Goodmorning Brescia (162) – Un mese e un domani a misura di donna

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Si è tenuta questa mattina nella Sala Consoli di Palazzo Loggia la conferenza stampa finalizzata a illustrare agli esponenti dell’informazione bresciana la serie di iniziative organizzate dal Comune per la ricorrenza del 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

«La massiccia presenza di giornalisti e addetti all’informazione testimonia la fondamentale importanza di questo importante calendario di eventi» esordisce l’assessore Roberta Morelli che di questa iniziativa è da considerarsi la principale promotrice e organizzatrice.

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«Sì è scelta di dilatare e di spalmare il giorno del 25 per la durata di tutto il mese di novembre, in una serie di circa 40 appuntamenti, nell’intento di approfondire adeguatamente i temi da trattare: la promozione della cultura del rispetto e delle buone prassi».

L’assessore coglie poi l’occasione per annunciare l’ottenuto appoggio della Regione al progetto per le attività di prevenzione da svolgere all’interno delle scuole bresciane.

«Entro l’anno, inoltre, verrà licenziato il nuovo protocollo per la prevenzione della violenza, nell’ambito del quale verranno coinvolti anche i comitati di quartiere e le associazioni femminili interessate».

Passando poi al merito delle iniziative che comporranno il “palinsesto” di questa complessa rassegna, Roberta Morelli rivela alcuni dei temi principali che saranno trattati: le buone pratiche per l’uso di un linguaggio inclusivo, il problema della violenza perpetrata nei confronti delle donne straniere e la violenza assistita, specificando che, a tal fine, sono previste iniziative culturali (quali reading e dibattiti) spettacoli teatrali di danza e prosa, un flash mob che si terrà nel pomeriggio di lunedì 25 novembre in Piazza della Loggia e la messa in posa di numerose “panchine rosse”.

Segue il saluto portato dal dottor  Claudio Vito Sileo, direttore generale dell’ATS, che fa presente come alla abituale collaborazione con gli ambiti territoriali si unirà la partecipazione concreta e diretta di professionisti selezionati e delegati dall’Associazione di Tutela della salute, con l‘organizzazione di un Convegno che vedrà, tra le altre qualificate presenze, quello dall’Avv. Aldovrandi da sempre in prima fila per la difesa dei diritti delle donne.

Prende poi la parola Orietta Trazzi che illustra l’idea condivisa con Costanzo Gatta che prevede la partecipazione di diverse coreografe impegnate ad affrontare, ciascuna a modo suo, i problemi della violenza di genere. A ciò si affiancherà la predisposizione di un manifesto firmato da personalità di assoluto rilievo culturale e della società civile.

«Il tutto ruota attorno allo spettacolo “Lei e il mostro”, che sarà rappresentato al Teatro Sociale la sera di mercoledì 27 novembre: spettacolo di danza contemporanea -in collaborazione con il CTB- con sette coreografie, per dire no alla violenza sulle donne, attraverso la narrazione delle vicende delle mogli di Enrico VIII e altri riferimenti storici e culturali.

L’intervento successivo è di Patrizio Pacioni, autore del dramma “Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso”.

«Si tratta di un commosso omaggio alla memoria di Marzia Savio, rapita e uccisa nel 1982, all’età di 11 anni, a Rivoltella del Garda. Una vicenda che turbò le coscienze dei bresciani e non solo le loro, una storia emblematica di quanto sia necessaria un’attenta tutela della sicurezza delle donne, dei minori e di tutti i soggetti più deboli ed esposti. Il dramma, con la regia di Mario Mirelli e la recitazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti, dopo il successo dell’esordio in anteprima al teatro Sant’Afra di Brescia nello scorso aprile, ha in corso una tournée che l’ha portata e la sta portando in numerose piazze del bresciano e in altri prestigiosi teatri primo fra tutti il Teatro Petrolini di Roma. Nell’ambito degli eventi previsti per la Giornata internazionale dell’eliminazione della violenza sulle donne la replica è prevista sabato 23 novembre alle 15.00 presso l’OK School Area 12 nel quartiere Casazza.

Secondo la rappresentante del comitato di quartiere Chiusure, che interviene successivamente, «Per parlare con credibilità di violenza sulle donne bisogna partire “da vicino”, quindi dalle strade dalle piazze dei singoli quartieri. La nostra idea, nell’ambito di questa rassegna, è una maratona di lettura che si terrà con la collaborazione della Biblioteca Ghetti e di volontari che, mi auguro, saranno molto numerosi».

È la volta poi delle due associazioni di donne presenti in conferenza.

Parla per prima Roberta Leviani, in rappresentanza dell’Associazione Butterfly.

«Nel corso della manifestazione, precisamente lunedì 25 novembre,  sarà inaugurata ufficialmente la sede della nostra Associazione. Nonostante la “giovinezza” della nostra iniziativa (partita il 1 luglio scorso – ndr), in pochi mesi si sono rivolte a noi quaranta donne, e altre trentacinque, insieme ai loro figli minori, sono state collocate in strutture sicure di emergenza»

Prende poi il testimone Piera Stretti, esponente della Casa delle donne.

