Schegge di vita, schegge di anima… griffate Muccino

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LA TRAMA

Una grande famiglia (figli, nipoti, ex coniugi, cugini, zii e zie più o meno prossimi) riunita per festeggiare le Nozze d’Oro dei nonni, una coppia di pensionati che si è trasferita a vivere su un’isola. Il gruppo si ritrova bloccato a causa di un’improvvisa quanto violenta mareggiata che impedisce ai traghetti di fare spola con la costa. La forzata convivenza, inevitabilmente, causa l’affiorare di quegli aguzzi scogli rappresentati da incompatibilità, timori, diffidenze, gelosie, tensioni, vecchi rancori sopiti ma non rimossi, legati a questioni rimaste in sospeso. Una miscela incendiaria, resa ancora più esplosiva dall’inatteso sorgere di passioni sino a quel momento trattenute.

 

IL FILM

Quando durante il film ti passa davanti tutta la tua vita.

Quando esci dal cinema ripensando al passato, valutando criticamente il presente, raffigurarsi nel bene e nel male un futuro più o meno prossimo.

Beh, quando succede tutto questo, vuole dire che l’autore del testo, lo sceneggiatore e il regista (in qualche caso, come in questo, uniti nella stessa  persona, Gabriele Muccino, pur se nella sceneggiatura affiancato da Paolo Costella) hanno fatto decisamente un buon lavoro.

Allora cominciamo con il dire che «A casa tutti bene» s’inserisce perfettamente nella tradizione “italiana” del regista romano. La visione dei rapporti interpersonali, soprattutto quelli relativi alle relazioni amorose, che Muccino ha espresso e raccontato fin dalle prime pellicole, in questo film è vigorosamente ribadita e, in un certo senso, riassunta e schematizzata in un campione più numeroso del solito.

C’è di tutto, nel bestiario famigliare di questo nuovo lavoro, a partire (naturalmente) dal tradimento, la cui incidenza negativa sui destini viene enfatizzata, giudicata e, ogni volta, severamente e inappellabilmente condannata.

L’ipocrisia di certi legami di sangue e di affinità, logorati da rancori che vengono da lontano, da malintesi urticanti, da leggerezze imperdonabili, da relazioni sociali e lavorative andate a male.

C’è lo scetticismo in un sentimento puro, visto che anche i legami che sembrano più sciolti, si sfilacciano e si strappano di fronte all’incombere e all’accanirsi delle difficoltà che sgambettano, prima o poi, più o meno violentemente, l’esistenza quotidiana di ciascuno di noi. Un dissesto finanziario, una contrarietà lavorativa, una grave malattia ed ecco che parole e occhi non sanno più riconoscersi.

Perché si naviga solo se e fino a quando il mare si mantiene tranquillo, ma appena le onde si increspano, è solo lotta egoista e fratricida per la sopravvivenza.

Solo se, al momento giusto, con lo slancio necessario, senza restare paralizzato dagli scrupoli o dalla paura del “dopo”, ci si riesce ad aggrappare a un soffio caldo di passione. 

Solo gli umili, solo i più deboli, solo gli ingenui, paradossalmente, a volte, forse, chissà, dalla rovinosa caduta possono trovare la spinta per rialzarsi e sopravvivere.

Ancora un po’, forse, chissà.

Ordinata e coerente dal primo fotogramma all’ultimo la regia.

Di gran pregio la recitazione degli attori, professionisti tra i migliori di quanto offre attualmente la cinematografia nazionale, perfettamente a proprio agio nei personaggi che, attraverso un’attenta valutazione caso per caso, sono stati chiamati a interpretare.

Semplicemente perfetta la fotografia, ammiccante e ruffiana la scelta degli inserti musicali, per lo più a voce e pianoforte, curati talmente a fondo da sembrare veramente improvvisati.

Da vedere e meditare.

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Il Mostro della laguna, la Bella, la Bestia e la guerra fredda

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Prima data di uscita1 dicembre 2017 (USA)
Regista: Guillermo del Toro
Budget19,5 milioni USD
Premi e nominations: Leone d’Oro alla 74/ma Mostra di Venezia, due Golden Globes (miglior regista e colonna sonora ad Alexandre Desplat), ben quattro Critic’s Choice e 13 nomination all’ Oscar 2018.
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TRAMA

Avventura, spionaggio, thriller, fiaba.

La vicenda si svolge nel 1963, in piena guerra fredda. Elisa (interpretata da Sally Hawkins), giovane donna muta, fredda e sensuale allo stesso tempo, lavora da addetta alle pulizie in un centro scientifico segretissimo di Baltimora, gestito dai servizi segreti americani. Insieme a lei lavora l’amica di colore  Zelda (Octavia Spencer), persona sensibile  e di grande saggezza. Altra persona cara è il vicino di casa Giles, discriminato sul lavoro per la sua omosessualità. Un giorno, Elisa scopre che all’interno dei laboratori è tenuta in cattività e sottoposta a crudeli esperimenti una creatura anfibia.  In poco tempo tra Elisa e l’uomo-pesce dalla natura (forse) divina, nasce in breve tempo una straordinaria sintonia che porterà la ragazza a cercare con ogni mezzo di strappare la creatura dalle “attenzioni” del perfido Strickland (Michael Shannon) e dal conflitto di spie giocato sulla sua testa. Non le sarà facile né indolore, naturalmente.

