Goodmorning Brescia (21) – Alla Croce Rossa…. ditelo con un fiore.

“Mani gentili e pietose porgeranno a ognuno di noi il simbolico fiore dei tre gloriosi colori” annunciava La Sentinella Bresciana del 30 dicembre 2011, occupandosi della prima iniziativa organizzata a livello nazionale dalla Croce Rossa Italiana nell’intento di raccogliere i fondi necessari alla sua meritoria attività.

Con un certo compiacimento, poi, i primi giorni di gennaio, si raccontava di   “signore e signorine facevan assalto gentile in piazze e sagrati e -su richiesta- nella case degli infermi, cui la resa era pronta” .

L’obolo minimo per ricevere il gadget, costituito uno spillone sormontato da una coccarda realizzata con un nastro tricolore da appuntare al bavero o al corsetto, sì da sembrare un fiore, era fissato in un centesimo (“ma la vendita fu molto più profittevole” riferiscono le cronache.

Ebbe così inizio la Fiera Nazionale del Fiore, vale a dire l’evento al quale, oltre un secolo più tardi, hanno inteso richiamarsi, andando oltre la classica cena di beneficienza “mordi e fuggi”, Marta Nocivelli, Elena Bonometti e le altre organizzatrici hanno ideato e realizzato Dîner de Fleurs, la serata di gala che si è tenuta venerdì 30 settembre nell’elegante location del Museo Mille Miglia.

  

Nel nome con il quale abbiamo deciso di battezzare questo importante appuntamento di solidarietà, oltre al richiamo ai tempi eroici della nostra Associazione spiega Elena Bonometti  c’è inclusa anche la possibilità che si è data ai “cavalieri” presenti di omaggiare con un fiore le loro dame, aggiungendo nel contempo un ulteriore contributo 

   

  Tra l’elegante aperitivo, allietato dalle note discrete e morbide del pianoforte, e la gustosa cena, servita su tavole apparecchiate con eleganti tovaglie rosse, gli intervenuti hanno potuto assistere a una pièce, scritta e curata da Ettore Oldi e interpretata dai giovani quanto talentuosi attori bresciani Antonio Panice e Matteo Bertuetti: tema trattato, e  non poteva essere altrimenti, importanti momenti della vita di Henry Dunant (fondatore della Croce Rossa) dallo shock subito al cospetto della terribile strage della battaglia di Solferino e San Martino, da cui gli derivò l’idea di dar vita a quella che destinata a diventare l’associazione umanitaria più grande del mondo e della storia, all’attribuzione, sia pur tardiva, del primo premio Nobel per la Pace. 

Da sottolineare lo straordinario riscontro. anche in termini di partecipazione numerica, che l’evento, concluso con il saluto di commiato del Presidente della Croce Rossa bresciana, Lucio Mastromatteo, è riuscito a riscontrare nonostante la sfidante concomitanza della “prima” operistica al Teatro Grande e di altri attraenti eventi cittadini.

Su questo, però, a breve avremo ancora modo di tornare.

   Bonera.2

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Post-it (3) – Per Tiziana qualcuno dovrà pagare il conto

 Avete presente quegli articoli che un giornalista non vorrebbe mai scrivere?

Beh, eccone uno.

Questa è la notizia:

Tiziana Cantone, tempo fa, accettò di essere ripresa in un video hard nel corso di un amplesso. Il filmato, immesso in una cerchia ristretta di utilizzatori di WhatsApp,  finì poi (a insaputa della ragazza) on line, a diffusione virale, causando una serie infinita di commenti, post e quant’altro che finirono per sconvolgere la vita della giovane donna. Ora la vicenda si è conclusa con un suicidio per impiccagione (effettuato con l’ausilio di un foulard) nello scantinato della casa di Mugnano, in provincia di Napoli, in cui Tiziana si era trasferita proprio nell’intento di defilarsi. Un drammatico e sconvolgente epilogo che deve fare amaramente riflettere sulle insidie del web e, soprattutto, su quella necessità di rispettare la persona che, nel caotico sviluppo di chiacchiericcio informatico, si è andata rapidamente e inesorabilmente perdendo.

Ora mi chiedo: ha sbagliato, Tiziana Cantone?

Sì, ha sbagliato.

Non a permettere che il suo partner la riprendesse, affermare questo equivarrebbe a esprimere un giudizio morale su ciò che la morale non può giudicare. Io ritengo infatti che la libertà di espressione della propria sessualità sia inviolabile: un adulto, purché consapevole e consenziente, ha il pieno e insindacabile diritto di indulgere a qualsiasi divagazione erotica ritenga di voler percorrere e sperimentare.

In cosa, dunque, ha sbagliato Tiziana Cantone?

Nel valutare contesto e persone, ecco dove.

