Streghe: mostri… oppure dottoresse?

Più o meno, la storia è sempre la stessa: ciò che non si conosce, al tempo stesso attira e respinge, da una parte incuriosisce, dall’altra… fa paura.

E la paura, com’è noto, molto spesso si rivela un pessimo consigliere.

Così, negli anni più oscuri di un’epoca oscura quanto fu il Medioevo, in un mondo tormentato da miseria, carestie, epidemie e guerre, dunque da ogni tipo di flagelli naturali e di origine umana, primo tra tutti quello, terribile, dell’ignoranza e della superstizione, la scelta più facile era lì, a portata di mano. In un sanguinoso delirio collettivo, gran parte dei mali fu caricata sulle streghe, creature eccentriche, solite vivere ai margini di città e villaggi e della cosiddetta “società civile”.

Del resto il nome stesso di strega, derivato con ogni probabilità da stryx, un uccello notturno cui veniva attribuita l’inquietante attitudine di nutrirsi succhiando il sangue dei bambini nella culla, come un vampiro, la dice lunga su ciò che le credenze popolari finirono con l’attribuire ben presto a questa figura femminile. 
In realtà, molte di queste donne a loro modo anti-sistema, coltivavano interesse per la natura, per le erbe ed altri rimedi, sostituendosi in moltissime occasioni, nella cura di uomini e animali, ai più costosi “dottori”: a esse ci si rivolgeva per curare febbri e altri malanni, per praticare aborti e per avere consigli sulla contraccezione.

Certo, per arrotondare le entrate, di tanto in tanto ci stava pure la preparazione di qualche filtro d’amore o la messa in scena di qualche oscura “fattura”, a base di sangue di pipistrello e code di lucertola… ma questa è tutt’altra storia. 

   LO SPETTACOLO

Al Santa Chiara Mina Mezzadri in  prima nazionale, fa parte del progetto pluriennale IdentitàBs, mirato alla riscoperta e alla valorizzazione del territorio attraverso il ricorso a talentuosi teatranti nati e/o formati in loco. 

L’ambito è bresciano. Per meglio dire, la vicenda (raccontata in qualità di autore e di regista da Marco Ghelardi) si svolge in Valle Camonica, sito -ahimé- tra i più attivi d’Italia nell’individuazione, escussione e combustione delle streghe, a cavallo del 1520.

Due donne le protagoniste: Angela e Biscia, lontanissime tra loro per censo, formazione culturale ed estrazione sociale, che s’incontrano per motivi “clinici”: la prima, cittadina senza problemi economici ma affetta da una malattia anomala quanto insidiosa, refrattaria ai rimedi proposti dalla medicina tradizionale del tempo, viene infatti affidata (spes ultima dea) alle cure della seconda che, per approfittare della situazione, s’improvvisa guaritrice.

Entrambe le donne, però e ahimé, sono però “troppo avanti” per i tempi, cosicché, inevitabilmente, il loro consorzio è destinato a interrompersi ben presto. Una, la più ricca, riuscirà comunque a trovare una via d’uscita, l’altra, invece…

Venendo allo spettacolo, anticipo subito che si è rivelato un ottimo biglietto da visita per la presentazione di questa nuova stagione targata C.T.B.

Se è vero che «chi canta prega due volte», come diceva Sant’Agostino, assistendo a Curamistrega si può tranquillamente affermare che  «chi canta recita moltissime volte».

Prima di tutto perché le voci ben intonate e ben accordate tra loro di Monica Ceccardi (Biscia) e Silvia Quarantini (Angela) introducono cantando la narrazione e ne sottolineano con grazia (con ampi meriti da riconoscere alle suggestive melodie e agli effetti sonori creati da Mimosa Campironi) i passi più significativi. In secondo luogo perché, con grande versatilità e con sorprendenti credibilità ed efficacia, le due attrici impersonano, oltre ai due principali, un gran numero di personaggi complementari.

Eccellente il gioco di squadra, il loro, con la partenza spumeggiante di Monica Ceccardi (deliziosa nei movimenti di Biscia, degni dei sornioni ammiccamenti del Jack Sparrow di Johnny Depp) e l’interpretazione di Silvia Quarantini che parte piano per consolidarsi ed esprimersi al meglio (come il motore di un diesel di lusso) con la prosecuzione dello spettacolo.

Pulita, ordinata e fantasiosa la regia di Marco Gherardi (anche autore del testo) ed essenziali, ma di perfetta resa scenica, le scene e i costumi di Domenico Franchi. Eccellente, come sempre, la gestione delle luci opera dell’esperto di casa Cesare Agoni, insieme a Sergio Martinelli.

Eccellente la soluzione scelta per il finale, anche se il messaggio di speranza che si vorrebbe far passare con l’ultima canzone fatica a dirottare il senso di una storia che, nella generalità degli spettatori, mi è sembrato lasciare invece un rintocco cupo e poco incline alla speranza.

«Per me no» si canta in una canzone, allegra e spensierata solo in superficie.

«Il mio maestro è il mondo» è il ritornello dell’altra.

Ma, con il mondo che ci circonda in questo difficile momento della storia che, probabilmente, nonostante il progresso delle scienze, si sta rivelando non meno violento di quello del ‘500, nelle faville del rogo finale si fatica a intravvedere riflessi di speranza.