IL FILM

I temi trattati, vale a dire il rapporto mai ben definito tra l’apparenza e il reale, il perenne conflitto tra il bene e il male,  la stolida cecità di chi, ogni giorno, vende anima e corpo al Potere, la forza salvifica, miracolosa ma sempre fragile dell’Amore, l’irrinunciabile necessità della solidarietà umana, non sono certo originali.

Originale, però, e ben realizzato, è l’approccio con il quale  Guillermo del Toro s’ingegna a trattarli in questo film di grande suggestione, utilizzando diverse stringhe narrative e una moltitudine di “generi” ritenuti, generalmente, poco integrabili tra loro. C’è la fantasia della fiaba (trasparenti i riferimenti a «La bella e la bestia», il ritmo serrato di una storia magico-horror (l’iconografia di «Il mostro della Laguna Nera» appare cucita sulla pelle dell’uomo pesce di questo film), l’intrigo di una spy story (rese benissimo le atmosfere dei conflitti tra servizi segreti degli anni ’50 e ’60), il romanticismo (gli sguardi furtivi e le appena accennate carezze che precedono e preparano il fatale innamoramento), l’eros più profondo e coinvolgente, quello che non si muove per immagini  ma per immaginazione (il culmine, in questo, è l’immagine di Elisa che entra nuda nella vasca da bagno in cui l’attende la creatura fuggiasca).

Bravissimi gli attori, tutti, ma Sally Hawkins un po’ più in alto degli altri. Azzeccata la fotografia, attenta e fantasiosa la regia, con sorprendenti momenti di puro surrealismo (uno, retrò, bellissimo, in bianco e nero) e inserti di sound e di danza di grande efficacia. 

 

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Vero Sport (2) – Cristian Toninelli: che passione, faticare sulla neve!

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La nascita di una pratica riconosciuta e certificata degli sport per disabili risale al dopoguerra, più esattamente al 1948.  In quell’anno Ludwig Guttmann, neurochirurgo tedesco, nominato subito dopo la fine della guerra, in Inghilterra, direttore del centro delle lesioni spinali di Stoke Mandeville, ideò, organizzò e realizzò i primi giochi per persone disabili mielolese, limitando la competizione, in quell’occasione, alla disciplina del tiro con l’arco. Quattro anni più tardi, grazie alla partecipazione di una delegazione olandese, i giochi divennero “internazionali”.

Bisognò attendere fino al 1960 perché, a Roma, i giochi paralimpici si svolgessero nella stessa località e nelle settimane immediatamente successive, delle Olimpiadi maggiori.

Ai campi sportivi dell’Acquacetosa sfilarono, di fronte a un gran numero di spettatori, quattrocento atleti, in rappresentanza di ventitré paesi. Il gruppo italiano, il più numeroso, conquistò  nelle discipline di atletica, scherma, basket, ping pong, tiro con l’arco e biliardo, più di ottanta medaglie, di cui ben ventotto d’oro.

Integrazione culturale, lotta alle barriere architettoniche e ideologiche, inclusione e integrazione dei disabili sono i valori più evidenti cui si ispirano i Giochi. La disabilità vista in positivo, cioè per ciò che un disabile può riuscire a fare, non per ciò che non riesce a fare.

Differenza non solo semantica, per quanto ovvio.

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Passando per una volta dalla mia amata rubrica «Goodmorning Brescia» (ma senza necessità di allontanarmi troppo dalla mia amata Leonessa d’Italia, ieri mattina ho avuto l’opportunità e il piacere di intervistare Cristian Toninelli, atleta della  Polisportiva Disabili Valle Camonica che, prossimamente, partirà per la Corea per partecipare alle Paralimpiadi.

Continuando la lettura di questo articolo, potrete sapere cosa ne è venuto fuori.

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Cristian, perché tra tanti sport, hai scelto di praticare proprio lo sci di fondo?

 

Ho sempre amato lo sport e la natura. Ho giocato a calcio per molto tempo e, a causa della passione che nutro per i begli scenari e per la fotografia, mi ritrovo molto spesso a fare lunghe e impegnative camminate in montagna. Quanto allo sci, è stato un caso: poco più di un anno fa, venendo in contatto con la Polisportiva Disabili Valle Camonica ho avuto modo di mettere ai piedi “seriamente” un paio di sci e… è stato amore a prima vista. 

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Alle Paralimpiadi come ci sei arrivato, avendo così poco tempo a disposizione?

Ci sono arrivato… in extremis! Lo scorso dicembre in Canada, in occasione della mia prima partecipazione a una gara di Coppa del Mondo, ho ottenuto un ottimo piazzamento, che mi ha consentito di ottenere i punti necessari per la qualificazione alle Olimpiadi . Poi è seguito un altro buon risultato (15°), in Germania, sempre per la Coppa del Mondo. 

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Con te la Polisportiva Disabili Valle Camonica rinnova e rinverdisce una ormai consolidata presenza ai Giochi Paralimpici invernali (Torino 2006, Vancouver 2010, Sochi 2014) ed estivi (Rio de Janeiro 2016). Ci saranno altri “compagni di squadra” con te?

Per lo sci di fondo sarò l’unico italiano. Ma nello sci alpino sarà con me  il bravissimo Davide Bendotti.

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Dicci qualcosa di più sulla tua Polisportiva.

