Lucilla si fa bionda anche l’anima e racconta Marylin

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Il personaggio:

Marilyn Monroe è lo pseudonimo di Norma Jeane Mortenson Baker Monroe. L’attrice nacque il 1 giugno 1926 a Los Angeles e si sposò tre volte: dal 1942 al 1946 con il vicino di casa James Dougherty, dal 1955 al 1956 con il campione di baseball Joe Di Maggio, dal 1956 al 1961 con lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller.

Deceduta il 5 agosto 1962 a Brentwood per intossicazione da barbiturici.

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Fimografia:

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Lo spettacolo:

Al Teatro Sociale di Brescia, Lucilla Giagnoni torna sul luogo (anzi sul monologo) del delitto, riprendendo, a distanza di quasi undici anni lo spettacolo andato in scena il 20 maggio  al Teatro Giuditta Pasta di Saronno.

«Non c’è stato bisogno di cambiare molto, da allora» ci dice la regista Michela Marelli

«Quasi nulla, direi. Mi viene in mente l’aggiunta dell’auto-riferimento al Mostro della Laguna Nera rivisitato da Benicio del Toro ne La forma dell’acqua…»  aggiunge.

Più che la storia di una donna e della sua misteriosa morte, alle cui ancora incerte cause si fa pure cenno attraverso una brevissima parentesi da crime-story, Marylin – attrice allo stato puro, attraverso una “fiaba tragica”, ricorda la nascita di una rivoluzionaria interpretazione della femminilità, di un mito onirico partito a livello personale e diventato collettivo e universale.

All’inizio dello spettacolo, Lucilla-Marylin esce lentamente dal buio, con il suo delirio di onnipotenza («Uscirò dall’ombra e scintillerò come se fossi fatta di luce»  dichiara l’attrice) e le sue molte e devastanti insicurezze (non ascolta Ella Fitzgerald per non paragonarsi con tanta grandezza, che la schiaccia) intessute di ansie e paura di sbagliare.

Poi ride, si danna, scherza e si compiange. E canta, due cavalli di battaglia di MM, prima I wanna be loved by you, poi Bye bye baby, con grande pulizia e suggestione, devo dire. È, ancora una volta, diversa da sé e sorprendente e discorsiva, in continuo dialogo diretto con il pubblico.  È ironica e autoironica, come quando, senza rete, paragona le sue “misure” a quelle di Marylin. «Al di là delle differenze fisiche e di età» -dice- «io e Marylin siamo entrambe fatte di pezzi rotti, come, a ben vedere, è fatto ogni attore».

Introietta ed elabora in profondità, Lucilla, e riversa nello spettacolo i sogni e le fobie della Monroe, le fantasie spesso scambiate per realtà. L’amara consapevolezza di Marylin di scoprirsi pin-up, letteralmente “appesa su”, come un manifesto appeso nel retro degli uffici, nella camere degli scapoli, sulle pareti dei barber-shop e nelle cabine dei camionisti.

Scorre via, intenso e piacevole, lo spettacolo, fino al convinto e prolungato applauso finale.

«C’è o ci potrà mai essere una nuova Marylin?» chiedo, dopo lo spettacolo.

«Assolutamente no» risponde convinta Lucilla.

«Marylin è unica e destinata a rimanere tale. È la reincarnazione di Edipo, il frutto di un’infanzia e di un’adolescenza intrisa di disperazione e irriquietezza, di cui lei prende consapevolezza, arrivando a un irreversibile squilibrio».

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«Com’è nata questa impresa?» domando ancora.

«Ti dico solo che ho impiegato cinque anni a convincere Lucilla a riprenderla» interviene Michela Marelli.

«Il sublime è difficile da portare in scena» ammette la Giagnoni.

«Entrare nell’anima di Marylin, per raccontarne la storia, mi ha permesso/costretto l’accesso a posti nascosti di me».

Ed è proprio questo, a ben vedere, il “dono”, meraviglioso ma a volte anche molto insidioso, di chi fa teatro e lo fa bene, come Lucilla Giagnoni

Gli interventi musicali sono di Paolo Pizzimenti.

Scene e luci, essenziali ma di grande suggestione, curate da Alessandro Bigatti e da Andrea e Massimo Violato.

