Goodmorning Brescia (92) – In nome della tradizione, intonati… come campane.

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Avete presente quel parente, vicino o lontano, che critica sempre tutto e tutti? Ce n’è sempre almeno uno in ogni famiglia, che sia uno zio, una cugina, un nipote, poco conta. Sì, quello che, se per caso ti azzardi a canticchiare un motivetto, immancabilmente, se n’esce con un 《Ma stai zitto! Non lo senti che sei stonato come una campana》.

Beh, io ce l’ho. Anzi, ce l’ho avuto. Peccato che non appartenga più a questo mondo, oltre che per il profondo affetto che a lui mi legava, perché, dopo avere assistito questo pomeriggio alla conferenza organizzata dalla FCB nel Salone Mario Piazza dell’antico palazzo di Vicolo San Giuseppe, avrei potuto rispondergli, accompagnando le parole con un beffardo marameo:

No, che non mi taccio, perché le campane non sono mica stonate!

E adesso vi spiego perché.

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Apre gli interventi Luca Fiocchi, Presidente della Federazione Campanari Bergamaschi.
Dopo un periodo di elettrificazione esasperata, tale da depauperare gravemente il patrimonio campanario nazionale, da circa venti anni si è registrato un ritorno d’interesse per le campane suonate a corda. Ciò ha portato, come prima conseguenza, l’invecchiamento anagrafico e la diminuzione numerica dei campanari, una categoria di artisti, artigiani e quant’altro, che non s’improvvisa da un momento all’altro》.

Per provvedere al necessario rinnovamento generazionale, spiega Fiocchi, si è lavorato per gruppi, cercando di valorizzare una pratica che si avvale di un antichissimo strumento capace di viaggiare nel tempo e nello spazio, e che consente ai propri adepti di avere una visione del mondo diversa e più lungimirante, dall’alto dei campanili.

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Ciò che ci siamo premurati di fare, prima di ogni altra cosa, è stato di porre l’accento sul fatto che anche i giovani possono appassionarsi a questa disciplina. E debbo dire che la cosa ha funzionato, visto che molti sono stati i giovani (e anche i giovanissimi) che hanno risposto all’appello di spontanea volontà, con grande entusiasmo, e che sono tuttora tra i circa duecento nostri attuali associati》.

Interviene poi Massimo Ziliani (costruttore restauratore e suonatore di campane), che parla delle campanine contenute nella cosiddetta “cassetta del campanaro”.

Si tratta di strumenti nati per effettuare le esercitazioni, che hanno acquisito, con il trascorrere del tempo, maggiore dignità e importanza, fino a divenire protagonisti di autentici concerti》 spiega.

Fino agli anni sessanta, per motivi essenzialmente di economia, le campanine sono state realizzate soprattutto in vetro. Dopo di che, per altrettanto valide ragioni di praticità e resistenza, si è cominciato a realizzarli (sempre con un procedimento artigiano/casalingo in metalli come l’acciaio e l’ottone. C’è un repertoro di circa mille brani musicali, tramandati oralmente di generazione in generazione, che solo recentemente si è cominciato a riportare su spartito

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Alla fine dice la sua anche il piccolo Davide Zanella (studente di prima media)  che  descrive con grande fervore e con rimarchevole proprietà di linguaggio,  la propria esperienza di apprendista campanaro, 
Ho scoperto e approfondito le meccaniche di gruppo proprio attraverso le campanine》 confessa candidamente.

E se trovate una conclusione migliore, mandatemela con un messaggio.

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   Bonera.2

 

 

PS

Per chi volesse acquisire ulteriori, più approfondite informazioni, questo è il link:

http://www.campanaribergamaschi.net/

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Goodmorning Brescia (91) – Bucci, Sgrosso e «Ottocento»: un secolo in un’ora

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Se il ‘900 è stato definito il “Secolo Breve”, il precedente secolo, l’800 può a buona ragione definirsi il “Secolo Complesso”. denso come fu di movimenti ideologici e culturali, di impensabili progressi e invenzioni tecnologiche, di rivoluzioni ideali e politiche.

E tutto ciò, con «Ottocento», Elena Bucci e Marco Sgrosso, si ripromettono di narrarlo, in palcoscenico, in poco più di un’ora.