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La Polisportiva è operativa da oltre venti anni, con risultati agonistici strepitosi in tantissime discipline sportive, impegnando e preparando nel miglior modo possibile atleti disabili fisici e mentali Sotto la guida della Presidente Gigliola Frassa, di Darfo, appassionatamente affiancata e supportata dal marito Angelo Martinoli, grazie al lavoro di tanti volontari, l’Associazione sta ottenendo risultati sempre più prestigiosi. di Darfo ne sono le anime, dal tiro con l’arco alla carabina, trattano parecchio la disabilità mentale Fanno girare moltissimi ragazzo a  grandi livelli. Tantissime medaglie.

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Cosa vuol dire essere un atleta famoso nella comunità in cui si vive abitualmente?

Per dire la verità, l’inizio non è stato semplicissimo. Ero visto come un tipo stravagante, che si era permesso l’azzardo di lasciare un “posto fisso” per tentare l’avventura nello sport. Man mano che arrivavano i successi, però, la situazione è radicalmente cambiata e tutti, ma dico proprio tutti, hanno espresso apprezzamento su quel che è una vera e propria scelta di vita. Una scelta che ha un suo prezzo, inevitabilmente: non è come facile come potrebbe sembrare a prima vista, alzarsi ogni mattina all’alba per andare  a correre sui saliscendi delle nostre montagne e faticare in palestra nella stagione buona e arrancare sulla neve nelle gelide giornate d’inverno… 

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Manifestazioni come le Olimpiadi e le Paralimpiadi, credo, costituiscono una straordinaria esperienza anche dal punto di vista umano.

Dei partecipanti della nostra spedizione ne conosco pochi, dunque sarà un piacere fare nuovi incontri e scambi d’idee. Con qualcuno degli atleti stranieri abbiamo già avuto occasione di conoscerci ma sarà certamente molto bello ritrovarsi e frequentarsi avendo a disposizione tanto tempo.

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E siamo arrivati, per concludere, alla domanda con la D maiuscola che non potevo (e non volevo) evitare di porti: con quali speranze e obbiettivi partirai per la Paralimpiadi? E dopo? Che succederà, dopo?

Il mio allenatore sostiene che, avendo cominciato solo un anno fa ad allenarmi professionalmente, nonostante non sia giovanissimo anagraficamente (ho 29 anni), dispongo di un fisico non ancora sfruttato fino in fondo, dal che consegue che le mie vere potenzialità restano ancora da scoprire completamente. In questa ottica le Olimpiadi coreane serviranno innanzitutto per favorire la mia crescita personale, poi l’anno scorso in Canada si tenterà di entrare nei primi dieci del mondo, in vista delle successive Paralimpiadi. Obbiettivi realistici per la Corea? Intanto parteciperò a tre gare: la 20 km libera, la 10 km classica e lo sprint. I favoriti son russi e ucraini, con l’eccezione, per lo sprint, di un atleta francese davvero fortissimo. Per me si punta a confermare il quindicesimo posto ottenuto in Germania. La convinzione c’è, ma non sarà certo semplice riuscirci. .

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Ricordami le date.

Si parte il prossimo 2 marzo e si farà ritorno il successivo 22. Ci sta un “in bocca al lupo”?

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CERTO CHE SÌ:   «IN BOCCA AL LUPO, CRISTIAN

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 Bonera.2

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Goodmorning Brescia (76) – San Faustino: tanti “singoli” fanno una moltitudine

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Giusto due parole, poi lascerò la parola alle immagini di questa giornata di festa per Brescia, immancabile richiamo e ricorrente grande appuntamento per tutti i bresciani.

Come spesso accade per la ricorrenza del Santo Patrono (questo è da tempo San Faustino per Brescia, insieme al meno ricordato San Giovita, a dimostrazione che anche tra i Santi esiste una certa gerarchia) , soprattutto in città della tipologia e della grandezza della Leonessa, o per centri di minore dimensione, ciò che “arma” la voglia di scendere in piazza e partecipare allo struscio collettivo, è il desiderio, mai sopito, di riaffermare la propria identità, sia d’individuo che di gruppo.

Una voglia che, soprattutto in una città ormai indubitabilmente multietnica e multiculturale come Brescia, assume singolari tonalità e sfumature che meriterebbero un più articolato e ponderato approfondimento.

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.Eccoci di nuovo qui.

Avete saziato gli occhi con queste belle foto?  Sì? Allora a questo punto le alternative sono due:

a) Siete forestieri. Accontentatevi di questo e rallegratevi per avere conosciuto qualcosa di più sulla Leonessa d’Italia.

b) Siete di Brescia e dintorni: infilatevi un giubbotto o un paletot e recatevi subito in centro città: così, oltre al senso della vista, potrete gratificare a suon di salamina, porchetta, formaggi e altre simili piacevolezze, anche l’olfatto e, soprattutto, il gusto. Poi, prima di tornare a casa, un bel pirlo come aperitivo ci sta sempre.

Ah, ancora una cosa!

Per chi non lo sapesse, in San Faustino, da qualche tempo, è stato individuato anche il Protettore dei single. In questo caso, a far preferire (ancora una volta) lo stesso Faustino allo sfortunato Giovita, sarebbe l’assonanza con il Santo festeggiato il giorno precedente.

