Goodmorning Brescia (137) – Conversando di «Conversas»

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Questo 2019, per il Caffè Letterario Primo Piano, sembra essersi aperto in modo a dir poco “scoppiettante”. Nuovi eventi, articolati tra dibattiti di attualità, presentazione di libri, mostre di dipinti
e foto, e tanta musica.

Tra tutti abbiamo scelto la rielabiorazione bresciana del format «Conversas», che prenderà avvio a breve, con cadenza mensile, un appuntamento fortemente voluto da un personaggio che di questo magazine e di questo blog è da sempre (adeguatamente ricambiato), uno dei più fedeli amici.

Ecco il risultato della chiacchierata che ho avuto con lui proprio stamattina.

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Cos’è e come e quando nasce Conversas?

Conversas nasce nel 2012 in Portogallo dall’idea di due amiche, Constança Saraiva e Mafalda Fernandes che dovendosi separare a causa dell’Erasmus decidono di fissare delle date per rivedersi e parlare ma stabilendo delle regole precise: in ogni incontro una parla e l’altra ascolta e viceversa. Da questo scambio emergono nuove riflessioni che l’amicizia giornaliera che avevano avuto finora non aveva fatto emergere, così decidono di ampliare questo modo di conversare ad altre persone. E così Conversas di diffonde in altre città d’Europa come Rotterdam, Berlino, Rennes e nel 2015 arriva anche in Italia, a Milano. Nel 2016 nasce Conversas Bergamo e nel 2019 finalmente arriva a Brescia al Caffè Letterario Primo Piano in via Beccaria dove si terrà la prima storica Conversas Brescia il 10 febbraio alle ore 18:30.

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E qui in città, come ci si è arrivati? Chi è il responsabile?

L’idea di portare Conversas a Brescia è di un ragazzo di 36 anni, Marco Passarello, un palermitano di nascita ma emigrato a Brescia da 8 anni. Quel ragazzo sono io.

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Si può sapere come questo “ragazzo” com’è arrivato alla decisione?

Ho conosciuto Conversas Bergamo e ho pensato che sarebbe stato bello e necessario crearla anche a Brescia. Uso il termine necessario non a caso, perché ormai la maggior parte delle conversazioni si tengono tramite WhatsApp e si condividono le storie delle persone solo su Instagram.
Si ha quasi la sensazione di aver timore a dover affrontare una discussione faccia a faccia, guardando negli occhi l’interlocutore tant’è che si arriva a nuovi fenomeni digitali come il ghosting, che sta diventando la violenza psicologica della nostra generazione. Il ghosting è il diventare fantasmi, sparire improvvisamente, smettendo di rispondere a chiamate, messaggi o mail. Di fatto è una tattica interpersonale passivo-aggressiva: si parla di ghosting soprattutto per l’ambito sentimentale, ma può interessare anche i rapporti d’amicizia o professionali. 

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E quindi? (parafrasando il titolo di un altro talk, ideato e condotto da Patrizio Pacioni e Biagio Vinella, che ha riscosso un notevole successo, lo scorso anno, proprio al Caffè Letterario Primo Piano – ndr)

Tutto quanto ho detto sopra, io, personalmente, lo soffro molto e da questa “sofferenza” è nata l’idea di portare Conversas a Brescia, così ho parlato con Constança Saraiva che si è dimostrata entusiasta di allargare il cerchio di città italiane in cui è presente Conversas, ho cercato altre persone che potevano credere a questo progetto (Francesca Bettinelli e Sonia Trovato) e ho contattato il Caffè Letterario che ha subito accettato.

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Puoi anticipare ai nostri amici del web che cosa accade (e cosa accadrà) a Conversas?

A Conversas, dove si invitano tre Conversadores che decidono di parlarci di tre storie a loro scelta, in circa 30 minuti ognuno, ma non è una mini conferenza ma una vera e propria conversazione con il pubblico (anzi gli ascoltatori e non semplici spettatori) può intervenire quando vuole con qualsiasi domanda. In mezzo a tutto questo c’è il moderatore, che sarò io o in alternativa Sonia Trovato, che cerca di accompagnare il conversatore, di placare gli animi quando la discussione perde il filo conduttore, di riportare al silenzio e all’ascolto, ma sempre  nella piena libertà di conversazione. L’obiettivo è conoscere. Conoscere persone e storie nuove, tutto questo dal vivo, nel qui e ora e non dietro al piccolo schermo del cellulare.
La forza guida della voglia di conoscenza è la curiosità, e per me è il centro del mio modo di vivere, muove tutto quello che faccio, senza curiosità non potrei vivere, ma solo sopravvivere, cosa ben diversa.

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Quando la “prima”?

