«I Miserabili» e il fascino discreto della tradizione

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Su questo spettacolo è già comparso sul blog un articolo in data 4 maggio: 

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-99-miserabili-in-scena-con-tutti-gli-onori/

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      Il romanzo

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«I miserabili» è il titolo di un romanzo storico, opera monumentale, pubblicato nel 1862 dallo scrittore, poeta e politico francese Victor Hugo. La trama (che copre gli anni che vanno dal 1815 al 1833) è complessa, ma sempre avvincente, attenta alle vicissitudini storiche che caratterizzarono il primo Ottocento francese e intessuta di profonde riflessioni etico-morali sulle vite dei protagonisti. Possiamo davvero immaginare di aprire questo gigantesco libro,  e di poter camminare, pagina dopo pagina: i drammi sociali, le tensioni della Parigi post-Restaurazione, i peccati e la redenzione dei disgraziati usciti miseramente (appunto) dalle guerre napoleoniche, sono davanti a noi come erano davanti a chi visse in quei giorni. Il romanzo «I miserabili» è composto da cinque tomi, per completare i quali Hugo impiegò circa ven’anni (la prima bozza conosciuta è del 1843) lavorandoci duramente durante gli anni dell’esilio. Nel romanzo  si dipana una profonda riflessione sulle condizioni degli ultimi (ovvero dei miserabili) nella Parigi di quei tempi. «I miserabili» ebbe un successo immediato, fu presto tradotto e pubblicato in tutta Europa e ancora ai giorni nostri viene ristampato e rielaborato in film, spettacoli teatrali e musical.

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La trama:

La prima parte si intitola “Fantine”. Jean Valjean, un ex-forzato che ha scontato diciannove anni di carcere per aver rubato un pezzo di pane,  è stanco, affamato, ma tutti lo scacciano. Solo il buon vescovo Bienvenue lo accoglie ed egli lo ricambia derubandolo dell’argenteria, ma, quando Jean Valjean viene riacciuffato, il vescovo dice ai gendarmi di avergliela regalata. L’incontro cambia totalmente l’animo di Jean Valjean: abbruttito perché maltrattato dalla società, d’ora innanzi dedicherà la propria vita agli altri. Si nasconde sotto falso nome e diventa ricco. Incontra Fantine, povera ragazza madre sfruttata da una coppia di furfanti, i Thenardier, che ospitano a caro prezzo la sua bambina trattandola come una schiava. Fantine diventa una prostituta, si ammala e muore. Jean Valjean promette che si occuperà della sua Cosette, ma viene riconosciuto dal poliziotto Javert e finisce in galera per salvare un poveraccio condannato al suo posto.

La seconda parte del libro si intitola “Cosette”, Fa ingresso nella narrazione  la losca famiglia Thenardier . Jean Valjean salva un detenuto,  poi   finge di annegare perché tutti lo credano morto.  Finalmente  è in grado di dedicarsi alla ricerca di Cosette, la figlia di Fantine.  Quando la trova, la libera dallo sfruttamento dei Thenardier e la porta via con sé . Viene riconosciuto dal solito Javert ed entra   nel convento del Petit Picpus, dove vi rimarrà con la bambina fino alla morte del vecchio. 

La terza parte si intitola “Marius”. Marius e suo nonno litigano perché il ragazzo ha scoperto che suo padre era un coraggioso soldato e non lo aveva abbandonato, come suo nonno gli aveva fatto credere. Marius se ne va di casa, rifiuta il denaro del nonno ed incontra “gli amici dell’ABC”, un gruppo di studenti fannulloni, che parlano sempre di ragazze e di politica, con cui fa amicizia. Intanto, il ragazzo cerca il signor Thenardier perché crede che durante la guerra abbia salvato il padre e vuole aiutarlo. Intanto i peggiori criminali di Parigi riuniti nel gruppo “Patron-Minnette”, organizzano un agguato contro Jean Valjean

La  quarta parte  s’intitola “L’idillio di Rue Plumet e l’epopea di Rue Saint-Denis“. Cominciano gli incontri segreti tra Marius e hanno inizio i moti rivoluzionari del 1832. Jean Valjean ha paura di essere scoperto e soprattutto di essere separato da Cosette , perciò decide di partire. Intanto gli amici dell’ABC costruiscono una barricata davanti alla locanda “Corinto”, oltre a loro ci sono Gavroche ed Eponine, figli dei Thenardier, Javert e Marius. Il piccolo Gavroche deve consegnare una lettera di Marius a Cosette, ma a prenderla è Jean Valjean che, dopo averla letta, va alla barricata.

