Al Santa Chiara c’è un Santo Assassino

Giuliano, storia di un assassino involontario è uno spettacolo inserito nel cartellone 2016/2017 Centro Teatrale Bresciano nell’ambito della rassegna  La palestra del teatro – Drammaturgie del presente, ideata e promossa dal CTB, con il  contributo di Fondazione ASM Gruppo A2A di Brescia.

La palestra del teatro, comprendente tre aree tematiche (Genere Umano, Radici, Questioni di famiglia) è suddivisa in sette spettacoli (tutti in scena presso il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri) tra i quali è compresa una produzione CTB ed è mirata al coinvolgimento di nuovi spettatori nell’ottica del confronto e della crescita civile.

 

LA STORIA

«Non si può sfuggire al proprio destino»

Sarà vero? Sarà falso?

La risposta più verosimile e attendibile alla doppia domanda è che «può essere giusta sia una cosa che l’altra», probabilmente: non esiste destino fuori di sé, ma dentro di sé ogni uomo porta tracciate nel DNA tendenze difficilmente comprimibili o modificabili.

Così, in un medioevo che, nell’opera, funge solo da necessario riferimento temporale, Giuliano è un giovane appassionato di caccia al punto che quello del sangue delle prede divena per lui una vera e propria ossessione: dal topolino (sua prima preda) al grande cervo (che non è solo un cervo), man mano che cresce la taglia delle vittime, nel giovane Giuliano aumenta la smania di uccidere. Quando si scopre che tutto ciò che è vivo può essere ucciso e che uccidere può regalare uemozioni di grandissima intensità, c’è il concreto rischio che tutto ciò si trasformi in una droga capace di inoculare nella mente e nell’anima insieme al piacere, anche una insidiosa e persistente forma di assuefazione, molto vicina alla dipendenza.

Decide di darsi alla fuga, quando si accorge che potrebbe diventare pericoloso anche per le persone che più gli sono vicine, primi tra tutti i genitori, cercando nella morte istituzionalizzata e legalizzata che ai soldati viene espressamente richiesto di somministrare al nemico, un placebo che possa, se non altro, contenere le pulsioni omicide che continuano a tormentarlo senza sosta.

E, proprio quando crede che la medicina abbia finalmente agito, e decide di provare a regalarsi una normalità di vita attraverso il matrimonio, ecco che il Destino, in qualche modo, si presentaa  riscuotere il suo credito.

Non finisce qui, però. C’è sempre (o quasi sempre) una seconda possibilità per ogni uomo che, per Giuliano, passa attraverso un cammino di espiazione attarverso il sacrificio a favore del prossimo più debole ed esposto e, inevitabilmente, attraverso la sofferenza.

 

L’AUTORE 

   Gustave Flaubert (nato il 12 dicembre 1821 a Rouen – morto l’ 8 maggio a Croisset)

Figlio di un chirurgo e di una ricca proprietaria terriera, Flaubert inizia a scrivere da giovanissimo.

Nel 1840 si iscrive a Parigi alla Facoltà di Legge, che non porterà mai a termine sia per uno scarso impegno sia per il primo manifestarsi dell’epilessia che lo affliggerà tutta la vita.

Nel 1848, a Parigi, è testimone della rivoluzione che pone fine al regno di Luigi Filippo e prepara l’avvento al trono di Napoleone III.

Gli anni seguenti lo vedono impegnato in un lungo viaggio che, insieme all’amico Maxime Du Camp, lo porta in Italia, Grecia e nell’area mediorientale e ch3 gli ispirerà l’opera esotica e fantastica scritta nel 1862 e ambientata nell’antica Cartagine, Salammbo.

Prima di questo, però,  scrive quello che sarà considerato il suo più grande capolavoro.

«Mafame Bovary», pubblicato nel 1856 (a puntate,  sulla «Revue de Paris») segna una vera e propria svolta nella letteratura europea: l’orizzonte degli ideali e dei modelli romantici viene superato attraverso la demistificazione delle idee moralistiche tipiche della società borghese del primo Ottocento; la descrizione oggettiva dei fatti fa collocare Flaubert fra la scuola Romantica e quella Naturalista. Solo un anno dopo la pubblicazione, però, e messo all’indice solo un anno dopo a causa dei contenuti dell’opera che fanno scandalizzare i benpensanti, e l’Autore viene chiamato in giudizio. Seguirà, fortunatamente per Flaubert, una sentenza assolutoria, motivata dalla non dimostrabilità di una consapevole intenzione di recare offesa alla pubblica morale.

