Goodmorning Brescia (72) – Lonato: la Rocca o il Cubo?

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Come già accaduto in passato, affido volentieri questo numero di «Goodmorning Brescia» a Patrizio Pacioni, molto interessato al tema in argomento. Buona lettura!

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L’articolo a firma di Costanzo Gatta, apparso sul Corriere della Sera dello scorso 10 gennaio, richiamava con forza l’attenzione su quanto in corso alla Rocca di Lonato: la prossima apertura in loco (non priva di impatto ambientale) di un modernissimo ristorante, mirata al rilancio turistico del sito e al conseguente ritorno finanziario, ritenuto necessario per la manutenzione e la conduzione del castello. Questo il link dell’edizione on line per chi volesse leggere l’intero pezzo:

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/cubo-discordia-rocca-lonato-italia-nostra-attacca-2caf0704-f5ee-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

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Non essendoci stati significativi seguiti, ho deciso di interpellare in merito la professoressa Giusi Villari, presidente della sezione Lombardia dell’”Istituto Italiano dei Castelli”, considerata uno dei massimi esponenti del settore.

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La Rocca di Lonato

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Cominciamo con inquadrare sia dal punto geografico che storico l’oggetto di questa intervista: «La Rocca di Lonato è una costruzione fortificata, edificata a partire dal X secolo, sita nei pressi di Lonato del Garda (BS). A motivo della sua pozione strategica. è sempre  stata considerata di grande valenza militare. Tenuta prima dai conti di Montichiari, passò agli Scaligeri, ai Visconti e  ai Gonzaga, per finire poi sotto il controllo della Repubblica Veneta. Nei suoi pressi ingaggiarono battaglia, nel 1797, gli eserciti francese e austriaco. Attuale proprietaria è l’omonima Fondazione, che (nel primo dopoguerra) l’acquisì dal senatore Ugo Da Como»  Mi aspetto da Te,  riconosciuta tra i massimi esperti del settore, qualche notizia in merito non di routine, diciamo in non più di dieci righe. Si può fare?

Possiamo provarci!

Mi occupo di castelli, e di quelli bresciani in particolare, da quasi quarant’anni. Per la Rocca di Lonato ho una particolare predilezione, sia per la bellezza del luogo, sia per la complessità e unicità di un sistema di difesa caratterizzato da tre tipi diversi di fortificazioni: una fortezza sul colle, un castello ricetto e una cerchia muraria esterna più ampia che cinge l’intero centro storico. Se la Rocca aveva il compito di controllare militarmente e difendere un sito di importanza strategica fondamentale lungo la via che, rasentando a sud il lago di Garda, univa Venezia a Milano, il castello ricetto, simile in tipologia a quelli della vicina Valtenesi (Moniga, Soiano, Padenghe, etc.), offriva riparo agli abitanti del circondario e ai loro beni. Nel corso delle mie ricerche archivistiche in ambito lombardo veneto ho avuto l’opportunità di scoprire e pubblicare mappe e documenti inediti su Lonato e sicuramente altre importanti informazioni potranno essere ricavate in futuro se si investirà, come sarebbe doveroso, nella ricerca sia archivistica che archeologica. Ti allego una mappa veneziana settecentesca e una ricostruzione grafica contemporanea per capire meglio la situazione.

 

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Ma veniamo alla vexata quaestio: alla Rocca di Lonato,  una decina di giorni fa, previa autorizzazione della Sovrintendenza alle Belle Arti (che si è impegnata a seguirà da vicino lo svolgimento dei lavori)  si è iniziato a mettere concretamente mano alla realizzazione del “cubo della discordia”, una struttura in vetro e acciaio che insisterà su oltre 500 mq di prato, destinata a ospitare un ristorante.  ristorante ovvero il tanto discusso ristorante in vetro ed acciaio che occuperà 536 mq di prato. Da lampante contrasto tra l’onusta costruzione carica di suggestioni artistiche e storiche e il moderno parallelepipedo, è sorta una disputa intessuta di intemperanze e carte bollate, in pratica un’aspra partita a tre: da una parte la Fondazione Ugo da Como, che degli introiti degli affitti per la gestione del ristorante, nonché da quelli rivenienti da un presumibile aumento delle visite in presenza di un’attrazione anche “gastronomica”, parrebbe avere una forte necessità, dall’altra l’intransigente difesa del territorio e delle tradizioni portata avanti da Italia Nostra, al centro (scomodo arbitro), la Sovraintendenza.  Che ne dice una “conoscitrice di castelli” del Tuo calibro?

