Post It (10) – Quanto è avanti, la Svizzera!

Che bella, la Svizzera.

Quanto sono liberali, quanto sono tolleranti, quanto sono avanti, gli elvetici.

L’eutanasia? Che problema c’è? Oltre confine ola praticano da tempo e con lo stile e la classe che sono propri a un popolo serio.

Basta pagare, s’intende: in Svizzera si può comprare e vendere di tutto, purché si rispettino le regole. Sono civili, sono moderni loro. Sono avanti.

E noi italiani, invece, selvaggi retrogradi, baciapile, conservatori inguaribili e inguardabili, cosa facciamo? Restiamoa  guardare il progresso degli altri?

Il Testamento Biologico? Roba da età della pietra. Da medioevo prossimo venturo.

Cosa si aspetta a fare sparare la pistola? Quella dello starter, s’intende, l’omino che sancisce la partenza di una corsa. Perché siamo nel Terzo Millennio e correre, bisogna, non importa se non si sa bene dove si andrà a finire e, spesso, a sbattere, finendo con il farsi molto ma molto male.

Poi su Repubblica (giornale attento al cambiamento e di larghe vedute, mica sull’Avvenire, o sul Giornale, o su Libero) compare un articolo in cui s’informano i gentili lettori che ance gli svizzeri poi così avanti non sono.

L’abbiamo detto, per avere un servizio, anche mortale, in Svizzera basta pagare. Sembra però che da quelle parti, a volte, ci su lasci un po’ troppo prendere dal business, sia che si tratti di accogliere in caveau sacchi di banconore che proprio oulite probabilmente non sono, sia di impiantare una vera e propria fabbrica del suicidio assistito.

Allora magari sarà meglio pensarci un po’ di più, a valutare con maggiore profondità di analisi una questione che dibattere nei bar, nei mercati e in una banca o in un ufficio postale così, per ingannare al meglio l’attesa, forse non è proprio il massimo.

Attezione alla libera eutanasia. È una parola grossa e pesante quanto un macigno.

Perché una cosa è evitare l’accanimento terapeutico, rispettare le volontà di chi, in un documento adeguatamente verificato e certificato, reclama il diritto a morire senza venire ridotto, nell’ultima stagione della propria vita, a un ammasso di carne tenuto in vita da un macchinario, a un fantoccio di pezza trafitto da aghi di ogni genere, attaccato a un respiratore… e così via (tristemente) dicendo.

Tutt’altro affare, sull’onda lunga di un caso particolare, di un’emozione, di un movimento di pancia, prendere la strada (in una questione che merita ben altro approfondimento) dei simpatici vicini di oltralpe tutti Ricola, prati verdi, mucche viola e squisito cioccolato.  

    Valerio Vairo

 

 

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Goodmorning Brescia (33) – Ma quante facce ha, ‘sta Luna?

Oggi pomeriggio, a partire dalle 17.45, presso il Foyer del Teatro Sociale di Brescia, si è svolto l’incontro “L’altra faccia della luna“. L’evento è collegato con lo spettacolo “Spose dell’altro mondo“, prodotto dal Centro Teatrale Bresciano con la collaborazione artistica di TEATRO19, andato in scena al Santa Chiara nello scorso weekend e recensito su questo stesso blog dal collega GuittoMatto.
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In una sala gremita di pubblico,  Gian Paolo Laffranchi (Brescia Oggi) ha intervistato la giornalista Laura Silvia Battaglia: incontro quanto mai suggestivo in una data diversa dalle altre come solo l’ 8 marzo può essere.

«Ho visitato e vissuto praticamente tutti i Paesi mediorientali» ha esordito la giornalista, «avendo modo di scoprire e apprezzare le differenze tra un mondo complesso, composto essenzialmente di tre aree: penisola arabica, africa mediterranea, area mesopotamica. Differenze che caratterizzano tra l’altro, la stessa religione musulmana, molto al di là della grande divisione tra sciti e sunniti»

«Sono molto diverse tra loro anche le donne che, prima di ogni altra cosa devono misurarsi con la propria natura e con un contesto ambientalee culturale che, al di là di considerazioni di merito, le condiziona»

«Anche al di là dell’ambito familiare, peraltro, ci sono donne che riescono a raggiugere cariche importanti sia nel privato che nel pubblico, con la necessaria premessa di possedere ragguardevoli disponibilità finanziarie o, comunque, di appartenere a una o all’altra élite. In particolare per gli studi che, per chi se lo può permettere, vengono affrontati all’estero».