Perché se le cose non cambieranno, e devono cambiare al più presto, di questo mondo resterà solo grigia e sottile cenere.

Così, almeno, è arrivato a me.

La realtà, ciò che conta davvero, però, è che, quando cala il sipario, meritatissimi, prolungati e convinti, scrosciano gli applausi di tutti gli spettatori del Santa Chiara Mina Mezzadri.

E la magia stregata del Teatro si perpetua.

 

TESTO E REGIA DI MARCO GHELARDI
MUSICHE ORIGINALI ED EFFETTI SONORI MIMOSA CAMPIRONI
SCENE E COSTUMI DOMENICO FRANCHI
LUCI CESARE AGONI E SERGIO MARTINELLI
CON MONICA CECCARDI E SILVIA QUARANTINI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

 

 Brescia – Teatro  Santa Chiara Mina Mezzadri dal 22 al 24 settembre 2017 

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

I Mille mondi fantastici e interiori di Stephen King

Ovvero come in un solo romanzo, neanche il più famoso tra tanti, si possa rinvenire, concentrata, l’essenza di un grande Autore

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Alla fine credo di avere capito dove si erga, stagliandosi contro un cielo di fuoco e fulmini, la mitica Torre Nera che regge l’armonia e l’equilibrio dei mondi.

Esattamente lì, sì: nella mente (straordinaria) di Stephen King, ecco.

Lo sospettavo già da parecchio tempo (la mia frequentazione con lo Zio di Portland è ormai ultra quarantennale, essendo partita da «Carrie» del 1974) ma la prova definitiva credo di averla reperita nel corso della (ri)lettura di Uomini bassi in soprabito giallo» ripreso da «Cuori in Atlantide» (1999  – dal libro fu tratto nel 2001 l’omonimo film diretto da Scott Hicks) e compreso nella raccolta «Goes to the movies» (per l’Italia: Sperling & Kupfer Editori S.p.A. – 2009).

Nelle 289 pagine che compongono il romanzo, infatti, King riesce a dipanare, mescolandoli continuamente ma riuscendo a tenerli mirabilmente in equilibrio tra loro, tutte le tematiche e i generi letterari che più gli sono propri e cari.

  • L’orrore
  • La science fiction
  • Le angosce dell’invecchiamento e della decadenza fisica
  • I paradossi spazio-temporali
  • Le difficoltà nei rapporti generazionali
  • I problemi legati all’adolescenza, a volte drammatici
  • Le tensioni social che dilacerano il ventre degli US
  • Il bullismo
  • Il fantasy

C’è davvero del genio, in questa storia, continuamente in bilico tra il nostro mondo e il Medio-Mondo, in cui si si narra dell’incontro tra il giovanissimo Bobby-O, alle prese, nel pieno della tempesta ormonale tipica dell’età, con una madre (Liz) nevrotica e malmostosa, e l’anziano e misterioso Ted Brautigan che, suo malgrado, ma con grande impegno e incisività, si trova a rivestire per un breve ma indimenticabile lasso di tempo il ruolo di quel padre che Bob non ha mai conosciuto.

Chi è il vecchio Ted, nuovo inquilino del piano di sopra? Chi sono e da quale remoto e indicibile inferno provengono i sinistri “uomini bassi” che gli danno la caccia? Cosa sono i pacchiani veicoli dai colori improbabili sui quali si spostano, qualcosa di mostruosamente diverso rispetto a semplici automobili? Qual ‘è il vero messaggio lanciato dagli strani cartelli che cominciano ad apparire appesi qua e là nel quartiere, e delle misteriose scritte tracciate con il gesso sull’asfalto delle strade?

Una storia di paura e di suspense, certo, ma anche e soprattutto un percorso intimista nel corso del quale l’Autore pone ai propri lettori, e a se stesso, interrogativi ancora più angoscianti sulle insidie della malattia, della prevaricazione dei più forti nei confronti dei più deboli, della malattia, della decadenza fisica e morale, della violenza esercitata nei confronti delle donne, della grettezza dell’animo umano.

Insomma, qui c’è proprio  di tutto e di più, davvero.

Le spine di amicizie giovanili, irruente, totalizzanti, ma destinate inevitabilmente a deteriorarsi con il divaricarsi dei percorsi di vita, la scoperta dei segreti e degli incanti della lettura, l’arroganza che chi ha soldi e potere riserva verso i propri sottoposti, gli ammaestramenti che solo la cultura può dare, i travagli del passaggio dalla gioventù all’età adulta, gli struggimenti del primo amore con la colonna sonora della musica anni ‘60, le tentazioni autodistruttive di chi si trova a remare controcorrente…

Senza dimenticare, però, l’incombere degli abomini che cercano di distruggere ciò che resta del Medio-Mondo, asse portante di un universo pluridimensionale, con un malvagio Re, il cui simbolo è un occhio rosso-sangue, con i benevoli Vettori che difendono l’integrità della Torre e con i frangitori, individui dalle prodigiose attitudini mentali resi schiavi dal Male con l’incarico di logorare lentamente, con la forza del pensiero, quegli stessi Vettori.

Forse non la più nota tra le narrazioni di King, ma assolutamente da leggere e godere per comprendere meglio l’intera opera di uno scrittore irripetibile quanto inimitabile.

  Patrizio Pacioni

Categorie: Scrittura.