Negli anni tra il 1863 e il 1869 Flaubert si dedica alla riscrittura di una delle sue più imprtanti opere: «L’educazione sentimentale». Poi la guerra franco-prussiana lo costringe a lasciare momentaneamente Croisset: le conseguenze per il suo già fragile sistema nervoso sono rilevanti, fino a causarne la morte per un grave attacco di epilessia, l’8 maggio 1880.

Altre opere meno significative di Flaubert sono «La tentazione di Santo Antonio» (1874), «Tre racconti: La leggenda di S. Giuliano ospitaliere, Un cuore semplice e Erodiade» (1877), e la postuma (1881) e incompiuta «Bouvard e Pecuchet», lavoro intriso di nero umorismo nero.

 

LO SPETTACOLO 

I due Alessandri (Mor e Quattro) sono in forma, su questo non si discute.

Uno il narratore (ma sarà poi così?), l’altro il protagonista della storia (ma sarà poi così?), si alternano con perfetta sintonia in una pièce in precario equilibrio tra fedeltà al testo e licenze interpretative.

La sfida, assai ardua, è quella di trasformare, attraverso l’accompagnamento gestuale, lunghe e dettagliatissime descrizioni d’ambiente in suggestioni narrative.  Di raccontare con i corpi, prima e più ancora che con il pur raffinato e immaginifico linguaggio di Flaubert, la paradossale vicenda di un uomo che proprio dall’abiezione di un’indole violenta, proprio dal punto più buio di una vita condotta in un solco di sangue e morte, riesce a trovare, attraverso una risoluta volontà di espiazione, una nuova, luminosa dimensione.

Poi c’è un secondo livello, più nascosto e molto più profondo, nel quale Alessandro Mor e Alessandro Quattro si calano completamente, cercando di coinvolgere gli spettatori: la scoperta di quanto sia misteriosa e imperscrutabile la natura dell’anima umana: per quanto tenace, per quanto accurata possa essere l’analisi interiore, per quanto ci  s’impegni nella ricerca di se stesso, alla fine non è la razionalità, ma l’istinto (inteso come energia primigenia) l’unica risorsa idone alla scoperta della verità, rappresentata, nel suggestivo finale, dalla nudità del personaggio ma, prima ancora dell’attore che della sua pelle completamente si veste.

Il pubblico, con un lungo e ripetuto applauso finale, manifesta in pieno il gradimento per uno spettacolo difficile e non per tutti, e questa non può essere che una nota di merito aggiuntiva.

Giuliano
Storia di un assassinio involontario

dal racconto «La leggenda di San Giuliano Ospitaliere» di Gustave Flaubert
di e con Alessandro Mor e Alessandro Quattro
scene e costumi Katya Santoro
luci Sergio Martinelli
suoni Edoardo Chiaf
video Enrico Ranzanici
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano 

Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri – Brescia

 

   GuittoMatto

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«Mi è sembrato di vedere un Santo. Anzi, due»

È così che, da un momento all’altro, il Teatro te lo trovi sotto il porticato di Piazza Loggia, una domenica pomeriggio di un febbraio né troppo corto (nel mondo succedono, ogni santo giorno, talmente tante cose…) né troppo amaro (in effetti a Brescia, e non solo, ho conosciuto inverni più rigidi).

 

«Lo spettacolo è di quelli della categoria “cotti e mangiati”, tanto per intenderci» confida Costanzo Gatta, drammaturgo e regista di questa chicca teatrale offerta ai bresciani in modo inatteso e sorprendente.

«Voglio dire che la richiesta pervenuta al CTB di mettere insieme qualcosa che arricchisse le celebrazioni dei due amati Patroni della città, Faustino e Giovita, è arrivata quasi “in zona Cesarini”, e per fortuna che la troppa densità di iniziative ha comportato uno spostamento in avanti di una settimana»

Lo guardo con un certa incredulità, mescolata con un’equivalente dose di sospetto.

