Mioddio, My-day, ma dai… MEDEA!

   La tragedia di Euripide 
La tragedia greca (scritta da Euripide per le Grandi Dionisie del 431 a.C. e considerata una delle più significative tragedie classiche) comincia con la vecchia Nutrice che riassume quanto accaduto… nelle puntate precedenti: dopo la conquista del vello d’oro nella Colchide (narrata ne «Gli Argonauti» di Apollonio Rodio), Medea e Giasone si trasferiscono a Corinto, insieme ai due figli. Dopo qualche anno di convivenza, però, Giasone (eroe stanco e imbolsito in cui affiorano bassezza e meschinità da uomo qualunque) decide di ripudiare Medea per convolare a nozze con Glauce, non solo più giovane e fresca di sua moglie, ma anche (e non è cosa di poca importanza) figlia di Creonte, re di Corinto: una condizione che, da sola, potrà consentire a Giasone di salire al trono.
Medea, però, non è donna che possa tollerare di ricevere, da un uomo al quale ha donato tutto il proprio amore e la propria passione, ma che si è rivelato meschino, decidendo di ripudiarla per la “carriera”: lo dice il suo stesso nome, che, derivando dal verbo medèomai (curare attraverso erbe e pozioni magiche), indica la sua natura di “maga, strega”. Non per nulla, qualora non lo ricordaste, era stata lei a preparare il filtro servito per narcotizzare il drago posto a guardia del mitico Vello d’Oro, lei a tradire suo padre e a uccidere il fratello per poter seguire Giasone. Medea è la passione barbara, ferina; Medea è la rabbia che non si placa se non con la vendetta; Medea è la minaccia che viene da lontano, è la creatura aliena capace di amare e di odiare fino all’autodistruzione. Inutili, dunque, i tentativi di Giasone di far accettare alla moglie la sua decisione. Inutile la precauzione adotatta dal re Creonte che, temendo il peggio, decreta l’immediato esilio della donna. Ottenuto con una scusa il rinvio della partenza, sia pure per un solo giorno, Medea  fa pervenire alla rivale Glauce, come dono nuziale, un mantello intriso di potentissimo veleno. La giovane figlia del Re lo indossa, morendo tra atroci dolori.
Poi l’incontenibile ira di Medea si abbatte anche sui figli.

    Lo spettacolo 

Dunque, come già detto, a oltre vent’anni di distanza dalla rivoluzionaria direzione di Luca Ronconi nel 1996,  con il riallestimento e la rivisitazione effettuati per l’occasione da Daniele Salvo, Franco Branciaroli rende omaggio al Maestro scomparso nel 2015, tornando a vestire i panni della selvaggia Medea nella nuova edizione di una vera e propria gemma e di un solido punto di riferimento della storia del Teatro contemporaneo italiano.

Il Male, il Bene, Dio e Satana, sono entità sprovviste di identità sessuale, comprendendole in sé tutte. Così come l’amore, l’odio, la speranza, la disperazione… e la minaccia di ciò che è alieno, in cui, amava dire Ronconi,  «si può identificare senza tema di sbagliare, il personaggio di Medea»..

     

  

 (foto di scena scattate da Umberto Favretto ph) 

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Su uno schermo è proiettata l’immagine di un cuore che palpita, nudo e sanguinante, sotto i ferri del chirurgo.

Sull’altro, un paesaggio spoglio, quasi desertico.

E il canto straziato e straziante di una donna che erompe dal mare Mediterraneo, non importa da quale sponda, cristiana o musulmana, tanto il sale nell’acqua ha lo stesso dosaggio.

È così che comincia a Medea di Ronconi e di Branciaroli, un’autentica celebrazione liturgica, officiata sulle assi del palcoscenico che, fin dall’inizio, preannuncia sacrifici umani., autentici o mistici, solo questo è da scoprire. sia gli uni che gli altri, in realtà, al tirare delle somme.

E di Medea, all’inizio, si ode solo la voce fuori-scena: lamentosa, malmostosa, sgradevole quanto può esserlo il lamento di qualcuno che non siamo noi.

Poi comincia il gioco sottile e complesso al tempo stesso delle tante contaminazioni che intarsiano la narrazione.

