Goodmorning Brescia (25) – Al Mille Miglia l’Arte libera e libera è l’Arte

Mettere in un recipiente dotato di chiusura ermetica un’idea originale, un’iniziativa di grande valore sociale e morale,  e l’attenzione di esponenti della pubblica amministrazio nei confronti delle problematiche del territorio di pertinenza e delle attività a esse collegate. Aggiungere la disponibilità di artisti (ciascuno nel proprio campo) di prima qualità, una buona dose di attenta e puntigliosa organizzazione, la scelta di un conduttore esperto e brioso e un pizzico di sana propaganda su tutti (o quasi – qualche tiratina di orecchie qui non ci starebbe male) i mezzi di comunicazione.

Agitare energicamente e servire nei piatti ancora caldo.

Et voilà, un evento come liberALArte, fatta eccezione di alcuni trascurabili inconvenienti  tecnici (“Meglio così, la perfezione fa invidia agli Dei” ha commentato prontamente Pacioni) intercorsi in occasione dei due interessantissimi filmati che sono stati proiettati nel corso della serata, riesce davvero alla grande.

Queste le immagini (Ph. G.O.) di una manifestazione nel corso della quale, attraverso i mirati interventi di professionisti di prima scelta operanti nel settore della gestione della pena e nel recupero dei detenuti, hanno disegnato un quadro assai suggestivo e calzante dell’attuale situazione della prassi “riparatoria” e di altre problematiche a essa relative, con particolare riguardo, ovviamente, a quanto accade a Brescia.

   

Dalla conferenza stampa tenuta in Comune, alla Loggia… al luogo del delitto: la meravigliosa location del Museo Mille Miglia

 

Il tavolo della conferenza al gran completo: da sinistra il conduttore della serata Biagio Vinella, il presidente dell’Associazione Carcere e Territorio professor Carlo Alberto Romano, la direttrice della casa di reclusione di Verziano Francesca Paola Lucrezi, lo scrittore, drammaturgo e blogger Patrizio Pacioni,  l’insegnante   di   danza    e   coreografa   Giulia Gussago  e   l’assessore   del   Comune   di   Brescia   Roberta Morelli

     

Da sinistra: l’esposizione del bel quadro realizzato dall’artista bresciano Gi Morandini (da cui è stato tratta ed elaborata l’immagine della locandina), un dettaglio del dibattito che ha accompagnato le proiezioni dei film “Il Lettore” e “Momenti di La causa e il caso” e uno squarcio del folto pubblico che ha presenziato all’evento patrocinato dal Comune e mirato all’illustrazione e al sostegno dell’opera svolta dall’Associazione Carcere e Territorio.

 

E ancora una foto di Patrizio Pacioni, che ha pensato e fortemente voluto “liberALArte” e di Biagio Vinella (nella foto, impegnato al microfono,  accanto  al  professor  Carlo  Alberto  Romano)  che  lo  ha condotto  con  il  brio  e  la  professionalità  che  gli  sono  propri. 

 

Ricapitolando.

La location dell’evento, grazie al patrocinio del Comune di Brescia ottenuto, soprattutto, per il fattivo interessamento dell’Amministrazione Comunale che ha voluto inserirlo nell’ambito del “progetto per la legalità” che coinvolgerà nel suo complesso numerose scuole del territorio comunale, è stata la sontuosa Sala San Paterio, all’interno -come già ricordato- del Museo Mille Miglia, luogo in cui è custodita, insieme alla prestigiosa collezione di automobilie d’epoca, anche una parte dell’ “anima” della Storia più recente della città.

A impreziosire il look, l’esposizione dell’originale opera dell’artista camuno Gi Morandini, efficacemente ispirata al celeberrimo Urlo di Munch.

I film proiettati hanno interessato e coinvolto i numerosi presenti, costituendo spunto, per Patrizio Pacioni e per Giulia Gussago, di meglio illustrare il lavoro che stanno portando avanti per e nei carceri.

Attraverso le sollecitazioni dell’abile coordinatore del dibattito, Biagio Vinella, gli interventi della dottoressa Francesca Paola Lucrezi e del professor Carlo Alberto Romano hanno riversato vivida luce sulle problematiche oggetto del convegno, illustrando i molti risultati già conseguiti e quelli che, con l’indispensabile aiuto del territorio (per il quale l’assessore Roberta Morelli ha manifestato -anche a nome dell’intera Giunta- la propria attenzione) che restano da perseguire.