Si è poi, inevitabilmente, venuti a parlare del tema trattato dallo spettacolo “Spose dell’altro mondo“.

 «Nelle nozze le donne si fanno belle nella speranza di essere notate non già direttamente da un uomo, ma -magari- da una donna ricca che, a sua volta, la “consigli” al proprio figlio. Una realtà non tanto lontana dalla realtà italiana di mezzo ‘900. Pratica in corso di superamento grazie ai social network come wathsapp che consente di mostrarsi (con la complicità di altre donne) in modo “anticipato” a eventuali pretendenti. Tecnologia che si impone alla tradizione? Forse, ma alll fine si raggiunge lo stesso scopo: un buon e (si spera) duraturo matrimonio»

Laffranchi ha poi portato il discorso sul tema del modo che, nei paesi musulmani, le donne hanno di relazinarsi tra loro.

«Anche in oriente la competizione femminile  è piuttosto dura e spigolosa, spietatamente competitiva. Altrettanto dicasi per le strategie di controllo (come per esempio la pratica dell’infibulazione) gestiti, purtoppo, dalle donne stesse. Per fortuna, però, esistono anche in quei lughi donne ribelli: in proposito ricordo il caso della piccola yemenita Nojoud, la prima coraggiosissima sposa – bambina che chiese e ottenne il divorzio dall’uomo a cui il padre l’aveva venduta»

Un caso che Laura Silvia Battaglia paragona, con le dovute differenze, al rivoluzionario rifiuto che Franca Viola mezzo secolo orsono per prima oppose alla prassi del “matrimonio riparatore”. 

Alla domanda sulla c.d. tendenza all’emigrazione che caratterizza vasrte aree del mondo islamico, la risposta è questa:

«Contrariamente a quanto potrebbe sembrare i flussi migratori più importanti non hanno nell’Occidente la meta preferita, ma in altro paesi arabi più ricchi. Una meta che si riela attrattiva di riferimento (soprattutto per i giovani) sono anche aree almeno parzialmente mussulmanizzate dell’estremo oriente, prima tra tutti la Malesia»

Sul finire della conferenza viene proiettato uno spezzone di filmato (girato a Sanaa) che descrive in modo asettico quanto puntuale la drammatica se non disperata (scusate la banalità dei termini, ma al momento non trovo definizione più calzanti) situazione di una città-martire in cui operano, con grandissima dfficoltà, i volontari di Medicins sans Frontières.

«E sono proprio le donne, rappresentanti della cosiddetta altra faccia della luna…» ricorda Laura Silvia Battaglia, «... costrette a sopravvivere (e a fare sopravvivere i propri figli) in una ulteriore luna, diversa ma più vicina di quanto si possa credere alla nostra, che raccontano con lo sguardo fisso in camera la crudezza di esistenze spese con grande fatica e costantemente in bilico tra vita e morte»

Segue un secondo filmato, con un sonoro esclusivamente ambientale di straordinaria e crudissima potenza evocativa, girato a Mosul (ma potrebbe essere tranquillamente il ponte di Serajevo ai tempi dell’ultima guerra balcanica). 

«Ciò che deve accuratamente evitare un giornalista che si voglia definire tale…» conclude la giornalista «…è di trasformarsi da cane da guardia del Potere a cane di compagnia dello stesso Potere».

    Bonera.2

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Goodmorning Brescia (32) – San Desiderio e gli Artigiani della… Immensità

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Il posto è questo: talmente bello da non sembrare vero, alla pari di altri scorci della parte più intrigante di Brescia, tutti vicoli suggestivi, archi, antiche pavimentazioni, chiesette, balconcini. Via Gabriele Rosa, lungo una stradina che s’inerpica in direzione del Castello che veglia da secoli, severo e rassicurante (tranne per quelle cannonate sparate dagli austriaci sui patrioti, in certe “giornate” decisamente da ricordare, ma ormai è storia vecchia…) sulla Leonessa d’Italia.