Euripide è sempre presente in scena, certo, eccome, ma sembra tirarsi in disparte, a volte,  di fronte agli aspirapolvere manovrati dalle donne del coro, a un lettino da ginecologo con tanto di paradosso di uomo incinto, alle rivisitazioni di melodie che occhieggiano, neppure troppo discretamente, a Battisti e ai Procol Harum, alle divise dei soldati del Re agghindati come picciotti di Cosa Nostra.

L’antica Grecia allarga i suoi confini fino a sovrapporli a quelli dell’Europa, dell’intero Occidente, con il Potere che cala dall’alto scendendo con maestoso impaccio i gradini di una scala che fa bella mostra di sé al lato del palcoscenico: ingloba nella rabbia ferina di Medea il fermento degli sradicati, per forza o per scelta, dal territorio, dalle tradizioni, dalla propria religione, fate voi.

E finalmente eccolo, Branciaroli, maestro del gesto, della voce (anzi, delle voci) e della presenza scenica, capace di assommare alla propria arte le parti più significative della funambolica recitazione che fu patrimonio di Carmelo Bene.

Incombe sul pubblico, lo strega, ispira tutti gli altri attori senza mai prevaricare, indirizza tempi, ritmi e atmosfere anche quando non è in scena.

Nella sontuosa sceneggiatura di Ronconi tutto è fedele al testo classico, tutto lo tradisce. A cominciare dal coro, che prima blandisce la sete di vendetta della barbara tradita, la esalta, poi, ma solo quando ormai è troppo tardi, spaventato, cerca timidamente di moderarla.

L’umiliazione, il rancore, soprattutto la rabbia cieca e animale che “chi sta sopra” cerca invano di tenere sotto controllo.

«Ti sarebbe bastato adattarti senza recalcitrare alle decisioni  che qualcun altro ha preso per te» ricorda alla moglie, che ha ferito mortalmente, Giasone, l’eroe-cialtrone, con il meschino buonsenso dei vigliacchi.

Sul finire, non casualmente si abbassano le luci sul palcoscenico, così come, rapidamente, si va spegnendo il lume della ragione: Medea teme e soffre lei per prima l’atrocità di ciò che sta per compiere, ma dice a se stessa, come capita a ciascuno, almeno una volta nella vita, che «la passione sa essere più forte della ragione».

La prima parte della strage è compiuta, ancora più atroce nella narrazione a cose fatte che ne fa il precettore, sconvolto da tanto sangue e tanta violenza.

Quanto alla seconda, ancora più atroce, l’uccisione dei propri figli s’intravede dietro uno schermo, con richiami non troppo nascosti a quelli della finestra dell’hitchcockiano “Psycho” dietro cui si celava la doppia personalità del folle Norma Bates. Nel dramma lacerante di Medea si riassume e si sublime quello di quelle mamme assassine di cui sono disseminate le contemporanee cronache di nera.

Si conclude, dopo la chiusura del sipario, con una ripetuta e convintissima chiamata in scena degli attori a suon di applausi.

E con una nota che, per sdrammatizzare un po’ (e credete, non è così facile nella recensione della madre di tutte le tragedie e nella tragedia di molte madri):

IN QUESTO SPETTACOLO NON SONO STATI MALTRATTATI BAMBINI

Chi assisterà a questa sorprendente e stimolante rappresentazione…. capirà.

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   Il Mattatore 

«Mi raccomando, il pubblico deve ricordarsi sempre, per tutto il corso dello spettacolo, che Medea è un uomo» affermò Branciaroli nel ’97, alla vigilia della rappresentazione romana della tragedia di Euripide (Teatro Quirino).

«Che ci sono io, coi bicipiti un po’ da camionista, dentro la parte. Voglio dire che quelli che stanno in sala non devono farsi fregare dalle convenzioni, come invece succede al coro di Euripide, che qui non può accorgersene e che, naturalmente, crede di avere a che fare con il personaggio vero, la donna tragica di Euripide»

«Io non interpreto una donna, sono nei panni di un uomo che recita una parte femminile, è molto diverso. Medea è un mito: rappresenta la ferocia della forza distruttrice» fa presente oggi.