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Probabilmente una sorta di rivalsa da parte di chi, il giorno. precedente, non ha avuto nulla e nessuno da festeggiare. Per alcuni però, la cosa avrebbe anche un fondamento, per così dire, di derivazione storica: la tradizione medievale che vedeva in San Faustino uno assai propenso a offrire alle giovani fanciulle l’opportunità di incontrare il futuro moroso. .

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (75) – La Poesia? Espressione di Civiltà… Bresciana

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Nell’antico palazzo al numero 5 di vicolo San Giuseppe,  su al primo piano, oltre la grande ed elegante sala riunioni, oltre l’accogliente ufficio nel quale si è tenuta stamattina la conferenza stampa convocata per la presentazione della cerimonia di premiazione del premio nazionale di poesia “Santi Faustino e Giovita 2018” oltre gli uffici, in cui lavorano alacremente gli uomini e le donne della Fondazione Civiltà Bresciana, si apre un dedalo di stanze le cui pareti sono completamente occupate da scaffali stipati di libri di ogni genere. Cerca 100.000 volumi e faldoni in cui è raccolta custodita la storia e la cultura bresciana, ma anche informazioni, trattati, saggi, relative alla vita culturale, sociale e artistica dell’intero paese.

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Lo scopo della conferenza è quello di presentare la cerimonia nel corso della quale, giovedì 15 febbraio prossimo venturo, alle 16.00, presso la stessa sede di vicolo San Giuseppe 5, saranno ufficialmente assegnati i premi relativi al concorso nazionale di poesia santi Faustino e Giovita 2018.

Al di là del dettaglio della manifestazione, alla quale saranno presenti oltre al vescovo della diocesi di Brescia, monsignor Pier Antonio Tremolada e al sindaco Emilio De Bono, il presidente della Provincia Pier Luigi Mottinelli, il  presidente della Camera di Commercio Giuseppe Ambrosi, il presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere e Arti Sergio Onger, il presidente della Confraternita dei Santi Faustino e Giovita don Maurizio Funazzi nonché la giuria al gran completo (Andrea Barretta, Maria Rosa Bertelli, Paolo Venturini) ci si è soffermati sull’esito del premio di poesia che torna dopo cinque anni di pausa.

«I numeri parlano da soli» esordisce il Presidente di giuria Andrea Barretta.

«Al premio hanno partecipato 103 partecipanti provenienti da tutta Italia (70% per la sezione in lingua), con 184 poesie» specifica senza nascondere la propria soddisfazione.

«Sono cifre persino inattese, nella misura in cui si sono formate,  che (uniti all’ottimo livello delle liriche pervenute) ci incoraggiano a pensare di aver raggiunto uno dei principali scopi della manifestazione, vale a dire quello di richiamare ancora di più l’attenzione delle autorità politiche, sociali e religiose sulle benemerite attività della Fondazione»

Scende poi nel dettaglio più strettamente tecnico del premio.

«La giuria, che ho avuto l’onore di presiedere, ha lavorato con grande rigore. I testi scritti in “bresciano” sono stati esaminati tenendo conto sia della correttezza dei termini usati che della giusta accentazione, pur tenendo nella giusta considerazione le differenze di scrittura e pronuncia che contraddistinguono le varie zone della provincia. Per quanto riguarda invece le liriche italiane, si è cercato di valorizzare,  nell’ambito di una doverosa attenzione alla correttezza stilistica, anche l’innovazione tematica e di linguaggio».

Ecco i vincitori. Oltre ai tre premi riservati ai vincitori del concorso (per la “lingua” Tiziana Monari, Maria Francesca Girelli e Marco Papetti; per il dialetto Giovanni Trotti, Luigi Legrenzi e Dario Tornago) si è deciso di assegnare altri riconoscimenti per segnalare lavori non premiati ma di qualità e di grande interesse. In particolare:

  • per la lingua menzioni di merito a Gaetano Bonera e Mari Cristina Odoardi e segnalazioni di merito per Isabella Roda e Giuliana Bernasconi.
  • Per il dialetto menzioni di merito a Velise Bonfanti ed Emilio Gadaldi e segnalazioni di merito per Lucia Filippini e Angelo Comparcini.

Si è colta l’occasione, altresì, di conferire due premi speciali alla carriera: il primo alla poetessa e scrittrice Elena Alberti Nulli e l’altra all’attore Sergio Isonni che sarà anche la “voce” della cerimonia di premiazione.

Prima di concludere, Andrea Barretta traccia la rotta del futuro:

«Questo Premio deve diventare un’autentica festa della Poesia, guardare ai versi come espressione delle più nobili emozioni, con quel tanto di “popolare” e quel tanto di dignità letteraria che, a mi avviso, costituiscono una miscela ideale».

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Progetto ambizioso, forse, ma non impossibile.

O meglio: impossibile per molti, ma certamente non per la   Fondazione Civiltà Bresciana  e… per don Antonio Fappani.

 

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    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Che meraviglia , quando il Teatro… è “Aperto”!

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Dell’iniziativa di Elisabetta Pozzi e del Centro teatrale bresciano «Teatro aperto» si è già parlato in questo blog, nell’articolo apparso in questo blog lo scorso 9 novembre, di cui riportiamo il link.

(https://cardona.patriziopacioni.com/profumo-di-novita-al-san-carlino-con-teatro-aperto/)

A causa di una serie di impegni non ero però riuscito ad andare al San Carlino per vedere di cosa esattamente si trattasse.

