Festival Bazziniano: buona… l’ultima!

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Compositore, violinista, erudito e ispirato docente, l’ “Anti-Verdi“,  il “Novello Paganini”, Leopardi del violino” come pure venne appellato, troppo cosmopolita, troppo paneuropeo, per i suoi tempi, in qualche fu modo offuscato da una Storia rimasta indietro come un vecchio orologio. 

E, come accaduto ad altri Grandi, più “dimenticato”, a lungo, proprio dalla sua terra  e dai concittadini di diverse generazioni.

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Dunque doveroso, quanto ben realizzato e riuscito, il «Festival Antonio Bazzini – Brescia e l’Europa 1818 / 2018»  articolata iniziativa mirata a onorare l’arte e la memoria di Antonio Bazzini, grande musicista bresciano, che il CTB ha fatto propria e organizzata di concerto (mai termine fu più adeguato e ben collocato) con il Conservatorio di Musica Luca Marenziouna rassegnache si è svolta con successo e si è conclusa ancor meglio.

Per meglio spiegare ciò che ho visto poco fa al santa Chiara, ritengo utile una premessa il cui senso sarà pienamente comprensibile più avanti: le tesi di laurea si dividono essenzialmente in due tipologie: le sperimentali e le compilative. Quella che è stata assegnata a quel sempre giovane e sempre curioso studente della vita che risponde al nome di Costanzo Gatta, in occasione del Festival Antonio Bazzini –Brescia e l’Europa 1818 / 2018, appartiene, con ogni evidenza, e per fofrza di cose, alla seconda categoria.

Al termine del vasto programma del festival, si trattava infatti di celebrare con una pièce che rievocasse in modo dettagliato la vita, la carriera artistica e didattica, gli orientamenti creativi e la filosofia musicale del mai abbastanza celebrato e valorizzato violinista e compositore bresciano.

Ebbene, con «Bazzini, l’Antiverdi?» andato in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri poche ore fa, Costanzo Gatta ha composto e diretto con la consueta maestria la sua tesi compilativa, riuscendo a trasformarla, grazie anche alla bravura e dall’impegno degli interpreti (in ordine di apparizione Monica Ceccardi, Miriam Gotti, Silvia Quarantini e Daniele Squassina) in un appuntamento vivace e attrattivo, che ha tenuto attenti e partecipi gli spettatori dall’inizio alla fine (contrassegnata da lunghi e ripetuti applausi).

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Costanzo Gatta… in azione

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L’intelaiatura dello spettacolo è estremamente lineare ma di grande efficacia: tre giovani donne, riunite in quel che sembra una specie di redazione di qualche quotidiano o periodico, ricostruiscono, momento per momento, la intensa e girovaga esistenza del maestro, voci e pettegolezzi inclusi.  La rievocazione va avanti tra passato e presente, con tanto di selfie e riprese filmate, scandito dalle immagini di personaggi e luoghi che scorrono sul grande schermo della videoproiezione. I successi, le sconfitte, i sogni e le disillusioni, i difficili rapporti con la critica, la visione cosmopolita di vita, cultura e musica, in contrapposizione con Verdi e con il melodramma, imperante in Italia, si dipanano in ordine cronologico nella suggestione dei colori degli abiti femminili (creati e realizzati da Gianni Tolentino),  negli inserti di canto, nelle coreografie semplici quanto suggestive firmate da Orietta Trazzi, nell’immedesimazione (anche fisica) nel personaggio di Daniele Squassina. Semplicemente impeccabile, come sempre, l’accompagnamento delle luci di Cesare Agoni.

Si replica ancora domani sera, a partire dalle 20,30.

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Bazzini, l’AntiVerdi?

ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta

Con Monica CeccardiMiriam GottiSilvia QuarantiniDaniele Squassina.

costumi Gianni Tolentino

luci di  Cesa dire Agoni

coreografie di Orietta Trazzi

registrazioni di Gabriele Gasparetto

direzione tecnica Cesare Agoni

elettricista Sergio Martinelli

macchinista Michele Sabattoli

audio e video Giacomo Brambilla

trucco e parrucco EDUCO

Centro di formazione professionale

produzione Centro Teatrale Bresciano

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   GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (130) – Bicentenario di Antonio Bazzini, a metà tra conferenza e spettacolo

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Una conferenza stampa che è anche qualcosa di diverso e di più.

A cominciare dall’insolita sede: l’appuntamento, per la presentazione del Festival Antonio Bazzini, Brescia e l’Europa 1818 – 2018, in collaborazione tra Conservatorio Luca Marenzio di Brescia e CTB Centro Teatrale Bresciano, è fissato al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri invece della sala conferenza della sede del CTB o del Foyer del Sociale, come solitamente accade. 

Delle altre “differenze”, invece, saprete leggendo il resto dell’articolo.

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Introduce, come sempre, il Direttore del CTB Gian Mario Bandera, sottolineando prima di ogni altra cosa la propria soddisfazione per questa sinergia con il Conservatorio Luca Marenzio.

«Le location degli spettacoli saranno diverse: si va dal Teatro Socilae e dal Teatro Mina Mezzadri (a pagamento a prezzi contenuti e con la possibilità di mini abbonamento) al Salone Pietro da Cemmo sel Conservatorio, alla chiesa di Santa Maria della Carità e all’Accademia di Scienze, Lettere e Arti presso l’Ateneo di Brescia».

