Amaranto: molto più di un colore

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Se si guarda a destra si gode della magnifica vista di un mare azzurro e pulito che espone a buon titolo, con legittimo orgoglio e sacrosanta soddisfazione, una bellissima bandiera blu; se poi, però, si volge il capo a sinistra, oltre il canale attraverso il quale la Fabbrica si abbevera avidamente dell’acqua di mare necessaria ai suoi processi industriali, risplendono spiagge bianche di spettacolare impatto visivo ma impastate di soda e di chissà quali altri materiali velenosi.

 

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Forse sarà un caso, forse no, ma fatto è che location più azzeccata degli accoglienti “Bagni Lillatro” di Rosignano Solway per la presentazione in anteprima nazionale del libro «Amaranto – Amaro amianto» proprio non poteva esserci. Nell’opera, edita da  “Il Convivio Editore”, è riportato il testo integrale dell’omonimo dramma ispirato al diario al quale Manuella Costalli (autrice di una toccante postfazione) ha affidato la rievocazione della morte per avvelenamento da asbesto del marito Graziano Candela, scritto come testo drammaturgico da Patrizio Pacioni. Il volume è arricchito dalla prefazione di uno dei massimi esperti italiani(e non solo) di problematiche relative alla difesa dell’ambiente e dalla bellissima copertina dell’artista bresciano Gi Morandini.

 

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Davanti a un pubblico di almeno 150 persone (un numero di partecipanti decisamente rimarchevole, per una presentazione letteraria), intervistato dal poeta ,scrittore e grande appassionato di teatro Çlirim Muça, il drammaturgo romano ha illustrato l’origine, la genesi e le finalità per le quali è stata messa in pista l’operazione “Amaranto”.

 

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Di grande suggestione e coinvolgimento emotivo il toccante intervento di Manuela Costalli che, ancora una volta a ripetuto la sua preziosa testimonianza non mancando mettere in luce le carenze etiche, amministrative, politiche e giudiziarie che hanno permesso permettono tuttora e ancora, purtroppo, permetterà negli anni a venire il perpetuarsi della vera e propria strage provocata dall’inquinamento da amianto. Numerose e qualificate le presenze di personaggi di rilievo operanti sul territorio e particolarmente sensibili alle tematiche dell’ambiente e della prevenzione. Prima fra tutti Antonella Franchi, esponente di spicco dell’Osservatorio Nazionale Amianto, particolarmente attiva nel settore della protezione delle generazioni più giovani esposte ai gravissimi rischi causati dalla ancora massiccia presenza della asbesto nelle strutture scolastiche. Di rilievo gli interventi dei consiglieri regionali Monica Pecori e Giampiero Palazzo, che hanno allargato i rispettivi interventi sulle problematiche derivanti dall’amianto a tematiche sociali, civili e politiche di più ampio respiro. Di grande spessore il contributo del dottor Maurizio Romani, già senatore della Repubblica, che ha riferito delle sue preziose esperienze in tema di inquinamento ambientale con particolare riferimento ad altre zone gravemente carenti dal punto di vista sanitario come quelle ormai compromesse dalle esalazioni e dagli scarichi dell’Ilva di Taranto e del polo petrolchimico di Priolo.

La lettura di alcuni significativi brani del dramma effettuata dall’attrice Ilaria Bianchi in coppia con lo stesso Autore  ha suscitato l’interesse e la commozione di tutti i presenti.

 

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«La presentazione di Rosignano Solvay, seguita la sera successiva da analogo appuntamento presso l’Hotel Signorini di Castiglioncello» ha tenuto a precisare Pacioni, «è soltanto l’avvio di un ambizioso progetto che, partito dalla creazione di un “gruppo” Facebook” particolarmente attivo e agguerrito, si propone il duplice scopo di portare al più presto il dramma in tournée nel maggior numero possibile di teatri italiani e di diffondere l’informazione su uno dei più grossi problemi ecologici che minacciano la salute degli italiani».

E, se lo dice lui, a noi non resta che aspettare fiduciosi.

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Questa sopra e la successiva, sono due istantanee della presentazione di “Amaranto – Amaro amianto” sabato 10 agosto all’Hotel Signorini di Castiglioncello

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Valerio Vairo

Categorie: Teatro & Arte varia.

Ex Libris (28) – Come vincere… con un Outsider!