Gli abiti di scena, insieme alla magistrale capacità d’immedesimazione dell’attrice, “monroizzano” in giusta misura narrazione e spettatori.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (95) – Tra Arte e Letteratura, le meraviglie di Vicolo delle Stelle

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Dell’opera di Giuseppe Raspanti «Il treno di Ignazio» si era già occupato su questo blog, nella rubrica Ex Libris, l’amico conosciuto come Il Lettore.

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Per la recensione vi rimando dunque a questo articolo:

Ex libris (16) – Il «pick and roll» di Raspanti

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Dopo un saluto al numeroso pubblico accorso in Vicolo delle Stelle, Massimo Tedeschi (da un anno Presidente Associazione Artisti Bresciani. Ospite dell’evento)  tratteggia con sintetiche pennellate (non trovo termine migliore, considerata la location)  alcuni aspetti del libro presentato.

«L’Autore, come il protagonista Ignazio, si rivela condottiero di eserciti di ricordi, capace di evocare immagini attraverso le parole» è l’esordio.

«Restano impressi nella mia mente e nella mia immaginazione il simbolico, ineluttabile ripetersi  della torrida cont’rora estiva, accesa dallo scirocco, quelle “minacce travestite da consigli”, una filosofia vita intessuta di rancori e cose da aggiustare».

E, tra tutto il resto, i bambini che venivano portati a veder passare i treni in attesa di salire sul treno che avrebbe cambiato le loro vite, la persistente presenza invasiva dei morti nelle case e nelle esistenze dei vivi.

«In qualche modo L’Autore, che molto si è impegnato nel mettere così mirabilmente le parole giuste, faticherà a staccarsi dal libro e dal suo alter ego Ignazio» dice il giornalista ed editore Tino Bino.

«Si arriva alla fine dei suoi racconti realizzando che in quel che si è letto, oltre che ciò che si è capito, c’è molto ancora da capire» aggiunge, passando in rassegna alcuni tra i più grandi narratori moderni anglosassoni,  come Salinger e la Rowling. 

«In questo libro, si riconosce una singolare scoperta e la valorizzazione della fragilità che, paradossalmente diventa un valore forte» è l’arguta conclusione.

«Io non vorrei mai congedare ciò che sto scrivendo, e non lo lascerei andare, se non ci fosse un editore impaziente di strapparmelo» conferma Raspanti.

«E questo libro in particolare è inquieto, liquido, simile a quella torrida e afosa contr’ora che ha citato all’inizio Tedeschi. Un intervallo di tempo in cui altro non si può fare se non un nulla… pieno di straordinari contenuti».

A scandire l’evento le letture scelte, di cui si fa carico la voce profonda e ben modulata di Bruno Noris.

Qui, però, finisce solo la prima metà di questo articolo.

Perché resta ancora da riferire della splendida “personale”  del Maestro Carlo Pescatore, i cui straordinari quadri erano esposti sulle pareti della sala.

 

Nato a Brescia nel 1932, insegna Tecnica dell’incisione calcografica all’Accademia di Belle Arti di Santa Giulia. La sua pittura è caratterizzata da cicli all’interno dei quali viene sviluppato il tema della ricerca figurativa, non disgiunta da ricerche formali collegati a movimenti artistici e alle esperienze della modernità e della contemporaneità.

Nell’opuscolo di presentazione della mostra intitolata “Furtivi sguardi su dipinte tele”, arricchito da un  racconto scritto dallo stesso artista e tratto dalla raccolta “È tutta colpa di Modì” (Serra Tarantola 2014), Massimo Tedeschi scrive:

«… Pescatori è, tra le molte cose, una delle memorie più lucide del Novecento artistico bresciano: un figlio d’arte, visto che il papà Mario è stato –nella propria epoca-  il più grande restauratore di affreschi nella Provincia»

Insomma un riuscitissimo connubio tra pittura e letteratura, in un ambiente elegante quanto accogliente. Spero che a Brescia, come altrove, se ne ripetano tanti così.

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    Bonera.2

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Goodmorning Brescia (93) – Danzare in città? Si può!