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Laura Nocivelli (presidente del Conservatorio Luca Marenzio, sottolinea l’intesa con il CTB, mirante a intraprendere un cammino comune idoneo a raggiungere orizzonti ancora inesplorati, uno dei cui aspetti più interessante è la contaminazione dei generi con l’esplorazione di nuovi percorsi espressivi ancora non conosciuti dalla generalità del pubblico.  «Il festival dedicato a Bazzini “maestro di maestri” permette una rivisitazione innovativa dell’artista capace di proiettare Brescia in un panorama musicale di portata internazionale».

Passa poi allo spettacolo ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta «Bazzini, l’AntiVerdi?» con Daniele Squassina, Silvia Quarantini, Monica Ceccardi e Miriam Gotti, che andrà in scena una settimana prima di Natale: il ricordo di un personaggio la cui opera si rivelò particolarmente importante in un momento in cui una Italia appena nata si affacciava al consesso delle Nazioni.

«Saranno giorni molto intensi, tra aperitivi bazziniani, concerti, conferenze, con una intrigante commistione tra musica, prosa ed eccellenze gastronomiche»

Patrizia Vastapane richiama l’esperienza maturata in qualità di presidente del Conservatorio (prima della nomina di Laura Nocivelli), i cui contenuti ha portato con sé al CTB. 

«Teatro e musica sono due passioni che da sempre custodisco in me: è naturale che finissero per avvicinarsi. Così, dopo trentaquattro anni si sono tornate a riunire l’Ente Teatrale e il Conservatorio nella realizzazione di un evento unico. Un’occasione immancabile e forse irripetibile per presentare al grande pubblico la figura di un grandissimo compositore che, purtroppo, ancora non tutti conoscono».

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Costanzo Gatta, come sempre depositario della cultura e della tradizione bresciana, ricorda che l’idea di fare “rete” tra prosa e musica nacque cinquantaquattro anni fa con il contatto tra la Loggetta e il glorioso Istituto Venturi da cui sortirono due nuove opere da realizzare con attori e musicisti del conservatorio.

«La drammaturgia di mia composizione è una indagine su un personaggio  di grande vivacità (che sarà interpretato da Daniele Squassina); lavoro non facile, visto che Bazzini attraversò in modo incisivo un intero secolo denso di eventi importanti. Per realizzarlo mi è stato particolarmente utile lo scambio epistolare con Gaetano Franchi, insieme al quale fece nascere l’Istituto Venturi».

Il suo è un intervento ad ampio raggio, con riferimenti alla tradizione che vuole Brescia capitale della Misericordia, come dimostrato dalle origini della Società dei Concerti, nata anche per aiutare i musicisti in difficoltà Si sofferma poi sulla figura di Antonio Bazzini, uomo al tempo stesso parsimonioso e generoso,  personaggio stravagante nato da una povera famiglia di Lovere, che il mecenate Bucciarelli mise in grado di studiare quelle lingue che poi avrebbero reso più agevole la successiva “europeizzazione culturale” del musicista. Insomma,  una storia articolata e complessa che raccontare in poco più di un’ora gli è risultato particolarmente ostico.

Ruggero Ruocco, dopo avere ringraziato i collaboratori Cuccarini, La Sala e Cotroneo che lo hanno aiutato nella creazione e nell’organizzazione della manifestazione cartellone, fa presnete come il territorio cittadino conservi molte tracce di Antonio Bazzini. Il titolo dato al festival trova la sua origine nel fatto che Bazzini è un esempio emblematico di un europeisti (artistico) ante litteram, dovuto sia al suo virtuosismo di esecutore sia alla sua educazione musicale di stampo mitteleuropeo

«Ci proponiamo di valorizzare, oltre alla figura dell’artista, un momento della storia musicale è esistito un nucleo di artisti dedicati alla musica strumentale alla quale Bazzini tra i primi dedicò parte della propria produzione creativa e delĺa propria attività concertistica». Passa poi a ricordare i singoli eventi in programma, soffermandosi sulla pièce di Gatta e sull’insolito concerto per violino e organo in programma venerdì 9 novembre, insolito e stimolante.

«Si tratta comunque, nelle nostre intenzioni, piuttosto che di un punto di arrivo, di un punto di partenza per ulteriori simili iniziative».

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Un Daniele Squassina particolarmente ispirato legge due significativi brani della pièce che andrà in scena al Teatro Mina Mezzadri domenica 16 e lunedì 17 dicembre, a chiusura del festival, incassando i meritati applausi dei numerosi presenti

Si finisce con il Quartetto Bazzini che esegue il quarto movimento del Maestro.

Un’autentica delizia per melomani… e non solo.

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Antonio Bazzini nasce a Brescia l’11 marzo 1818. Allievo di Faustino Camisani, all’età di 25 anni si trasferì a Lipisia dove, per quattro anni approfondì lo studio di compositori come  Bach e Beethoven e delle loro opere. Talento precoce, percorse i gradini di una carriera che lo portò in giro per molti paesi europei, dalla Spagna alla Danimarca. Nel 1964 il rientro a Brescia, dove si dedicò esclusivamente alla composizione. Con altri fondò l’Istituto Musicale Venturi (futuro Conservatorio) e la Società dei Concerti. Influenzato dalle esperienze musicali maturate all’estero, che caratterizzarono molte delle sue composizioni, entrò in polemica con l’interpretazione nazionale della musica lirica impersonata principalmente da Giuseppe Verdi, alla quale oppose la musica strumentale di tipologia prevalentemente tedesca e francese. Nel 1882, dopo poco meno di dieci anni d’insegnamento, fu nominato direttore del Conservatorio di Milano. Compose una sola opera lirica, la   «Turanda» (basata sullo stesso soggetto poi messo in musica da Puccini e Busoni), che però, allorché venne rappresentata alla Scala, non incontrò il favore di pubblico e critica.