Nel fidarsi di qualcuno al quale aveva permesso di avvicinarsi più di quanto fosse opportuno e di una cerchia di (supposte) amicizie, pronte a tradirla con inqualificabile leggerezza.

Qui però si ferma il suo errore e comincia quello, ignobile, gigantesco e mostruoso, commesso da tutti gli altri, intessuto di superficialità, di sudicia malizia, di invidia per la sua bellezza, per la sua giovinezza e per il suo candore.

Candore, sì. Lo scrivo e lo urlo ad alta voce.

Perché il candore è quello dell’anima e del cuore, non ciò si comprende e si risolve negli organi genitali e nell’uso che, liberamente, se ne fa.

Il candore di Tiziana è quello che, paradossalmente (ma anche no) l’ha portata a scoprire con inerme raccapriccio la cattiveria del mondo. L’ha portata a sperimentare sulla propria pelle la lama crudele che la diffusa anonimia della Rete coltiva e spietatamente affila, a compiere l’amara scoperta di quella laida senilità dell’anima (negli oscuri e contorti meandri di menti inconsapevolmente e irreversibilmente tarate), incomprensibile e ingiustificabile, che induce la ggente a sporcare ciò che di bello e giovane (nell’entusiasmo, nella gioia di vivere e nella voglia di fare prima che nella situazione anagrafica) esiste al mondo.

A svilirlo, a mortificarlo, fino a distruggerlo.

E alla fine è stato reciso, il fiore.

È stato sradicato dal giardino della vita con gli artigli di una diffamazione becera, incancrenita e irriducibile, prima ancora che con un cappio di stoffa.

Molestie, diffamazione, violenza privata, istigazione al suicidio?

Scelgano i giudici, dopo avere investigato sui soggetti implicati e sulle responsabilità a loro carico; per quanto è accaduto a Tiziana, però, qualcuno dovrà pagare, e dovrà pagare caro.

 

 

  Valerio Vairo

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A Vacone c’è un capitolo di Storia tutto da sfogliare

Gli anni, si sa, passano in fretta, e ne sono passati tanti da quando fu scattata la foto in bianco e nero che mi vede ritratto con qualcosa di diverso dalla solita penna che è il principale strumento del mio lavoro: una pala.

La ricordo molto bene quella torrida giornata di agosto.

Ricordo molto bene la strana miscela di entusiasmo e scetticismo con la quale mi avvicinai a quegli scavi, all’epoca a uno stato troppo embrionale per intuire il tesoro inglobato, nel corso dei secoli, dalla bella campagna sabina.

Dopo di allora, per fortuna, ai ragazzotti pieni di buona volontà ma poveri (poverissimi) di conoscenze e professionalità come me e come i miei amici, che cercavano di fare del proprio meglio  intorno a quella “buca”, si sono avvicendati studiosi ed esperti, per fortuna. E ciò che sta venendo fuori dal loro lavoro, ne sono certo, permetterà la messa in luce e la valorizzazione di un sito archeologico straordinario capace di aggiungere qualcosa d’importante a quanto già noto dell’Antica Roma.

Ora, però, lascio la parola all’amico Pierino Petrucci che, al contrario di me, non si è fermato a quel lontano pomeriggio agostano ma è andato avanti, seguendo da vicino, passo per passo, quell’appassionante avventura archeologica che, ne sono sicuro, si risolverà alla fine in uno straordinario successo per il patrimonio storico/culturale nazionale e non solo.

Patrizio Pacioni

Villa Romana di Vacone (Rieti)

Il toponimo “le Grotti”,  l’area dove si trovano i resti della Villa Romana di Vacone, dimostra che da sempre si è a conoscenza di imponenti ruderi esistenti in questa zona. Molte persone si sono interessati a questi resti romani. Cercatori di oro, sesterzi, baiocchi. Improvvisati archeologi, come un giovane Patrizio Pacioni…

Per fortuna il sito ha interessato anche molti studiosi. Scrive Bartolomeo Piazza nel suo libro Gerarchia Cardinalizia (edito nel 1703):

...una (grotta) lunga tutta d’un filo palmi 190 e larga 30, sopra le quali vegetano piante e olivi…sono muraglie fortissime e ancora intiere,  e si mantengono con la sua fine incrostatura. Vi sono trovate più volte pietre con lettere intagliate, in una delle quali era inciso a lettere di mezzo palmo:

MOECEN BENEFACT.

 In un’altra compare quest’altra significativa scritta:

C. OCTAVIANUS AUG. LI OCTAVIANUS.

 Il ritrovamento della pietra la prima scritta riportata, la vista del Soratte (monte di cui Orazio scriveva nella sua Ode a Taliarco), la presenza in zona di una fonte chiamata Blandusia, anche essa cantata dal poeta, hanno fatto ritenere al Piazza che questa fosse la villa del poeta.