 La piccola chiesa di San Desiderio, incastrata come un autentico gioiello tra vicolo Sant’Urbano e via Gabriele Rosa, ridotta praticamente a un rudere, prima che cominciassero a prendersene amorevole cura Antonio Fuso (registra teatrale leccese trapiantato al nord praticamente da una vita) e compagni.

Nacque così l’avventura di Scena Sintetica che, all’alba degli anni ’90, fece dell’antico sito la propria sede. Più che un’avventura, un’autentica sfida al limite dell’incoscienza. Perché, come si sa, «Lunico che può vincere una battaglia impossibile è un generale folle».

 

Antonio Fuso (nella foto a sin) ritratto all’interno della sua “tana” con lo scultore-pittore veronese Giovanni Marconi (al centro) e l’attore e scenografo bresciano Guido Uberti (a dx).

 

Dal momento della sua fondazione a oggi, Scena Sintetica non si è fermata più.

Nonostante un a volte problematico con l’etablishement e l’intellighenzia culturale cittadina, l’amore per il Teatro e  per le Belle Arti hanno trovato al numero 4 di via Gabriele Rosa, accogliente rifugio e ideale base di azione.

«Ci siamo impegnati, e continuiamo a impegnarci ogni giorno nella diffusione della cultura, sotto ogni sua forma espressiva, e nel pieno recupero di questo splendido e prezioso andito» confida, orgoglioso Antonio Fuso.

«Il fatto che da parte nostra si sia deciso di andare avanti senza chiedere nulla o quasi nulla, però, invece di favorirci, ha ingenerato sospetti. Purtroppo è così che, ancora nel terzo millennio, continuanoa  funzionare le cose qui da noi» sottolinea subito dopo, contrariato, ma mai  domo.

Proprio in questi giorni sono in programma due significativi eventi che, per chi ne avesse la possibilità, risultano assolutamente

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Quattro delle opere in esposizione. «A ispirare i mie quadri è l’anima immanente della Natura, le grandi foreste, la spiritualità nordica, i grandi spazi e le grandi, solenni solitudini dei boschi, interrotte da radure che rappresentano, al tempo stesso, oasi di pace e momenti di grande interiorizzazione»  spiega Marconi, mentre passiamo in rassegna, in assoluta anteprima i bei quadri che, a partire dal vernissage di venerdì, fino al 16 aprile, i bresciani avranno l’opportunità di ammirare. Opere suggestive dai suggestivi nomi: da “Nemeton – Radura consacrata”  (dall’antico termine Nemos=Cielo) a “La via del verde“.

In San Desiderio, invece, per il Teatro, andrà in scena nel prossimo weekend la pièce di Antonio Fuso sul grande poeta russo Osip Ėmil’evič Mandel’štam (1891-1938) venerato dai grandi del suo tempo (Pasternàk, Achmàtova, Cvetàeva) … «All’inferno non si canta» ,   tratto dal libro (sempre opera di Antonio Fuso) «OSIP MANDEL’ṦTAM dal Gerundivo all’Inferno»

 

 

(in replica al Teatro San Desiderio domenica 12 marzo a partire dalle ore 18 – ingresso libero)

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    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Vent’anni dopo (e non si parla di Alexandre Dumas)

Nel 1997 veniva pubblicata per la prima volta, su una rivista con la tiratura di diverse decine di migliaia di copie, un mio racconto.

Il titolo? «Visita a sorpresa».

Vi stupirà forse sapere che la rivista sulla quale fu pubblicata, diffusa nelle edicole di tutta Italia, era specializzata in informatica.  In un’epoca di autentica esplosione della passione per i nuovi stupefacenti mezzi di comunicazione di massa, di meraviglia per le potenzialità teoricamente illimitate della nascente Rete, nulla di strano che la tiratura fosse di diverse decine di migliaia di copie. La scelta di «Visita a sorpresa» derivò, probabilmente dalla circostanza che il racconto si era appena aggiudicato il primo premio di uno dei primissimi concorsi di scrittura banditi e gestiti in via informatica: il mitico “Tacchino Letterario” (avete capito bene, tacchino non taccuino!) pensato e organizzato da una banda di giovani pazzi tra i quali mi piace ricordare un certo Iacopo De Michelis, una delle più importanti e autorevoli teste pensanti della letteratura italica del terzo millennio.