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«Elena e Marco sono legati a me e al CTB da legami di profonda e sperimentata amicizia» dichiara Gian Mario Bandera, aprendo gli interventi.

Ricorda poi come Ottocento sia il secondo appuntamento del ciclo “Palestra del Teatro”,  che segue i Sonetti di Shakespeare. Il terzo sarà costituito da una coproduzione con il Teatro Parenti, che vedrà protagonista Luca Micheletti.

Sottolinea poi carattere il carattere sperimentale che contraddistingue questa serie di spettacoli,  anche in tema di contaminazioni tra modalità espressive diverse.

«Tuffarsi in questo secolo importantissimo, sia sotto il profilo di progresso sociale, civile e scientifico  dell’umanità , sia per i nuovi sviluppi delle arti e della letteratura italiana e mondiale, è stata un’autentica impresa. Ci siamo trovati immersi in una quantità incredibile di testi da valutare, cercando di evitare di portare in scena una mera carrellata di spunti letterari e di creare un magma omogeneo in cui si cogliesse l’essenza del secolo» sottolinea Marco Sgrosso.

«Dalla scelta di autori eterogenei, vissuti e operativi nel corso di tutto il secolo, è nato lo spettacolo di tanti spettacoli possibili, un canto dedicato all’800: in certi casi abbiamo afferrato i singoli brani per sintesi, i altro abbiamo preferito cammei simili a istantanee di letteratura».

«Qui al CTB ci sentiamo di casa» dichiara Elena Bucci.

«Premesso questo, la frequentazione di una “Palestra” come questa può risultare al tempo stessa rischiosa e affascinante. L’ottica in cui abbiamo intrapreso questa stimolante sfida è quella, sperimentale di una nuova drammaturgia aperta che trova il proprio effettivo compimento non con la fine delle prove, ma trasformandosi, crescendo e perfezionandosi attraverso l’incontro con il pubblico, di replica in replica».

Fa poi presente che nell’immagine che campeggia nella locandina (come nelle altre scelte per promuovere lo spettacolo) si sono volute riproporre le sembianze del dagherrotipo, antico sistema di riproduzione dell’immagine che conserva alcune parti di ciò che trasmette nel tempo, cancellandone invece altre, con una casualità, ad avviso di Elena,  solo apparente e, quindi tutta da investigare e da comprendere.

«Una palestra per attori e registi, sì, ma anche per il pubblico» interviene a questo punto Marco Sgrosso.

«Gli spettatori saranno chiamati a un non agevolissimo  esercizio di comprensione e di interpretazione di frammenti letterari».

Conclude, con la consueta incisività, Elena Bucci:

«Uno dei  nostri intenti, forse il principale, è di risvegliare/stimolare l’attenzione e la curiosità  degli spettatori, sia sulle vicende, le tendenze e i personaggi che hanno percorso l’intero 19° secolo, sia su singole opere e singoli autori che, mi auguro, chi assiste al nostro spettacolo sarà spinto a ricercare e recuperare».

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(la foto di Elena Bucci e Marco Sgrosso è stata scattata da Aleksandra Pawloff)

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DAL 12 AL 22 APRILE 2018

TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI

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  Bonera.2

 

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Goodmorning Brescia (90) – Donne di canto e di lotta

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Cominciamo dal teatro, anzi da un auditorium che si presenta più “teatro” di tanti altri teatri che, pure, si dichiarano ufficialmente tali.

Una risorsa per la cultura di cui la provincia di Brescia è costellata, nascosti agli occhi dei più distratti e custoditi con cura e amore, da autentici gioielli quali sono.

Sto parlando, in questo caso, dell’Auditorium Mazzolari di Verolanuova, locale ben attrezzato e di solida capienza, dove, ieri sera, si è rappresentato «Musica e Muse», spettacolo-concerto ideato, realizzato e messo in scena dalla sempre entusiasta ed esuberante performer e regista Marialaura Vanini.

Uno spettacolo-femmina, gioiosamente e pensosamente. 

