«Mi è sembrato di vedere un Santo. Anzi, due»

È così che, da un momento all’altro, il Teatro te lo trovi sotto il porticato di Piazza Loggia, una domenica pomeriggio di un febbraio né troppo corto (nel mondo succedono, ogni santo giorno, talmente tante cose…) né troppo amaro (in effetti a Brescia, e non solo, ho conosciuto inverni più rigidi).

 

«Lo spettacolo è di quelli della categoria “cotti e mangiati”, tanto per intenderci» confida Costanzo Gatta, drammaturgo e regista di questa chicca teatrale offerta ai bresciani in modo inatteso e sorprendente.

«Voglio dire che la richiesta pervenuta al CTB di mettere insieme qualcosa che arricchisse le celebrazioni dei due amati Patroni della città, Faustino e Giovita, è arrivata quasi “in zona Cesarini”, e per fortuna che la troppa densità di iniziative ha comportato uno spostamento in avanti di una settimana»

Lo guardo con un certa incredulità, mescolata con un’equivalente dose di sospetto.

«Ho preparato la pièce, tratta da un canovaccio del 1885 a firma di Tancredi Muchetti, rampollo di una famiglia di Adro, composta di celebrati marionettisti, in una decina di giorni. Pensa che le prove, una volta radunati i miei “ragazzi”, sono cominciate nientedimenoché sabato della scorsa settimana» va avanti lui, imperterrito.

«E il tuo adorato D’Annunzio, dove l’hai lasciato?» chiedo io, visto che mi è giunta all’orecchio notizia di un immane “lavoro in corso” proprio sulla complessa e molto (ma molto) articolata vita sentimental-sessuale del grande scrittore pescarese. 

«Per il momento le love story di Gabriele possono aspettare. Non molto, però, visto che già la settimana prossima sarò a Milano per tenere una conferenza sulla liason dangereuse tra D’Annunzio ed Eleonora Duse Letteratura e teatro, come ben sanno tutti coloro che mi conoscono, si sono intrecciati in me in un nodo inestricabile»

Premesso ciò, veniamo a quanto visto e goduto oggi pomeriggio.

La storia

Nel 1438 Niccolò Piccinino (per ordine degli Sforza) porta le sue truppe sotto le mura di Brescia nel tentativo di riconquistare la città conquistata dalla Repubblica di Venezia dopo una serie di sanguinose battaglie.

Dopo parecchi mesi di assedio, nel momento in cui le truppe milanesi stanno per prendere il sopravvento, attraverso un durissimo attacco indirizzato contro gli spalti del Roverotto, in cima alle mura appaiono le figure lucenti dei Santi Faustino e Giovita, che terrorizzano gli assedianti e li metteno in fuga. Da quel giorno in poi, a giusto titolo, i due assurgono al ruolo di Patroni della città.

La pièce

Più che una rievocazione storica, una storica rievocazione della recitazione patriottico-religiosa dei bei tempi andati.

Uno spettacolo popolare, un gioco di specchi negli specchi in cui coesistono e collaborano marionette che si cerca di umanizzare attraverso la voce degli attori e di attori che si muovono, si atteggiano e recitano a guisa di marionette.

In un vivace quanto godibile susseguirsi di toni esageratamente epici, di termini linguistici roboanti e deliziosamente desueti, di gradevoli stacchi e stacchetti musicali, inframmezzati dagli interventi surreali di attori che fanno il verso a se stessi, la narrazione procede senza attrito alcuno.

Non mancano, anzi, sono sapientemente seminati qua e là, ammiccanti giochi di parole spesso sull’orlo del grossier (ma senza mai precipitarci dentro): così l’avversario è insultato come “gran figlio… di Venezia”, l’errore, ovvero il “fallo” non si riscatta, ma si risveglia… e così via.

Attori troppo bravi perché il pubblico cada nell’inganno di scambiarli per autentici guitti da strada, marionette sapientemente animate, con il sempre sornione Costanzo Gatta che si diverte a vedere divertirsi gli spettatori che gremiscono il Porticato di Piazza Loggia. 

