Post-It (8) – Banche: più va male… e più si paga il manager

 

Chiunque mi stia seguendo in questa rubrica, o abbia letto i miei interventi nella “vecchia” edizione del blog e altrove in rete, può definirmi in mille modi, non tutti positivi, magari, ma…

… ma non sono, non sono stato, né mai sarò, quello che si definisce un moralista.

In poche parole: so come gira il mondo, conosco e comprendo in modo abbastanza profondo il meccanismo del capitalismo e del neocapitalismo e, dirò di più, sono uno tra quelli che ritiene, nonostante le recenti “cadute di attenzione” che, se ben utilizzato e adeguatamente controbilanciato da una politica sociale, tale meccanismo possa, alla lunga, funzionare meglio di altri.

Tra le caratteristiche più urticanti del sistema, probabilmente ai primi posti della classifica, ci sono le principesche retribuzioni che sono appannaggio dei top manager di società e industrie, pubbliche, semipubbliche e private.

Secondo me, se si accettano le regole del gioco, anche questo, per quanto fastidioso dal punto di vista dell’equità sociale, ci può stare, sempre che l’azienda che distribuisce perbende, premi e dividendi consegua adeguati utili e sia dotata di un’altrettanto solida struttura finanziaria.

Nel caso delle banche di questo terzo millennio, però, tutte o quasi tutte sull’orlo del baratro, impestate di “crediti di dubbio recupero” conseguenza di uno sciatto (per non dire peggio) processo e gestione del credito, fonti di dissesto e rovina per centinaia e centinaia di migliaia di piccoli e medi investitori, però…

Il signor Francesco Iorio ha lavorato per la Banca Popolare di Vicenza (sì, proprio quella banca: uno degli istituti di credito italiano che hanno smesso già da un bel pezzo di navigare nell’oro per intraprendere un maleolente viaggio nella palta) per un anno e mezzo. Secondo i calcoli dell’articolista del Corriere della Sera (il puntiglioso Stefano Righi), alla fine dei giochi, metterà in tasca qualcosa di più di sette milioni e ezzo di euro. vale a dire circa 10.000 € al giorno (al giorno!) compresi sabati domeniche e feste comandate.

Beh, che dire. Non ribolle il sangue anche a voi?

La ciliegina su questa torta… di vacca, però, è la nomina del suo successore.

Si tratterà senz’altro di uno che viene da una storia di successi” dirà qualcuno. “La Popolare Vicenza sarà pure in zona retrocessione (anzi retrocessa), ma per salvarla avranno chiamato l’allenatore del Bayern Monaco, del Chelsea o del Real Madrid, come minimo“.

Macché.

Il successore (Fabrizio Viola) sarà colui che ha guidato, per un certo periodo, il Monte dei Paschi di Siena: 98% di capitalizzazione andata in fumo in pochi anni.

Bene, andiamo avanti così. E viva l’Italia.

    Valerio Vairo

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Fine pena, sì. Ma è davvero così?

L’ho incontrato in un locale di Brescia, uno di quei ristoranti specializzati che vanno di moda adesso, in questo caso si parla di ottime cotolette cucinate e guarnite per soddisfare i gusti di tutti. Parlare con lui, più ancora ascoltarlo, è stato il giusto coronamento dell’esperienza vissuta in occasione di “liberALArte”, l’evento fortemente voluto da Patrizio Pacioni e realizzato al Museo Mille Miglia (con il concorso di Giulia Gussago e della Compagnia Lyria e con il patrocinio del Comune di Brescia) per valorizzare l’iniziativa dell’Associazione Carcere e Territorio e sostenerne l’attività

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Dimmi qualcosa di te.

 

Mi chiamo Mario e, dei miei quarantanove anni, nove li ho praticamente buttati nella spazzatura.

Ho sbagliato, ma ho anche pagato il mio debito con la società, e l’ho pagato caro.

Dalla mia lunga esperienza in carcere ho cercato di cavare il meglio che ci fosse: ho studiato, “frequentando” i primi due anni organizzati dall’istituto tecnico Fortuny di Brescia, e sarei arrivato fino al diploma se non mi avessero trasferito in un’altra prigione. Ho partecipato a laboratori di scrittura creativa e di poesia, ho collaborato con la redazione del periodico trimestrale “Zona 508”, ho scritto parecchi interventi sulla tematica del reinserimento dei detenuti e delle pene alternative che sono stati accolti sulle pagine del Giornale di Brescia, di Brescia Oggi e dell’edizione cittadina del Corriere della Sera.