Agenzia letteraria «Il Carteggio»: l’eccitazione delle citazioni

 
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IL CARTEGGIO  

AGENZIA LETTERARIA & SERVIZI EDITORIALI

(Via Vincenzo Monti 25 – Milano – agenzia@ilcarteggio.it)

Il Carteggio, fondato da Paola Tosi e Ivan Bavuso, nasce con l’obiettivo di offrire una serie di servizi editoriali rivolti sia agli autori sia alle case editrici. Si occupa di individuare i punti di forza e di debolezza di un testo narrativo, suggerendo all’autore come valorizzare la propria opera. Si propone come tramite tra gli autori e le case editrici interessate alla pubblicazione.

E, a questi servizi, come se non bastasse, si aggiunge  «il blog di un piccola agenzia letteraria. Recensioni, interviste, inediti».

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Questo il biglietto da visita “ufficiale”, più o meno come si presenta nel sito ufficiale dell’iniziativa (http://ilcarteggio.it/). Ora, però, procederemo a modo nostro, sottoponendo gli amici Paola Tosi e Ivan Bavuso a una rapidissima intervista che parte proprio da tre citazioni reperite spulciando qua e là sulla loro pagina ufficiale facebook.

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1)

«Mi sono avveduto che la lettura dei libri non ha veramente prodotto in me affetti o sentimenti che non avessi, né anche verun affetto di questi, che senza esse letture non avesse dovuto nascere da sé: ma pure ha accelerato e fatto sviluppare più presto»

Giacomo Leopardi – “Zibaldone

Appunto, la lettura come presupposto e ragione di vita stessa della scrittura. Tra le incombenze di un agente letterario si può annoverare anche quella di promuoverla? E se sì, secondo voi, qual è la strada migliore e più efficace per farlo?

Paola: «Promuovere la lettura è il nostro obiettivo, vogliamo sviluppare il vero piacere di leggere, che per noi comincia in libreria, quando si sceglie un libro, quando ci si siede comodamente e ci lasciamo prendere per mano dall’autore che ci racconta una storia. La nostra strategia per coinvolgere più lettori possibili è la qualità del testo: ci occupiamo solo di romanzi che ci coinvolgono per l’efficacia della scrittura e per la forza della narrazione.» 

Ivan: «La narrativa per ragazzi è il settore più florido nel panorama editoriale: un buon segnale. Chi ama leggere è perché ha scoperto un mondo di cui non può fare a meno. Non si può obbligare nessuno a leggere, ma si può dare l’esempio e incuriosire i futuri lettori fin da piccoli. Con gli adulti bisognerebbe fare lo stesso, trovare sempre nuovi modi per risvegliarli. Non è impossibile. Paradossalmente leggiamo e scriviamo più dei nostri genitori, basti pensare ai Social»  

2)

«Il bello della scrittura è che possono farlo tutti»

E già. E magari per voi potrebbe andare anche comodo, allargando il mercato di riferimento. Ma… è proprio vero che possono scrivere tutti?

Paola: «Tutti possono scrivere, ma la scrittura ha bisogno di umiltà, buona fede, capacità di concentrazione e attitudine al lavoro duro, di conseguenza non tutti sanno scrivere.»

Ivan: «Più o meno tutti siamo obbligati a imparare a scrivere fin dal primo giorno di scuola. Generalmente a un bambino di sei anni si dà in mano un quaderno e una penna, non una chitarra. In questo senso tutti abbiamo competenze di base, ma non tutti possono scrivere. Scrivere bene è difficile e faticoso. Più di quanto comunemente si pensa.» 

3)

«…la narrativa è come un ring di lotta libera sul quale può salire chiunque lo desideri… Tuttavia, se salire sul ring non presenta particolari problemi, restarci a lungo è una faticaccia.»

Haruki Murakami – “Il mestiere dello scrittore”

Premesso che prima di porre la domanda bisognerebbe distinguere tra ring e ring, vale a dire tra accessi facilitati alla pubblicazione (come può essere quello riservato a una personalità di spicco, capace di generare “vendite” solo con il richiamo del proprio nome, a prescindere dalla capacità di scrittura) e vere e proprie vie crucis che comportano sacrifici, delusioni e inevitabili… compromessi)

Premesso questo, appunto, qual è a vostro giudizio il metodo da seguire, dopo una prima fortunata uscita in libreria, di mantenere l’interesse del pubblico?

A parte “scrivere un buon libro”, naturalmente.

Paola: «Restare sempre sulla scena, non dimenticarsi dei lettori che aspettano il secondo romanzo. Essere attivi sui Social: scrivere recensioni, non solo sulle nuove uscite ma consigliare anche classici.»

Ivan: «Uno scrittore deve un po’ abbandonare la propria creatura precedente. Lasciarla andare per la sua strada e concentrarsi su quella alla quale non ha ancora dato forma. Deve poi cercare sempre di migliorarsi, trovare nuovi stimoli, non accontentarsi mai. Non deve pensare al successo editoriale. Un libro è solo un libro, mentre scriverlo è un viaggio. Lo scrittore deve pensare a che tipo di viaggio vuole fare.» 

4)

«Guardatevi dai banchieri, dagli avvocati, dagli assicuratori, dai venditori di automobili usate e… dagli agenti letterari»

Uomo di strada al bar (questa l’ho aggiunta io)  😉  

Fornite a uno scrittore 4 motivazioni per ricorrere ai servigi de «Il Carteggio»

Paola: «Serietà, competenza, franchezza e affabilità.»