«Sono trent’anni che lavoriamo nel settore dell’assistenza alle donne e soprattutto nell’opera di prevenzione della violenza di genere e di formazione culturale contro gli stereotipi. Solo lo scorso anno ci hanno richiesto assistenza migliaia di donne».

Finisce qui,  con le interviste, le foto e i rituali saluti.

Tre appuntamenti particolarmente interessanti concedetemi però di estrarli dal programma e segnalarli io, in ordine di data.

  • Domenica 3 novembre alle ore 17,00, presso la Fondazione Civiltà Bresciana – Vicolo S. Giuseppe 5 “Scatti Mortali” mostra personale fotografica di Olga Litvinova.
  • Giovedì 7 novembre alle ore 18,00 presso la Galleria UCAI – Vicolo S. Zenone 4, “Donna tu sei mia” di e con Biagio Vinella (canzoni con testi offensivi della dignità femminile, di ieri e oggi).
  • Lunedì 25 novembre alle ore 17,30, presso la Fondazione Civiltà Bresciana – Vicolo S. Giuseppe 5 – “Le donne nella letteratura “ conferenza di Carla Boroni.

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Prepariamoci: novembre comincia domani.

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Categorie: Giorni d'oggi.

Il maestro È Margarita

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Il collegamento al quale ammicca il titolo di questo articolo è ovviamente con «Il maestro e Margherita» (in russo  «Мастер и Маргарита») ovvero quello che è universalmente considerato il capolavoro di Michail Bulgakov, scritto e riscritto in più riprese tra il 1928 e il 1940 e pubblicato, post-mortem, a cavallo tra  1966 e 1967. Considerate le origini del personaggio oggetto e soggetto di questa intervista e le sue capacità didattiche (oltre che teatrali) mi sono permesso di giocare un po’ con le parole.

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Margarita Smirnova, ovvero “Dalla Russia con amore” (sia nei confronti del teatro che nei riguardi del marito, il musicista romano Paolo Gatti). Quali sono le motivazioni alla base di questa tua non facile scelta?

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Le motivazioni principali vengono dalla ricerca di nuove emozioni e di nuovi stimoli. Andare via dalla Russia prima della famigerata “perestrojka” fu un notevole atto di coraggio, sia contro il nuovo regime che prendeva il posto del vecchio, sia contro me stessa, visto che, all’epoca, avevo appena finito di girare (in quella che allora era ancora la Russia socialista) due film importanti

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Quali sono le opportunità che ti si sono presentate e le difficoltà che hai dovuto affrontare  nel passaggio tra due realtà geografiche, culturali e sociali così diverse tra loro?

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Le opportunità sono state quelle della conoscenza diretta di una cultura classica, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, come quella italiana. La più grande difficoltà (non ancora risolta, onestamente) è invece quella della pronuncia: con due lauree alle spalle non ho mai preso (mi vergogno di ammetterlo, ma è così!) una sola lezione seria in materia di lingua italiana. Devo confessare che però, per essere una “autodidatta”, sono abbastanza soddisfatta dei progressi sin qui conseguiti.

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Il Petrolini è un teatro piccolo ma ricco di tradizione e di suggestioni, a partire dal riferimento con il nome di uno dei più grandi attori romani di tutti i tempi. Raccontaci qualcosa di più sulle modalità di gestione, sulle scelte artistiche e sugli obbiettivi che vi prefiggete nella conduzione del locale tu e tuo marito.

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La regola numero uno (valida per me e per la mia famiglia, dal momento che ora del Teatro Petrolini, oltre a me e mio marito, si occupa anche nostro figlio Ielizar) è: “metti amore in tutto quello che fai”. Per onestà intellettuale voglio sottolineare che prima di essere un lavoro, la gestione del teatro, in particolare di questo nostro teatro, è una forma di forte passione, di voglia di affrontare ogni giorno che viene, ogni nuova compagnia e ogni testo, come un bellissimo viaggio… E che viaggio!

(ndr: al Teatro Petrolini, l’8 e il 9 febbraio p.v. sarà di scena «Marzia e il salumiere – il fiore reciso», dramma scritto da Patrizio Pacioni e prodotto dalle “Ombre di Platone” per la regia di Mario Mirelli, con Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti)

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Margarita Smirnova, attrice, insegnante, regista . Partiamo dalla tua attività recitativa: fra tutti gli spettacoli ai quali hai partecipato come interprete, ce n’è uno che ricordi con più piacere e orgoglio degli altri? E perché?

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Ricordo con grandissimo affetto tutti e sette gli spettacoli che ho realizzato con Fiorenzo Fiorentini, mio suocero, in quanto patrigno di mio marito, notissimo attore romano scomparso nel 2003. Avere condiviso il palcoscenico con un grande interprete come lui è stato un dono che custodisco e custodirò gelosamente sempre nel cuore.

