Donato Altomare: dalla Puglia con fervore

Donato Altomare, giovane attore pugliese, è una delle due new entry (dell’altra vi parleremo a breve) nel cast di «Sua Eccellenza è servita» , la commedia scritta da Patrizio Pacioni e Salvo Boccafusca per la regia di Giancarlo Fares che andrà in scena a Palermo da venerdì a domenica prossima, al Teatro San Raffaele di Palermo (produzione Le Ombre di Platone). Ve lo presentiamo in questa breve intervista.

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Uomo e artista dalle molteplici risorse: canto, musica, danza (balla praticamente tutto). Per non parlare alla pratica dello sport. declinata in un numero persino ingombrante di specialità, e delle abilità circensi da giocoliere. Ti piace vincere facile, eh?

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Effettivamente leggere il tutto elencato in questo modo fa un certo effetto ma non mi sento speciale o superiore ad altri. Sono una persona molto curiosa e amante delle nuove esperienze. Questo mi ha portato ad avvicinarmi a diverse forme d’arte in modo più o meno approfondito tentando di arricchire le mie conoscenze e le mie esperienze in modo poi da riversarle sul mio lavoro. 

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Con un simile biglietto da visita,  ovvio che nel tuo curriculum abbondino i musical: da «Rapunzel»  (fianco a fianco con Lorella Cuccarini) a «Non si uccidono così anche i cavalli», a «Mamma mia», a «Fame», «Evita»…  qual è stato quello che ti ha fatto sentire più realizzato?

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Ogni singolo spettacolo a cui ho preso parte nella mia breve carriera ha significato qualcosa per me e ha aggiunto un tassello al professionista che sono oggi. Ma se proprio dovessi sceglierne qualcuno non potrei non pensare al mio debutto come professionista in “Rapunzel” al Teatro Brancaccio di Roma con Lorella Cuccarini e a “Billy Elliot” lo spettacolo del Teatro Sistina con la regia di Massimo Romeo Piparo che mi ha accompagnato negli ultimi 3 anni in giro per tutta Italia interpretando un ruolo che ancora porto nel cuore. (Tony Elliot, il fratello di Billy)

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Dall’11 al 13 di gennaio sarai in scena al Teatro San Raffaele di Palermo (per la regia di Giancarlo Fares) con la commedia «Sua Eccellenza è servita», di Patrizio Pacioni e Salvatore Buccafusca. Vuoi parlarci del tuo approccio allo spettacolo e del personaggio al quale sei chiamato a dare vita, il sapido e scaltro oste Osvaldo (interpretato negli spettacoli andati in scena fino a questo momento, ad Acquapendente e a Roma, dal bravissimo Francesco Sala)?

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Il testo è sicuramente molto divertente senza però privarsi di bei momenti di riflessione sulla società odierna. Sono partito da ciò che ha egregiamente fatto Francesco per poi virare ad un approccio totalmente personale sia nell’accento  scelto (il pugliese) sia nelle movenze. In questo ringrazio i colleghi e il regista Giancarlo per l’avermi aiutato a cercare la giusta chiave interpretativa.

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Qual è il tuo rapporto con il pubblico? Cosa pensi di dare agli spettatori delle rappresentazioni che ti vedono coinvolto in qualità di interprete e cosa pensi di ricevere in cambio?

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Sul palco non c’è altra soluzione se non il darsi totalmente in pasto al pubblico. Viviamo in un momento storico in cui siamo continuamente bombardati di informazioni velocissime. Questo ci ha resi paradossalmente più distratti, questa distrazione latente si avverte anche in teatro rendendo il lavoro di noi attori molto più difficile ma anche, quando si riesce a farlo a pieno, più gratificante. Il mio obiettivo, quando sono in scena, è portare a termine il mio compito nel miglior modo possibile sempre al massimo ricordandomi che il pubblico è lì presente e, se sei abbastanza convincente, riesce a raggiungerti nella storia e a ricompensarti con applausi che ti ripagano di tutto.
Il mio obiettivo, quando sono in scena, è portare a termine il mio compito nel miglior modo possibile sempre al massimo ricordandomi che il pubblico è lì presente e, se sei abbastanza convincente, riesce a raggiungerti nella storia e a ricompensarti con applausi che ti ripagano di tutto.