Per tutti i presenti alla fine, sono state chiare, particolarmente due cose:

  1. L’importanza, direi quasi l’indispensabilità di attuare una attenta e infaticabile azione tesa al recupero e al reinserimento a puieno titolo nella Società di chi ha sbagliato e pagato, attraverso la detenzione, il proprio debito. In mancanza di ciò il sistema dell’intera giustizia italiana sarebbe da considerarsi fallito.
  2. Il fondamentale apporto che la pratica artistica e culturale di qualsiasi tipologia, può fornire a tale virtuoso progetto. Che sia attraverso la pratica attoriale, come quella promossa con i suoi testi drammaturgici da Patrizio Pacioni, o attraverso la danza, portata all’interno degli istituti di pena da professionisti e soprattutto appassionati come Giulia Gussago e la sua Accademia Lyria, o altre modalità di espressione artistica, purché di grande qualità… poco importa. 

 

 

 

   Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Impegno & Solidarietà? A Brescia è… roba da museo

Nessuno si preoccupi.

C’è museo e museo, e quello in cui, martedì 15 novembre, si terrà l’evento liberALArte è un museo alquanto singolare.

Nel Museo Mille Miglia, infatti, non sono esposti né quadri né sculture. Nelle sue grandi sala si possono invece ammirare automobili d’epoca, in una collezione nella quale,a leggere tra le righe (o tra le ruote) è compresa la stotia di costume, di vita e di progresso non solo della nostra Italia.

Perché la Mille Miglia non è mai stata una semplice gara. Tra le decine di ricostruzioni, più o meno fedeli effettuate negli ultimi decenni,  di come ebbe inizio la straordinaria epopea, di quella che sarebbe poi stata conosciuta come «la corsa più bella del mondo» la  più attendibile, com’è giusto che sia,  quella  .     smbra quella raccontata  da uno dei suoi fondatori, Giovanni Canestrini, riportata sul suo famosissimo libro “Mille Miglia” edito nel 1967. In queste pagine – riprese anche da Giovannino Lurani in “La storia delle Mille Miglia”  ( 1979)  è descritto il memorabile episodio avvenuto il 2 dicembre 1926, giorno ormai riconosciuto ufficialmente come data di nascita della Mille Miglia.

Il resto del racconto è ormai leggenda, fino all’intervento di Franco Mazzotti che pronuncia le fatidiche parole: “Coppa delle Mille Miglia“..

 

liberALArte  si diceva.

Un titolo che è tutto in programma, scomponibile in una esortazione <Liberala, l’Arte>, in una constatazione <l’Arte è libera> e in un augurio <l’Arte libera (è utile a liberare)>.

Una parola in cui è nascosta, ed evidenziata anche cromaticamente l’ala capace di risollevare l’anima di un uomo caduto, ma volonteroso di rientrare a pieno titolo nel consesso civile.

Un appuntamento di straordinario interesse (finalizzato al sostegno dell’Associazione Carcere e Territorio, impegnata nell’ottimizzazione dei percorsi d’inclusione di persone in esecuzione penale) .

Nel corso dell’evento,è prevista, tra l’altro, la proiezione di due interessantissimi filmati.

 

Il Lettore, claustrofobico cortometraggio sulla follia della guerra, intesa come simbolo e sintesi degli errori capaci di imprigionare e opprimere popoli e persone.

Scritto da Patrizio Pacioni con Fabiana Cinque per la regia di Martina Girlanda e l’interpretazione dei detenuti del “Gruppo Angelo“, interamente girato all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio.

Estratti da La causa e il caso, significativa e suggestiva sintesi (realizzata da Alice Fedeli) dello spettacolo portato in scena da Giulia Gussago: uno straordinaro esperimento di danza che ha visto esibirsi (anche sul prestigioso palco del Teatro Sociale) gli allievi della Compagnia Lyria insieme gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano.

Uno spettacolo di cui ha già scritto diffusamente GuittoMatto su questo blog (https://cardona.patriziopacioni.com/al-sociale-con-tanti-ballerini-sul-palcoscenico-e-un-solo-grande-cuore/).

L’Associazione Carcere e Territorio nasce nel 1997 da un’idea del Dott. Giancarlo Zappa, allora Presidente del Tribunale di Sorveglianza a Brescia. Il progetto statutario si pone come finalità generale quella di intervenire rispetto ai percorsi di inclusione di persone in esecuzione penale. L’intento è quello di impedire che, da parte della comunità locale si finisca con il favorire un allontanamento dalle reti di relazione legate al reato (che in carcere permangono e anzi spesso si creano e/o consolidano) , favoreno -al contrario- un inserimento in reti di relazioni legati a differenti valori (legati agli ambiti affettivi, lavorativi, ricreativi, ecc.) con un conseguente aumento delle opportunità di inserimento sociale e di costruzione di percorsi di autonomia per la persona, dando attuazione al principio sancito dall’art.27 della Costituzione riguardante il fine rieducativo della pena. 

ACT svolge un ruolo di coordinamento tra diverse associazioni che operano con diverse vocazioni e funzioni nel sistema della giustizia.