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Tantissimi aspiranti attori che hai aiutato prima a prendere confidenza con il palcoscenico, poi a perfezionarsi, avvalendoti del famoso metodo Stanislavskij. Cos’è, esattamente, che ti sforzi di trasmettere ai tuoi allievi e, soprattutto, quand’è, al termine di un corso, che ti senti veramente soddisfatta della tua attività di docenza?

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Sono trascorsi dieci anni di insegnamento, ho insegnato a quasi trecento allievi… trecento nomi, trecento anime, a volte complicate, incomprese, conflittuali. Ancora non mi rendo conto di quanto possano essere tanti gli spettacoli (trenta) che ho messo in scena per due terzi con loro e insieme a loro e per il resto con la mia Compagnia Stabile del Teatro Petrolini di Roma in dieci anni di attività italiana: ognuno di essi è nato ed è cresciuto come un bambino che ho curato e amato come si cura e si ama un figlio.

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Mi sembra di capire che la regia va acquistando, nella tua attività artistica, una parte sempre più importante. È così? C’è un genere teatrale che, in particolare, preferisci portare in scena rispetto ad altri?

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I grandi classici russi, naturalmente! Un campo di azione immenso ma ancora, a mio avviso, troppo poco conosciuto qui in Italia. Adoro tradurre personalmente un inedito Checov, un mai tradotto (o mal tradotto) Kuprin, Puškin, e poi vedere il risultato in scena. Amo smodatamente i sublimi, sensazionali e immortali Tolstoj, Gogol e Dostoevskij.

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L’ultima domanda, come d’uso in interviste di questo genere, guarda al futuro. Quali sono i progetti più prossimi e più importanti di Margarita Smirnova?

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Prima di ogni altra cosa, voglio continuare a insegnare il più a lungo possibile: per i giovani che si avvicinano al teatro (e non solo per loro) è essenziale imparare, imparare e ancora imparare! Nel corso degli anni i miei allievi sono diventati sempre più numerosi e hanno bisogno di sempre più cure, sempre più attenzione e sempre più amore. Vorrei tanto trasmettere loro la passione che nutro per la recitazione e l’inesauribile energia che anima il mio lavoro in palcoscenico. Desidero condividere con loro la voglia di crescere e l’amore per il teatro classico. Nel prossimo futuro ci sono le due commedie brillanti «Divorzio al peperoncino» e «Un Natale molto… molto intimo», con Salvo Buccafusca, Lella Perrone, Caterina Boccardi, Maria Pia Cardinali, Feder ico Giovannoli, Paola Barzi, Vito Garofalo, Dario De Vecchis, Paolo Maniscalco. Un’altra produzione di prossima realizzazione (alla quale tengo particolarmente) è «La vita di Giacomo Puccini» con importanti cantanti lirici e con Gabriella Arcangeli.

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Margarita Smirnova, nata a San Pietroburgo ( ex Leningrado ) nel 1966, nel 1988 si laurea in Arte Drammatica presso la prestigiosa Accademia della città. Nella sua formazione anche un master di regia presso il Teatro Classico Russo. Trasferitasi a Roma lavora come modella. Come attrice va in scena in sette spettacoli del grande Fiorenzo Fiorentini. Con il marito Paolo Gatti, noto e affermato musicista romano, in qualità di direttrice organizzativa da venti anni tiene le redini dello storico Teatro Petrolini e, da dieci anni, conduce la Scuola Metodo Stanislavskij di Margarita Smirnova. Da regista, presso il Teatro Petrolini, ha diretto sino a questo momento trenta spettacoli. È docente di “Alta Moda” presso l’agenzia milanese “New Faces and Stars” di Milano “-in cui insegna portamento e galateo.

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Il Teatro Petrolini nasce a Testaccio in via Romolo Gessi 8. Venne inaugurato il 18 gennaio 1994 da Paolo Gatti e Fiorenzo Fiorentini in occasione della prima di “Petrolini…Bravo…Grazie!” commedia di Fiorenzo Fiorentini e Ghigo De Chiara. Il teatro prese il nome di Sala Petrolini in onore del celeberrimo Ettore, attore romano dei primi del ‘900. La sala venne ricavata dai locali del Centro Studi Petrolini di cui Fiorenzo Fiorentini era direttore artistico e Paolo Gatti direttore organizzativo.

Dal 2003 (anno della scomparsa di Fiorenzo Fiorentini) il teatro viene affidato a Paolo Gatti (virtuoso di chitarra classica che per molti anni ha lavorato con Fiorentini) che ne diviene il direttore artistico mentre la direzione organizzativa è affidata a Margarita Smirnova (attrice che ha recitato nella compagnia di Fiorentini).