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Descrivi in poche parole ciò che il teatro rappresenta nella tua vita, personale e professionale.

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Non faccio altro da anni. Certo, si accettano compromessi, come tutti. Lontano dalla propria famiglia, sempre con una valigia pronta a seguirti e lo spauracchio dell’instabilità lavorativa. Ma non immaginerei mai la mia vita senza un palco su cui salire.

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Prossimamente? Gli appuntamenti e i progetti per il futuro di Donato Altomare.

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Spero di potervi dare qualche news al più presto. Per adesso, mi godrò a pieno questi giorni a Palermo, i miei primi giorni a Palermo non essendoci mai stato. Non vedo l’ora! 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (133) – Su il sipario: benvenuto 2019!

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Ormai quella di trascorrere la notte di San Silvestro al Teatro Sociale è diventata una consuetudine che molti bresciani hanno dimostrato di apprezzare. Che siano gli Oblivion, la Banda Osiris o, come è successo l’altro ieri sera, Paolo Migone, con il suo  «Beethoven non è un cane» si tratta di serate il cui tema è costituito, rigorosamente (e doverosamente) da ironia e divertimento.

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Nel caso dello spettacolo presentato da Mingone in questa occasione, però, c’è da aggiungere al novero un’altra qualità, piuttosto insolita (purtroppo) per il teatro brillante italiano: un’arguta divulgazione. I numerosi riferimenti alla storia musicale (ma anche della musica e dell’arte) dei bei tempi andati , si mescolano armoniosamente con riconoscibili riferimenti alle tante stranezze e deviazioni dei giorni d’oggi. Insomma, una goccia di amaro astutamente spalmata e resa di più gradevole (in certi casi gradevolissima) ingestione.

Lui, Paolo Migone, merita grande apprezzamento per la padronanza di palcoscenico e pubblico e per la disincantata autoironia che permea ogni passaggio dello spettacolo, risolvendo in spettacolo i dubbi e le incertezze dell’artista e dell’uomo. A ciò si aggiunge, soprattutto, il coraggio di rinnovarsi in una nuova e non agevole sfida culturale, di essere uguale a se stesso senza mai cedere alla tentazione di adagiarsi sulla rassicurante quanto comoda eco dei passati successi televisivi e non, innovando e rinnovandosi in ogni occasione risulti possibile.

Spettacolo non facile, né immediatamente e pienamente percepibile per tutti ma che tutti, pur attraverso diversi livelli di consapevolezza, finiscono per applaudire con convinzione.

Dopo un imprevisto quanto esilarante supplemento di spettacolo che, una volta scaduti i “tempi regolamentari” Migone regala alla platea, in attesa che scatti l’ora fatidica della mezzanotte più attesa dell’anno, gli spettatori si riversano nel foyer per il rituale scambio di auguri a base di spumante e delle ghiottonerie di ordinanza, con il mattatore della serata che non si sottrae a piacevoli chiacchiere e all’ormai irrinunciabile cerimonia del selfie.

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Nella foto, accanto a Paolo Migone, da sinistra, l’amminstratrice di « Goodmorning Brescia » Giusy Orofino e la consigliera del CTB, Elena Bonometti.

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Da Brescia è tutto.

Buon anno da parte mia e di GuittoMatto, Bresciani! Sia seduti in platea che in movimento, nella vita.

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Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Brescia, città del Teatro (5): lo stile di Rosetta

Pubblico
Un folto pubblico ha gremito il San Carlino la sera di giovedì 20 dicembre

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A introdurre il dramma è Vittorio Palumbo, napoletano verace che a Brescia, dove ha trascorso ormai più di quarant’anni, di cui la metà dedicata al Teatro dell’impegno e della fatica, l’amore incondizionato per il palcoscenico che, come qualsiasi altra espressione autentica dell’Amore, appunto, omnia vincit: indifferenze, gelosie, invidia, soprattutto la scarsità delle risorse economiche idonee e necessarie per mandare avanti i progetti artistici.

Palumbo parla con soddisfazione orgoglio della collaborazione con Telethon, cui è devoluto per intero l’incasso della serata, e con BNL che ne curato l’organizzazione, per poi presentare la pièce, ispirata al romanzo «La ciociara» che Alberto Moravia scrisse nel 1957, ripreso tre anni dopo e trasposto sullo schermo da Vittorio De Sica nell’omonimo film che, tra i tanti altri riconoscimenti ricevuti, fruttò l’assegnazione del Premio Oscar a Sofia Loren.