Lo spirito che anima l’Associazione è la volontà di creare un ponte tra il carcere e il territorio, per far sì che la popolazione esterna non ignori la situazione delle persone in esecuzione penale e che i detenuti non rimangano completamente emarginati, motivo a causa del quale, una volta usciti, potrebbero commettere nuovi reati. In questo senso lo sforzo dell’Associazione si indirizza con particolare fervore verso percorsi di “giustizia ripartiva” affinché anche le vittime di reato e la Comunità intera possano trovare, nei percorsi di riabilitazione individuale, la opportuna tutela delle loro giuste, ma spesso non riconosciute, esigenze. 

Nel Dicembre 2009 ACT Onlus ha vinto il premio “Bulloni” istituito del Comune di Brescia.

Dal luglio 2015 ha acquisito lo special consultative status presso l’ECOSOC della Nazioni Unite.

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    Valerio Variro

Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

In memoria di un eroe visionario, nell’inconfondibile stile di Cristicchi

 

Finalmente ci siamo. Parte una nuova stagione del C.T.B.  che si prospetta intensa e interessante quante altre mai. E parte  così, con Simone Cristicchi.

Un povero Cristo che canta e porta… il carretto.

Uno spettacolo che riempie gli occhi, le orecchie e il cuore.

Una pièce che ha nella linearità narrativa e nella semplicità espressiva i più forti dei suoi punti forti.

Un monologo a più voci, grazie alla straordinaria versatilità espressiva e vocale di Cristicchi, che si fa bambino, si fa donna, si fa saccente sacerdote e dimesso papa, si fa popolo sgomento, si fa notabile altezzoso, uno nessuno e centomila, riuscendo a imporsi come mattatore del palcoscenico senza perdere una seppur infinitesimale frazione di quella ingenuità che lo rende davvero unico e che induce ad amarlo senza riserve e ad ammirarlo un così grande numero di persone.

   

Simone Cristicchi. Nell’immagine di destra in scena, in quella di destra, dopo lo spettacolo, con Patrizio Pacioni e Giusy Orofino

Due ore di spettacolo in cui scenografie di semplicità francescana, grazie all’inventiva, riescono a rievocare gli anfratti scoscesi dell’Amiata, le lussuose stanze del vaticano, le strade dei paesi maremmani.

Un coro discreto ma impeccabile che si fa popolo, sporco e brutto, ma non certo cattivo, anche nell’aspetto esteriore

Il coro che ha accompagnato Simone Cristicchi nei momenti musicali dello spettacolo, meritatamente applaudito a fine spettacolo

Meritatissimi gli applausi finali, convinti e ripetuti.

In chi scrive questo articolo sorge il sospetto che Cristicchi, al Teatro Sociale di Brescia, abbia trovato una casa sempre pronta ad accoglierlo con affetto ed entusiasmo.

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  Il personaggio (David Lazzaretti) e la sua vicenda

Nato ad Arcidosso nel 1834, dopo avere imparato a leggere, scrivere e far di conto dal vecchio parroco del paese,  abbandonò ben presto gli studi per aiutare il padre nel difficile mestiere di conduttore di carri (barrocci) utilizzati per il trasporto di legna, di carbone e di terra d’ocra alla stazione di Monte Amiata.

Trascorsi i primi trent’anni di vita nell’irrequietezza e indulgendo in varie tipologie di eccessi, nel 1968 cominciò ad avere visioni tali da causare autentiche crisi mistiche.

Essendosi ben presto convinto di essere stato chiamato ad adempiere una missione divina, si dedicò a una serie di ritiri, digiuni e altre pratiche ascetiche, impegnandosi a edificare un santuario in Arcidosso e un eremo sul monte Labro, rilievo meridionale del Monte Amiata.

Riscuote subito un grande consenso popolare, soprattutto tra i contadini, guadagnandosi l’appellativo di Santo Davide, e  sulle prime raccoglie anche l’appoggio del clero e dei vescovi della zona. Presto la sua fama si estende ad altre zone, prime tra tutte alla maremma e alla parte del Lazio compresa tra Sabina e Reatino.

Avvia interessanti esperienze collettive di ispirazione evangelica come il Campo di Cristo e la Comunità delle Famiglie Cristiane, caratterizzate dalla messa in comune dei beni e dal lavoro collettivo: matrice ideologica e sociale precorritrice, partendo dai valori sociali del cristianesimo,  di esperienze più consapevolmente di sinistra e, specificatamente, marxiste.

Inevitabilmente, alla luce di quanto sopra, i rapporti con la Chiesa romana, ben presto, cominciano a deteriorarsi: il disappunto delle gerarchie ecclesiastiche a fronte dell’aspra condanna delle ricchezze e delle spese del clero, si unisce alle paure di una borghesia che si sente minacciata dall’avvento di nuove ideologie di stampo collettivistico che si manifestano negli scioperi operai patrocinati dai primi sindacati.