Perché una cosa è certa: a lui che, bontà sua, “non infellonisce mai“, di certo “l’ardir non manca“.

 

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    GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Biografia di Patrizio Pacioni – aggiornata al novembre 2016

Patrizio Pacioni è uno scrittore romano di straordinaria continuità produttiva. Esordisce nel 1997 con il romanzo breve “Un lungo addio” (Taurus), in cui si narra del tragico amore incestuoso tra fratello e sorella poco più che adolescenti. L’anno successivo (1998) “Iscassia et Fogu”, fantastica storia, ricca di arcani simbolismi, ambientati in una Sardegna surreale e semidesertica.

Segue la trilogia noir “Lac du Dramont” (Nuovi Autori – 2000) “Chatters” (Nuovi Autori 2001) “DalleTenebre” (Effedue Edizioni 2002).

Dopo una pausa che lo vede cimentarsi col romanzo drammatico-intimista “Mater” (Effedue Edizioni 2004) e con “Quel ramo del lago” (Effedue Edizioni 2005 – una delle più sorprendenti, originali e irriverenti rivisitazioni del capolavoro manzoniano) arriva l’approdo al giallo d’impianto classico: nasce il commissario Leonardo Cardona (scorbutico e non sempre ortodosso poliziotto dalla problematica vita privata, inflessibile segugio pronto a scavalcare steccati e a stravolgere regole nel supremo interesse di un ideale di Giustizia interpretato a volte in modo molto soggettivo) che debutta in “Essemmesse” (Effedue Edizioni – 2006).

A lui sono state già dedicate altre tre opere: il surreale Malinconico Leprechaun (Sampognaro e Pupi 2008), l’incalzante e drammatico Seconda B (Melino Nerella 2009), la raccolta di racconti Delitti & Diletti (Melino Nerella 2010) scritto a quattro mani con Lorella De Bon.

Da allora l’ambientazione delle indagini del poliziotto e di molte altre storie è Monteselva, città fantastica ma al tempo stesso modello suggestivo di una certa provincia italiana.

Nel 2011 esce Malanima mia, oscura storia di introspezione psicologica e di arcana magia firmato anche da Giovanna Mulas.

Nel 2012, vara la singolare e originale operazione tra realtà e fantasia di “Falli ballare”, firmata dalla misteriosa Lorena Elle e da lui curata con la collaborazione della editor Fabiana Cinque: la storia autentica, tra serio e faceto, delle (dis)avventure di una giovane precaria milanese.

Nel 2013 Il guaito delle giovani volpi, drammatico romanzo dedicato alle donne vittime di ogni tipo di fondamentalismo religioso e culturale.

Per il 2014, a conferma della straordinaria versatilità creativa dell’Autore, un’inattesa novità: la nuova uscita, presentata in anteprima -come ormai di consueto- al Salone Internazionale del Libro di Torino, è dedicata al mondo fantastico e magico delle fiabe. Una raccolta di tre storie lunghe dal titolo FiAbacadabra”. A essa è seguita, sei mesi più tardi la seconda raccolta in tema: “FiAbacadabra 2”.

Dal 2015 ha preso consistenza e spessore l’attività drammaturgica, in particolare quella relativa al cosiddetto “teatro d’inchiesta”: prima “La verità nell’ombra” (ispirata dalla strage di Portella della Ginestra – opera che ha dato vita anche all’omonimo libro di Edizioni Serena) poi, l’anno successivo, “Diciannove + Uno” (inchiesta sulla misteriosa sparizione nel Mediterraneo meridionale della motonave Hedia).  Entrambe le pièces sono state adattate da Antonio Turco e messe in scena a cura della Compagnia Stabile Assai, il più antico e glorioso gruppo di recitazione carceraria. Ancora nel 2015 la prima prova cinematografica con “Il Lettore”, cortometraggio scritto insieme a Fabiana Cinque e realizzato all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio per la regia di Martina Girlanda.