Inquadra con sintetica suggestione il contesto storico in cui si dipana la narrazione, poi lascia parola e azione agli attori (sono suoi allievi?).

La prima scena di «La storia di Rosetta» (prodotta dasll’Associazione APS Clemente di Rosa) è scandita dal rombo degli aerei e dagli scoppi di un bombardamento al quale è sottoposta un’umanità dolente che, invece di mettere in comune le poche energie rimaste per sopravvivere, non sa fare di meglio che mettersi a litigare, come i capponi di Renzo, destinati al macello.

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A dominare è il senso di estrema precarietà, la difficoltà ad assumere decisioni il cui esito sembra essere dettato più dal caso che dalla volontà e progetti dei singoli. Rintanarsi da qualche parte e stare ad aspettare o mettersi in viaggio per cercare un rifugio più sicuro? Dove andare? Come, e con chi?

Rosetta e la mamma Cesira optano per l’azione, per un tentativo di fuga, dando inizio a un viaggio della speranza  nel corso del quale ogni gesto e ogni battuta preannunciano che si tratterà di una dolorosa via crucis. E come potrebbe essere diversamente, passando attraverso un’umanità che, devastata dalla sofferenza, dalle privazioni e dall’incombere della morte, a trasformarsi in un gregge di pecore matte che si rinchiudono all’interno di una staccionata costruita con i più piccoli e miseri interessi personali?

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La scena finale, la bestiale violenza che madre e figlia subiscono in una chiesa, è corale, suggestiva  e lacerante. Con la virtù della piccola Rosetta è la speranza stessa a venire fatta a pezzi e massacrata.

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Spettacolo intenso, senza pause né cali di tensione. C’è anche un momento di canto e di coreografia, con la brava e intensa Tina Ascione (l’eroica Cesira) che, in uno dei pochi momenti di trabquillità, canta con brio la canzone popolare «Quando la ciociara se marita» e gli altri attori che l’accompagnano in coro.

Da citare la giovane Valeria Materia, che si cala con convinzione ed efficacia nei panni della sventurata Rosetta. Tra gli altri (tutti da elogiare) una particolare menzione per la concentrata e attenta “narratrice” Francesca Capaldo e per la vigorosa interpretazione di Roberto Zagatti che interpreta il fattore che, per un breve ma significativo periodo, ospita madre e figlia.

Una delle peculiari caratteristiche di Vittorio Palumbo “teatrante” è sempre stata quella di riuscire  a fare sempre con poco con poco. Ebbene, questa volta, sempre con poco, avvalendosi cioè di attori non professionisti e di una scenografia ancor più ridotta all’osso del solito, è riuscito a fare davvero moltissimo.

Gli spettatori e Telethon ringraziano sentitamente.

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Locandina


GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Sbuffi di Ponentino (8) – Magliana: la banda non sbanda

È un percorso emozionale, più che una dettagliata cronistoria del male.

Attraverso i fatti, i misfatti e i collegamenti della Banda della Magliana,  «Roma criminale» , prodotto dall’Associazione Le Ombre di Platone, scritto da Salvatore Buccafusca e Antonio Turco, per la regia di Francesco Sala, andato in scena martedì 18 dicembre nella Capitale, al Teatro Lo Spazio, in realtà si tratta e si racconta di circa un ventennio di storia nera che più nera non si può.

È un volo ardito, al limite della temerarietà, ma necessario per cercare di decifrare quelle trame di fili di colore diverso, quelle incisioni nella carne dei romani e di tutti gli italiani che ricordano le misteriose righe peruviane di Nazca, il cui ordito può essere interpretato solo guardando da migliaia di metri di quota.

Si comincia dall’assassinio di Pasolini, utile a spiegare l’humus dal quale è germogliata una generazione difficile e pericolosa, si passa per una serie di omicidi di ferocia inaudita,per lotte all’ultimo sangue (è proprio il caso di dirlo) tra fazioni, in cui un anche un piccolo sgarbo era sanzionato con la morte, per violenze di ogni tipo, rapimenti, rapine, fino all’irruzione di quel vero e proprio flagello (soprattutto per i giovani) costituito dalla diffusione nelle vie e nelle piazze italiane di tonnellate di eroina.