Ricordiamo che proprio presso il Teatro Petrolini, nel prossimo febbraio, andranno in scena alcure repliche del dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso», prodotto dalle «Ombre di Platone», scritto da Patrizio Pacioni per la regia di Mario Mirelli e l’interpretazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (9) – Ricordando Marzia con affetto, nostalgia e lacrime di bellezza

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Una profonda emozione condivisa, una struggente malinconia su ciò che poteva essere di una vita in fiore e non c’è stato, una tensione crescente che si scioglie solo al momento del chiudersi del sipario, in un grande, sonoro e ripetuto applauso finale.

Comincio dalla fine, per raccontare quanto accaduto ieri sera al Teatro Sant’Afra di Brescia, dov’è andato in scena, in prima nazionale, il dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso», scritto da Patrizio Pacioni. Regia di Mario Mirelli, con l’assistenza di Pina Vivolo, interpretazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti, scenografie di Ugo Romano, gestione suoni/luci di Stefano Caldera, per la produzione dell’Associazione Le Ombre di Platone ETF.

Un evento premiato, prima ancora di cominciare, da un interesse particolare di stampa e radio e dalla presenza di ben oltre 150 spettatori. Una pièce dal ritmo serrato, accuratamente confezionata, che, senza cadute di tensione, s’indirizza a un finale sorprendente ed estremamente coinvolgente.

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Insomma, un cocktail davvero ben riuscito, il cui valore, la cui riuscita al debutto e il cui auspicabile successo futuro dipendono dal felice mescolarsi di pochi ma significativi elementi:
Il nitore e l’incisività della scrittura drammaturgica di Patrizio Pacioni, che ha affrontato un tema delicatissimo come quello del rapimento e dell’uccisione della piccola Marzia Savio stando bene attento a rispettarne la memoria e, nel frattempo, a non cadere nello stereotipo;
L’abilità registica di Mario Mirelli, capace di cimentarsi con l’opera in modo creativo e del tutto originale, senza però mai troppo discostarsi dal testo e, soprattutto, senza mai tradire lo spirito e i fini dell’opera;
La squisita e straordinaria sensibilità, tra trasognata tenerezza e implacabile sete di giustizia, con la quale Chiara Pizzatti si è calata sia nella interpretazione della dolce, ingenua e indifesa fanciullezza di Marzia Savio, che nella costruzione ipotetica di come sarebbe potuta divenire la personalità di quel magnifico fiore troppo premautramente reciso;
La passione, la passione e la passione (proprio così, passione al cubo, si potrebbe dire) spesa da un maiuscolo Massimo Pedrotti, che si è consegnato senza esitazioni, senza risparmio e senza pregiudizi a un personaggio complesso e oscuro come quello dell’assassino, scolpendolo con slanci, allucinazioni, rimpianti e rancori in modo assolutamente suggestivo e coinvolgente.

Adesso, però, sentite direttamente dalla stessa voce degli artefici dell’indimenticabile serata, raccolta a caldo nell’immediato dopo-spettacolo. Sappiate che, per riuscirci, ho dovuto farmi largo tra il folto stuolo degli spettatori che hanno scelto di congratularsi direttamente con loro con autore, regista e attori.

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«La scrittura di questo dramma è stata una delle più faticose e sofferte della mia produzione, anche perché, attraverso la triste storia di Marzia, mi è sembrato di entrare in diretto contatto con la sofferenza e con l’essenza del male» fa presente l’autore dell’opera, Patrizio Pacioni.
«Ora che il progetto è divenuto realtà, però, sono molto contento del consenso manifestato dai tanti spettatori che sono venuti al Sant’Afra, tra i quali diversi “addetti ai lavori”» precisa subito dopo. «Siamo riusciti ad arrivare a questo attraversando non poche difficoltà e resistendo agli attacchi malevoli di certa stampa, sempre pronta a incrementare le vendite parlando alla pancia dei propri lettori, danneggiando tra l’altro proprio coloro di cui, in apparenza, vorrebbero ergersi a paladini» aggiunge, togliendosi fastidiosi sassolini dalle scarpe.
«La soddisfazione più grande, però, è stata quella di rispettare la promessa fatta al papà di Marzia, Dino, che poche settimane prima della morte, mi aveva chiesto di portare avanti fino in fondo questa operazione di memoria e di affettuosa rievocazione».

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«Voglio considerare questo magnifico esordio solo come la prima tappa di un percorso che mi auguro lungo e proficuo» dichiara il regista Mario Mirelli. «La tragica vicenda della piccola Marzia può rappresentare una preziosa occasione per proseguire nel lavoro di scavo nell’animo umano, soprattutto per ciò che attiene l’aspetto espressivo» prosegue, sempre più orientato al futuro. «Se ci riusciremo (o meno) dipenderà in larga misura dalla disponibilità degli attori attraverso un atteggiamento di ricerca e abbandono».

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«È stata una grande emozione portare in scena questo spettacolo» è l’esordio di Massimo Pedrotti. «Un impegno straordinario, di grande difficoltà ma capace di emozionarmi quanto mai mi è successo prima, un’emozione che ho avuto la fortuna di condividere con tanti amici, prima con quelli che, dandomi fiducia, hanno proposto e messo in cantiere questa avventura, poi con i tanti amici presenti alla “prima”».