Il Guattani successivamente, visitando questo luogo e osservando i muri magnifici e raddoppiati, dopo un attento esame ritenne che queste rovine fossero il tempio della Dea Vacuna.

Nel 1932 Gelindo Cerroni così scrive relativamente a questo sito, in Latina Gens- Il Castello di Vacone: Sul margine di una via campestre…si vedono tutt’ora, considerevoli avanzi di grandiose costruzioni e di un antichissimo muro.

Nel 1970, a seguito dei lavori effettuati per la sistemazione del tracciato della strada che conduce al paese, venne riportato alla luce un muro in opera incerta e una nicchia semicircolare, identificate allora come antiche terme (dal libro Vacone, di Giovanna Alvino) .

Negli anni 1986/87 la Sovraintendenza  condusse un intervento  di conservazione e restauro delle antiche strutture; vennero alla luce  impianti produttivi della villa, furono effettuati interventi di restauro del criptoportico inferiore e  superiore. Sopra a quello inferiore è stato  trovato un pavimento a musivo, formato da quadrati, delimitati da tessere bianche sulle quali si imposta una file di tessere nere (dallo stesso libro). Dall’estate del 2012, nell’ambito di un più ampio progetto denominato “The Upper Sabina Tiberina Project“, la villa romana di Vacone è stata interessata allo scavo condotto dalla Rutgers University (USA). Partendo dalle due soglie visibili sopra il criptoportico inferiore, in questi anni sono state  riportate alla luce numerose stanze ornate da stupendi mosaici e intonaci.

Gli scavi sono ancora in corso e non è possibile descrivere in questo contesto le scoperte effettuate. Ci limitiamo, pertanto, a riportare che nell’ultima campagna di scavo (2016) è stato rinvenuto, oltre ad altri splendidi mosaici, un terzo criptoportico, ancora da esplorare, che dovrebbe collegare perpendicolarmente i due criptoportici già conosciuti.

Relativamente alla datazione della villa, si legge sulla relazione alla prima campagna di scavo  (a cura di Dylan Bloy, Giulia Masci, Gary D. Farney, Mattew Notarian):

A oggi… gli scavi rivelano l’esistenza di due distinte fasi della villa…una risalente alla prima età imperiale, molto probabilmente in età augustea o giulio claudia…la seconda sembra supportare una datazione al 1 sec a. C. La cronologia resta tuttavia da accertare e dovrà essere ulteriormente confermata.

  Pierino Petrucci

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Goodmorning Brescia (20) – Eh, si fa presto a parlare di memoria!

Sia subito chiaro, però, pur essendo questo un articolo pubblicato tramite Rete, che non ci si riferisce in queso caso alla “memoria” al silicio di un pc, e neanche a quella che. difettando ai più distratti,  fa dimenticare dove diamine sono le chiavi dell’automobile e se la bolletta del gas sia stata pagata oppure no.

No, la memoria sulla quale ragiona Costanzo Gatta nell’articolo comparso sull’odierno inserto di Brescia del Corriere della Sera è tutt’altro.

È Memoria (con la M maiuscola) di costumi e tradizioni, è memoria della evoluzione stessa di un popolo inteso come grande famiglia del territorio.

Lo spunto Gatta lo prende dalla presentazione della Fiera di Orzinuovi (annuale kermesse incentrata sull’agricoltura ma fondata dai soci del Motoclub Orceano, a proposito di ricordi!) tenuta nella sede della Fondazione Civiltà Brescia, trasformandolo subito in una snella ma ben articolata argomentazione sulla “memoria” come patrimonio spirituale, prezioso e necessario primo gradino di cui servirsi per cominciare la scalata a un futuro migliore.

Ci comportiamo come se il vissuto non esistesse, evitiamo di ricordare chi ci ha preceduto o dove affondino le radici. Sempre pronti a lodare il presente e bistrattare il passato. E non ricerchiamo la nostra storia. Ci rifugiamo e crogioliamo nell’oggi per nonn avere scomodi termini di paragone. E così l’effimero prende il sopravvento sul consolidato

sono le frasi che riassumano e condensano il pensiero di Costanzo Gatta, favorevolmente colpito dai molteplici richiami che, in sede di evento. hanno riportato alle tradizioni del lavoro dei campi (favorito più ancora che per quanto riguarda altri settori, dal contributo silenzioso delle donne dei nostri avi) e agli innumerevoli meriti dei pionieri.

“Qui non c’è voglia di gloriarci del passato, ritenendo che ci sia poco di cui gloriarci nel presente. C’è solo il desiderio di rinfrescare la memoria corta.”

precisa ancora Gatta. per concludere con le parole di Michel de Montaigne:

La memoria è il ripostiglio e l’astuccio della scienza“.

