Goodmorning Brescia (76) – San Faustino: tanti “singoli” fanno una moltitudine

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Giusto due parole, poi lascerò la parola alle immagini di questa giornata di festa per Brescia, immancabile richiamo e ricorrente grande appuntamento per tutti i bresciani.

Come spesso accade per la ricorrenza del Santo Patrono (questo è da tempo San Faustino per Brescia, insieme al meno ricordato San Giovita, a dimostrazione che anche tra i Santi esiste una certa gerarchia) , soprattutto in città della tipologia e della grandezza della Leonessa, o per centri di minore dimensione, ciò che “arma” la voglia di scendere in piazza e partecipare allo struscio collettivo, è il desiderio, mai sopito, di riaffermare la propria identità, sia d’individuo che di gruppo.

Una voglia che, soprattutto in una città ormai indubitabilmente multietnica e multiculturale come Brescia, assume singolari tonalità e sfumature che meriterebbero un più articolato e ponderato approfondimento.

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.Eccoci di nuovo qui.

Avete saziato gli occhi con queste belle foto?  Sì? Allora a questo punto le alternative sono due:

a) Siete forestieri. Accontentatevi di questo e rallegratevi per avere conosciuto qualcosa di più sulla Leonessa d’Italia.

b) Siete di Brescia e dintorni: infilatevi un giubbotto o un paletot e recatevi subito in centro città: così, oltre al senso della vista, potrete gratificare a suon di salamina, porchetta, formaggi e altre simili piacevolezze, anche l’olfatto e, soprattutto, il gusto. Poi, prima di tornare a casa, un bel pirlo come aperitivo ci sta sempre.

Ah, ancora una cosa!

Per chi non lo sapesse, in San Faustino, da qualche tempo, è stato individuato anche il Protettore dei single. In questo caso, a far preferire (ancora una volta) lo stesso Faustino allo sfortunato Giovita, sarebbe l’assonanza con il Santo festeggiato il giorno precedente.

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Probabilmente una sorta di rivalsa da parte di chi, il giorno. precedente, non ha avuto nulla e nessuno da festeggiare. Per alcuni però, la cosa avrebbe anche un fondamento, per così dire, di derivazione storica: la tradizione medievale che vedeva in San Faustino uno assai propenso a offrire alle giovani fanciulle l’opportunità di incontrare il futuro moroso. .

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (75) – La Poesia? Espressione di Civiltà… Bresciana

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Nell’antico palazzo al numero 5 di vicolo San Giuseppe,  su al primo piano, oltre la grande ed elegante sala riunioni, oltre l’accogliente ufficio nel quale si è tenuta stamattina la conferenza stampa convocata per la presentazione della cerimonia di premiazione del premio nazionale di poesia “Santi Faustino e Giovita 2018” oltre gli uffici, in cui lavorano alacremente gli uomini e le donne della Fondazione Civiltà Bresciana, si apre un dedalo di stanze le cui pareti sono completamente occupate da scaffali stipati di libri di ogni genere. Cerca 100.000 volumi e faldoni in cui è raccolta custodita la storia e la cultura bresciana, ma anche informazioni, trattati, saggi, relative alla vita culturale, sociale e artistica dell’intero paese.

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Lo scopo della conferenza è quello di presentare la cerimonia nel corso della quale, giovedì 15 febbraio prossimo venturo, alle 16.00, presso la stessa sede di vicolo San Giuseppe 5, saranno ufficialmente assegnati i premi relativi al concorso nazionale di poesia santi Faustino e Giovita 2018.

Al di là del dettaglio della manifestazione, alla quale saranno presenti oltre al vescovo della diocesi di Brescia, monsignor Pier Antonio Tremolada e al sindaco Emilio De Bono, il presidente della Provincia Pier Luigi Mottinelli, il  presidente della Camera di Commercio Giuseppe Ambrosi, il presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti Sergio Onger, il presidente della Confraternita dei Santi Faustino e Giovita don Maurizio Funazzi nonché la giuria al gran completo (Andrea Barretta, Maria Rosa Bertelli, Paolo Venturini) ci si è soffermati sull’esito del premio di poesia che torna dopo cinque anni di pausa.

«I numeri parlano da soli» esordisce il Presidente di giuria Andrea Barretta.

«Al premio hanno partecipato 103 partecipanti provenienti da tutta Italia (70% per la sezione in lingua), con 184 poesie» specifica senza nascondere la propria soddisfazione.