Ti rispondo da coordinatrice della delegazione di Brescia e da nuova presidente della Sezione Lombardia dell’Istituto Italiano dei Castelli onlus che si occupa dello studio e della tutela dei castelli dal 1964 (questo sono i nostri siti di riferimento http://www.istitutoitalianocastelli.it/; http://www.istitutocastelli-lombardia.org/). Nella nostra sede milanese anche noi abbiamo discusso del progetto di Lonato  e abbiamo inoltrato agli enti preposti, per il momento senza risposta, una lettera nella quale manifestiamo il nostro dissenso per un intervento che rischia di snaturare le caratteristiche di un sito storico importantissimo. E’ impensabile che si costruisca un padiglione di vetro e acciaio con caratteristiche formali e tecniche inadeguate al contesto e in una zona storicamente adibita a piazza d’armi in cui sono documentati ambienti sotterranei. Faccio presente che nelle fortificazioni vanno tutelate anche le aree storicamente libere da costruzioni perché questi spazi erano fondamentali per la vita militare.  La Rocca di Lonato ha fatto parte dal XV secolo del sistema di difesa della terraferma veneziana ed è stata una importante fortezza di stato collegabile storicamente e strategicamente alle opere di difesa veneziane recentemente dichiarate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. La tipologia e le caratteristiche formali e funzionali del fortilizio, bene monumentale dal 1912, vanno tutelate e valorizzate nella loro totalità. Apprezziamo l’attività culturale svolta dalla Fondazione Ugo da Como e ci auguriamo che la stessa possa trovare fonti di finanziamento adeguate. Auspichiamo tuttavia che la Fondazione stessa, il Comune di Lonato del Garda e la Soprintendenza che ha approvato il progetto del “cubo di vetro” individuino una soluzione più rispettosa della qualità e dell’importanza della Rocca e del sistema fortificato di Lonato del Garda.

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Un ristorante modernissimo (dentro come fuori, si suppone), sarà inaugurato a breve, ancora agli albori del III millennio. Ma… cosa mangiava, negli anni di loro competenza, Bernabò, Isabella d’Este e il feldmaresciallo Peter Vitus von Quosdanovich?

Caro Patrizio, mi sfidi su un argomento “alla Bastianich” che esce dalle mie specifiche competenze, ma in verità qualche anno fa durante le conferenze milanesi dell’IIC (per inciso quest’anno a cominciare dal 6 febbraio ci occupiamo di Fortificazioni e UNESCO) ci siamo occupati della vita nei castelli ed anche della cucina legata alle fortificazioni. Certamente Isabella d’Este durante il suo viaggio di ricognizione dei territori del basso lago strappati nel 1509 a Venezia, oltre ad ammirare il paesaggio avrà pensato ai cibi e ai vini che aveva assaporato: “Dopo disnare son stata a vedere la rocha […] mai vidi loco di più bello aspetto di quella et presi grandissimo spasso et recreatione a farmi nominare le terre infinite che se vedono” (lettera 17 marzo 1514).  Ci piacerebbe che la visuale decantata da questa grande donna del Rinascimento non fosse deturpata da più o meno nuovi ecomostri.

Riguardo al severo feldmaresciallo austriaco dubito abbia dedicato particolare attenzione ai piaceri della tavola, ma penso abbia verificato con asburgica attenzione che i suoi soldati  fossero adeguatamente nutriti e approvvigionati di viveri.

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In Italia, se le informazioni in mio possesso non sono errate, esistono circa 25.000 tra castelli, rocche et similia. Un patrimonio inestimabile di cultura, di Arte e di memoria storica, ma anche altro. Un numero enorme persino da inventariare, il cui mantenimento richiede uno sforzo complessivo sia in termini di impegno economico che di allocazione e impiego di risorse umane in possesso di adeguate competenze, da far tremare i polsi. D’altra parte la situazione generale del nostro Paese (e non solo) reclama altre urgenze, non meno importanti. Cosa fare, allora? Tentare di “difenderli” tutti o entrare nella scomoda e dolorosa (ma forse anche necessaria, restando così le cose) ottica di stilare una graduatoria tesa a salvaguardare solo quelle strutture che si verranno a trovare, dopo il censimento e la valutazione, nella parte alta della classifica?

Discorso difficilissimo da fare in questa sede, e sicuramente non risolvibile in poche battute. Necessita una politica culturale in grado di operare scelte di pianificazione in un settore che tutti concordano potrebbe essere “il nostro petrolio”, ma che nessuno sembra avere la capacità e la competenza di gestire. Fondamentale, come per tutte le tipologie architettoniche, è pianificare la manutenzione degli edifici per evitare in seguito costosi interventi di emergenza. Altrettanto importante è coordinare e creare sinergie fra gli enti che tutelano e valorizzano il nostro patrimonio culturale. Il ruolo di associazioni specializzate come l’IIC potrebbe essere molto importante, e purtroppo lo è raramente,  perché abbiamo censito e studiato le fortificazioni italiane e perché, con sezioni regionali e delegazioni provinciali, siamo capillarmente distribuiti nel territorio nazionale.