L’ho fatto ieri pomeriggio, assistendo, con grandissima gratificazione, alla lettura scenica di «Terra Santa» di Mohamed Kacimi  scrittore e algerino nato da una famiglia di teologi, allievo prima di una scuola coranica, poi di una scuola francese.  Ed è proprio utilizzando la lingua francese, che Kacimi ha scelto di comporre le proprie opere.

Notizie più dettagliate su di lui potrete reperirle attingendo alla “santa” wikipedia, a questo link: https://fr.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Kacimi.

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Mohamed Kacimi e il libro «Terra Santa» pubblicato da Elliott Edizioni nel 2008  (13 € – ISBN 9788861920347)

 

 

LA TRAMA

L’azione si svolge in una città assediata, che potrebbe ricordare una situazione mediorientale (in particolare la guerra israelo-palestinese) ma che, volutamente, l’autore priva di ogni preciso riferimento geografico.

Nel dramma si narra di una famiglia il cui palazzo è al centro di drammatiche operazioni belliche, all’interno della quale si sviluppano complessi meccanismi psicologici.

Un’isola di normalità all’interno della macelleria della guerra, che però non salverà i suoi abitanti, autentici naufraghi di esistenze “normali” ormai polverizzate da tragici e irreversibili eventi.

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LA VALUTAZIONE DEL TESTO.

Suggestivo, coinvolgente e serrato.

Molteplici i temi trattati dall’Autore, qui di seguito provo a riassumere quelli che più hanno  suscitato il mio interesse e le mie riflessioni.

La  fuga da una realtà disumana e violenta, come quella di un devastante conflitto, può coincidere con un tenace rifugio nelle sensazioni enei ricordi personali e nel privato familiare.  Si tratta, però, di un rimedio che, come un farmaco, si può rivelare medicamento se assunto nelle giuste dosi o droga se somministrato oltre una certa misura. Una dipendenza come quella alcoolica, simboleggiata dal desideri smodato di Arak e, più volte, manifesta il capo famiglia.

Se l’approccio alla religione, è acritico e intransigente, inevitabilmente, prima o poi,  si scivola nella perdita di ogni altro aggancio alla morale e all’etica. È il caso di Amin (il figlio) che, nel furore integralista, gode di avere ucciso un soldato, arriva persino a stuprare l’indifesa vicina Imen.

Altrettanto pericoloso, però, può rivelarsi ammantarsi di  cinismo, interrompendo ogni empatia con l’ambiente circostante. È il caso del padre Yad e di sua moglie Alia, le cui acide battute («Trent’anni d’amore, non sono più amore, sono pubblica amministrazione» «Un dio che si mette a proibire l’alcool non è un buon dio, è un rompiscatole» (lui) «Ho visto troppi morti per avere pietà; la cosa più importante è saper fare bene il caffè»  (lei) facciano più male a chi le pronuncia che a chi le ascolta.

I deboli sono destinati a soccombere. È il caso di Imen, vittima predestinata della violenza del mondo ma anche, soprattutto, delle proprie insicurezze. Una che ha chiamato il gatto Gesù, e non è un caso, perché l’animale è l’unico che non si approfitta di lei, perché può essere rassicurante avere sempre a disposizione un piccolo idolo peloso, una comoda coperta di Linus vivente, in mancanza dell’Onnipotente.

I servi del Potere sono pedine senza valore, intercambiabili, sacrificabili, e, non appena cominciano davvero a pensare, sono destinati a perire. È il caso del soldato Ian, forte solo della confortante schematicità delle procedure e dei regolamenti in cui l’ha incasellato lesercito, sorpreso da un’improvvisa, appena disegnata  consapevolezza di sé, una distrazione sufficiente a condurlo all’annientamento.

Uniche note pleonastiche, a mio avviso, due lunghi soliloqui (prima di Yad, poi di Imen). Scritti in bella calligrafia, sì, pieni di simbolismi, di evocazioni e di immagini, certamente, ma che risultano peraltro dissonanti dalla scarna narrazione di lucido e razionalissimo straniamento che caratterizza e scandisce una costruzione drammatica per il resto avvincente ed eccellente. Ammiccano allo spettatore, seducenti, ma inevitabilmente lo distolgono al fluire degli eventi, rallentando il ritmo serrato che, di «Terra santa», costituisce il pregio maggiore.

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LA LETTURA SCENICA

Di assoluta eccellenza l’interpretazione di attori che hanno dimostrato di avere interiorizzato e decodificato al meglio le caratteristiche dei personaggi che sono stati chiamati a interpretare: bravissimi Paolo Bessegato, Beatrice Faedi, Monica Ceccardi, Massimiliano Mastroeni, Andrea Tonin, con Silvia Quarantini impegnata a legare e a sottolineare con essenziali, direi spartani, ma efficacissimi effetti sonori la lettura collettiva.

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L’ESPERIMENTO

Quella che si viene a creare è un’atmosfera del tutto nuova e differente anche per uno come me che frequenta da anni teatri di ogni dove. Ci si trova lì, nell’antica chiesa-auditorum-teatro, a essere trascinati in qualcosa che non è dramma, ma ci somiglia molto. A farsi catturare e trascinare ella narrazione come uno straccio impigliato in un ingranaggio industriale. A chiedersi, alla fine dei conti, non senza una certa perplessità: «Cosa manca a tutto ciò, per essere compiutamente teatro?»

Già. Cosa manca?