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Patrizia Biosa inizia da giovanissima la sua formazione in vari stili di danza, dalla jazz al tip tap al caraibico, concentrandosi in un lunghissimo percorso nelle danze orientali, sviluppandone l’aspetto più profondo ed energetico ; nel contempo approfondisce l’espressione teatrale, il teatro danza, il rapporto tra movimento, psiche e spiritualità, elaborandone uno stile personale che trasmette con spettacoli di sua produzione e  corsi a tutte le fasce di età.

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L’ho intervistata per conoscere qualcosa di più della sua attività e della situazione della danza per i bresciani, sia in qualità di spettatori che di protagonisti attivi.

 

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Danza e musica, ma non solo. Anche letture, letteratura, nel Tuo porti nei confronti del pubblico. Cosa possono fare le parole per la musica (e viceversa), secondo Te?

Amo il teatro, le parole possono essere musica da interpretare col movimento danzante… e la musica vibrare come parole .

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I bresciani sono gente solida, che guarda al concreto. In che rapporto è la Città con una disciplina, come la Danza, che, per sua natura, implica più spiritualità e grazia che razionalità?

Le iniziative sulla danza in città sono sempre più numerose rispetto a una volta, spero che questo incuriosisca sempre di più il pubblico bresciano.

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Ami la danza in quanto tale, ma , a quanto sembra, guardi molto… a Oriente. Curiosità per temi esotici, scoperta di una cultura “altra”, ricerca di una spiritualità diversa… o cosa?

Insegno danza orientale a Brescia e in nord Italia dal 2000 e sono sempre stata affascinata da questa disciplina, portando avanti in parallelo l’approfondimento del teatro danza e danza emozionale

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Insegni danza a bambini e anziani e, per tutte le età, danza emozionale. Quali sono le diversità di approccio (da parte tua) e ricezione (da parte loro) dei singoli cluster?

In questi anni sto sempre più rendendomi conto che l’energia della danza è già   insita nei bambini, e negli anziani è presente un movimento danzante che attende di essere risvegliato…

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Cosa rappresenta realmente la danza, nella vita quotidiana di Patrizia e nel segreto della sua anima?

Domanda troppo impegnativa… 🙂 Sono anche counsellor  e per me la danza è inscindibile dalle emozioni…

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Progetti in corso e … futuro prossimo venturo.

Da una parte due spettacoli che ho creato nei quali credo molto: La Sacralità di Gaia,   letture, video e danza emozionale sulla magnificenza di MadreTerra e l’urgenza di salvarla (spettacolo scelto per l apertura del Festival della.Carta della terra di Fondazione Cogeme nel settembre 2017)

E Inno all’Amore su brani di K. Gibran e N. Ickmet, inserito nella rassegna teatrale 2018 del Piccolo Teatro Libero di S.Polino.

Entrambi con l’attrice Elena Bettinetti (nella Sacralita di Gaia i testi sono scelti da lei).

Mentre per la danza orientale ho creato l’evento Cafè Oriental una domenica al mese al Caffè Letterario Primo Piano per dare la possibilità a tutte le danzatrici di esibirsi in un contesto “protetto”

Per quanto riguarda il futuro, invece, chissà… work in progress!

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   Bonera.2

 

 

 

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Goodmorning Brescia (92) – In nome della tradizione, intonati… come campane.

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Avete presente quel parente, vicino o lontano, che critica sempre tutto e tutti? Ce n’è sempre almeno uno in ogni famiglia, che sia uno zio, una cugina, un nipote, poco conta. Sì, quello che, se per caso ti azzardi a canticchiare un motivetto, immancabilmente, se n’esce con un 《Ma stai zitto! Non lo senti che sei stonato come una campana》.

Beh, io ce l’ho. Anzi, ce l’ho avuto. Peccato che non appartenga più a questo mondo, oltre che per il profondo affetto che a lui mi legava, perché, dopo avere assistito questo pomeriggio alla conferenza organizzata dalla FCB nel Salone Mario Piazza dell’antico palazzo di Vicolo San Giuseppe, avrei potuto rispondergli, accompagnando le parole con un beffardo marameo:

No, che non mi taccio, perché le campane non sono mica stonate!

E adesso vi spiego perché.