Nel 2016, a grande richiesta dei lettori (e con grande piacere personale dell’Autore), torna il commissario Cardona con “In cauda venenum” doppio movimentatissimo (ma anche riflessivo) romanzo, per il quale ancora Edizioni Serena ha ideato un singolarissimo libro “double face”.

Patrizio Pacioni ha ideato, realizzato e condotto a più riprese il corso di scrittura creativa di genere “Dal blu di china al giallo-noir”, organizzato dibattiti, incontri e conferenze sul tema della letteratura poliziesca e di tensione e sulla filosofia e tecnica scrittura più in generale. Da segnalare il corso di giornalismo investigativo, “Il terzo Occhio” strutturato in due parti: “introduzione” e “approfondimento”, tenuto per la prima volta a Giulianova nel settembre 2016, in occasione del Festival “Giulia in Giallo – Delitti & Diletti ” del quale l’Autore, drammaturgo e blogger romano è stato Direttore Artistico.

Il suo sito personale/portale www.patriziopacioni.com (oggetto di recente e completa ristrutturazione, derivato da www.patriziopacioni.it, tradizionale sito personale dello scrittore e autentico web magazine dedicato alla scrittura e a ogni altra forma di espressione artistica fin dall’ormai remoto 2001 ) costituisce da tempo un frequentato osservatorio su ogni tipo di produzione artistica, aperto alla informazione e al sociale, e al tempo stesso un  costante riferimento per gli autori emergenti.

Il blog http://ww.patriziopacioni.com/cardona/ (accessibile anche dal portale insieme al canale youtube e ai profili dei vari social) consente ai navigatori della Rete di respirare e vivere in prima persona il mondo oscuro di Monteselva, divenendone cittadini a tutti gli effetti. Dal primo gennaio 2017 è partito il concorso di scrittura giallo/noir/gotico/thriller Le Ombre di Monteselva di originalissima quanto innovativa concezione.

Categorie: Da me a Voi.

Al Pavoni una cena in crescendo

 

Si è conclusa da poco la rappresentazione della commedia Cena tra amici, ispirata al film Le prénom del 2012.

Volge dunque al termine l’ennesima  (riuscita)  Rassegna del Sorriso  (è la dodicesima!) realizzata sotto la direzione artistica di Gianni Calabrese. A concluderla, nel prossimo weekend, La rosa tatuata di Tennesse Williams, portata in scena dalla Compagnia Racconti di Scena.

Ecco per voi ciò che è successo al Pavoni.

LA STORIA

Il quarantenne Vincent, agente immobiliare, è stato invitato a cena dalla sorella Elizabeth e dal cognato Pierre (entrambi insegnanti). Alla piccola riunione conviviale partecipa anche un musicista da orchestra, Claude. In attesa che arrivi anche sua moglie, Vincent gestisce agevolmente la conversazione, ma quando il discorso s’incentra sul nome da dare alla creatura che la sua metà porta in grembo, la situazione si complica.

Cena tra amici è una pièce che si muove nel solco della tradizione teatrale boulevardier : l’azione, dai tempi comici ben scanditi, si concentra attorno a un nucleo centrale   Infatti, inserendosi nella tradizione del teatro di qualità costruisce tutto attorno a un nucleo centrale, con l’ammiccante aggiunta, rispetto a La cena dei cretini di Francis Veber, di un pizzico di Gauche acculturata tipicamente transalpina.

IL FILM

Cena tra amici.jpg

Titolo originale: Le Prénom

Paese di produzioneFrancia / Belgio

Anno: 2012

Durata:109 min

Genere: commedia

Regia: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte

Soggetto e sceneggiatura: Matthieu Delaporte

Montaggio: Célia Lafitedupont

Musiche: Jérôme Rebotier

Interpreti e personaggi

  • Patrick Bruel, Valérie Benguigui, Charles Berling, Guillaume de Tonquedec, Judith El Zein, Françoise Fabian, Yaniss Lespert, Miren Pradier, Alexis Leprise, Juliette Levant, Bernard Murat

LO SPETTACOLO

Si comincia con la voce di Gilbert Becaud che canta “Et maintenant“, i cui primi accordi accentuano lo scandire del tempo. Poi l’approccio didascalico, con la voce narrante che introduce, uno per uno, i partecipanti alla “cena” da cui scaturisce il titolo italiano della pièce.