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Dopo la breve introduzione di Emanuela De Munari, la prima a entrare in scena è una dama, identificabile in Francesca Caccini detta  la Cecchina (nata a Firenze nel 1587 e deceduta nella stessa città, oppure a Lucca, cinquantaquattro anni più tardi, dopo una vita che definire intensa e avventurosa è poco. Compositrice, clavicembalista e soprano, fu la prima donna a scrivere un’opera e, probabilmente, la più prolifica compositrice di quei tempi. A parte le competenze musicali, è conosciuta anche per essere stata una valente poetessa e autrice di testi per canzoni.

Poi la dama si spoglia della  sontuosa parrucca e della raffinata veste e si trasforma in una grintosa rapper che, a modo suo, rivestirà il ruolo narrante nel corso dell’intera rappresentazione.

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Sul grande schermo che fa da fondale si succedono grandi immagini: dalle donne impegnate come schiave nelle piantagioni di cotone dell’800 alla radicale rivoluzione di costume e di valori operata da Madonna (citata però con la dolente e classica “Don’t cry for me, Argentina“) e portata alle estreme conseguenze dalla sventurata Amy Winehouse, alle sonorità diverse, ma tutte innovative di Céline Dion, Anastacia e Adele. Un lungo viaggio nel tempo che si dipana di decennio in decennio, attraverso le canzoni della tenera Edit Piaf (magnifica la doppietta “Rien de rien” / “Milord”), della romantica Judy Garland, della pirotecnica Ella Fitzgerald, della classica Sarah Vaughan, di Etta James e Aretha Franklin. Per passare poi al canto di rivolta e di rivendicazione sociale di Joan Baez, su su, fino alla newyorkesissima Liza Minnelli, all’esplosiva e selvaggia Tina Turner, ad Amie Stewart, alle disco-women Donna Summer e Gloria Gaynor.

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Accompagnando le fotografie con il canto e con la musica, senza un attimo di respiro, in una continua alternanza di jazz, blues, swing, rock, pop e quant’altro. Con la conduzione delle belle voci di “tre tenori” tutti al femminile (la suadente Greta Cominelli e la tenera Anna Brontesi insieme alla già citata, graffiante Marialaura Venini) e dei movimenti danzanti della narratrice Chiara Petrone, in costante equilibrio tra morbide e sensuali movenze e postmoderna aggressività.   

Insomma, si potrebbe dire che le donne “se la cantano e se la suonano” se non fosse che invece, a suonare davvero, siano quattro uomini, valentissimi e ispirati musicisti che è giusto menzionare: Devis Tarolli, Alessandro Galli, Fabio Dattilo, Oscar Conti e lo scatenato sassofonista Marco Orrù.

Si finisce con le protagoniste che cantano in mezzo a un pubblico entusiasta che canta con loro. E non è certo un caso che il pezzo scelto per il bis, sia proprio lo straziante richiamo alla partecipazione e all’impegno sociale e civile di Sacco e Vanzetti.

Perché per le donne (italiane e straniere) e, quindi, per tutti noi, purtroppo, la lotta non è ancora finita.

 

(si ringrazia PhGO per le immagini fornite)

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   Bonera.2

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Chi lo dice che vincono sempre i Bianchi?

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L’autore dell’opera di turno in «Teatro Aperto» è il barbuto Francesco Bianchi, laziale di origine, ma con una spiccata attitudine a una mobilità territoriale di tipo formativo-artistico, attualmente drammaturgo presso la Fondazione Teatro Due di Parma.

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«L’idea di scrivere Europa, pur non raccontandone la vicenda, è stata ispirata dal massacro del Bataclan», spiega prima dell’inizio della lettura scenica.

Otto sono i personaggi che compaiono in scena: i pezzi degli scacchi al completo (fatta eccezione per uno dei cavalli che, peraltro, farà una rapidissima apparizione più tardi) e un pedone, in qualità di rappresentante  dei sette fratelli-compagni di squadra.

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È la squadra dei Bianchi, di scena, raccontata nella fase di preparazione all’ennesima partita. Nella compagine si ravvisa, senza troppe difficoltà, l’opulento quanto pigro Occidente, reso altezzoso e certo della vittoria sui vituperati Neri, reietti del Terzo Mondo. E proprio sulla similitudine tra la partita che si gioca sulla scacchiera e ciò che accade nella politica e nelle strategie della vita reale, è basata l’idea all’origine del dramma.