Ivan: «Per prima cosa, perché Paola e io abbiamo entrambi una grande fame di libri; in secondo luogo perché se il nostro obiettivo era di diventare ricchi avremmo fatto un altro lavoro; terzo perché chi si rivolge a noi ha capito che ha bisogno di un parere onesto anche se talvolta può fare male. Gli amici e i parenti, non sempre sono sinceri fino in fondo; infine perché ci stiamo impegnando molto senza promettere a nessuno fama e successo.»

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PAOLA TOSI (scrittrice)

Dopo aver scritto la storia di un’azienda come fosse un romanzo, ho deciso di seguire le mie aspirazioni. Così ho lasciato l’insegnamento di italiano e storia e ho seguito un corso di scrittura creativa tenuto da Alessandro Baricco e Dario Voltolini.

Nel 2010 ho pubblicato il romanzo In fuga dal cielo con Marsilio Editori. Ho frequentato MasterBook 2016, master di specializzazione nei mestieri dell’editoria di Iulm a Milano. Tra un editing e l’altro, il secondo romanzo preme da tutte le parti e a un certo punto sarò costretta a finirlo.

paola@ilcarteggio.it
tel. 339 62 20 136

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IVAN BAVUSO (giornalista)

GIORNALISTA

Ho sempre amato la lettura. Una passione che mi ha indotto a scegliere la facoltà di Lettere moderne a dispetto, ahimè, dei consigli di mio padre che mi voleva architetto. Sono giornalista pubblicista dal 2003.

Dal 2014 mi occupo di editing, della gestione dell’ufficio stampa e dei social delle Edizioni Il Ciliegio. Nel 2016 ho frequentato la terza edizione di MasterBook, il master di specializzazione nei mestieri dell’editoria di Iulm a Milano. Scrivo racconti: un paio sono stati premiati in concorsi letterari i cui giudici, evidentemente, avevano alzato un po’ il gomito.

ivan@ilcarteggio.it
tel. 340 28 57 887

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   Valerio Vairo

 

Categorie: Scrittura.

Nuvole di parole (6) – Dylan Dog «Remake 2»

Qualcuno dice che la pastasciutta ripassata in padella per la cena,  magari con l’aggiunta di un po’ di mozzarella, può risultare ancora più gustosa di quella servita “nuova” all’ora di pranzo.

Non è un granché, come similitudine, me ne rendo conto io per primo, però…

… però, se si immagina che nella padella del “ripasso” serale, con l’aiuto della fantasia, si possono aggiungere altri ingredienti, i più diversi, che alla fine finiscono per rendere la pastasciutta una pietanza sostanzialmente diversa da ciò che era a prima botta, beh, credo che ci si possa avvicinare molto allo spirito e alle intenzioni dei questo doppio colpo di remake messo in pista per Dylan Dog, ovvero il fumetto più amato dagli italiani.

Eccoci dunque, dopo che un anno è passato (come suol dirsi) in un amen, al secondo umero consecutivo di Dylan Dog Color Fest dedicato alla rivisitazione di storie create da Lui. Proprio da Lui, sì, il sommo-eccelso-ineguagliabile Tiziano Sclavi.

 

Tre le rivisitazioni comprese in questo albo, vediamole e valutiamole una per una. Il metodo che ho scelto in questa occasione (opinabile quanto gli altri e non necessariamente migliore o peggiore degli altri) è di valutare le tre storie PRESCINDENDO dagli originali, sforzandomi, cioè, di mettere mentalmente da parte quanto pubblicato in precedenza.

  • Il Lungo Addio», affidata a Paola Barbato e Carmine Di Giandomenico è la prima del trittico, non solo perché comincia a pagina 3, ma, anche e soprattutto, perché il lavoro di introspezione psicologica, il dolente e languido romanticismo, il dolceamaro cupio dissolvi che ha saputo così bene assemblare Paola e che ne permeano ogni quadro, lo rendono (semplicemente) delizioso e indimenticabile. Perfettamente in linea con la narrazione i disegni vagamente flou del suo “complice” Carmine. Eccezionale.
  • Di rimescolare «Caccia alle Streghe» si occupano Tito FaraciNicola Mari e Luca Saponti. Il male si annida DAVVERO solo da una parte? Siamo sicuri che sia così facile distinguere con certezza tra il Buono dal Cattivo?  Narrazione nervosa, sincopata, mozzafiato. In più, in questa storia si getta il seme per la futura introduzione di un’altra valida maschera che potrà andare ad arricchire l’amato universo dylaniato: il tostissimo Daryl Zed. Molto promettente.
  • «Golgonda!» è stato ripreso da un monocratico (sceneggiatura, disegno e colore) Fabio Celoni, e qui, purtroppo, vengono meno le note positive. Storia caotica, confusa, fondata su sensazioni epidermiche e su evocazioni grafiche che (per dire la verità fino in fondo) non risultano neppure particolarmente originali e/o innovative. In più, i colori acidi scelti per l’illustrazione, probabilmente con l’idea di creare atmosfere allucinatorio-lisergiche, sortono l’unico effetto di affaticare la vista. Rimandato agli esami di riparazione. 