La scenografia? No, perché lo scenografo più bravo e capace di coinvolgere e creare suggestioni, è quello che lavora nella mente dello spettatore.

I costumi? No, perché la stessa considerazione appena fatta male anche per il più abile costumi.

I movimenti? No, non mancano neanche questi: tutti i presenti al San Carlino li distinguevano, chiaramente, nella volta trattenuta a stento da parte del degli attori-lettori che si mette si pagano con grande efficacia nelle situazioni e nei personaggi creati da Kacimi.

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Applausi a scena aperta (sempre che ci fosse stata, una scena), ancora più preziosi visto che quello che gremiva il San Carlino ieri pomeriggio era un pubblico qualificato formato per la grandissima maggioranza da intenditori o da appassionati amanti del teatro.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Post It (18) – Gramellini e il caffè senza zucchero

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Bevo il caffè con lui praticamente tutte le mattine, e andiamo quasi sempre d’accordo. 

Lo trovo  ironico al punto giusto, pungente quanto basta, un autentico asso nel trovare ogni giorno, tra i fatti del giorno, spunti di riflessione interessanti e stimolanti.

Eccezionalmente, però, come capita a persone che , talvolta non capita di essere in perfetta sintonia 

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Lui si chiama Massimo. Massimo Gramellini, per l’esattezza. Giornalista e scrittore, vicedirettore ed editorialista del Corriere della Sera.

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    Una tazzina di parole ogni giorno sul Corriere della Sera, in prima pagina, taglio basso.

Il caffè è un rito quotidiano, una pausa, un piacere e anche un luogo di incontro in cui si discute, si scherza, ci si sfoga e ci si consola“.

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Dunque, basta con gli ombrelli e, soprattutto, con le “Ombrelline”..

Che ci fosse un solleone a picco tale da spaccare le pietre, che piovesse a dirotto sul circuito di turno, queste belle ragazze che sono (a questo punto e salvo ripensamenti erano) addette a riparare i piloti incastrati a forza nelle loro rombanti monoposto, sono fuori.

Questa la decisione presa nei giorni scorsi dai dirigenti della federazione automobilistica internazionale. La motivazione  è da individuare nella necessità di impedire la strumentalizzazione del corpo femminile.

L’ennesimo gesto a effetto, nella mia interpretazione, l’ennesima superficiale pennellata di belletto, ovvero un altro specchietto per le allodole che va ad aggiungersi a tanti altri, da mostrare senza il minimo sacrificio e con uno scopo ben preciso: quello di sciacquare la coscienza  (civile e sociale) di secoli e millenni di mancanza di rispetto, prevaricazione,  sopraffazione e violenza riservata senza risparmio e senza sosta, dall’uomo sulla donna.

Non è certo  privando dell’occupazione qualche manciata di ragazze, che si risolvono problemi come questo. Si tratta,, a ben vedere, solo di un regalino di dubbia intonazione e di nessun valore, che ricorda da vicino quegli specchietti e quelle perline con cui gli invasori bianchi delle Americhe cercavano (spesso con successo) di turlupinare gli sprovveduti indigeni,  Qualcosa che serve, sostanzialmente, a distogliere l’attenzione della gente dalla luna delle giuste rivendicazioni femminili, per puntarla sul dito di una solidarietà soltanto di facciata.

Perché, anziché dalle povere Ombrelline, forse sarebbe meglio cominciare a porre rimedio (con molta più forza ed efficacia di quanto, nonostante le nobili dichiarazioni d’intenti, si faccia ancora oggi), ad altre situazioni intollerabili:  vogliamo parlare delle donne che continuano a essere molestate negli uffici? Di quelle che vengono disprezzate, oltraggiate e spesso picchiate in casa, da mariti e conviventi? Di quelle che, a causa di presunti ideali (in)civili e religiosi sono costrette alla sottomissione più completa? Delle ragazze per le quali, a una certa ora di notte (ma a volte e in certe zone anche di giorno) scatta un implicito coprifuoco che impedisce loro di circolare da sole  nelle strade?

Invece, con sortite di questo tipo,  si continua a somministrare all’opinione pubblica anestetico da bancone in offerta speciale.

Invece…

Invece ecco di cosa (andando più o meno nella stessa direzione dei bigotti Signoroni della Formula Uno), informa un altro articolo, comparso nei giorni scorsi sulle pagine del Corriere della Sera on line:

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Ebbene, quando ho letto questo, sono rimasto francamente basito, a dir poco.

L’ultimo segnale del genere era venuta da una certa Regina Vittoria che aveva imposto le mutande anche alle gambe dei tavoli.

Censurare l’arte è quanto di più retrivo, conservatore, codino, volgare ci possa essere al mondo.

È fare un passo, lungo e deciso, verso gli oscurantisti, gli integralisti… verso l’ignoranza e il pregiudizio. Come quando, tanto per citare un esempio recente nazionale, si coprirono alcune tele del Campidoglio in occasione del ministro iraniano Rouhani.

Terribile, davvero, anzi raccapricciante, quanto accaduto alla MAG di Manchester.

Spero davvero che non sia questo lo spirito del #metoo, ma comincio fortemente a dubitarne.

Insomma, mio caro Gramellini, confermo: per una volta, per questa volta, non posso essere d’accordo con Te, non fartene cruccio.

Tanto il caffè, già domattina, tornerò a berlo con Te e sarà ottimo, come sempre.