«Lei è un essere smisurato, che usa un potere sinistro, usando la femminilità come maschera, per commettere una serie mostruosa di delitti: non è un caso che la prima a cadere sia una donna, la regina, la nuova sposa di Giasone»

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MEDEA di Euripide  (traduzione Umberto Albini) regia di Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo scene Francesco Calcagnini riprese da Antonella Conte Costumi di Jacques Reynaud ripresi da Gianluca Sbicca luci di Sergio Rossi riprese da Cesare Agoni con: Antonio Zanoletti, Alfonso Veneroso, Tommaso Cardarelli, Livio Remuzzi, Elena Polic Greco, Elisabetta Scarano, Serena Mattace Raso, Arianna di Stefano, Francesca Maria, Odette Piscitelli e Alessandra Salamida, Raffaele Bisegna e Matteo Bisegna produzione CTB Centro Teatrale Bresciano – Teatro de Gli Incamminati – Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

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dal 9 al 21 maggio al Teatro Sociale di Brescia.

 

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (40) – Bamboccioni… chi?

Prima di spiegare il titolo di questo post, io comincerei da qui.

 

Vale a dire da Palazzo Martinengo e dalla mostra «Da Hayez a Boldini – anime e volti della pittura italiana dell’Ottocento»

I visitatori sono accolti dalla morbida plasticità di Amore e Psiche, l’opera di Canova che meglio ne rappresenta e significa l’amore e il culto per l’estetica neoclassica.  Oltre a questa celeberrima opera, nella prima sala sono esposti significativi lavori di Andrea Appiani e di altri autorevoli artisti neoclassici. Nella seconda sala le tele dei “romantici”, primo tra tutti, naturalmente, Francesco Hayez (è la maestosa rappresentazione di Maria Stuarda che sale al patibolo  a imporsi a occhi e mente); tocca a Giovanni Carnovali detto il Piccio preannunciare l’arrivo degli Scapigliati, cui, invece, è riservata la Sala numero tre.

Seguono le suggestioni dei Macchiaioli, con Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega, poi gli Orientalisti (confesso di essermi soffermato pensoso davanti al dipinto di Domenico Morelli intitolato La preghiera di Maometto prima della battaglia), le quotidianità dense di ammiccamenti sociologici dipinti da Ciradi, Induno, Palizzi, Milesi e Inganni.

Divisionisti nella quarta sala, con Segantini, Pellizza da Volpedo (geniale pittore de Il quarto Stato – non presente alla mostra) e Morbelli, prologo alla conclusione della mostra con le straordinarie, misteriose e sensuali donne ritratte in Francia da un Giovanni Boldini capace di dischiudere le porte al novecento.

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Sì, ma il titolo di questo post? Perché?

Presto detto: nella giornata di oggi c’erano a disposizione dei tanti visitatori accorsi a palazzo Martinengo alcune “guide” di eccezione.

«Siamo stati scelti tra gli studenti del Liceo Arnaldo per questo», mi dice Ludovica Zampaglione, che ha appena finito di raccontare all’ennesimo gruppo le opere di Zandomeneghi, De Nittis e Boldini.

«Uno per sala, cerchiamo di coinvolgere i visitatori non solo nella mera fruizione visiva di tanti meravigliosi capolavori della pittura, ma anche in un’analisi snella, ma per quanto possibile articoltata e approfondita, del contesto storico e sociale e delle tendenze artistiche e stilistiche cha hanno portato alla nascita delle varie opere esposte»   

Preparati, cordiali, disponibili a rispondere alle domande e a soddisfare le curiosità del pubblico, le magnifiche ragazze e i magnifici ragazzi del Liceo Arnaldo da Brescia sembrano muoversi a proprio agio, come se svolgessero questa difficile attività di promozione culturale da una vita.

«Il tutto nell’ambito di “Alternanza Scuola-Lavoro” un progetto che consiste nella realizzazione di percorsi progettati, attuati, verificati e valutati, sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica o formativa, sulla base di apposite convenzioni con imprese, associazioni, camere di commercio ed enti pubblici e privati, ivi inclusi quelli del terzo settore » spiega ancora Ludovica, ma in fretta, perché sta arrivando un nuovo “plotone” di persone da erudire.

 Una giovanissima “guida” alle prese con i tanti visitatori della mostra 

C’è una morale, in tutto questo?

Sì, c’è.

Vedere uniti in una sola occasione l’Arte dei grandi Maestri del passato, l’interesse di chi, oggi, preferisce mettersi in fila per visitare una mostra di pittura anziché rifugiarsi in un Centro Commerciale, l’entusiasmo di tanti giovani, belli, bravi e spigliati che rappresentano il domani

… beh, mi fa credere che un Mondo Migliore possa davvero esistere.