La quinta e ultima parte s’intitola “Jean Valjean” e inizia con le vicende della rivolta. Gavroche muore per recuperare dei proiettili, Jean Valjean invece di uccidere Javert lo fa scappare, Eponine muore per salvare Marius. Alla fine la barricata è presa e tutti i componenti vengono uccisi, tranne Marius. Jean Valjean lo recupera privo di coscienza e lo porta a casa del nonno, passando per le fogne. All’uscita incontra Javert e si lascia arrestare, ma il poliziotto lo lascia libero e poi si suicida. Marius si riprende e, dopo poco, sposa Cosette. Jean Valjean racconta a Marius di essere un ricercato e chiede di poter andare a trovare Cosette ogni tanto, ma sentendosi rifiutato da Marius si lascia morire. Marius scopre la verità sull’uomo e corre da lui con Cosette, appena in tempo per chiedergli perdono prima che egli muoia.

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     L’Autore

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Victor Hugo nasce a Besançon nel 1802.  Fin dall’adolescenza dimostra una grande passione per la scrittura e una feconda creatività. Nel 1822 pubblica «Odes et ballades» e si sposa con Adèle Foucher. I primi anni di matrimonio, segnati dalle difficoltà economiche, stimolano l’attività letteraria del giovane Victor, che si concretizza nella pubblicazione di «Han d’islande», «Le dernier jour d’un condanné» e «Les orientales», la prima raccolta di poesie, pervasa di romanticismo, con impronta romantica. Nel 1831 la pubblicazione di «Notre Dame de Paris», cui segue il grande successo in teatro di «Cromwell», rappresentazione nella quale, attraverso un’accorta commistione tra elementi seri e grotteschi, si propone e si utilizza un uso più libero del verso nonché la creazione di opere ispirate ai più drammatici avvenimenti della  Storia. In «Hernani», altro dramma di grande successo, Victor Hugo unisce a un linguaggio scenico elementare, un’accesa eloquenza verbale. A questo punto lo scrittore-drammaturgo è pronto per diventare l’alfiere, in Francia, del movimento romantico in Francia. Come spesso accade, però, Il successo fu anche finanziario,ma attraversò una serie di lutti familiari che turbarono la sua esistenza:il più atroce fu l’annegamento della figlia Léopoldine, avvenuta nel 1843. Fondamentalmente repubblicano,dopo il colpo di stato con il quale Napoleone III si proclamava imperatore, fu costretto all’esilio. E proprio in esilio scrisse quello che molti considerano il suo capolavoro, il romanzo «I Miserabili», storia del riscatto morale di un evaso,accolto immediatamente da un enorme successo. Il suo pensiero. Hugo ha incarnato gli ideali più avanzati della borghesia democratica; il suo pensiero-una religione senza chiese,un culto dell’umanità e del progresso-rifletteva liricamente l’ottimismo del secolo,bilanciandolo coi temi del mistero cosmico e dell’irrazionalismo individuale. Si spegne a Parigi nel 1885.

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   Lo spettacolo

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La prima scena vede Jean Valjean e il vescovo Bienvenue ai lati opposti del palcoscenico, separati da uno spazio nero.  È la prima e forte indicazione della lettura che drammaturgia e regia hanno deciso di fare del capolavoro di Victor Hugo: da una parte il Bene, a destra il Male (anche se per il personaggio Jean Valjean il discorso è molto più complesso), rigidamente divisi e in perenne lotta tra di loro, sia all’esterno che all’interno degli individui.

Lettura tradizionale, assolutamente fedele allo spirito e alla forma del romanzo, con i “pro” (molti) di una scelta ortodossa e qualche inevitabile “contro”, se proprio se ne voglia cercare uno, riguardo alla evidente mancanza di volontà di avventurarsi nella ricerca di una qualche originalità.

Scenografia mobile, smart, ricca di costumi coerenti con l’epoca di ambientazione e accuratamente confezionati e con pochi arredi: attraverso un sapiente utilizzo delle luci (ormai una felice costante per Cesare Agoni) e il continuo spostamento di pannelli, mostra, a ogni scena, una diversa e suggestiva cartolina ottocentesca.

Recitazione di alto livello, ampiamente prevedibile per Franco Branciaroli (scultoreo e indimenticabile Jean Valjeanattorno alla cui maestosa figura si muovono gli altri attori, ben scelti e ben calati nella parte: a partire dall’interpretazione dei piccoli Cosetta/Gavroche, al corrotto Thenardier,  alla giovane e romantica coppia d’innamorati Cosetta-Marius, per finire ai personaggi minori che, con la forza narrativa di Victor Hugo, “minori” non sono affatto.

Discorso più articolato per Javert che, partito in sordina, acquista spessore con il progredire del dramma, finendo con una di quelle “morti” che fa onore ai personaggi negativi dotati di maggiore dignità e a chi, come in questo caso, bene li sa interpretare: «Che fine ha fatto il Bene? Che fine ha fatto il Male?» è il disperato e disperante interrogativo dello sbirro che segna la vittoria morale del suo avversario, un delinquente che, con il proprio altruismo e la propra generosità, riesce infine a rovesciare il tavolo da gioco, spiazzando tutti.