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Eclettico quartetto d’archi intitolato al musicista e compositore bresciano Antonio Bazzini, nato nel 2010 da giovani musicisti diplomati al Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia, con l’intento di riscoprire un repertorio raro e ingiustamente dimenticato. Composto da: Lino Megni (violino), Daniela Sangalli (violino), Marta Pizio (viola), Fausto Solci (violoncello)

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (129) – Teatro da leggere, al San Carlino

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In questo tardivo e pigro avvento di autunno che è una vera e propria primavera del Teatro bresciano, ecco che tornano le letture sceniche di Teatro aperto, rassegna derivata da precedenti esperienze francesi (e torinesi) e portata in città da quella autentica innamorata del palcoscenico che risponde al nome di Elisabetta Pozzi.

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È Gian Mario Bandera ad aprire, come al solito, i lavori della conferenza stampa di presentazione, dichiarandosi più che soddisfatto del consuntivo della rassegna dello scorso anno.

«Teatro aperto si è rivelata una sfida che ci ha ripagato soprattutto in termini di incremento quantitativo e qualitativo del rapporto che intratteniamo con il nostro pubblico. Tanto più che Apologia, la pièce che più della altre ha riscontrato il favore dei tanti appassionati che hanno gremito tutti gli appuntamenti al San Carlino, verrà messa in scena a maggio, nell’ambito del cartellone della stagione 18/19»

Specificando poi che la rassegna si articolerà su due focus: il primo dei quali, a novembre, concentrato sugli autori italiani, il secondo, in primavera, sui drammaturghi di altri paesi.

«Inutile dire quanto possa farmi piacere il fruttuoso consolidamento del rapporto di collaborazione tra il CTB ed Elisabetta Pozzi» aggiunge, prima di passare la parola a Patrizia Vastapane.

«Anche questa seconda edizione della rassegna, come la precedente, è nelle salde mani di Elisabetta Pozzi, con il coordinamento di Silvia Quarantini» ricorda la Consigliera, facendo presente come, a suo parere, ciò che è stato più apprezzato da parte del pubblico è stata la possibilità di partecipare attivamente alla valutazione dei testi, attraverso l’utilizzo delle schede di valutazione che saranno riproposte anche per la stagione 18/19.

Nel suo intervento, Ambrogio Paiardi (Capo di Gabinetto della Presidenza della Provincia) informa che non solo l’utilizzo
del San Carlino sarà garantito alla rassegna anche in questa edizione, ma che si cercherà con convinzione di far diventare lo spazio una risorsa stabile a disposizione del CTB.

«Queste carte sono il sintomo tangibile di quella irrequietezza che appartiene al Teatro e a chi  nel Teatro opera e del Teatro fruisce» dichiara infine Elisabetta Pozzi, rovesciando sul tavolo una gran quantità delle schede compilate lo scorso anno dagli spettatori delle letture.

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«Apologia, la pièce scritta da Alexi Kaye Campbell che ha riscontrato il maggior favore andrà in scena, come anticipato dal Direttore del CTB, per la regia di Andrea Chiodi, che ha firmato già la messa in scena  di Una bestia sulla luna , in partenza per una tournée che la porterà in diverse regioni»

Dopo aver rivelato che, a riprova del crescente successo dell’iniziativa, hanno proposto testi per la lettura anche drammaturghi affermati come Carlo Longo, Elisabetta Pozzi, aggiusta il tiro su quanto si attende da qui in avanti:

«Siamo alla ricerca di testi che possiedano un livello di scrittura, un linguaggio di livello che non sia quello ormai imperante delle sit-comedy. Orientiamo e orienteremo sempre più le nostre scelte su testi la cui lettura possano essere correttamente percepita da parte del pubblico presente, tra cui vorremmo fosse presente il maggior numero possibile di “addetti ai lavori”».

Dopo avere assicurato, con il conforto di Gian Mario Bandera, che si sta ponendo rimedio ad alcune criticità tecniche rilevate nel corso della prima edizione della rassegna, migliorando la fruibilità acustica del San Carlino, conclude così, in modo piuttosto tranchant:

«Teatro Aperto è un’iniziativa che non ci farà diventare ricchi e famosi ma che, senz’altro, completerà e arricchirà l’offerta teatrale del CTB, e che, pur augurandomi di condurre ancora a lungo, vorrei andasse avanti anche dopo di me».

«Sei davvero contenta , oltre che della quantità, anche della qualità delle schede di valutazione lasciate dagli spettatori?» le chiedo, nel question time che segue la conferenza.

«Assolutamente sì» mi risponde senza esitazione alcuna.

«Vorremmo magari un giudizio più centrato sul testo, piuttosto che sulla recitazione degli attori. Ci piacerebbe avere un pubblico ancora più centrato e critico sul testo, ecco».

Si parte sabato 3 dicembre, alle 16,30, con la lettura scenica di L’attimo di Bernini, del già citato Carlo Longo.

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (127) – Letteratura e Teatro, prestigioso mix

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«Questa iniziativa è proposta da CTB e Università nell’ambito di una collaborazione tra letteratura e teatro che si protrae felicemente ormai da 13 anni. In questa tornata, due delle iniziative si svolgeranno con la collaborazione con Casa della Memoria» è l’esordio di Gian Mario Bandera, che passa poi a sottolineare la preziosa opera della professoressa Mor  che «con professionalità, impegno e dedizione con cui ci aiuta a elaborare e valorizzare sia internamente che esternamente i temi-guida delle singole stagioni».

