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Ex Libris (13) – L’impareggiabile candore di chi ha vissuto

La storia è romantica, quasi ottocentesca: una famiglia dell’aristocrazia (economica, in questo caso), una ragazza bella, trasparente ma di censo troppo basso per il fascinoso rampollo, una matriarca gelida e malvagia. Un matrimonio che non s’ha da fare, insomma, un perfido inganno, con la non lieve complicazione di un incidente che sfigura (irrimediabilmente?) la giovane artista figlia del popolo, facendo scoccare la scintilla di una perfida macchinazione contro l’Amore che però, alla fine…

In realtà quello di Salvatore Buccafusca, una vita bene spesa per il teatro, sia dietro che davanti al sipario, si rivela un romanzo di gradevole lettura snello quanto basta, con tutti i personaggi, anche quelli secondari, tratteggiati con poche ma significative pennellate di colore.

Una Maschera per vivere (Casa Editrice Serena) si rivela un tuffo nell’ingenuità e nella limpida acqua dei sentimenti più semplici e naturali, delineati con tratti netti e inequivoci; un’opera prima senza inserimento di stratosferici coefficienti di difficoltà, ma che rivela un grande equilibrio di struttura e buona appropriatezza di scrittura da parte di un  Autore che, per la lunga militanza artistica, di vita vissuta e narrata ne ha conosciuta e ne conosce più di molti altri.

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Salvo Buccafusca, oggi imprenditore da tempo è impegnato nel mondo del Teatro Sociale.  In tale ambito  si è proposto come coautore e/o curatore di testi dedicati al delicato tema  dello stragismo (con lo spettacolo Alle due i monaci tornano in convento, rappresentato in anteprima nazionale al Teatro Parioli e poi in decine di città italiane,con un riferimento specifico al ruolo dell’ala estrema dei Corleonesi nell’omicidio del Giudice Falcone) e alla complessa serie di avvenimenti che fanno pensare ai Servizi Segreti deviati. 

De La verità nell’ombra di Patrizio Pacioni (dramma incentrato sulla strage di Portella della Ginestra , sulla morte di Salvatore Giuliano e sul ruolo ambiguo di Gaspare Pisciotta) e di Diciannove + uno, sempre di Patrizio Pacioni (rivisitazione della misteriosa scomparsa  nel Mediterraneo meridionale e della  oscura morte del presidente dell’ENI, EnricoMattei, ha curato la traduzione drammaturgica.

Entrambi gli spettacoli sono stati rappresentati in anteprima presso il Teatro Golden di Roma e in molti altri Teatri e Università Italiane).

 Attore in altre rappresentazioni teatrali (La fine all’alba, Lungo le strade di GInsberg, Roma la Capitale, in cui ha interpretato il ruolo di Pippo Calò, il referente di Cosa Nostra nei rapporti con la Banda della Magliana Bazar, L’ultima canzone in cui ha incarnato il ruolo di Osvaldo Pugliese, il più grande maestro nella storia del tango).Diplomato con un corso in arti sceniche e scuola di arti drammatiche al Centro studi la Ribalta di Enrico Maria Salerno. Ha recitato con la Compagnia Stabile e con la Compagnia Horti lamiani e altre in opere di Eduardo De Filippo, di Federico Garcia Lorca e di Skakespeare .

Salvo Buccafusca è stato per molti anni, anche scenografo della Compagnia Stabile Assai, uno dei più noti gruppi di teatro sociale della scena nazionale, di cui rappresenta un sicuro storico riferimento identificativo.

Per quanto riguarda la scrittura, si è già cimentato, in passato, nella redazione di altri due saggi: “Una vita in gioco” e “Il fratello segreto” che hanno ottenuto un significativo successo di critica.

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Titolo: Una maschera per vivere

Autore: Salvatore Buccafusca

Editore: Casa Editrice Serena:

Anno: 2017

Pagine: 196

Prezzo: 15 €

ISBN: 978-88-941654-8-7

   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Ex Libris (12) – Tutti i colori del Vate

Nato su una nave in tempesta. Salvato in extremis, nel corso del più travagliato dei parti, dal proprio cordone ombelicale seriamente intenzionato a strozzarlo.

Macché.