Il primo incontro sarà il 10 febbraio alle 18:30 al Caffè Letterario, spero che i bresciani accolgano bene questa novità e decidano di partecipare agli incontri, che si terrano una volta al mese.  Questi saranno i primi, storici, tre conversadores bresciani:

Carla Alberti («La scuola in carcere»)
Insegna matematica nelle Case Circondariali di Brescia Canton Mombello e Verziano da anni.
Chi insegna in carcere lo fa perché non ha voglia di affrontare classi di numerose di adolescenti? È un idealista? Forse all’inizio anche per questi motivi; poi, con il tempo l’insegnante capisce che il valore intrinseco del suo operare è la difficile, quotidiana ricerca di come poter sviluppare le potenzialità, forse mai coltivate, nei suoi studenti reclusi.

Luigi Uberti  («Yoga, una passione che si trasforma in professione»)
Si avvicina allo yoga come autodidatta a metà degli anni 80, mosso dal desiderio di un benessere profondo ed olistico che potesse produrre in lui un senso di pace e serenità. Nel corso del tempo ha realizzato che lo yoga è in grado di donare qualcosa in più di un senso d’appagante benessere psico-fisico: uno stato d’espansione della coscienza impossibile da spiegare a parole, ma che si può sperimentare accedendo ad un livello di consapevolezza “altro”. Uno stato d’essere profondamente diverso da quello con cui, normalmente, facciamo esperienza della vita.
www.studioyogadarshan.it

Angelo Buizza («Obiettivo Sorriso»)
Obiettivo Sorriso è un’associazione di volontariato, nata nel 2010, con lo scopo di portare un sorriso a chi lo ha perso come bambini malati e anziani.
Adesso è diventata molto di più grazie alla perseveranza della famiglia Buizza e di altri volontari fino a fondare nel 2016 l’accademia Diventa un Artista, con la quale si da la possibilità a ragazzi affetti da disabilità di diventare artisti completi tramite corsi di teatro, magia e canto.
https://www.facebook.com/AssociazioneObiettivoSorriso/

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Si ricorda che l’evento è aperto a TUTTI e l’ingresso è GRATUITO senza obbligo di tessera ARCI.

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Goodmorning Brescia (136) – La libertà non è star sopra un albero…

In giro ci sono tante buone idee, un mucchio di edificanti propositi, ma poi, quando si tratta di passare dalla teoria alla pratica, quando viene il momento di rimboccarsi le maniche e darsi da fare… è tutt’altro discorso. Ecco un esempio (per fortuna dall’esito positivo) per così dire “di scuola“.

Il problema: presso la scuola dell’infanzia Fiumicello,
i bambini che hanno optato per la frequentazione “light” (venticinque ore settimanali) non hanno. diversamente dagli altri, la possibilità di frequentare la mensa, non prevista nell’opzione. Per loro prevista è previsto l’abbandono dei locali scolastici alle ore tredici senza fruire del servizio e senza rientro pomeridiano. Di conseguenza, bambini che sono stati impegnati per quattro ore, e che alle ore dodici dovrebbero consumare il pasto con i compagni che, invece, si trattengono anche nel pomeriggio, sono costretti ad attendere un’ora ancora a digiuno e, considerando i tempi di spostamento nelle loro case, a potersi sedere a tavola non prima delle due di pomeriggio.

Le conseguenze: insomma, tutti scontenti. Brontolii, indignazione, mal di pancia generale ma, come (purtroppo) spesso accade, nessuno che faccia niente di costruttivo.
No, un momento: “nessuno” è impreciso e persino ingiusto, perché qualcuno che si attiva con prontezza e decisone  nella direzione giusta,  per fortuna, c’è anche questa volta.

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L’interno del Circolo Bissolati

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Il problema: presso la scuola dell’infanzia Fiumicello, i bambini che hanno optato per la frequentazione “light” (venticinque ore settimanali) non hanno. diversamente dagli altri, la possibilità di frequentare la mensa, non prevista nell’opzione. Per loro prevista è previsto l’abbandono dei locali scolastici alle ore tredici senza fruire del servizio e senza rientro pomeridiano. Di conseguenza, bambini che sono stati impegnati per quattro ore, e che alle ore dodici dovrebbero consumare il pasto con i compagni che, invece, si trattengono anche nel pomeriggio, sono costretti ad attendere un’ora ancora a digiuno e, considerando i tempi di spostamento nelle loro case, a potersi sedere a tavola non prima delle due di pomeriggio.

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La soluzione: ogni martedì, d’ora in poi, il Circolo Bissolati, nella persona del presidente Giovanni Lai, recupererà, per trasformarli in snack-spuntino a disposizione dei bambini che rimangono esclusi dalla mensa, di frutta e prodotti da forno donati dalla Coop.