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Giovanni Panzeri (Direttore di Sede dell’Università Cattolica)  pone anch’egli l’accento sulla collaborazione con il CTB, ormai consolidata e in ulteriore crescita.

«La convenzione in essere (che consideriamo strategica) ci dà la possibilità di presentare a un pubblico allargato alcune delle attività dei nostri docenti che si vanno ad aggiungere a quelle che si tengono nell’aula magna di via Trieste, con il coordinamento scientifico di Lucia Mor».

Ancora una considerazione, prima di passare la parola alla professoressa.

«Si tratta di eventi di elevata qualità tecnica, che registrano afflussi a volte ai limiti della capienza dell’aula magna e riscontri puntualmente favorevoli.  La collaborazione con la Casa della Memoria, che si aggiunge quest’anno, ha tutte le caratteristiche per aiutare questo nostro progetto di ulteriore progresso».

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Lucia Mor (docente di Letteratura tedesca presso l’università Cattolica)  fa notare come, a un certo punto, in Cattolica ci sia reso conto di come la letteratura, intesa nella sua completezza (narrativa, poesia, drammaturgia), rischiasse in mancanza di progetti innovativi, di rimanere a margine dei percorsi universitari.

«Capii che, per rilanciarla, serviva il supporto di attori che potessero trasformare le parole scritte in qualcosa di vivo, in modo sia di renderla più attrattiva, sia di aiutare il pubblico a entrare nel vivo dei testi. Pur riguardando piàù da vicino il teatro, le conferenze sono condotte da studiosi di letteratura, anziché da esperti di prosa. Il tema di quest’anno, partendo da  Le Rane di Aristofane, per arrivare a fine percorso a L’importanza di chiamarsi Ernesto di Oscar Wilde, sarà quello dei grandi classici».

Ricorda come “I pomeriggi al CTB” siano nati con l’idea di replicare al pomeriggio le lezioni solitamente mattutine, allargando così, sia quantitativamente che qualitativamente, gli utenti potenzialmente interessati».

«In questa sessione, tra l’altro, ci sarà più attualità, dal momento cghe si prenderà spunto dalle opere in cartellone per parlare di tematiche come la violenza eversiva declinata anche al femminile, la tragedia dei migranti e il terrorismo dell’Isis»

Conclude poi l’intervento con due comunicazioni di servizio: la rassegna, che partirà questo mese, si concluderà in aprile e agli studenti che parteciperanno sarà assegnato un credito formativo.

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Manlio Milani (Casa della Memoria) prende atto con compiacimento della sempre maggiore vicinanza culturale tra Istituzioni e Città.

«Le nostre due iniziative possono apparire indagini sul passato, ma in realtà vogliono porre interrogativi sul presente. La prima verterà sulla necessità del passaggio dall’idea di una giustizia punitiva a quella di una giustizia recuperativa. nella seconda, attraverso il “caso” Mara Cagol, si cercherà di indagare e riflettere sulla soggettività che può orientare scelte di morte, sulle motivazioni  che, proprio in questi ultimi mesi, sembrano spingere le masse al ritorno a certe ideologie, a certe atmosfere e a certa comunicazione fatta di slogan sempre più violenti».

Per la serie di appuntamenti denominata Letteratura & Teatro, (tutti alle ore 17 presso l’Aula Magna Tovini dell’Università Cattolica del Sacro Cuore in via Trieste 17) si comincerà giovedì 18 ottobre con Aristofane, Le Rane, condotto da Maria Pia Pattoni e con le letture curate da Fausto Ghirardini.

Per I pomeriggi al CTB, invece, esordio lunedì 29 ottobre alle 17,45  (come tutti gli altri della serie, ma, come anche il secondo alla Biblioteca Queriniana – poi sempre nel Foyer del Teatro Sociale) con A coloro che verranno – Viaggio nell’opera poetica di Brecht. Introduzione di Lucia Mor e letture curate da Monica Ceccardi e Silvia Quarantini.

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   Bonera.2

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Kon Tiki: cinquemila miglia di oceano e un grande insegnamento

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La storia, il libro, i film

Kon-Tiki (Dio Sole) è il nome di una zattera e il titolo di un romanzo (1950 -autore il norvegese Thor Heyerdahl – titolo originale «The Kon-Tiki Expedition: By Raft Across the South Seas»), di un documentario (1950 – premio Oscar di categoria nel 1952) e di un film (2012 – diretto da Joachim Roenning ed Espen Sandberg – tra le nomination per il premio Oscar.

 

  

 

Prende il nome dalla zattera con la quale lo stesso Thor Heyerdahl e i suoi cinque compagni di avventura (Erik Hesselberg, navigatore ed artista, che dipinse il volto del dio sulla vela;  Bengt Danielsson, cuoco e cambusiere; Knut Haugland, esperto radio; Torstein Raaby, trasmissioni radio; Herman Watzinger, ingegnere esperto in misurazioni).

La spedizione, finanziata da donazioni private e supportata dalla fornitura a titolo gratuito di attrezzature e viveri da parte dell’esercito statunitense, fu progettata e realizzata allo scopo di dimostrare la possibilità che popolazioni del Sud America potessero avere raggiunto la Polinesia in epoca pre-colombiana.