Il delirio di onnipotenza del “dandy” De Pedis,  del “freddo” Abbatino e dei loro degni sodali, il mito idealistico, sia pure in un’ottica distorta e perversa, di un’illusoria utopia egualitaria da conseguire attraverso la cosiddetta stecca para, la costante attenzione dei vertici della malavita organizzata verso questo gruppo di giovani avventurieri da sfruttare fino all’osso ma da tenere costantemente sotto controllo, sia pure attraverso un guinzaglio lungo, tutto viene messo nel frullatore e ciò che ne esce è un flusso di sensazioni capace di superare le difese più epidermiche.

 Si esce dal teatro, una volta terminato lo spettacolo, senza un bagaglio di nozioni maggiore di quello che ci si è portati dentro entrando, ma senz’altro con qualche consapevolezza in più, almeno  a livello viscerale, circa la reale natura e portata di una fenomenologia criminale forse unica in Italia per tipologia, durata ed estensione.

Del finale dello spettacolo, ovviamente, non mi è lecito parlare, ma mi sia permesso ricordare una frase che, più delle altre, sembra utile a capire che le motivazioni che spinsero tanti giovani romani tanto avanti e irreversibilmente  sulla strada della violenza e della delinquenza, non sono poi così complesse:

«Volevo solo scappare via dalla Magliana, e volevo farlo a tutti i costi» confessa uno dei protagonisti.

E non mi sembra che ci sia altro da aggiungere, se non un esame più dettagliato della performance degli interpreti.

Eccessiva come una popolata verace, sapientemente sguaiata all’occorrenza, sensuale comeuna concubina imperiale quando la storia lo richiede, Fulvia Lorenzetti spende al meglio la fisicità che le è propria e che ne contraddistingue la presenza scenica: a volte spudorata, a volte fragile e remissiva, in una recitazione energica sempre e costantemente contrassegnatada un tasso di femminilità elevatissimo. Canta, balla, gesticola e,all’improvviso,  si ripiega nella propria intimità, senza concedersi tregua al pubblico e senza risparmiare le proprie energie fisiche ed emotive.

Impulsivo, irruente,  ribelle e imprevedibilmente reattivo, Gaetano Carbone si cuce addosso, con sorprendente naturalezza e assoluta disinvoltura, la maschera di una certa gioventù insofferente a tutto e a tutti, spavalda e spaccona, in cui si identificano i diversi”ragazzacci rampanti”  delle organizzazioni criminali rivali (Banda della Magliana contro Testaccini) e di quel sottoboscodi criminalità politica con il quale entrambi i gruppi, direi inevitabilmente, avevano finito per contaminarsi. Un’aggressività ostentata, come accade per molti dei più giovani in questo persistente periodo di azzeramento dei valori tradizionali, mirata, con ogni probabilità, a mascherare ed esorcizzare insicurezze e fobie esistenziali.

In presenza dell’impeto sanguigno e passionale, profuso senza risparmio dai compagni di scena, Salvo Buccafusca, calato nei panni di Pippo Calò, ricopre per tutto il tempo un ruolo apparentemente defilato ma, in realtà, d’importanza fondamentale per lacostruzione narrativa: da una parte i suoi pacati commenti costituisconol’efficace  collante di una trama oltremodo complessa, narrando di fatti che coprono oltre un ventennio, dall’altrocontribuisce ad arricchire e completare il quadro generale di fatti e contestoattraverso lo sguardo attento e lucidissimo di chi in qualche modo ha ereditatol’atavica e sempiterna saggezza di uno dei più radicati e strutturati apparati criminali.

Oltre che alle loro “prestazioni artistiche”,  il successo tributato dal pubblico, attraverso applausi ripetuti e convinti, fa da riscontro alla regia al tempo stesso rigorosa e fantasiosa di Francesco Sala (coadiuvato da Giulia Malavasi) dagli acconci costumi  di Fabrizia Magnini, dai suggestivi effetti luminosi di Angelo Ugazzi e dall’accorta e ben scelta colonna sonora di accompagnamento.