Il tutto, secondo la spregiudicata autonarrazione del Vate, avvenuto un anno prima di quanto accaduto in realtà e sotto la costellazione dell’ «Ariete cozzante», anziché in quello (giusto) più mansueto e volubile dei Pesci.

Dunque Gabriele D’Annunzio fu un inguaribile bugiardo?

Non esattamente. Piuttosto un esagerato creativo dotato di sconfinata fantasia, al punto di ritenersi arbiter et faber non solo del presente e del futuro, ma anche sommo plasmatore del proprio passato.

Che ebbe una discreta attitudine alla musica e alla pittura, per esempio, risponde al vero, scrive Costanzo Gatta, partendo da qui per lo snello saggio sul grande Poeta pescarese visto come virtuoso della matita e del pennello.

Un lungo, suggestivo e affascinante percorso, iniziato quando, studente ginnasiale “fuori sede” al Cicognini di Prato, avido di ogni tipo di sapere ed espressività (diate matematica e filosofia a parte, s’intende!) si avvicinò con fattiva curiosità prima alla musica e alle lingue straniere, per poi approdare, con assoluta naturalezza, anche al disegno e alla pittura.

  

Il percorso “figurativo”, pur se da via secondaria, in contrapposizione con quella maestra della scrittura narrativa, poetica e drammaturgica, da quel momento in poi accompagnerà D’Annunzio per tutta o quasi tutta l’esistenza, favorendo incontri eccellenti e sinergie, estrinsecandosi in rapidi ma incisivi e rivelatori schizzi che accompagnano gli appunti, in sommari ma stimolanti progetti di mobili, in scenografie, in loghi che accompagnano con straordinaria efficacia, valorizzandoli, i motti secchi e suggestivi propri dell’Artista e dell’Uomo.

E il colore, che il Vate non ha soltanto negli occhi, ma anche nella mente che pensa, nelle parole che narrano, con una straordinaria tavolozza che Costanzo Gatta regala ai lettori del suo libro:

Biondo/Birra

Grigio / Cielo cappa di ferro

Blu / Adriatico

Rosso / Papaveri

Verde / Maiolica persiana

Turchese / Occhi della tal Marchesa

… e così via.

Un virtuosismo grafico che lo scaltro (oltre che geniale) Gabriele, usò anche come seduttivo biglietto da visita.

Sette quadri regalati a Benito Mussolini per guadagnarsi il favore del Potere e decine, forse centinaia, chissà, ad altrettante leggiadre fanciulle e piacenti signore da convincere a donare ciò che, probabilmente, avevano già una gran voglia di donare!

(continua… non è vero, Costanzo Gatta?)

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  • Titolo del Libro: Gabriele D’Annunzio pittore
  • Autore : Costanzo Gatta
  • Editore: Ianieri
  • Collana: Saggi e carteggi dannunziani
  • Anno: 2016
  • Pagine: 208
  • Prezzo: 16 €
  • ISBN-10: 8888302549

 

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Categorie: Scrittura.

Ex Libris (11) – Ma quanto è brava ‘sta Prof?

È una prof che non si limita a guardare i propri ragazzi in classe, dalla cattedra, Gigliola Magnetti.

No.

Lei scruta e cerca di interpretare i petali e le spine, i tesori e i grovigli,  delle giovani vite in cui le capita d’imbattersi nei quotidiano (a cominciare dal figlio), nei viaggi, in ogni situazione, con la curiosità creativa di chi, dovendo “lavorare” per far crescere una generazione dopo l’altra, non solo in termini di nozioni, cerca di percepire segnali dal mondo, suggerimenti utili a migliorarsi ogni giorno.

Nel bel libretto (vezzeggiativo, ispirato dalla gradevolezza e dal contenuto numero di pagine che lo compongono) “Inaspettatamente Prof! – con orgoglio, un anno tra i giovani”, Gigliola mescola e amalgama sapientemente minime ma utili nozioni di grammatica, di sintassi, di spunti di riflessione legati alla grande letteratura (grande come “I promessi sposi”, tanto per capirci) o di grandi drammaturghi (grandi come Goldoni, tanto per capirci) in un gustoso minestrone della cultura.

Non solo: a impreziosire il tutto ci sono le sue argute osservazioni su un mondo (quello degli adolescenti, appunto) talmente in continuo e tumultuoso mutamento da risultare effimero e, in quanto tale, bisognoso di check periodici e puntuali come quello effettuato in questa opera: ora strumento, domani e forse dopodomani,  in un mondo che sa cambiare dalla sera alla mattina, foto dei ricordi da mettere in cornice e da rimirare di tanto in tanto con struggente malinconia.