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Gli ingredienti che usa Stephen King, a ben vedere, sono sempre gli stessi: le forze oscure del Male contrapposte a quelle più occulte e misteriose ancora del Bene, le tenebre che infestano certi siti maledetti e le anime degli esseri umani, mostri più o meno riconoscibili, menti eccelse che faticano a essere contenute indeboliti dalle psicosi o dalle malattie, il destino, la forza dell’amicizia, gli effetti taumaturgici del “fare squadra”, le inquietanti e spesso minacciose dimensioni parallele, il necessario sacrificio di pochi per tentare di salvare molti., il coraggio di spogliarsi delle proprie certezze per credere… anche all’incredibile.

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Criticarlo per questo, però, sarebbe un po’ come criticare uno chef stellato accusandolo di usare farina, zucchero, uova, patate, spezie, come fa tutti i giorni che Dio manda ogni buona casalinga (o casalingo).

Perché è come combinarli, certi ingredienti, come cuocerli, come presentarli nel migliore dei modi nel piatto, che è difficile, e il nostro Re di Portland, in questo, non è secondo a nessuno al mondo.

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Titolo: The Outsider
Autore: Stephen King
Editore: Sperling & Kupfer
Anno: 2018
Pagine: 540
Prezzo: 21,90 €
ISBN: 978-88-200-6623-9

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La trama:

In una piccola città della grande provincia americana, un bambino viene violentato e trucidato nel più barbaro dei modi. Un avvenimento agghiacciante che scuote la vita della comunità, che reclama un colpevole. Viene arrestato, senza molti riguardi, un uomo che, sino a quel momento, si è comportato da cittadino integerrimo sotto ogni punto di vista, al punto di essere diventato un vero e proprio punto di riferimento per l’educazione non solo sportiva delle nuove leve. Peccato che alle prove inconfutabili della sua colpevolezza, si contrappongano prove, altrettanto inconfutabili, della sua innocenza. Bisognerebbe capire, prima di ogni altra cosa, come fa un essere umano a essere presente nello stesso momento in due posti lontani tra di loro centinaia di chilometri. La soluzione del caso, a questo punto, non potrà mai arrivare dall’aula di un tribunale: per arrivare alla verità un gruppo di coraggiosi dovrà intraprendere un pericolosissimo viaggio nelle tenebre del Male e all’interno delle proprie insicurezze.

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La mia lettura:

Forse non sarà il più bel romanzo scritto da Stephen King, ma, senza ombra di dubbio, si tratta di una storia ben congegnata e raccontata. A cominciare dalla maliziosa “trappola iniziale” che l’autore tende ai lettori: quella di far credere che il protagonista delle oltre 500 pagine di cui è composto il libro sia uno che invece…

Nell’ «Outsider», come già premesso all’inizio di questo post, sono presenti molte delle tematiche care a SK, compreso quel divertito ammiccare alle tradizioni “spaventa-bimbi” dei bei (?) tempi andati: stavolta tocca a un uomo nero messicano, il tenebroso El Cuco, accompagnato dalla ironica memoria dei b-movies ispanici della serie delle pittoresche “luchadoras”

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Ritmo serrato, colpi di scena continui, dalla prima all’ultima pagina. Orrori in quantità. Per chi ama King e il suo mondo, un’ottima lettura.

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Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (156) – Amarcord alla bresciana in salsa siciliana

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In questa occasione, visto l’argomento e… i riferimenti (dalla sempre curiosa e sapientemente divulgativa critica letteraria di Carla Boroni alla grande, prestigiosa e mai troppo rimpianta kermesse letteraria bresciana «A qualcuno piace giallo»), ho ritenuto opportuno, per questo articolo, cedere spazio a Patrizio Pacioni che di quel festival fu più volte ospite.

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I desideri che più si ricordano, che più s’imprimono nella memoria e nell’anima di un essere umano, molto spesso sono proprio i desideri inappagati. Più è grande l’ “oggetto del desiderio”, poi, più queste reminiscenze si colorano e si vestono di gala.

Ebbene, nei tristi giorni del commiato di uno dei più famosi, fantasiosi e prolifici autori italiani del XX e XXI secolo, Andrea Camilleri, è proprio il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato (anche se, in diverse occasioni, mancò davvero per un soffio) l’originale chiave di lettura di cui l’attenta e sempre sagace Carla Boroni si serve per celebrare il grande scrittore scomparso.

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«Provai a farlo venire a Brescia praticamente in ogni modo e in ogni occasione che mi fu possibile farlo» ricorda Carla.