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Apre gli interventi Luca Fiocchi, Presidente della Federazione Campanari Bergamaschi.
Dopo un periodo di elettrificazione esasperata, tale da depauperare gravemente il patrimonio campanario nazionale, da circa venti anni si è registrato un ritorno d’interesse per le campane suonate a corda. Ciò ha portato, come prima conseguenza, l’invecchiamento anagrafico e la diminuzione numerica dei campanari, una categoria di artisti, artigiani e quant’altro, che non s’improvvisa da un momento all’altro》.

Per provvedere al necessario rinnovamento generazionale, spiega Fiocchi, si è lavorato per gruppi, cercando di valorizzare una pratica che si avvale di un antichissimo strumento capace di viaggiare nel tempo e nello spazio, e che consente ai propri adepti di avere una visione del mondo diversa e più lungimirante, dall’alto dei campanili.

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Ciò che ci siamo premurati di fare, prima di ogni altra cosa, è stato di porre l’accento sul fatto che anche i giovani possono appassionarsi a questa disciplina. E debbo dire che la cosa ha funzionato, visto che molti sono stati i giovani (e anche i giovanissimi) che hanno risposto all’appello di spontanea volontà, con grande entusiasmo, e che sono tuttora tra i circa duecento nostri attuali associati》.

Interviene poi Massimo Ziliani (costruttore restauratore e suonatore di campane), che parla delle campanine contenute nella cosiddetta “cassetta del campanaro”.

Si tratta di strumenti nati per effettuare le esercitazioni, che hanno acquisito, con il trascorrere del tempo, maggiore dignità e importanza, fino a divenire protagonisti di autentici concerti》 spiega.

Fino agli anni sessanta, per motivi essenzialmente di economia, le campanine sono state realizzate soprattutto in vetro. Dopo di che, per altrettanto valide ragioni di praticità e resistenza, si è cominciato a realizzarli (sempre con un procedimento artigiano/casalingo in metalli come l’acciaio e l’ottone. C’è un repertoro di circa mille brani musicali, tramandati oralmente di generazione in generazione, che solo recentemente si è cominciato a riportare su spartito

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Alla fine dice la sua anche il piccolo Davide Zanella (studente di prima media)  che  descrive con grande fervore e con rimarchevole proprietà di linguaggio,  la propria esperienza di apprendista campanaro, 
Ho scoperto e approfondito le meccaniche di gruppo proprio attraverso le campanine》 confessa candidamente.

E se trovate una conclusione migliore, mandatemela con un messaggio.

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   Bonera.2

 

 

PS

Per chi volesse acquisire ulteriori, più approfondite informazioni, questo è il link:

http://www.campanaribergamaschi.net/

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Goodmorning Brescia (91) – Bucci, Sgrosso e «Ottocento»: un secolo in un’ora

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Se il ‘900 è stato definito il “Secolo Breve”, il precedente secolo, l’800 può a buona ragione definirsi il “Secolo Complesso”. denso come fu di movimenti ideologici e culturali, di impensabili progressi e invenzioni tecnologiche, di rivoluzioni ideali e politiche.

E tutto ciò, con «Ottocento», Elena Bucci e Marco Sgrosso, si ripromettono di narrarlo, in palcoscenico, in poco più di un’ora.

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«Elena e Marco sono legati a me e al CTB da legami di profonda e sperimentata amicizia» dichiara Gian Mario Bandera, aprendo gli interventi.

Ricorda poi come Ottocento sia il secondo appuntamento del ciclo “Palestra del Teatro”,  che segue i Sonetti di Shakespeare. Il terzo sarà costituito da una coproduzione con il Teatro Parenti, che vedrà protagonista Luca Micheletti.

Sottolinea poi carattere il carattere sperimentale che contraddistingue questa serie di spettacoli,  anche in tema di contaminazioni tra modalità espressive diverse.

«Tuffarsi in questo secolo importantissimo, sia sotto il profilo di progresso sociale, civile e scientifico  dell’umanità , sia per i nuovi sviluppi delle arti e della letteratura italiana e mondiale, è stata un’autentica impresa. Ci siamo trovati immersi in una quantità incredibile di testi da valutare, cercando di evitare di portare in scena una mera carrellata di spunti letterari e di creare un magma omogeneo in cui si cogliesse l’essenza del secolo» sottolinea Marco Sgrosso.