A venti anni di distanza (mioddio, come vola il tempo), con quasi venti libri usciti in libreria, ho il piacere di riproporvelo.

E siccome Non mi è mai piaciuto, non mi piace e mai mi  piacerà assumere posizioni “neutrali”, sostanzialmente timide, vi dico che, pur nel quadro della maturazione stilistica e di una naturale evoluzione della tecnica di narrazione e scrittura, questa prima, breve storia, è destinata a restare una delle cose più argute e accattivanti che mi sia capitato di creare.

Scaricatelo qui:

http://www.digitanto.it/mc-online/PDF/Articoli/162_248_254_0.pdf

… e buona lettura!

Categorie: Da me a Voi.

Donne e cose di un altro mondo al Santa Chiara

Questa sera, ala teatro santa Chiara – Mina Mezzadri, si comincia con l’omaggio tributato dal palcoscenico, prima che venga alzato il sipario, alla memoria di Renato Borsoni (attore, regista, scrittore, fondatore del CTB e autentico padre del teatro bresciano) deceduto due giorni orsono, i cui funerali sono stati celebrati proprio stamattina.

Per quanto riguarda lo spettacolo, invece …

… tutto (o quasi) comincia con “La sposa yemenita”, pubblicata anche in versione graphic novel per la sceneggiatura e le matite di Paola Cannatella (edizioni Beccogiallo).

Buio, sagome buie che scivolano nel buio, nero su nero.

Quattro donne, i cui movimenti sono quelli meccanici di carillon muti, costrette in grotteschi vestiti-imballaggi vitalizzati (si fa per dire) da matrioske, impegnate a esorcizzare una situazione compressa di coercizione attraverso, almeno inizialmente, un vuoto chiacchiericcio che parte dall’approssimarsi di una cerimonia di matrimonio, presumibilmente di un’appartenente alla middle class, una donna esemplare, pia al punto giusto, visto che, vestendo sempre un burka, nessuno, nemmeno le più intime amiche, ne conoscono il volto.

Sono brani di una lezione di balistica, a scandire i tempi di un clima di guerra che pesa sulla prossima festa come piombo fuso.

Si canta (canzoni occidentali dai versi trasgressivi e ammiccanti come quelli di “I kissed a girl“), si balla, si e si   le parle sono , è stato l’articolo che ad una prima lettura ha segnato l’esordio di querca di scherzare, ma le giovani donne che attendono l’arrivo della promessa sposa, insieme a un’ospite occidentale (presumibile proiezione dell’autrice del testo originario, la giornalista Laura Silvia Battaglia) una dopo l’altra, svelano i propri drammi.

C’è la giovane calciatrice, la cui passione sportiva viene vista con sospetto dalla comunità, con quello stesso ingiustificato e ingiustificabile sospetto di tendenze omosessuali così simile a quello indirizzato alle atlete occidentali di certe specialità sportive. Costretta, sua malgrado, a tirare colpi di kalasnikov, invece che calci di punizione e di rigore.

C’è la moglie di un uomo assassinato dal fuoco di un drone, perché, per fame, sulla porta di casa aveva accettato di inchiodare la nera bandiera del Califfato. «Ciò che piove dal cielo dovrebbe essere una benedizione» dice. «Invece sono lampi di morte».

Donne ricche e donne povere, tuca-tuca, musica ritmata, danza spensierata, mitra e palloncini colorati, lustrini, minigonne e tacchi alti che sbucano fuori dai vestiti ampi e coprenti, sirene di allarme antiaereo, fischi di bombe…

Ed è proprio lo scoppio mortale di un ordigno a fermare tutto, a far calare il buio, a interrompere quella che si rivela essere solo l’illusione di una speranza.

Donne che si uniscono tra loro, uomini che s’impegnano a distruggere tutto, sotto gli occhi di una cronista smarrita, incredula, spossata dalla constatazione che raccontare non serve a mutare il corso delle cose.