Finito qui?

No. In poco più di cento pagine, Gigliola riesce anche a inserire suggerimenti preziosi sia per i suoi colleghi che per i genitori, di un corretto “approccio alla gioventù”, cordiale, disponibile, franco ma mai troppo corrente. E il personale, l’introspezione, la memoria e la consapevolezza di sé, con tratti rapidi e delicati come una carezza.

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Titolo: Inaspettatamente Prof! (con orgoglio, un anno tra i giovani)

Autore: Gigliola Magnetti

Editore: Neos Edizioni

Anno: 2009

Pagine: 120

Prezzo: 15,00 €

ISBN: 978-88-95 899-46-6

 

Gigliola Magnetti è nata a Lanzo Torinese, dove risiede. Vive fra Lanzo e Bardonecchia, ma nutre una forte passione per una città del Nord Europa: Francoforte. Giornalista dal 1988, ha scritto per i quotidiani Il Sole 24 Ore e Italia Oggi.   Ha svolto l’attività giornalistica come libera professionista, ricoprendo vari incarichi di redazione ed uffici stampa nel settore economico.
Insegnante di Lettere nelle scuole superiori, nel 1994 ha esordito nella narrativa con il romanzo “Figlio di carta”, edito da Autore Libri Firenze.  Sono seguiti i romanzi “Non si cambia” del 2005, “Amare è un’isola” del 2007 e “Inaspettatamente prof!” del 2009, pubblicati da Neos edizioni.

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Categorie: Scrittura.

Con il Moai… più che una premiazione… è un presagio.

«La cultura non si vende né al metro né al chilo» disse / scrisse qualcuno e, personalmente, non posso che dichiararmi completamente d’accordo.

Di fatto, però, il mondo editoriale nazionale sembra voler fornire, giorno dopo giorno, elemento che vanno in direzione completamente opposta. Intendiamoci: che si stampi e si promuova ciò che si pensa il pubblico dei lettori possa gradire (e quindi comprare) di più non costituisce un peccato mortale. La cosa brutta, però, è che più o meno consapevolmente si cerchi di orientare i gusti dei consumatori verso un tipo di produzione letteraria costruita con lo stampino, secondo canoni rigidi che ne fanno un insipido alimento che si vorrebbe digeribile per gli stomaci di tutti.

Per fortuna, però, ci sono anche le cosiddette mosche bianche.

Iniziative editoriali che, pur nella comprensibile ottica se non di un pingue profitto almeno di una tranquilla sopravvivenza, riescono a coltivare anche una scrittura più popolare e genuina che spinge dal basso.

Case editrici, come la Serena, che si preoccupano di istituire, organizzare e portare a compimento concorsi letterari senza vincitore prefabbricato (chi ha orecchi per intendere intenda) che avvicinino per quanto possibile autori e lettori. Detto ciò, vedere con i propri occhi che la cerimonia di premiazione di un premio letterario  (intitolato in questo caso “Il mistero del Moai“) coinvolge nella festa un così grande numero di persone, convenute da ogni parte d’Italia nella più che suggestiva location dell’Antico Borgo La Commenda dei Santi Giovanni e Pittore in Selva (*) recuperata e valorizzata dall’ing. Luigi De Simone, non può che fare estremo piacere.

A introdurre e condurre l’evento, con la consueta spigliata professionalità, Barbara Telluri.

  

Serena e Raffaele D’Orazi, a nome della casa editrice, esprimono la piena soddisfazione della casa editrice, per la riuscita di questo primo concorso, sia in termini di adesioni che di qualità media degli elaborati. Poi spiegano l’origine della denominazione del concorso raccontando del Moai costruito a Vitorchiano da un gruppo di nativi dell’Isola di Pasqua che hanno costruito sul posto una scultura utilizzando il marmo peperino simile alla pietra utilizzata nella loro isola. Si dice che il Mohai porti bene… Ma guai a spostarlo dalla posizione in cui è stato posizionato!