Quando il 29 maggio dello scorso anno mi sono trovato fuori dalla porta del carcere di Bergamo, per ironia della sorte proprio dopo avere contribuito a un percorso sulla Legalità con l’accoglienza all’interno delle mura dell’istituto di pena di numerose scolaresche, però, mi sono trovato davanti il nulla.

Il nulla? Cosa vuoi dire?

Voglio dire che, se è vero che dopo avere scontato la pena sono un uomo libero a tutti gli effetti, una volta fuori dal carcere non mi è stata data alcuna possibilità di vivere da tale. Io sono una persona che ha sempre lavorato, impegnandosi senza risparmio. Ho cominciato da ragazzo come apprendista, per aiutare poi mio padre nel suo laboratorio di falegnameria. Dopo di che ho intrapreso l’attività di venditore ambulante, e credo che tutti i bresciani della “giusta età” si ricordino del mio banco di piazza Vittoria, dove vendevo musicassette e cd.

Cosa ti saresti aspettato prima e dopo la liberazione dal carcere?

Cominciamo dal “prima”.  Avrei voluto che, mentre scontavo la pena per pagare i miei errori, mi fosse stato possibile acquisire, attraverso lo studio e la pratica, una professionalità, un’istruzione, magari coronata da una certificazione che mi aiutasse a reinserirmi nella vita da persona libera. Invece i lavori che mi hanno fatto fare sono stati basati sull’esperienza, spesso carente, dei compagni che mi avevano preceduto nei vari incarichi, senza nessuna organicità. Tra l’altro, adesso che ci penso non ricordo di avere  ricevuto quanto di mia spettanza per l’ultimo mese di lavoro in carcere speso come addetto alla spesa (sopravvitto)

E per il dopo?

Per prima cosa che ci fosse, o almeno si cominciasse a creare, qualche struttura: ci vorrebbe, tanto per fare un esempio, una sezione dell’amministrazione locale o direttamente dello Stato che aiutasse in qualche modo chi esce di prigione avendo pagato per intero il proprio debito. Almeno ci sarebbe necessità di una casa dove dormire, che è il primo e più inalienabile diritto dell’uomo. Tengo  a precisare, tra l’altro, che, nonostante questo muro di gomma che mi sono trovato davanti, dal maggio 2015 a oggi mi sono sempre prestato per iniziative di volontariato e, soprattutto, di testimonianza sul valore della legalità e del processo riparativo della pena, partecipando a manifestazioni varie e parlando insieme a Pacioni a centinaia di ragazzi all’interno di alcune scuole superiori di Brescia e provincia.

Credo di capire che le cose non siano andate nel verso giusto. 

Il fatto è che, a diciotto mesi ormai dalla mia scarcerazione, il mio indirizzo (mi mostra il documento ) è via Santa Maria del Mare numero 3.

Dunque?

Guarda la cartina di Brescia, o vai sul Google Maps: quella via non esiste è solo l’indirizzo virtuale di tutti i senza tetto.  Pensa che il primo mese il mio indirizzo “obbligato” era sotto il portico di Palazzo della Loggia. Ed è ciò che ho fatto dormendo su una brandina da campo, finché non ne ho potuto più e, per protesta, ho incatenato a un palo la brandina e ho cominciato a protestare platealmente minacciando di togliermi la vita con il fuoco.

Con quale risultato?

L’unico risultato è stato quello di vedermi circondato da cronisti muniti di microfono o di taccuino e dai funzionari della Digos che, per farmi desistere da una protesta così clamorosa, mi promisero che ci si sarebbe adoperati per trovare una soluzione al problema, ma…

Ma… cosa?

Se non ci fosse stata mia madre (tra l’altro anziana e  gravemente malata) ad accogliermi (su una poltrona, viste le ridottissime dimensioni dell’appartamento in cui è in affitto) probabilmente sarei ancora lì a tenere compagnia al Sindaco e agli altri componenti della Giunta e del Consiglio Comunale. Tra l’altro, a dirla proprio tutta,  da qualche tempo, onde evitare che la forzata convivenza in ambienti ristretti porti a inevitabili tensioni in casa, ho deciso di allestire la cantina come improvvisata camera da letto.