«Dalla scelta di autori eterogenei, vissuti e operativi nel corso di tutto il secolo, è nato lo spettacolo di tanti spettacoli possibili, un canto dedicato all’800: in certi casi abbiamo afferrato i singoli brani per sintesi, i altro abbiamo preferito cammei simili a istantanee di letteratura».

«Qui al CTB ci sentiamo di casa» dichiara Elena Bucci.

«Premesso questo, la frequentazione di una “Palestra” come questa può risultare al tempo stessa rischiosa e affascinante. L’ottica in cui abbiamo intrapreso questa stimolante sfida è quella, sperimentale di una nuova drammaturgia aperta che trova il proprio effettivo compimento non con la fine delle prove, ma trasformandosi, crescendo e perfezionandosi attraverso l’incontro con il pubblico, di replica in replica».

Fa poi presente che nell’immagine che campeggia nella locandina (come nelle altre scelte per promuovere lo spettacolo) si sono volute riproporre le sembianze del dagherrotipo, antico sistema di riproduzione dell’immagine che conserva alcune parti di ciò che trasmette nel tempo, cancellandone invece altre, con una casualità, ad avviso di Elena,  solo apparente e, quindi tutta da investigare e da comprendere.

«Una palestra per attori e registi, sì, ma anche per il pubblico» interviene a questo punto Marco Sgrosso.

«Gli spettatori saranno chiamati a un non agevolissimo  esercizio di comprensione e di interpretazione di frammenti letterari».

Conclude, con la consueta incisività, Elena Bucci:

«Uno dei  nostri intenti, forse il principale, è di risvegliare/stimolare l’attenzione e la curiosità  degli spettatori, sia sulle vicende, le tendenze e i personaggi che hanno percorso l’intero 19° secolo, sia su singole opere e singoli autori che, mi auguro, chi assiste al nostro spettacolo sarà spinto a ricercare e recuperare».

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(la foto di Elena Bucci e Marco Sgrosso è stata scattata da Aleksandra Pawloff)

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DAL 12 AL 22 APRILE 2018

TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI

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  Bonera.2

 

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Chi lo dice che vincono sempre i Bianchi?

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L’autore dell’opera di turno in «Teatro Aperto» è il barbuto Francesco Bianchi, laziale di origine, ma con una spiccata attitudine a una mobilità territoriale di tipo formativo-artistico, attualmente drammaturgo presso la Fondazione Teatro Due di Parma.

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«L’idea di scrivere Europa, pur non raccontandone la vicenda, è stata ispirata dal massacro del Bataclan», spiega prima dell’inizio della lettura scenica.

Otto sono i personaggi che compaiono in scena: i pezzi degli scacchi al completo (fatta eccezione per uno dei cavalli che, peraltro, farà una rapidissima apparizione più tardi) e un pedone, in qualità di rappresentante  dei sette fratelli-compagni di squadra.

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È la squadra dei Bianchi, di scena, raccontata nella fase di preparazione all’ennesima partita. Nella compagine si ravvisa, senza troppe difficoltà, l’opulento quanto pigro Occidente, reso altezzoso e certo della vittoria sui vituperati Neri, reietti del Terzo Mondo. E proprio sulla similitudine tra la partita che si gioca sulla scacchiera e ciò che accade nella politica e nelle strategie della vita reale, è basata l’idea all’origine del dramma.

Ciò che trapela dalla lettura scenica (alla quale, peraltro, gli attori/lettori impegnati conferiscono un più che positivo contributo in termini di impegno e di qualità d’interpretazione) è l’impressione di un testo ben scritto, che rivela una solida preparazione drammaturgica, ma fin troppo statico. Composto e strutturato in maniera cerebrale, attraverso una identificazione tra uomini e pezzi che in certi passaggi appare alquanto forzata, denota una scarsa partecipazione emotiva che, inevitabilmente, finisce per trasmettersi anche agli spettatori.

Anche sull’originalità dei contenuti, poi, ci sarebbe da discutere. Innanzitutto, dare per ineluttabile e scontata la sconfitta dell’Occidente, appare una premessa, se non azzardata, alquanto affrettata: nella realtà, come nel gioco, non basta uno o più “sacrifici” di questo o quel pezzo, per quanto clamorosi, per aggiudicarsi effettivamente la partita. Non si tiene inoltre nel minimo conto la presenza di un altro importante player, costituito dalla Cina, non più comunista e non ancora ortodossamente capitalista, capace di influenzare con la propria straripante potenza, economica oltre che demografica, gli esiti della partita mondiale, anche dal punto di vista culturale.