Una frase e una lezione, parola mia, da mandare…. a memoria!

68^ Fiera Regionale di Orzinuovi – dal 26 al 29 agosto 2016 – Comunicato stampa

Al ragguardevole traguardo della 68a edizione, tornerà alla fine d’agosto la tradizionale Fiera Regionale di Orzinuovi.
Evento sempre molto partecipato, con una quota di presenze che si aggira intorno ai 150.000 visitatori, offrirà quest’anno un programma rinnovato e particolarmente ricco di appuntamenti economici, culturali e sociali.
Il settore agricoltura e zootecnia, che insieme ad artigianato e commercio sono i cardini della manifestazione, rilancerà la presenza degli animali della cascina: prima fra tutti la mitica frisona, e poi cavalli, asini, capre, conigli.
Alla rappresentanza delle più importanti categorie agricole, artigianali e commerciali e alle eccellenze del territorio come il Parco dell’Oglio si affiancherà un’ampia convegnistica; spettacolo e folclore animeranno la Vecchia Fattoria, ricostruzione su carri dei vari ambienti della cascina per una “messa in scena” in abiti d’epoca della vita rurale negli anni 50; un’area specifica sarà dedicata alla cultura e alla coltura delle api e del miele. Non mancheranno le degustazioni per tutti i palati, dal miele, naturalmente, ai più apprezzati prodotti dell’agroalimentare con tantissime specialità enogastronomiche: formaggi, pasta, pizza, confetture e marmellate, olio, frutta e verdura, vini, birre artigianali, prodotti biologici a chilometro zero.
Il pane, alimento essenziale, tra i più diffusi e consumati al mondo, sarà protagonista di una serie di incontri e dimostrazioni, e nel grande stand allestito dai panificatori di Confartigianato si potrà assistere al ciclo delle sue fasi di preparazione.
Gli organizzatori e promotori della fiera, il cda di Nuova Orceania presieduto da Tonino Zana e la commissione coordinata dall’assessore Michele Scalvenzi sono al lavoro da tempo, con la supervisione del sindaco Andrea Ratti, per la nuova edizione, fortemente voluta nel segno della partecipazione allargata e attiva delle tante risorse della comunità; un’edizione che nel segno del rinnovamento non dimentica però le sue origini.
E proprio in omaggio al Motoclub orceano, che organizzò la prima edizione nel 1948, sfileranno e saranno in mostra moto e auto storiche, mentre i concessionari bresciani esporranno i modelli nuovi fiammanti.
Musica, arte, incontri culturali non saranno un corollario ma parte integrante e sostanziosa della kermesse. Una mostra sulla Vita dei campi tra la seconda metà dell’800 e la prima metà del ‘900 con dipinti provenienti da musei lombardi e collezioni private (che rimarrà aperta fino al 6 novembre) e un allestimento di abiti da sposa e foto di cerimonie nunziali, per ripercorrere storie di famiglia dagli anni Cinquanta ad oggi registrandone pure i mutamenti di moda e costume, saranno ospitate nella storica Rocca, anche conosciuta come Il Castello, cuore della città.
Sul versante musicale saranno allineati Riccardo Maffoni, i Matmata, Eliseo, Carlo Gorio, Malena, Meidokesic Blues Duo per un’inedita session di Rock orceano; previsto anche Piergiorgio Cinelli Trio in concerto. Il soprano Paola Moroni sarà protagonista di un particolarissimo appuntamento lirico con finale pirotecnico: Castello in fiamme (oltre ad aprire insieme al pianista Francesco Gussago il convegno tradizionalmente fissato alla vigilia dell’apertura della fiera nella Cascina Le Vittorie a Villachiara, quest’anno dedicato al Lavoro delle donne nella vita delle cascine).
Serate danzanti, esibizioni di cori e bande, spettacoli e aperitivi teatrali con le compagnie locali e i fuochi d’artificio finali di completano il carnet, arricchito anche da esibizioni sportive e di abilità, compreso un Torneo di morra con i campioni nazionali della vicina Barbariga.
È così che dal 26 al 29 agosto Orzinuovi si prepara ad accogliere la pacifica invasione dei 150.000 visitatori, i quali troveranno ad attenderli, oltre ai 250 stand (c’è ancora possibilità per iscrizioni e adesioni*), ai negozi del centro in grande spolvero e al ricco programma di iniziative, la meraviglia di una piazza trasformata in giardino, con allestimenti verdi e giochi d’acqua sullo sfondo dei bei palazzi dalle finestre per l’occasione tutte in fiore.

Nuova Orceania
030 9444136 – 334 8892022
fieradiorzinuovi@orceaniaservizi.it
www.orceaniaservizi.it

 

 

   Bonera.2

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I & S – Se trema la terra, resti saldo il cuore

Trenta secondi e cambia la vita.