Possibile che in un anno e mezzo non ci siano state possibilità e occasione di assegnarti almeno un alloggio popolare?

 

Qui sta il bello, anzi il brutto: condizione necessaria per avere l’assegnazione è di dimostrare di avere un reddito da lavoro continuativo anche se part time. In tutto questo però ci sono due paradossi.

Quali paradossi?

Il primo è che dal punto di vita teorico un uomo che ha pagato la sua pena è equiparato a persone già inserite a pieno titolo nei meccanismi sociali e, quindi, non beneficia di particolari aiuti da parte delle Istituzioni. Il secondo, che la stessa condizione di ex detenuto costituisce una grave discriminante per chi questo lavoro me lo dovrebbe dare.

Cosa chiedi, alla fine?

Chiedo semplicemente di avere l’opportunità di essere messo di nuovo alla prova. Ho portato a termine un percorso di recupero lungo e faticoso e ho tutta la volontà di collaborare come tutti gli altri al buon funzionamento della società. Sia ben chiaro: di queste possibilità ne chiedo una e una soltanto. Dopo di che starà a me dimostrare di averla meritata; starà a me decidere se voglio essere davvero un bravo cittadino, degno di vivere e collaborare onestamente e con impegno con tutti gli altri per una vita migliore. E sarò io stesso, lo assicuro, che, nella malaugurata ipotesi di un secondo errore, a non pretendere più ulteriori chanches.

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Dunque ora sta a noi decidere.

Possiamo credere nella funzione “riparativa” della pena oppure lasciare che Mario, e tanti altri come lui, che vorrebbero solo ricominciare la propria vita dopo un’interruzione forzata di cui loro per primi accettano l’opportunità sociale e la giustezza, ne siano impediti già in partenza. E dimenticarci di loro.

Fatto sta che Mario non vuole tornare mai più a delinquere, e che la società ha ancora bisogno di lui.

Aiutarlo, perché ci riesca, però, è anche nostra responsabilità e nostro compito.

 

   Valerio Vairo

 

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Post-It (6) – La congrega dei (Grillini) Flagellanti

 

Vogliatemi bene e statemi vicini, perché oggi, preso il coraggio a due mani(ma sarebbero meglio quattro) mi accingi a toccare “gli intoccabili“, i “puri di cuore“, gli “incorruttibili“, e non so cosa sarà di me.

Si dichiarano laici, ma la mentalità è quella dei gesuiti o dei domenicani old style.

Peccano, sì. Beh, la carne è debole, si sa, ma poi si pentono.

Peccano, sì, ma facendo professione di immacolato senso civico, espellono il compagno di partito, anzi di movimento, indagato/inquisito di turno pensando e cercando di fare pensare che basti una purga per eliminare un’ulcera duodenale, se non peggio.

Si parte dall’avviso di garanzia per concorso in bancarotta fraudolenta per il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, passando per lo scandalo di Quarto con il sindaco Rosa Capuozzo, ricattata per abuso edilizio da un altro ex compagno di partito a sua volta indagato per voto di scambio…

Per arrivare gloriosamente alla macroscopica quanto scandalosa falsificazione delle firme a Palermo.

… e la storia è sempre la stessa.

<Noi, però, siamo diversi. Noi sospendiamo, cacciamo i reprobi> proclamano fieri a ogni nuovo inciampo, respingendo fieri i pur dovuti appunti. Come se tagliare via un bubbone possa sconfiggere la peste della corruzione, delle piccole furbizie, dei tornaconti personali che, inevitabilmente, sa infiltrarsi ovunque. Anche tra le loro file.

Espellono iscritti a destra e a manca , ma non capiscono che tante epurazioni fanno sorgere molti e gravi dubbi sia sul processo di scelta dei candidati che sul reale status dell’onestà / capacità all’interno delle loro fila.

 

Insomma, per farla breve. Propongo che in ogni chiesa italiana si apra un confessionale  dedicato ai grillini pentiti.