Ciò che trapela dalla lettura scenica (alla quale, peraltro, gli attori/lettori impegnati conferiscono un più che positivo contributo in termini di impegno e di qualità d’interpretazione) è l’impressione di un testo ben scritto, che rivela una solida preparazione drammaturgica, ma fin troppo statico. Composto e strutturato in maniera cerebrale, attraverso una identificazione tra uomini e pezzi che in certi passaggi appare alquanto forzata, denota una scarsa partecipazione emotiva che, inevitabilmente, finisce per trasmettersi anche agli spettatori.

Anche sull’originalità dei contenuti, poi, ci sarebbe da discutere. Innanzitutto, dare per ineluttabile e scontata la sconfitta dell’Occidente, appare una premessa, se non azzardata, alquanto affrettata: nella realtà, come nel gioco, non basta uno o più “sacrifici” di questo o quel pezzo, per quanto clamorosi, per aggiudicarsi effettivamente la partita. Non si tiene inoltre nel minimo conto la presenza di un altro importante player, costituito dalla Cina, non più comunista e non ancora ortodossamente capitalista, capace di influenzare con la propria straripante potenza, economica oltre che demografica, gli esiti della partita mondiale, anche dal punto di vista culturale.

Altrettanto può dirsi per la reiterazione del postulato auto-flagellante consistente nella teoria che i veri mostri sono coloro che, a torto o a ragione, sostengono i valori e le teorie del nostro Sistema che, pur nell’inevitabile sovrabbondanza di errori e orrori, si è sino a questo momento dimostrato “meno peggiore” degli altri. Ne deriva che, su tale premessa, i massacratori di persone (non di sistemi, si badi bene) che rendono insicure strade e piazze delle nostre città, diventino semplicemente “compagni che sbagliano”, ricavando da ciò, se non una piena assoluzione, l’accumularsi di un gran numero di attenuanti.

Didascalico il finale, in cui il messaggio che fin dall’inizio si intende scopertamente veicolare, viene declinato senza sorprese: scoppia la rivolta dei pedoni-soldati-popolo-vittime sacrificali del Potere e a nulla valgono i tardivi ripensamenti e le strumentali blandizie di un apparato a quel punto terrorizzato dal più oscuro dei futuri.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (89) – C’è chi ama Brescia… e chi “anche no”

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È di una sgradevole vicenda, avvenuta recentemente in Rete e, più precisamente nel complesso mondo facebook che oggi voglio parlare. Niente di clamoroso, s’intende: solo una piccola grettezza da paese. Mi riferisco alla cancellazione di autorità da parte di uno dei “profili di comunità bresciana” di Patrizio Pacioni, conduttore di questo blog, colpevole di avere diffuso alcuni articoli tratti da questa mia rubrica.

Intanto non nominerò il nome della community (fatta di bravissime persone innamorate della propria città) né della sua amministratrice (invero piuttosto arrogante e poco elastica), lasciando a Voi avanzare ipotesi che, da parte mia, non saranno mai né confermate né smentite.  Sottolineo subito, a scanso di ogni equivoco, che non si tratta di «Io amo Brescia perché»  che, come l’altra, è sostenuta e seguita da migliaia di bresciani di nascita e di adozione ma che, a differenza dall’altra, fruisce di un amministratore molto più riflessivo e molto meno impulsivo.

Dopo essersi stato espulso, senza alcun preavviso, Patrizio ha inoltrato nuovamente la richiesta di iscrizione, curando nel frattempo di chiedere quali motivazioni ci fossero alla base di una simile decisione.

Gli è stato risposto che, segnalando brani tratti da questa rubrica d’informazione sulla città (che, a titolo assolutamente gratuito e senza alcuna forma di pubblicità né personale né di terzi, viene diffusa da anni in Rete) avrebbe violato le regole del Gruppo. Decisione assurda e del tutto immotivata, ove si pensi che, in pratica,  «Goodmorning Brescia» altro non è che una forma di narrazione a base di testi e immagini in cui si racconta quanto accade in città e si illustrano e si recensiscono iniziative (soprattutto culturali e artistiche). Tutto ciò al servizio di Brescia e dei concittadini bresciani.