Fatto. Era così difficile? Probabilmente no, ma neanche tenere in piedi un uovo, prima che Cristoforo Colombo insegnasse il metodo più sicuro di farlo, lo era.S

E adesso? Visto che l’iniziativa sembra poter funzionare alla grande, i due partner del progetto meditano di estenderlo ad altri istituti scolastici: si comincerà con ogni probabilità, dalla Scuola dell’infanzia di Passo Gavia, le cui  problematiche sono del tutto analoghe a quelle affrontate e risolte per la “Fiumicello”.

Tirando la riga: è anche e soprattutto per questa straordinaria capacità di imprenditorialità sociale (oltre che per il gran cuore dei bresciani) che la Leonessa d’Italia mantiene e consolida primato ufficioso, ma effettivo, di «Capitale nazionale della solidarietà».

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Categorie: Giorni d'oggi e I&S - impegno & solidarietà.

Goodmorning Brescia (135) – Va in scena la terza metamorfosi di Micheletti

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È in arrivo «Jekyll» liberamente ispirato alla celeberrima opera di Robert Louis Stevenson, uno dei più attesi e intriganti appuntamenti della stagione 2018/2019 del Centro Teatrale Bresciano e, nel foyer del Teatro Sociale, si è tenuta stamattina la rituale consulenza stampa di presentazione dello spettacolo.

Apre e introduce il membro del membro del consiglio di amministrazione Luigi Mahony che, dopo aver ricordato con soddisfazione come il positivo trend della campagna abbonamenti si stia consolidando anche in questa stagione, presenta gli ospiti e passa la parola al drammaturgo “di casa” Fabrizio Sinisi, autore del testo che andrà in scena a partire da martedì prossimo.

«È da diverso tempo che meditavo di lavorare con un simile testo. La figura del dottor Jekyll (e del suo oscuro doppio Hide) costituisce infatti un archetipo della letteratura mondiale, un mito radicato, al pari di personaggi come Don Chisciotte, Casanova e altri. Un vastissimo terreno sul quale ci si può muovere in piena libertà e a proprio piacimento, e questo per un autore è semplicemente fantastico» confessa il drammaturgo. «Ho scelto di interpretare il tema dello sdoppiamento, che ispira e pervade l’intera trama, nell’ottica di un coraggioso quanto azzardato esperimento che mira a estrarre tutto il male presente nell’uomo per lasciarlo libero da ogni condizionamento negativo. In pratica un’impresa utopica che ho trattato come tragedia (cosa che realmente è) piuttosto che come favola nera, come peraltro, in molte occasioni, è stata interpretata in passato. Con Jekyll si completa e si conclude una trilogia sul tema della metamorfosi che ha avuto, come precedenti tappe,Kafka (nel 2014) e Mephisto (lo scorso anno) e che nella storia narrata da Stevenson, persegue il fine di narrare dell’eroico e romantico fallimento del tentativo di offrire se stesso come cavia umana per il bene comune, prendendo le distanze da una lettura prevalentemente influenzata dall’horror vittoriano».

Il regista Daniele Salvo esprime, da parte sua, il proprio compiacimento e la circostaza di essersi venuto a trovare a lavorare con un cast di tutto rispetto. composto di attoti e tecnici (scenografia Alessandro Chiti, costumi Daniele Gelsi, musiche originali Marco Podda, luci Cesare Agoni) di altissimo livello
«Curando la regia di questo spettacolo…» aggiunge,
«…mi sono trovato a demolire certezze fondate sul nulla e a trattare il complesso tema si demoliscono certezze fondate sul nulla. Trattando i complessi temi di un’identità labile e (in modo predittivo per i tempi in cui l’opera fu scritta) dell’assunzione di sostanze che possono condizionare il comportamento e l’essenza dell’animo umano» .

Il Direttore Gian Mario Bandera conclude ribadendo la collocazione di questo spettacolo, prodotto dal CTB, nell’ambito della forte determinazione a proseguire con l’ormai tradizionale politica di portare in scena e valorizzare testi di drammaturgia contemporanea, creando stimolanti occasioni di crescita culturale sia per chi il Teatro lo fa, sia per chi ne fruisce come semplice spettatore.

«In noi c’è e ci sarà sempre il coraggio di varare ogni anno un cartellone in cui la ricerca della qualità prevalga sulla necessità e sulla volontà di fare semplicemente cassetta» conclude con (legittimo) orgoglio

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Il cast di «Jekyll» al completo (crediti PH Umberto Favretto)
In ordine alfabetico: Simone Ciampi, Elio D’Alessandro, Gianluigi Fogacci, Selene Gandini, Luca Micheletti, Carlo Valli, Alfonso Veneroso

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E, arrivati a questo punto, non resta che attendere (per quel che mi riguarda con una certa impazienza, lo confesso) che il prossimo martedì sera, al Teatro Sociale, si sollevi il sipario. Per la recensione, more solito, lascerò la parola… e la tastiera a GuittoMatto.