Dopo i saluti dei qualificati membri della giuria (la professoressa Silvia Somigli, il professore  universitario Amerigo Bazzoffi e il giornalista-saggista Giuseppe Rescifina e dei numerosi e illustri ospiti arrivati da ogni parte d’Italia (compreso Patrizio Pacioni) si passa alla premiazione dei vincitori delle sezioni poesia e narrativa edita e inedita.

Insomma una grande festa di poesia, di narrativa, di cultura.

Più che una premiazione un presagio, si è detto nel titolo di questo articolo. Più che un presagio una certezza, mi correggo ora: quella che, nel prossimo anno, alla seconda edizione di questo concorso, si affiancherà qualcos’altro che non ha precedenti quanto a  concezione e struttura. Qualcos’altro che riguarda molto da vicino la nostra amata Monteselva.

Per ora non posso aggiungere altro, ma vi consiglio di seguire da vicino, da molto vicino, le pagine di questo blog: nel giro della prossima settimana, ne saprete molto ma molto di più.

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(*)   L’antico borgo “ la Commenda” dimora storica del XII secolo, è ubicato nel cuore della Tuscia, a pochi chilometri da Montefiascone e dal lago di Bolsena. 

Immersa in un parco di 5 ettari ricco di alberi secolari, ulivi e vigneti, questa prestigiosa residenza (in cui ebbero modo di soggiornare personaggi del calibro del Pontefice Paolo III, di Giulia Farnese o di alcuni membri della nobile famiglia Doria Phamphili – per non dimenticare, in tema di scrittura, Annibal Caro, sommo traduttore dell’Eneide) è il luogo più indicato per trascorrere una vacanza in pieno relax.

Per “commenda”, per chi non lo sapesse, s’intende la gestione a tempo di beni immobiliari affidata da una Congregazione Religiosa a cavalieri o alti prelati.

La chiesa e i fabbricati a essa connessi (a poco più di un chilometro di distanza dalla Francigena) la cui prima costruzione risale al 1170, funsero da rifugio e dimora a numerosissimi pellegrini in viaggio per Roma. L’antico borgo “La Commenda” , dove avrete tra l’altro occasione di gustare le squisite pietanze e il vino genuino prodotto dalla società agricola Il Marrugio ,  è anche un punto di partenza ideale per raggiungere i luoghi di interesse archeologico e artistico di cui è ricca la Tuscia.

   Valerio Vairo

Categorie: Scrittura.

Ex Libris (10) – Attila e l’elogio dell’imperfezione… in rosa

Igor Attila è un poliziotto, più precisamente un commissario,

Igor Attila sta vivendo una fase molto difficile della sua storia d’amore con Titta, maschio come e quanto lui, perché il commissario è serenamente gay.

Un connubio ormai consolidato, ma logoro, causa di pene amorose che stanno facendo lentamente di Igor Attila (etreno peter Pan restio ad assumere su di sé responsabilità “sentimentali”) un futuro alcolizzato calvados-dipendente.

Sì, proprio il calvados, un’acquavite di sidro di mela, la stessa bevanda preferita dal suo celeberrimo collega francese, Maigret.

Diverte i suoi lettori e si diverte Paolo Foschi, descrivendo gli strampalati componenti della fantomatica sezione “crimini sportivi” che fa capo alla Questura di Roma e che proprio dal commissario Attila è diretta: uomini e donne pieni di difetti, piccole manie e tic, insomma del tutto imperfetti, proprio come il loro capo.

 Si compiace, l’Autore romano (e romanista), delle bizzarre divagazioni di Attila, perennemente svagato e distratto, ma alla fine. magari con un pizzico di fortuna, sempre (o quasi sempre) capace di portare felicemente a termine le indagini che gli vengono affidate.

Dissemina le sue storie di situazioni grottesche, ma anche di dettagli intimi di vita utili a meglio mettere meglio in rilievo le caratteristiche personali dei protagonisti principali e secondari.

Si esibisce in giochi di parole (tanto per citarne uno: il pugile coreano che sul ring di una finale olimpica ha sconfitto Igor Attila, procurandogli il più grande e persistente cruccio dell’intera esistenza, si chiama Setepjo Te Kork) capaci di increspare le labbar di chi legge in un rilassato sorriso.

Si compiace, a quanto si dice di battezzare con i nomi dei propri veri amici agenti di polizia, magistrati, avvocati, assassini e vittime dei suoi romanzi.