Una lentezza esasperata quanto voluta, a sottolineare l’immobilismo soporifero delle convenzioni, delle buone maniere a ogni costo: armature e scudi dei deboli, solide allo sguardo, quanto fragili nel momento in cui uno scherzo, un semplice equivoco o un casuale accidente, vanno a intaccarle.

Perché a volte sono proprio gli equivoci, gli apparenti o reali fraintendimenti, magari su questioni marginali come la scelta del nome da imporre a un nascituro, ad aprire la porta all’irrompere della verità vera. 

D’incanto, una volta cadute le maschere, una volta superato il confine dell’apparenza, cresce velocemente anche il ritmo della rappresentazione. Gli attori sono vogatori concentrati che, all’ordine del timoniere, incoraggiati dagli applausi del pubblico, aumentano il ritmo della remata, fino al sorprendente quanto travolgente finale che si alimenta di un urticante gioco della verità portato, reciprocamente, fino al massacro.

Bravi gli interpreti (cito, primo tra tutti, l’appassionato monologo finale di un’ispiratissima Lucia Cacciola che ha saputo meritarsi un’ovazione a parte), dal gelido Gianni Calabrese allo stordito (ma non tanto, come si comprenderà nel sorprendete finale) Massimo Pedrotti, dall’elegante quanto vacuo Valerio Busseni all’iper razionale Annamaria Pederzoli, tutti perfettamente calati nei personaggi. Ordinata la regia, accattivante la scenografia.

Meritati i prolungati e convinti applausi finali.

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    GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

«Le ombre di Monteselva»: se è vero che il buongiorno…

… si vede dal mattino, allora quella del concorso di letteratura giallo/noir/gotico/thriller pensato, indetto e organizzato da www.patriziopacioni.com, Casa Editrice Serena e PhGO, seppur nebbiosa, come conviene al luogo e al tema, sarà una splendida giornata.

Premesso doverosamente quanto sopra, quale giorno poteva risultare più propizio per stilare un primo bilancio dell’andamento del concorso?

Nei primi 45 giorni del concorso, sono pervenute all’indirizzo di posta elettronica lapennadigitale@tiscali.it numerosissime richieste del kit necessario ad approfondire le informazioni su Monteselva e sui personaggi della saga del Commissario Cardona ed è già  arrivato il primo racconto in concorso.

Interviste in radio e in rete, un gran brusio su principali social… e tanti, tanti contatti sul link  http://www.patriziopacioni.com/concorsi.html.

Insomma, «Le Ombre di Monteselva»  è partito davvero alla grande e ve ne riferiremo ancora molto presto. 

Categorie: Cronache di Monteselva.

Sotto la grottesca maschera di Adrasto c’è il vero volto del Potere

Storia, Maestra di vita.

Ciò che si rivela un dramma per nazioni e popoli, comincia spesso in modo ridicolo, e ciò che in un primo tempo può apparire soltanto ridicolo, se sottovalutato, con il trascorrere  del tempo può trasformarsi in un’autentica e irrimediabile  tragedia.

Questo, in buona sostanza, l’insegnamento più immediato che si può trarre dall’opera del drammaturgo di origine albanese Çlirim Muça, ieri all’esordio sul palcoscenico del teatro “L’Ordigno” di Vada.

La trama

Adrasto Primo, paranoico e crudele dittatore di Pecor City, sogna di estendere il suo potere alla confinante Pollandia. Prendendo per pretesto una presunta azione terroristica messa in atto dai Pollandesi, dopo avere indetto (e condizionato con uno spudorato broglio) un referendum popolare, dichiara guerra. Ebbro di smania di conquista e becera violenza, non si accorge, però, di essere a sua volta manovrato dall’insospettabile consigliere Toro. Una volta sconfitto, il dittatore rivela impietosamente la propria debolezza, mentre l’imbelle figlio Adrastino diventa strumento di un Potere occulto alla continua ricerca di nuovi strumenti di sfruttamento e manipolazione.