David Lazzaretti viene ucciso ad Arcidosso il 18 agosto1878 (come previsto in una sua profezia) allorché una variopinta processione, da lui condotta, si trova la strada sbarrata dalle forze dell’ordine.

Resta ancor oggi un mistero la circostanza che a esplodere il colpo mortale non fosse stato uno dei militari legittimamente presenti in servizio di ordine pubblico ma un tale Antonio Pellegrini, bersagliere in licenza, presente casualmente sul posto.

Il suo uccisore fu poi a sua volta assassinato a coltellate in un vicolo di Livorno.

 

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  Simone Cristicchi, “quell’uom dal multiforme ingegno”

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   Musica

Primo grande successo come cantante nel 2005 con Vorrei cantare come Biagio Antonacci .

Nel 2007, per primo, con Ti regalerò una rosa  (meditazione sulla follia ispirata al suicidio di un malato di mente agli albori del ventesimo secolo affiancò alla vittoria assoluta del Festival di Sanremo anche il premio della critica.

Nel 2011 ha interpretato la sigla dell’edizione italiana del cartone animato Il piccolo principe (Rai2). Ancora nel 2011 ha ottenuto il Premio Amnesty Italia con il brano Genova brucia.

 

     Scrittura

Ne 2011 ha pubblicato due libri: Dialoghi incivili, scritto con Massimo Bocchia, e un’edizione speciale di Santa Fiora Social Club, testo e dvd sulla sua avventura con il Coro dei Minatori di Santa Fiora.

Nel 2012 ha pubblicato Mio nonno è morto in guerra, da cui poi ha tratto uno spettacolo teatrale.

 

    Teatro

Nel 2013 Magazzino 18, musical civile da lui scritto insieme a Jan Bernas (autore del libro Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, Mursia), che racconta il dramma (per anni passato sotto silenzio) degli italiani istriani cacciati dalle loro terre e massacrati nelle foibe.

Del 2016 Il secondo figlio di Dio, di cui si parla, appunto, in questo articolo.

 
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Autore: Simone Cristicchi, Manfredi Rutelli e Matteo Pelliti
Regia: Antonio Calenda
Cast: Simone Cristicchi
La storia rivisitata di David Lazzaretti,  da barrocciaio a mistico-visionario che, proclamandosi secondo figlio di Dio, reincarnazione di Gesù Cristo, nella seconda metà dell’800 cercò di costituire sull’Amiata una comunità animata da spirito egualitario, andando incontro a un tragico destino.
IN REPLICA AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA FINO AL 30 OTTOBRE

 

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   Guitto Matto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Per Patrizio novembre sarà il mese dei moLti (eventi)

No, non si tratta di un errore di battuta, se state pensando alla tradizione novembrina fatta di cipressi e crisantemi.

È solo un innocente gioco di parole in occasione della prossima partenza del tour di presentazioni di «In cauda venenum» il doppio romanzo che segna, a distanza di oltre cinque anni, il ritorno del commissario Cardona, presentato in anteprima ai festival Caffeina, Ombre e Giulia in Giallo – Delitti & Diletti.

Avvio scoppiettante, visto che, nel giro di poco più di una settimana, il Leone di Momnnteselva e il suo narratore saranno a Roma, Brescia e Desenzano (rispettivamente 10, 18 e 19 novembre).

Ma non c’è solo questo, nel movimentato novembre di Patrizio Pacioni.

Martedì 15, nella suggestiva sede del Museo Mille Miglia si terrà, con il patrocinio del Comune di Brescia, «liberALArte», l’evento pensato e fortemente voluto dallo scrittore romano a sostegno dell’attività di recupero dei detenuti attraverso la pratica dell’arte, intesa nella più ampia delle accezioni.

L’occasione, per chi ancora non l’avesse fatto, di assistere alla proiezione del film «Il Lettore» (scritto da Pacioni e Fabiana Cinque per la regia di Martina Girlanda)  realizzato all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio e a quella di una sintesi di «La causa e il caso» lo spettacolo di danza che Giulia Gussago ha portato nella scorsa stagione sul palcoscenico del Teatro Sociale di Brescia.

Alla serata, che sarà presentata da Biagio Vinella, sarà esposta anche l’opera che è servita da sfondo alla locandina dell’evento, realizzata dall’artista bresciano Gi Morandini.

Di questo e di tutti gli altri eventi in programma, come sempre, sarà nostra cura fornire dettaglio, orari e ogni altra informazione utile.

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   Valerio Vairo

Categorie: Senza categoria.

Giulia in Giallo – Delitti & Diletti: le immagini del dopo

Cosa farne della sabbia di una clessidra, una volta che è scesa tutta?