Non subito, almeno.

Ma domani… chissà?

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La regia si confronta coraggiosamente con una atipica non-storia, riuscendo ad arrivare fino in fondo con mirata confusione e apprezzabile risultato complessivo.

Le attrici danno tutto ciò che hanno, non risparmiandosi per tutta la durata della pièce e restando ampiamente sopra la sufficienza in ciscuna delle modalità artistico-espressive richieste dalla rappresentazione di un testo di traduzione teatrale non semplicissima: recitano, giocano, cantano e ballano con notevole spirito di squadra.

Il pubblico, di cui si nota la verde età media, apprezza, non lesinando consensi a fine spettacolo.

E, negli spettatori, come probabilmente nelle intenzioni dei commedianti, qualche urticante interrogativo s’impianta in profondità. 

Spose dell’altro mondo

(ispirato agli articoli della giornalista Laura Silvia Battaglia)

Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano

collaborazione artistica Teatro 19

da un’idea di Annalisa Riva

drammaturgia Roberta Moneta

regia Valeria Battaini

con (in ordine alfabetico) Valeria Battaini, Francesca Mainetti, Roberta Moneta, Annalisa Riva

voci fuori campo Claudia Franceschetti, Alessandro Quattro

luci Sergio Martinelli

suono Carlo Dall’Asta

oggetti di Scena Davide Sforzini

realizzazione costumi Bottega del Cencio

si ringrazia per la collaborazione Elia Mouatamid

 

   GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (31) – Un prezioso catalogo e una mostra da visitare

Catalogo dell’Arte Moderna è una pubblicazione che dal 1962 (prima edizione) costituisce un appuntamento periodico e un autentico riferimento  per artisti, galleristi, collezionisti, associazioni d’arte e appassionati

Nata da una felice intuizione del critico Luigi Carluccio, raccolta e data alle stampe dall’editore piemontese Bolaffi sotto forma di un corposo e ricco repertorio annuale dedicato al mercato dell’arte contemporanea. Rilevato alla fine degli anni Settanta dalla Giorgio Mondadori, è la più “antica” pubblicazione italiana di questo tipo.

 

La presentazione bresciana del numero 52 si è svolta nella sede della AAB (Associazione Artisti Bresciani) al numero 4 di Vicolo delle Stelle, alla presenza di un folto gruppo di artisti (tra i quali ho notato anche Gi Morandini, notorio e illustre amico bresciano di Monteselva e del Commissario Cardona, e appassionati d’arte. Nell’introdurre l’evento, il Presidente della AAB Dino Santina, ha ricordato l’attività di promozione artistica e di valorizzazione dei più meritevoli artisti del territorio. Dopo di lui il Responsabile Libri Illustrati di Cairo Publishing Carlo Motta, ha valorizzato la funzione della pubblicazione definendola “il sole” attorno al quale girano altre pubblicazioni artistiche della Giorgio Mondadori.

Nel nuovo numero, che in copertina reca La Fontanella (olio su tela) del Maestro primitivista Norberto, l’approfondito articolo firmato da Claudia Trafficante su Umberto Boccioni, che a un secolo dalla morte del grande pittore reggino, mette l’accento sulla sua vicenda umana, prima ancora che su quella artistica.

Segue una rassegna del nuovo espressionismo veneto (come Birolli, Casorati, Semeghini e Tavella) curata da Mario Guderzo, dopo di che  l’esperto Andrea De Liberis spiega come attraverso i “percorsi costruttivi” si possa arrivare a stabilire l’autenticità o meno di una certa opera.  Da segnalare anche la disamina dell’ancora straordinariamente positivo rapporto tra il mercato internazionale e la grande tradizione italiana del ‘900, evidenziata dalle ricche aggiudicazioni delle opere di artisti del calibro di Burri, FontanaMorandi.

  

 

   

Per la gioia degli intervenuti al già citato civico 4 di Vicolo delle Stelle, sede dell’incontro, è ancora in corso la mostra Francesco Triglia – Oltre il Mito, realizzata con il patrocinio del Comune e della Provincia di Brescia, nella quale sono esposte significative opere dell’artista reggino, in meraviglioso equilibrio tra suggestioni classiche e tendenze post moderne  post tecnologiche, tra sirene, centauri, draghi, donne serpenti e altri esseri fantastici.