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Della regia (impeccabile ed efficacissima nei tempi e nei ritmi) e della scelta di attenersi strettamente al testo, abbiamo già detto, così come di scenografie e luci. Musiche essenziali e calzanti. Pubblico deliziato e visibilmente soddisfatto di uno spettacolo di quelli ai quali raramente è dato di assistere in un momento storico (teatrale e non solo) forse troppo orientato al risparmio e al minimalismo a ogni costo.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Formigine: tra i sapori di Modena e i rombi di Maranello … «Libri-Amo»

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Sabato scorso a Formigine, intervistato da Monica Tappa, Patrizio Pacioni ha ufficialmente “inaugurato” con la presentazione di «Cardona e gli ardori del giovane pensionato» una stagione di eventi che, per l’originale “bottega”  Libri-Amo, auguriamo lunga e densa di successo.

Una discussione che, grazie anche alla fantasia e al brio della conduttrice e al consueto franco mettersi in gioco dell’Autore, è andata ben oltre i contenuti di una normale presentazione, coinvolgendo anche tutti i presenti.

 

 

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Ho colto l’occasione per porre qualche domanda alla titolare Filomena Russo, fondatrice e gestore della nuova libreria al numero 33 della centralissima via Vittorio Veneto.

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Da dove viene Filomena Russo? Che percorso di vita e professione ha fatto per innamorarsi di scrittura e di libri, fino ad arrivare a «Libri-Amo»?

Il mio approccio alla lettura ed alla cultura si perde nella notte dei tempi! Sin da ragazzina, amavo circondarmi di libri che , in molti momenti della mia vita, sono stati il mio rifugio ed il mio strumento prediletto di evasione personale. I miei studi umanistici ( Diploma Classico e Laurea in Filosofia) mi hanno aperto le porte ad una varietà di autori, teorie e generi letterari che, probabilmente, non avrei scoperto ed apprezzato e che, anche oggi, determinano molte delle mie scelte letterarie e ne suggeriscono di nuove. Mi definisco una lettrice onnivora e compulsiva perché ogni libro è in grado di donare conoscenza ed arricchimento personale.

Prima di diventare una libraia ( che era il sogno della mia vita!) ho lavorato per oltre 15 anni in ambito Aziendale, all’interno degli uffici del Personale. Mi occupavo delle selezioni, dell’amministrazione e della formazione interna dei dipendenti; era un lavoro che amavo molto, ma la crisi mi ha buttato fuori dal circuito e, per circa un anno e mezzo, non ho lavorato. Avevo perso uno dei riferimenti cardine della mia vita! Alla fine, non mi sono data per vinta ed ho deciso di rimettermi in gioco con le mie sole forze realizzando un sogno. Ed ecco Libri-Amo…il mio sogno personalissimo!

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Filomena, come ti è venuta l’idea? Aprire una libreria, di questi tempi, al di fuori del franchising delle “Sette Sorelle” della letteratura italiana o dei circuiti che monopolizzano i grandi centri commerciali, è un’impresa al limite della temerarietà.

Sono stata spesso definita una persona coraggiosa per la scelta che ho fatto, ma credo che il coraggio sia ben altro! La mia è una scommessa con la vita, con la società, con l’economia perché ritengo che la positività e la passione per il proprio lavoro alla fine saranno ripagate. Credo in quello che faccio e sto cercando di farlo al meglio delle mie possibilità, senza padroni e gente che mi impone come svolgere il mio lavoro. Ecco la scelta di aprire una piccola libreria indipendente che, nella mia testa, significa libera!

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Perché, nella scelta dell’offerta commerciale di libri, hai scelto di privilegiare l’usato?

Io propongo una vasta scelta di libri usati ed un 20% di libri nuovi, per essere anche al passo con le nuove uscite più interessanti. La scelta è stata mossa da due fattori:

1. I libri costano tanto, a volte troppo e le persone devono avere la possibilità di coltivare la grande passione per lettura senza doversi mangiare lo stipendio (come capitava a me!). Le persone devono avere il diritto di continuare a gioire del piacere della carta e coloro che leggono poco spesso lo fanno proprio per un fattore economico. Un altro mio scopo è proprio consentire a talune persone di conoscere il libro, avvicinandosi pian piano ad esso (vale soprattutto per bambini e ragazzi).

2. In una cittadina come Formigine, composta da 37.000 abitanti, non esisteva una libreria dell’usato ed anche chi, come me, abita in collina deve arrivare a Modena ( circa 40 km dai monti…) per trovarne una. Io mi colloco a metà strada!

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Secondo Te, l’attività di una libreria si esaurisce nella vendita, magari estesa a una forma di consulenza ad personam che costituisce ancora uno dei piccoli vantaggi di un “negozio” di dimensioni ridotte… o c’è qualcos’altro ancora?

Vendere un libro è molto  più che vendere un oggetto. Un libro è una storia, un mondo, una sensazione, un’emozione che bisogna comunicare a chi sceglie di sfogliarne uno. Bisogna capire cosa cerca il cliente, che gusti ha, se ha voglia di aprirsi a nuove conoscenze o se preferisce restare nella sua zona di comfort. Se in quel momento il libro sarà un rifugio, uno sfogo, una fuga o uno strumento per arricchirsi. Il mestiere del libraio, se fatto con amore, è uno scambio di energie e pensieri profondi…è un meta-mestiere!