«Lo invitai in qualità di organizzatrice di una serie di incontri letterari per conto dell’Università Cattolica, della serie di appuntamenti “I lunedì del Sancarlino”, tentai, insieme con le mie compagne di avventura Magda Biglia, Sonia Mangoni e Milena Moneta in occasione di varie edizioni di “A qualcuno piace giallo” (ottenendo almeno una presenza virtuale attraverso un filmato realizzato in esclusiva per noi) e, infine, in qualità di Direttore del CTB… (ottenendo in questo caso, almeno, la non piccola “consolazione” di un’indimenticabile presenza di Luca Zingaretti» aggiunge, inframmezzando la memoria, come le è proprio, con la non arida menzione di una serie di opere che scandirono la carriera creativa di Camilleri.

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Carla Boroni, conosciuta affettuosamente e stimatissima da ormai numerose generazioni di studenti e studentesse, ha esercitato sulla vita culturale e sociale di Brescia (e tutt’ora esercita, e ci si augura che continuerà a esercitare ancora per lunghissimo tempo) una importante influenza positiva e propositiva in qualità di formatrice, divulgatrice, saggista e insegnante.

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Insomma. potete credermi: per quanto riguarda Brescia, lo stesso grande Camilleri (che di personaggi se ne intendeva parecchio) non avrebbe potuto e saputo scegliere, per ricevere l’ultimo saluto più affettuoso e suggestivo, un personaggio più indicato di lei .

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Categorie: Giorni d'oggi e Scrittura.

Icaro: «Ambire a un’altra specie non è sano»

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Sciolte al calore dei raggi solari le ali di cera che ne avevano favorito il mitico volo, Icaro si schianta in mare. Un impatto violentissimo che non lo uccide, ma gli spacca le ossa, lasciandolo, tra la gente del posto, come un misterioso angelo deforme caduto dal cielo. Trasformandolo, suo malgrado, in una specie di freak esposto in un circo, per vedere il quale un pubblico malato di morbosa curiosità è disposto a pagare il biglietto.

Da questa premessa, intrigante e grottesca, nasce e si sviluppa «Icaro caduto» monologo scritto e interpretato da Gaetano Colella per la regia di Enrico Messina, ultimo appuntamento sia del complesso della corposa stagione 2018/2019 del CTB che, più specificamente, del Festival estivo del Centro Teatrale Bresciano.

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Il testo è al tempo stesse semplice e complesso, unendo una drammaturgia scevra di virtuosismi dialettici a una articolata alternanza di stili narrativi e di toni recitativi. Dalla poetica dei momenti più propriamente epici (alternativamente baciata e alternata) si passa, negli inserti satirici, agli ammiccamenti di una prosa più materiale, in alcuni casi decisamente e piacevolmente sapida.

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In tutto ciò, Gaetano Colella se la sbriga decisamente bene, dando vita in modo energico e privo di sbavature, attraverso opportune e a volte funamboliche variazioni di gestualità, di posizionamento scenico, di prospettiva e di impostazione vocale, a diversi e ben delineati personaggi.

Riesce, con sostanziale naturalezza, a tenere una rotta di mezzo tra rispetto di alcune suggestioni mitologiche e chiavi di lettura schiettamente terrene e popolari, inducendo nello spettatore (e non è cosa facile per nessuno) riflessioni non banali ed emozioni di diversa, a volte opposta, natura.

Fino al drammatico epilogo (ma non è forse drammatico l’epilogo della storia di ogni uomo che venga al mondo?) sintetizzato, come nel più efficace degli epitaffi, dalla frase che abbiamo scelto di utilizzare come titolo di questa recensione.

Lineare, per non dire spartana, ma efficace la scenografia, coadiuvata da opportuni giochi di grafica luminosa. Meritatissimi i convinti applausi con i quali il pubblico saluta la fine dello spettacolo e della stagione.

E, a proposito di questa ormai trascorsa stagione, mi sia consentito un ultimo “passaggio” su una persona che, pur non calcando mai le assi del palcoscenico, ha contribuito al successo di un tabellone già per suo conto straordinariamente ricco e valido, facilitando e favorendo i rapporti con la stampa e facilitando, a noi tutti, il lavoro d’informazione su tutti gli spettacoli in programmazione.

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Sto parlando della dinamica e sempre disponibile, sollecita e cordialissima Veronica Verzeletti, addetto stampa e comunicazione del CTB. Di sé dice: «Comunicare la cultura, raccontarla attraverso i progetti di Enti e Persone. Questo è ciò che faccio ogni giorno, con passione e soprattutto fantasia» …

E altro non posso fare (aspettando il già prossimo inizio della stagione 2019/2020) che prenderne atto e confermare con grandissima simpatia e stima.