Ancora possibile visitarla fino all’8 marzo. Sarebbe davvero un peccato perdere un’occasione del genere.

 

L’Associazione Artisti Bresciani è un’agenzia di pubblico servizio, convenzionata con il Comune e la Provincia di Brescia, e ha lo scopo di promuovere iniziative di carattere culturale, in particolare la conoscenza e lo studio delle arti figurative e visive e degli artisti bresciani.
Specificamente l’Associazione, a norma dello statuto, organizza:

* attività culturali (mostre, tavole rotonde, convegni, conferenze, dibattiti, proiezione di film e documentari, concerti)
* attività didattiche e di formazione (corsi di preparazione e di perfezionamento nel campo delle arti e delle relative tecniche, seminari di studio, gruppi di ricerca, corsi di aggiornamento per insegnanti);
* attività editoriali (pubblicazione di cataloghi, di un bollettino di informazione con cadenza semestrale,  di atti di convegni conferenze seminari, di ricerche e studi sulle arti e i loro protagonisti, con particolare riferimento alle opere e agli artisti bresciani);
* attività promozionali (promozione di tutte le azioni idonee alla salvaguardia, alla tutela e alla valorizzazione dei beni ambientali, storici, artistici della città e della provincia).

L’Associazione opera senza fini di lucro in collaborazione con istituzioni ed enti pubblici e privati.

L’AAB ha sessantacinque anni di vita ed ha segnato profondamente la realtà culturale ed artistica locale.

Catalogo dell’Arte Moderna n. 52
Gli artisti italiani dal primo Novecento ad oggi
AA.VV.
Collana: Cataloghi d’Arte
Editore: Editoriale Giorgio Mondadori
Pagine: 848
Prezzo:€ 98,00
ISBN/EAN: 978-88-6052-751-6
   Bonera.2
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Al Santa Chiara c’è un Santo Assassino

Giuliano, storia di un assassino involontario è uno spettacolo inserito nel cartellone 2016/2017 Centro Teatrale Bresciano nell’ambito della rassegna  La palestra del teatro – Drammaturgie del presente, ideata e promossa dal CTB, con il  contributo di Fondazione ASM Gruppo A2A di Brescia.

La palestra del teatro, comprendente tre aree tematiche (Genere Umano, Radici, Questioni di famiglia) è suddivisa in sette spettacoli (tutti in scena presso il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri) tra i quali è compresa una produzione CTB ed è mirata al coinvolgimento di nuovi spettatori nell’ottica del confronto e della crescita civile.

 

LA STORIA

«Non si può sfuggire al proprio destino»

Sarà vero? Sarà falso?

La risposta più verosimile e attendibile alla doppia domanda è che «può essere giusta sia una cosa che l’altra», probabilmente: non esiste destino fuori di sé, ma dentro di sé ogni uomo porta tracciate nel DNA tendenze difficilmente comprimibili o modificabili.

Così, in un medioevo che, nell’opera, funge solo da necessario riferimento temporale, Giuliano è un giovane appassionato di caccia al punto che quello del sangue delle prede divena per lui una vera e propria ossessione: dal topolino (sua prima preda) al grande cervo (che non è solo un cervo), man mano che cresce la taglia delle vittime, nel giovane Giuliano aumenta la smania di uccidere. Quando si scopre che tutto ciò che è vivo può essere ucciso e che uccidere può regalare uemozioni di grandissima intensità, c’è il concreto rischio che tutto ciò si trasformi in una droga capace di inoculare nella mente e nell’anima insieme al piacere, anche una insidiosa e persistente forma di assuefazione, molto vicina alla dipendenza.

Decide di darsi alla fuga, quando si accorge che potrebbe diventare pericoloso anche per le persone che più gli sono vicine, primi tra tutti i genitori, cercando nella morte istituzionalizzata e legalizzata che ai soldati viene espressamente richiesto di somministrare al nemico, un placebo che possa, se non altro, contenere le pulsioni omicide che continuano a tormentarlo senza sosta.