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Goodmorning Brescia (134) – Quando vince l’aroma

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Mi raccomando: non entrate mai da «Tostato» (più precisamente Tostato Specialty Coffees), la caffetteria al numero 28 di Via Fratelli Porcellaga, per chiedere un decaffeinato, oppure un caffè d’orzo o un ginseng: mettereste in imbarazzo i baristi e, quanto a voi, fareste una clamorosa brutta figura: in questo accogliente ritrovo, aperto nel centro di Brescia dal settembre 2017 a pochi passi dalle suggestioni arcaico-nostalgiche di piazza Vittoria , in cui dominano i colori del caffè in tutte le loro morbide e tiepide sfumature, si degusta caffè e solo caffè, di qualità garantita e certificata, proveniente da tutto il mondo e preparato secondo metodologie e procedimenti della più rigorososa tradizione.
Così, dopo avere gustato un ottimo caffè colombiano, prodotto nelLe piantagioni di Leyder Miguel, chiedo al titolare, il giovane, determinato e preparatissimo Alberto Nevola, rampollo di terza generazione di una famiglia che con il caffè e per il caffè lavora già da moltissimi anni, di scambiare quattro chiacchiere. Di seguito ciò che ne è venuto fuori.

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Ecco le suggestioni etniche del Caffè che fanno bella mostra di sé sulle pareti di
«Tostato »

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Chi è Alberto Nevola?

Alberto Nevola è un figlio d’arte, uno che si occupa di caffè da quando aveva quindici anni, che nel corso degli anni ha frequentato corsi di formazione su tutta la filiera SCA (Specialty Coffee Association – l’ente più riconosciuto a livello globale per la tutela, l’informazione e la promozione del caffè di qualità) e che continua a studiare e a tenersi informato su tutto ciò che riguarda il settore.

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Che tipo di consumatore di caffè è il bresciano? Quali sono state le reazioni della città a questo tipo d’iniziativa?

I bresciani non possono essere consideratiintrisi di quella viscerale “cultura del caffè” propria, per esempio dei partenopei, ma stanno dimostrando ogni giorno di più di potere e sapere apprezzare la qualità del prodotto consumato, con la disponibilità di pagare una tazzina “particolare”, se necessario, anche qualcosa di più. Aggiungo che, in fatto di gusti, a Brescia e, più in generale, nel nord Italia, prevale la preferenza per la sola “Arabica”, un gusto meno corposo e amaro, più vicino a un gusto eurpeo.

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Qualcosa di più sulla “filosofia” che ispira l’attività di «Tostato» .

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Ciò che mi ha ispirato a intraprendere questa avventura è stata la constatazione che il gusto dei consumatori si stava pericolosamente standardizzando, confuso dall’offerta promiscua di altri derivati e surrogati. Occorreva (e occorre) promuovere una nuova e più alta cultura di prodotto attraverso una pratica di spirito “slow food”, l’offerta di caffè provenienti da tutto il mondo (sono circa 150 i paesi produttori) scelti secondo logiche stagionali (che ne garantiscano la freschezza) di rigorosa tracciabilità e di sostenibilità ambientale. Voglio sottolineare, però, di non essere né il primo né tantomeno il solo ad avere effettuato una scelta del genere: ci sono in tutta Italia circa altri trenta esercizi che si muovono e operano secondo le nostre stedsse logiche commerciali.

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Quali sono le prospettive e i progetti del vostro futuro?

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In primo luogo l’ulteriore razionalizzazione delle fonti di approvvigionamento e e dei cicli. Un cambio evolutivo di ruolo che ci porti a rivestire, oltre che la figura di semplici importatori, anche quella di produttori diretti. La prosecuzione e l’intensificazione della nostra crescita da ottenere non (o non solo) attraverso campagne pubblicitarie tradizionali ma anche e soprattutto attraverso il mantenimento di un’elevata qualità di offerta del prodotto e di accoglienza nel locale che stimoli un positivo e vivace passaparola tra i bresciani. Insomma, far capire che il nostro caffè, rispetto a quello più “commerciale” degustabile nei normali bar cittadini, è più “fresco” e più differenziato nel gusto su alti livelli qualitativi; a questo si aggiunge l’attività di consulenza per la “formazione al gusto” di cui, qui dentro, i consumatori potranno sempre usufruire a loro piacimento e con la nostra più completa disponibilità.