Altrettanto può dirsi per la reiterazione del postulato auto-flagellante consistente nella teoria che i veri mostri sono coloro che, a torto o a ragione, sostengono i valori e le teorie del nostro Sistema che, pur nell’inevitabile sovrabbondanza di errori e orrori, si è sino a questo momento dimostrato “meno peggiore” degli altri. Ne deriva che, su tale premessa, i massacratori di persone (non di sistemi, si badi bene) che rendono insicure strade e piazze delle nostre città, diventino semplicemente “compagni che sbagliano”, ricavando da ciò, se non una piena assoluzione, l’accumularsi di un gran numero di attenuanti.

Didascalico il finale, in cui il messaggio che fin dall’inizio si intende scopertamente veicolare, viene declinato senza sorprese: scoppia la rivolta dei pedoni-soldati-popolo-vittime sacrificali del Potere e a nulla valgono i tardivi ripensamenti e le strumentali blandizie di un apparato a quel punto terrorizzato dal più oscuro dei futuri.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (89) – C’è chi ama Brescia… e chi “anche no”

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È di una sgradevole vicenda, avvenuta recentemente in Rete e, più precisamente nel complesso mondo facebook che oggi voglio parlare. Niente di clamoroso, s’intende: solo una piccola grettezza da paese. Mi riferisco alla cancellazione di autorità da parte di uno dei “profili di comunità bresciana” di Patrizio Pacioni, conduttore di questo blog, colpevole di avere diffuso alcuni articoli tratti da questa mia rubrica.

Intanto non nominerò il nome della community (fatta di bravissime persone innamorate della propria città) né della sua amministratrice (invero piuttosto arrogante e poco elastica), lasciando a Voi avanzare ipotesi che, da parte mia, non saranno mai né confermate né smentite.  Sottolineo subito, a scanso di ogni equivoco, che non si tratta di «Io amo Brescia perché»  che, come l’altra, è sostenuta e seguita da migliaia di bresciani di nascita e di adozione ma che, a differenza dall’altra, fruisce di un amministratore molto più riflessivo e molto meno impulsivo.

Dopo essersi stato espulso, senza alcun preavviso, Patrizio ha inoltrato nuovamente la richiesta di iscrizione, curando nel frattempo di chiedere quali motivazioni ci fossero alla base di una simile decisione.

Gli è stato risposto che, segnalando brani tratti da questa rubrica d’informazione sulla città (che, a titolo assolutamente gratuito e senza alcuna forma di pubblicità né personale né di terzi, viene diffusa da anni in Rete) avrebbe violato le regole del Gruppo. Decisione assurda e del tutto immotivata, ove si pensi che, in pratica,  «Goodmorning Brescia» altro non è che una forma di narrazione a base di testi e immagini in cui si racconta quanto accade in città e si illustrano e si recensiscono iniziative (soprattutto culturali e artistiche). Tutto ciò al servizio di Brescia e dei concittadini bresciani.

Oltre a ritenere sbagliato, miope e settario un simile comportamento, mi dispiaccio del fatto che oltre 20.000 iscritti a un Gruppo che (oltre che dell’amore per Brescia) si nutre quotidianamente anche della conoscenza di quanto accade in città e dintorni, sia sottratto in modo immotivato uno strumento aggiuntivo, approfondito e (ripeto/sottolineo) assolutamente gratuito.

Ovviamente rispetto la decisione, dal punto formale assolutamente legittima, anche se del tutto ineducata e irrispettosa nelle procedure seguite, che la non nominata Amministratrice ha ritenuto di prendere nei confronti dell’amico Patrizio e di questo blog.

Mi sia consentito, però, di non condividerne  la superficialità della motivazione e la filosofia settaria che, com’è più che evidente, ne sono all’origine.

 

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   Bonera.2

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La «Pietà» di Sinisi è scultura di parole

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Per la rassegna «Teatro Aperto», serie di letture sceniche organizzata dal Centro Teatrale Bresciano, ieri sera, al Teatro Sancarlino, Elisabetta Pozzi ha letto il testo di Fabrizio Sinisi «Pietà».