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Due domande sulla città in cui hai scelto di avviare questa nuova iniziativa. La prima è:come si pongono i formiginesi  rispetto alla lettura?

Formigine è una realtà molto frizzante ed accogliente per quanto riguarda la cultura, in generale. I cittadini sono molto propensi al miglioramento personale che coinvolge anche l’aspetto culturale. Il libro è visto come un ottimo strumento di diffusione e condivisione della conoscenza, a partire dalla tenera età, per cui direi che l’approccio verso il libro è positivo.

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La seconda: cosa pensi di poter fare per la Comunità e cosa ti aspetti che l’Amministrazione Pubblica possa fare per Te, in termini di possibili collaborazione nell’interesse superiore della cultura?

Quello che voglio offrire è uno spazio unico sul territorio, con una gestione “ old style” della libreria fatto di contatto umano e condivisione di passioni, ma con uno sguardo alla modernità ed a quello che oggi piace : gli eventi, gli incontri con gli autori, le letture di gruppo, i laboratori creativi per adulti e bambini….Sono sicura che il Comune noterà quanto sto realizzando e, da parte dell’Amministrazione, ho già avuto un primo contatto per attivare delle collaborazioni che mi permetteranno di affermarmi come realtà culturale in città, garantendomi di vivere la mia vita per e con i libri.

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  Il Lettore

 

Categorie: Scrittura.

Rosmersholm: l’amara doppia confessione di Ibsen

   L’autore:

Henrik  Ibsen (Skien 20 marzo 1828 – Oslo 23 maggio 1906) nacque da famiglia agiata ma, a seguito del fallimento del padre (quando lui aveva sedici anni), fu costretto ad abbandonare gli studi e a trovarsi un lavoro. Divenne così prima giornalista , poi scrittore. Nominato direttore di importanti teatri nazionali, curò anche, fino al 1858, la regia di alcuni spettacoli. Da quell’anno in poi pubblicò i primi drammi, inizialmente non troppo fortunati, cui seguirono le opere più importanti. Dal 1863 al 1891 visse in Italia e in Germania. Nel 1900, colpito dalla paralisi, tornò in patria, dove morì. È considerato il padre della drammaturgia moderna, per aver portato nel teatro la dimensione più intima della borghesia contemporanea, mettendone a nudo le contraddizioni e il profondo maschilismo.

Tra le sue opere più significative ricordiamo Peer Gynt (1867), Casa di bambola(1879), Spettri (1881), L’anitra selvatica (1884), La donna del mare (1888) e Hedda Gabler (1890), che scardinarono i canoni del teatro tradizionale, suscitando aspre polemiche e accesi dibattiti tra i contemporanei.

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    L’opera:

 

Dramma in quattro atti scritto nel 1886. Il pastore protestante Johannes Rosmer, educato a un severo ideale religioso, dopo la morte della moglie Beata, che si è gettata nella gora di un mulino, ha gettato la tonaca alle ortiche. Si innamora, riamato, dell’amica di famiglia Rebecca West, che gli confesserà, più tardi, di aver provocato la follia e il suicidio della moglie. Nonostante l’orrore che prova per la situazione, diventato ormai insicuro di ogni ideale, Johannes non riesce però a sottrarsi da una profonda attrazione per la donna. I due amanti entrano in un vortice di passione insana che li porterà, al termine di una drammatica involuzione psicologica, a cercare e trovare la morte nella stessa gora in cui è annegata Beata.

 

   Lo spettacolo:

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«Percorrete tutto il corridoio laterale e, una volta arrivati alla fine, salite le scale» indica la “mascher>”.

xSeguo le istruzioni e, alla fine del percorso, mi ritrovo… in palcoscenico.

È lì che sono le poltrone per gli spettatori, disposti a quadrato intorno a due catafalchi completi di candele poggiati su uno strato di terra, sui quali giacciono i cadaveri di un uomo e di una donna.

Odore di cera fusa, semioscurità suoni cupi in sottofondo, è strano e styraniante trovarsi non ai piedi della scena, ma SULLA scena, NELLA scena. L’attesa che inizi la recitazione diventa già spettacolo, vera partecipazione emotiva amplificata dalla compartecipazione fisica e mentale degli altri spettatori a questa specie di rito pagano, mentre l’odore di cera, gradualmente, lascia posto a quello di muffa, di sotterraneo, di terra bagnata che, attraverso le narici, entra sempre più nell’anima.