Kon-Tiki, costruita in balsa e corde di canapa, secondo la povera tecnologia locale dell’epoca, descritta dai conquistadores spagnoli, partì dal porto di Callao (Perù),  il 28 aprile 1947, conducendo la zattera, il 7 agosto successivo, dopo centouno giorni di viaggio nell’oceano e cinquemila miglia di avventurosa navigazione, a raggiungere e superare, non senza difficoltà, la barriera corallina di Raroia, nell’arcipelago delle Isole Tuamotu. La zattera  Kon-Tiki, completamente restaurata, è in esposizione al Kon-Tiki Museum di Oslo.

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Lo spettacolo

All’anteprima sono presenti esponenti dell’informazione e numerosi insegnanti delle scuole di Brescia. Ci somno anche Silvia Quarantini (che ha coadiuvato sia la regia che la preparazione del protagonista) e Alessandro Mor, poi coinvolto “a sua insaputa” in un momento della recita.

In scena c’è solo uno studioso sudamericano che, con l’aiuto di una lavagna scolastica sulla quale è disegnato il mappamondo, narra, come se fosse una lezione, l’epica spedizione di Kon Tiki, la cui partenza è salutata e acclamata da migliaia e migliaia di persone convenute a Callao.

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La scenografia è semplice, per non dire essenziale: un tavolo, un libro, un vecchio registratore, un suggestivo modello di una zattera, una bottiglia d’acqua utile a evocare il movimento del mare, una grande vela con l’effigie del Dio Sole, un sestante…

Insomma, quanto basta per catturare l’attenzione e la curiosità degli spettatori e metterne in moto la fantasia, ovvero la più grande e completa scenografia che esista al mondo.

Il professore (interpretato da Marcelo Sola, sorprendentemente padrone della scea al suo debutto  da attore) tiene la sua “lezione” con naturalezza e brio, intercalando battute e persino una canzone che accompagna egli stesso alla chitarra, a osservazioni più serie e meditate, approfittando della suggestione della narrazione per distribuire pillole d’informazione (la civiltà degli Inca e la loro disperata fuga verso la costa, sotto l’incalzare del nemico venuto da oltremare, le esplorazioni di Magellano) assai utili e opportune per il giovanissimo pubblico che costituisce il principale target di questo spettacolo. Si sorride, sì, ma ci si emoziona anche, al pensiero dell’aspro confronto con la natura, alle speranze e alle disillusioni dei naviganti, a quell’uccello in volo che, finalmente, conferma che l’approdo non è più così lontano.

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Sa come coinvolgere gli spettatori, Marcelo Sola, invitandoli a immedesimarsi nei membri dell’equipaggio, in quei cinque norvegesi e nello svedese… e anche nel pappagallo che portarono con sè.

Una storia edificante, ma non solo.

In quella specie di “migrazione a rovescio” in occasione della quale, alla fine, furono gli indigeni ad accogliere i naufraghi “civilizzati” occidentali come fratelli, non si può non ravvisare una parabola, una esortazione che, in questi giorni, naviga ahimé davvero controcorrente in un mare di egoismo e diffidenza verso ciò che è diverso da sé.

Un messaggio che, ne sono certo, i ragazzi che assisterannoa  questo spettacolo, coglieranno con quella prontezza e con quell’adesione mentale e spirutuale che solo la loro verde età sa esprimere appieno.

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È una compagnia teatrale professionale di Brescia che opera a livello nazionale (sotto forma di cooperativa sociale onlus) fin dal 1979, anno della fondazione cui contribuì anche il Centro Teatrale di Bergamo. Per il conseguimento di principali scopi  (svolgimento di attività socio-educative nel campo della promozione, della educazione, della cultura, dell’arte e del turismo culturale, con focus  prevalente, anche se non esclusivo, su minori, adolescenti e giovani in ambito scolastico) si avvale dei seguenti strumenti:

  • produzione e promozione di ogni genere di servizio culturale, di animazione (ricreativo ed educativo) per minori, adolescenti e giovani;
  • organizzazione e promozione di festival, rassegne e stagioni teatrali;
  • incontri, convegni, mostre e iniziative culturali, con particolare attenzione al teatro per l’infanzia e per la gioventù;
  • organizzazione di laboratori, seminari, corsi di preparazione;
  • aggiornamento e formazione per insegnanti, educatori, animatori, genitori e studenti delle scuole dell’obbligo;
  • produzione, organizzazione, promozione e distribuzione di produzioni teatrali, spettacoli ed eventi rivolti in primo luogo a minori e giovani;
  • elaborazione di materiale didattico diretto soprattutto agli operatori in ambito scolastico.

Dunque il prossimo anno ricorrerà il quarantennale della fondazione, per il quale si sta meditando il miglior modo di celebrare.

«L’attività del Telaio, nel rispetto di un sempre elevato standard di qualità, è in continua crescita anche quantitativa, anche in termini di ospitalità reciproche con altre associazioni operanti in Italia e all’estero» ci dice Maria Rauzi.

«Basti dire che, nelle ultime stagioni, per soddisfare la richiesta da parte del pubblico, in presenza di impianti di non adeguata capienza, si sono dovute raddoppiare le repliche rispetto a quelle originariamente previste»

Meglio andrà, certamente, allorché sarà fruibile il nuovo duplice impianto di via Milano la cui consegna è prevista più o meno tra tre anni (vds. precedente articolo a questo link:

https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-teatro-ideal-oltre-la-strada/ .