Il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, emani immediatamente un decreto legge finalizzato a inserire nella finanziaria un nuovo capitolo di spesa che consenta un servizio davvero di pubblica utilità: la fornitura gratuita ai cinquestelle di cilici, flagelli e sacchi di ceci su cui inginocchiarsi, oltre a un buon numero di gogne per i “compagni che sbagliano”, perché abbiano occasione di fare pubblica penitenza ogni volta che serva e possano continuare a gridare a squarciagola (questo sì, impunemente) il loro mantra:

O-NES-TÀ!

    Valerio Vairo

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Post-it (5) – Quella maledetta tentazione del tanto peggio tanto meglio

    Purché si dia “una spallata al Sistema” , sembra che tutto sia diventato lecito.

Così come sembra, purtroppo, anche che ci sia dimenticati cosa voglia dire davvero “essere di sinistra”.

La Hilary Clinton è radical-chic? Ah sì? E allora faccio il tifo per Donald Trump, che in fondo è soltanto cafone, puttaniere, classista, omofobo, razzista, sessista e incarna gli aspetti peggiori del capitalismo.

Anzi, sai che ti dico? Se un uomo così pericoloso, magari mentalmente instabile, sotto il parrucchino, vince le elezioni, diventando Presidente degli Usa (mica Segretario della Bocciofila) e prende in mano la valigetta con i codici segreti che servono a scatenare una guerra nucleare,  penso che sia una grandissima figata, un colossale vaffa indirizzato ai vecchi poteri e vado in piazza con quelli della Lega, con i Fratelli d’Italia, i Berlusconiani e i giovanottoni palestrati di Forza Nuova e faccio una grande festa.

Perché io sono uno duro e puro, uno rosso che più rosso non si può,  e l’idea che se crolla un Sistema, magari sotto le macerie, insieme ai ricchi e ai borghesi, ci resta anche qualche milione di operai, non mi sfiora nemmeno l’anticamera del cervello.

E che nessuno mi ricordi che nella Storia del XX secolo c’è già stato un altro movimento che ha dato una bella “spallata” a un governo debole e corrotto, instaurando un nuovo e vigoroso Nuovo Ordine. Si chiamava Partito Tedesco dei Lavoratori (Deutsche Arbeiterpartei, sigla DAP), uno schieramento politico che, guidato da un certo Adolf Hitler, agitatore e uomo politico di origine austriaca, e nel 1933 prese il potere in Germania.

Con quali esiti lo sappiamo tutti.

Siegh Heil, compagni.

   Valerio Vairo

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Post-it (4) – I celloduristi di Bruxelles e la memoria degli elefanti

Che Jean-Claude Juncker, che nel suo pedigree politico vanta la conduzione, nientemeno, di una Nazione vasta e popolosa come il Lussemburgo (con tutto il rispetto per i lussemburghesi, naturalmente) sia elastico come un tondino appena uscito da una fabbrica bresciana, lo sanno già tutti. Da segnalare anche un fascistissimo “me ne frego”, tanto per mettere una bella ciliegina su quella che i cowboy americani chiamavano “torte di vacca” 

Ciò che stupisce di fronte alle sue più recenti e machissime esternazioni, fatte di esposizioni di muscoli e attributi, è però l’assoluta mancanza di fair-play e, soprattutto, di quell’indispensabile cocktail di memoria e visione prospettica.

Nell’ Italia Centrale, colpita a morte dalle scosse, la terra non ha smesso ancora di tremare.
Palazzi antichi, chiese e castelli stanno ancora venendo giù, pezzo per pezzo.
E ancora, come se non bastasse, l’incrudelire del clima infierisce sui disastrati abitanti dei luoghi, nuove scosse, e nuove scosse, e nuove scosse che sembrano non voler finire più.

E Jean-Claude e i suoi colleghi tecnocrati-burocrati-retrogradi pleistocenici compari, volete sapere cosa fanno?
Censurano, spostano la bilancia di un eventuale deroga alle arteriosclerotiche regole di deficit, da orologiai che cercano di aggiustare un orologio (l’Europa) al quale, invece, andrebbero semplicemente sostituite le pile (oltre che il PIL), da un più 0,3 o 0,4 a un più modesto 0,1.