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Beh, mi sembra proprio che abbiamo finito. Adesso me lo offre un caffè? Se possibile gradirei una tazzina di Kopi Luvak (il caffè più costoso al mondo – NDR): ne avete?

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Se anche ce l’avessi mi rifiutere di servirlo: si tratta di uno dei più clamorosi bluff alimentari della storia mondiale: lasciando perdere le assai poco attraenti modalità di produzione (le bacche vengono fatte ingerire da un animaletto chiamato zibetto comune delle palme e recuperate dalle sue feci dopo una parziale digestione) si tratta di un prodotto il cui prezzo è stato gonfiato artificiosamente e in modo spropositato al suo reale valore, senza peraltro che ci sia nessuna garanzia sulla qualità dei chicchi che vengono fatti inghiottire al povero animale. No, piuttosto gradisca questo Panama Gesha” e vedrà ceh non le dispiacerà affatto.

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Alberto Nevola (a destra) insieme ai suoi collaboratori

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Sapete che vi dico? Aveva ragione lui. Il Panama Gesha è davvero squisito. Una per volta, però, le specialità di Tostato Specialty Coffees intendo assaggiarle tutte: Etiopia, Brasile, El Salvador… sto arrivando!

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Goodmorning Brescia (133) – Su il sipario: benvenuto 2019!

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Ormai quella di trascorrere la notte di San Silvestro al Teatro Sociale è diventata una consuetudine che molti bresciani hanno dimostrato di apprezzare. Che siano gli Oblivion, la Banda Osiris o, come è successo l’altro ieri sera, Paolo Migone, con il suo  «Beethoven non è un cane» si tratta di serate il cui tema è costituito, rigorosamente (e doverosamente) da ironia e divertimento.

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Nel caso dello spettacolo presentato da Mingone in questa occasione, però, c’è da aggiungere al novero un’altra qualità, piuttosto insolita (purtroppo) per il teatro brillante italiano: un’arguta divulgazione. I numerosi riferimenti alla storia musicale (ma anche della musica e dell’arte) dei bei tempi andati , si mescolano armoniosamente con riconoscibili riferimenti alle tante stranezze e deviazioni dei giorni d’oggi. Insomma, una goccia di amaro astutamente spalmata e resa di più gradevole (in certi casi gradevolissima) ingestione.

Lui, Paolo Migone, merita grande apprezzamento per la padronanza di palcoscenico e pubblico e per la disincantata autoironia che permea ogni passaggio dello spettacolo, risolvendo in spettacolo i dubbi e le incertezze dell’artista e dell’uomo. A ciò si aggiunge, soprattutto, il coraggio di rinnovarsi in una nuova e non agevole sfida culturale, di essere uguale a se stesso senza mai cedere alla tentazione di adagiarsi sulla rassicurante quanto comoda eco dei passati successi televisivi e non, innovando e rinnovandosi in ogni occasione risulti possibile.

Spettacolo non facile, né immediatamente e pienamente percepibile per tutti ma che tutti, pur attraverso diversi livelli di consapevolezza, finiscono per applaudire con convinzione.

Dopo un imprevisto quanto esilarante supplemento di spettacolo che, una volta scaduti i “tempi regolamentari” Migone regala alla platea, in attesa che scatti l’ora fatidica della mezzanotte più attesa dell’anno, gli spettatori si riversano nel foyer per il rituale scambio di auguri a base di spumante e delle ghiottonerie di ordinanza, con il mattatore della serata che non si sottrae a piacevoli chiacchiere e all’ormai irrinunciabile cerimonia del selfie.

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Nella foto, accanto a Paolo Migone, da sinistra, l’amminstratrice di « Goodmorning Brescia » Giusy Orofino e la consigliera del CTB, Elena Bonometti.

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Da Brescia è tutto.

Buon anno da parte mia e di GuittoMatto, Bresciani! Sia seduti in platea che in movimento, nella vita.

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Sbuffi di Ponentino (8) – Magliana: la banda non sbanda

È un percorso emozionale, più che una dettagliata cronistoria del male.

Attraverso i fatti, i misfatti e i collegamenti della Banda della Magliana,  «Roma criminale» , prodotto dall’Associazione Le Ombre di Platone, scritto da Salvatore Buccafusca e Antonio Turco, per la regia di Francesco Sala, andato in scena martedì 18 dicembre nella Capitale, al Teatro Lo Spazio, in realtà si tratta e si racconta di circa un ventennio di storia nera che più nera non si può.

È un volo ardito, al limite della temerarietà, ma necessario per cercare di decifrare quelle trame di fili di colore diverso, quelle incisioni nella carne dei romani e di tutti gli italiani che ricordano le misteriose righe peruviane di Nazca, il cui ordito può essere interpretato solo guardando da migliaia di metri di quota.