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«Preparare e mettere in scena un dramma di tale e tanta portata e intensità emotiva» confessa Chiara Pizzatti. «A volte, com’è giusto che sia, mi è capitato di sentire su di me, ancora più gravosa del solito, la responsabilità di dare vita e voce alla piccola Marzia. Non ho mai dubitato del progetto, per questo, anzi mi sono impegnata ancora di più e, alla fine, grazie anche ai consigli e al supporto dei miei “compagni di viaggio” ce l’ho fatta e la soddisfazione è stata davvero grande. Grazie a tutti coloro che hanno creduto in me e che mi hanno dato questa bellissima opportunità!»

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I saluti finali

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Caloroso commiato dal palcoscenico, con il commovente momento della consegna dei fiori idealmente destinati a Marzia, tramite la cugina Giuliana Savio, presente in sala.

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Eccoli: i fiori già sono stati consegnati alla piccola Marzia.

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Per chi non fosse stato presente al Teatro Sant’Afra, repliche di «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso» andranno in scena il 28 settembre a Marone e nel mese di novembre ancora a Brescia. Dopo di che sono previste numerose repliche nella provincia, prima di trasferirsi nel Lazio e in Toscana.
«Poi… si vedrà!» conclude Pacioni e se ne va.
A lavorare a un nuovo dramma, certamente.

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GuittoMatto

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Le foto di scena inserite a corredo del servizio, (tranne l’ultima, gentilmente fornita da Giusy Orofino) sono state scattate dal fotografo Filippo Palmesi di “Frame Factory“.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Aspettando Marzia

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Abbiamo il piacere di proporre un articolo appena pubblicato sulla rivista Prisma, curata e diretta dal giornalista RAI Gianni Maritati.

“Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso” di Patrizio Pacioni
(Recensione di Anna Rizzello)

Patrizio Pacioni è autore non solo di molti lavori teatrali ma anche di racconti e fiabe, di romanzi fantastico-didascalici e noir. Drammaturgo di misteri neri italiani e non solo, è stato più volte premiato. Sempre pronto ad indagare tra i drammi sociali, si avventura con profonda sensibilità e un pizzico di fantasia in creazioni di pièce e di libri sapendo offrire supporti culturali non comuni. I retroscena di situazioni e i processi psicologici interiori lo attirano ormai da anni e sono la base del suo successo! Nel suo libro “Marzia e il Salumiere” risalta immediatamente una descrizione particolareggiata dell’ambiente dove si svolge la storia: è un vero e proprio bel testo teatrale con didascalie dettagliate, suggerimenti sul tono della voce e, per così dire, il tipo di respiro che il personaggio deve fare. L’aspetto della realtà è simile a quello della narrazione ed è una caratteristica apprezzabile che attrae l’attenzione del lettore quanto quella dello spettatore in teatro così come accade nelle opere dei grandi drammaturghi del passato. Marzia e il Salumiere si legge in un battibaleno perché è reale, scritto bene, coinvolgente e suscita non solo curiosità di sapere cosa è accaduto prima, ma anche un forte desiderio di scoprire cosa accadrà dopo! Sa lasciare con il fiato sospeso. “Che siano i morti a seppellire i morti”: frase da brivido verso la conclusione di questa pièce!

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Categorie: Scrittura e Teatro & Arte varia.

Brescia, Città del Teatro (2) – Massimo Pedrotti: mezzo secolo da “attor giovane”

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Il Teatro mantiene giovani e… stravolge le regole della matematica.

Solo così, infatti, è possibile spiegare il paradosso di uno come Massimo Pedrotti, attore, che si mantiene perennemente entusiasta e scattante come un ventenne, pur recitando ormai da cinquant’anni.

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Nel tentativo di comprendere quale “sortilegio” sia alle origini di questo strano fenomeno, l’ho intervistato, e ciò che ne è venuto fuori, come avrete modo di leggere nel resoconto che segue del nostro colloquio, è solo ed esclusivamente che amare il Teatro non solo allunga la vita, ma (cosa ancora più singolare e interessante) permette di rimanere giovani assai a lungo.

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Massimo Pedrotti calca da parecchi anni le assi del palcoscenico. Vuoi raccontarci sinteticamente le tue principali esperienze?