Scatta il contatore delle vittime, ma le “vittime” sono molto più dei “cadaveri”.

Perché con il terremoto anche a chi resta muore qualcosa dentro. Per sempre.

Stampate negli occhi e nella mente queste immagini, e date via libera al cuore.

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Qui di seguito alcune segnalazioni per mettervi in grado di donare con ogni “mezzo tecnico” e assecondando le vostre preferenze personali per questa o per quella iniziativa:

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https://www.cri.it/flex/FixedPages/IT/DonaOra.php/L/IT/IDCausale/36/Importo/10/AltroImporto/-/Dona/Dona%20ora/BL/KnBhZ2VzL1NlcnZlQkxPQi5waHAvU1VfL3RlcnJlbW90by1jZW50cm8taXRhbGlh/X/1

 

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E, per concludere, un esempio di come anche sui social network ci si stia mobilitando per fornire ogni supporto possibile:

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Goodmorning Brescia (19) – E ora Daniela canterà in Paradiso

  Si è spenta alla Poliambulanza di Brescia il soprano Daniela Dessì, a seguito di “una malattia breve, terribile e incomprensibile“, come la definisce il tenore Fabio Armiliato, compagno della cantante da più di quindici anni.

L’artista, che risiedeva nel bresciano, ed è stata considerata una delle più grandi interpreti contemporanee delle eroine verdiane e pucciniane, ha collaborato con i più grandi teatri del mondo, come la Scala di Milano, il Metropolitan di New York,  e la Deutsche Oper di Berlino.

Dopo il debutto avvenuto a Genova con La serva padrona di Pergolesi, nel corso della sua intensa carriera Daniela Dessì (diplomata in canto e pianoforte al Conservatorio Arrigo Boito  di Parma, e specializzata poi in canto da camera presso l’Accademia Chigiana di Siena) ha messo insieme un ragguardevole repertorio composto di oltre settanta titoli. Tra i tanti, grandi direttori d’orchestra che hanno incrociato la sua carriera, mi limito a citare nomi come Riccardo Muti, Carlos Kleiber, Claudio Abbado,  James Levine, Lorin Maazel, e Zubin Mehta, cui si aggiungono registi del calibro di Zeffirelli, Ronconi, Scola e Strehler.

Ho intervistato in proposito Elena Bonometti, membro del CDA del Centro Teatrale Bresciano TRIC, ex vicepresidente (duplice mandato su nomina ministeriale) del Conservatorio di musica “Luca Marenzio”, docente di ruolo di psicologia presso IISS “Primo Levi” di Sarezzo, nonché appassionata d’opera sin dalla più tenera età.

 

 

Daniela Dessì e Brescia

È nata a Genova da genitori sardi, ma è cresciuta a Brescia seguendo il padre custode di fabbrica. Raccontano che, quando arrivava il momento della pausa pranzo o della fine turno, lei, che era ancora una bambina, andava in competizione con la sirena che scandiva i tempi di lavoro.

 

Quando l’ hai conosciuta?

Frequentava da studentessa il conservatorio allora intitolato a Venturi, nella classe assegnata a Carla Castellani. Essendosi già diffusa in città la notizia della sua bravura e dell’estrema duttilità della sua voce, cominciarono a chiamarla sempre più frequentemente perché partecipasse come solista ai vari cori amatoriali di Brescia. Fu così che finì a cantare anche nel coro di padre Salvetti che è stato anche il mio.

  

Vuoi dire che hai avuto occasione di cantare con lei?

 Purtroppo no, io entrai più tardi. In realtà il nostro primo incontro è avvenuto all’inizio degli anni 2000, quando ero vicepresidente del conservatorio Marenzio (ex Venturi) diretto da Perotti: la chiamammo per un master di canto.

 

E lei accettò?

  Immediatamente, e fu subito un boom di iscrizioni che rese necessaria una severa selezione che Daniela s’incaricò di fare di persona. Io partecipai alle lezioni come uditrice, e fu una bellissima esperienza, di cui conservo ancora la pergamena dell’attestato. Per tre giorni lavorò da mattina a sera in concentrazione assoluta, elargendo ai suoi allievi consigli e ammaestramenti sia di interpretazione artistica che di natura pratica, primo tra tutti il corretto utilizzo del diaframma.

 

Ti viene in mente qualche episodio particolare di quella esperienza?

  Ricordo che a un certo punto salì sul palco per redarguire un bellissimo ragazzo che cantava da tenore:

“Cosa sono queste gambe divaricate?” lo redarguì, con grande energia.