Si comincia dall’assassinio di Pasolini, utile a spiegare l’humus dal quale è germogliata una generazione difficile e pericolosa, si passa per una serie di omicidi di ferocia inaudita,per lotte all’ultimo sangue (è proprio il caso di dirlo) tra fazioni, in cui un anche un piccolo sgarbo era sanzionato con la morte, per violenze di ogni tipo, rapimenti, rapine, fino all’irruzione di quel vero e proprio flagello (soprattutto per i giovani) costituito dalla diffusione nelle vie e nelle piazze italiane di tonnellate di eroina.

Il delirio di onnipotenza del “dandy” De Pedis,  del “freddo” Abbatino e dei loro degni sodali, il mito idealistico, sia pure in un’ottica distorta e perversa, di un’illusoria utopia egualitaria da conseguire attraverso la cosiddetta stecca para, la costante attenzione dei vertici della malavita organizzata verso questo gruppo di giovani avventurieri da sfruttare fino all’osso ma da tenere costantemente sotto controllo, sia pure attraverso un guinzaglio lungo, tutto viene messo nel frullatore e ciò che ne esce è un flusso di sensazioni capace di superare le difese più epidermiche.

 Si esce dal teatro, una volta terminato lo spettacolo, senza un bagaglio di nozioni maggiore di quello che ci si è portati dentro entrando, ma senz’altro con qualche consapevolezza in più, almeno  a livello viscerale, circa la reale natura e portata di una fenomenologia criminale forse unica in Italia per tipologia, durata ed estensione.

Del finale dello spettacolo, ovviamente, non mi è lecito parlare, ma mi sia permesso ricordare una frase che, più delle altre, sembra utile a capire che le motivazioni che spinsero tanti giovani romani tanto avanti e irreversibilmente  sulla strada della violenza e della delinquenza, non sono poi così complesse:

«Volevo solo scappare via dalla Magliana, e volevo farlo a tutti i costi» confessa uno dei protagonisti.

E non mi sembra che ci sia altro da aggiungere, se non un esame più dettagliato della performance degli interpreti.

Eccessiva come una popolata verace, sapientemente sguaiata all’occorrenza, sensuale comeuna concubina imperiale quando la storia lo richiede, Fulvia Lorenzetti spende al meglio la fisicità che le è propria e che ne contraddistingue la presenza scenica: a volte spudorata, a volte fragile e remissiva, in una recitazione energica sempre e costantemente contrassegnatada un tasso di femminilità elevatissimo. Canta, balla, gesticola e,all’improvviso,  si ripiega nella propria intimità, senza concedersi tregua al pubblico e senza risparmiare le proprie energie fisiche ed emotive.

Impulsivo, irruente,  ribelle e imprevedibilmente reattivo, Gaetano Carbone si cuce addosso, con sorprendente naturalezza e assoluta disinvoltura, la maschera di una certa gioventù insofferente a tutto e a tutti, spavalda e spaccona, in cui si identificano i diversi”ragazzacci rampanti”  delle organizzazioni criminali rivali (Banda della Magliana contro Testaccini) e di quel sottoboscodi criminalità politica con il quale entrambi i gruppi, direi inevitabilmente, avevano finito per contaminarsi. Un’aggressività ostentata, come accade per molti dei più giovani in questo persistente periodo di azzeramento dei valori tradizionali, mirata, con ogni probabilità, a mascherare ed esorcizzare insicurezze e fobie esistenziali.

In presenza dell’impeto sanguigno e passionale, profuso senza risparmio dai compagni di scena, Salvo Buccafusca, calato nei panni di Pippo Calò, ricopre per tutto il tempo un ruolo apparentemente defilato ma, in realtà, d’importanza fondamentale per lacostruzione narrativa: da una parte i suoi pacati commenti costituisconol’efficace  collante di una trama oltremodo complessa, narrando di fatti che coprono oltre un ventennio, dall’altrocontribuisce ad arricchire e completare il quadro generale di fatti e contestoattraverso lo sguardo attento e lucidissimo di chi in qualche modo ha ereditatol’atavica e sempiterna saggezza di uno dei più radicati e strutturati apparati criminali.

Oltre che alle loro “prestazioni artistiche”,  il successo tributato dal pubblico, attraverso applausi ripetuti e convinti, fa da riscontro alla regia al tempo stesso rigorosa e fantasiosa di Francesco Sala (coadiuvato da Giulia Malavasi) dagli acconci costumi  di Fabrizia Magnini, dai suggestivi effetti luminosi di Angelo Ugazzi e dall’accorta e ben scelta colonna sonora di accompagnamento.