«Ho preparato la pièce, tratta da un canovaccio del 1885 a firma di Tancredi Muchetti, rampollo di una famiglia di Adro, composta di celebrati marionettisti, in una decina di giorni. Pensa che le prove, una volta radunati i miei “ragazzi”, sono cominciate nientedimenoché sabato della scorsa settimana» va avanti lui, imperterrito.

«E il tuo adorato D’Annunzio, dove l’hai lasciato?» chiedo io, visto che mi è giunta all’orecchio notizia di un immane “lavoro in corso” proprio sulla complessa e molto (ma molto) articolata vita sentimental-sessuale del grande scrittore pescarese. 

«Per il momento le love story di Gabriele possono aspettare. Non molto, però, visto che già la settimana prossima sarò a Milano per tenere una conferenza sulla liason dangereuse tra D’Annunzio ed Eleonora Duse Letteratura e teatro, come ben sanno tutti coloro che mi conoscono, si sono intrecciati in me in un nodo inestricabile»

Premesso ciò, veniamo a quanto visto e goduto oggi pomeriggio.

La storia

Nel 1438 Niccolò Piccinino (per ordine degli Sforza) porta le sue truppe sotto le mura di Brescia nel tentativo di riconquistare la città conquistata dalla Repubblica di Venezia dopo una serie di sanguinose battaglie.

Dopo parecchi mesi di assedio, nel momento in cui le truppe milanesi stanno per prendere il sopravvento, attraverso un durissimo attacco indirizzato contro gli spalti del Roverotto, in cima alle mura appaiono le figure lucenti dei Santi Faustino e Giovita, che terrorizzano gli assedianti e li metteno in fuga. Da quel giorno in poi, a giusto titolo, i due assurgono al ruolo di Patroni della città.

La pièce

Più che una rievocazione storica, una storica rievocazione della recitazione patriottico-religiosa dei bei tempi andati.

Uno spettacolo popolare, un gioco di specchi negli specchi in cui coesistono e collaborano marionette che si cerca di umanizzare attraverso la voce degli attori e di attori che si muovono, si atteggiano e recitano a guisa di marionette.

In un vivace quanto godibile susseguirsi di toni esageratamente epici, di termini linguistici roboanti e deliziosamente desueti, di gradevoli stacchi e stacchetti musicali, inframmezzati dagli interventi surreali di attori che fanno il verso a se stessi, la narrazione procede senza attrito alcuno.

Non mancano, anzi, sono sapientemente seminati qua e là, ammiccanti giochi di parole spesso sull’orlo del grossier (ma senza mai precipitarci dentro): così l’avversario è insultato come “gran figlio… di Venezia”, l’errore, ovvero il “fallo” non si riscatta, ma si risveglia… e così via.

Attori troppo bravi perché il pubblico cada nell’inganno di scambiarli per autentici guitti da strada, marionette sapientemente animate, con il sempre sornione Costanzo Gatta che si diverte a vedere divertirsi gli spettatori che gremiscono il Porticato di Piazza Loggia. 

Perché una cosa è certa: a lui che, bontà sua, “non infellonisce mai“, di certo “l’ardir non manca“.

 

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    GuittoMatto

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Al Pavoni una cena in crescendo

 

Si è conclusa da poco la rappresentazione della commedia Cena tra amici, ispirata al film Le prénom del 2012.

Volge dunque al termine l’ennesima  (riuscita)  Rassegna del Sorriso  (è la dodicesima!) realizzata sotto la direzione artistica di Gianni Calabrese. A concluderla, nel prossimo weekend, La rosa tatuata di Tennesse Williams, portata in scena dalla Compagnia Racconti di Scena.

Ecco per voi ciò che è successo al Pavoni.

LA STORIA

Il quarantenne Vincent, agente immobiliare, è stato invitato a cena dalla sorella Elizabeth e dal cognato Pierre (entrambi insegnanti). Alla piccola riunione conviviale partecipa anche un musicista da orchestra, Claude. In attesa che arrivi anche sua moglie, Vincent gestisce agevolmente la conversazione, ma quando il discorso s’incentra sul nome da dare alla creatura che la sua metà porta in grembo, la situazione si complica.