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KON-TIKI

con Marcelo Sola

scenografia di Giuseppe Liuzzi

musicghe composte ed eseguite dal vivo da Marcelo Sola

drammaturgia e regia di Angelo Facchetti

(nell’ambito della rassegna “Un salto nel nullo” organizzata dal C.T.B.)

Sabato 30 giugno ore 18 – P.co la Rosa Blu – Via Nullo – Brescia

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Nell’ultima di «Teatro Aperto» trionfa l’invincibile gelo dell’anima

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Nei venti anni trascorsi tra il 1998 (allorché Bryony  Lavery  scrisse “Frozen” ) e oggi, sono cambiate moltissime cose, ma il dramma conserva una grandissima attualità.

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Una voce narrante (Silvia Quarantini) e tre personaggi: Ralph (Fulvio Pepe), Nancy (Elisabetta Pozzi) e Agnetha (Lucilla Giagnoni) per narrare una storia intensa e tragica.

Nancy è una normalissima donna inglese, fin troppo attaccata al suo hobby, in giardinaggio. Uno di quegli esseri umani, e ce ne sono moltissimi, che non sapendo (o non potendo) apprezzare la placida gioia di un tranquillo tran tran, si complicano e si inacidiscono l’esistenza con dissidi piccoli, ma dolorosamente urticanti, nell’ambito della propria famiglia o delle proprie amicizie: nel caso di Nancy bisticci e contrasti riguardano le due figlie e la madre.

Agnetha, invece è una psichiatra newyorkese, ma originaria dell’Islanda, con la fobia del volo. Vive negli Stati Uniti, esercitando la propria professione con coscienziosa competenza e successo professionale e, almeno in apparenza, nulla la lega alla casalinga inglese.

A far convergere le due rette che, altrimenti continuerebbero a procedere in parallelo, è lui, Ralph, il mostro della casa accanto. Un uomo frustrato, sopravvissuto a un’infanzia di abusi e violenza somministrata da un padre padrone, al prezzo di un’instabilità mentale che lo ha trasformato in un gelido serial killer.

Molteplici i temi individuabili nella narrazione.

L’orrore che si nasconde nelle pieghe della banale e ripetitiva normalità della vita quotidiana. La natura sostanzialmente rassicurante delle piccole paranoie quotidiane che fanno da scudo all’incombere di un destino fatale. Il devastante impatto della violenza, sia sulle vittime che su coloro che a esse sopravvivono. L’inutilità terapeutica della vendetta. L’orribile vuoto che causa il male e che dal male è lasciata su carnefici e vittime. L’impossibile elaborazione del lutto di fronte alle devastanti tragedie che colpiscono un congiunto, soprattutto quando si tratta di un figlio: non serve la rabbia, non serve la rimozione, non serve lo scorrere del tempo, non serve neanche il perdono. Perché senza capire non se ne viene fuori ,ma capire, in certi casi, è impossibile.

Perché, come dice la razionalissima Agnetha, «Tra il peccato e la colpa c’è  lo stesso rapporto che c’è tra sintomo e malattia”,

Forte il testo (che, del resto, si è già aggiudicato numerosi quanto significativi riconoscimenti nei più importanti concorsi britannici di drammaturgia) in continuo crescendo di pathos, fino alla nemesi finale.

Bravissimi gli attori.

Intrigante, per gli spettatori che gremivano il San Carlino, la possibilità di vedere interagire due stelle di priuma grandezza come Elisabetta Pozzi e Lucilla Giagnoni.

Ancora vincente e convincente la sperimentazione di questa prima stagione bresciana di letture sceniche raccolte sotto il titolo di “Teatro Aperto”.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Che meraviglia , quando il Teatro… è “Aperto”!

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Dell’iniziativa di Elisabetta Pozzi e del Centro teatrale bresciano «Teatro aperto» si è già parlato in questo blog, nell’articolo apparso in questo blog lo scorso 9 novembre, di cui riportiamo il link.

(https://cardona.patriziopacioni.com/profumo-di-novita-al-san-carlino-con-teatro-aperto/)

A causa di una serie di impegni non ero però riuscito ad andare al San Carlino per vedere di cosa esattamente si trattasse.

L’ho fatto ieri pomeriggio, assistendo, con grandissima gratificazione, alla lettura scenica di «Terra Santa» di Mohamed Kacimi  scrittore e algerino nato da una famiglia di teologi, allievo prima di una scuola coranica, poi di una scuola francese.  Ed è proprio utilizzando la lingua francese, che Kacimi ha scelto di comporre le proprie opere.

Notizie più dettagliate su di lui potrete reperirle attingendo alla “santa” wikipedia, a questo link: https://fr.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Kacimi.

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Mohamed Kacimi e il libro «Terra Santa» pubblicato da Elliott Edizioni nel 2008  (13 € – ISBN 9788861920347)

 

 

LA TRAMA

L’azione si svolge in una città assediata, che potrebbe ricordare una situazione mediorientale (in particolare la guerra israelo-palestinese) ma che, volutamente, l’autore priva di ogni preciso riferimento geografico.

Nel dramma si narra di una famiglia il cui palazzo è al centro di drammatiche operazioni belliche, all’interno della quale si sviluppano complessi meccanismi psicologici.

Un’isola di normalità all’interno della macelleria della guerra, che però non salverà i suoi abitanti, autentici naufraghi di esistenze “normali” ormai polverizzate da tragici e irreversibili eventi.

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LA VALUTAZIONE DEL TESTO.

Suggestivo, coinvolgente e serrato.