Ci vediamo al bar, il solito: mi raccomando, non farti aspettare!

 

 

   Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

Anna «Nihil»: molto più… di «Niente» !

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«Ciclope, mi chiedi il nome famoso, ed io ti dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale. Nessuno è il mio nome. Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni». Dissi così, lui subito mi rispose con cuore spietato: «Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale»

«Nessuno, amici, mi uccide con l’inganno, non con la forza». Ed essi rispondendo dissero alate parole: «Se dunque nessuno ti fa violenza e sei solo, non puoi certo evitare il morbo del grande Zeus: allora tu prega tuo padre, Poseidone signore». Dicevano così, e rise il mio cuore, perché il nome mio e l’astuzia perfetta l’aveva ingannato»

Così, giocando sulle parole, dietro al “Nihil” di Anna, che in latino come tutti sanno, vuole dire “nulla“, c’è un “molto“, anzi un “moltissimo“: un grandissimo amore per i libri e un’intraprendenza degna di nota, rima di ogni altra cosa, che si è trasformato in «HoVogliaDiLibriVeri». 

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Un blog (quelli sopra sono i suoi “biglietti da visita”) come tanti, dedicato alla promozione della lettura ma, a differenza di altri, mirato alla scoperta e alla valorizzazione di quelli che Anna chiama “libri veri”, vale a dire (parole sue) «scritti per pura ispirazione, istinto, fantasia, tenacia».

Libri dietro ai quali c’è un autore “non vip” che «ha scritto il suo libro perché sentiva di doverlo fare, e ha deciso di pubblicarlo perché pensa possa essere utile, piacevole ed emozionante anche per gli altri».

Insomma, libri destinati a rimanere «fuori dalle classifiche, fuori dalle librerie, ma che hanno un valore enorme». E il «be hungry be foolish!»  di Steve Jobs, nella filosofia di Anna, si trasforma in un intrigante «be curious!» 

Il sito è molto ben realizzato e curato con grande attenzione e professionalità, sia nei contenuti che nella grafica.

Anna Nihil, invece, l’ho intervistata per voi. Continuate a leggere questo articolo per sape cosa ne è venuto fuori e per conoscerla più da vicino e meglio.

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Pochi mesi di vita per http://hovogliadilibriveri.blogspot.it/ : un blog letterario creato quando gli scrittori aumentano e i lettori diminuiscono. Quale idea ti sei fatta sul prossimo futuro?

Intanto voglio sperare che tutti gli scrittori siano anche lettori. Se a ciò si aggiungono i “lettori puri”… forse i conti non sono così disastrosi come vogliono farci credere. Certo, le librerie sono a rischio di estinzione, colpa degli ebook e dell’e-commerce, ma è davvero una “colpa”? Sono scomparse anche altre attività in passato, è il duro prezzo dell’evoluzione. Adesso si parla molto degli audiolibri. Un’ennesima novità che potrebbe rivoluzionare l’editoria. Un giorno i libri non si leggeranno più, ma si ascolteranno? Chi lo sa… 

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In “Ho voglia di libri” ci sono due messaggi diretti, uno indirizzato ai lettori e l’altro agli scrittori, ben separati tra loro. Ai primi si consiglia di evitare i libri scritti dai vip “pompati” dalle tv, i manuali, i “cloni” dei best sellers e sostanzialmente, anche i libri di maggior successo frutto di editing esasperati e ispirati alle indicazioni di marketing. Ai secondi di narrare “seguendo l’istinto”, a prescindere cioè da argomenti e stili che facciano tendenza. La domanda, provocatoria: togliendo tutto ciò non rimane molto…

Vero, non rimarebbe molto nelle classifiche, nelle librerie e su alcuni cataloghi… e finalmente potremmo respirare aria nuova! Avremmo tutto lo spazio necessario per far emergere i libri veri. Libri italiani. La gente crede che gli scrittori italiani siano solo quei quattro che ogni tanto si vedono in tv, ignorano che ci sia un meraviglioso mondo da scoprire! Ad esempio, molti pensano che non esistano bravi scrittori di fantasy in Italia. Invece esistono, eccome se esistono! Gli autori italiani scrivono libri di tutti i generi! Ecco, con il mio blog vorrei dare luce a queste realtà e cercare di abbattere degli assurdi pregiudizi.

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Se avessi una bacchetta magica, quale sarebbe il primo incantesimo che t’impegneresti a fare per l’editoria italiana e i suoi clienti?

Toglierei il titolo di “Casa Editrice” alle stamperie. Chi non può offrire altro che la stampa dei libri, dovrebbe dirlo chiaramente, e invece molti giocano a fare gli editori… finti, purtroppo. Così avvengono il 90% delle truffe ai danni di tanti aspiranti scrittori. Per risolvere il problema, non serve la bacchetta magica, basterebbe rivedere qualche legge. Spero che chi di dovere decida di occuparsene, prima o poi. Visto che mi è rimasto un incantesimo a disposizione, opterei per un «Scrivere è un lavoro, e come tale va giustamente retribuito» da infilare nella testa di un bel po’ di persone.