Cena tra amici è una pièce che si muove nel solco della tradizione teatrale boulevardier : l’azione, dai tempi comici ben scanditi, si concentra attorno a un nucleo centrale   Infatti, inserendosi nella tradizione del teatro di qualità costruisce tutto attorno a un nucleo centrale, con l’ammiccante aggiunta, rispetto a La cena dei cretini di Francis Veber, di un pizzico di Gauche acculturata tipicamente transalpina.

IL FILM

Cena tra amici.jpg

Titolo originale: Le Prénom

Paese di produzioneFrancia / Belgio

Anno: 2012

Durata:109 min

Genere: commedia

Regia: Alexandre de La Patellière, Matthieu Delaporte

Soggetto e sceneggiatura: Matthieu Delaporte

Montaggio: Célia Lafitedupont

Musiche: Jérôme Rebotier

Interpreti e personaggi

  • Patrick Bruel, Valérie Benguigui, Charles Berling, Guillaume de Tonquedec, Judith El Zein, Françoise Fabian, Yaniss Lespert, Miren Pradier, Alexis Leprise, Juliette Levant, Bernard Murat

LO SPETTACOLO

Si comincia con la voce di Gilbert Becaud che canta “Et maintenant“, i cui primi accordi accentuano lo scandire del tempo. Poi l’approccio didascalico, con la voce narrante che introduce, uno per uno, i partecipanti alla “cena” da cui scaturisce il titolo italiano della pièce.

Una lentezza esasperata quanto voluta, a sottolineare l’immobilismo soporifero delle convenzioni, delle buone maniere a ogni costo: armature e scudi dei deboli, solide allo sguardo, quanto fragili nel momento in cui uno scherzo, un semplice equivoco o un casuale accidente, vanno a intaccarle.

Perché a volte sono proprio gli equivoci, gli apparenti o reali fraintendimenti, magari su questioni marginali come la scelta del nome da imporre a un nascituro, ad aprire la porta all’irrompere della verità vera. 

D’incanto, una volta cadute le maschere, una volta superato il confine dell’apparenza, cresce velocemente anche il ritmo della rappresentazione. Gli attori sono vogatori concentrati che, all’ordine del timoniere, incoraggiati dagli applausi del pubblico, aumentano il ritmo della remata, fino al sorprendente quanto travolgente finale che si alimenta di un urticante gioco della verità portato, reciprocamente, fino al massacro.

Bravi gli interpreti (cito, primo tra tutti, l’appassionato monologo finale di un’ispiratissima Lucia Cacciola che ha saputo meritarsi un’ovazione a parte), dal gelido Gianni Calabrese allo stordito (ma non tanto, come si comprenderà nel sorprendete finale) Massimo Pedrotti, dall’elegante quanto vacuo Valerio Busseni all’iper razionale Annamaria Pederzoli, tutti perfettamente calati nei personaggi. Ordinata la regia, accattivante la scenografia.

Meritati i prolungati e convinti applausi finali.

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    GuittoMatto

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Il difficile connubio tra Letteratura e Teatro

  

Da Wikipedia:

Enrico De Luca, detto Erri (Napoli, 20 maggio 1950), è un giornalista, scrittore e poeta italiano.

E fin qui, come suol dirsi, non c’è problema..

Subito sotto, nella stessa pagina, viene citato questo suo (profondissimo e bellissimo) pensiero:

« Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. »
(Erri De Luca, Valore, da Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi, Torino, 2002)

Detto questo, non sempre risulta agevole la trasposizione in prosa di un’opera letteraria. Mi spingo, anzi, ancora più in là:  perché questo avvenga è necessaria la concomitanza di diversi fattori, i principali dei quali individuo nei seguenti:

  1. La  “fungibilità teatrale”  del testo letterario;
  2. L’abilità di chi questo testo adatta per la rappresentazione teatrale;
  3. Un equilibrato mix, da parte del regista, di fedeltà al testo, di indipendenza espressiva e di fantasia creativa nella strutturazione delle scene;

Poco fa, al Teatro Pavoni di Brescia, ho avuto modo di assistere, nell’ambito dell’annuale Rassegna del Sorriso diretta da Gianni Calabrese, alla rappresentazione, da parte della Compagnia PrimoIncontro, di  «Morso di luna nuova», ispirata appunto all’omonimo lavoro di Erri De Luca e…

La storia:

Estate del 1943. Siamo a Napoli, alla vigilia di quelle quattro giornate che segneranno la cacciata dei tedeschi dal capoluogo campano. Alcune persone, di diversa estrazione sociale e ideologica, si ritrovano costretti a più riprese in un rifugio antiaereo, mentre le bombe degli Alleati (il fuoco amico, se può essercene uno) cadono a grappoli sulla città e sul Golfo. Una situazione claustrofobica, in cui, non riuscendosi a parlare con convinzione del futuro, ci si rifugia in un passato almeno conosciuto e in rassicuranti banalità quotidiane. Uno stagno emotivo nelle profondità del quale prima germogliano, poi improvvisamente vengono a galla, riscatti personali e civili e volontà di ricominciare. Anche se, inevitabilmente, per qualcuno dei rifugiati ci sarà un salato prezzo da pagare.

Il messaggio:

La vita è un continuo bombardamento, per scampare al quale, però, c’è sempre (o quasi sempre) un rifugio. Come tutti i rifugi, però, spesso si tratta di un andito angusto, da condividere con se stessi e con altri cercando per quanto possibile di evitare che le minacce e le violente sollecitazioni del mondo esterno possano arrivare a incrinare un indispensabile e irrinunciabile equilibrio interiore. Un luogo del corpo, sì, ma anche e soprattutto dell’anima, insomma, in cui possano trovare spazio la speranza, la voglia di ricominciare e una qualsiasi forma di amore.

Lo spettacolo:

Di buon livello medio e sufficientemente corale la recitazione; tra gli interpreti segnalo due conoscenze di questo blog, Daniela Amoroso e Pino Oriolo che con il commissario Cardona, attraverso la Compagnia Girovaga delle Impronte, hanno avuto più volte a che fare. Semplice, essenziale ed efficace, così come richiesto dalla situazione, la scenografia. Pulita e ordinata la regia anche se, sia nella riduzione del testo che nella messa in scena, manca quella fantasia (vds. punti 2 e 3 della nota in premessa) necessaria, se non indispensabile, a movimentare una narrazione squisitamente letteraria che, portata sul palcoscenico così com’è nata, finisce per avvitarsi in un succedersi di dialoghi statici , non in grado di coinvolgere completamente gli spettatori.

Nota non proprio di merito, ahimé, per l’approssimazione della “colonna sonora” che accompagna lo spettacolo (eccezion fatta, naturalmente, per il bel cantare, squisitamente partenopeo, di Maria Malanga): l’eco delle bombe, essenziale per la creazione della giusta atmosfera, e il cinguettio di un canarino, simbolo non secondario nell’insieme del racconto, risultano approssimativi e improvvisati.

Peccato davvero.

 

 

  GuittoMatto

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Quanto può essere nuovo… Il Vecchio e il mare?

C’è chi dice (e sono molti) che la grande letteratura è fatta per essere letta e ripensata riga per riga, e che il teatro è un’altra cosa.

Mica vero, a giudicare dalla rappresentazione della prima de “Il vecchio e il mare

Santiago di giovane ha soltanto lo sguardo dei begli occhi azzurri (“Con gli occhi chiusi  non c’era vita nel suo volto”) e, nonostante l’inesorabile logorio del tempo, è ancora abbastanza vigoroso (“Le spalle erano ancora forti anche se vecchie”) da uscire da solo in barca per la pesca di alto mare.

La scenografia, suggestiva e coinvolgente, impreziosita dalle luci di Cesare Agoni, è genialmente multi-tasking: si solleva uno sportello e il mare diventa casa, poi, con una proiezione, magicamente appare un lembo di deserto africano popolato da leoni. Un’ulteriore conferma, ove ce ne fosse bisogno, che per la fantasia esiste un solo, immenso mondo, e che i pensieri di chi sa astrarre e sognare, si plasmano, mutando in continuazione, come creta docile al tocco, uno nell’altro.

L’intreccio è semplice, per non dire elementare. Un vecchio, una battuta di pesca solitaria, un gigantesco pesce (per l‘esattezza un marlin) parente alla lontana (ma non troppo) della più feroce ma altrettanto oscura Moby Dyck. Mettere in scena una roba così senza annoiare il pubblico (vedi l’incipit di questo stesso articolo) è sfida mica da poco.