«Sono cifre persino inattese, nella misura in cui si sono formate,  che (uniti all’ottimo livello delle liriche pervenute) ci incoraggiano a pensare di aver raggiunto uno dei principali scopi della manifestazione, vale a dire quello di richiamare ancora di più l’attenzione delle autorità politiche, sociali e religiose sulle benemerite attività della Fondazione»

Scende poi nel dettaglio più strettamente tecnico del premio.

«La giuria, che ho avuto l’onore di presiedere, ha lavorato con grande rigore. I testi scritti in “bresciano” sono stati esaminati tenendo conto sia della correttezza dei termini usati che della giusta accentazione, pur tenendo nella giusta considerazione le differenze di scrittura e pronuncia che contraddistinguono le varie zone della provincia. Per quanto riguarda invece le liriche italiane, si è cercato di valorizzare,  nell’ambito di una doverosa attenzione alla correttezza stilistica, anche l’innovazione tematica e di linguaggio».

Ecco i vincitori. Oltre ai tre premi riservati ai vincitori del concorso (per la “lingua” Tiziana Monari, Maria Francesca Girelli e Marco Papetti; per il dialetto Giovanni Trotti, Luigi Legrenzi e Dario Tornago) si è deciso di assegnare altri riconoscimenti per segnalare lavori non premiati ma di qualità e di grande interesse. In particolare:

  • per la lingua menzioni di merito a Gaetano Bonera e Mari Cristina Odoardi e segnalazioni di merito per Isabella Roda e Giuliana Bernasconi.
  • Per il dialetto menzioni di merito a Velise Bonfanti ed Emilio Gadaldi e segnalazioni di merito per Lucia Filippini e Angelo Comparcini.

Si è colta l’occasione, altresì, di conferire due premi speciali alla carriera: il primo alla poetessa e scrittrice Elena Alberti Nulli e l’altra all’attore Sergio Isonni che sarà anche la “voce” della cerimonia di premiazione.

Prima di concludere, Andrea Barretta traccia la rotta del futuro:

«Questo Premio deve diventare un’autentica festa della Poesia, guardare ai versi come espressione delle più nobili emozioni, con quel tanto di “popolare” e quel tanto di dignità letteraria che, a mi avviso, costituiscono una miscela ideale».

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Progetto ambizioso, forse, ma non impossibile.

O meglio: impossibile per molti, ma certamente non per la   Fondazione Civiltà Bresciana  e… per don Antonio Fappani.

 

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    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Che meraviglia , quando il Teatro… è “Aperto”!

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Dell’iniziativa di Elisabetta Pozzi e del Centro teatrale bresciano «Teatro aperto» si è già parlato in questo blog, nell’articolo apparso in questo blog lo scorso 9 novembre, di cui riportiamo il link.

(https://cardona.patriziopacioni.com/profumo-di-novita-al-san-carlino-con-teatro-aperto/)

A causa di una serie di impegni non ero però riuscito ad andare al San Carlino per vedere di cosa esattamente si trattasse.

L’ho fatto ieri pomeriggio, assistendo, con grandissima gratificazione, alla lettura scenica di «Terra Santa» di Mohamed Kacimi  scrittore e algerino nato da una famiglia di teologi, allievo prima di una scuola coranica, poi di una scuola francese.  Ed è proprio utilizzando la lingua francese, che Kacimi ha scelto di comporre le proprie opere.

Notizie più dettagliate su di lui potrete reperirle attingendo alla “santa” wikipedia, a questo link: https://fr.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Kacimi.

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Mohamed Kacimi e il libro «Terra Santa» pubblicato da Elliott Edizioni nel 2008  (13 € – ISBN 9788861920347)

 

 

LA TRAMA

L’azione si svolge in una città assediata, che potrebbe ricordare una situazione mediorientale (in particolare la guerra israelo-palestinese) ma che, volutamente, l’autore priva di ogni preciso riferimento geografico.

Nel dramma si narra di una famiglia il cui palazzo è al centro di drammatiche operazioni belliche, all’interno della quale si sviluppano complessi meccanismi psicologici.

Un’isola di normalità all’interno della macelleria della guerra, che però non salverà i suoi abitanti, autentici naufraghi di esistenze “normali” ormai polverizzate da tragici e irreversibili eventi.

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LA VALUTAZIONE DEL TESTO.

Suggestivo, coinvolgente e serrato.

Molteplici i temi trattati dall’Autore, qui di seguito provo a riassumere quelli che più hanno  suscitato il mio interesse e le mie riflessioni.

La  fuga da una realtà disumana e violenta, come quella di un devastante conflitto, può coincidere con un tenace rifugio nelle sensazioni enei ricordi personali e nel privato familiare.  Si tratta, però, di un rimedio che, come un farmaco, si può rivelare medicamento se assunto nelle giuste dosi o droga se somministrato oltre una certa misura. Una dipendenza come quella alcoolica, simboleggiata dal desideri smodato di Arak e, più volte, manifesta il capo famiglia.