Il regista Francesco Sala ripreso accanto a Marco Travaglio, “beccato” tra il folto pubblico del Teatro Lo Spazio in occasione della prima romana di “Roma criminale” 

   

  

Vestale

  

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Goodmorning Brescia (132) – Il nuovo cartellone del CTB parte dalla Cina… di Brecht

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Apre la conferenza stampa Luigi Mahony, componente del Cda del Centro Teatrale Bresciano, ricordando che nella presente stagione, mantenendo un elevato standard qualitativo,  è stato conseguito il record di ben cinquanta spettacoli e che la campagna-abbonamenti sta procedendo nel migliore dei modi.

«L’anima buona del Sezuan» di Bertolt Brecht fu messo in scena per la prima volta nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, a Zurigo, dove il grande drammaturgo si era rifugiato per sfuggire alla persecuzione politica nazista. Si tratta di uno spettacolo articolato e  variegato, prodotto in collaborazione con l’ERT Emilia Romagna Teatro, in cui alla recitazione si uniscono musica e danza» aggiunge, prima di passare la parola al Direttore Artistico.

Gian Mario Bandera, prima di ogni altra considerazione, esprime il proprio ringraziamento per Elena Bucci e Marco Sgrosso, con i quali, ci tiene a sottolineare «intrattengo, oltre a una collaborazione artistica proficua e ormai consolidata, una sincera amicizia di lunga data». Aggiungendo poi che «la storia della loro compagnia, Le Belle Bandiere, dice di come siano riusciti a fissare uno stabile punto di riferimento per il movimento teatrale italiano».

Conclude il suo intervento ricordando che si terranno in città tre eventi legati alla messa in scena de L’anima buona del Sezuan: all’appuntamento fissato giovedì 25 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica per il ciclo di conferenze “Letteratura & Teatro 2018”, si aggiungono infatti l’incontro con il duo Bucci/Sgrosso al cinema Nuovo Eden di sabato 27 e il “pomeriggio al CTB di lunedì 29 presso il salone storico della Biblioteca Queriniana.

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«Siamo particolarmente emozionati nell”affrontare lavori di questa importanza e di questo spessore culturale» è l’esordio di Elena Bucci.

«Ogni “prima” con il CTB è il realizzarsi di un sogno in cui anche le imprese più ardue si fanno facili. In un momento di difficoltà  come quello che sta affrontando il nostro Paese (che non può non riverberarsi anche sulle attività artistiche) è importante non chinare mai la testa e rassegnarsi. Così, andando controcorrente, abbiamo osato allestire un lavoro con nove attori in scena e un musicista che suona dal vivo».

Si sofferma poi sull’impegno sostenuto anche nell’approntare le scenografie che ricreano il suggestivo ambiente di Sezuan, città composita, collocata in Cina ma non esente da suggestioni di altri paesi, anche remoti.

«Abbiamo scelto strutture non statiche e soffocanti ma mobili, in grado di stimolare (e divertire) gli attori. A ciò abbiamo aggiunto (proseguendo un processo che già da tempo abbiamo in corso) un importante lavoro sulle maschere, assecondando tutte le contaminazioni care a Brecht, e aggiungendo a esse tutti quegli accostamenti che abbiamo ritenuti opportuni o solo funzionali».

Osserva come il grande drammaturgo tedesco (da molti –a torto- giudicato ormai superato se non anche noioso) rappresenti invece ancora uno dei pilastri del teatro mondiale, che va opportunamente riletto e reinterpretato.

«In questo caso», conclude la Bucci,  «il tema su cui si fissa la sua (e la nostra) attenzione è quello eterno e forse irrisolvibile di dove finisca il bene che si deve provare per gli altri e cominci quello per se stessi. Per quanto riguarda il finale, ci siamo orientati (senza in nulla stravolgere lo spirito dell’opera) su messaggio che apre alla speranza».

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«Brecht è  un  autore difficile ma necessario» chiosa Marco Sgrosso.

«In questa opera si compie un singolare lavoro sullo sdoppiamento, con una originalissima commistione, cui già ha fatto cenno Elena parlando dell’allestimento scenografico,  di oriente e occidente, di ricchi e di poveri resi avidi e malvagi dalle condizioni di abbrutimento in cui sono costretti a vivere»

Ancora una citazione: «Nell’uomo esiste l’anima buona e l’anima cattiva, e sono entrambe necessarie»  prima di ribadire, come ha fatto poco prima la Bucci che «il finale di speranza trova attualità e necessità in un Paese come il nostro dove, purtroppo, in questi ultimi tempi sembra vigere e vincere l’incitamento all’odio».

Per ricordare, in conclusione d’intervento, che le musiche sono state scritte da Christian Ravaglioli e, quanto alla danza, si tratta a suo avviso di un movimento suggerito dall’uso delle maschere che più correttamente definirebbe un “recitare cantato”.