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Icaro caduto

scritto e interpretato da Gaetano Colella

regia Enrico Messina

costume Lisa Serio

scena Paolo Baroni

disegno luci Loredana Oddone

cura del suono Raffaele Bassetti

produzione ArmamaxaTeatro / PagineBiancheTeatro

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Ex Libris (27) «Elevation»: più efficace di una predica e di cento trattati

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Intendiamoci: prima di ogni altra cosa «Elevation» è un gran bel romanzo, appassionante e, in diversi punti, commovente e struggente, scritto con la consueta maestria dal celeberrimo “Zio” di Portland.

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Solo che, rispetto alla consueta produzione kinghiana, è anche qualcosa di meno, qualcosa di diverso e qualcosa di più.

Di meno per la lunghezza del testo, meno di 200 paginette che si leggono in un pomeriggio.

Di diverso perché la presenza dell’occulto e del soprannaturale restano confinate allo spunto narrativo della misteriosa “perdita di peso”, senza che lo scrittore si addentri nel suo oscuro mondo narrativo intessuto di oscuri misteri.

Di più, infine, perché forse per la prima volta, perlomeno con questa nettezza di presa di posizione, Stephe King si schiera su una precisa e tutt’altro che timida linea ideologica coincidente con la difesa dei diritti e delle libertà civili e con la strenua lotta contro il conformismo e il gretto moralismo che tanti danni possono apportare alla società civile. Il nocciolo del messaggio che l’autore vuole trasmettere ai lettori, infatti, è l’analisi e la denuncia delle difficoltà incontrate dalla coppia di “lesbeche” (la deformazione del termine è assolutamente voluta e giustificata nel corso della narrazione) Mc Comb e Donaldson, colpevoli di non nascondere, ma vivere alla luce del sole, il proprio orientamento sessuale,

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Titolo: Elevation
Autore: Stephen King
Anno edizione: 2019
Editore: Sperling & Kupfer
Collana: Pandora
Pagine: 194
Prezzo: 15,90
EAN: 9788820066932

La trama

Scott Carey, progettista e realizzatore di siti web commerciali, si accorge che sta velocemente dimagrendo. Sin qui niente di particolarmente strano, se si esclude il fatto che quanto segnato dalla bilancia non è confermato da cambiamenti visibili della sua non indifferente stazza. Ancora più singolare, al punto di sbalordire l’amico Bob Ellis, medico in pensione, è che gli abiti che Scott indossa, scarpe, chiavi e monete compresi, una volta che gli sono indosso, perdono qualsiasi capacità di influenzare l’ago della bilancia. L’inquietante processo va avanti e si accelera, verso un prevedibile quanto inevitabile esito, senza tuttavia turbare più di tanto il protagonista. Gli rimarrà anzi il tempo e l’occasione di “sistemare certe cose”, spingendolo a impegnarsi allo stremo nella lotta contro la discriminazione nei confronti delle diversità e i pregiudizi che permeano larga parte della grande provincia americana. E nella scoperta e nella conquista di nuove, sincere e sorprendenti amicizie.

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Stephen King

STEPHEN KING

Vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie sono bestseller che hanno venduto centinaia di milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. Accanto ai grandi film, innumerevoli gli adattamenti televisivi tratti dalle sue opere. King, oggi seguitissimo anche sui social media, è stato insignito della National Medal of Arts dal presidente Barack Obama.

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Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Miracolo in via Milano (l’improvvisazione non s’improvvisa)

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Sette giornalisti che arrivano in via Milano da soli o in coppia come cospiratori, in una atmosfera da vecchio film sulla guerra fredda rafforzata anche dall’aspetto del furgone che ci aspetta in via Nullo: un trabiccolo mal ridotto che ha conosciuto tempi migliori.

Le indicazioni, prima di salire a bordo sono scarne ed essenziali, tipo:

1) si consiglia vivamente ai signori cronisti di fare la pipì prima di partire non saranno ammesse soste intermedie;

2) attenti, quando salite , a non sbattere la testa sul montante.

Premesso questo, «Medea in via Milano», versione bresciana di un format drammaturgico “da strada” che ha interessato già numerose località italiane, congiungendo l’impegno artistico con quello della denucia dello sfruttamento sessuale, della tratta degli esseri umani e dell’accoglienza, è a mio avviso un’idea originalissima e ben realizzata.

«Con venti repliche, sette spettatori per volta, si arriva a centoquaranta: non sono decisamente pochi per uno spettacolo di questa originalità e qualità?» ho chiesto al Direttore Gian Mario Bandera, dopo avere assistito all’anteprima che vi racconterò più avanti.