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Un’ultima domanda che intende riallacciare, in qualche modo, le due “articolazioni” (per così dire) della Tua attività culturale: da una parte studiosa, dall’altra educatrice. Quali sono, a Tuo modo di vedere, l’attuale misura e i modi in cui i due momenti sono già connessi e quali le eventuali avvertenze per l’uso e gli eventuali vantaggi derivanti da una ancor più salda correlazione?

Caro Patrizio hai proprio colto il nocciolo della questione. Senza una adeguata sensibilizzazione in tutti i settori dell’istruzione, dall’asilo alla università, è impossibile che gli studenti e l’opinione pubblica si relazionino in modo corretto e consapevole con il patrimonio artistico culturale dei territori nei quali vivono.  La storia dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica e del restauro dovrebbero essere discipline portanti nei nostri percorsi scolastici, solo così potremmo evitare scelte errate come quella di cui stiamo trattando.

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Goodmorning Brescia (68) – Le belle cose di Kozeta

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Vende frutta, ma allo stesso tempo coltiva fiori… di-versi

Si chiama Kozeta Nushi, per gli amici ed estimatori (e ne ha tanti, non solo a Brescia) semplicemente Kozeta.

Albanese (di Valona), bresciana per destino ed elezione, delicata poetessa.

In Patria docente di letteratura albanese e riussa, in Italia amabile fioraia.

Gioviale, delicata, sempre attenta a ogni situazione, a ogni persona che incrocia per le vie, a ogni andito della cittàper lei nuovo che, nel corso delle sue placide passeggiate, le capiti di incontrare.

Se volete incontrarla,  fate un salto al Caffè Letterario Primo Piano, dove l’ho incontrata e conosciuta io, avendo modo di apprezzarne a prima vista la pacata quanto vivace intelligenza, la naturale curiosità, il piacere di scrivere: una volta a mese Kozeta è ospite delle “serate di libero intrattenimento poetico” ideate e condotte dall’inesauribile Biagio Vinella..

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Meglio di me, senza ombra di dubbi, sa descriverla il sempre attento e arguto Costanzo Gatta, nell’articolo apparso sul Corriere della Serta di oggi, che invito a leggere anche voi. Insierme a «Liberi come il vento»  (GAM Edizioni), sua nuova raccolta di pensieri e versi. Questo il link che facilita la lettura dell’articolo:

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/kozeta-nushi-scrittrice-albanese-brescia-liberi-come-vento-211c2660-f5ee-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Perché Brescia è piena di bei bresciani di… ogni provenienza, e va conosciuta e apprezzata anche per questo.

 

 

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Goormorning Brescia (58) – La (piazza) Vittoria del libro

Si comincia tra una settimana, la mattina di sabato prossimo (30 settembre) , allorché, dopo una breve “inaugurazione ufficiale”, sarà aperta al pubblico l’area espositiva allestita, come ormai tradizione, nella centralissima Piazza Vittoria.

Insomma, lettori, autori ed editori, con Librixia 2017 preparatevi a un’autentica festa tutta dedicata a voi: nel corso di ben nove giorni, si terranno eventi di ogni tipo, tutti legati alla scrittura:  presentazioni, conferenze, dibattiti e molto altro, in una kermesse no-stop la ci realizzazione è resa possibile dall’ormai consolidata collaborazione tra il Comune di BresciaAncos (Associazione Nazionale Comunità Sociali e Sportive) – Circolo culturale di Confartigianato Imprese Brescia e Lombardia Orientale, con la BCC Agrobresciano in qualità di principale sponsor.

Libri, autori, librai e lettori. In Piazza Vittoria da sabato 30 settembre, dopo il taglio del nastro ufficiale alle ore 10 e l’apertura al pubblico dell’area che riunisce librai ed editori locali, il via agli incontri. Nove giorni ininterrotti di presentazioni e dibattiti per un evento, quello di Librixia 2017 che ci riporta contemporaneamente indietro nel tempo, agli anni ‘30 del Novecento con l’avventura dei primi librai del centro, sino ad oggi, raccogliendo la sfida di realizzare un vero e proprio festival della letteratura a Brescia. Traguardi e ambizioni resi possibile grazie alla consolidata collaborazione tra Comune di Brescia, Ancos – Circolo culturale di Confartigianato Imprese Brescia e Lombardia Orientale e BCC Agrobresciano, sponsor principale della kermesse.