Oltre a ritenere sbagliato, miope e settario un simile comportamento, mi dispiaccio del fatto che oltre 20.000 iscritti a un Gruppo che (oltre che dell’amore per Brescia) si nutre quotidianamente anche della conoscenza di quanto accade in città e dintorni, sia sottratto in modo immotivato uno strumento aggiuntivo, approfondito e (ripeto/sottolineo) assolutamente gratuito.

Ovviamente rispetto la decisione, dal punto formale assolutamente legittima, anche se del tutto ineducata e irrispettosa nelle procedure seguite, che la non nominata Amministratrice ha ritenuto di prendere nei confronti dell’amico Patrizio e di questo blog.

Mi sia consentito, però, di non condividerne  la superficialità della motivazione e la filosofia settaria che, com’è più che evidente, ne sono all’origine.

 

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

I&S – Medici… al telefono

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Un nuovo ausilio per la medicina, soprattutto quella di urgenza, allorché il malato, o l’infortunato non è in grado di fornire notizie in merito a eventuali patologie, allergie e intolleranze. Un nuova tecnologia, un telefonino salvavita, una web-app, in rete da ormai cinque anni, che è stata definita SAPP, Social APPlication, proprio per le finalità sociali ed in un certo senso “social”, che si ripromette, messa a punto da Carlo Geri, derivandola dall’esperienza maturata sul campo da  Medici Volontari Italiani – Onlus.

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   Carlo Geri (MVI)

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MVI è una Associazione la cui attività consiste in medicina di strada a Milano, e la SAPP, in breve tempo, è divenuta parte integrante del Servizio del Comune: “Cittadini più coinvolti & più sicuri”.

Se n’è parlato nel corso di Milano Digital Week tenutasi dal 15 al 18 marzo scorsi, «Quattro giorni per parlare di digitale e tecnologia, per incontrarne i protagonisti, per partecipare a dibattiti, mostre, performance e spettacoli, su temi come l’innovazione, la produzione e la diffusione di conoscenza…».

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Si tratta di un’iniziativa (nata dal basso, con esigue risorse a disposizione e finalità inizialmente limitate) che si è andata consolidando e affermando in corso d’opera, trasformandosi in un ambizioso progetto da intraprendere e portare avanti con determinazione nell’ambito delle filosofie  smart city/smart people e digital transformation.  Grazie a una vera e propria carta d’identità sanitaria in tasca, attraverso il cellulare, non solo si facilita il soccorritore nella sua opera ma, in prospettiva, si può tendere a sviluppare una funzione di chiamata automatica ad personam ,indirizzata ai numeri di emergenza 112 e 118.

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Tutto è partito nel 2005, allorché un infermiere inglese, a seguito degli attentati nella metropolitana di Londra, registrò l’acronimo ICE (In Case of Emergency) al quale è possibile abbinare un numero di telefono al quale siano reperibili informazioni, in caso di improvviso malore o di incidenti, informazioni utili per l’intervento dei soccorritori.

Alcuni anni or sono, MVI concepì l’idea di aggiungere al numero telefonico alcune informazioni non solo anagrafiche, ma anche cliniche, e di farlo in modo digitale con il già citato progetto: “Il telefonino, il tuo salvavita”.  Avendo a disposizione tecnologia a basso impatto economico (smartphone e Codice QR) grazie al contributo della Fondazione IBM e della società G 7 ottennero anche un efficace collegamento tra le risorse tecnologiche già a disposizione con i profili clinici salvavita.

E, quanto ai Medici Volontari Italiani, se ne parlerà ancora molto su queste pagine, entro fine anno.

A suo tempo capirete perché.

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   Valerio Vairo

Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

La «Pietà» di Sinisi è scultura di parole

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Per la rassegna «Teatro Aperto», serie di letture sceniche organizzata dal Centro Teatrale Bresciano, ieri sera, al Teatro Sancarlino, Elisabetta Pozzi ha letto il testo di Fabrizio Sinisi «Pietà».