«In effetti sarebbe stato bello poterlo offrire al pubblico bresciano per un mese, ma in questa occasione non è stato possibile. Chissà, magari ci riuscirà di farlo tornare in città» mi ha risposto, aggiungendo di esserne stato favorevolmente impressionato lui per primo

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DA QUESTO PUNTO IN POI SI SCONSIGLIA LA LETTURA A CHI PREVEDE DI ANDARE AD ASSISTERE A QUESTO SPETTACOLO: IN PRESENZA DI PERFORMANCES DEL GENERE, INFATTI, RITENGO PERSONALMENTE PREFERIBILE CHE CI SI LASCI PRENDERE DALLA SORPRESA DELL’INASPETTATO E DALLA SCOPERTA PROGRESSIVA DELL’INCOGNITO.

SE SIETE D’ACCORDO CON ME, NATURALMENTE, STATE TRANQUILLI: QUESTO POST POTRETE SEMPRE LEGGERLO “DOPO”. ALTRIMENTI… ANDATE PURE AVANTI NELLA LETTURA.

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Un attimo prima di partire, sale a bordo lei: una giovane rumena sulla trentina, estroversa e un po’ schizzata, che, fin da subito si impegna a interagire con i passeggeri del furgone, con la spontaneità e la naturalezza di chi quella vita immaginaria l’abbia vissuta (e la stia vivendo) davvero. Così racconta di una fanciullezza difficile, nella problematica e durissima Romania di Ceausescu, di un padre testardo e volitivo inviso al regime costretto, dal professore che è, a inventarsi contadino.

È brava Elena Cotugno, (coautrice del testo -ideato e diretto da Gianpiero Borgia– insieme al drammaturgo “di casa” del CTB, Fabrizio Sinisi) anzi bravissima, sia nella totale immedesimazione nel personaggio, che per un po’ continua baloccarsi in una finta euforia utilizzata come fumogeno per nascondere le irrimediabili fratture che gli hanno spezzato irreparabilmente l’anima, sia nella capacità di coinvolgere il suo pubblico (cioè non giornalista)  attraverso ripetute quanto accorte provocazioni. È brava Elena Cotugno, anzi bravissima, nel veicolare il il parto doloroso delle proprie ossessioni, che come scarafaggi escono fuori dai punti oscuri del passato fuoriesce dai suoi occhi una memoria come una bottiglia di, no, anzi come una bottiglia di lacrime. È brava, Elena Cotugno, a far sorridere e a far commuovere, a mostrarsi al tempo stesso dura e fragile come prezioso cristallo.

La confidenza della violenza subita viene espulsa come una deiezione velenosa, poi si spoglia con la mente e con il corpo, realizzando il paradigma eterno della prostituta che non vuole rendersi conto di ciò che è diventata o che è stata fatta diventare. “Non ho più paura di niente” esclama e ripete, a se stessa più e prima ancora che ai suoi interlocutori,  fingendo di sapere tutto della vita e del mondo, mentre, della vita vera, non sa proprio niente.

L’arrivo di un figlio, anzi di due gemelli, imprevisto e vigliacco, ma accolto con amore con speranza nonostante tutto. L’accettazione, per amore di qualunque sacrificio, anche quello di continuare a lavorare a gravidanza avanzata e di ritornare sulla strada subito dopo il parto. Perché la vita continua, deve continuare come se come prima, e bisogna “contare tutto”, oggetti, situazioni, persone, per non impazzire.

E, siccome l’inferno per certe persone non ha mai fine la scoperta dell’ennesimo tradimento, ben presto seguita dall’abbandono, nonostante la sopportazione e l’acquiescenza, un silenzio sofferto.:

Sai cosa vuol dire sapere tutto e non dire niente?”

E finalmente, se finalmente si può dire in certi casi, il divampare della follia, la possessione da parte di quella Medea che si nasconde e attende in ogni donna, quando il dolore e il disonore diventano troppo ingombranti e urticanti per essere sopportati.

Scende, dal furgone e dalla nostra vita, e dal mondo di superficie, dalla gente “normale”, per tornare nell’inconscio collettivo, nel disordinato andirivieni delle vie cittadine e rintanarsi nella nostra cattiva coscienza.

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Uno spettacolo sorprendente, un originalissimo modo di fare teatro, un efficace strumento di informazione e comunicazione, un evento artistico che si trasforma, per noi fortunati giornalisti, e per coloro che avranno modo di vivere questa esperienza, in qualcosa di profondo e indimenticabile.