In realtà sul palcoscenico, come sulla carta della narrazione originale dell’immenso Ernest Hemingway, la lunga lotta tra l’uomo e l’animale altro non è che uno spunto di riflessione su alcuni fondamentali momenti e simboli della vita di ciascuno di noi: la solitudine (“Un vecchio non dovrebbe mai essere solo”), sull’ingiustizia (che altro possono essere gli squali, crudeli predatori della femmina di marlin così faticosamente pescata, se non i prepotenti e gli invidiosi che insidiano ogni giorno le faticose conquiste degli onesti? Sulla necessità del rispetto reciproco al di là dei ruoli, spesso conflittuali, che la vita assegna a ciascun essere umano (“Abbiamo chiesto perdono alla femmina del marlin che avevamo pescata, poi l’abbiamo macellata”).

Della sontuosa scenografia abbiamo già detto. Il difficile adattamento drammaturgico e la regia di Daniele Salvo si sono rivelate assolutamente brillanti e prive di sbavature. Attori (Santiago – Graziano Piazza, Ernest Hemingway – Stefano Santospago, ManolinLuigi Bignone ispirati e perfettamente nella parte. (altro…)

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Elena Bucci: un premio bene assegnato

Pochi giorni fa, esattamente il 14 gennaio, negli studi Rai di Piazza Verdi si è realizzata (tra le altre) l’assegnazione di uno dei più prestigiosi riconoscimenti del Teatro nazionale.

Si parla del Premio Ubu 2016 (curato dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, con il patrocinio e contributo del Comune di Milano e in collaborazione con Ateatro e Il tamburo di Kattrin) che, nella categoria “migliore attrice” è stato appannaggio di un’attrice nota e assai cara al pubblico bresciano:  la ravennate di Russi Elena Bucci.

All’origine di questa importante affermazione sono, tra gli altri, due spettacoli di produzione CTB, vale a dire  “La locandiera” e “La Canzone di Giasone e Medea” (recensita tra l’altro proprio sulle pagine di questo blog nel corso della scorsa stagione). Alle due pièce si aggiungono poi “Macbeth Duo” e “Bimba. Inseguendo Laura Betti”.

Il Premio, che vanta l’originale caratteristica di essere assegnato in base a una votazione referendaria attraverso una giuria composta da ca.  sessanta membri selezionati tra i migliori critici e qualificati appassionati di teatro, prende in esame una vasta gamma di eventi e ruoli: recitazione, regia, scenografia, drammaturgia, migliore pièce dell’anno e altri riconoscimenti trasversali.

«Dedico questo importante riconoscimento grata a chi mi ha concesso di trovarmi in tanto straordinaria compagnia», a chi non c’è più ma resta nella maestria…» ha dichiarato, commossa, Elena Bucci.

«…a chi mi ha accompagnato e sostenuto fino a qui con qualità e dedizione, a chi lavora con coraggio e passione nella luce e in ombra e a chi ancora non c’è, ma porterà con sé il teatro del futuro»

  

Elena Bucci, regista, attrice, autrice, ha fatto parte del nucleo storico del Teatro di Leo di Leo de Berardinis partecipando a tutti gli spettacoli e realizzando come autrice, per il Teatro Laboratorio San Leonardo, Dedicato e Canti per elefanti. Per il Riccardo III vince il Premio Ubu come migliore attrice.

Ha fondato con Marco Sgrosso la compagnia Le Belle Bandiere con sede a Bologna e a Russi di Romagna, dove creano spettacoli e rassegne, un Laboratorio di teatro permanente e progetti per la comunicazione tra le arti, la diffusione del teatro, la formazione e il recupero di spazi abbandonati attraverso azioni teatrali.

Elena Bucci cura regia, scene e costumi di spettacoli nei quali è spesso in scena – come Macbeth di Shakespeare, Hedda Gabler di Ibsen, La locandiera di Goldoni, Antigone di Sofocle, Svenimenti da A. Cechov, La canzone di Giasone e Medea – tutti prodotti con il CTB Centro Teatrale Bresciano nel corso di una intensa collaborazione.