Il regista Francesco Sala ripreso accanto a Marco Travaglio, “beccato” tra il folto pubblico del Teatro Lo Spazio in occasione della prima romana di “Roma criminale” 

   

  

Vestale

  

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Festival Bazziniano: buona… l’ultima!

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Compositore, violinista, erudito e ispirato docente, l’ “Anti-Verdi“,  il “Novello Paganini”, Leopardi del violino” come pure venne appellato, troppo cosmopolita, troppo paneuropeo, per i suoi tempi, in qualche fu modo offuscato da una Storia rimasta indietro come un vecchio orologio. 

E, come accaduto ad altri Grandi, più “dimenticato”, a lungo, proprio dalla sua terra  e dai concittadini di diverse generazioni.

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Dunque doveroso, quanto ben realizzato e riuscito, il «Festival Antonio Bazzini – Brescia e l’Europa 1818 / 2018»  articolata iniziativa mirata a onorare l’arte e la memoria di Antonio Bazzini, grande musicista bresciano, che il CTB ha fatto propria e organizzata di concerto (mai termine fu più adeguato e ben collocato) con il Conservatorio di Musica Luca Marenziouna rassegnache si è svolta con successo e si è conclusa ancor meglio.

Per meglio spiegare ciò che ho visto poco fa al santa Chiara, ritengo utile una premessa il cui senso sarà pienamente comprensibile più avanti: le tesi di laurea si dividono essenzialmente in due tipologie: le sperimentali e le compilative. Quella che è stata assegnata a quel sempre giovane e sempre curioso studente della vita che risponde al nome di Costanzo Gatta, in occasione del Festival Antonio Bazzini –Brescia e l’Europa 1818 / 2018, appartiene, con ogni evidenza, e per fofrza di cose, alla seconda categoria.

Al termine del vasto programma del festival, si trattava infatti di celebrare con una pièce che rievocasse in modo dettagliato la vita, la carriera artistica e didattica, gli orientamenti creativi e la filosofia musicale del mai abbastanza celebrato e valorizzato violinista e compositore bresciano.

Ebbene, con «Bazzini, l’Antiverdi?» andato in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri poche ore fa, Costanzo Gatta ha composto e diretto con la consueta maestria la sua tesi compilativa, riuscendo a trasformarla, grazie anche alla bravura e dall’impegno degli interpreti (in ordine di apparizione Monica Ceccardi, Miriam Gotti, Silvia Quarantini e Daniele Squassina) in un appuntamento vivace e attrattivo, che ha tenuto attenti e partecipi gli spettatori dall’inizio alla fine (contrassegnata da lunghi e ripetuti applausi).

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Costanzo Gatta… in azione

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L’intelaiatura dello spettacolo è estremamente lineare ma di grande efficacia: tre giovani donne, riunite in quel che sembra una specie di redazione di qualche quotidiano o periodico, ricostruiscono, momento per momento, la intensa e girovaga esistenza del maestro, voci e pettegolezzi inclusi.  La rievocazione va avanti tra passato e presente, con tanto di selfie e riprese filmate, scandito dalle immagini di personaggi e luoghi che scorrono sul grande schermo della videoproiezione. I successi, le sconfitte, i sogni e le disillusioni, i difficili rapporti con la critica, la visione cosmopolita di vita, cultura e musica, in contrapposizione con Verdi e con il melodramma, imperante in Italia, si dipanano in ordine cronologico nella suggestione dei colori degli abiti femminili (creati e realizzati da Gianni Tolentino),  negli inserti di canto, nelle coreografie semplici quanto suggestive firmate da Orietta Trazzi, nell’immedesimazione (anche fisica) nel personaggio di Daniele Squassina. Semplicemente impeccabile, come sempre, l’accompagnamento delle luci di Cesare Agoni.

Si replica ancora domani sera, a partire dalle 20,30.

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Bazzini, l’AntiVerdi?

ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta

Con Monica CeccardiMiriam GottiSilvia QuarantiniDaniele Squassina.

costumi Gianni Tolentino

luci di  Cesa dire Agoni

coreografie di Orietta Trazzi

registrazioni di Gabriele Gasparetto

direzione tecnica Cesare Agoni

elettricista Sergio Martinelli

macchinista Michele Sabattoli

audio e video Giacomo Brambilla

trucco e parrucco EDUCO

Centro di formazione professionale

produzione Centro Teatrale Bresciano

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Rane in fuga dalla TV

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«Le rane»  (titolo originale: Βάτραχοι), commedia scritta da Aristofane,  vinse nel 405 a.c. le Lenee di Atene, in occasioni delle quali venne messa in scena per la prima volta.