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«Abbiamo provato a leggere e a raccontare oltre la superficie la storia di migliaia di esseri umani, partiti dal proprio paese con un sogno che all’arrivo qui in Italia si è rivelato un incubo.Nel grande mare del tema delle migrazioni, abbiamo messo a fuoco il fenomeno che riguarda quelle donne straniere, sconosciute eppure in qualche modo familiari con elementi dell’arredo urbano cui siamo abituati, che popolano le nostre strade. Donne partite alla ricerca di una vita migliore e invece ritrovatesi nel racket della schiavitù della prostituzione» ha spiegato qualche tempo fa Gianpiero Borgia. E non si può dire certo che non ci sia riuscito.

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Elena Cotugno nasce a Ruvo di Puglia (Bari) nel 1984.  Nel 2008 si diploma presso ITACA (International Theatre Academy of Adriatic) in Tecniche e metodologie delle arti drammatiche. Nel 2007 studia presso la LAMDA (London Academy of Music and Dramatic Arts) e a Berlino con il regista e pedagogo Jurij Alschitz. Debutta a Parigi con il regista e pedagogo Anatolij Vasiliev con lo spettacolo “Soirèe Cechov”. Sempre con Anatolji Vassiliev nel 2011 e nel 2012 segue il Master in “Pedagogia della Scena” presso il CTR di Venezia in collaborazione con La Scuola Civica Paolo Grassi di Milano.
Oltre ad importanti esperienze lavorative all’ estero, a Parigi con Anatolij Vasiliev e a Strasburgo con Agnès Adam, ha lavorato come attrice presso importanti teatri nazionali. Dal 2007 al 2009 partecipa a tre edizioni dell’ “International Edinburgh Fringe Festival” con la regia di Gianpiero Borgia con il quale gestisce la compagnia “Teatro dei Borgia” nata nel 2002.

Esperienze teatrali:
2015 – La Locandiera di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2014 – L’Indecenza / di Elvira Seminara/ regia di Gianpiero Borgia / Teatro Stabile di Catania.
2014 – Gl’Innamorati di Goldoni / di Fabrizio Sinisi / regia di Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2013 – Volevo essere Amy Winehouse / Elena Cotugno e Michela Diviccaro / regia Gianpiero Borgia / Teatro dei Borgia.
2012 – Oreste di Euripide / di Mariano Dammacco / regia di Nicola Vero / Compagnia delle Formiche
2011 – Valodia le grand et Valodia le petit / di Anton Cechov / regia di Agnès Adam / La Friche Laiterie, Strasburgo con Collectif Spactacle-Labortoire.
2010 – Soirèe Cechov- Le Moine Noir e Valodia le grand et Valodia le petit / di Antòn Cechov/ regia Anatoli Vasiliev/ Theatre de l’Atalante, Parigi / con Collectif Spectacle-Laboratoire.
2009 – Troilo e Cressida / di Williams Shakespeare / regia Gianpiero Borgia / Compagnia delle Formiche, Teatro Pubblico Pugliese.
2009 – “In Serching of Miss Landmine” (spettacolo in lingua inglese)/di Elena Cotugno, Claudia Lerro, Carmen Centrone/ regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival/ Compagnia delle Formiche.
2008 – Yerma (spettacolo in lingua inglese) / di Federico Garcia Lorca / regia Gianpiero Borgia/ Edimburgo Fringe Festival / Compagnia delle Formiche.

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GuittoMatto

 

 

THEATRE

2007 ESCAPING HAMLET Gianpiero Borgia

2007 I DIALOGHI PLATONICI – IPPIA MINORE Christian Di Domenico

2008 yerma di federico garçia lorca Gianpiero Borgia

2009 TROILO E CRESSIDA DI WILLIAM SHAKESPEARE Gianpiero Borgia

2010 IL MONACO NERO DI ANTON CECHOV Anatolij Vasiliev

2011 VALODIA LE GRAND ET VALODIA LE PETIT DI ANTON CECHOV Agnes Adam

2011 MOLTO RUMORE PER NULLA DI WILLIAM SHAKESPEARE  Nicola Vero

 

 

La dinamica è quella del viaggio. Ogni viaggio è una crescita. Come evolve la consapevolezza dello spettatore al termine del tour?
Lo spettatore è insieme ad altri passeggeri, la vicinanza crea relazioni e interazione. È un vero e proprio viaggio che si fa riflessione sul viaggio stesso. Ci si trova esposti, con tutti i sensi coinvolti. Ogni replica è determinata da chi c’è a bordo, molte sono poi le variabili: dal tempo al traffico.

Ma il furgone è permeabile o impermeabile? L’interazione avviene anche con le ragazze della strada?
Per rispetto, quando attraversiamo le zone calde cerchiamo un modo per non essere invadenti. A Bari o Genova è impossibile non passare attraverso le ragazze che “lavorano”, lo facciamo con discrezione, non ci fermiamo mai. Io continuo a raccontare perché l’attenzione non sia solo sulla strada. Poi, facciamo comunque una tappa, scendiamo sui marciapiedi per essere al posto delle ragazze, essere fisicamente lì.