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  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Quella famosa Napoli… che non ti aspetti

 «Napoli magica – Vispi morituri, morti viventi e morti di fame» è il titolo volutamente didascalico e paradossale della pièce che il professor Giulio Forbitti (per la ventesima volta, un vero record) ha scritto per il consueto spettacolo messo in scena (sotto la responsabilità della professoressa Elena Bonometti, affiancata nel lavoro di direzione di palcoscenico dalla collega Maria D’Abrosca) dagli alllievi ed ex-allievi dell’Istituto Primo Levi di Sarezzo, insieme ai ragazzi diversamente abili della cooperativa «L’Aquilone», per la regia di Guido Uberti

La trama:

Nella commedia, andata in scena venerdì e sabato sera sul palcoscenico del teatro San Faustino di Sarezzo, si narra del viaggio a Napoli,  in visita all’anziana nonna che, pur ancora lucida e autosufficiente, sente incombere l’arrivo della morte, di una famiglia ormai radicata al nord. Troveranno, oltre alla riscoperta di una donna in cui all’arguzia partenopea si miscela armonicamente una singolare sapientia vitae, un mondo sconosciuto, intessuto di arte, di storia, di leggende, superstizioni e autentiche magie.

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Lo spettacolo

Si comincia con il sipario tirato e, davanti, la professoressa Elena Bonometti e il drammaturgo Giulio Forbitti che introducono lo spettacolo al cospetto di una platea gremita di spettatori e (si vedrà poi) ben disposta all’applauso.

Poi si comincia e, subito, si capisce qunto siano giovani gli attori.

Qualcuno più giovane di quanto si sarebbe potuto immaginare.

L’argomento, però, è piuttosto complesso: sotto un leggerissimo ma gustoso velo di comicità tutta “acqua & sapone”, infatti, si palesa il tema dei temi: il rapporto dell’essere umano con una fine scritta sin dal momento della nascita, mannaia sterminatrice o preziosa cornice che, limitando il bel quadro della Vita, ne esalta vieppiù il valore.

La pièce è divertente e scorrevole, intarsiata anche di gradevoli momenti musicali e completata dalla accattivante coreografia finale.  Un brio complessivo che permette di sorvolare su alcuni passaggi (particolarmente quelli tesi a valorizzare i tesori artistici e i suggestivi misteri partenopei, in logica dipendenza delle finalità educative del progetto) che possono risultare alquanto didattici.

 

 

Bene la regia, attenta e capace di tenere in scena, senza confusione, un numero così alto di attori. 

Essenziale (anche e soprattutto per motivi di budget) ma efficace la scenografia.

Convinti gli applausi finali.

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  GuittoMatto

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Goodmorning Brescia (39) – Da Mario gli antichi sapori d’Iseo

Il ristorante, l’Antica Osteria del Castello, è un angolo di armonia in un’incantevole cittadina affacciata sul meraviglioso Lago d’Iseo.

  

L’Oste (al secolo Mario Venni) è uno dei punti fermi della ristorazione bresciana dell’ultimo ventennio, già conduttore, (insieme al gemello Pietro) del mitico Quartino di via Zadei.

 

  

In un pigro dopopranzo, prolungato nell’ameno giardino che promette deliziose serate estive consacrate al buon cibo e al buon vino, non ho potuto fare a meno di sottoporlo a una breve e sintetica (ma spero significativa Intervista).

Mario, da quanto tempo operi nel settore della ristorazione?

Dal 1981. Trentacinque anni di “mestiere” vissuti con grandissima passione, sempre alla ricerca di nuovi stimoli, di nuove sfide, di nuove soluzioni. Al punto che questi trentacinque anni mi sembrano essere passati sin troppo velocemente.

E adesso?

Adesso si parte per una nuova sfida, resa possibile anche grazie al supporto e alla preziosa collaborazione dell’amico Enrico Longhi, che mi fa da compagno in questa avventura…

   … e sono certo che centreremo l’impresa.

Un bel salto passare dal gestire un ristorante nella cittadina Brescia a farlo nella vacanziera e lacustre Iseo. Cosa cambia, per te?