                                         

Molte le presenze eccellenti: citiamo “a campione”, tra le tante, quelle di Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Massimo Carlotto, Vittorio SgarbiGiulio Tremonti Andrea Vitali, Björn Larsson, Fiuseppe Cruciani, Lella Costa, Luciano Violante che si avvicenderanno nell’area meeting “Agrobresciano Arena”

Non mancheranno neanche quest’anno presenze musicali importanti e spettacoli di prosa di grande rilevanza: gli Avion Travel, sabato 30 settembre racconteranno la loro musica alle 18, prima del concerto in Piazza del Foro. Domenica 1 ottobre alle 21 sarà il turno di Numa e Phil Palmer. Martedì 3 ottobre  Don Backy racconterà ai bresciani di come carriera musicale e scrittura possano convivere nello stesso artista. Mercoledì 4 sarà all’Auditorium San Barnaba con la pièce  “Maledette Suffragette”, per finire giovedì 5 con lo spettacolo “Blues per cuori fuorilegge” di  Massimo Carlotto.

Non sarà trascurato l’aspetto educativo: attraverso incontri mirati con le scuole, si parlerà di migranti, di solidarietà sociale e di bullismo. Proprio riguardo a quest’ultimo tema (come noto particolarmente caro all’Assessore Roberta Morelli) segnalo e raccomando lo spettacolo  Punti di vista, di Biagio Vinella, con la psicologa Franca Pagni (in scena giovedì 5 ottobre alle ore 11).

Di particolare e generale interesse l’incontro con Mauro Berruto, ex CT della Nazionale maschile di volley, speaker e autore di due romanzi, attualmente A.D. della Scuola Holden. Titolo della conferenza “Essere una squadra”: argomento che, trattato da un personaggio con le sue competenze, non potrà che attirare un gran numero di ascoltatori. 

Un adeguato spazio sarà riservato, naturalmente, anche alla Poesia, nell’apposita sezione curata da Alessandra Giappi

Numerose le collaborazioni (nell’intento di una più capillare e incisiva azione di promozione di cultura, impegno sociale e solidarietà) con Associazioni del territorio. Ricordiamo in proposito, tra le altre, la L.A.B.A. libera Accademia di Belle Arti di Brescia, con il CTB Centro Teatrale Bresciano (titolare dell’incontro di sabato 7 ottobre sul futuro dell’Europa con Marco Archetti e Davide Dattoli) e la Casa Circondariale di Verziano (presentazione del progetto “Parole e segni di libertà” – la storia di OrtoLibero giovedì 5 ottobre in Piazza Vittoria).

La vendita dei libri sarà curata, come nelle precedenti edizioni dalle librerie e case editrici cittadine che fanno capo alla associazione  “Il Leggio”.

 

Un’ultima (ma non ultima) annotazione.

Tra i settantaquattro incontri che si terranno, permettetemi però di segnalarne uno che (come potete immaginare da soli) mi sta particolarmente a cuore: domenica 1 ottobre, a partire dalle 11, il giornalista del Corriere della Sera, Costanzo Gatta intervisterà Patrizio Pacioni, creatore del commissario Cardona e dell’oscura città di Monteselva, nonché attivo commediografo e drammaturgo.

 

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Goormorning Brescia (57) – San Faustino tra il giallo… e il fucsia

«Quando la vita vera è più avventurosa di un romanzo »

oppure

«Quando ci si trova a raccontare agli altri ciò che si ha persino scrupolo a raccontare a se stessi»

Forse potrebbe cominciare così una recensione del libro autobiografico «Lei, Armando» dalla presentazione del quale (in programma domani sabato 9 dicembre alle ore 17, presso il Museo Fotografico di via San Faustino 2) il sempre attento Costanzo Gatta ha preso spunto per un interessante articolo apparso sul numero odierno del Corriere della Sera, sezione cultura dell’inserto bresciano.

Solo un pretesto, appunto, perché partendo dal libro, Gatta ci accompagna a fare una passeggiata nel passato del cuore stesso di Brescia.

Sembra di sentirli rumori e odori delle vie antiche di San Faustino di mezzo secolo fa.

Quando il mondo era sporco, brutto e cattivo come lo è ai giorni di oggi, ma forse un po’ meno.

Quando il male e il vizio erano identificabili al primo sguardo, perché isolati in un ghetto, quindi sotto controllo, mentre ora serpeggiano in modo molto più insidioso in anditi urbani ed extraurbani, in strati sociali e classi culturali a prima vista insospettabili.