Cosa ritorna uguale in tutte le repliche di questo spettacolo?
Ogni città ha le strade del sesso a pagamento e tutti le conoscono. In ogni città le zone sono divise per etnie. E a ogni replica il pubblico si ferma alla fine dello spettacolo per discutere con me su ciò a cui ha assistito.

Come costruite lo spettacolo adattandolo alle diverse città?
In ogni città contattiamo sempre associazioni e cooperative di riferimento, perché ci aiutino a tracciare un itinerario e a portare avanti la ricerca che stiamo facendo sul tema.

 

Elena Cotugno, Medea per strada

È pur sempre teatro, come salva la verità?
Mi dico sempre che ciò che sto facendo lo sto facendo con uno scopo ben preciso, quello che racconto posso raccontarlo soltanto perché grazie alle associazioni ho avuto contatti diretti e quindi ho un’esperienza diretta di ciò che racconto, e questo mi dà forza.

E la bellezza? Come salvarla dal degrado?
La bellezza è in tutto, dipende con che occhi vogliamo guardare al problema. Tutti conoscono Medea e conoscono il finale. Quando però io scendo dal furgone e incontro il pubblico “da Elena” mi capita che qualcuno mi voglia abbracciare. Li ho portati a vedere con Euripide una realtà terribile e invece di inveirmi contro gli spettatori desiderano riappacificarsi con ciò che si è visto. Io voglio sempre salvare le persone. Si vuole sempre trovare una bellezza, anche nelle cose terribili, nel degrado, c’è sempre un tentativo di riappacificazione con sé stessi.

E per evitare il moralismo?
Partire dal presupposto che sto raccontando Medea. Viene tutto filtrato dal mito, e questo filtro permette di non cadere nel moralismo. Noi stiamo facendo teatro. Io ho una parrucca, però l’obiettivo è la realtà. Il nostro intento è raccontare l’uomo, non fare teatro civile.

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Una Titanica insalata greca

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Che si trattasse di una serata (e di uno spettacolo) del tutto insolita e particolare, si poteva già immaginare.

La conferma viene da ciò che precede lo spettacolo «Titans» (di Euripides Lzaskarides – in prima e unica data italiana al Teatro Sociale di Brescia nell’ambito della rassegna estiva “Un salto nel mito“): una dotta e articolata introduzione di Andrea Scartabellati, studioso di Storia Sociale Europea e, com’egli steso si definisce, studioso di “Storia degli umili”.

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«Spesso accade che sia il corpo, più delle parole, a diventare fonte, documento e testimonianza della società civile» ricorda, prima di dare spazio alla rappresentazione.

Poi tutto comincia con una deflagrazione di luci abbaglianti e suoni alieni, urticanti, disarmonici, vagamente alieni, tra scariche elettriche, inquietanti cigolii e fumi, tra i quali i due performers (Euripides Laskaridis e Dimitris Matsoukas) si impegnano senza risparmio in una serie ininterrotta di intemperanze espressive, verbali e gestuali.

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La scenografia è cangiante, dalle cupe e avveniristiche atmosfere alla Blade runner  al cangiare del palcoscenico in una vecchia e corrosa pellicola cinematografica, alla pista di un circo dell’assurdo, dove si muovono grotteschi clown, alle immagini distorte della più grottesca delle lanterne magiche.

Tutto si stravolge, a partire dal linguaggio che rinnega le parole per estrinsecarsi in una continua concatenazione di versi e singulti a volte buffi, a volte macabri e minacciosi, a volte solo animaleschi. L’uomo –donna incinta, mentre il suo rude compagno imperversa minaccioso, si trasforma in goffo Aspirante Stregone munito anche di regolare scopa magica. Non c’è narrazione,non c’è concettualità razionale, ma solo una corposa serie di richiami simbolici, di distorti ammiccamenti ideologici e anti-ideologici, di sollecitazioni sensoriali di ogni tipo.

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Al punto che, se un messaggio è possibile ricavare dal convulso procedere della rappresentazione, a mio avviso, è (forse) che solo attraverso il caos si può sperare (forse) di recuperare almeno una parvenza di equilibrio.

Il tutto sotto gli occhi di un dio tecnocratico e al neon, immanente quanto gelido e insensibile, che si riconosce e s’immedesima nella luce intermittente e incertissima della conoscenza.