Beh, effettivamente fanno più o meno cinquant’anni, quindi raccontarli sinteticamente non è molto semplice. Diciamo che ho cominciato quando ero quattordicenne, sotto la regia di Cesare Zanetti, il mio papà artistico: la pièce s’intitolava «L’oro matto» di Silvio Giovanninetti, quello è stato il mio debutto, dopo di che attraverso gli anni, l’esperienza con il “GAL Gruppo Artistico Lumezzanese”, poi un breve escursus con il “CUT Centro Universitario Teatrale La Stanza” e «L’uomo dal fiore in bocca» di L.Pirandello. Il mio ritorno al “GAL”, sempre con la regia magistrale di Cesare, e di nuovo Pirandello con «Sei personaggi in cerca d’autore», Diego Fabbri: «Processo a Gesù» che contò una trentina di repliche per poi arrivare a Beckett con «Aspettando Godot», dove interpretavo Vladimiro,  che venne replicato anche alla “Loggetta”. Dopo un periodo di “riposo” in occasione della nascita delle radio libere a cui ho partecipato attivamente, sempre con la regia di Cesare ho portato in scena «Il diario di Adamo & Eva», un libero adattamento di due racconti di M.Twain scritto da me; purtroppo, durante le repliche di questo lavoro, Cesare Zanetti venne a mancare lasciando un grande vuoto. Dopo un momento di sbandamento il “GAL” riprese poi, fortunatamente, a portare in scena altre opere fra le quali mi piace ricordare «Harvey» di Mary Chase nella quale interpretavo la parte che sul grande schermo fu di James Stewart. Abbandonato il “GAL” per divergenze di carattere artistico ho iniziato una nuova avventura con la Compagnia “Erminevo” con cui sto portando in scena «Un ora di tranquillità» e con altre compagnie fra le quali mi piace ricordare la compagnia di Gianni Calabrese con «Cena tra amici» di M. Delaporte e A.de la Patellière con Luisa Cacciola,Annamaria Perini, Gianni Calabrese e Valerio Busseni.

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Commedia o dramma? Se dovessi scegliere un solo genere, cosa faresti? E perché?

Commedia e dramma hanno entrambi il loro fascino interpretativo. La Commedia mi piace soprattutto quando si sorride, non mi piace certamente la commedia ridanciana. Il Dramma, soprattutto  se ben costruito e ben narrato è in testa alle mie preferenze, lo sento più vicino alle mie corde. Anche il Teatro della Parola, alla Paolini, per intenderci, è sicuramente fra i miei preferiti.

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Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene, Dario Fo o Gigi Proietti?

I cinque mostri sacri – cinque del teatro italiano… mi piacerebbe assomigliare un poco ad ognuno di loro, anche se, a mio parere, in tutti loro c’è un difetto che è quello di fagocitare il personaggio, mentre il personaggio, sempre a mio modestissimo avviso, dovrebbe essere servito in toto svestendosi della propria personalità ed utilizzando se stessi solo come strumento per portarlo in scena.

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Si dice: «Molto meglio un rimorso che un rimpianto»… a costo di sembrarti indiscreto ti chiedo (limitandomi alla tua storia di attore) di ricordarmi un episodio sia della prima che della seconda specie.

Rimorsi no, nessuno. Rimpianto forse quello, inevitabile per la mia generazione, di non essere andato a Milano a studiare recitazione: era l’unica possibilità per progredire, non c’erano alternative come invece ora, quando solo a Brescia, solo per fare un esempio, ci sono almeno una decina di scuole di Teatro di buono e medio livello. Se non ho potuto studiare la tecnica nelle sedi competenti, la colpa è solo mia in quanto la mia famiglia non mi aveva precluso questa possibilità. Se il sentimento c’è, il talento non sta a me giudicarlo, non avere affinato fino in fondo la tecnica, resta l’unico, grande rimpianto.

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Cosa rappresenta “recitare” nella tua vita di tutti i giorni?

Questa è indubbiamente una bella domanda e merita una risposta meditata e sentita, anche se coincisa: “recitare” è la parte più importante della mia vita personale. “Recitare” è la mia psicoterapia personale, è quello che mi permette di scaricare le tensioni quotidiane, di essere Dottor Jeckill e Mr. Hyde, insomma di essere quello che non sono nella vita di tutti i giorni, ma che è latente dentro di me.

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Se dovessi suggerire a un giovane che solo adesso comincia a intraprendere la via dello spettacolo, anche sulla base delle tue esperienze personali, quali sarebbero i primi consigli che ti sentiresti di rivolgergli? Quali errori lo inviteresti a non ripetere?

Visto che quando ho iniziato io l’unica soluzione per avere una preparazione tecnica era andare a Milano, posso solo consigliare di cercare di prepararsi tecnicamente e di studiare moltissimo dalla dizione, alle tecniche di recitazione, alla mimica che se unite al talento possono dare i risultati desiderati. Consiglierei di non lasciarsi affascinare da proposte troppo esaltanti, ma di verificare che ci sia qualcosa oltre e non solo promesse, ma, nello stesso tempo, non lasciarsi sfuggire le occasioni, insomma fare affidamento un po’ al cosiddetto fattore “c“.

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Cosa c’è nel prossimo futuro artistico di Massimo Pedrotti?