I protagonisti del dramma andato in scena al Carmine, alla curt dei puli, a via Pallone, via Capriolo  e vicolo Rossovera erano i soli a soffrire di emarginazione e di esclusione dal contesto sociale, perché per loro, per i “diversi”, gli altri non avevano altro che risolini di maliziosa e ironica sufficienza.

Quando erano in pubblico, però. Perché in privato, quando nessuno poteva vederli e riconoscere, da censori si trasformavano in clienti di lucciole di ogni sesso e di ogni genere.

Questa sì che è una vecchia storia che, con più poesia ed efficacia di tutti, cantò Fabrizio De Andrè nell’indimenticabile «La città vecchia»:

«Quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie / quella che di notte stabilisce un prezzo alle tue voglie»

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (56) – Vino formaggio e olio… e buona appetito a Orzinuovi!

Dal 2005 è la Orceania Srl, costituita nell’aprile di quello stesso anno con la partecipazione del Comune di Orzinuovi, a occuparsi della organizzazione, della realizzazione e della gestione  della Fiera.

Dal sito ufficiale della società abbiamo ripreso, e di seguito riportiamo, un elenco di motivi che spiegano il perché non solo allevatori, coltivatori e operatori dell’alimentare, ma tutte le persone interessate a un colloquio con la terra e la natura, e attarverso loro con un aspetto più tangibile e interiorizzante con la cultura, potrebbero (e -aggiungo io. dovrebbero) visitare questa 69^ edizione della Fiera Regionale di Orzinuovi.

1) Terra: nelle aree tematiche agricoltura e zootecnia, con la Frisona e la Bionda dell’Adamello, nel progetto teatrale del regista Pietro Arrigoni (Palazzo Franguelli, domenica 3 settembre, 20.45), nel convegno di Confagricoltura (Centro A. Moro, venerdì 1 settembre, 17.30), nell’allestimento pensato dall’Associazione Florivivaisti Bresciani per la nostra piazza.

2) Sapori: nel Parco del Gusto, con prodotti a km zero, proposte enogastronomiche, presentazioni di libri e showcooking dedicati alla cucina bresciana, come nelle iniziative per adulti e bambini dell’area “Mielandia: noi siamo alveare”.

3) Tradizione:
 nella riscoperta degli antichi valori contadini, con la Vecchia Fattoria, e dei proverbi bresciani (Santuario Madonna Addolorata, venerdì 1 settembre, 20.30), nei concerti e nell’inaugurazione della mostra dedicata alla Fanfara dei Bersaglieri (biblioteca, sabato 2 settembre, ore 10).


4) Relazioni:
 nel progetto ComuniInsieme, nato per creare una rete di supporto e valorizzazione del territorio tra comunità della bassa; nella serie di incontri e dibattiti che coinvolgono le istituzioni del territorio.

5) Commercio: nell’area Artigianato e Commercio, che circonda i giardini pubblici, con le dimostrazioni dei panificatori di Confartigianato e altre interessanti attività, come nello showroom a cielo aperto di piazza garibaldi, con gli spazi dedicati ad Auto e Motori.

6) Ospitalità: nel gemellaggio morale con il Comune di Gualdo, colpito dal terremoto dello scorso anno, che vede, tra le iniziative, alcune famiglie orceane ospitare, per due notti, una quarantina di gualdesi.

7) Identità culturale:
 nelle due mostre allestite in Rocca, dedicate al tema del gioco (inaugurazione sabato 2 settembre, 17.30) e nelle presentazioni dei due inediti Quaderni Orceani (Rocca, lunedì 4 settembre, 9.30 e 16.30).

8) Tecnologia: nei macchinari e nelle più recenti tecniche per coltivazioni agricole e allevamenti, nella grande proposta del Campus Riabitare, con le innovative case in legno e in acciaio, il convegno dedicato alle Smart City, le tecnologie per un abitare consapevole, sostenibile, sicuro e intelligente.

9) Formazione: nelle attività del progetto Asinando, alle quali si aggiunge quest’anno il trekking con gli asini sul fiume Oglio, nei laboratori creativi e nei tornei dell’area Sport e Tempo Libero, nelle attività di Educazione Finanziaria e Benessere del Campus Riabitare.

10) Musica e divertimento:
 da sempre un plus della fiera, con le imprese del funambolo Andrea Loreni, i gruppi musicali orceani, la band di Giusy Mercury, il Tango, la danza verticale sulle pareti della Rocca, il rocker Omar Pedrini, la festa di Radio Orzinuovi, l’anteprima del Festival dell’Opera, la musica sinfonica dello spettacolo “Gli angeli sulla terra”.