 «Il delirio di Adrasto»: Toro e Adrastino si preparano alla resa dei conti finale.

Il dramma

Gli attori della Geometria delle Nuvole, con la regia fantasiosa e attenta di Ilaria Fontanelli  e Sandro Sandri, interpretano con grande energia interpretativa e forte impatto sul pubblico  il dramma visionario di Çlirim Muça. Si è  riso, sì, anche se a denti stretti, ma si è anche palpitato e sofferto, sull’onda emotiva ed emozionale di momenti crudi, primo tra tutti una sequenza di stupro che si è abbattuta come un colpo di mazza sui cuori e sulle coscienze di tutti i componenti del folto pubblico che gremiva l’Ordigno.

Ben calato nel ruolo, Sandro Sandri dipinge un Adrasto allucinato nel suo delirio di onnipotenza, al punto di perdere il contatto con la realtà. Chiara Cusino, al contrario vestendo i panni dell’infedele Toro, riesce a trasmettere agli spettatori, anche in modalità epidermica, la gelida strategia di un apparato che a tutto può rinunciare tranne che alla gestione delle leve più occulte del sistema. Convincente e incisiva anche la partecipazione di tutti gli altri: dall’imbelle Adrastino interpretato con grande ironia da Francesco Caniglia al brutale Moloch, tutto impeto e ringhi di Mattia Toni, per finire (ultime in ordine di elencazione ma non certo per impegno e capacità attoriale) alle due serve, la sfortunata Neusa Tonini Chivinda, impastata di acqua, sapone e ingenuità, e la scaltra quanto ambigua Giulia Paoli

Vivaci e coinvolgenti le coreografie di Chiara Pistoia, ben centrati gli inserti musicali.

Risultato finale, com’è giusto che sia in questi casi, consensi in sala e ripetuti e prolungati applausi al calare del sipario. E il mio personale e convintissimo augurio che la messa in scena del dramma di Muça  abbia un lungo e felice cammino nel maggior numero possibile di “piazze” italiane.

(altro…)

Categorie: Teatro & Arte varia.

Un delirio che percorre i millenni

 Sabato 11 Febbraio – ore 21:00 – TEATRO L’ORDIGNO – Vada 

Mancano pochi giorni, ormai, alla messa in scena  «Il delirio di Adrasto» scritto da çlirim Muça, poeta, narratore, divulgatore e (appunto) drammaturgo di origine albanese che in Italia ha davvero trovato (nel senso letterale della parola) una seconda patria.

   

Con gli stilemi e i ritmi della tragedia classica greca, l’opera, in realtà, vuol essere una feroce satira contro l’arroganza, l’ignoranza, la volontà ottusa e becera di dominio e oppressione che anima regimi dittatoriali più o meno dichiarati.

In Adrasto, tiranno di Pecor City, si riassumono e si concentrano, con toni grotteschi, i caratteri del Potere che, nel corso dei secoli, ha manifestato e continua a manifestare le proprie aberranti caratteristiche.

Per ricordare a tutti, attraverso il più acre dei sorrisi, che la lotta per la libertà non deve mai abbassare la guardia.

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Una produzione  geometria delle nuvole  con il patrocinio di Comune Di Casale Marittimo e di NaturalMente g.a.s

 

Interpreti:

Sandro Sandri

Francesco Caniglia
Chiara Cusino
Giulia Paoli
Mattia Toni
Neusa Tonini Chivinda

foto e ideazione grafica
Rebecca Mordini

coreografie
Chiara Pistoia

regia
Ilaria Fontanelli e Sandro Sandri

 

   Guitto Matto

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il difficile connubio tra Letteratura e Teatro

  

Da Wikipedia:

Enrico De Luca, detto Erri (Napoli, 20 maggio 1950), è un giornalista, scrittore e poeta italiano.