Se l’approccio alla religione, è acritico e intransigente, inevitabilmente, prima o poi,  si scivola nella perdita di ogni altro aggancio alla morale e all’etica. È il caso di Amin (il figlio) che, nel furore integralista, gode di avere ucciso un soldato, arriva persino a stuprare l’indifesa vicina Imen.

Altrettanto pericoloso, però, può rivelarsi ammantarsi di  cinismo, interrompendo ogni empatia con l’ambiente circostante. È il caso del padre Yad e di sua moglie Alia, le cui acide battute («Trent’anni d’amore, non sono più amore, sono pubblica amministrazione» «Un dio che si mette a proibire l’alcool non è un buon dio, è un rompiscatole» (lui) «Ho visto troppi morti per avere pietà; la cosa più importante è saper fare bene il caffè»  (lei) facciano più male a chi le pronuncia che a chi le ascolta.

I deboli sono destinati a soccombere. È il caso di Imen, vittima predestinata della violenza del mondo ma anche, soprattutto, delle proprie insicurezze. Una che ha chiamato il gatto Gesù, e non è un caso, perché l’animale è l’unico che non si approfitta di lei, perché può essere rassicurante avere sempre a disposizione un piccolo idolo peloso, una comoda coperta di Linus vivente, in mancanza dell’Onnipotente.

I servi del Potere sono pedine senza valore, intercambiabili, sacrificabili, e, non appena cominciano davvero a pensare, sono destinati a perire. È il caso del soldato Ian, forte solo della confortante schematicità delle procedure e dei regolamenti in cui l’ha incasellato lesercito, sorpreso da un’improvvisa, appena disegnata  consapevolezza di sé, una distrazione sufficiente a condurlo all’annientamento.

Uniche note pleonastiche, a mio avviso, due lunghi soliloqui (prima di Yad, poi di Imen). Scritti in bella calligrafia, sì, pieni di simbolismi, di evocazioni e di immagini, certamente, ma che risultano peraltro dissonanti dalla scarna narrazione di lucido e razionalissimo straniamento che caratterizza e scandisce una costruzione drammatica per il resto avvincente ed eccellente. Ammiccano allo spettatore, seducenti, ma inevitabilmente lo distolgono al fluire degli eventi, rallentando il ritmo serrato che, di «Terra santa», costituisce il pregio maggiore.

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LA LETTURA SCENICA

Di assoluta eccellenza l’interpretazione di attori che hanno dimostrato di avere interiorizzato e decodificato al meglio le caratteristiche dei personaggi che sono stati chiamati a interpretare: bravissimi Paolo Bessegato, Beatrice Faedi, Monica Ceccardi, Massimiliano Mastroeni, Andrea Tonin, con Silvia Quarantini impegnata a legare e a sottolineare con essenziali, direi spartani, ma efficacissimi effetti sonori la lettura collettiva.

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L’ESPERIMENTO

Quella che si viene a creare è un’atmosfera del tutto nuova e differente anche per uno come me che frequenta da anni teatri di ogni dove. Ci si trova lì, nell’antica chiesa-auditorum-teatro, a essere trascinati in qualcosa che non è dramma, ma ci somiglia molto. A farsi catturare e trascinare ella narrazione come uno straccio impigliato in un ingranaggio industriale. A chiedersi, alla fine dei conti, non senza una certa perplessità: «Cosa manca a tutto ciò, per essere compiutamente teatro?»

Già. Cosa manca?

La scenografia? No, perché lo scenografo più bravo e capace di coinvolgere e creare suggestioni, è quello che lavora nella mente dello spettatore.

I costumi? No, perché la stessa considerazione appena fatta male anche per il più abile costumi.

I movimenti? No, non mancano neanche questi: tutti i presenti al San Carlino li distinguevano, chiaramente, nella volta trattenuta a stento da parte del degli attori-lettori che si mette si pagano con grande efficacia nelle situazioni e nei personaggi creati da Kacimi.

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Applausi a scena aperta (sempre che ci fosse stata, una scena), ancora più preziosi visto che quello che gremiva il San Carlino ieri pomeriggio era un pubblico qualificato formato per la grandissima maggioranza da intenditori o da appassionati amanti del teatro.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Post It (18) – Gramellini e il caffè senza zucchero

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Bevo il caffè con lui praticamente tutte le mattine, e andiamo quasi sempre d’accordo. 