È molto semplice” rispondono all’unisono Sandrina Piras e Patrizio Pacioni, palesemente soddisfatti dell’esito di questa loro avventura congiunta..

Si gira la clessidra e la sabbia ricomincia a venire giù scandendo il tempo che manca alla seconda edizione di Giulia in Giallo – Delitti & Diletti“.

Allora vi propongo un paio di mosaici d’immagini, in ordine casuale, perché TUTTI i momenti di questa straordinaria settimana giuliese fortemente voluta da Sandrina Piras tramite l’Associazione Cultura No Stop e dall’albergatrice Anna Tafà (Hotel Zenit – confortevole ed efficientissimo partner della manifestazione che ha goduto anche del patrocinio del Comune di Giulianova) sono ugualmente importanti e degni di ricordo.

Prima di tutto le interviste con gli autori che hanno presentato i propri libri, certo. Sia quelle più dettagliate alla presenza del pubblico che quelle più compresse, ma di grande risonanza mediatiche, curate personalmente dal Direttore Artistico Pacioni e immesse in rete. In prima fila alcuni scrittori già più volte apparsi alla ribalta del giallo/noir nazionale, come Manuela Costantini, Enrico Luceri, Fabio Mundadori e lo stesso Patrizio Pacioni. A loro si sono affiancati scrittori di talento, alcuni dei quali già affermati, altri ai primi passi: Alessandra Angelucci, Fabrizio Cordoano, l’editore/scrittore Raffaele D’OraziMaurizio Malavolta, çlirim Muça, Annarita Stella PetrinoGuido RellaGiuseppe Rescifina, Laura Segnalati, Elena Sinopoli, Antonio Tenisci,  senza contare la presenza di Elena Cacciatore, che da tempo cura, con grande impegno e notevolissimi risultati, l’organizzazione del festival di genere Ombre per conto dell’Associazione Mariano Romiti.

Poi la presenza degli editori che, della scrittura e della lettura, ovviamente, costituiscono la spina dorsale e l’anima stessa. Segnaliamo, tra gli altri, l’entusiastica presenza di Damster-Comma 21Edizione Di Felice, Il Gabbiano, Il PapaveroEdizioni Serena e Tabula Fasi.

Il corso d’introduzione al giornalismo investigativo Il terzo Occhio, concepito, realizzato e condotto dal Direttore Artistico: una iniziativa di grande spessore che l’anno prossimo, nelle intenzioni degli organizzatori, coinvolgerà massicciamente le scuole di Giulianova.

La presenza gioiosa dei tanti bambini che hanno sciamato nella Sala del Loggiato del Sottobelvedere di Giulianova, incantati e coinvolti dalle storie fantastiche di çlirim Muça. che poi si è recato anche nella loro scuola, con un laboratorio creativo che ha riscosso impensabili riscontri.

Gli eventi, le cene con gli scrittori e, soprattutto la grande serata di gala in cui dalla mia conversazione con Antonio Ingroia sono sortite testimonianze di grandissimo valore storico e d’impegno civile.

Cos’altro? Ah, sì: le apparizioni a Radio G, con la conduzione dell’effervescente e irrefrenabile Azzu Marcozzi.

E, naturalmente, importantissima, la premiazione del grande concorso letterario che ha preceduto e accompagnato la manifestazione: sul primo gradino del podio Piera Pacucci (“La tana“), seguita a breve distanza da Marco Righetti (“Granseola è morto”) e Antonio Moresi. (“I Gemelli”) Ad aggiungere suggestione alla cerimonia, la lettura di alcuni brani dei racconti premiati (raccolti in un’antologia) a cura della bravissima Gabriella Mercuri

Basta, mi accorgo che, per un post dedicato alle “immagini”, le parole che ho speso siano già troppe. Ed eccole qui, le istantanee di una settimana assolutamente indimenticabile, raggruppate in due puzzle (ma ce ne sarebbero voluti almeno il doppio).

Solo una cosa, non vi posso mostrare: quello spirito creativo che ha permeato tutti i sette giorni della manifestazione. L’allegria, lo scambio di idee, il confronto culturale… l’amicizia.

Di tutto ciò potrete rendervi conto con i vostri stessi occhi tra circa un anno. Alla seconda edizione di Giulia in Giallo – Delitti & Diletti, naturalmente.

 

 

  Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Giulia in Giallo (Delitti & Diletti): le immagini del “prima”

Tante parole scorreranno.

Tante suggestioni, tanti momenti magici arriveranno.

Il corso “Il terzo occhio” (introduzione al Giornalismo investigativo) condotto da Patrizio Pacioni

Gli autori, gli editori, i libri.

Lo spazio per i più piccoli a cura di Clirim Muça.