 

 

Detto questo, passando per la porta che conduce al Santuario di Maria Vergine Addolorata, ora chiesa di grande suggestione spirituale, una volta (me lo ha detto l’espertissima di castelli professoressa Giusi Villari, presente ieri sera all’incontro «Del cibo e dei proverbi bresciani» organizzato dal Centro Sudi San Martino)  ingresso di un castello talmente solido da incutere timore agli imperiali austriaci che, a scanso si equivoci, decisero di raderlo al suolo nel 19° secolo.

 

L’evento, al quale ha ssistito un pubblico numeroso e interessato, si è svolto in due parti, tra loro collegate in nome dell’alimentazione e delle più antiche tradizioni bresciane.

Nel primo la giornalista Silvia Pasolini ha intervistato il “collega” del Corriere della Sera Costanzo Gatta, autore del libro «Vi che salta, formai che pians e oio de chel bu» edito con la promozione di Monsignor Antonio Fappanidalla Fondazione Civiltà Bresciana. Un agile e brillante trattato che, alle suggestioni tutte alimentari di tre alimenti basilari non soo per la cucina di Brescia e dintorni, unisce citazioni e aneddoti raccolti dall’Autore con la consueta sagacia e con la conoscenza della storia e delle tradizioni (non solo locali) che gli sono proprie e universalmente riconosciute.

«Il titolo l’ho derivato da un antico detto bresciano» spiega Gatta.

«L’idea alla base, oltre al rispetto e all’amore che ritengo doveroso per i frutti della terra che costituiscono l’alimento non solo materiale del genere umano, è che un dialetto non nasce per caso: a mio modo di vedere, infatti, altro non è che l’elaborazione comunicativa di una comunità coesa».

Ovvio che, con un tale conferenziere, il discorso si ampli ad altri temi. Tra i tanti spunti, basti citarne uno, gustosissimo:

«I proverbi affondano le radici nella saggezza popolare, la quale, a sua volta, trae spunto dalla tradizione religiosa» dice Gatta.

«Così, per fare un esempio illustre, l’invito di Gesù a Zaccheo di scendere dall’albero per appropinquarsi a Lui e al messaggio divino che reca con sé, non essendo presente nella flora locale il sicomoro, diventa un più disincantato “Veni zo dal fic!” »

 

Spettacolare la seconda parte dell’evento, imperniata sulla trasposizione in letture, musica e immagini del libro scritto da Massimo Montanari (per le edizioni La Terza) «Il formaggio con le pere – storia di un proverbio».

 

La chitarra di Maurizio Lovisetti evoca con grande efficacia atmosfere di tempi passati, la voce di Daniele Squassina, calda e suadente come non mai, racconta di storie domestiche e pubbliche nelle quali affonda, deve affondare le radici, anche l’anima dei nostri tempi e delle nostre genti, sempre che se ne voglia davvero conservare una.

Sul grande schermo, intanto, scivolano via, una dopo l’altra, una sull’altra, opere d’arte a tema, che riempiono gli occhi di colori e suggestioni.

Mancano gli odori e i sapori, certo, ma vi assicuro che, con la forza creativa della fantasia, ieri sera si riuscivano a immaginare anche quelli.

 

Per chiudere, due ultime annotazioni.

La prima è la frase con la quale Costanzo Gatta, da sopraffino artigiano della parola qual è, riesce a riassumere il senso della serata:

«Il Sapere comprende anche il Sapore»

La seconda, se mi permettete, un’autentica birbonata, vale a dire una di quelle tentazioni alle quali, chi mi conosce lo sa, il sottoscritto non sa e non vuole resistere.

In una delle ultime diapositive proiettate, il miei occhi malandrini hanno individuato gli inquietanti dettaggli che appaiono circolati in giallo.

La domanda è:

«Ma non è che già all’epoca… esistevano i Mc Donald

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (55) – Quel film muto al Vittoriale… a luci rosse.

Se c’è una canzone che il Vate avrebbe apprezzato, né tantomeno canticchiato sotto la doccia, o mentre si radeva, era quella che contiene questi versi:

«Perdere l’amore quando si fa sera
Quando tra i capelli un po’ di argento li colora
Rischi di impazzire può scoppiarti il cuore
Perdere una donna e avere voglia di morire*»

Se non altro perché Gabriele D’Annunzio l’amore (fate voi in quale tipologia) davvero non l’ha mai perso, e di donne, a quanto si sa, ne ha perse (o se n’è lasciato sfuggire, se preferite) davvero pochissime.