Lo trovo  ironico al punto giusto, pungente quanto basta, un autentico asso nel trovare ogni giorno, tra i fatti del giorno, spunti di riflessione interessanti e stimolanti.

Eccezionalmente, però, come capita a persone che , talvolta non capita di essere in perfetta sintonia 

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Lui si chiama Massimo. Massimo Gramellini, per l’esattezza. Giornalista e scrittore, vicedirettore ed editorialista del Corriere della Sera.

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    Una tazzina di parole ogni giorno sul Corriere della Sera, in prima pagina, taglio basso.

Il caffè è un rito quotidiano, una pausa, un piacere e anche un luogo di incontro in cui si discute, si scherza, ci si sfoga e ci si consola“.

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Dunque, basta con gli ombrelli e, soprattutto, con le “Ombrelline”..

Che ci fosse un solleone a picco tale da spaccare le pietre, che piovesse a dirotto sul circuito di turno, queste belle ragazze che sono (a questo punto e salvo ripensamenti erano) addette a riparare i piloti incastrati a forza nelle loro rombanti monoposto, sono fuori.

Questa la decisione presa nei giorni scorsi dai dirigenti della federazione automobilistica internazionale. La motivazione  è da individuare nella necessità di impedire la strumentalizzazione del corpo femminile.

L’ennesimo gesto a effetto, nella mia interpretazione, l’ennesima superficiale pennellata di belletto, ovvero un altro specchietto per le allodole che va ad aggiungersi a tanti altri, da mostrare senza il minimo sacrificio e con uno scopo ben preciso: quello di sciacquare la coscienza  (civile e sociale) di secoli e millenni di mancanza di rispetto, prevaricazione,  sopraffazione e violenza riservata senza risparmio e senza sosta, dall’uomo sulla donna.

Non è certo  privando dell’occupazione qualche manciata di ragazze, che si risolvono problemi come questo. Si tratta,, a ben vedere, solo di un regalino di dubbia intonazione e di nessun valore, che ricorda da vicino quegli specchietti e quelle perline con cui gli invasori bianchi delle Americhe cercavano (spesso con successo) di turlupinare gli sprovveduti indigeni,  Qualcosa che serve, sostanzialmente, a distogliere l’attenzione della gente dalla luna delle giuste rivendicazioni femminili, per puntarla sul dito di una solidarietà soltanto di facciata.

Perché, anziché dalle povere Ombrelline, forse sarebbe meglio cominciare a porre rimedio (con molta più forza ed efficacia di quanto, nonostante le nobili dichiarazioni d’intenti, si faccia ancora oggi), ad altre situazioni intollerabili:  vogliamo parlare delle donne che continuano a essere molestate negli uffici? Di quelle che vengono disprezzate, oltraggiate e spesso picchiate in casa, da mariti e conviventi? Di quelle che, a causa di presunti ideali (in)civili e religiosi sono costrette alla sottomissione più completa? Delle ragazze per le quali, a una certa ora di notte (ma a volte e in certe zone anche di giorno) scatta un implicito coprifuoco che impedisce loro di circolare da sole  nelle strade?

Invece, con sortite di questo tipo,  si continua a somministrare all’opinione pubblica anestetico da bancone in offerta speciale.

Invece…

Invece ecco di cosa (andando più o meno nella stessa direzione dei bigotti Signoroni della Formula Uno), informa un altro articolo, comparso nei giorni scorsi sulle pagine del Corriere della Sera on line:

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Ebbene, quando ho letto questo, sono rimasto francamente basito, a dir poco.

L’ultimo segnale del genere era venuta da una certa Regina Vittoria che aveva imposto le mutande anche alle gambe dei tavoli.

Censurare l’arte è quanto di più retrivo, conservatore, codino, volgare ci possa essere al mondo.

È fare un passo, lungo e deciso, verso gli oscurantisti, gli integralisti… verso l’ignoranza e il pregiudizio. Come quando, tanto per citare un esempio recente nazionale, si coprirono alcune tele del Campidoglio in occasione del ministro iraniano Rouhani.

Terribile, davvero, anzi raccapricciante, quanto accaduto alla MAG di Manchester.

Spero davvero che non sia questo lo spirito del #metoo, ma comincio fortemente a dubitarne.

Insomma, mio caro Gramellini, confermo: per una volta, per questa volta, non posso essere d’accordo con Te, non fartene cruccio.

Tanto il caffè, già domattina, tornerò a berlo con Te e sarà ottimo, come sempre.

Ci vediamo al bar, il solito: mi raccomando, non farti aspettare!

 

 

   Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

Anna «Nihil»: molto più… di «Niente» !