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Foto di gruppo del cast, di buon auspicio, poi l’appuntamento , per tutti gli amanti del buon Teatro, vecchi e nuovi, è fissato al prossimo da martedì sera al 4 novembre al Sociale.

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di Bertolt Brecht
traduzione di Roberto Menin
progetto, elaborazione drammaturgica Elena Bucci, Marco Sgrosso
regia di Elena Bucci con la collaborazione di Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso
Maurizio Cardillo, Andrea De Luca, Nicoletta Fabbri, Federico Manfredi, Francesca Pica, Valerio Pietrovita, Marta Pizzigallo

disegno luci Loredana Oddone
cura e drammaturgia del suono Raffaele Bassetti
musiche originali eseguite dal vivo Christian Ravaglioli
macchinismo e direzione di scena Viviana Rella
supervisione ai costumi Ursula Patzak in collaborazione con Elena Bucci
scene e maschere Stefano Perocco Di Meduna
assistenti alla regia Beatrice Moncada, Barbara Roganti
collaborazione artistica Le Belle Bandiere

produzione Ctb Centro Teatrale Bresciano / Ert Emilia Romagna Teatro

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (131) – E se il Milite Ignoto fosse bresciano?

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Milleduecento.

Tanti furono i soldati bresciani “dispersi”, vale a dire scomparsi nel nulla nel corso della prima guerra mondiale, tra la disfatta di Caporetto e la gloriosa riscossa dell’Esercito Italiano.

«Disperso sta per non trovato o non rientrato alla base. E “disperso”, scrive l’ufficiale incaricato del rapporto dopo l’assalto, se alla conta manca qualcuno» precisa nel suo pezzo di oggi Costanzo Gatta, informato e circostanziato come suo costume nell’articolo che, prendendo spunto dal libro Il Milite Ignoto: storie e destini di Eroi sconosciuti, approfondisce il tema dei bresciani non più rintracciati del conflitto 15/18.

Ne sa, se non di tutto, di molto assai, l’articolista del Corriere della Sera, ma il primo trentennio del XX secolo, a quanto pare, lo intriga particolarmente: a partire (solo per quanto mi viene per primo alla memoria) dai molti libri pubblicati su un Gabriele D’Annunzio visto da angolature suggestive e non convenzionali alla pièce “Oh che bella guerra” andata in scena per un mese al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri tre anni fa, quando si tratta di parlare di fanti  (ma non lascia stare  neanche i santi, come per esempio i patroni Giovita e Faustino con “Al Roverotto“, messo in scena sotto i portici della Loggia l’anno successivo).

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Milleduecento.

Tanti furono i soldati bresciani “dispersi”, vale a dire scomparsi nel nulla nel corso della prima guerra mondiale, tra la disfatta di Caporetto e la gloriosa riscossa dell’Esercito Italiano. Tante le piastrine, i corpi e le anime dissolte nel nulla, o piuttosto nei fumi degli scoppi e nei gas velenosi sparsi sui campi di battaglia.

«Le famiglie si aggrappavano  del congiunto, poteva darsi che non fosse morto, che fosse prigioniero o che -sconvolto- avesse perso la strada» scrive ancora  l’articolista.

«Avevano sperato anche, in barba al disonore, che si fosse nascosto. Avrebbero accettato il carcere e l’ignominia, pur di saperlo vivo» aggiunge, introducendo abilmente la seduzione e il pericolo di questo atteggiamento psicologico da parte dei famigliari degli scomparsi: da una parte un (sia pur minimo ed effimero) simulacro di consolazione, dall’altra la terribile condanna a un’irresolutezza che avrebbe accompagnato tutte le loro vite in mancanza di un sepolcro su cui spargere lacrime di lutto amaro ma, alla fine, pur sempre rigenerante. 

Seguono i numeri, le considerazioni da triste computisteria della morte, pur sempre necessarie quando si affrontano argomenti del genere, ma quel che resta, e probabilmente è proprio ciò che intende conseguire Gatta, da abile strumentista della parola qual è, il gelo per l’inutilità e la stupidità, queste si eterne, di ogni specie e tipologia di guerra.

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Resta, in me, fino dai banchi della scuola elementare educato al culto di quel militare italiano sepolto a Roma all’Altare della Patria del Vittoriano,  sotto la statua della Dea Roma, la cui identità è destinata a rimanere per sempre sconosciuta a causa delle ferite che ne deturparono talmente il corpo da renderlo irriconoscibile, un dubbio, un pensiero che, fino a  stasera, non avevo mai formulato: e se la piastrina (mai ritrovata) di quello sfortunato soldato appartenesse proprio a uno dei milleduecento bresciani scomparsi?

 

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    Bonera.2

 

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