Tutto ciò, però, mantendendo uno stile di scrittura immediato e coinvolgente e senza mai rinunciare, neanche per un attimo, a costruire e ben articolare  meccanismi narrativi complessi e conformi ai canoni della scrittura gialla.

Insomma, visto che quando si recensisce un libro, particolarmente un romanzo, qualcosa della trama bisognerà pur accennare, sappiate che il mistero al centro dell’inchiesta del commissario Attila è la morte in allenamento, proprio pochi giorni prima dell’inizio del Giro d’Italia, del campione Paolo Fallai. Se la domanda è: “Ma è morto per un banale incidente, oppure perché qualcuno… ?”,  sia chiaro che io terrò le labbra chiuse e non rivelerò nulla, neanche sotto tortura. Dunque, per scoprire la verità, non vi resta che arrivare fino all’ultima pagina di “Omicidio al giro” .

Vi garantisco che sarà una “tappa” molto gradevole da percorrere, per tutta la sua lunghezza, ovvero dalla partenza fino al traguardo.

Titolo: Omicidio al giro

Autore: Paolo Foschi

Editore: Edizioni E/O

Collana: e/originals

Anno: 2015

Pagine: 160

Prezzo: 14,50 €

ISBN: 9788866326120

 

 


Paolo Foschi, nato a Roma nel 1967, è giornalista al Corriere della Sera. Nel 2013 ha vinto il 47° Concorso letterario nazionale del Coni con il romanzo d’esordio, Delitto alle Olimpiadi, cui sono seguiti Il castigo di Attila, Il killer delle maratone e Vendetta ai Mondiali, tutti pubblicati dalle nostre Edizioni.

 

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   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Ex Libris (9) – Gabriele D’Annunzio, oltre la penna, il pennello

L’Amore suggerisce, l’Amore trasforma, l’Amore insegna.

Fu l’Amore a indurre Gabriele D’Annunzio a intraprendere la via della pittura?

Nessuno può dirlo con certezza, naturalmente, ma probabilmente sì.

Fatto sta che la prima notizia di un (allora giovane) Vate alle prese con acquarelli e tempere sembra risalire proprio a  una delle sue prime avventure sentimentali, vale a dire all’incontro con la diciassettenne Giselda Zucconi, ribattezzata Elda, figlia di un professore di lingue e lettere straniere di un collegio di Prato.

Il primo di non molti ma significativi cimenti, che bastarono a rivelare, nel grande D’Annunzio, una propensione al bello non limitata soltanto alla scrittura.

  

È proprio di questa secondaria ma non trascurabile modalità espressiva dannunzaiana che si occupa in questo saggio edito (mi sembra giusto) da una casa editrice pescarese che, ovviamente, per il grande Scrittore della città ha più di un occhio di riguardo (e una collana interamente dedicata). 

Ricco d’informazioni , di riferimenti,  di richiami storici, letterari e di costume, agile e scorrevole come sono tutte le opere di Costanzo Gatta, nessuna esclusa, è un libro che non deve mancare nella vostra libreria.

Autore:  Costanzo Gatta
Editore: Ianieri Edizioni
Genere: saggistica
Anno: 2016
Pagine: 208
Prezzo: 16 €
ISBN: 978-88-88302-54-6

Gabriele d’Annunzio non è stato soltanto un’importante figura della letteratura italiana del Novecento ma un personaggio d’indole eclettica con un carattere diverso da tutti gli altri letterati del tempo; in lui, infatti, vi era la voglia di conoscere, di godersi la vita in tutti i suoi aspetti e di dare sfogo a ogni sua passione. Oggi è conosciuto come giornalista, romanziere, poeta, drammaturgo, scenografo, politico, patriota, militare ed eroe di guerra, ma, in realtà, ebbe tant’altre passioni; si occupò, infatti, di numerosi rami dello scibile umano. Non v’è da stupirsi, quindi, se oggi, si parla anche di un D’Annunzio pittore.

(Franco Di Tizio)

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Ex Libris (8) – Eh, cara Carla: si fa presto a dire ‘900!

Di Carla, tra tante doti che le sono proprie, ce ne sono un paio che, praticamente da sempre, ho imparato ad apprezzare più delle altre: l’accurata profondità della sua critica letteraria che si combina alla perfezione con un’invidiabile e sempre frizzante elasticità mentale.