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«Ciclope, mi chiedi il nome famoso, ed io ti dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale. Nessuno è il mio nome. Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni». Dissi così, lui subito mi rispose con cuore spietato: «Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale»

«Nessuno, amici, mi uccide con l’inganno, non con la forza». Ed essi rispondendo dissero alate parole: «Se dunque nessuno ti fa violenza e sei solo, non puoi certo evitare il morbo del grande Zeus: allora tu prega tuo padre, Poseidone signore». Dicevano così, e rise il mio cuore, perché il nome mio e l’astuzia perfetta l’aveva ingannato»

Così, giocando sulle parole, dietro al “Nihil” di Anna, che in latino come tutti sanno, vuole dire “nulla“, c’è un “molto“, anzi un “moltissimo“: un grandissimo amore per i libri e un’intraprendenza degna di nota, rima di ogni altra cosa, che si è trasformato in «HoVogliaDiLibriVeri». 

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Un blog (quelli sopra sono i suoi “biglietti da visita”) come tanti, dedicato alla promozione della lettura ma, a differenza di altri, mirato alla scoperta e alla valorizzazione di quelli che Anna chiama “libri veri”, vale a dire (parole sue) «scritti per pura ispirazione, istinto, fantasia, tenacia».

Libri dietro ai quali c’è un autore “non vip” che «ha scritto il suo libro perché sentiva di doverlo fare, e ha deciso di pubblicarlo perché pensa possa essere utile, piacevole ed emozionante anche per gli altri».

Insomma, libri destinati a rimanere «fuori dalle classifiche, fuori dalle librerie, ma che hanno un valore enorme». E il «be hungry be foolish!»  di Steve Jobs, nella filosofia di Anna, si trasforma in un intrigante «be curious!» 

Il sito è molto ben realizzato e curato con grande attenzione e professionalità, sia nei contenuti che nella grafica.

Anna Nihil, invece, l’ho intervistata per voi. Continuate a leggere questo articolo per sape cosa ne è venuto fuori e per conoscerla più da vicino e meglio.

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Pochi mesi di vita per http://hovogliadilibriveri.blogspot.it/ : un blog letterario creato quando gli scrittori aumentano e i lettori diminuiscono. Quale idea ti sei fatta sul prossimo futuro?

Intanto voglio sperare che tutti gli scrittori siano anche lettori. Se a ciò si aggiungono i “lettori puri”… forse i conti non sono così disastrosi come vogliono farci credere. Certo, le librerie sono a rischio di estinzione, colpa degli ebook e dell’e-commerce, ma è davvero una “colpa”? Sono scomparse anche altre attività in passato, è il duro prezzo dell’evoluzione. Adesso si parla molto degli audiolibri. Un’ennesima novità che potrebbe rivoluzionare l’editoria. Un giorno i libri non si leggeranno più, ma si ascolteranno? Chi lo sa… 

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In “Ho voglia di libri” ci sono due messaggi diretti, uno indirizzato ai lettori e l’altro agli scrittori, ben separati tra loro. Ai primi si consiglia di evitare i libri scritti dai vip “pompati” dalle tv, i manuali, i “cloni” dei best sellers e sostanzialmente, anche i libri di maggior successo frutto di editing esasperati e ispirati alle indicazioni di marketing. Ai secondi di narrare “seguendo l’istinto”, a prescindere cioè da argomenti e stili che facciano tendenza. La domanda, provocatoria: togliendo tutto ciò non rimane molto…

Vero, non rimarebbe molto nelle classifiche, nelle librerie e su alcuni cataloghi… e finalmente potremmo respirare aria nuova! Avremmo tutto lo spazio necessario per far emergere i libri veri. Libri italiani. La gente crede che gli scrittori italiani siano solo quei quattro che ogni tanto si vedono in tv, ignorano che ci sia un meraviglioso mondo da scoprire! Ad esempio, molti pensano che non esistano bravi scrittori di fantasy in Italia. Invece esistono, eccome se esistono! Gli autori italiani scrivono libri di tutti i generi! Ecco, con il mio blog vorrei dare luce a queste realtà e cercare di abbattere degli assurdi pregiudizi.

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Se avessi una bacchetta magica, quale sarebbe il primo incantesimo che t’impegneresti a fare per l’editoria italiana e i suoi clienti?

Toglierei il titolo di “Casa Editrice” alle stamperie. Chi non può offrire altro che la stampa dei libri, dovrebbe dirlo chiaramente, e invece molti giocano a fare gli editori… finti, purtroppo. Così avvengono il 90% delle truffe ai danni di tanti aspiranti scrittori. Per risolvere il problema, non serve la bacchetta magica, basterebbe rivedere qualche legge. Spero che chi di dovere decida di occuparsene, prima o poi. Visto che mi è rimasto un incantesimo a disposizione, opterei per un «Scrivere è un lavoro, e come tale va giustamente retribuito» da infilare nella testa di un bel po’ di persone.

