Solitamente, quando esco da un teatro a fine spettacolo, ho già bene in mente ciò che scriverò in fase di recensione.
Stavolta no.
Ieri sera, dopo avere assistito al Teatro Renato Borsoni alla prima di Ridere, sganasciarsi, scompisciarsi (per una critica della ragion umoristico-paradossale), di e con Moni Ovadia, assistito dalla presenza musicale della violoncellista e pianista Giovanna Famulari, mi sono ritrovato a rinviare all’indomani (oggi per chi legge e facciamola finita qui con questo rimpiattino temporale) un’analisi più meditata e approfondita.
La ragioni di questa indeterminazione, se la si vuole chiamare così, e del conseguente inevitabile differimento, è essenzialmente che mi risulta difficile inquadrare una pièce di questo tipo. Mentre seguivo la diretta (o la maratona, a dirla con Enrico Mentana) montata da tutte le principali reti sulle US mid-term elections, continuava a rimbalzarmi nella mente il quesito: «Ma esattamente, a cosa ho assistito poche ore fa?»
A un saggio sull’umorismo? A una recita che, attraverso le barzellette, introduce un viaggio nella comicità che copre un secolo di storia? A una riflessione sui sottili confini che separano la serietà dall’ironia? Ai modi di pensare e di dire che, apparentemente innocenti, a lungo andare si trasformano in strumenti di discriminazione? A un intrattenimento leggero ma stimolante, arricchito da inserti musicali ben scelti ed eseguiti? A una lezione di umorismo tenuta da un insegnante esperto della materia? Oppure, più semplicemente, a un divertissement entre amis?
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Situazione estremamente insolita e alquanto imbarazzante per un vergine quale io sono, amante come gran parte dei suoi compagni di segno zodiacale, di una struttura delle proprie occupazioni per quanto possibile certa e opportunamente incasellata.
Basta con queste menate. «Domani è un altro giorno», per dirla alla Rossella (o se preferite Scarlet) O’ Hara in Via col vento, e, in effetti, la notte, come si suol dire, ha portato consiglio.
Secondo la mia modestissima opinione Ridere, sganasciarsi, scompisciarsi non è niente di tutto quanto elencato ma, al tempo stesso, almeno nelle intenzioni di Moni Ovadia, riassume in sé ogni singola ipotesi.
Sono messi in un unico calderone witz, barzellette, aforismi, giochi di parole e doppi sensi, canzoni comiche, stereotipi della risata di variegata estrazione, seguendo un percorso piuttosto scolastico ma efficace nell’occasione nello scandire, attraverso lo susseguirsi anche materiale dei grandi fogli di una lavagna..
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Ciò che ho portato a casa io è che le occasioni di sorridere sono quanto di più efficace per affrontare e superare le mille avversità, le ingiustizie e le discriminazioni che la vita pone di traverso nel percorso di ciascuno di noi.
In certe occasioni o si ride o si muore, insomma, ma se il concetto è semplice, molto più arduo risulta metterlo in pratica. Su tutto si può scherzare, che siano fanti o che siano santi, e se per farlo, a volte, bisogna anche chiudere entrambi gli occhi di fronte a battute assai poco politically correct (razzismo e sessismo compresi) o volgari, pazienza, ce ne faremo una ragione.
Obbiettivo raggiunto?
Sì e no.
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Occasioni di divertimento non mancano certo.
Spunti di riflessione, anche molto interessanti, neanche.
Rimane, però, l’impressione di uno spettacolo nel quale la spontaneità della recitazione viene sacrificata da una lettura che a volte appare rallentata dalle citazioni colte (da Ludwig Wttgenstein a Umberto Eco), a volte addirittura sembra incespicare. E un piccolo appunto anche al repertorio delle storielle, la maggior parte delle quali, almeno per in sottoscritto, risultano già note. Della serie: «Questa è vecchia, non ne hai un’altra da raccontare?». E, come si sa, non c’è niente che possa imbarazzare di più che dover ridere per una barzelletta, anche se ben raccontata, già sentita e risentita.
Insomma, forse si sarebbe potuto fare di meglio, con meno fretta di scrivere e allestire.
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Alla fine, però, la capacità di affabulatore e l’innato fascino empatico di Moni Ovadia sono tali da porre rimedio a tutto e altrettanto si può affermare per gli ispirati virtuosismi della musicista Giovanna Famulari.
Dunque, a conti fatti, gli applausi finali del pubblico, sono sicuramente sinceri e sentiti.
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concept e regia Moni Ovadia
con Moni Ovadia e Giovanna Famulari
aiuto regia Elisa Savi
produzione Centro Teatrale Bresciano
in collaborazione con Corvino Produzioni
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