Il rumore di una carrozza, una voce spettrale: così gotico, così romantico, così nord-europeo, così calvinista, così Edgar Alla Poe, così decadente… 

Anche gli attori, lo sono, attraverso la gestualità esasperata, le intonazioni, le variazioni di registro, il muovere dei corpi. Si alzano e tornano a stendersi sul catafalco, aniome inquiete, non più vivi e non ancora morti, si torturano, mentre il gorgoglio della gora assassina chiama suadente,  in un gioco peverso di rimproveri e di rimorsi. Né più né meno, viene da pensare, di tante coppie in crisi in famiglie che vogliono apparire normalissime ma normali non lo sono affatto; chi è davvero la vittima, chi il carnefice? Ed ecco che, a dire la sua, fa capolino anche un po’ di Ingmar Bergman.

I lampadari oscillano sinistramente, sospinti da un vento pigro che preannuncia sventura e maledizione, la galleria del teatro, laggiù in alto , improvvisamente diventa porzione di palcoscenico distaccata, in un intrigante gioco di specchi. Gli equivoci, primo tra tutti quello tra amicizia e amore, il più destabilizzante, il più irreversibile e imperdonabile, la condanna alla dannazione, ineluttabile.

«Non esiste possibilità di vittoria per una impresa che ha le proprie radici nella colpa» dice Johannes Rosmer.

Ed ecco, inevitabile, l’ombra di Shakespeare che marca la violenza devastante e riparatrice al tempo stesso del destino.

E ancora, prima del tragico ma già preannunciato e dall’inizio incombente finale, ancora il gioco delle parti, lo scambio dei ruoli, gli attori che si siedono tra gli spettaori, cercando conforto con lo sguardo, confondendo tutto e tutti nel difficile gioco del “chi è chi?”

Non fa torto alla riduzione, ormai datata (1980), del grande Massimo Castri, questa nuova edizxione di «Rosmersholm – Il gioco della confessione»: puntuale e dinamica la regia, bravissimi gli attori Luca Micheletti e Federica Fracassi, di grande suggestione la scenografia e intrigante la soluzione scelta per il pubblico.

Meritati gli applausi e i ripetuti richiami in scena.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (100) – Il buongiorno ai bresciani… raddoppia !

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Proprio così, amici miei.

Da qualche giorno questa rubrica, che ho l’onore e l’onere di condurre ormai da diversi anni, vive ogni giorno anche su Facebook.

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Un “gruppo chiuso” che, in pochissimo tempo, è già arrivato a 850 componenti (e presto si raggiungerà il fatidico 1000,  ne sono convinto!): ogni mattina le previsioni del tempo e poi tante segmnalzioni, diffuse dalla direzione o dai componenti del Gruppo, di eventi, raduni, appuntamenti localizzati nel territorio di Brescia e provincia.

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Chiamatela appendice, chiamatela spinoff, chiamatela come vi pare, ma se siete bresciani, o semplicemente amate la Leonessa, la sua storia e il suo spirito, chiedete di iscrivervi anche voi.

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Goodmorning Brescia, seguiteci sempre più numerosi all’interno di questo blog e raggiungeteci anche su FB: perché questo sia sempre più un vero e proprio giornale della positività, della cultura, della solidarietà, dell’artevche, ogni giorno, scriveremo e leggeremo insieme.

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (99) – Miserabili in scena… con tutti gli onori

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Sta per arrivare a Brescia (nell’ambito della grande stagione del C.T.B.) una straordinaria operazione culturale letterario-teatrale: la trasposizione scenica de “I miserabili“, l’immortale capolavoro di Victor Hugo con Franco Branciaroli in palcoscenico.

Stamattina ho partecipato alla conferenza stampa di presentazione, mercoledì notte, subito dopo che sarà sceso il sipario della “prima”, per così dire a cose fatte, ve ne riferirà GuittoMatto.

Da non mancare, se possibile.

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Come al solito è il Direttore Artistico Gian Mario Bandera a introdurre la conferenza stampa, ricordando che  “I Miserabili” di prossima rappresentazione al Teatro Sociale di Brescia) è una coproduzione CTB    – Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia – Incamminati.

La consigliera Patrizia Vastapane, prima di passare la parola a regista e drammaturgo, riferisce del buon andamento della stagione sia al Sociale che al Santa Chiara e il buon lavoro che si sta svolgendo nelle scuole.

«Attività che cominciano a essere notate e raccontate anche dalla stampa nazionale» sottolinea, esprimendo poi il proprio apprezzamento per Doninelli e Però, capaci di una riduzione né banale né noiosa di un grande classico come “I Miserabili”

Il regista Franco Però racconta quella che definisce “una pazzesca avventura”.

«Un’idea temeraria per rendere pensabile la quale,  per prima cosa, è stato necessario trovare qualcuno talmente coraggioso e incosciente da metterci le mani» aggiunge, ammiccando al vicino Doninelli.

«“I miserabili” è un romanzo immenso che quasi tutti conoscono (attraverso film e sceneggiati)  ma che pochissimi hanno letto dalla prima all’ultima pagina. Le vie di per la trasposizione drammaturgica erano due: la prima quella di assecondare il meccanismo narrativo dell’opera (sostanzialmente fuga e inseguimento) seguendo soltanto i personaggi principali o provare (temerariamente) a raccontare, più o meno, tutto di tutti, tramite un cast importante anche in termini numerici (13 attori); in pratica reinventando il romanzo, piuttosto che riducendolo».