Gli incontri con gli ospiti, che culmineranno con la cena con Antonio Ingroia, illustre testimone e attore della storia di quest’ultimo ventennio. 

Per ora assaporiamo queste suggestive immagini: Da sabato, con Giulia in Giallo – Delitti & Diletti fortemente voluto e organizzato a e per Giulianova da  Anna Tafà dell’Hotel Zenit e Sandrina Piras di Cultura No Stop, tutto comincerà.

                            

Categorie: Scrittura.

A Vacone c’è un capitolo di Storia tutto da sfogliare

Gli anni, si sa, passano in fretta, e ne sono passati tanti da quando fu scattata la foto in bianco e nero che mi vede ritratto con qualcosa di diverso dalla solita penna che è il principale strumento del mio lavoro: una pala.

La ricordo molto bene quella torrida giornata di agosto.

Ricordo molto bene la strana miscela di entusiasmo e scetticismo con la quale mi avvicinai a quegli scavi, all’epoca a uno stato troppo embrionale per intuire il tesoro inglobato, nel corso dei secoli, dalla bella campagna sabina.

Dopo di allora, per fortuna, ai ragazzotti pieni di buona volontà ma poveri (poverissimi) di conoscenze e professionalità come me e come i miei amici, che cercavano di fare del proprio meglio  intorno a quella “buca”, si sono avvicendati studiosi ed esperti, per fortuna. E ciò che sta venendo fuori dal loro lavoro, ne sono certo, permetterà la messa in luce e la valorizzazione di un sito archeologico straordinario capace di aggiungere qualcosa d’importante a quanto già noto dell’Antica Roma.

Ora, però, lascio la parola all’amico Pierino Petrucci che, al contrario di me, non si è fermato a quel lontano pomeriggio agostano ma è andato avanti, seguendo da vicino, passo per passo, quell’appassionante avventura archeologica che, ne sono sicuro, si risolverà alla fine in uno straordinario successo per il patrimonio storico/culturale nazionale e non solo.

Patrizio Pacioni

Villa Romana di Vacone (Rieti)

Il toponimo “le Grotti”,  l’area dove si trovano i resti della Villa Romana di Vacone, dimostra che da sempre si è a conoscenza di imponenti ruderi esistenti in questa zona. Molte persone si sono interessati a questi resti romani. Cercatori di oro, sesterzi, baiocchi. Improvvisati archeologi, come un giovane Patrizio Pacioni…

Per fortuna il sito ha interessato anche molti studiosi. Scrive Bartolomeo Piazza nel suo libro Gerarchia Cardinalizia (edito nel 1703):

...una (grotta) lunga tutta d’un filo palmi 190 e larga 30, sopra le quali vegetano piante e olivi…sono muraglie fortissime e ancora intiere,  e si mantengono con la sua fine incrostatura. Vi sono trovate più volte pietre con lettere intagliate, in una delle quali era inciso a lettere di mezzo palmo:

MOECEN BENEFACT.

 In un’altra compare quest’altra significativa scritta:

C. OCTAVIANUS AUG. LI OCTAVIANUS.

 Il ritrovamento della pietra la prima scritta riportata, la vista del Soratte (monte di cui Orazio scriveva nella sua Ode a Taliarco), la presenza in zona di una fonte chiamata Blandusia, anche essa cantata dal poeta, hanno fatto ritenere al Piazza che questa fosse la villa del poeta.

Il Guattani successivamente, visitando questo luogo e osservando i muri magnifici e raddoppiati, dopo un attento esame ritenne che queste rovine fossero il tempio della Dea Vacuna.

Nel 1932 Gelindo Cerroni così scrive relativamente a questo sito, in Latina Gens- Il Castello di Vacone: Sul margine di una via campestre…si vedono tutt’ora, considerevoli avanzi di grandiose costruzioni e di un antichissimo muro.

Nel 1970, a seguito dei lavori effettuati per la sistemazione del tracciato della strada che conduce al paese, venne riportato alla luce un muro in opera incerta e una nicchia semicircolare, identificate allora come antiche terme (dal libro Vacone, di Giovanna Alvino) .

Negli anni 1986/87 la Sovraintendenza  condusse un intervento  di conservazione e restauro delle antiche strutture; vennero alla luce  impianti produttivi della villa, furono effettuati interventi di restauro del criptoportico inferiore e  superiore. Sopra a quello inferiore è stato  trovato un pavimento a musivo, formato da quadrati, delimitati da tessere bianche sulle quali si imposta una file di tessere nere (dallo stesso libro). Dall’estate del 2012, nell’ambito di un più ampio progetto denominato “The Upper Sabina Tiberina Project“, la villa romana di Vacone è stata interessata allo scavo condotto dalla Rutgers University (USA). Partendo dalle due soglie visibili sopra il criptoportico inferiore, in questi anni sono state  riportate alla luce numerose stanze ornate da stupendi mosaici e intonaci.