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Anna Nihil scrittrice. Anche qui, nella sua auto-presentazione una indicazione netta: «Perché la lettura sia davvero piacevole, è importante non farla troppo lunga. La storia deve scorrere come un film. Almeno questa è l’idea che porto avanti e per cui mi batto da anni. Libri brevi…ma intensi!». Mi ricorda la frase di Callimaco ( μέγα βιβλίον μέγα κακόν – grosso libro, grosso malanno”). Così però si lasciano fuori non solo autori come Stephen King, Ken Follett e Zafon, ma anche tipi come Alessandro Manzoni, Victor Hugo, Thomas Mann, che di pagine ne hanno scritte tante…

La “brevità” è una mia idea, un mio marchio di fabbrica. Ci tengo a preservare la mia originalità, quindi va benissimo che al mondo ci siano autori che scrivano in modo diverso da me. Se Alessandro Manzoni fosse vissuto ai giorni nostri, forse il suo “Promessi Sposi” sarebbe stato più breve, oltre che profondamente diverso! Un tempo le descrizioni minuziose erano importanti, era l’unico modo per mostrare un luogo o un monumento a un lettore. Non c’era la tv, non c’era internet, si viaggiava con più difficoltà. Adesso basta nominarlo. In molti l’hanno già visitato, altri l’hanno visto in tv, oppure possono rimediare facilmente con una ricerca sul web. Oggi, credo che valga la pena indugiare solo sui dettagli strettamente attinenti la storia. Di Zafon ultimamente ho letto la Trilogia della nebbia, in un unico testo sono stati raccolti i suoi tre romanzi brevi. Quindi, immagino che Zafon, sul valore della brevità, sia d’accordo con me… ma anche gli altri autori! Penso spesso a questa frase, tratta da una lettera di Pascal del 1600: “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”. Scrivere breve ed efficace è da sempre una bella sfida.

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Parliamo dei tuoi libri, adesso: da fiabe e favole al noir, passando attraverso il chick-lit (un “rosa” di seconda o terza generazione, tanto per intenderci) e la rievocazione storica, da Monna Lisa alla rivoluzione francese. Eppure dev’esserci un fil rouge prevalente, nella tua creatività.

 

Pensa, il prossimo libro sarà tutto un altro genere rispetto ai precedenti! Non mi pongo limiti, tutto dipende dalle storie che mi capita di incrociare lungo il mio cammino. Il fil rouge? In alcuni libri si percepisce una critica sociale (nel chick-lit, nei noir e nella favola “Luna”). Però, a pensarci bene, il tema ricorrente, in tutti i miei libri, è l’illusione dei sentimenti. Mi dispiace, dovrete leggerli per capire esattamente di cosa sto parlando.

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Scrittura, ma non solo. Molto interessante un’altra Tua iniziativa presente in Rete: in http://annanihil.blogspot.it/ , in cui si rivela ed esplode la Tua passione per il cinema;

Sì, “Anna Nihil Show” è stato il mio primo amatissimo blog. L’intento era quello di parlare dello showbiz a modo mio. Con spontaneità, leggerezza e ironia. Potrei dire che io e quel blog siamo cresciuti insieme, ha subito i miei cambiamenti e i miei sbalzi d’umore. Non ho il coraggio di chiuderlo, anche se, ahimè, non lo aggiorno da un bel po’. Forse perché, sotto sotto, non escludo di ritornare a scrivere qualche chiacchiera (non oso definirle recensioni!) sui film in uscita.

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Ultima domanda con una bella offerta “2×1”: hai lo straordinario coraggio di esprimerti senza se e senza ma a favore dell’auto-pubblicazione, dunque contro la posizione di prestigio e di obbiettiva predominanza delle case editrici. Per ora sei coerente e vai avanti, dritta e bene, per la Tua strada. Ma se domani Ti arrivasse una lettera da Mondadori, da Rizzoli o da qualcun’altra delle “sette sorelle” del libro nazionale, Tu cosa faresti?