In complesso siamo convinti e soddisfatti delle scelte effettuate.

Conclude l’intervento esprimendo grande soddisfazione per le scelte effettuate e riferendo che per quanto riguarda i costumi si è optato per la fedeltà nei confronti dell’epoca in cui è ambientata la narrazione, mentre per le scenografie ci si è avvalsi dell’apporto delle suggestive luci di Cesare Agoni.

Luca Doninelli rincara la dose in merito alla temerarietà di un’operazione di questo tipo.
«Un’impresa del genere è davvero titanica. Roba da malati di mente… ed evidentemente io lo sono» scherza.

«I miserabiliè uno dei romanzi più famosi dell’Occidente se non addirittura il primo. Portarlo in scena è stato un lavoro difficilissimo ma non impossibile» aggiunge, subito dopo..

Il discorso poi si amplia, passando all’individuazione delle principali forme narrative.

«Sono sostanzialmente poche, le principali queste: il romanzo popolare, il romanzo di viaggio,  l’auto-sacramentale (in cui il fulcro è all’inizio). È proprio quest’ultimo il caso de “I Miserabili”, con la consegna dei preziosi candelabri da parte di Monseigneur Myriel a Jean Valjean: un’origine sacramentale per un romanzo inequivocabilmente laico».

Fatta questa premessa, Doninelli fa notare che, mentre solitamente, in teatro, il protagonista principale sia dominatore,  nel dramma tratto dall’opera di Victor Hugo, esso sia in continua diminuzione, allo scopo di fare vivere altri.

«È la rappresentazione del “male alto” e del “male basso”. I “cattivi” di alto livello meritano una morte gloriosa, gli altri neanche quella, solo l’oblio. È la ripetuta quanto ostinata riaffermazione che la vita non è solo un rapporto di causa-effetto, ma risente del caso o del destino».

La conclusione è pienamente in linea con l’alto livello dell’intervento:

«Sono felice di essermi immerso in questa avventura grandiosa.
Jean Cocteau diceva
Victor Hugo era un pazzo che credeva di essere Victor Hugo” e io non posso che essere d’accordo con lui. L’opera I Miserabili rappresenta, per la letteratura, ciò che, nella Storia, furono il fuoco, la ruota, la stampa, la penicillina e la scoperta dell’America eventi fondamentali per il progresso dell’umanità».

Del commiato si fa carico Gian Mario Bandera, ricordando che all’esordio, andato in scena  a Napoli,  e che alla rappresentazione del Teatro Sociale seguirà una lunga tournée  che girerà l’Italia dal prossimo ottobre ad aprile.

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DALL’8 AL 20 MAGGIO AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA

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  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (98) – Con Dream Dance le vie del ballo… sono infinite!

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Lei (la presidentessa) si chiama Daniela Toselli.

Al ballo ci arrivò dall’interno, scoprendo la propria passione mentre lavorava da semplice dipendente, alla fine dello scorso millennio, nella discoteca Florida di Ghedi. Applicandosi nello studio e nella pratica con tanto impegno da conseguire, proprio nel 2000, l’attestato di “maestra”.

Lui (il vice presidente) si chiama Ermanno Scalvini, ed è un operatore reiki (metodo di cura alternativo simile alla pranoterapia curando in particolare la metodologia della respirazione).

So che è difficile crederlo, ma il percorso di avvicinamento al ballo di Ermanno è partito niente meno che dalle arti marziali, dalle tecniche di combattimento, dalla pratica dell’arrampicata e del paracadutismo.

«Un po’ perché ero arrivato a un’età alla quale, vista la necessità di controllo dell’integrità fisica necessaria per le mie passioni, il succedersi delle visite mediche aveva assunto ritmi stressanti, ma soprattutto per un’altra ragione:  mi una volta  che  mi capitò di assistere a una lezione di tango argentino, prima con stupoore, poi con grande interesse, ravvisai nella danza movimenti e posture molto simili a quelli delle arti marziali»  spiega.

«D’altronde, per dirla proprio tutta, il tango argentino non nacque come ballo tra uomo e donna, ma come gioco di abilità tutto maschile da esercitare anche con l’uso di coltelli»

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Gli altri sono Diego Martinez (segretario) e Monica Miglioli (consulente psicologa)

«Con Diego, colombiano di Calì, abbiamo cominciato a fare conoscere in Italia  (dove non era particolarmente coltivato) il folclore sudamericano, in particolare la salsa caleňa, la cui caratteristica peculiare è la velocità dei passi (dei colombiani che la praticano si dice che “hanno il fuoco nei piedi”). A Brescia aveva preso piede la salsa cubana, e non è stato facile introdurre un ballo sotto certi aspetti abbastanza simile ma che necessità di maggiore fisicità» spiega Daniela Toselli.