Una indicazione in cui ravvisai un fermo invito a mettere da parte, nella pratica della lirica, ogni atteggiamento esibizionista e gigione, privilegiando invece la cura di un’interpretazione doverosamente filtrata da buon gusto e senso della misura. Oltre che essere meticolosa nella preparazione e perfetta nell’esecuzione, nonché dotata di una grandissima voce da madre natura, Daniela Dessì era capace di mettere tutto questo al servizio della interpretazione dei personaggi che era chiamata a rivestire. Aveva inoltre una capacità didattica incredibile, capace di migliorare i suoi allievi in pochissimo tempo. Inutile dire che il saggio finale che ebbi l’onore di presentare, si risolse in uno straordinario successo.

In cosa ti ha arricchito la sua frequentazione?

  Mi ha insegnato quanto siano importanti la concentrazione e il costume mentale di tendere sempre e comunque al miglioramento. Accettando al tempo stesso, però, i propri limiti e cercando di trasformare in virtù anche i difetti. Sotto il profilo didattico, inoltre, ho acquisito e introiettato (anche) attraverso lei, due concetti basilari. Il primo è la necessità di instillare nei giovani la necessità di un approccio umile da parte dell’artista nei confronti della pagina dell’autore. Il secondo di esortare i ragazzi a non essere gigioni e a non desiderare per sé l’impossibile. “Ti viene stirato il re bemolle? Allora scegli d’interpretare opere che abbiano solo un do” diceva Daniela. E come potrei non essere d’accordo?

 

Una grande donna, allora.

 Una donna meravigliosa: all’esterno poteva apparire come una grande diva, ma alla base c’era una serissima e indefessa lavoratrice. Già soprano strapagato, chiese al conservatorio, come compenso, una cifra irrisoria, sia per riconoscenza che per amore dell’insegnamento che vedeva come una meta da raggiungere una volta che fosse scesa dal palcoscenico, alla fine di una luminosa carriera artistica consumata sotto al luce dei riflettori; un traguardo che, purtroppo, una morte precoce non le ha dato la possibilità di raggiungere.

Che cosa le diresti, se potessi ancora parlare con Lei?

 Solo “Grazie di tutto, Daniela, maestra di Arte e di Vita”

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E qui Elena si ferma, vinta dalla commozione.

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (18) – La mia edicolante è differente

… li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno …

Ecco. Per l’incipit di questo articolo mi servo di una strofa tratta da La città vecchia, una delle più belle e suggestive tra le tutte belle e suggestive ballate create e cantate dal grande Fabrizio De Andrè.

Solo che Faber, nel suo testo, si riferiva ai pensionati, mentre la categoria di cui voglio occuparmi oggi è quella degli edicolanti.

Perché davvero lì trovi lì, nel loro casotto, fra giornali, riviste e libri, o nelle immediate vicinanza, in ogni stagione e nelle condizioni atmosferiche della cui regia si può occupare solo il buon Dio: freddo, pioggia, neve, sole torrido, umida e mefitica calura, fate voi. Ma anche, per fortuna, nei frizzanti pomeriggi primaverili e nelle morbide giornate autunnali.

Punti di riferimento, accoglienti rifugi, luminosi fari di cultura, informazione e puro svago incastonati nel grigiore dell’asfalto della città.

Ma….

… ma non tutte le edicole sono uguali. Né, a maggior ragione, gli edicolanti.

Quello (anzi quellA) di cui voglio narrare oggi si chiama Antonella, la distinta, simpatica e arguta signora che da tempo gestisce il chiosco di Piazza del Mercato.

È una che, oltre a venderla, la sua merce, la LEGGE anche. Non legge tutto, certo, sarebbe impossibile per chiunque, ma molto.

Cosicché, quando si è indecisi su un acquisto, c’è la possibilità (corredata da una ragionevole probabilità di ottenere una risposta consapevole e, il più delle volte, rispondente a verità) di ottenere da lei un parere sulle pubblicazioni messe in interiore ballottaggio tra mente, cuore e borsellino. Che si tratti di un libro, di una rivista oppure di un fumetto, poco importa: Antonella qualcosa ne sa o, nella peggiore delle ipotesi, ne ha sentito dire, e non prende paura nell’esprimere un parere. Insomma, visto quanto amo (anche fisicamente) la carta stampata, potrei rifarmi ancora, come prima, all’album Non al denaro, non all’Amore né al Cielo (ispirato al capolavoro di Edgar Lee Master  Antologia di Spoon River) che considero il più straordinario parto artistico di sempre di Fabrizio De André. Potrei rivolgere anche alla mia amica giornalaia la fatidica domanda posta da Jones il suonatore  al mercante di liquore nel brano Dormono sulla collina: “Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?”

Premesso questo, però, è arrivato il momento di svelare da dove davvero nasce l’idea di questo post.