Per il futuro ho in cantiere delle riprese di lavori fatti sia con la Compagnia Erminevo sia con il Collettivo Zazie di Biagio Vinella. Ma soprattutto il lavoro che stiamo preparando con l’amico regista Mario Mirelli e la bravissima Chiara Pizzatti, lavoro scritto dall’amico Patrizio Pacioni romanaccio verace, ma bresciano d’adozione, vincitore di molti premi letterari anche in campo teatrale: un dramma imperniato su di un tragico fatto avvenuto trentasei anni or sono in provincia e precisamente a Rivoltella del Garda. È  un lavoro, a mio giudizio, scritto molto bene e che potrà avere grande presa sul pubblico, sperando di essere all’altezza per rendere tutte le sfumature richieste dal personaggio. Se poi i lettori che hanno avuto la bontà di leggere questa intervista fino qui ne vogliono sapere di più… l’appuntamento è in Teatro.

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Ecco, mi piace chiudere così, con l’immagine suggestiva di Massimo Pedrotti, che in «Marzia e il Salumiere» interpreterà il personaggio più inquietante, ripreso accanto al drammaturgo che ne è l’autore, Patrizio Pacioni.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (125) – Dietro la maschera… il Teatro

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Proseguono i giorni di intensa attività informativa e promozionale che segnano tradizionalmente l’avvio della nuova stagione di un Teatro che, si è detto e ripetuto, giorno dopo giorno trova in Brescia una sede sempre più accogliente, ricettiva e feconda.  Questa volta l’ incontro stampa convocato in Loggia è stato dedicato al prossimo avvio del Festival di Commedia dell’arte, giunto alla undicesima edizione.

Apre la conferenza il vicesindaco e assessore alla Cultura, creatività e innovazione Laura Castelletti, che porge i saluti di rito e valorizza l’offerta ormai tradizionale del CUT.

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«Siamo abituati a incontrarci con la stampa in  primavera e in autunno, ritrovandoci  ogni volta a spiegare i motivi e i fini dell’ impegno dell’ Università Cattolica in questa iniziativa. Ogni volta, però, c’è qualcosa di nuovo da raccontare»  rimarca Giovanni Panzeri, direttore di Sede dell’ Università Cattolica. «Questa manifestazione, che tra le novità presenta quest’anno la mostra al Vanvitelliano di cui si parlerà più avanti, è il frutto della collaborazione con il CTB  (insostituibile collaboratore tecnico), e il CUT, con il sostegno, per sostenere costi che si cerca di mantenere sempre sostenibili, della Fondazione Brescia Musei e dei vari sponsor. Per quanto riguarda l’Università Cattolica, che qui rappresento, il contributo, oltre che economico, è anche e soprattutto di carattere culturale.

Entrando nel merito, M. Candida Toaldo, direttore artistico del CUT, rivela che il tema del Festival sarà l’approfondimento del significato e della potenza espressiva della “maschera” che giudica il simbolo del Teatro in quanto tale. 
«Il percorso è articolato in tre passaggi. Il primo La maschera e il viaggio avrà al centro la figura di Zanni (futuro Arlecchino) furbo e vorace, in eterno peregrinare. Itinerari Teatrali sarà incentrato sull’arte del recitare e sulla pratica del mimo, conducendo, a fine percorso, alla Primavera in Castello, dove gli attori condurranno il pubblico, ricordando e valorizzando le antiche maschere bresciane».

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Sono le giovani attrici Chiara Pizzatti e Maria Angela Sagona che si assumono l’incarico di spiegare nel dettaglio i singoli spettacoli e gli eventi che si succederanno nel corso del Festival.

«Il mio intervento alla mostra realizzata grazie alla disponibilità della famiglia Sartori, che da molto tempo tramanda la tradizione di creatori di maschere teatrali,  si realizzerà nel racconto intitolato Il naufragio,  una vicenda realmente accaduta nel corso di una tournée dello spettacolo Arlecchino servitore di due padroni in cui protagonista è  la maschera di Pantalone»  dice l’attore Giorgio Bongiovanni. «Spunto colto per parlare di teatro e di tutto ciò che c’è intorno, con al centro la maschera. Una storia di incredibile attualità, avvenuta nel 2005, che richiama vicende contemporanee di profughi di questi ultimi mesi».

Gian Mario Bandera, direttore del CTB, sottolinea con la giusta enfasi come questa collaborazione pluriennale con il CUT sia di arricchimento reciproco che consente a entrambi di intercettare aspetti circostanze e pubblico alternativi. Attività svolta all’interno di quella parte di operatività del CTB mirata all’apertura alle realtà che rendono vivo il tessuto della Città di Brescia .

«Faccio presente, non senza un certo compiacimento, di essere stato condiscepolo di  Mons. Verzelletti, attivo con la sua opera missionaria in Brasile, dove ha dato avvio a una Scuola delle arti visive e della musica » ricorda  Mons.  Gabriele Filippini, rettore  del Seminario di Brescia. «Incontrando qualche difficoltà nell’avviare anche corsi per il teatro, ha chiesto aiuto al CUT, che ha aderito immediatamente nella persona di Giorgio Palazzo, che ha avviato prima di quanto non fosse prevedibile le lezioni, sia per i giovani che per gli adulti».