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La trama:

Dioniso, ammiratore di Euripide, decide di scendere nell’Ade per riportare in vita il drammaturgo e salvare così la tragedia dal declino causato dalla mancanza di nuovi talenti.

Travestito da Eracle, nell’intento di intimorire gli gli abitanti degli Inferi, inizia il viaggio insieme al suo fido servo Xantia inizia il viaggio.

Giunti all’Acheronte si dividono: Dioniso sale sulla barca di Caronte, mentre il suo servo, visto che il traghettatore non dà passaggi agli schiavi, è costretto a una lunga camminata a piedi per aggirare la palude.

Durante la traversata si fa sentire il ben intonato coro delle rane (da cui il titolo all’opera), e il canto degli iniziati ai culti misterici.

Il travestimento di Dioniso genera una serie di spassosi equivoci: incolpato da Eaco, servo di Plutone, di avere maltrattato il cane Cerbero, e minacciato di evirazione da parte delle terribili Gorgone, Dionisio, dopo aver perso impaurito il controllo dei visceri, costringe  Xantia a sostituirlo nel camuffamento. Seguono altre situazioni spassose costruite sulla sfortuna del dio e sulla buona sorte del servo nel corso di successivi scambi d’identità.

Quando finalmente i due giungono alla meta, è in corso un furibondo litigio fra Eschilo, detentore del trono dell’arte tragica, e il nuovo arrivato Euripide, che vorrebbe prenderne il posto. Il duello dialettico tra i due è senza esclusione di colpi e Dioniso, nominato da Plutone in persona arbitro della disputa, dopo una lunga incertezza, decide alla fine di assegnare la vittoria a Eschilo che, così, tornerà in vita.

Non prima però di avere raccomandato a Plutone, con un ultimo colpo di coda, di impedire a ogni costo, in caso di nuove dispute tra drammaturghi,  che Euripide abbia la meglio. Magari preferendogli Sofocle.

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Lo spettacolo:

L’approccio scelto da Ficarra e Picone nei confronti del pubblico di  «Le rane» (tratta –a circa due millenni e mezzo di distanza- dall’opera di Aristofane) è di quelli che possono definirsi “simpaticamente ruffiani”.

I due comici, sollecitando in più occasioni direttamente l’applauso, cercano continuamente un contatto anche fisico con la platea, non dimenticando, però, nel finale, un particolare saluto solidale e democratico agli spettatori della galleria che  hanno assistito allo spettacolo “più da lontano”.

Lo spettacolo , in sostanza, è diviso in due parti. Per circa metà, infatti,  viene calcata la mano sugli aspetti più farseschi e sulle battute più sapide (pure presenti anche nel testo originale); per l’altra metà (e questo la dice lunga sulla struttura non proprio armonica ed equilibrata scelta dalla regia) ci si avventura nel la  eccessivamente prolissa e  prolungata disputa artistica, stilistica ed ideologica tra i non troppo convinti (si parla di interpretazione) Eschilo ed Euripide.

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Anche al Teatro Sociale Ficarra & Picone hanno fatto il pieno di pubblico con «Le rane›

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Un  prodotto per palati facili (absit iniuria verbis), scaltramente estratto dall’involucro della tv per approdare in palcoscenico, con una struttura narrativa francamente fragile e frammentaria che si risolve in una serie di gag: quanto di piàù adatto, insomma, per essere interrotto, al termine di ogni quadro, dal passaggio della pubblicità per lo sponsor o dai consigli per gli acquisti.

Non tutto è da criticare in modo e misura così severi,  naturalmente.

Della simpatica ruffianeria di Ficarra e Picone, bravi professionisti le cui qualità comunicative ed empatiche (perfette in trasmissioni come “Striscia la notizia” o in film d’intrattenimento), con ogni probabilità, decadono parzialmente nel passaggio dal piccolo schermo al palcoscenico, già si è detto. Efficace e suggestiva la scenografia, vivacemente colorati i costumi, decisamente molto bravi i coristi, intonati e coinvolgenti nell’interpretazione di  “rane” e “iniziati”, incontestabilmente piacevoli musiche e movimenti.