Molteplici i temi trattati dall’Autore, qui di seguito provo a riassumere quelli che più hanno  suscitato il mio interesse e le mie riflessioni.

La  fuga da una realtà disumana e violenta, come quella di un devastante conflitto, può coincidere con un tenace rifugio nelle sensazioni enei ricordi personali e nel privato familiare.  Si tratta, però, di un rimedio che, come un farmaco, si può rivelare medicamento se assunto nelle giuste dosi o droga se somministrato oltre una certa misura. Una dipendenza come quella alcoolica, simboleggiata dal desideri smodato di Arak e, più volte, manifesta il capo famiglia.

Se l’approccio alla religione, è acritico e intransigente, inevitabilmente, prima o poi,  si scivola nella perdita di ogni altro aggancio alla morale e all’etica. È il caso di Amin (il figlio) che, nel furore integralista, gode di avere ucciso un soldato, arriva persino a stuprare l’indifesa vicina Imen.

Altrettanto pericoloso, però, può rivelarsi ammantarsi di  cinismo, interrompendo ogni empatia con l’ambiente circostante. È il caso del padre Yad e di sua moglie Alia, le cui acide battute («Trent’anni d’amore, non sono più amore, sono pubblica amministrazione» «Un dio che si mette a proibire l’alcool non è un buon dio, è un rompiscatole» (lui) «Ho visto troppi morti per avere pietà; la cosa più importante è saper fare bene il caffè»  (lei) facciano più male a chi le pronuncia che a chi le ascolta.

I deboli sono destinati a soccombere. È il caso di Imen, vittima predestinata della violenza del mondo ma anche, soprattutto, delle proprie insicurezze. Una che ha chiamato il gatto Gesù, e non è un caso, perché l’animale è l’unico che non si approfitta di lei, perché può essere rassicurante avere sempre a disposizione un piccolo idolo peloso, una comoda coperta di Linus vivente, in mancanza dell’Onnipotente.

I servi del Potere sono pedine senza valore, intercambiabili, sacrificabili, e, non appena cominciano davvero a pensare, sono destinati a perire. È il caso del soldato Ian, forte solo della confortante schematicità delle procedure e dei regolamenti in cui l’ha incasellato lesercito, sorpreso da un’improvvisa, appena disegnata  consapevolezza di sé, una distrazione sufficiente a condurlo all’annientamento.

Uniche note pleonastiche, a mio avviso, due lunghi soliloqui (prima di Yad, poi di Imen). Scritti in bella calligrafia, sì, pieni di simbolismi, di evocazioni e di immagini, certamente, ma che risultano peraltro dissonanti dalla scarna narrazione di lucido e razionalissimo straniamento che caratterizza e scandisce una costruzione drammatica per il resto avvincente ed eccellente. Ammiccano allo spettatore, seducenti, ma inevitabilmente lo distolgono al fluire degli eventi, rallentando il ritmo serrato che, di «Terra santa», costituisce il pregio maggiore.

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LA LETTURA SCENICA

Di assoluta eccellenza l’interpretazione di attori che hanno dimostrato di avere interiorizzato e decodificato al meglio le caratteristiche dei personaggi che sono stati chiamati a interpretare: bravissimi Paolo Bessegato, Beatrice Faedi, Monica Ceccardi, Massimiliano Mastroeni, Andrea Tonin, con Silvia Quarantini impegnata a legare e a sottolineare con essenziali, direi spartani, ma efficacissimi effetti sonori la lettura collettiva.

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L’ESPERIMENTO

Quella che si viene a creare è un’atmosfera del tutto nuova e differente anche per uno come me che frequenta da anni teatri di ogni dove. Ci si trova lì, nell’antica chiesa-auditorum-teatro, a essere trascinati in qualcosa che non è dramma, ma ci somiglia molto. A farsi catturare e trascinare ella narrazione come uno straccio impigliato in un ingranaggio industriale. A chiedersi, alla fine dei conti, non senza una certa perplessità: «Cosa manca a tutto ciò, per essere compiutamente teatro?»

Già. Cosa manca?

La scenografia? No, perché lo scenografo più bravo e capace di coinvolgere e creare suggestioni, è quello che lavora nella mente dello spettatore.

I costumi? No, perché la stessa considerazione appena fatta male anche per il più abile costumi.

I movimenti? No, non mancano neanche questi: tutti i presenti al San Carlino li distinguevano, chiaramente, nella volta trattenuta a stento da parte del degli attori-lettori che si mette si pagano con grande efficacia nelle situazioni e nei personaggi creati da Kacimi.

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Applausi a scena aperta (sempre che ci fosse stata, una scena), ancora più preziosi visto che quello che gremiva il San Carlino ieri pomeriggio era un pubblico qualificato formato per la grandissima maggioranza da intenditori o da appassionati amanti del teatro.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Streghe: mostri… oppure dottoresse?

Più o meno, la storia è sempre la stessa: ciò che non si conosce, al tempo stesso attira e respinge, da una parte incuriosisce, dall’altra… fa paura.

E la paura, com’è noto, molto spesso si rivela un pessimo consigliere.

Così, negli anni più oscuri di un’epoca oscura quanto fu il Medioevo, in un mondo tormentato da miseria, carestie, epidemie e guerre, dunque da ogni tipo di flagelli naturali e di origine umana, primo tra tutti quello, terribile, dell’ignoranza e della superstizione, la scelta più facile era lì, a portata di mano. In un sanguinoso delirio collettivo, gran parte dei mali fu caricata sulle streghe, creature eccentriche, solite vivere ai margini di città e villaggi e della cosiddetta “società civile”.