REMAKE 2

 

Il Lungo Addio

Soggetto e sceneggiatura: Paola Barbato

Disegni e colorazione: Carmine Di Giandomenico

Lettering: Marina Sanfelice

 

Caccia agli inquisitori

Soggetto e sceneggiatura: Tito Faraci

Disegni: Nicola Mari

Colorazione: Luca Saponti

Lettering: Alessandra Belletti

 

La grande baraonda  

Soggetto, sceneggiatura, disegni e colorazione: Fabio Celoni

Lettering:  Alessandra Belletti

 

Sergio Bonelli Editore

Prezzo: 4,90 €

98 pagg. 

9 agosto 2017

9 771971 947007

 

 
Categorie: Scrittura.

Com’è difficile scrivere sulla celluloide le storie del Re

Il dieci di agosto è uscito nelle sale il film «La Torre Nera», tratto dall’omonimo libro di Stephen King.

 

 

Il libro:

O piuttosto la saga (capirete meglio questa precisazione quando si parlerà del film) fantasy-horror-western-science fiction. Una serie di romanzi (adattata poi anche in fumetto dalla Marvel) che in qualche modo ha occupato il Re del Maine per trent’anni, dal 1982 al 2012.

Ecco qui un riassunto delle uscite:

  1. L’ultimo cavaliere (1982) (The Dark Tower I: The Gunslinger)
  2. La chiamata dei Tre (1987) (The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
  3. Terre desolate (1991) (The Dark Tower III: The Waste Lands)
  4. La sfera del buio (1997) (The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
  5. I lupi del Calla (2003) (The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
  6. La canzone di Susannah (2004) (The Dark Tower VI: Song of Susannah)
  7. La torre nera (2004) (The Dark Tower VII: The Dark Tower)
  8. La leggenda del vento (2012) (The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

Il giovane Jake Chambers e il leggendario “pistolero” (appellativo inteso in questo ambito più come “cavaliere errante” di medievale memoria, che non nella normale accezione del termine) Roland Deschain combattono, insieme ai loro pard, le oscure forze del male, capitanate dal tenebroso Re Rosso. Una lotta in difesa dell’integrità della Torre Nera, simbolo dell’armonia dell’Universo, pervicacemente insidiata, in tutti i modi, dall’esercito dei cattivi, in uno scenario bidimensionale (ma a volte anche multi-dimensionale), diviso tra una New York che non è esattamente la New York che conosciamo e le terre desolate del Medio-Mondo, popolate di mostri, di mutanti, di veggenti e di minacciosi reperti di una remota era magico-tecnologica.

Il film:

Il progetto di trarre un film dalla corposa saga risale, tanto per rimanere in tema epico, allo scorso millennio.

Prima come serie televisiva (un episodio per libro), poi, nel 2010, attraverso l’acquisto dei diritti da parte della Universal, che affidò l’impresa a un team di eccezione che vantava innumerevoli successi di botteghino, composto dallo sceneggiatore Akiva Goldsman, dal regista Ron Howard e dal produttore Brian Grazer.

Due anni di elucubrazioni, al temine dei quali, però, arriva un forfait.

Poco male, perché nel 2015 subentrano i danesi, ovverosia il regista Nikolaj Arcel e lo sceneggiatore Ander Thomas Jensen, su incarico della Sony Pictures. Sotto lo sguardo attento dello stesso Stephen King, la nave finalmente va, con la produzione Grazer, Howard e Goldsman.

La Torre Nera diventa un film, che arriva in Italia il 10 agosto 2017.

Le mie note:

In migliaia di pagine, scritte da un Autore immaginifico e ispirato come e più di sempre qual è Stephen King, c’è davvero tanta roba su cui lavorare.

Forse “troppa” roba, in quantità tale da spaventare con la complessità dell’impresa, i pur coraggiosi cineasti coinvolti nell’impresa. L’impressione che ne trae lo spettatore che abbia letto i libri di Stephen King è che ci si sia ridotti, alla fine, a ricavare un sunto della saga, un po’ come gli estratti del Reader’s Digest e/o i Bignami tanto cari agli studenti del dopoguerra. Si è mescolato lo scatolone e poi, attraverso un ideale imbuto, riversato nella pellicola ciò che era venuto a galla.Dopo un buon inizio la narrazione si ripiega su se stessa, diventando farraginosa e tradendo, in diverse occasioni, lo spirito dell’opera originale.

Si avverte distintamente la preoccupazione frettolosa di concludere il tutto nei canonici novanta minuti che rappresentano la misura standard per film di questo tipo.

Insomma, se è presente l’abilità tecnica e la perfezione fotografica che caratterizza i prodotti made in US, ciò che manca è il coinvolgimento emotivo, sia sullo schermo che, purtroppo, in platea.

Resto in attesa di un sequel, peraltro di difficile ideazione e realizzazione, dopo aver messo in circolazione questa specie di “frullato” di (belle) storie.

Non perché sia rimasto soddisfatto di questa prima uscita ma perché, come molti fedeli lettori di King, spero che si possa recuperare qualcosa di buono.

Titolo: La Torre Nera

Titolo originale: The Dark Tower (USA 2017)

Genere: Fantasy

Anno: 2017

Regia:  Nikolaj Arcel

Cast: Idris Elba, Katheryn Winnick, Matthew Mc Conaughey, Claudia Kim, Jackie Earle Haley

Durata 95 min.