E fin qui, come suol dirsi, non c’è problema..

Subito sotto, nella stessa pagina, viene citato questo suo (profondissimo e bellissimo) pensiero:

« Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. »
(Erri De Luca, Valore, da Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi, Torino, 2002)

Detto questo, non sempre risulta agevole la trasposizione in prosa di un’opera letteraria. Mi spingo, anzi, ancora più in là:  perché questo avvenga è necessaria la concomitanza di diversi fattori, i principali dei quali individuo nei seguenti:

  1. La  “fungibilità teatrale”  del testo letterario;
  2. L’abilità di chi questo testo adatta per la rappresentazione teatrale;
  3. Un equilibrato mix, da parte del regista, di fedeltà al testo, di indipendenza espressiva e di fantasia creativa nella strutturazione delle scene;

Poco fa, al Teatro Pavoni di Brescia, ho avuto modo di assistere, nell’ambito dell’annuale Rassegna del Sorriso diretta da Gianni Calabrese, alla rappresentazione, da parte della Compagnia PrimoIncontro, di  «Morso di luna nuova», ispirata appunto all’omonimo lavoro di Erri De Luca e…

La storia:

Estate del 1943. Siamo a Napoli, alla vigilia di quelle quattro giornate che segneranno la cacciata dei tedeschi dal capoluogo campano. Alcune persone, di diversa estrazione sociale e ideologica, si ritrovano costretti a più riprese in un rifugio antiaereo, mentre le bombe degli Alleati (il fuoco amico, se può essercene uno) cadono a grappoli sulla città e sul Golfo. Una situazione claustrofobica, in cui, non riuscendosi a parlare con convinzione del futuro, ci si rifugia in un passato almeno conosciuto e in rassicuranti banalità quotidiane. Uno stagno emotivo nelle profondità del quale prima germogliano, poi improvvisamente vengono a galla, riscatti personali e civili e volontà di ricominciare. Anche se, inevitabilmente, per qualcuno dei rifugiati ci sarà un salato prezzo da pagare.

Il messaggio:

La vita è un continuo bombardamento, per scampare al quale, però, c’è sempre (o quasi sempre) un rifugio. Come tutti i rifugi, però, spesso si tratta di un andito angusto, da condividere con se stessi e con altri cercando per quanto possibile di evitare che le minacce e le violente sollecitazioni del mondo esterno possano arrivare a incrinare un indispensabile e irrinunciabile equilibrio interiore. Un luogo del corpo, sì, ma anche e soprattutto dell’anima, insomma, in cui possano trovare spazio la speranza, la voglia di ricominciare e una qualsiasi forma di amore.

Lo spettacolo:

Di buon livello medio e sufficientemente corale la recitazione; tra gli interpreti segnalo due conoscenze di questo blog, Daniela Amoroso e Pino Oriolo che con il commissario Cardona, attraverso la Compagnia Girovaga delle Impronte, hanno avuto più volte a che fare. Semplice, essenziale ed efficace, così come richiesto dalla situazione, la scenografia. Pulita e ordinata la regia anche se, sia nella riduzione del testo che nella messa in scena, manca quella fantasia (vds. punti 2 e 3 della nota in premessa) necessaria, se non indispensabile, a movimentare una narrazione squisitamente letteraria che, portata sul palcoscenico così com’è nata, finisce per avvitarsi in un succedersi di dialoghi statici , non in grado di coinvolgere completamente gli spettatori.

Nota non proprio di merito, ahimé, per l’approssimazione della “colonna sonora” che accompagna lo spettacolo (eccezion fatta, naturalmente, per il bel cantare, squisitamente partenopeo, di Maria Malanga): l’eco delle bombe, essenziale per la creazione della giusta atmosfera, e il cinguettio di un canarino, simbolo non secondario nell’insieme del racconto, risultano approssimativi e improvvisati.

Peccato davvero.