Da un cartello, ecco da dove. Esattamente da questo, appeso a una parete dell’edicola chiusa per le ferie agostane:

Un messaggio intimo e dolce. ma al tempo stesso articolato con straordinaria costruzione “narrativa”.

Una deliziosa e fresca spremuta di parole tra confidenza, complicità, affetto e stima, che ha il potere, se poure ce ne fosse bisogno, di far desiderare che il giorno della riapertura arrivi al più presto. Passate in Piazza del Mercato e, se troverete ancora il chiosco senza presidio, niente paura: Antonella sta bevendo un caffè in compagnia delle sue amiche, lì a sinistra, a venti metri di distanza dalla sua edicola, seduta a uno dei tavoli all’aperto della Latteria Ghidoni.

Basta chiamarla e lei arriva. Pronta a vendere giornali e a regalare (attenzione, questi inserti sono sempre in omaggio) quei prodotti preziosi e rarissimi che si chiamano umanità e sorriso.

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   Bonera.2

 

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Elba della Storia e dei colori, dell’Arte e dei sapori

  

   

Come potete vedere questa volta le immagini sono posizionate (quasi) tutte all’inizio.

Una scelta dettata dalla intuitiva constatazione che l’Isola d’Elba, quando ci vai, sollecita ogni senso del visitatore, ma ciò che risulta possibile portare via con sé al momento del distacco, attaccato all’anima,  è -in modo preponderante- solo ciò che rimane attaccato alla vista.

  

Antichi borghi, verdi rilievi, ville e fortezze intrise di storia e, soprattutto, l’incredibile azzurro del mare. Esattamente, in estrema e troppo riduttiva sintesi, ciò che si vede nella prima delle foto.

Personalmente, però, per “deformazione professionale”, per così dire, non ho potuto evitare di soffermare l’attenzione su tre personaggi che fanno parte di quella eccellente (poco visibile, ma infinitamente degna di rispetto e ammirazione) categoria degli Artigiani dell’Arte: uomini e donne di squisita sensibilità e ineffabile creatività che hanno il coraggio e la capacità, evitando di trincerarsi in gallerie e salotti, di mettersi in gioco anche in strada.

Proprio così. Perché è in strada, che si incontra il pubblico più spontaneo e verace.

Comincio, in ordine cronologico d’ “incontro”, da Elena Dami che, dopo aver studiato Fashion Design al Polimoda di Firenze, inizia il suo percorso professionale con uno stage presso La Perla. Dal 2005 lavora nel team creativo di Ermanno Scervino, e nel 2008 passa al marchio Levi’s, per il quale disegna borse. Il bozzetto, il progetto è la sua professione ma la sua passione non finisce sul foglio di carta. Durante un viaggio in Messico, Elena e il suo compagno Sebastiano Castello, da sempre innamorati dell’artigianato, imparano  le basi della tessitura macramè ed iniziano a creare i primi bracciali. Tornati in Italia sviluppano e migliorano la tecnica nel loro laboratorio. D.HELE, brand nato nel 2012, contrappone alla logica impersonale della produzione di massa, il  concetto di artigianato esclusivo, il “saper fare” che -senza macchine- traduce l’amore per il bello in pezzi unici. Ogni gioiello è rigorosamente fatto a mano in Italia,  

La natura singolare e preziosa dei loro manufatti non è da individuarsi tanto nell’ uso di materie prime di alta qualità, quanto nel tempo dedicato alla ideazione e alla realizzazione di ogni singolo pezzo, che prende forma lentamente, annodando i fili cerati con pazienza e precisione intorno alla pietra. 

Basta con i prodotti usa e  getta, fabbricati industrialmente e di scarsa qualità artistica” dichiara Elena.

La nostra proposta è quella di esclusivi oggetti artigianali, realizzati nel nostro atelier nel cuore della Toscana, con le mani, la testa e il cuore, costruiti con materiali nobili perché durino nel tempo“.

Parlami del come, del cosa e del chi” le chiedo.

Come? Utilizzando un telaio rudimentale che mi costruisco da sola, così come facevano, fin dalla più remota antichità, gli indigeni americani, in particolare quelli ricollegabili alla tradizione Peyote Huichol. Cosa: principalmente produciamo portachiavi, anelli, polsiere e borsellini, da rivendere da giugno a settembre qui all’Elba, per trasferirci poi alle Canarie con un occhio ai principali ritrovi in Italia e in Europa, in cui i nostri manufatti sono più facilmente proponibili. Chi: una clientela, per così dire, di ogni età, origine e cultura, perché come mi capita spesso di dire, i colori uniscono la gente.”