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Nuvole di parole (5) – Lilith «La fine della caccia»

«Chi ben comincia è a metà dell’opera»  recita un noto proverbio.

In una celeberrima canzone, però, Mina continua a ribadire che «L’importante è finire».

Ecco, partirei da qui per la recensione di questo diciottesimo e ultimo numero di una serie che ha accompagnato me e numerosi altri appassionati di comics per ben nove anni. Poi capirete perché.

Un viaggio nello spazio e nel tempo, quello di Lilith, alla ricerca di una raccapricciante entità denominata  cardo-triacanto-spiromorfo che, viene detto sin da subito, impiantandosi nel corso dei secoli in questo o quell’individuo (solitamente personaggi eccellenti),  rappresenta un serio pericolo di estinzione per la razza umana.

L’originalità di questa lunga saga risiede, oltre che nel fantastico mondo ben creato, descritto e disegnato da Luca Enoch, proprio nelle intelligenti rivisitazioni di episodi della storia dell’uomo, indissolubilmente intrecciate con stuzzicanti ucronie.

Ben centrato il personaggio principale, l’inconsapevole adolescente Lyca, colta da un futuro remoto d’inquietante ordine e lindore, per essere destinata a trasformarsi nella spietata/cinica/naturalmente lussuriosa Lilith. Le fa da spalle una simpatica belva nera come la notte, qualcosa a metà tra una pantera un leone e un enorme gattone, distruttiva alla bisogna ma -normalmente- saggia e (auto)ironica.

Ma, tornando alle prime parole…

Cosa:

A Lilith, stavolta, l’ennesimo “portatore sano” di triacanto è inspiegabilmente sfuggito. Incaponendosi nella ricerca, in un ‘800 in cui gli attuali Stati Uniti non sono contesi tra i patrioti e i soldati di Sua Maestà, ma tra le potenze coloniali di Gran Bretagna e Giappone, valicando le Montagne Rocciose ha attraversato da est a ovest, praticamente, l’intero Continente.

Qui l’aspetta, in una missione gesuita, l’incontro definitivo con il Cardo Crociato.

È arrivato il momento dello scontro finale, che si risolve, però, in modo del tutto imprevisto.

 

Come:

L’idea è stata molto bella, oltre che assolutamente originale.

Lo svolgimento della lunga storia, articolata in 16 albi, assolutamente irreprensibile. Accattivante, appassionante, in grado di incuriosire il lettore fornendo preziosi richiami alla “Storia” vera e suggerendo, per di più, interessantissimi spunti di riflessione.

Soltanto fno a pagina 80 dell’ultima puntata, però.

Perché, di lì in poi, l’Enoch autore/sceneggiatore, a differenza dell’Enoch disegnatore che prosegue nel suo stile magistrale fino all’ultima tavola, sembra smarrirsi.

Non intendo, per rispetto sia dell’Autore che di chi ancora non avesse letto l’albo, spoilerare vigliaccamente il finale.

Basti sapere, però, che in pochi, sin troppo serrati passaggi, tutto (o quasi tutto) ciò che si era costruito nelle circa duemila pagine precedenti, viene messo inopinatamente in discussione, senza che ciò sia supportato da adeguati e coerenti passaggi psicologici.

Che sia stato per la tentazione (comune a molti autori) di stupire a ogni costo il proprio pubblico o, più semplicemente, di mettere fine a una saga che non era possibile tirare oltre i limiti stabiliti, fatto sta che, chiudendo e riponendo sullo scffale insieme ai suoi diciassette fratelli questo «La fine della caccia», ciò che resta in bocca è un sapore amaro.

Quello del rimpianto per una splendida occasione persa, sia per il bravissimo Enoch… che per chi con stima e affetto lo segue.

Molti “addetti ai lavori” sono soliti affermare e ribadire in ogni sede che incipit ed epilogo sono le parti più difficili di una narrazione.

E io sono (molto) d’accordo con loro. 

 

 

 

LA FINE DELLA CACCIA

Soggetto e sceneggiatura: Luca Enoch

Disegni: Luca Enoch

Copertina: Luca Enoch

Lettering: Renata Tuis

18° e ultimo numero della serie semestrale

Sergio Bonelli Editore

Prezzo: 4 € – 132 pagg. 

Giugno 2017

 

 

 
Categorie: Scrittura.

Monolith: dalle tavole alle favole (nere)

    

IL FUMETTO

«Monolith» è una graphic novel scritta da Roberto Recchioni (curatore di Dylan Dog) e Mauro Uzzeo  per le matite di Lorenzo Ceccotti (alias LRNZ), “apparsa” a Lucca Comics & Games 2016, in fumetteria dallo scorso gennaio (96 pagine – prezzo 16 €) per le stampe di Sergio Bonelli Editore.

ISSN: 9788869611698

Trama:

Sandra, popstar che ha sacrificato la carriera artistica alla famiglia (e in particolare al figlioletto David), riceve in regalo dal marito Carl una macchina di nuovissima generazione, che ha nella sofisticata informatica in dotazione, nella robustezza a prova di qualsiasi tipo di urto (e anche di proiettile) e nella sicurezza, le prerogative che ne giustificano un prezzo probabilmente esorbitante.