«Dalla nostra collaborazione è nato il gruppo di folclore Co.de.co» aggiunge, con malcelato orgoglio.

Diego Martinez  è ambasciatore in Italia della cultura colombiana e rappresentante di aerorumba (aerobica con musica latina), nonché responsabile italiano della salsa colombiana.

La dottoressa Monica Miglioli (consulente) unisce in sé la doppia figura di appassionata e brava ballerina e di psicologa: inutile dire quanto la sua presenza possa risultare preziosa, soprattutto in termini di motivazione, all’interno della nostra associazione.

Già l’Associazione.

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È di Dream Dance che si parla. Associazione con sede in Borgosatollo nata nel 2012 proprio per iniziativa di Daniela Toselli ed Ermanno Scalvini.

«Non ci interessa l’aspetto competitivo, ma la componente ludica, soprattutto. Ciò non toglie naturalmente che, in presenza di eccellenze, non si sia in grado di individuarle e prepararle al meglio, visto che abbiamo il diploma di istruttore federale» precisa la presidentessa.

Con Dream Dance balli popolari della Colombia (come il Baile de Salon o Carnival de Barranquilla)  e di tutta l’America Latina, oltre a tutte le tipologie di liscio e danza europea.

«A differenza di altre scuole, forniamo noi. Gratuitamente, agli allievi sia i costumi che le scenografie necessarie per saggi ed esibizioni» rivendica con orgoglio Daniela Toselli.

«Il nostro bacino di utenza coincide con Brescia e dintorni. Abbiamo allievi fidelizzati, che vengono da noi da anni. Il calendario comincia dopo l’estate, allorché si parte con il latino-americano. Il tango è un classico che non ha stagione, mentre per quanto riguarda il folclore i nostri allievi arrivano… quando hanno modo di vederlo e  di apprezzarne le peculiarità» interviene Ermanno Scalvini.

«La settimana è scandita da lezioni serali: due ore a settimana per il folclore sudamericano. Un’ora per le altre discipline. Si tengono tutti i lunedì a Colombaro, martedì e giovedì al castello di Castiglione delle Stiviere, il mercoledì a Borgo Satollo. Fino ad arrivare, a giugno, al saggio di fine stagione» finisce di illustrare Daniela.

Poi, come in un perfetto paso doble, raccontano anche cosa c’è che non va, o che potrebbe andare meglio:

«C’è troppa concorrenza da parte di istruttori o presunti tali non adeguatamente formati e preparati, che deprime e squalifica l’offerta di mercato: si parla di maestri improvvisati, scuole che sorgono dal nulla. Vorremmo una maggiore trasparenza nei rapporti con gli Enti. Qualche anno fa fummo esclusi da un importante bando nonostante avessimo presentato un’offerta più completa e competitiva a vantaggio di un altro partecipante, e ancora non abbiamo capito perché.  Da allora non abbiamo più partecipato, cominciando a indirizzare le nostre proposte anche al di fuori  dei confini regionali, se non addirittura all’estero».

Programmi per il futuro?

«Il 23 maggio saremo a ballare a Boario Terme per l’apertura dei favolosi giardini esterni. Tutte le domenica siamo presenti, dalle 20 alle 21,  ad Angolo Terme. Alla Fiera del Cavallo di Verona, a novembre, ripeteremo l’esibizione tango- dressage che già tanto successo ha riscosso nella precedente occasione, proponendola magari anche con l’abbinamento folclore sudamericano-dressage: uno spettacolo singolare e affascinante, quello di unire le movenze dei ballerini e di cavalli meravigliosamente addestrati dai rispettivi cavalieri

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Ecco, di Dream Dance, a questo punto, aggiungendo che si occupano con professionalità dell’organizzazione di eventi e serate e di lezioni private, e che tengono corsi di lingua spagnola, postura e settore olistico reiki, si è detto tutto (o quasi).

Ora non resta che verificare di persona. Questi i recapiti:

Sede: Via Nino Bixio 42 – Borgosatollo (BS)

Mail: dream-dance1@hotmail.it;

Tel. Dany: +39 349 66 71 885

Tel Ermy: +39 338 28 62 113

E ricordate:

IL BALLO COMINCIA … DOVE LA PAROLA SI ARRESTA !

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Ex Libris (20) – Fabio Mundadori, chef … da paura

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Il Commissario Cesare Naldi è stato allontanato dal posto di lavoro a seguito della ultima indagine, e il mostro è tornato: magari Bologna non morirà mai, come suggerisce il titolo della serie, ma continua a uccidere, eccome.

In «Ombre di vetro», il nuovo romanzo di Fabio Mundadori  edito da Damster, si respira  il terrore più terrore che c’è: quello di una mamma che porta in grembo una nuova vita e che sente minacciata la propria maternità.