Sessantaquattro anni lui, trenta lei, in un match sentimental-erotico impari per l’anagrafe, ma complementare nell’incontro di due narcisismi diversi ma convergenti nel talamo.

 

Perché quello che ci narra Costanzo Gatta, dannunzista DOC, nellarticolo apparso sul Corriere della Sera di oggi, edizione bresciana, proprio a questo si riferisce: alla breve (come spesso capitava al Comandante dai molti e variegati appetiti che nella sontuosa villa di Gardone prese residenza) ma incandescente relazione tra il poeta-narratore-drammaturgo-pilota-avventuriero Gabriele D’Annunzio e l’aspirante stella del cinema e del teatro, Elena Di Sangro (al secolo Maria Antonietta Bartoli Avveduti).

Era la torrida estate del 1927, a una certa distamnza di tempo dal primo, stuzzicante aperitivo consumato nella camera di un albergo romano nel 1919.

Qualcosa che etichettare come la solita  serie di squallidi convegni tra un’attricetta in cerca di scritture e un vecchio ma talentuoso sporcaccione in grado di procurargliele, sarebbe oltremodo riduttivo.

In realtà, a mi e non solo mio, modo di vedere, si trattò, come in altri casi della molteplice esperienza amatoria dell’Orbo Veggente, di uno scambio neanche troppo iniquo: da una parte l’attempato Gabriele attinse scampoli di tardiva ma gagiarda gioventù e ricevette e incamerò nuova vis poetandi; dall’altra la giovane quanto avvenente e disinibita Elena (ribattezzata dal Poeta -come tutte le vittime sacrificali immolate tra le lenzuola- stavolta con il nome di Ornella) ebbe la possibilità di essere illuminata dai raggi accecanti di tanta leggendaria creatività.

Pari e patta, si potrebbe dire.

Certo, però, che leggere di inguini che infiorano il ventre rassomigliando all’ascella dell’Aurora e di coltelli furbondi pronti da sguainare, sistemati proprio lì dove si ritiene che un uomo nudo possa conservare il suo… ai giorni d’oggi qualche sorriso ironico potrebbe anche provocarlo.

O no?

   Bonera.2

 

 

* «Perdere l’amore» – testo: Giampiero Artegiani – Marcello Marrocchi – musica: Giampiero Artegiani – Marcello Marrocchi – WEA Italiana – feb 1988

NB  – Per l’articolo Costanzo Gatta ha preso spunto dal libro «Elena Sangro e la sua relazione con Gabriele D’Annunzio» (Ianieri Edizioni)

 

 

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Goodmorning Brescia (54) – Leonessa e Lupa tra cielo e (sotto)terra

Paralleli e divergenze.

Sessantadue anni fa, precisamente il 15 agosto del 1955, s’inaugurò la funivia che dalla Bornata portava su alle Cravelle, in cima alla Maddalena.

Un progetto e un’impresa mirati, ricorda Costanzo Gatta nell’articolo che occupa un’intera pagina su un’edizione del Corriere della Sera che lo vede mattatore, con due sostanzali motivazioni e obbiettivi: da una parte una risposta a Roma che solo sei mesi prima aveva inaugurato la metropolitana, dall’altra la non nascosta speranza che quella nuova opera contribuisse in modo determinante alla nascita di una nuova “città alta” che nulla avrebba avuto a che invidiare alla parte “in quota” della cugina-mai-troppo-amata Bergamo.

Purtroppo le cose (come spesso accade nelle faccende degli esseri umani) non andarono secondo le previsioni: il mancato sviluppo urbanistico del colle, causato principalmente dalla mancata predisposizioni di idonee quano indispensabili infrastrutture, accelerata dalla tracciatura della strada che, facilitando l’afflusso di automobili, moto e bici, resero meno appetibile utilizzzare la “via del cielo”.

Il sogno fu accantonato definitivamente dopo soli quattordici anni, nel settembre 1969, e ci vollero quarantadue anni e mezzo prima che la voglia di distinguersi e di nons entirsi secondi a nessuno che anima il fiero popolo bresciano, trovò soddisfazione con l’avvio del primo convoglio della metropolitana che non esito a definire la più moderna, linda e bella d’Italia.

Intanto, cos’è successo a Roma?

La metropolitana si è sviluppata in lunghezza, e alla prima linea se ne sono aggiunte una… e mezza.

Le stazioni sono diventate settantaquattro, i chilometri delle linee sessanta, e oltre 760.000 mila al giorno sono gli utenti che salgono sui vagoni che sferragliano nelle viscere dela Capitale, fornendo un significativo contributo all’alleggerimento di un traffico di superficie che più intricato e caotico non potrebbe essere.