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Anna Nihil scrittrice. Anche qui, nella sua auto-presentazione una indicazione netta: «Perché la lettura sia davvero piacevole, è importante non farla troppo lunga. La storia deve scorrere come un film. Almeno questa è l’idea che porto avanti e per cui mi batto da anni. Libri brevi…ma intensi!». Mi ricorda la frase di Callimaco ( μέγα βιβλίον μέγα κακόν – grosso libro, grosso malanno”). Così però si lasciano fuori non solo autori come Stephen King, Ken Follett e Zafon, ma anche tipi come Alessandro Manzoni, Victor Hugo, Thomas Mann, che di pagine ne hanno scritte tante…

La “brevità” è una mia idea, un mio marchio di fabbrica. Ci tengo a preservare la mia originalità, quindi va benissimo che al mondo ci siano autori che scrivano in modo diverso da me. Se Alessandro Manzoni fosse vissuto ai giorni nostri, forse il suo “Promessi Sposi” sarebbe stato più breve, oltre che profondamente diverso! Un tempo le descrizioni minuziose erano importanti, era l’unico modo per mostrare un luogo o un monumento a un lettore. Non c’era la tv, non c’era internet, si viaggiava con più difficoltà. Adesso basta nominarlo. In molti l’hanno già visitato, altri l’hanno visto in tv, oppure possono rimediare facilmente con una ricerca sul web. Oggi, credo che valga la pena indugiare solo sui dettagli strettamente attinenti la storia. Di Zafon ultimamente ho letto la Trilogia della nebbia, in un unico testo sono stati raccolti i suoi tre romanzi brevi. Quindi, immagino che Zafon, sul valore della brevità, sia d’accordo con me… ma anche gli altri autori! Penso spesso a questa frase, tratta da una lettera di Pascal del 1600: “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”. Scrivere breve ed efficace è da sempre una bella sfida.

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Parliamo dei tuoi libri, adesso: da fiabe e favole al noir, passando attraverso il chick-lit (un “rosa” di seconda o terza generazione, tanto per intenderci) e la rievocazione storica, da Monna Lisa alla rivoluzione francese. Eppure dev’esserci un fil rouge prevalente, nella tua creatività.

 

Pensa, il prossimo libro sarà tutto un altro genere rispetto ai precedenti! Non mi pongo limiti, tutto dipende dalle storie che mi capita di incrociare lungo il mio cammino. Il fil rouge? In alcuni libri si percepisce una critica sociale (nel chick-lit, nei noir e nella favola “Luna”). Però, a pensarci bene, il tema ricorrente, in tutti i miei libri, è l’illusione dei sentimenti. Mi dispiace, dovrete leggerli per capire esattamente di cosa sto parlando.

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Scrittura, ma non solo. Molto interessante un’altra Tua iniziativa presente in Rete: in http://annanihil.blogspot.it/ , in cui si rivela ed esplode la Tua passione per il cinema;

Sì, “Anna Nihil Show” è stato il mio primo amatissimo blog. L’intento era quello di parlare dello showbiz a modo mio. Con spontaneità, leggerezza e ironia. Potrei dire che io e quel blog siamo cresciuti insieme, ha subito i miei cambiamenti e i miei sbalzi d’umore. Non ho il coraggio di chiuderlo, anche se, ahimè, non lo aggiorno da un bel po’. Forse perché, sotto sotto, non escludo di ritornare a scrivere qualche chiacchiera (non oso definirle recensioni!) sui film in uscita.

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Ultima domanda con una bella offerta “2×1”: hai lo straordinario coraggio di esprimerti senza se e senza ma a favore dell’auto-pubblicazione, dunque contro la posizione di prestigio e di obbiettiva predominanza delle case editrici. Per ora sei coerente e vai avanti, dritta e bene, per la Tua strada. Ma se domani Ti arrivasse una lettera da Mondadori, da Rizzoli o da qualcun’altra delle “sette sorelle” del libro nazionale, Tu cosa faresti?

A dirla tutta, ho una “macchia” sul curriculum: ho firmato un contratto con una casa editrice. Avevo completato la stesura del mio primo romanzo, ed ero pronta a pubblicarlo su una piattoforma self-publishing, quando notai la pubblicità di un concorso. Decisi di partecipare e… finii con il firmare il mio primo contratto. A parte la soddisfazione morale, non c’è stato altro. In confronto ad altri miei colleghi, sono stata molto fortunata. Niente ho avuto, ma niente mi è stato tolto. Altri sono finiti in contratti subdoli, del tipo: «Se compri tot copie, noi provvederemo alla distribuzione, alla pubblicità». Tutte promesse rivelatesi fasulle. Oppure contratti con ricatto: «Pubblichiamo in ebook, se va bene pubblicheremo il cartaceo». Peccato che gli introiti degli ebook non vadano all’autore, che intanto è costretto a dannarsi per venderne quanti più ebook possibile, nella speranza di poter avere un giorno il suo libro tra le mani. In questa giungla di contratti, le piattaforme self-publishing sono le uniche che parlano chiaro. Danno a gli autori tutti i mezzi possibili per diventare editori di se stessi. Certo, ci sono dei costi, non è facile… ma essere liberi e padroni della propria opera, è per me la situazione ideale. Contratti con piccole o medie case editrici non mi interessano, non potrebbero darmi più di quello che ho. Se una grande casa editrice fosse interessata a un mio libro, leggerei attentamente il loro contratto e valuterei con calma, senza farmi prendere da smanie di successo. Sì, potrei firmare, ma per un libro “sistemato”, ne avrei ancora altri self. Non c’è pericolo che mi monti la testa.

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   Il Lettore

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