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Paola Pizzi Sartori, direttrice del Museo della maschera Sartori, illustra con grande  partecipazione emotiva, contenuti e temi della Mostra, realizzata grazie anche alla collaborazione di Sara Sartori e Laura Pedretto «dedicata, attraverso i moderni  Zanni, a ogni tipo di viaggio, compresi quelli (forzati) degli emarginati, dei nuovi diseredati.

Chiude l’incontro Candida Toaldo invitando tutti a riflettere su come, se si dovessero allentare la vigilanza e l’impegno, certe oscure situazioni e certi terribili accadimenti del passato potrebbero ripetersi anche ai giorni nostri

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Stavolta Godot arriva davvero, ma non trova nessuno

Il teatro che rappresenta e recita il teatro non è una novità, ma sempre (o quasi sempre) ne scaturisce una sfida intrigante.

Il miglior risultato, in simili casi, scaturisce quando sono gli attori stessi a immedesimarsi e a divertirsi in questo gioco di specchi da palcoscenico. Cosa che, a mio avviso, è accaduto ieri sera, allorché al Teatro Santa Chiara di Brescia, è andata in scena Sapiens, pièce liberamente tratta e adattata dal testo Frammenti di un mosaico spezzato di Edy Lanza, in cui si narra appunto delle prove di uno spettacolo che i commedianti decidono di portare avanti da soli in attesa dell’arrivo della regista.

Situazione ideale per permettere alla natura autentica, alle reali pulsioni che ciascuno di essi si porta dentro, di fuoriuscire, interagendo in modo conflittuale con quelle degli altri.

Desideri, frustrazioni, aspirazioni vere o presunte, soprattutto contraddizioni e ripiegamenti egocentrici quanto egoisti che solo per un attimo vengono messi in  discussione dall’inatteso arrivo in teatro di una donna che, con il suo bambino, incarna in sé ogni tipo di coercizione, di discriminazione e di abuso.

Ma è solo un attimo, appunto, dopo di che lo spettacolo che i giovani attori vogliono mettere in scena, sì, ma con un’adesione al testo soltanto epidermica, incapaci come sono di introiettarne l’autentico messaggio sociale, torna a distrarli, a inebriarli del niente di vite vissute (consumate) con la superficialità di una chat globale, di un reality o di un talk show: insapore, inodore, dunque indolore.

Così si perde l’occasione di conferire valore alle esistenze, così si smarrisce per sempre il senso del reale, dell’equo e del giusto.

Cosicché, quando arriva Godot (la regista), che questa volta arriva davvero, altro non può trovare che macerie umane, vuoti esistenziali, la carcassa ormai fredda di uno spettacolo che non andrà mai in scena.

Dell’energia e dell’entusiasmo con cui si spendono gli attori del CUT La Stanza abbiamo già detto.

Scarna ma efficacissima la scenografia “povera”.

Attenta la regia.

Quanto al testo, la prima parte dello spettacolo risulta a mio avviso alquanto didascalica, farcita di dialoghi e monologhi che non possono non richiamare allo spettatore più attento atmosfere di un’avanguardia che, essendo databile per toni e temi agli anni settanta, ora si palesa piuttosto retrò.

L’apparizione inattesa della ragazza extracomunitaria minacciata dal suo uomo, unitamente allo scimmiottare dei vizi da over-connessione e di certe trasmissioni tv mirate alla sistematica narcosi del pensiero, costituiscono il colpo d’ala necessario e sufficiente a risvegliare l’attenzione degli spettatori e a rialzare il grado di godibilità di uno spettacolo che, al tirare delle somme, riscuote dal numeroso pubblico un’adeguata dose di consenso e di applausi.

Un’ultima considerazione “a margine”: tra il pubblico, numerosissimi, giovani attori e attrici, appassionati di teatro e addetti ai lavori, che hanno creato una singolare e stimolante atmosfera anche al di qua del palcoscenico. A dimostrazione che a Brescia esiste un humus fecondo alla nascita e alla crescita di un movimento di prosa degno del massimo rispetto, che l’azione del CTB sollecita e favorisce in modo evidente.

Forza,  “ragazzi”: continuiamo così.

 

Spettacolo teatrale tratto da

“Frammenti di un mosaico spezzato” di Edy Lanza

rielaborazione e regia Antonio PaLazzo
consulenza artistica Ippolita Faedo, Elena Serra e M. Candida Toaldo 
interpreti Edona Cekerku, NicoLa Conti, Monica Minoni, Luca Muschio,Renato Olivari Tinti, Marco Passarello, Maria Angela Sagona e Chiara Pizzatti
luci Sergio Martinelli 
costumi Federico Ghidelli 
progetto audio Giuseppe Salemi
collaborazione tecnica Fausto Loda, Luca Lussignoli e Chiara Pizzatti
direzione artistica Maria Candida Toaldo

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.