Sì, perché il serial killer di turno si chiama Mammana, e potete immaginare quale sia il suo modo di lavorare. Come potrete pure facilmente intuire come l’ex commissario Naldi, che con Mammana già aveva avuto a che fare in passato, non resterà a guardare.

No, non potrà proprio farlo.

La ricetta dello scrittore bolognese è sempre la stessa, e continua a funzionare bene: una buona dose narrazione doppia, caratterizzata su due livelli temporali; un bicchiere colmo fino all’orlo di tensione e paura, mescolati in dosi uguale;  una manciata di indizi, né pochi né troppi, disseminati nelle pagine del romanzo; dialogo serrato sparso a neve; evoluzione delle vicende personali dei commissario e dei personaggi a lui collegati quanto basta.

Insomma , Fabio Mundadori  ha elaborato e continua a sviluppare uno stile proprio, riconoscibile a prima vista, e già questo è un grandissimo pregio in un mondo di cloni letterari più o meno riusciti. In più, romanzo dopo romanzo, si nota la crescita nella costruzione di meccanismi gialli sempre più complessi e armonici.

Si legge e si consuma volentieri, «Ombre di vetro», e lascia nel lettore la voglia di leggere il prossimo episodio della saga, ance per conoscere certi sviluppi che, con professionale malizia, l’Autore lascia come fili sospesi.

Un po’ come quegli additivi che, dicono, una certa catena  multinazionale di Fast Food, inserisca nei suoi paninozzi per creare dipendenza  nei suoi clienti. Solo che, stavolta, si tratta di sano e appetitoso salume nostrano, made in Emilia-Romagna sopeziato e arrostito alla perfezione dal cuoco Mundadori, 

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Il libro sarà presentato a Brescia venerdì 11 maggio p.v. A intervistare lo scrittore, al Caffè Letterario Primo Piano, sarà Patrizio Pacioni

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   Fabio Mundadori

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Bolognese,  è un esponente del giallo-noir italiano caratterizzato da uno stile di scrittura scorrevole e incisivo e per la capacità di concepire e narrare trame “di paura”.
Tra i molti riconoscimenti e premi conquistati, segnaliamo  nel 2008 il concorso Giallolatino e nel 2011 il Garfagnana in giallo (di cui presiede la giuria)

BibliografiaIo sono Dorian Dum (Ego edizioni 2010) – Occhi Viola (Ego edizioni 2012) – Dove scorre il male (Damster 2015) – L’altra metà della notte (Damster 2016)

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  • Titolo: Ombre di vetro
  • Autore: Fabio Mundadori
  • Editore: Damster;
  • Anno: 2018
  • Pagine: 302
  • Prezzo: 14 €
  • ISBN-10: 8868103265
  • ISBN-13: 978-8868103262

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   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (97) – C’è il sorriso di un Angelo, nel Parco di Rivoltella

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Ancora una volta, ma le volte son poche, affido la conduzione di questa rubrica a Patrizio Pacioni.

Leggendo l’articolo capirete perché.

Bonera.2

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Oggi pomeriggio c’erano quattro generazioni, al parco giochi di via Albinoni, a Rivoltella del Garda.

Anziani, adulti, ragazzi e bambini.

Per la scopertura di una targa, nella ricorrenza di un giorno molto triste di trentasei anni fa: il ritrovamento del corpo della piccola Marzia Savio, rapita e brutalmente uccisa nel 1982.

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C’era il Sindaco di Desenzano, Guido Malinverno, che ricorda come quel piccolo parco fosse già intitolato alla bambina, ma che formalizzarlo, con una cerimonia ufficiale, assume un significato che va molto oltre la burocrazia.

Sì, è vero, e che questa riunione di popolo va molto al di là, lo dicono gli sguardi delle tante persone presenti, l’emozione che si respira nell’aria, il cordoglio ancora vivo negli occhi dei parenti più stretti e degli amici.

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È il segno di un amore e di un dolore profondi, che non si sono mi sopiti. Del ricordo accorato di tutta una comunità, che non vuole che la memoria s’interrompa e si confonda nell’oblio.

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«Tra me e Marzia passava solo una quarantina giorni» dice la cugina Giuliana Savio. Lo stesso cognome, la stessa età.

«Tante volte mi sono chiesta come sarebbe cresciuta lei, come si sarebbe sviluppata la sua esistenza, cosa avrebbe saputo fare e dare, quante cose avrebbe visto, se si sarebbe innamorata, sposata, se avrebbe avuto dei figlise le fosse stato permesso di vivere»

Le chiedo come fosse il carattere della cugina.

«Oh, Marzia era allegra, curiosa del mondo» mi risponde con un mesto sorriso, al ricordo.

«Vivace, assai più di me, che invece ero una bambina tranquilla».

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Viene scoperta la targa, sulla quale sono incise le belle parole scritte da Mirco Maltauro, destinata a restare lì, a lungo.

Come il ricordo di Marzia Savio nei cuori dei suoi cari e dei suoi concittadini.

E non solo nei loro.

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Categorie: Giorni d'oggi.