Qui finiscono le note positive, però.

I tornelli di accesso, non presidiati, non riescono non dico a fermare, ma almeno a limitare le pratiche dell’elusione del pagamento dei biglietti, gran parte dei vagoni sono ormai fatiscenti, la lentezza e l’irregolarità delle  corse rende i convogli affollati al limite del praticabile quasi in tutte le ore del giorno. E, per finire, in bellezza, le stazioni, più o meno, si presentano così:

Insomma, una situazione degradata come e quanto quella dei mezzi di trasporto pubblici di superficie e, aggiungono i miei amici romani, come gran parte della città, a partire dal dissesto dei manti stradali per finire ai deficit dell’illuminazione, alla mancanza di sicurezza dei cittadini, all’intollerabile gestione dei rifiuti…

Problemi giganteschi per risolvere i quali bisognerebbe impegnarsi subito e con tutte le risorse disponibili.

Invece…

Invece (ecco che il cerchio si chiude) il sindaco Virginia Raggi ha pensato bene di affrontare un ingente investimento, indovinate un po’, per costruire una nuova funivia che porterà da Casalotti a Battistini.

Costo previsto novanta milioni, consegna prevista al massimo entro il 2021 (che bella cosa, in entrambi i casi, l’ottimismo!)

Insomma, vuoi vedere che i romani finiranno per rosicare a causa della metropolitana della Leonessa e i bresciani invidieranno la funivia della Capitale, rimpiangendo la propria?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (53) – Anche i briganti perdono la testa

Allora (si sta parlando della seconda metà del sedicesimo secolo, mica di ieri l’altro) le forze di polizia , che allora non si chiamavano detectives, ma più prosaicamente birri,non avevano a propria disposizione le risorse tecnologiche utilizzabili al giorno d’oggi: niene archivi fotografici, né possibilità di effettuare i sofisticati identikit cui ricorrono i  loro colleghi del terzo millennio, né (tantomeno)  programmi informaticci di riconoscimento facciale.

Insomma, non c’era la Rete. Anzi, no; per la verità, l’unica rete di cui disponevano “i buoni”, era quella composta da informatori e delatori pronti, allora come ora, a fornire preziose soffiate in cambio di denari e/o favori di vario assortimento, da una raccomandazione a uno sconto di pena.

Così il signor Giovanni Beatrici, meglio come conosciuto come Zan Zanù («che sarebbe come dire Giovanni Giovannone» spiega Gatta)    riuscì per lunghi, violenti e sanguinosissimi anni a esercitare il mestiere di feroce brigante, terrorizzando le popolazioni dell’ampia porzione di territorio gardesano che va da Tignale a Salò. Serenamente rapinando, violentando, sequestrando e uccidendo, così com’è giusto che faccia un brigante professionale qual era lui, insieme alla sua banda. 

Con la forza narrativa ed evocativa che non credo di avere scoperto oggi, Costanzo Gatta ne sintetizza la fosca vicenda in uno snello ma ben articolato intervento sull’edizione bresciana del Corriere della Sera di oggi: quella che è descritta è una situazione in cui la malavita gode della connivenza di personaggi insospettabili, spesso anche altolocati, prestandosi, all’occorrenza, anche all’eliminazione di scomodi avversari politici, come il podestà di Salò, Barnardino Ganassoni, freddato dallo stesso Zan con un colpo di archibugio in petto all’interno del Duomo, nel corso di una funzione religiosa.

Alla fine, nella valletta della Fornaci, quando le malefatte di Zan Zanù divennero talmente clamorose dal sollevare il malumore dei bravi gardesani, il perverso percorso terreno del delinquente si fermò bruscamente, al termine di uno scontro a fuoco e ll’arma bianca protrattosi per più di otto ore.

Gatta ne narra collocando l’episodio finale di questa sanguinosa saga, come sovente si diletta a fare, tra realtà e leggenda.

Così come, a corredo dell’articolo, inserisce un ammiccante riferimento a una certa testa custodita sotto formalina presso l’Ospedale di Salò, nell’ambito di una raccolta di reperti realizzata da un medico ottocentesco: è Lui o non è Lui?

 

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A proposito: l’articolista ricorda che, tra gli insospettabili sodali del feroce Giovanni Beatrici, c’era anche un tale Fra Tiziano, padre guardiano del convento dei Cappuccini di Gargnano.

Eccolo, l’anello di congiunzione: sbaglio o, nelle antiche cronache della c.d. malavita organizzata, ci fu un altro famoso quanto leggendario brigante che rispondeva al nome di Fra Diavolo?

 

 

   Bonera.2

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