È autrice di drammaturgie originali e regie, collabora con Radio3 per la realizzazione di sue scritture e di progetti speciali, per il teatro musicale cura regie per Ravenna Festival. È stata la prima interprete italiana di Medea di Benda, direzione di Manlio Benzi Ha lavorato in cinema Si occupa di formazione presso scuole e accademie e cura progetti speciali di trasmissione dell’arte teatrale.

È autrice di diversi scritti pubblicati su volumi e riviste.

   GuittoMatto

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Stavolta Godot arriva davvero, ma non trova nessuno

Il teatro che rappresenta e recita il teatro non è una novità, ma sempre (o quasi sempre) ne scaturisce una sfida intrigante.

Il miglior risultato, in simili casi, scaturisce quando sono gli attori stessi a immedesimarsi e a divertirsi in questo gioco di specchi da palcoscenico. Cosa che, a mio avviso, è accaduto ieri sera, allorché al Teatro Santa Chiara di Brescia, è andata in scena Sapiens, pièce liberamente tratta e adattata dal testo Frammenti di un mosaico spezzato di Edy Lanza, in cui si narra appunto delle prove di uno spettacolo che i commedianti decidono di portare avanti da soli in attesa dell’arrivo della regista.

Situazione ideale per permettere alla natura autentica, alle reali pulsioni che ciascuno di essi si porta dentro, di fuoriuscire, interagendo in modo conflittuale con quelle degli altri.

Desideri, frustrazioni, aspirazioni vere o presunte, soprattutto contraddizioni e ripiegamenti egocentrici quanto egoisti che solo per un attimo vengono messi in  discussione dall’inatteso arrivo in teatro di una donna che, con il suo bambino, incarna in sé ogni tipo di coercizione, di discriminazione e di abuso.

Ma è solo un attimo, appunto, dopo di che lo spettacolo che i giovani attori vogliono mettere in scena, sì, ma con un’adesione al testo soltanto epidermica, incapaci come sono di introiettarne l’autentico messaggio sociale, torna a distrarli, a inebriarli del niente di vite vissute (consumate) con la superficialità di una chat globale, di un reality o di un talk show: insapore, inodore, dunque indolore.

Così si perde l’occasione di conferire valore alle esistenze, così si smarrisce per sempre il senso del reale, dell’equo e del giusto.

Cosicché, quando arriva Godot (la regista), che questa volta arriva davvero, altro non può trovare che macerie umane, vuoti esistenziali, la carcassa ormai fredda di uno spettacolo che non andrà mai in scena.

Dell’energia e dell’entusiasmo con cui si spendono gli attori del CUT La Stanza abbiamo già detto.

Scarna ma efficacissima la scenografia “povera”.

Attenta la regia.

Quanto al testo, la prima parte dello spettacolo risulta a mio avviso alquanto didascalica, farcita di dialoghi e monologhi che non possono non richiamare allo spettatore più attento atmosfere di un’avanguardia che, essendo databile per toni e temi agli anni settanta, ora si palesa piuttosto retrò.

L’apparizione inattesa della ragazza extracomunitaria minacciata dal suo uomo, unitamente allo scimmiottare dei vizi da over-connessione e di certe trasmissioni tv mirate alla sistematica narcosi del pensiero, costituiscono il colpo d’ala necessario e sufficiente a risvegliare l’attenzione degli spettatori e a rialzare il grado di godibilità di uno spettacolo che, al tirare delle somme, riscuote dal numeroso pubblico un’adeguata dose di consenso e di applausi.

Un’ultima considerazione “a margine”: tra il pubblico, numerosissimi, giovani attori e attrici, appassionati di teatro e addetti ai lavori, che hanno creato una singolare e stimolante atmosfera anche al di qua del palcoscenico. A dimostrazione che a Brescia esiste un humus fecondo alla nascita e alla crescita di un movimento di prosa degno del massimo rispetto, che l’azione del CTB sollecita e favorisce in modo evidente.

Forza,  “ragazzi”: continuiamo così.