Pietosi nell’immagine che danno di sé e, al tempo stesso, impietosi nei confronti di un Paese che, generosamente, stra assumendo sulle proprie spalle il peso dell’esodo biblico che sta stravolgendo il mondo.

Non mi auguro certo che il mare del nord esondi sommergendo campagne teutoniche e fiamminghe, né che una siccità prolungata o una nuova glaciazione carogna bruci i raccolti degli opulenti campi dell’Europa settentrionale e centrale.
Né che una meteora di rispettabili dimensioni precipiti su Berlino o Bruxelles.
Certo che no.
Di terremoti, visto che i Paesi mediterranei ne sono la casa di elezione, meglio non parlarne neppure.

Tutto, però, può accadere.
Nessuna nazione è forte abbastanza di resistere a un’improvvisa quanto violenta pazzia della Natura, del Pianeta, dell’Universo.

E allora, se dovesse accadere qualcosa del genere, l’Italia…

L’Italia, mi sento di scommetterci centomila euro contro cento datteri, metterebbe da parte e dimenticherebbe ogni offesa. Più smemorata degli altri, ma nel bene, e, con tutte le proprie forze, ancora una volta correrebbe in soccorso. Con il cuore  e l’entusiasmo che –da sempre- costituiscono il vero valore e il vero preziosissimo tesoro, del nostro popolo.

Senza mercanteggiare sullo 0,1 o sull 0,2%.

   Valerio Vairo  

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Il fato e l’olio: riflessioni durante il Tg del tardo pomeriggio

   

Brianza.

Un cavalcavia collassa al passaggio di un mezzo pesante.

Il camion precipita giù, sotto c’è la superstrada per Lecco. Schiaccia automobili, con i loro conducenti, che altra colpa non hanno se non di passare all’ora, al momento sbagliato sulla strada sbagliata.

Morale: a volte il Destino. La realtà che supera persino la macabra fantasia dei film della serie “Final destination” e simili. Quindi? Quindi non cercate di programmare una vita che dei vostri (dei nostri) programmi non vuole sapere niente.

Vivete.

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Un’esponente dell’Istituto Mario Negri, uno degli Istituti scientifici più seri e più quotati d’Italia, rivela che, da approfonditi studi, l’olio di palma non è poi quello spietato killer che è additato con timore e spregio da tutti.

Ci sono degli agenti corruttori, come in altri alimenti, ma si possono eliminare nel normale processo di produzione e molte aziende si stanno già impegnando con successo in questo.

Morale: da troppo tempo, nel nostro Paese e in altri è diventato sin troppo facile “sbattere il mostro in prima pagina”: che si tratti di un politico, di un movimento politico, di una categoria… o semplicemente di un po’ d’olio, si tratta di bersagli semplici da colpire, alleggerendo la nostra coscienza delle proprie inevitabili mancanze.

E se imparassimo a informarci, discernere e discutere, invece di aggredirci a vicenda?

   Valerio Vairo

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Per Patrizio novembre sarà il mese dei moLti (eventi)

No, non si tratta di un errore di battuta, se state pensando alla tradizione novembrina fatta di cipressi e crisantemi.

È solo un innocente gioco di parole in occasione della prossima partenza del tour di presentazioni di «In cauda venenum» il doppio romanzo che segna, a distanza di oltre cinque anni, il ritorno del commissario Cardona, presentato in anteprima ai festival Caffeina, Ombre e Giulia in Giallo – Delitti & Diletti.

Avvio scoppiettante, visto che, nel giro di poco più di una settimana, il Leone di Momnnteselva e il suo narratore saranno a Roma, Brescia e Desenzano (rispettivamente 10, 18 e 19 novembre).

Ma non c’è solo questo, nel movimentato novembre di Patrizio Pacioni.

Martedì 15, nella suggestiva sede del Museo Mille Miglia si terrà, con il patrocinio del Comune di Brescia, «liberALArte», l’evento pensato e fortemente voluto dallo scrittore romano a sostegno dell’attività di recupero dei detenuti attraverso la pratica dell’arte, intesa nella più ampia delle accezioni.

L’occasione, per chi ancora non l’avesse fatto, di assistere alla proiezione del film «Il Lettore» (scritto da Pacioni e Fabiana Cinque per la regia di Martina Girlanda)  realizzato all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio e a quella di una sintesi di «La causa e il caso» lo spettacolo di danza che Giulia Gussago ha portato nella scorsa stagione sul palcoscenico del Teatro Sociale di Brescia.