A dirla tutta, ho una “macchia” sul curriculum: ho firmato un contratto con una casa editrice. Avevo completato la stesura del mio primo romanzo, ed ero pronta a pubblicarlo su una piattoforma self-publishing, quando notai la pubblicità di un concorso. Decisi di partecipare e… finii con il firmare il mio primo contratto. A parte la soddisfazione morale, non c’è stato altro. In confronto ad altri miei colleghi, sono stata molto fortunata. Niente ho avuto, ma niente mi è stato tolto. Altri sono finiti in contratti subdoli, del tipo: «Se compri tot copie, noi provvederemo alla distribuzione, alla pubblicità». Tutte promesse rivelatesi fasulle. Oppure contratti con ricatto: «Pubblichiamo in ebook, se va bene pubblicheremo il cartaceo». Peccato che gli introiti degli ebook non vadano all’autore, che intanto è costretto a dannarsi per venderne quanti più ebook possibile, nella speranza di poter avere un giorno il suo libro tra le mani. In questa giungla di contratti, le piattaforme self-publishing sono le uniche che parlano chiaro. Danno a gli autori tutti i mezzi possibili per diventare editori di se stessi. Certo, ci sono dei costi, non è facile… ma essere liberi e padroni della propria opera, è per me la situazione ideale. Contratti con piccole o medie case editrici non mi interessano, non potrebbero darmi più di quello che ho. Se una grande casa editrice fosse interessata a un mio libro, leggerei attentamente il loro contratto e valuterei con calma, senza farmi prendere da smanie di successo. Sì, potrei firmare, ma per un libro “sistemato”, ne avrei ancora altri self. Non c’è pericolo che mi monti la testa.

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   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

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(foto a destra di Umberto Favretto)

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Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

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Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

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L’opera:

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Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

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L’Autore:

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     August Strindberg modernissimo tra i moderni

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Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

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Lo spettacolo:

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Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

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La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

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(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (74) – Carla Boroni e un manuale che è anche antologia

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Scuola e Letteratura,  apparentemente un connubio naturale quanto inevitabile e indissolubile.
Ma le cose stanno proprio e davvero così?

Oggi alla libreria Università Cattolica del sacro Cuore, proprio di questo si è parlato, prendendo spunto dalla recente “uscita” firmata Carla Boroni per le stampe di SEFER Edizioni.

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«Il libro è nato da una grande e lunga storia d’amore sia con l’una che con l’altra» esordisce Carla Boroni, al cospetto di un pubblico talmente numeroso che le sedie non bastano per tutti. Poi lascia la parola al professor Francesco De Nicola (professore di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università di Genova) insieme al quale -annuncia- varerà una nuova collana didattica. sempre per le stampe di SEFER Edizioni.

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«Al momento dell’Unità italiana, in presenza delle consistenti difformità che si registravano (anche per la scuola) tra il nord (governato nello specifico dalla legge di riforma varata dal ministro della pubblica istruzione del Regno di Piemonte e Sardegna Gabrio Casati,  e il sud del neo-costituito regno, si decise di affidare l’ardua impresa di un riequilibrio a varare una legge attraverso la quale provare a riequilibrare le situazioni» spiega De Nicola, partendo esattamente dall’inizio, allorché, con l’unione, cominciò effettivamente la storia del rapporto tra scuola e letteratura italiana.

L’incarico di una impresa a dir poco ardua e ingrata, visto che a quel tempo, a quanto si dice, la competenza specifica avesse ancora qualche importanza nel nominare un ministro, fu chiamato un certo Francesco De Sanctis.  Uno studioso, ma prima ancora un giovane che, scendendo dalle montagne dell’Irpinia, aveva avuto modo di capire cosa volesse dire diventare prima studente e poi professore. Nell’autobiografia   《La giovinezza 》dettata dall’autore negli ultimi due anni di vita alla nipote Agnese, possono individuarsi suggerimenti pedagogici validissimi ancora oggi: metodo, disciplina e sacrificio.

Per rendere più digeribile l’obbligo scolastico  imposto dai “piemontesi”, inasprito dalla legge Coppino del 1877 che  elevava da due a tre gli anni di obbligo scolastico per fanciulli e fanciulle, imponendo alla fine del biennio un anno di corso serale o festivo, introducendo sanzioni per le famiglie che disattendevano all’obbligo, fu invece messo in azione Edmondo De Amicis, che rispose da par suo con il celeberrimo «Cuore».

«Nel libro viene fuori la storia della Scuola Italiana fino ai decreti delegati,   fino ai nostri giorni.  Grazie all’incontro tra letteratura e scuola cominciano a scrivere le donne (che pure resteranno purtroppo, ancora in netta minoranza tra gli autori, fino agli anni ottanta)»

Tra queste ricorda  Ida Baccini con 《Il romanzo di una maestra» , prima edizione nel 1901.

«Il libro di Carla Boroni si può leggere sia come saggio che come antologia»  conclude il professore. 