E, proprio quando crede che la medicina abbia finalmente agito, e decide di provare a regalarsi una normalità di vita attraverso il matrimonio, ecco che il Destino, in qualche modo, si presentaa  riscuotere il suo credito.

Non finisce qui, però. C’è sempre (o quasi sempre) una seconda possibilità per ogni uomo che, per Giuliano, passa attraverso un cammino di espiazione attarverso il sacrificio a favore del prossimo più debole ed esposto e, inevitabilmente, attraverso la sofferenza.

 

L’AUTORE 

   Gustave Flaubert (nato il 12 dicembre 1821 a Rouen – morto l’ 8 maggio a Croisset)

Figlio di un chirurgo e di una ricca proprietaria terriera, Flaubert inizia a scrivere da giovanissimo.

Nel 1840 si iscrive a Parigi alla Facoltà di Legge, che non porterà mai a termine sia per uno scarso impegno sia per il primo manifestarsi dell’epilessia che lo affliggerà tutta la vita.

Nel 1848, a Parigi, è testimone della rivoluzione che pone fine al regno di Luigi Filippo e prepara l’avvento al trono di Napoleone III.

Gli anni seguenti lo vedono impegnato in un lungo viaggio che, insieme all’amico Maxime Du Camp, lo porta in Italia, Grecia e nell’area mediorientale e ch3 gli ispirerà l’opera esotica e fantastica scritta nel 1862 e ambientata nell’antica Cartagine, Salammbo.

Prima di questo, però,  scrive quello che sarà considerato il suo più grande capolavoro.

«Mafame Bovary», pubblicato nel 1856 (a puntate,  sulla «Revue de Paris») segna una vera e propria svolta nella letteratura europea: l’orizzonte degli ideali e dei modelli romantici viene superato attraverso la demistificazione delle idee moralistiche tipiche della società borghese del primo Ottocento; la descrizione oggettiva dei fatti fa collocare Flaubert fra la scuola Romantica e quella Naturalista. Solo un anno dopo la pubblicazione, però, e messo all’indice solo un anno dopo a causa dei contenuti dell’opera che fanno scandalizzare i benpensanti, e l’Autore viene chiamato in giudizio. Seguirà, fortunatamente per Flaubert, una sentenza assolutoria, motivata dalla non dimostrabilità di una consapevole intenzione di recare offesa alla pubblica morale.

Negli anni tra il 1863 e il 1869 Flaubert si dedica alla riscrittura di una delle sue più imprtanti opere: «L’educazione sentimentale». Poi la guerra franco-prussiana lo costringe a lasciare momentaneamente Croisset: le conseguenze per il suo già fragile sistema nervoso sono rilevanti, fino a causarne la morte per un grave attacco di epilessia, l’8 maggio 1880.

Altre opere meno significative di Flaubert sono «La tentazione di Santo Antonio» (1874), «Tre racconti: La leggenda di S. Giuliano ospitaliere, Un cuore semplice e Erodiade» (1877), e la postuma (1881) e incompiuta «Bouvard e Pecuchet», lavoro intriso di nero umorismo nero.

 

LO SPETTACOLO 

I due Alessandri (Mor e Quattro) sono in forma, su questo non si discute.

Uno il narratore (ma sarà poi così?), l’altro il protagonista della storia (ma sarà poi così?), si alternano con perfetta sintonia in una pièce in precario equilibrio tra fedeltà al testo e licenze interpretative.

La sfida, assai ardua, è quella di trasformare, attraverso l’accompagnamento gestuale, lunghe e dettagliatissime descrizioni d’ambiente in suggestioni narrative.  Di raccontare con i corpi, prima e più ancora che con il pur raffinato e immaginifico linguaggio di Flaubert, la paradossale vicenda di un uomo che proprio dall’abiezione di un’indole violenta, proprio dal punto più buio di una vita condotta in un solco di sangue e morte, riesce a trovare, attraverso una risoluta volontà di espiazione, una nuova, luminosa dimensione.