Del resto il nome stesso di strega, derivato con ogni probabilità da stryx, un uccello notturno cui veniva attribuita l’inquietante attitudine di nutrirsi succhiando il sangue dei bambini nella culla, come un vampiro, la dice lunga su ciò che le credenze popolari finirono con l’attribuire ben presto a questa figura femminile. 
In realtà, molte di queste donne a loro modo anti-sistema, coltivavano interesse per la natura, per le erbe ed altri rimedi, sostituendosi in moltissime occasioni, nella cura di uomini e animali, ai più costosi “dottori”: a esse ci si rivolgeva per curare febbri e altri malanni, per praticare aborti e per avere consigli sulla contraccezione.

Certo, per arrotondare le entrate, di tanto in tanto ci stava pure la preparazione di qualche filtro d’amore o la messa in scena di qualche oscura “fattura”, a base di sangue di pipistrello e code di lucertola… ma questa è tutt’altra storia. 

   LO SPETTACOLO

Al Santa Chiara Mina Mezzadri in  prima nazionale, fa parte del progetto pluriennale IdentitàBs, mirato alla riscoperta e alla valorizzazione del territorio attraverso il ricorso a talentuosi teatranti nati e/o formati in loco. 

L’ambito è bresciano. Per meglio dire, la vicenda (raccontata in qualità di autore e di regista da Marco Ghelardi) si svolge in Valle Camonica, sito -ahimé- tra i più attivi d’Italia nell’individuazione, escussione e combustione delle streghe, a cavallo del 1520.

Due donne le protagoniste: Angela e Biscia, lontanissime tra loro per censo, formazione culturale ed estrazione sociale, che s’incontrano per motivi “clinici”: la prima, cittadina senza problemi economici ma affetta da una malattia anomala quanto insidiosa, refrattaria ai rimedi proposti dalla medicina tradizionale del tempo, viene infatti affidata (spes ultima dea) alle cure della seconda che, per approfittare della situazione, s’improvvisa guaritrice.

Entrambe le donne, però e ahimé, sono però “troppo avanti” per i tempi, cosicché, inevitabilmente, il loro consorzio è destinato a interrompersi ben presto. Una, la più ricca, riuscirà comunque a trovare una via d’uscita, l’altra, invece…

Venendo allo spettacolo, anticipo subito che si è rivelato un ottimo biglietto da visita per la presentazione di questa nuova stagione targata C.T.B.

Se è vero che «chi canta prega due volte», come diceva Sant’Agostino, assistendo a Curamistrega si può tranquillamente affermare che  «chi canta recita moltissime volte».

Prima di tutto perché le voci ben intonate e ben accordate tra loro di Monica Ceccardi (Biscia) e Silvia Quarantini (Angela) introducono cantando la narrazione e ne sottolineano con grazia (con ampi meriti da riconoscere alle suggestive melodie e agli effetti sonori creati da Mimosa Campironi) i passi più significativi. In secondo luogo perché, con grande versatilità e con sorprendenti credibilità ed efficacia, le due attrici impersonano, oltre ai due principali, un gran numero di personaggi complementari.

Eccellente il gioco di squadra, il loro, con la partenza spumeggiante di Monica Ceccardi (deliziosa nei movimenti di Biscia, degni dei sornioni ammiccamenti del Jack Sparrow di Johnny Depp) e l’interpretazione di Silvia Quarantini che parte piano per consolidarsi ed esprimersi al meglio (come il motore di un diesel di lusso) con la prosecuzione dello spettacolo.

Pulita, ordinata e fantasiosa la regia di Marco Gherardi (anche autore del testo) ed essenziali, ma di perfetta resa scenica, le scene e i costumi di Domenico Franchi. Eccellente, come sempre, la gestione delle luci opera dell’esperto di casa Cesare Agoni, insieme a Sergio Martinelli.

Eccellente la soluzione scelta per il finale, anche se il messaggio di speranza che si vorrebbe far passare con l’ultima canzone fatica a dirottare il senso di una storia che, nella generalità degli spettatori, mi è sembrato lasciare invece un rintocco cupo e poco incline alla speranza.

«Per me no» si canta in una canzone, allegra e spensierata solo in superficie.

«Il mio maestro è il mondo» è il ritornello dell’altra.

Ma, con il mondo che ci circonda in questo difficile momento della storia che, probabilmente, nonostante il progresso delle scienze, si sta rivelando non meno violento di quello del ‘500, nelle faville del rogo finale si fatica a intravvedere riflessi di speranza.

Perché se le cose non cambieranno, e devono cambiare al più presto, di questo mondo resterà solo grigia e sottile cenere.

Così, almeno, è arrivato a me.

La realtà, ciò che conta davvero, però, è che, quando cala il sipario, meritatissimi, prolungati e convinti, scrosciano gli applausi di tutti gli spettatori del Santa Chiara Mina Mezzadri.

E la magia stregata del Teatro si perpetua.

 

TESTO E REGIA DI MARCO GHELARDI
MUSICHE ORIGINALI ED EFFETTI SONORI MIMOSA CAMPIRONI
SCENE E COSTUMI DOMENICO FRANCHI
LUCI CESARE AGONI E SERGIO MARTINELLI
CON MONICA CECCARDI E SILVIA QUARANTINI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

 

 Brescia – Teatro  Santa Chiara Mina Mezzadri dal 22 al 24 settembre 2017 

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   GuittoMatto

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