 

Spettacolo teatrale tratto da

“Frammenti di un mosaico spezzato” di Edy Lanza

rielaborazione e regia Antonio PaLazzo
consulenza artistica Ippolita Faedo, Elena Serra e M. Candida Toaldo 
interpreti Edona Cekerku, NicoLa Conti, Monica Minoni, Luca Muschio,Renato Olivari Tinti, Marco Passarello, Maria Angela Sagona e Chiara Pizzatti
luci Sergio Martinelli 
costumi Federico Ghidelli 
progetto audio Giuseppe Salemi
collaborazione tecnica Fausto Loda, Luca Lussignoli e Chiara Pizzatti
direzione artistica Maria Candida Toaldo

 

   GuittoMatto

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Un (Piccolo) grande Enigma e tante domande

Enigma è il titolo, e di autentico enigma, in effetti, si tratta.

In questo spettacolo ci sono moltissimi interrogativi.

Quelli che si scambiano, e pongono a se stessi, Ingrid e Jacob, sconosciuti  (sembra)  messi in contatto dal caso o dal destino in una gelida e uggiosa sera berlinese.

E quegli altri, che, man mano che la narrazione procede, si trovano a gestire gli spettatori seduti in platea e galleria.

In un’atmosfera sapientemente retrò, evocata dall’essenziale scenografia di Pierluigi Piantanida e scolpita con suggestioni caravaggesche dalle luci di  Marco Messeri, si muove, confusa e smarrita a punto giusto,danzando in un grottesco slow mentale una coppia di naufraghi del passato, di sfiniti relitti della Storia.

È stata la caduta del muri di Berlino, che ha seppellito, o forse -al contrario- dissotterrato le coscienze di Ingrid e Jacob, ma potrebbe essere stato qualsiasi altro accidente della Storia: la rivoluzione di ottobre, la caduta delle Torri Gemelle, la guerra del Kippur, lo sbarco in Normandia. Qualsiasi avvenimento, insomma, capace di costituire un cambiamento nella Storia, un giro di pagina che, puntualmente lascia piaghe nella carne e nella mente degli esseri umani che ne restano coinvolti e travolti.

Tanti interrogativi, si è detto.

Alcuni destinati a restare senza risposta alcuna: “È sicuro che il passato possa restare chiuso sotto chiave?

Altri, che, addirittura, ingenerano nei personaggi convinzioni del tutto soggettive e, quindi, fallaci. Abituata alla tetra burocrazia della dittatura proletaria insediata a Berlino Est,  Ingrid, scorgendo un enorme manifesto rosso della Coca Cola attaccato sul muro di un palazzo, si turba e si domanda se il vulnus più grave, per chi era abituato a vivere in un regime che tutto uniformava, sia essere trasportato in un nuovo mondo dove nulla è uguale, nulla è omologato.

Dove sia un mondo del genere, se non oltre i confini galattici, non è dato saperlo: non certo nell’attuale Occidente, nella versione.2 del capitalismo globale in cui le strade, le musiche, i modi di vestire, mangiare e bere stanno diventando gli stessi da Tumbuctù a Stoccolma, da Madrid a Sidney.

Di certo a me, e ad altri, alla fine dello spettacolo, solo una certezza, tra tanti dubbi, è rimasta nei pensieri: se non si è capace di liberarsi dentro di sé, con le proprie energie mentali e con il proprio cuore, l’unica, illusoria via di uscita sarà spiare la vita degli altri e, quando non ci sarà più nessuno da indagare in segreto, cominciare a spiare se stessi.

Di scenografia e luci si è già (positivamente) riferito in apertura. Oltremodo incisiva la recitazione, capace di rendere alla perfezione le straniate personalità dei personaggi, giusti i tempi della regia. Convinti gli applausi finali dell’esperto pubblico bresciano che, ancora una volta, ha gremito il Teatro Sociale.

di Stefano Massini
regia Silvano Piccardi
scene Pierluigi Piantanida
luci Marco Messeri
musiche originali Mario Arcari
con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi
produzione Arca Azzurra Teatro e Ottavia Piccolo

dal 29 novembre al 1 dicembre 2016 presso il Teatro Sociale di Brescia

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   GuittoMatto

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POST (anzi PRE) SCRIPTUM

Nel pomeriggio di oggi, presso il Foyer del Teatro Sociale, Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi sono stati intervistati da Daniele Pellizzari. A fine conferenza Ottavia Piccolo ha accettato di rispondere a quattro brevi domande poste da Patrizio Pacioni. Le troverete nell’articolo che sarà pubblicato subito dopo di questo per “Goodmorning Brescia”.

Categorie: Teatro & Arte varia.