Carla Boroni conosce alla perfezione regole, canoni e parametri ma, proprio per questo, è in grado, quanto lo giudica opportuno, di andare “oltre”.

Così, già nell’intrigante introduzione di “Appunti per il mio Novecento” (opera in cui si prende in rassegna la produzione letteraria italica del ventesimo secolo) esprime l’idea non propriamente convenzionale di una (necessaria) “soggettivazione” della critica letteraria che, partendo da un’adeguata collocazione nell’epoca storica cui si riferisce, viene riletta alla luce della sensibilità e delle preferenze personali.

Si parte (in una stagione da terzo millennio, in cui il riciclo degli scarti è assurto a valore primario) a un pensoso e pensato recupero della decadenza tardo-ottocentesca come pastoso e forse scomodo, ma senz’altro fertilissimo, humus nel quale affondano le radici del secolo preso in esame.

Poi comincia il viaggio.

Dalla querelle contraddistinta da vocianti tifoserie di opposta appartenenza tra Carducci e Pascoli al superomista estetismo Dannunziano, alla produzione (solo apparentemente) indirizzata a più giovani schiere di lettori di De Amicis e Collodi, all’ “anello di passaggio” della poesia ironica e simbolista di Govoni e Gozzano grazie alla quale si compie pienamente il passaggio di secolo.

Segue la chiassosa irruzione del futurismo di Marinetti e dei suoi compagni, cui fa da contraltare la purezza poetica dell’immenso Ungaretti, dell’oscuro e tormentato Campana e di Montale, che precedono e preparano l’ermetismo perfetto del Nobel modicano Quasimodo.

Attraverso un percorso quanto mai suggestivo, nel corso del quale Carla Boroni distribuisce a piene mani riferimenti politici, di cronaca e di costume (ivi compreso uno sfiziosissimo capitolo incentrato specificamente  sul clima culturale del periodo interbellico e delle riviste letterarie che animarono il dibattito di studiosi e appassionati) si arriva  al primo approccio “lirico” al realismo, operato da Cesare Pavese, poi al neorealismo (movimento suscitato anche da una diversa consapevolezza sociale cui contribuì, di nuovo, una rivista letteraria, in questo caso “Il Politecnico”), alla tormentata produzione (frutto di tormentatissima esperienza esistenziale) di Umberto Saba.

È la Neoavanguardia a tirare la volata agli anni sessanta, divisi tra l’illusione di un boom economico senza limiti e senza termine temporale all’interno dei confini e le paure, all’esterno di una sempre più minacciosa guerra fredda tra le due superpotenze che si contendono il mondo. La poesia sembra ritirarsi, rifugiandosi allora nel personale. attraverso una poesia più domestica (Bertolucci) o un disincantato sperimentalismo (Zanzotto), se non nella più famigliare espressione dialettale.

Nella seconda parte del libro si parla dell’Italica scrittura collegata con lo sport, con la letteratura nell’epoca del trionfo della tv e con le fiabe; senza dimenticare (dedicando anzi a ciò ben due capitoli con immensa gioia per Patrizio & friends) anche al genere giallo. Personalmente immagino che tra Carla e o scrittore romano ci sarà molto da discorrere sulla definizione di “narrativa di consumo”, ma si tratta di questione di carattere puramente ideologico, assolutamente irrilevante in questa sede.

In questa seconda parte segnalo inoltre un corposo capitolo sulla tematica “famiglia”, esteso, oltre che all’aspetto puramente letterario, a una più ampia disanima delle mutazioni di costume accelerate all’inverosimile nel c.d. “secolo breve” (e in particolar modo nella sua parte discendente) e un più sintetico ma intrigantissimo accenno alla funzione e all’utilizzo del paesaggio da parte dei poeti.

Che altro dire, se non che la scelta dei tanti inserti poetici e di rosa, inseriti dall’Autrice di questo originale trattato, per quanto, inevitabilmente (ed eccoci tornati all’inizio) “soggettivizzati”, al di là delle tendenze e delle preferenze personali, risulta di grandissima efficacia illustrativa.

Da comprare, da leggere per diletto e per completamento culturale, da e tenere da parte per eventuali necessità di pronta consultazione.