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La trama:

È la storia di un incontro fatale e delle sue drammatiche conseguenze. Da un incontro occasionale con uno sconosciuto, neanche troppo coinvolgente, una giovane donna milanese guadagna un figlio e un abbandono. I primi anni trascorrono in un’apparente mancanza di problematiche derivanti dalla mancanza della figura paterna e in un’atmosfera di ingannevole tranquillità.

Con il dodicesimo compleanno del figlio Teodoro, un’improvvisa quanto inattesa esplosione di rabbia (probabile simbolo della devastante irruzione della tempesta ormonale adolescenziale) sconvolge gli schemi, dando inizio a un periodo conflituale caratterizzato dai tipici problemi dell’età: il profilo e la condotta a scuola, la frequentazione di cattive amicizie, la ricerca problematica di un’identità adulta.

E proprio quando sembra che, infine, l’abnegazione di uno spirito materno totalizzante, possa risolvere ogni problema, ecco che il caso, il destino, il fato, sconvolgono per sempre ogni certezza.

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L’Autore:

Scelgo le poche e significative parole con cui Elisabetta Pozzi: ha introdotto la serata, prima di cominciare il monologo:

«Riconosco in Fabrizio Sinisi, neo “Drammaturg” domestico scelto dal Centro Teatrale Bresciano per il prossimo triennio, innanzitutto il Poeta. Resistendo alla moda imperante di trasporre in palcoscenico come nella letteratura il linguaggio comune, Fabrizio, riconoscendo e facendo propria la misterica ritualità del Teatro, scrive con accenti lirici, riuscendo a condensare e a mettere in scena  le sue nobili frequentazioni letterarie».

Ricordo che, pochi giorni fa, è andato in scena al teatro Santa Chiara «Shakespeare/Sonetti», versione italiana e adattamento teatrale di Valter Malosti e dello stesso Fabrizio Sinisi.

Per il resto, le parole di Elisabetta Pozzi sono talmente incisive che non reputo necessario aggiungere altro.

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Il testo e lo spettacolo:

  

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«Chi è cieco dalla nascita non sa cosa gli manca, eppure avverte nostalgia» è l’ammiccante premessa.

«A 24 anni l’unica preoccupazione di una donna è che se piove, le si rovina la piega dei capelli»è la giustificazione per un comportamento immaturo e per una scelta fatale.

Poi irrompe il futuro sotto le vesti di un bel giovane impegnato al confessionale, a chiedere poco convinto perdono per peccati commessi contro la purezza. Da un amplesso frettoloso e insoddisfacente, prende le mosse e germoglia la drammatica “final destination” di una vita. Anzi di due. Anzi di tre.

Tra le cose che più colpiscono, nella stilisticamente impeccabile scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, c’è un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: il ripetuto quanto felice accostamento tra una descrizione minuziosa dei piccoli gesti e i pensieri più intimi, quelli del livello più interiore dell’anima, più prossimi alle pulsioni più istintive e profonde.

«Pietà» è un monologo dolente, in cui echeggia una Milano che non c’è più, un mondo retrò, a metà tra le canzoni di Tenco, i cantautori bretoni e l’amara e urticante ironia di Gaber, introiettati a posteriori dal giovane drammaturgo, in un’atmosfera sospesa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

«Pietà» è una autocritica al maschile, che parte dal concetto che «Una donna cerca qualcuno da, un uomo cerca qualcuna per».

«Pietà» è la dichiarazione disperata di chi ha realizzato che «Nulla è più tremendo di una vita in cui nulla succede. Dunque, qualsiasi errore, anche il peggiore, è preferibile rispetto al nulla».

«Pietà», recitato da una empatica, emozionante meravigliosa e immensa Elisabetta Pozzi, alla fine lasci un solo, grande dubbio: a chi è rivolta l’affranta e straniata narrazione? Al fato? All’uomo che, probabilmente, ancora non sa, e forse non saprà mai, come sarebbe potuta cambiare la storia della vita?

Di certo non al pubblico, che l’Autore condanna, con raffinata crudeltà, ad assistere, in un letto di spine e raffinatissime parole, in qualità di testimone mesto e impotente.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.