Tra i tanti messaggi “alti” espressi dai due drammaturghi rivali, talmente alti da risultare rarefatti, per la verità, uno, alla fine, perfettamente attagliato all’attuale situazione politico-sociale del nostro Paese, resta  bene impresso nella mente degli spettatori più attenti e scafati:

«Chiunque farà diversamente da quanto fatto da coloro che c’erano prima, farà bene» afferma sostanzialmente il perdente Euripide.

Provocazione immediatamente dopo contestata e demolita dalla riflessione che se comunque chi viene ”dopo” non opera al meglio, ecco che subito e inevitabilmente si allungano le cupe e sinistre ombre di altri due detti nati dalla saggezza popolare.  

Il primo, tradizionale: «Al peggio non c’è mai fine» . Il  secondo più articolato e ironico: «Una volta toccato il fondo, sarebbe consigliabile, almeno, di non mettersi a scavare»

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.   GuittoMatto

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Il verbo degli uccelli… lo declinano gli uccellini della Giovanni Pascoli

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Il verbo degli uccelli – Canto alla Città è la 4^ produzione CTB in cartellone quest’anno》 premette Gian Mario Bandera, particolarmente lieto di sottolineare come, anche quest’anno, si stia portando avanti l’apertura e la promozione del lavoro con le scuole (in questo caso con gli alunni che fanno parte del coro della secondaria cittadina Giovanni Pascoli.
Continua il mio progetto o di lavorare sulla città con una logica che non è (non solo) quello del “laboratorio” ma del lavorare insieme, guardando alla città come a una serie di piccole aiuole in cui viviamo le nostre quotidianità.》 spiega Lucilla Giagnoni, sottolineando come, rispetto allo scorso anno, si sia abbassata l’età degli studenti coinvolti.

Il testo scelto è di derivazione orientale-islamica contaminata però  dalla visione Sufi del XII secolo. La storia narra degli uccelli del mondo che, in cerca di pace, decidono d’incontrarsi con il Re di origine divina Simurgh. Un testo non lineare, come possono esserlo le trame di un tappeto orientale.

Alla fine del viaggio, delle migliaia e migliaia di uccelli partiti ne rimangono solo trenta, ai quali Simurgh si rivela sotto forma di uno specchio in cui, dopo essersi rimirati, essi decidono di annullarsi, ma solo per creare nuova vita, così come la dissoluzione della carne crea nuovo humus.
Si è data alla narrazione la struttura tipica di un videogioco, vale a dire un susseguirsi di prove di crescente difficoltà che deve affrontare l’eroe per salvare il mondo》 aggiunge poi, con malcelata soddisfazione.

I ragazzi si sono dimostrati di vivida intelligenza, freschi disponibili e aperti al nuovo. Cantando e recitando nel corso dei tre mesi di prove che si sono resi necessari, mi hanno arricchito giorno per giorno, facendo di questa esperienza una delle più belle》.

Poi Lucilla Giagnoni termina il suo intervento presentando alla stampa presente i tre musicisti che parteciperanno allo spettacolo: Marco Tamagni, Tino BalsamelloFederica Arestia.

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I professori Franco Cagna e Giovanni Golino, dopo avere spiegato lo spirito e la formazione  del Coro (che omprende elementi delle più svariate etnie e nazionalità) si soffermano sulle sue finalità, essenzialmente sociali e solidali, attraverso esibizioni in ospedali, RSA, comunità varie e in ricorrenze come quello della strage di Piazza Loggia.

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Il verbo degli uccelli – Canto alla Città  è in scena domani mercoledì 5 e dopodomani giovedì 6 dicembre al Teatro Sociale.
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   GuittoMatto
Categorie: Teatro & Arte varia.