Ecco, questo è quanto. Un monologo, il mio, forse un delirio,  sconnesso, più che una recensione, per non tentare di raccontare ciò che non si vuole e non si può raccontare. Con il pubblico che rimane spiazzato durante e dopo, impegnato a ragionare su quale sia la natura di ciò cui ha appena assistito:  uno spettacolo di grande rilievo ideologico, in bilico tra  simbolismo e richiami classici, oppure una performance senza  capo né coda, forse volutamente, forse no; una meditata quanto arguta provocazione, oppure una pièce assemblata e messa in scena solo per stupire, o per “épater le bourgeois”, come dicono i francesi.

Alternative estreme in riferimento a uno spettacolo, me ne rendo conto, interrogativi destinati con ogni probabilità a restare senza risposta.

Sì, ma che c’entrano i greci con i francesi?

 

PS

Per scelta ho preferito leggere la locandina di presentazione dello spettacolo (che riporto qui sotto) solo dopo avere scritto questo pezzo.

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E, dopo averla letta, mi rendo conto che, forse, non ho capito niente.

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 GuittoMatto

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Immagini di scena inserite a corredo di questo articolo by Julian Mommert ed Elina Giounanli

 

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Brescia, città del Teatro (10) – Perché la vita… è un manicomio.

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Il teatro Agorà di Ospitaletto, con la sua originale platea a gradoni, registra il tutto esaurito in occasione del “saggio” annuale del corso di teatro messo in scena dagli allievi sotto la direzione e la supervisione dell’insegnante, la brava Katiuscia Armanni. Ed è proprio lei regista e coreografa dello spettacolo drammatico (intitolato «La casa dei matti») che, prima che cominci lo spettacolo, si fa carico del saluto di benvenuto e dell’introduzione della serata, i cui proventi sono destinati a finanziare la Casa del Sole di Rovato. Pubblico composito, nel quale si nota, e come potrebbe essere il contrario, quella straordinaria attrice che risponde al nome di Erika Blanc.

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E mentre pronuncia le prime parole che si verifica un di quei piccoli “incidente” che potrebbero mettere in difficoltà un attore meno esperto e meno empatico, non certo lei: le luci che illuminano il palcoscenico non vogliono saperne proprio di accendersi. Katiuscia, da consumata intrattenitrice, coglie invece immediatamente lo spunto per entrare in immediata sintonia con la platea, prima sdrammatizzando l’inconveniente con  accattivante ironia, per poi cambiare fluidamente registro, passando all’introduzione pensosa e malinconica di una pièce drammatica che affonda le proprie origini nell’anima e nella carne della brava autrice-regista e che la Armanni rivela di avere dedicato alla figura di un padre sfortunato quanto amato e, attraverso lui, agli esclusi, ai diversi e a tutti i più fragili. Poi il sipario si apre su una scenografia essenziale, composta da un letto da ospedale e da un gruppo di ricoverati di un struttura psichiatrica ante- legge Basaglia.

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Gli internati vivono in un mondo rovesciato dove anche il riso è disperazione, anzi, spesso è più disperazione del pianto, e “Nulla è così feroce come la situa solitudine del manicomio” .

Il testo è composto da un accorto assemblaggio di parole e poesie tratte dagli scritti e dalle interviste di Ada Merini, che ne costituiscono il prezioso collante, smaterializzandosi in un amalgama di sofferenza e di domande che non possono, né probabilmente potranno mai, ricevere risposta.

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Davvero rimarchevole e degna di menzione la sapienza e la fantasia dimostrate dalla Armanni nella gestione di luci, suoni e coreografie, che gli interpreti della scuola dei “Teatranti” assecondano con una prontezza e un’efficacia straordinaria in rapporto alla giovane pratica del teatro di ciascuno di loro. È lo un alternarsi di momenti scenici altamente evocativi e simbolici, resi più onirici dalla schermatura di un velo che isola quanto accade in palcoscenico in immagini e in movimenti confinati nel mondo alieno e remoto dell’instabilità psichica. Fino a culminare in un quadro finale di grandissima suggestione che vede gli attori riuniti in una figura collettiva che ricorda molto da vicino una tela romantica ottocentesca.

Perché, a ben vedere, “La vera follia è credere di essere sani“.

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Meritati i convinti, prolungati e ripetuti applausi che scrosciano al chiudersi del sipario.

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«La città dei matti» – regia di Katiuscia Armanni, aiuto regia Elide Torri, con Francesca Barone, Stefania Bonassi, Gabriella Cito, Federico Bignotti, Eleonora Borghetti, Silvia Andreoli, Samuele Danesi.

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GuittoMatto

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