Gli scavi sono ancora in corso e non è possibile descrivere in questo contesto le scoperte effettuate. Ci limitiamo, pertanto, a riportare che nell’ultima campagna di scavo (2016) è stato rinvenuto, oltre ad altri splendidi mosaici, un terzo criptoportico, ancora da esplorare, che dovrebbe collegare perpendicolarmente i due criptoportici già conosciuti.

Relativamente alla datazione della villa, si legge sulla relazione alla prima campagna di scavo  (a cura di Dylan Bloy, Giulia Masci, Gary D. Farney, Mattew Notarian):

A oggi… gli scavi rivelano l’esistenza di due distinte fasi della villa…una risalente alla prima età imperiale, molto probabilmente in età augustea o giulio claudia…la seconda sembra supportare una datazione al 1 sec a. C. La cronologia resta tuttavia da accertare e dovrà essere ulteriormente confermata.

  Pierino Petrucci

Categorie: Giorni d'oggi.

Elba della Storia e dei colori, dell’Arte e dei sapori

  

   

Come potete vedere questa volta le immagini sono posizionate (quasi) tutte all’inizio.

Una scelta dettata dalla intuitiva constatazione che l’Isola d’Elba, quando ci vai, sollecita ogni senso del visitatore, ma ciò che risulta possibile portare via con sé al momento del distacco, attaccato all’anima,  è -in modo preponderante- solo ciò che rimane attaccato alla vista.

  

Antichi borghi, verdi rilievi, ville e fortezze intrise di storia e, soprattutto, l’incredibile azzurro del mare. Esattamente, in estrema e troppo riduttiva sintesi, ciò che si vede nella prima delle foto.

Personalmente, però, per “deformazione professionale”, per così dire, non ho potuto evitare di soffermare l’attenzione su tre personaggi che fanno parte di quella eccellente (poco visibile, ma infinitamente degna di rispetto e ammirazione) categoria degli Artigiani dell’Arte: uomini e donne di squisita sensibilità e ineffabile creatività che hanno il coraggio e la capacità, evitando di trincerarsi in gallerie e salotti, di mettersi in gioco anche in strada.

Proprio così. Perché è in strada, che si incontra il pubblico più spontaneo e verace.

Comincio, in ordine cronologico d’ “incontro”, da Elena Dami che, dopo aver studiato Fashion Design al Polimoda di Firenze, inizia il suo percorso professionale con uno stage presso La Perla. Dal 2005 lavora nel team creativo di Ermanno Scervino, e nel 2008 passa al marchio Levi’s, per il quale disegna borse. Il bozzetto, il progetto è la sua professione ma la sua passione non finisce sul foglio di carta. Durante un viaggio in Messico, Elena e il suo compagno Sebastiano Castello, da sempre innamorati dell’artigianato, imparano  le basi della tessitura macramè ed iniziano a creare i primi bracciali. Tornati in Italia sviluppano e migliorano la tecnica nel loro laboratorio. D.HELE, brand nato nel 2012, contrappone alla logica impersonale della produzione di massa, il  concetto di artigianato esclusivo, il “saper fare” che -senza macchine- traduce l’amore per il bello in pezzi unici. Ogni gioiello è rigorosamente fatto a mano in Italia,  

La natura singolare e preziosa dei loro manufatti non è da individuarsi tanto nell’ uso di materie prime di alta qualità, quanto nel tempo dedicato alla ideazione e alla realizzazione di ogni singolo pezzo, che prende forma lentamente, annodando i fili cerati con pazienza e precisione intorno alla pietra. 

Basta con i prodotti usa e  getta, fabbricati industrialmente e di scarsa qualità artistica” dichiara Elena.

La nostra proposta è quella di esclusivi oggetti artigianali, realizzati nel nostro atelier nel cuore della Toscana, con le mani, la testa e il cuore, costruiti con materiali nobili perché durino nel tempo“.

Parlami del come, del cosa e del chi” le chiedo.

Come? Utilizzando un telaio rudimentale che mi costruisco da sola, così come facevano, fin dalla più remota antichità, gli indigeni americani, in particolare quelli ricollegabili alla tradizione Peyote Huichol. Cosa: principalmente produciamo portachiavi, anelli, polsiere e borsellini, da rivendere da giugno a settembre qui all’Elba, per trasferirci poi alle Canarie con un occhio ai principali ritrovi in Italia e in Europa, in cui i nostri manufatti sono più facilmente proponibili. Chi: una clientela, per così dire, di ogni età, origine e cultura, perché come mi capita spesso di dire, i colori uniscono la gente.”

