalità  che  gli  sono  propri. 

 

Ricapitolando.

La location dell’evento, grazie al patrocinio del Comune di Brescia ottenuto, soprattutto, per il fattivo interessamento dell’Amministrazione Comunale che ha voluto inserirlo nell’ambito del “progetto per la legalità” che coinvolgerà nel suo complesso numerose scuole del territorio comunale, è stata la sontuosa Sala San Paterio, all’interno -come già ricordato- del Museo Mille Miglia, luogo in cui è custodita, insieme alla prestigiosa collezione di automobilie d’epoca, anche una parte dell’ “anima” della Storia più recente della città.

A impreziosire il look, l’esposizione dell’originale opera dell’artista camuno Gi Morandini, efficacemente ispirata al celeberrimo Urlo di Munch.

I film proiettati hanno interessato e coinvolto i numerosi presenti, costituendo spunto, per Patrizio Pacioni e per Giulia Gussago, di meglio illustrare il lavoro che stanno portando avanti per e nei carceri.

Attraverso le sollecitazioni dell’abile coordinatore del dibattito, Biagio Vinella, gli interventi della dottoressa Francesca Paola Lucrezi e del professor Carlo Alberto Romano hanno riversato vivida luce sulle problematiche oggetto del convegno, illustrando i molti risultati già conseguiti e quelli che, con l’indispensabile aiuto del territorio (per il quale l’assessore Roberta Morelli ha manifestato -anche a nome dell’intera Giunta- la propria attenzione) che restano da perseguire.

Per tutti i presenti alla fine, sono state chiare, particolarmente due cose:

  1. L’importanza, direi quasi l’indispensabilità di attuare una attenta e infaticabile azione tesa al recupero e al reinserimento a puieno titolo nella Società di chi ha sbagliato e pagato, attraverso la detenzione, il proprio debito. In mancanza di ciò il sistema dell’intera giustizia italiana sarebbe da considerarsi fallito.
  2. Il fondamentale apporto che la pratica artistica e culturale di qualsiasi tipologia, può fornire a tale virtuoso progetto. Che sia attraverso la pratica attoriale, come quella promossa con i suoi testi drammaturgici da Patrizio Pacioni, o attraverso la danza, portata all’interno degli istituti di pena da professionisti e soprattutto appassionati come Giulia Gussago e la sua Accademia Lyria, o altre modalità di espressione artistica, purché di grande qualità… poco importa. 

 

 

 

   Bonera.2

 

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Post-it (5) – Quella maledetta tentazione del tanto peggio tanto meglio

    Purché si dia “una spallata al Sistema” , sembra che tutto sia diventato lecito.

Così come sembra, purtroppo, anche che ci sia dimenticati cosa voglia dire davvero “essere di sinistra”.

La Hilary Clinton è radical-chic? Ah sì? E allora faccio il tifo per Donald Trump, che in fondo è soltanto cafone, puttaniere, classista, omofobo, razzista, sessista e incarna gli aspetti peggiori del capitalismo.

Anzi, sai che ti dico? Se un uomo così pericoloso, magari mentalmente instabile, sotto il parrucchino, vince le elezioni, diventando Presidente degli Usa (mica Segretario della Bocciofila) e prende in mano la valigetta con i codici segreti che servono a scatenare una guerra nucleare,  penso che sia una grandissima figata, un colossale vaffa indirizzato ai vecchi poteri e vado in piazza con quelli della Lega, con i Fratelli d’Italia, i Berlusconiani e i giovanottoni palestrati di Forza Nuova e faccio una grande festa.

Perché io sono uno duro e puro, uno rosso che più rosso non si può,  e l’idea che se crolla un Sistema, magari sotto le macerie, insieme ai ricchi e ai borghesi, ci resta anche qualche milione di operai, non mi sfiora nemmeno l’anticamera del cervello.

E che nessuno mi ricordi che nella Storia del XX secolo c’è già stato un altro movimento che ha dato una bella “spallata” a un governo debole e corrotto, instaurando un nuovo e vigoroso Nuovo Ordine. Si chiamava Partito Tedesco dei Lavoratori (Deutsche Arbeiterpartei, sigla DAP), uno schieramento politico che, guidato da un certo Adolf Hitler, agitatore e uomo politico di origine austriaca, e nel 1933 prese il potere in Germania.

Con quali esiti lo sappiamo tutti.

Siegh Heil, compagni.

   Valerio Vairo

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Post-it (4) – I celloduristi di Bruxelles e la memoria degli elefanti

Che Jean-Claude Juncker, che nel suo pedigree politico vanta la conduzione, nientemeno, di una Nazione vasta e popolosa come il Lussemburgo (con tutto il rispetto per i lussemburghesi, naturalmente) sia elastico come un tondino appena uscito da una fabbrica bresciana, lo sanno già tutti. Da segnalare anche un fascistissimo “me ne frego”, tanto per mettere una bella ciliegina su quella che i cowboy americani chiamavano “torte di vacca” 

Ciò che stupisce di fronte alle sue più recenti e machissime esternazioni, fatte di esposizioni di muscoli e attributi, è però l’assoluta mancanza di fair-play e, soprattutto, di quell’indispensabile cocktail di memoria e visione prospettica.

Nell’ Italia Centrale, colpita a morte dalle scosse, la terra non ha smesso ancora di tremare.
Palazzi antichi, chiese e castelli stanno ancora venendo giù, pezzo per pezzo.
E ancora, come se non bastasse, l’incrudelire del clima infierisce sui disastrati abitanti dei luoghi, nuove scosse, e nuove scosse, e nuove scosse che sembrano non voler finire più.

E Jean-Claude e i suoi colleghi tecnocrati-burocrati-retrogradi pleistocenici compari, volete sapere cosa fanno?
Censurano, spostano la bilancia di un eventuale deroga alle arteriosclerotiche regole di deficit, da orologiai che cercano di aggiustare un orologio (l’Europa) al quale, invece, andrebbero semplicemente sostituite le pile (oltre che il PIL), da un più 0,3 o 0,4 a un più modesto 0,1.

Pietosi nell’immagine che danno di sé e, al tempo stesso, impietosi nei confronti di un Paese che, generosamente, stra assumendo sulle proprie spalle il peso dell’esodo biblico che sta stravolgendo il mondo.

Non mi auguro certo che il mare del nord esondi sommergendo campagne teutoniche e fiamminghe, né che una siccità prolungata o una nuova glaciazione carogna bruci i raccolti degli opulenti campi dell’Europa settentrionale e centrale.
Né che una meteora di rispettabili dimensioni precipiti su Berlino o Bruxelles.
Certo che no.
Di terremoti, visto che i Paesi mediterranei ne sono la casa di elezione, meglio non parlarne neppure.

Tutto, però, può accadere.
Nessuna nazione è forte abbastanza di resistere a un’improvvisa quanto violenta pazzia della Natura, del Pianeta, dell’Universo.

E allora, se dovesse accadere qualcosa del genere, l’Italia…

L’Italia, mi sento di scommetterci centomila euro contro cento datteri, metterebbe da parte e dimenticherebbe ogni offesa. Più smemorata degli altri, ma nel bene, e, con tutte le proprie forze, ancora una volta correrebbe in soccorso. Con il cuore  e l’entusiasmo che –da sempre- costituiscono il vero valore e il vero preziosissimo tesoro, del nostro popolo.

Senza mercanteggiare sullo 0,1 o sull 0,2%.

   Valerio Vairo  

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