L’ardua sfida della Tempesta danzata

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     L’opera:
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«La tempesta» è un’opera teatrale in cinque atti scritta da William Shakespeare tra il 1610 e il 1611. La vicenda, ambientato su di un’isola imprecisata del Mediterraneo, racconta di Prospero. duca di Milano mandato in esilio, che si adopera in ogni modo (anche ricorrendo a magia e incantesimi) perché la figlia Miranda possa riprendere il potere.  Così, grazie a un incantesimo che scatena una forte tempesta, provoca il  naufragio proprio sull’isola in cui è stato esiliato, di suo fratello Antonio e di Alonso Re di Napoli, suo complice.
Una volta fatto ciò, Prospero, coadiuvato dallo spiritello Ariel (prima del suo arrivo imprigionato da un incantesimo in un albero), che ha fatto suo complice, e sempre servendosi della propria scaltrezza e delle arti magiche, riesce a rivelare la meschinità di Antonio e a fare innamorare e sposare la figlia con il Principe di Napoli. 
Prima rappresentazione in pubblico: 1 novembre 1611
Personaggi principali: Prospero, Calibano, Ariel, Miranda, Ferdinando

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Lo spettacolo:.

Un grande schermo tv diffonde immagini in bianco e nero che suggeriscono rimpianti e nostalgie, il soffio incombente e onnipresente del vento, una colonna sonora fatta di musica a volte tribale, a volte tecno, a volte scandita da percussioni rock, che, invece di suggerire i movimenti dei danzatori, sembra accompagnarli con mirabile efficacia e fedeltà.

Un godimento per gli occhi e per lo spirito, sia a livello estetico che emotivo, sollecitato da  coreografie, scenografie e giochi di luce di grandissima suggestione, dallo straordinario affiatamento di sedici ballerini, talmente bravi da rendere difficile (e persino superfluo) prenderli uno per uno per distinguerne e pesarne le prestazioni personali.

La domanda è: può essere sufficiente tutto ciò a garantire di una sfida ambiziosa come quella di trasporre un’opera del divino William Shakespeare in uno spettacolo di danza?

«Ecco la capacità della danza di raccontare la narrazione teatrale» è la convinzione  espressa senza se e senza ma da Giuseppe Spota, che spiega poi  Nello studiare il testo un’immagine mi ha condotto all’altra (come succede nella storia di Shakespeare, in un continuo effetto domino), dando la possibilità all’immaginazione di espandersi. Proprio come in un viaggio, in ogni tappa il corpo e il movimento cambiano e si evolvono, attirando il pubblico dentro un mondo magico”.

In realtà la questione è ben più complessa, però.

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(crediti delle foto PH Viola Berlanda)

 

Nel fulgore espressivo, nelle mille forti sollecitazioni sensoriali e mentali che lo spettacolo regala agli spettatori, a ben vedere c’è abbastanza Tempesta, ma meno Shakespeare.

Perché, per portare a termine con pieno successo un’operazione ambiziosa come questa, il Grande Bardo, probabilmente, è l’autore meno indicato: un Genio della parola che nei riferimenti ideali, sia dotti che popolari, nelle raffinate e nelle sapide parafrasi verbali, nelle complesse e stuzzicanti allegorie, è obbiettivamente impossibile tradurre compiutamente in soli movimenti. Esprimere in passi di ballo il messaggio Shakespeariano, dunque, al di là delle migliori intenzioni, è un po’ come tentare di descrivere in uno scritto o in un colloquio un sapore o un odore: si può fare, certo, usando i termini giusti, ma solo in modo approssimativo, perché o un gusto si prova in bocca o nel naso, oppure non si conosce davvero.

Insomma: spettacolo davvero di altissimo livello, che meritatamente ha riscosso, al calare del sipario, i ripetuti e convintissimi appalusi del pubblico che gremiva il Teatro Sociale, ma opera a sé, sostanzialmente (e felicemente – aggiungo e sottolineo) distaccata dall’opera di riferimento e, soprattutto, dal suo drammaturgo.

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Tempesta è una produzione Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto, coprodotta da CTB Centro Teatrale Bresciano e Teatro Stabile del Veneto, con il sostegno di Fondazione I Teatri di Reggio Emilia.

Dopo il debutto, nello scorso giugno, al Piccolo Teatro di Milano, lo spettacolo per 16 danzatori è in scena al Teatro Sociale di Brescia dal 29 novembre all’1 dicembre.

Coreografia di Giuseppe Spota, musiche originali di Giuliano Sangiorgi (leader dei Negramaro), drammaturgia di Pasquale Plastino, consulenza critica curata da Antonio Audino, scene di Giacomo Andrico, costumi di Francesca Messori e luci di Carlo Cerri.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.