Alla serata, che sarà presentata da Biagio Vinella, sarà esposta anche l’opera che è servita da sfondo alla locandina dell’evento, realizzata dall’artista bresciano Gi Morandini.

Di questo e di tutti gli altri eventi in programma, come sempre, sarà nostra cura fornire dettaglio, orari e ogni altra informazione utile.

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   Valerio Vairo

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Post-it (3) – Per Tiziana qualcuno dovrà pagare il conto

 Avete presente quegli articoli che un giornalista non vorrebbe mai scrivere?

Beh, eccone uno.

Questa è la notizia:

Tiziana Cantone, tempo fa, accettò di essere ripresa in un video hard nel corso di un amplesso. Il filmato, immesso in una cerchia ristretta di utilizzatori di WhatsApp,  finì poi (a insaputa della ragazza) on line, a diffusione virale, causando una serie infinita di commenti, post e quant’altro che finirono per sconvolgere la vita della giovane donna. Ora la vicenda si è conclusa con un suicidio per impiccagione (effettuato con l’ausilio di un foulard) nello scantinato della casa di Mugnano, in provincia di Napoli, in cui Tiziana si era trasferita proprio nell’intento di defilarsi. Un drammatico e sconvolgente epilogo che deve fare amaramente riflettere sulle insidie del web e, soprattutto, su quella necessità di rispettare la persona che, nel caotico sviluppo di chiacchiericcio informatico, si è andata rapidamente e inesorabilmente perdendo.

Ora mi chiedo: ha sbagliato, Tiziana Cantone?

Sì, ha sbagliato.

Non a permettere che il suo partner la riprendesse, affermare questo equivarrebbe a esprimere un giudizio morale su ciò che la morale non può giudicare. Io ritengo infatti che la libertà di espressione della propria sessualità sia inviolabile: un adulto, purché consapevole e consenziente, ha il pieno e insindacabile diritto di indulgere a qualsiasi divagazione erotica ritenga di voler percorrere e sperimentare.

In cosa, dunque, ha sbagliato Tiziana Cantone?

Nel valutare contesto e persone, ecco dove.

Nel fidarsi di qualcuno al quale aveva permesso di avvicinarsi più di quanto fosse opportuno e di una cerchia di (supposte) amicizie, pronte a tradirla con inqualificabile leggerezza.

Qui però si ferma il suo errore e comincia quello, ignobile, gigantesco e mostruoso, commesso da tutti gli altri, intessuto di superficialità, di sudicia malizia, di invidia per la sua bellezza, per la sua giovinezza e per il suo candore.

Candore, sì. Lo scrivo e lo urlo ad alta voce.

Perché il candore è quello dell’anima e del cuore, non ciò si comprende e si risolve negli organi genitali e nell’uso che, liberamente, se ne fa.

Il candore di Tiziana è quello che, paradossalmente (ma anche no) l’ha portata a scoprire con inerme raccapriccio la cattiveria del mondo. L’ha portata a sperimentare sulla propria pelle la lama crudele che la diffusa anonimia della Rete coltiva e spietatamente affila, a compiere l’amara scoperta di quella laida senilità dell’anima (negli oscuri e contorti meandri di menti inconsapevolmente e irreversibilmente tarate), incomprensibile e ingiustificabile, che induce la ggente a sporcare ciò che di bello e giovane (nell’entusiasmo, nella gioia di vivere e nella voglia di fare prima che nella situazione anagrafica) esiste al mondo.

A svilirlo, a mortificarlo, fino a distruggerlo.

E alla fine è stato reciso, il fiore.

È stato sradicato dal giardino della vita con gli artigli di una diffamazione becera, incancrenita e irriducibile, prima ancora che con un cappio di stoffa.

Molestie, diffamazione, violenza privata, istigazione al suicidio?

Scelgano i giudici, dopo avere investigato sui soggetti implicati e sulle responsabilità a loro carico; per quanto è accaduto a Tiziana, però, qualcuno dovrà pagare, e dovrà pagare caro.

 

 

  Valerio Vairo

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