Poi c’è un secondo livello, più nascosto e molto più profondo, nel quale Alessandro Mor e Alessandro Quattro si calano completamente, cercando di coinvolgere gli spettatori: la scoperta di quanto sia misteriosa e imperscrutabile la natura dell’anima umana: per quanto tenace, per quanto accurata possa essere l’analisi interiore, per quanto ci  s’impegni nella ricerca di se stesso, alla fine non è la razionalità, ma l’istinto (inteso come energia primigenia) l’unica risorsa idone alla scoperta della verità, rappresentata, nel suggestivo finale, dalla nudità del personaggio ma, prima ancora dell’attore che della sua pelle completamente si veste.

Il pubblico, con un lungo e ripetuto applauso finale, manifesta in pieno il gradimento per uno spettacolo difficile e non per tutti, e questa non può essere che una nota di merito aggiuntiva.

Giuliano
Storia di un assassinio involontario

dal racconto «La leggenda di San Giuliano Ospitaliere» di Gustave Flaubert
di e con Alessandro Mor e Alessandro Quattro
scene e costumi Katya Santoro
luci Sergio Martinelli
suoni Edoardo Chiaf
video Enrico Ranzanici
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano 

Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri – Brescia

 

   GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (30) – Ci sono candele che brillano di più

Si è tenuta ieri sera presso la Corte Piovanelli, la Candle Night, ovverosia la Cerimonia delle Candele 2017   che viene celebrata per rafforzare l’appartenenza delle varie sezioni e club nazionali, disseminate in tutto il mondo, alla associazione-madre BPW International.

  

A Brescia l’evento è stato organizzato dalla Sezione Vittoria Alata della FIDAPA e condivisa dalle Socie di Modoetia Corona Ferrea. di Monza e Brianza.

Nell’elegante cornice tipica delle manifestazioni della FIDAPA, in un’atmosfera solenne e raffinata ma al tempo stessa cordiale e rilassata, quasi cento commensali (con una non irrilevante presenza maschile) hanno condiviso quello che vuole essere uno dei momenti più importanti e significativi della vita dell’Associazione.

  

Tra le mille suggestioni, oltre alla completa osmosi sull’asse Brescia-Monza, oltre all’entusiasmo delle nuove iscritte, per la prima volta insieme alle altre associate, unito al legittimo orgoglio delle “madrine” che si sono impegnate a presentarle alle altre nel più affettuoso ed efficace dei modi, una più fulgida e più emotivamente coinvolgente: l’avvicendarsi al tavolo centrale, imbandito di fiori, per accendere le candele di vari colori simbolo dell’unione, della unicità d’intenti, di un reciproco appoggio su scala mondiale, ben oltre, cioè, i confini degli stati. 

Incisivo e concreto l’intervento della Presidente Adriana Valgoglio Gambato, particolarmente significative le parole di Leda Mantovani in merito allo spirito di sorellanza che da sempre anima la FIDAPA:

«Le donne che arrivano all’apice devono mandare giù l’ascensore per tirare su anche le altre.»

Per concludere la voce e il brio della scatenata Marialaura Vanini che ha dato a tutti appuntamento per il musical “Musica e Muse“, il cui esordio è in calendario a Brescia venerdì 28 aprile.

 

 

Sorta negli Stati Uniti dalle macerie materiali e morali del primo conflitto mondiale, grazie anche e soprattutto all’opera infaticabile della dott.ssa Lena Madesin Phillips IFBPW consolidò in patria e promosse rapidamente in diversi Paesi del mondo un’idea di associazionismo femminile mirata soprattutto allo sviluppo e all’unione di professionalità di ogni tipo.

Dopo gli sconvolgimenti del secondo grande conflitto mondiale la stessa Phillips riprese le fila del discorso accelerando ancora di più, se possibile, l’azione di promozione del movimento attraverso la fondazione di nuove Federazioni Nazionali e Club Associati, sia in Europa che nelle Americhe e, soprattutto, in parecchi paesi appartenenti al Terzo Mondo.

In Italia, nel febbraio 1945, si ricostituì per prima la sezione Roma, cui fecero seguito Napoli, Milano, Firenze, Bologna, per arrivare, solo un mese più tardi, alla costituzione della Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari (FIDAPA), associazione apartitica e aconfessionale, affiliata (appunto) alla IFBPW. A oggi la FIDAPA BPW Italy è composta da circa 11.000 Socie .

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