Una volta in viaggio verso una casetta di campagna dove trascorrere un periodo di relax insieme al piccolo David, però, Sandra percepisce in uno strano e reticente atteggiamento di suo marito, seri indizi di un tradimento in corso. Mossa dalla gelosia decide così di prolungare di diverse centinaia di chilometri il viaggio, ignorando, però il terribile e drammatico pericolo in agguato nel deserto che si trova a dover attraversare

Per una serie di contrattempi, infatti, mentre è fuori dall’automobile, Monolith chiude gli sportelli intrappolando il bambino all’interno di quella che, ben presto, si rivelerà una fortezza inespugnabile.

Arriva l’alba e, non appena il sole si alza sull’orizzonte la temperatura comincia implacabilmente a salire, raggiungendo presto i 40 gradi.

E non c’è nessuno, nel raggio di centinaia di miglia, che possa aiutarla in qualche modo…

Per ammissione dello stesso Recchioni, lo spunto iniziale deriva da quella serie di dolorosi incidenti che hanno visto negli ultimi anni diversi genitori “dimenticare” chiusi in auto i propri figli, a volte con tragiche conseguenze.

Di luci e ombre del plot si tratterà più sotto, in occasione della recensione del film che ne è stato tratto; per il momento basti sapere che le splendide illustrazioni, opera di un particolarmente ispirato LRNZ, meriterebbero da sole il pur non indifferente prezzo al quale il libro è messo in vendita (ma questo è un problema che riguarda un po’ tutte le pubblicazioni di questa tipologia di narrazione, in altri Paesi -forse- ancora più che in Italia).

 

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IL FILM

Intanto si tratta di una pellicola he sicuramente sarà ricordata, trattandosi del primo tentativo italiano di costruzione integrata comic-cine. Proprio qui, però, stanno potenzialità e limiti del film o, in modo più generale, di operazioni di questo genere.

Due gli elementi peculiari e critici:

  1. trarre un film da una storia a fumetti, non è lo stesso che farlo da un libro; trattandosi di due mezzi di espressione artistica che agiscono essenzialmente sulla base di immagini, infatti, risulta inevitabile, nel bene e nel male, che le tavole del primo esercitino una forte influenza sulle scene del secondo, indirizzando e facilitando in un certo senso il lavoro del regista ma anche, inevitabilmente, limitandone la fantasia. Nel caso di Monolith, a mio avviso, sono riflessi decisamente positivi quelli derivati dagli straordinariamente suggestivi disegni di Lorenzo Ceccotti sulla fotografia. Scenari, atmosfere, colori e suggestioni ottiche (del deserto, principalmente), l’avveniristico design della futuristica automobile, riempiono gli occhi e la mente degli spettatori, rimanendovi impresse anche dopo la fine dello spettacolo;
  2. la ripartizione per quadri e tavole, caratteristica della narrazione fumettistica, insieme alla necessità (o l’opportunità) di inquadrare la storia in un determinato numero di pagine, inevitabilmente, tolgono alla riscrittura cinematografica quegli ampi spazi di discrezionalità che consente, invece, la trasposizione in film di un romanzo. Dunque, se ne giuadagna la “fedeltà” al testo, ne perde la personalizzazione che può mettere in campo la regia;

Tutto ciò premesso, l’esperimento “italico-bonelliano” merita attenzione e suscita curiosità per ciò che ne potrà seguire. Il prodotto finale che è venuto fuori da questa prima “fase” risulta ben confezionato e gradevole per gli spettatori. 

Brava, anzi bravissima, issima Katrina Bowden che si carica sulle spalle praticamente da sola l’intera pellicola, senza mai risparmiarsi, anche a livello di impegno fisico. Ottima, ma questo lo abbiamo già detto, la scelta degli scenari naturali e la cromatica che impreziosisce l’attenta fotografia.

 

Un’ultina osservazione.

Probabilmente a seguito del “punto 2” sopra trattato, alcune soliìuzioni narrative o risultano quanto meno improbabili e (dunque) poco credibili o, e questo è peggio, inseriscono fili narrativi che poi ci si sceglie di non riprendere o (nel peggiore dei casi) si dimentica di riprendere.

L’idea del falò nell’aeroporto in disuso innescato dalla Mamma Coraggio, tanto per fare un esempio, ha come risultato uan colonna di fumo talmente nera e gigantesca che ci si chiede come mai in un Paese iper controllato come gli States, nessuno vede.

Cadere da quaranta metri, rotolando per un intero crinale dentro una macchina e non fratturarsi neanche un mignolino? Più che la protezione di Monolith ci vorrebbe quella di un Santo, di quelli più vicini al Padreterno.

I balordi, incontrati on the road a inizio viaggio da Sandra & Pupo, scompaiono nel nulla. Stephen King, di sicuro, non ne avrebbe sprecato così il potenziale horrorifico.

E anche il sottoscritto, nel suo piccolo, in confidenza, la pensa allo stesso modo.

 

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Titolo: Monolith
Genere: Drammatico, Thriller
Data di uscita: 12 agosto 2017
Paese: Italia
Regia: Ivan Silvestrini
Cast: Katrina Bowden, Damon Dayoub, Brandon Jones, Jay Hayden, Ashley Madekwe, Katherine Kelly Lang, Nixon Hodges, Krew Hodges, Justine Wachsberger
Durata: 83 Min
Distribuzione: Vision Distribution

 Patrizio Pacioni

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Nuvole di parole (4) – La matura gioventù di Julia Kendall

«Non per tutte le saghe ci si può permettere un prequel» ha scritto una volta qualcuno di quegli espertoni-professoroni che sanno ogni cosa di ogni tipo di fiction, che si tratti di libri, film, serie tv o… fumetti, appunto.