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La trama:

È la storia di un incontro fatale e delle sue drammatiche conseguenze. Da un incontro occasionale con uno sconosciuto, neanche troppo coinvolgente, una giovane donna milanese guadagna un figlio e un abbandono. I primi anni trascorrono in un’apparente mancanza di problematiche derivanti dalla mancanza della figura paterna e in un’atmosfera di ingannevole tranquillità.

Con il dodicesimo compleanno del figlio Teodoro, un’improvvisa quanto inattesa esplosione di rabbia (probabile simbolo della devastante irruzione della tempesta ormonale adolescenziale) sconvolge gli schemi, dando inizio a un periodo conflituale caratterizzato dai tipici problemi dell’età: il profilo e la condotta a scuola, la frequentazione di cattive amicizie, la ricerca problematica di un’identità adulta.

E proprio quando sembra che, infine, l’abnegazione di uno spirito materno totalizzante, possa risolvere ogni problema, ecco che il caso, il destino, il fato, sconvolgono per sempre ogni certezza.

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L’Autore:

Scelgo le poche e significative parole con cui Elisabetta Pozzi: ha introdotto la serata, prima di cominciare il monologo:

«Riconosco in Fabrizio Sinisi, neo “Drammaturg” domestico scelto dal Centro Teatrale Bresciano per il prossimo triennio, innanzitutto il Poeta. Resistendo alla moda imperante di trasporre in palcoscenico come nella letteratura il linguaggio comune, Fabrizio, riconoscendo e facendo propria la misterica ritualità del Teatro, scrive con accenti lirici, riuscendo a condensare e a mettere in scena  le sue nobili frequentazioni letterarie».

Ricordo che, pochi giorni fa, è andato in scena al teatro Santa Chiara «Shakespeare/Sonetti», versione italiana e adattamento teatrale di Valter Malosti e dello stesso Fabrizio Sinisi.

Per il resto, le parole di Elisabetta Pozzi sono talmente incisive che non reputo necessario aggiungere altro.

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Il testo e lo spettacolo:

  

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«Chi è cieco dalla nascita non sa cosa gli manca, eppure avverte nostalgia» è l’ammiccante premessa.

«A 24 anni l’unica preoccupazione di una donna è che se piove, le si rovina la piega dei capelli»è la giustificazione per un comportamento immaturo e per una scelta fatale.

Poi irrompe il futuro sotto le vesti di un bel giovane impegnato al confessionale, a chiedere poco convinto perdono per peccati commessi contro la purezza. Da un amplesso frettoloso e insoddisfacente, prende le mosse e germoglia la drammatica “final destination” di una vita. Anzi di due. Anzi di tre.

Tra le cose che più colpiscono, nella stilisticamente impeccabile scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, c’è un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: il ripetuto quanto felice accostamento tra una descrizione minuziosa dei piccoli gesti e i pensieri più intimi, quelli del livello più interiore dell’anima, più prossimi alle pulsioni più istintive e profonde.

«Pietà» è un monologo dolente, in cui echeggia una Milano che non c’è più, un mondo retrò, a metà tra le canzoni di Tenco, i cantautori bretoni e l’amara e urticante ironia di Gaber, introiettati a posteriori dal giovane drammaturgo, in un’atmosfera sospesa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

«Pietà» è una autocritica al maschile, che parte dal concetto che «Una donna cerca qualcuno da, un uomo cerca qualcuna per».

«Pietà» è la dichiarazione disperata di chi ha realizzato che «Nulla è più tremendo di una vita in cui nulla succede. Dunque, qualsiasi errore, anche il peggiore, è preferibile rispetto al nulla».

«Pietà», recitato da una empatica, emozionante meravigliosa e immensa Elisabetta Pozzi, alla fine lasci un solo, grande dubbio: a chi è rivolta l’affranta e straniata narrazione? Al fato? All’uomo che, probabilmente, ancora non sa, e forse non saprà mai, come sarebbe potuta cambiare la storia della vita?

Di certo non al pubblico, che l’Autore condanna, con raffinata crudeltà, ad assistere, in un letto di spine e raffinatissime parole, in qualità di testimone mesto e impotente.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (88) – Un progetto molto extra e… poco ordinario

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Arrivato al secondo anno, il progetto «Extraordinario» – Esperienza di ascolto e di teatro sociale a Brescia si presenta alla stampa bresciana.