 Tra gli autori entrati nella  storia della nostra letteratura, ci sono stati moltissimi insegnanti, come Caproni, Sciascia, Venturi, Fucini,  Pasolini, Coppini, il Mastronardi de 《Il maestro di Vigevano》…

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Io ho sempre insegnato con la pancia》 fa presente Carla Boroni, prima della lettura di Candida Toaldo dall’autobiografico 《Ricordi di scuola》  di  Giovanni Mosca, il più celebre e personale tra i suoi romanzi che racconta la dolcezza di un maestro un po’ speciale, dall’animo mite, nella Roma degli anni ’30.

Chiude l ‘Editore Alessandro Bruciamonti:  «Chi fa il mio mestiere si deve confrontare attivamente con il mondo e con i tempi. Fare cultura è sempre meno considerato e sempre più eroico».

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    Bonera.2

 

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Goodmorning Brescia (73) – Temporale in arrivo… al Teatro Santa Chiara

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«Temporale» è la quarta produzione del Centro Teatrale Bresciano nella stagione, la prima del 2018» è l’esordio di Gian Mario Bandera.

«Si tratta di un vero e proprio ritorno alle origini, con riferimento allo spirito che animò la Compagnia della Loggetta: Strindberg è un autore di non semplice lettura e trasposizione teatrale, ma di grandissima profondità, che porta avanti un lavoro profondo e spesso spietato di introspezione, alla ricerca del buono e del cattivo, del dolce e del meschino».

«Prosegue il trend positivo sia in termini numerici di spettatori che di consensi della critica che sta riscontrando il C.T.B.» sottolinea il consigliere Patrizia Vastapane.

«Ricordo il valore della regista Monica Conti, dotata di un poderoso curriculum professionale e artistico: tra i numerosi riconoscimenti che le sono stati attribuiti, ricordo le affermazioni nel Premio Istrio e nel Premio Fidapa per la drammaturgia», aggiunge subito dopo.

«Noi attori, nel corso della carriera, mettiamo insieme un bagaglio di esperienze sia di vita che tecnico espressive, come accade a ogni buon onesto artigiano» esordisce Vittorio Franceschi (il Signore, nel dramma).

«Spesso, però, il processo di approfondimento, per vari motivi, resta a metà: capita che si tiri a campare, accontentandosi di raggiungere risultati di “media portata”. Con Monica e con Strindberg, invece, la faccenda è stata del tutto diversa: ho vissuto una situazione in cui mi si richiedeva di non fermarmi a una onesta prestazione attoriale, ma di far vibrare, insieme agli altri attori, anche corde che, di solito, restano silenti. In scena bisogna faticare, bisogna sudore, per ottenere risultati eccellenti, impegnarsi allo spasimo non solo a livello di memoria e di interpretazione dei personaggi ma anche di intima immedesimazione».

E c’è ancora un pensiero, forse ancora più importante dei precedenti, prima di passare la parola alla regista.

«Mi piace pensare che uno spettatore non esca dal teatro uguale a come è entrato. Ed è esattamente questo ciò che noi tutti ci impegneremo a fare a partire da martedì prossimo al Santa Chiara con Temporale»

«Torno a Brescia a distanza di 14 anni da una “ospitalità”. E torno con Strindberg, che non ha una consolidata tradizione in Italia, anche se non mi sento di ignorare autentici gioielli teatrali come la messa in scena de Il Padre con la regia proprio di Mina Mezzadri» dice Monica Conti.  

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   August Strindberg

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«Il drammaturgo svedese è un vero e proprio “investigatore” del cuore dell’anima e della mente, che, con le sue indagini, cerca di creare nei propri lavori quella realtà onirico-allucinatoria che gli è propria. Ho lavorato sul testo, leggendo attentamente diverse traduzioni dallo svedese (lingua che, purtroppo, non conosco) e riandando all’unico “incontro” tra August Strindberg e Giorgio Strehler, che mise in scena proprio Temporale  nel 1980 al Piccolo di Milano. Pur senza tradire mai il testo,  ho lavorato sulla costruzione di due archetipi femminili  ben strutturati e destrutturando, nella terza parte, la ripresa della narrazione in un momento esasperatamente onirico. Ho lavorato persino sulla struttura “fisica” di un teatro notoriamente di complessa struttura, attraverso i boccascena».

La conclusione è lapidaria, ma estremamente indicativa dei metodi di lavoro della regista:

«In testi come questo l’impegno degli interpreti deve essere totalizzante. L’attore non può limitarsi a indossare una maschera, ma deve sforzarsi di trarre nuova linfa dalle proprie più intime risorse interiori».

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   Bonera.2

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