«Sono solo poche di esse, anzi, a comportare la realizzazione di un episodio del genere, pochissime quella di più episodi» ha precisato poi, tanto perché non restassero dubbi in chi leggeva il suo articolo.

Mi vengono in mente, così su due piedi, il giovane Montalbano, il giovane Hannibal Lecter, la saga di Smalville per l’adolescente Superman (allora Nembo Kidx), l’infanzia di Batman nella serie tv Ghotam… etc. etc.

Certo è che, per quanto riguarda la criminologa Julia, da qualche anno a questa parte, l’operazione riesce molto bene. Talmente bene che, a volte, capita persino che i “casi” esaminati e risolti dalla studentessa laureanda in criminologia, siano più avvincenti ancora di quelli cui, in centinaia di episodi, ci ha abituato (e spero continui ad abituarci molto a lungo) Julia Kendall, una volta diventata affermata e famosa professionista delle indagini criminali.

 

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Cosa:

La cerimonia di consegna delle lauree, che vede protagonista anche la giovane Kendall, vien interrotta improvvisamente e drammaticamente dalla macabra scoperta, effettuata da una donna delle pulizie, del corpo impiccato di una delle studentesse. Nonostante tutti gli elementi instradino l’inchiesta della polizia  verso la conferma del suicidio, Julia, testarda come sempre, continua un’indagine personale che…

  

L’intreccio, la costruzione narrativa, il ritmo, l’affiatamento tra testo e disegni si mantengono sull’alto livello medio che, secondo chi scrive questo post, è la prima e più peculiare caratteristica degli albi che ospitano le avventure della più famosa criminologa del fumetto italiano.

A differenza di altre testate (anche dello stesso editore) che presentano una serie alternata di interessantissimi “picchi” e di inattese “cadute di tensione”, Julia raramente sorprende i propri lettori ma mai, e sottolineo mai, li delude.

Non c’è forse il numero che fa gridare al capolavoro, ma è un fatto incontrovertibile che al piacere del gioco “giallo” si alternano spunti di riflessione spesso molto interessanti. Insomma, Le storie non sono mai banali, l’intreccio tra “avventura” e “introspezione” sempre equilibrato, i dialoghi azzeccati, i caratteri dei personaggi ben delineati e costantemente rispettati

È Giancarlo Berardi, che non delude mai, perché i suoi personaggi sa interiorizzarli, sa viverli da dentro. In proposito azzardo un’ipotesi che, ci tengo a sottolinearlo, appartiene solo a me e non è suffragata da nessun tipo di prove che mi sia possibile esibire in tribunale.

Giancarlo Berardi, è (e fino a questo punto non temo contestazioni) uomo e artista di grande sensibilità, capace di profonda introspezione e conoscitore delle cose del mondo.

Tra i tanti personaggi creati e fatti vivere grazie alle strisce di fumetti, ce ne sono due che, in particolar modo gli sono propri e cari: Julia Kendall e il mai troppo rimpianto Ken Parker,

La genuinità della narrazione delle rispettive saghe risulta talmente profonda, talmente spontanea e talmente suggestiva, da indurmi a supporre che, ciascuno a modo suo, entrambi rappresentino qualcosa di diverso e soprattutto di più di semplici creazioni di una pur fervidissima fantasia d’autore.

Per Berardi, infatti, il rapporto con loro è assolutamente speciale, e i motivi potrebbero essere quelli che seguono

Se Ken Parker, conosciuto anche come Lungo Fucile, incarna quegli ideali di eguaglianza, libertà, solidarietà che l’autore custodisce certamente dentro di sé. Talmente nel profondo, oserei dire, da indurre il sospetto che in realtà si tratti di una proiezione (più o meno consapevole e/o volontaria) della parte migliore di sé.

Se Julia rappresenta l’essenza della femminilità così come percepita e incondizionatamente apprezzata da Berardi, come eludere il dubbio che, in poche parole sia una figlia vagheggiata, forse anche la compagna da sempre e per sempre desiderata al proprio franco?

Questo per dire, tornando alla forma e alla sostanza di questo articolo, che proprio per i suddetti motivi il prequel di Julia riesce così straordinariamente calzante e suggestivo: chi meglio di un padre o un marito di lungo corso può conoscere così a fondo la storia di un personaggio?

Semplicemente perfetti e ben calzati all’operazione i disegni morbidi di Steve Boraley, impreziositi dai colori pastello di Gloria Martinelli e Spartaco Lombardo e la copertina di Marco Soldi.

IL CASO DELLA GEMELLA PERDUTA

Soggetto e sceneggiatura: Giancarlo Berardi e Maurizio Mantero

Disegni: Steve Boraley

Colori:  Gloria Martinelli e Spartaco Lombardo

Copertina: Marco Soldi

Lettering: Valentina Pejrano

Numero 3 della serie annuale “Speciale”

Sergio Bonelli Editore

Prezzo: 6,30 € – 128 pagg.  a colori

In edicola dal 29 luglio 2017

 

Categorie: Scrittura.