Un ambizioso ciclo di eventi, che coinvolgerà diverse Associazioni culturali e artistiche operanti in città e dintorni, ma anche insegnanti e ragazzi di alcune delle principali scuole cittadine.

Un’iniziativa che l’Amministrazione Comunale e il C.T.B. hanno fortemente voluto e meticolosamente organizzato e che, ne sono certo, non mancherà di coinvolgere e interessare moltissimi bresciani.

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«È un progetto (che io e l’Assessore Scalvini abbiamo fatto nostro e accompagnato fin dall’inizio) che prevede il coinvolgimento di otto realtà artistiche bresciane coordinate dal CTB» esordisce il Vice Sindaco Laura Castelletti. «Non solo un progetto artistico/creativo ma, anche e soprattutto, nelle nostre intenzioni, il messaggio di un’intera società/comunità  che esprime la propria caratteristica e inconfondibile identità».

Gian Mario Bandera (Direttore Artistico del Centro Teatrale Bresciano) sottolinea come, nella specifica occasione, il ruolo del CTB sia stato solo quello di coordinare e coadiuvare otto Associazioni già ben radicate nel territorio, e attivamente operative.

«Oltre a questo,  però,  ci siamo sentiti fin da subito pienamente coinvolti nel progetto» -aggiunge subito dopo- Al punto che ci siamo decisi a predisporre nelle prossime stagioni tre iniziative in tema, di nostra produzione».

Ma non finisce qui, perché il Direttore annuncia che si sta studiando anche la facilitazione per gli spettatori più disagiati di abbonamenti a prezzo ridotto e (novità assoluta)  veri e propri “corsi per spettatori” mirati a un’educazione  da educare a una più consapevole percezione e fruizione del messaggio teatrale.

«Porto e riassumo la voce delle otto associazioni (ma speriamo che aumentino in futuro) impegnate in questa seconda avventura di Extraordinario» è il saluto di Giulia Innocenti Malini (docente presso Università Cattolica del Sacro Cuore – esperta di teatro sociale). Passa poi alla presentazione delle stesse, una per una: Teatro19, Associazione Compagnia Lyria, Somebody Teatro della diversità, Residenza Idra, Viandanze, Associazione Culturale Briganti, Teatro Telaio e Associazione Culturale Lelastiko. La rete si avvarrà del supporto scientifico del dipartimento di Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore

«I temi centrali, come nella passata edizione, sono carcere/riabilitazione,  disabilità, esclusione giovanile, salute mentale e fragilità derivate dall’anzianità, trattate non solo attraverso un’ortodossia teatrale, ma anche attraverso contributi di attori e realtà non- professionionali» spiega Giulia Innocenti Malini.
«L’autentico carattere innovativo di Extraordinario , peraltro, non va ricercato nei temi trattati e nelle metodologie espressive utilizzate, già in grande attenzione anche altrove; il grande cambiamento di questo effetto trasformativo è piuttosto la messa in Rete delle varie realtà associative operanti sul territorio di riferimento e la progettazione collettiva» è la successiva e opportuna precisazione

Sceglie un suggestivo paragone con il basket Felice Scalvini (Assessore con delega alle Politiche per la Famiglia, la Persona e la Sanità del Comune di Brescia) nell’intervento che conclude la conferenza stampa.

«Questo momento “istituzionale” della conferenza stampa, è il parallelo delle presentazione al pubblico delle squadre, quando sta per avere inizio un partita: si presentano i giocatori in campo, più che il match che sta per avere inizio. Insomma, con il CTB come perno e sostegno, sono le Associazioni interessate, che stanno per entrare in capo e cominciare a giocare»

Per proseguire nell’ardita similitudine, secondo l’Assessore, l’essenza della partita che sarà disputata per la seconda volta quest’anno, consiste nell’ascolto e nel fare ancora di più del teatro occasione di crescita sociale. I “palazzetti” interessati saranno quelli, prestigiosi, in cui svolgono normalmente i grandi spettacoli del CTB, ma anche scuole e altre significative location collaterali.

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   Bonera.2

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