Paola Ghizzoni, genovese, ancora giovanissima, negli anni ’80, frequenta il Liceo Artistico del capoluogo ligure. L’arte è per lei e per i suo compagno d’arte e di vita, Marco La Rocca, qualcosa di innato, che si svincola da una semplice preparazione tecnica; è qualcosa che le appartiene fino in fondo, che nasce da dentro, un modo di essere e di vivere. Pittrice e scultrice, lavora sia in studio che all’aperto,  esibendosi in performance di alto livello professionale davanti ad un pubblico di ogni età e classe sociale,  liberando così, a contatto con la gente, tutta la sua forza espressiva e la pura emozione che contraddistingue le sue opere.
Aderisce quindi al Manifesto dell’Emozionismo, che ha come caposcuola Francesco Mancini (ideatore anche della tecnica Flash Art): si tratta di un rinnovato movimento artistico che si prefigge lo scopo di portare l’Arte a domicilio dell’uomo e renderla accessibile a tutti, operando nel presente in proiezione futura, allo scopo di generare forti emozioni, libere dall’elitismo che spesso circonda le discipline artistiche. A ciò si giunge esclusivamente attraverso il contatto umano, che può essere verbale e/o gestuale, ma sempre dettat0 e scandito dalla presenza diretta dell’artista.
Paola Ghizzoni, artista completa, esprime il suo credo in ogni sua manifestazione artistica: lasciandosi alle spalle ogni schema prestabilito, attraversa la storia dell’arte facendoci assaporare un percorso originalissimo dal  forte impatto emotivo. Conosce i “grandi” della pittura (da Picasso a Chagall) ma guarda ancora -più indietro nel tempo- alle Madonne quattrocentesche e cinquecentesche di Botticelli e Leonardo.  Sulla base di tali riferimenti, si distingue per la capacità di rielaborare un linguaggio proprio rivisitarle in chiave sorprendentemente unica e moderna, senza mai cadere in contraddizioni, ma liberando una elegante e raffinata impostazione culturale.

Le sue sculture si dirigono verso un percorso più ludico ed ironico, volte ad omaggiare nei temi e nella struttura, Giuseppe Pellizza da Volpedo, ma in chiave più giocosa se pur di denuncia sociale. Ed è questa la sua caratteristica principale: la sua arte legge tutto il passato, che di volta in volta prende direzioni differenti, generosa verso il pubblico e mai banale, ma concettualmente ben impostata e maestosa.

Lavorare all’aperto, nelle strade e nelle piazze, facendo partecipe la gente del mio processo creativo e, al tempo stesso, stupirla, rappresenta per me una grandissima e impagabile gioia” mi confida, mentre la sua spatola e il suo rullo, magicamente, traggono forme e paesaggi da carta e legno. 

Tanti uomini e donne di ogni età l’ammirano incantati nelle suggestive strade di Porto Azzurro e, alla fine di ogni sua performance, inevitabilmente, scatta l’applauso. 

  

Di Nonna Adua, infine, si occupa Giusy Orofino.

All’ingresso del lungo viale che porta alla residenza Elbana di Napoleone, m’imbatto in una signora sorridente e paffuta che, seduta a fianco di un banco stipato di libri, ostenta un maestoso cappello da cuoco.

Signora – mi dice- le piace cucinare?” e io le rispondo con un “sì” immediato e convinto.

“Finalmente una donna che ama stare ai fornelli. Fino ad adesso, quasi tutte le donne a cui l’ho chiesto mi hanno risposto che a casa cucina lui.” ribatte lei.

Adua Marinari, si presenta come una vecchia amica che non nasconde la sua malinconia nei confronti delle difficoltà che ha dovuto affrontare nella sua vita. Nel 1963 ha avuto l’occasione di rilevare una licenza per aprire il ristorante e, dopo tanta fatica per convincere il marito riesce ad aprire il primo ristorante di Rio Marina. La sua idea di ristorante era la cucina semplice e antica e rielaborata: quella che ha imparato dalla mamma e dalla nonna. Nel 1983, purtroppo, il ristorante ha avuto dei danni in seguito all’ alluvione e non ha potuto far altro che chiudere l’attività di cui andava tanto fiera. Una donna tenace come lei non poteva far altrimenti che ricominciare daccapo la sua vita con un libro di ricette dove, come appena descritto, viene curata la cucina casalinga

Il libro di ricette che ha fortemente voluto, è una sfida al mercato dei libri dove l’obiettivo non era solo una raccolta di ricette ma anche quello di diffondere insieme alla gastronomia elbana, anche la cultura popolare.

La cucina che viene proposta da Nonna Adua nel suo libro però propone a chi ha voglia di cimentarsi in cucina cacciucchi e ribollite, grigliate e stoccafissi, ma anche molte altre cose: dalle alici all’agro, al grongo marinato, dall’insalata di bianchetti alla «sburita» di baccalà. 

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   Patrizio Pacioni.

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