 

 

  GuittoMatto

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Il metodo di Katiuscia (Armanni)

Katiuscia Armanni si affaccia al mondo del teatro venti anni orsono, studiando il noto metodo: Strasberg Stanislavskji. Dopo aver lavorato professionalmente per otto anni in due note compagnie teatrali bresciane, nel 2011 decide di fondare la compagnia Teatranti, scrivendo e dirigendo spettacoli teatrali e cortometraggi; toccando sempre tematiche sociali di grande importanza.

(ndr) Qualche anno fa, a Milano, Katiuscia Armanni, insieme all’amica e allieva Elide Torri, partecipò anche a un’esibizione della Compagnia Girovaga delle Impronte: la rappresentazione del dramma radiofonico a vista  «Cardona e l’ultimo treno»

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Potrei dire, paradossalmente, di avere conosciuto prima i tuoi allievi (disseminati a recitare in giro nei teatri di tutta la zona di Brescia e dintorni) che Te. Dunque Tu insegni Teatro. Come? Perché?

Il metodo didattico che utilizzo è prevalentemente quello che si insegna nell’ Actor Studio di New York e Los Angeles. Nello specifico il metodo Strasber e Stanislasvkji. Quest’anno il corso si svolge ogni venerdì a Bovezzo nei locali comunali della Sala delle Colonne, con orario dalle 20,30 alle 22,30. Quanto al perché lo faccio, ti rispondo che per chi ha nel sangue una passione artistica come la mia, non esiste cosa più bella e gratificante che trasmetterla ad altri.

Chi sono i tuoi allievi?

Vuoi sapere i nomi?  (ride) Non li ricordo tutti…. Scherzi a parte non c’è una tipologia precisa. Attualmente ho allevi che vanno dai trenta ai sessanta anni, più femmine che maschi. La preferenza femminile, a mio avviso, deriva probabilmente da una reazione di tipo generazionale, ovverosia dalla ribellione della donna dopo che, per tanti secoli, la pratica del teatro le è stata preclusa.

Che tipo di rapporto si instaura tra un insegnante di recitazione e i suoi allievi?

Il più delle volte mi sono sentita (nell’ordine) amica, psicologa e sorella. Continuo a sostenere che fare teatro aiuta moltissimo la persona a incrementare la propria autostima e a trovare un miglioe equilibrio psicologico. Giova moltissimo, inoltre, stando anche a quanto più volte mi sono sentita dire dai frequentatori dei miei corsi, a conoscersi nel profondo e a superare incertezze e timidezza..

Insomma, sul palcoscenico come sul lettino dell’analista?

Sì, più o meno. Con la non lieve differenza che un “ciclo” di teatro costa meno di una lunga serie di sedute di psicanalisi… e diverte molto di più.

Da quanto tempo fai / insegni Teatro?

Già in fasce a mio modo facevo teatro, a quanto mi hanno raccontato i parenti più grandi. Ricordo che, ancora bambina, mi divertivo da matta a mettere in scena spettacoli per la mia famiglia! Detto questo, m’impegno seriamente sul palcoscenico dalla tenera età di quattordici anni, e da sei mi sono data anche all’insegnamento.

Che cosa suscita in Te, recitare? E cosa speri di suscitare nei tuoi allievi?

Esprimendomi pubblicamente attraverso la recitazione, con le parole e con il corpo, mi sento in pace con me stessa e ,al tempo stesso,  libera dalla paura di mettermi in gioco e di essere giudicata. L’aria a volte polverosa del palcoscenico si trasforma per me in puro ossigeno di alta montagna, e io ne respiro a pieni polmoni.

Un ultimo messaggio per concludere l’intervista?

Venite a Bovezzo a recitare con me, se siete in zona. Se invece siete lontani, o non avete tempo per applicarvi seriamente alla recitazione, amate comunque la prosa e, ogni volta che vi riesce possibile, entrate in un teatro e godetevi lo spettacolo. Vi amo tutti, personaggi della Vita, e ricordatevi che anche la più piccola e umile delle comparse, se lo vuole davvero, prima o poi avrà l’occasione di un ruolo da protagonista! 

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