Titolo: Appunti per il mio novecento

Autore: Carla Boroni

Editore: Sefer Books

Anno: 2016

Pagine: 416

Prezzo: 18,50 €

ISBN: 9788899144128

 

  

 

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Ex Libris (7) – Da “Giulia in Giallo” Alessandra Angelucci, la superprof delle parole

 
Alessandra Angelucci  è docente di Lettere, giornalista e critico d’arte. Laureata presso la Facoltà di Lettere dell’Aquila, si specializza alla Luiss di Roma in Management culturale. Collabora con il quotidiano di Teramo «La Città» – in vendita nelle edicole in allegato a «Il Resto del Carlino» e con la rivista «Exibart».  Per la Di Felice Edizioni dirige la collana d’arte Fili d’erba; collabora con la Fondazione Malvina Menegaz per le Arti e le Culture di Castelbasso. Su Radio G di Giulianova cura la rubrica d’arte Colazione da Alessandra.
 
 
«Difficile fare un’intervista a chi, le interviste, è solito farle. Naturalmente mi riferisco a Il rovescio delle lettere, il tuo libro uscito per le stampe di Di Felice Edizioni, che hai presentando, riscontrando interesse e curiosità, alla prima edizione di Giulia in Giallo – Delitti & Diletti, che si è tenuta da poco a Giulianova. Vuoi dirci qualcosa del libro?»
 
«“Il rovescio delle lettere” è un libro che nasce a seguito di diversi anni di scrittura giornalistica. Interviste e ricordi, nello specifico, già pubblicati sulle pagine di quotidiani e riviste di settore con cui collaboro (La Città, Exibart, Contemporart), senza dimenticare la voce “raccolta” in radio durante la rubrica “Colazione da Alessandra”, uno spazio dedicato all’arte che curo per RadioG Giulianova. Faccio mie le parole del professor Franco Speroni, che è autore della prefazione: «Un libro fatto di interviste può anche essere letto come fosse un racconto che emerge a tratti, in modo non prevedibile. Si può iniziare la lettura incominciando da varie parti, non necessariamente sequenziali. È il lettore che troverà una trama». E questo libro nasce effettivamente con lo scopo di conservare la memoria di chi opera nel mondo artistico e culturale, mettendo nero su bianco l’esperienza diretta di chi attraverso l’arte ha costruito il suo personale ponte di collegamento con l’alterità, il mondo esterno. Le mie interviste selezionate – ben trentasette – vogliono essere uno spunto per riflettere sull’arte contemporanea e la cultura, offrendo una prospettiva anche “rovesciata”, perché non sempre la collocazione unilineare degli eventi ci mette di fronte al quadro completo di ciò che stai osservando. A volte capovolgere le cose è utile, e direi anche divertente. Io l’ho fatto grazie agli artisti, ai critici, ai presidenti di Fondazioni, agli scrittori che ho avuto la fortuna di incontrare nel mio percorso professionale: Sgarbi, Daverio, Bonito Oliva, Edith Bruk, Omar Galliani, Luca Bigazzi…solo per citarne alcuni. L’incontro con l’altro resta la parte più bella e stimolante di questo lavoro».
 
«Da quanto mi risulta, sei molto attiva sul territorio e partecipi con impegno all’attività di una realtà editoriale come quella condotta da Valeria Di Felice. Ti chiedo di spendere qualche parola sulle prospettive di sviluppo della neonata manifestazione “Giulia in Giallo – Delitti & Diletti”, anche per come l’hai vista e vissuta Tu, e sulle prospettive dell’editoria e dello sviluppo culturale nella Tua regione.»

«Parlare di “prospettive” è davvero molto difficile in questo specifico momento storico che ci attraversa. Si ha quasi sempre la sensazione che “i conti non tornino mai”, e non parlo soltanto di meri numeri da investire, di capitali che si muvono, ma di risorse umane qualitativamente preparate che non trovano posto per esprimersi, al fine di rendere fruttuosa la loro esperienza per il nostro Paese. Questo vale per tutti i campi professionali, non soltanto per quello dell’editoria, che comunque ha molto risentito della crisi economica degli ultimi anni, portando alla rimodulazione dei grandi colossi, figuriamoci delle piccole realtà locali. Per cui ben vengano le case editrici che con impegno e onestà intellettuale selezionano e portano avanti nella nostra Regione e all’estero l’esperienza letteraria di chi affida alla parola il suo sentire. Quella di “Giulia in Giallo-Delitti & Diletti” è stata una esperienza molto bella che mi auguro possa ripetersi anche in futuro nella cittadina di Giulianova. Promuovere la lettura senza il dictat dell’imperativo credo sia il modo più intelligente per fare amare l’esperienza del viaggio che ciascun tipo di libro può offrire».