Paola Ghizzoni, genovese, ancora giovanissima, negli anni ’80, frequenta il Liceo Artistico del capoluogo ligure. L’arte è per lei e per i suo compagno d’arte e di vita, Marco La Rocca, qualcosa di innato, che si svincola da una semplice preparazione tecnica; è qualcosa che le appartiene fino in fondo, che nasce da dentro, un modo di essere e di vivere. Pittrice e scultrice, lavora sia in studio che all’aperto,  esibendosi in performance di alto livello professionale davanti ad un pubblico di ogni età e classe sociale,  liberando così, a contatto con la gente, tutta la sua forza espressiva e la pura emozione che contraddistingue le sue opere.
Aderisce quindi al Manifesto dell’Emozionismo, che ha come caposcuola Francesco Mancini (ideatore anche della tecnica Flash Art): si tratta di un rinnovato movimento artistico che si prefigge lo scopo di portare l’Arte a domicilio dell’uomo e renderla accessibile a tutti, operando nel presente in proiezione futura, allo scopo di generare forti emozioni, libere dall’elitismo che spesso circonda le discipline artistiche. A ciò si giunge esclusivamente attraverso il contatto umano, che può essere verbale e/o gestuale, ma sempre dettat0 e scandito dalla presenza diretta dell’artista.
Paola Ghizzoni, artista completa, esprime il suo credo in ogni sua manifestazione artistica: lasciandosi alle spalle ogni schema prestabilito, attraversa la storia dell’arte facendoci assaporare un percorso originalissimo dal  forte impatto emotivo. Conosce i “grandi” della pittura (da Picasso a Chagall) ma guarda ancora -più indietro nel tempo- alle Madonne quattrocentesche e cinquecentesche di Botticelli e Leonardo.  Sulla base di tali riferimenti, si distingue per la capacità di rielaborare un linguaggio proprio rivisitarle in chiave sorprendentemente unica e moderna, senza mai cadere in contraddizioni, ma liberando una elegante e raffinata impostazione culturale.

Le sue sculture si dirigono verso un percorso più ludico ed ironico, volte ad omaggiare nei temi e nella struttura, Giuseppe Pellizza da Volpedo, ma in chiave più giocosa se pur di denuncia sociale. Ed è questa la sua caratteristica principale: la sua arte legge tutto il passato, che di volta in volta prende direzioni differenti, generosa verso il pubblico e mai banale, ma concettualmente ben impostata e maestosa.

Lavorare all’aperto, nelle strade e nelle piazze, facendo partecipe la gente del mio processo creativo e, al tempo stesso, stupirla, rappresenta per me una grandissima e impagabile gioia” mi confida, mentre la sua spatola e il suo rullo, magicamente, traggono forme e paesaggi da carta e legno. 

Tanti uomini e donne di ogni età l’ammirano incantati nelle suggestive strade di Porto Azzurro e, alla fine di ogni sua performance, inevitabilmente, scatta l’applauso. 

  

Di Nonna Adua, infine, si occupa Giusy Orofino.

All’ingresso del lungo viale che porta alla residenza Elbana di Napoleone, m’imbatto in una signora sorridente e paffuta che, seduta a fianco di un banco stipato di libri, ostenta un maestoso cappello da cuoco.

Signora – mi dice- le piace cucinare?” e io le rispondo con un “sì” immediato e convinto.

“Finalmente una donna che ama stare ai fornelli. Fino ad adesso, quasi tutte le donne a cui l’ho chiesto mi hanno risposto che a casa cucina lui.” ribatte lei.

Adua Marinari, si presenta come una vecchia amica che non nasconde la sua malinconia nei confronti delle difficoltà che ha dovuto affrontare nella sua vita. Nel 1963 ha avuto l’occasione di rilevare una licenza per aprire il ristorante e, dopo tanta fatica per convincere il marito riesce ad aprire il primo ristorante di Rio Marina. La sua idea di ristorante era la cucina semplice e antica e rielaborata: quella che ha imparato dalla mamma e dalla nonna. Nel 1983, purtroppo, il ristorante ha avuto dei danni in seguito all’ alluvione e non ha potuto far altro che chiudere l’attività di cui andava tanto fiera. Una donna tenace come lei non poteva far altrimenti che ricominciare daccapo la sua vita con un libro di ricette dove, come appena descritto, viene curata la cucina casalinga

Il libro di ricette che ha fortemente voluto, è una sfida al mercato dei libri dove l’obiettivo non era solo una raccolta di ricette ma anche quello di diffondere insieme alla gastronomia elbana, anche la cultura popolare.

La cucina che viene proposta da Nonna Adua nel suo libro però propone a chi ha voglia di cimentarsi in cucina cacciucchi e ribollite, grigliate e stoccafissi, ma anche molte altre cose: dalle alici all’agro, al grongo marinato, dall’insalata di bianchetti alla «sburita» di baccalà. 

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   Patrizio Pacioni.

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