«Da tempo, pur sostenendo energicamente il valore artistico e la dignità della letteratura di puro intrattenimento, Pacioni ammette e conferma con crescente convinzione la presenza di inevitabili implicazioni “didattiche” (sia in positivo che in negativo) in ogni tipo di narrazione. Nella duplice veste di autrice e professoressa, Tu cosa pensi in proposito?»

 

«Ogni libro ci insegna qualcosa. Attraverso la lettura possiamo scoprire ciò che ci piace e cosa non gradiamo, cosa sogniamo e cosa avremmo voluto accadesse anche a noi, altre volte ci fermiamo alla prima pagina, convinti  che il seguito non ci appartenga. I libri ci dicono chi siamo e come potremmo essere e questo, secondo me, è il più grande insegnamento da continuare a divulgare in tutte le aule delle scuole. Il libro è fattivamente un’esperienza che amplifica la consapevolezza di noi stessi. La crescita vera e propria che ne segue risiede nella capacità di discernimento, propria dell’uomo. Non possiamo dimenticare, infatti, i “diritti imprescrittibili del lettore” tanto amati da Pennac: il diritto di saltare le pagine, il diritto di non finire un libro, il diritto di leggere ovunque, e anche quello di non leggere. Sì, anche quello di non leggere. E io direi che i “parolai” non vanno letti».

«Ipotizzando per un attimo (si tratta di un puro esercizio di fantasia, intendiamoci), di paragonare un libro come il Tuo a un’opera di narrativa, concepiresti le singole interviste come i racconti slegati tra loro (pur se collegati da un filo conduttore) di un’antologia o come i capitoli di un romanzo?»

«Le antologie mi disorientano. Preferisco i romanzi: per quanto lunghi e complessi nei loro intrecci, scuotono di più la mia immaginazione e la mia coscienza. Da un buon libro mi aspetto questo. Per cui sì, direi proprio che il “Rovescio delle lettere” – seguendo il gioco di pura immaginazione da te suggerito – mi piacerebbe viverlo nella riscrittura come un romanzo e, se potessi scegliere, opterei per Anna Karenina di Lev Tolstoj. È un libro che mi ha regalato l’esperienza del silenzio e del vuoto interiore».

«Inevitabile, a conclusione di un sia pur breve conversazione con un “creativo”, e in particolare con uno scrittore, una domanda in merito ai lavori/principali progetti in corso e a eventuali prossime uscite»

 

«Come direttore della Collana d’arte “Fili d’erba” della Di Felice edizioni, posso dirti che presto vedrà la luce la quarta pubblicazione firmata da un nome del panorama artistico internazionale. Sono molto orgogliosa di questo, ma non posso ancora svelare l’identità dell’autore. Per quanto riguarda i miei personali affondi nella scrittura, sono tornata alla poesia e nel 2017 ci sarà una bella novità. Chissà, forse ha davvero ragione Pennac: l’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale».

 
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Titolo: Il rovescio delle lettere
Autore: Alessandra Angelucci
Casa editrice: Di Felice Edizioni
Collana: Fili d’Erba
In copertina: dettaglio dell’omonima opera di Fabrizio Sclocchini
Pagine: 280
Prezzo: 15 €
ISBN: 978-88-97726-86-9
 
Un libro fatto di interviste può anche essere letto come fosse un racconto che emerge a tratti, in modo non prevedibile. Si può iniziare la lettura incominciando da varie parti, non necessariamente sequenziali. È il lettore che troverà una trama. L’autrice ci offre l’esperienza dell’incontro e, come in ogni dialogo, accanto all’apparente immediatezza della risposta vive la complessità di ciò che resta implicito, proprio perché non è la prossimità a rendere più evidenti i punti di vista. La prossimità amplifica il suono, non necessariamente il senso. Occorre andare nel “rovescio delle lettere”, appunto, per cercare una trama, per entrare nelle pieghe del testo e ricostruirne i processi della significanza.

(dalla prefazione di Franco Speroni)

   Il Lettore

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