Cambia molto e cambia poco. Molto è cambiato, anzi migliorato, nel personale: quando si è materializzata la possibilità di rilevare la gestione dell’Antica Osteria, mi è venuta l’idea di venire ad abitare nei paraggi. Verde, lago, tranquillità assoluta e vicinanza al posto di lavoro, wath else? Senza contare che i serizi e le attrazioni della città, a ben vedere, restano a un quarto d’ora di automobile. Per quanto riguarda il lavoro, invece, non ci sono grandi differenze con il “prima”: certo, operando qui (dove si averte ancora, per fortuna, la positiva influenza dell’effetto-Christo)  si deve tenere conto di una certa stagionalità (il top dell’affluenza è tra Pasqua e ottobre). C’è da dire però, a questo proposito, che conto sui tanti amici-clienti che da tempo mi seguono con affetto per riempire il locale (che esercita una certa attrattività sul vasto bacino lago-Brescia-Bergamo)… anche fuori-stagione.

Parliamo di cibo.

Il cibo, certo. Per questo mi sono affidato allo chef Giorgio Lovati (al centro nella foto, tra Mario l’Oste e l’aiuto cuoco Giorgio Orizio). Un autentico fuoriclasse, coscienzioso al limite dell’ossessione nella scelta degli ingredienti, un appassionato della buona tavola che persegue con meticolosa applicazione e grande passione un ideale di valorizzazione delle tradizioni locali rivisitata alla luce di una creatività sempre fresca e fantasiosa. Una particolare attenzione è poi riservata, attraverso l’uso diffuso dell’abbattimento della temperatura e del sottovuoto,  a un utilizzo per quanto possibile parsimonioso dei condimenti più pesanti (come il burro) e, dunque, a una più sana e digeribile alimentazione. 

 

Dal mitico Quartino in poi, uno degli elementi caratterizzanti delle tue gestioni è stao il largo spazio sempre concesso ad attrazioni per così dire “collaterali” alla semplice alimentazione. Ti ripeterai anche qui all’Antica Osteria del Castello?

Nel mio locale non mancheranno mai musica dal vivo, karaoke, intrattenimenti vari e …  

(indica, ammiccando, tre “loschi figuri ben conosciuti dai frequentatori di questo blog, vale a dire -foto sotto- Annabruna Gigliotti, Patrizio Pacioni e Massimo Pedrotti, componenti della Compagnia delle Impronte)

… cene con delitto. Primo appuntamento venerdì 16 giugno con la rappresentazione di «Uno specchietto per tre allodole»! 

  

Per concludere: quanto ti manca la presenza, in questa nuova avventura, del tuo gemello Pietro?

Mi manca molto, inutile dirlo: abbiamo lavorato insieme per  più di venti anni e…

(si ammutolisce un attimo, seguendo un pensiero)

Sappi però che c’è un certo progetto comune in ballo che…

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Bene. Di più lui non dice e io non mi sorprendo: con i terribili Gemelli c’è sempre qualcosa… che bolle in pentola!

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  Bonera.2

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Goodmorning Brescia (38) – Nel Foyer del Sociale si parla di amore e altri disastri

Più che uno slalom un campo minato, con il terreno scivoloso e il precipizo da un alto.

Forse da entrambi i lati.

Almeno è così che la vede il professor Giancarlo Tamanza, docente di Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, preoparatissimo quanto brillante conferenziere di “Rischi e pericoli nella relazione di coppia”, secondo incontro correlato allo spettacolo «Le relazioni pericolose», prodotto dal CTB Centro Teatrale Bresciano in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino al 14 maggio 2017, inserito ne ”I pomeriggi al CTB” (ciclo di incontri promossi dal Centro Teatrale Bresciano, a cura della prof.ssa Lucia Mor, docente di Letteratura tedesca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

«La coppia è un organismo vivente, sottoposta a influenze esterne e alla continua ricerca di un equilibrio interiore, dunque, inevitabilmente, in continua evoluzione»  spiega il professor Tamanza.

«Si tratta del basilare e più primordiale consorzio tra persone, che, proprio per questo, a prima vista può apparire di semplice comprensione e, quindi, di agevole gestione» aggiunge subito dopo, apprestandosi ad approfondire il discorso con il supporto di suggestivi  e centrati supporti visivi.

«La realtà, invece, e ve lo dice uno che per mestiere le coppie le incontra nei momenti più difficili che attraversano le relazioni, le vicissitudini di coppia sono tra le situazioni di vita in cui si può sperimentare il dolore più acuto»  avverte, passando poi alla prima diapositiva.

1.

 

Nel momento stesso in cui due persone decidono e convengono di dare vita a una coppia, si crea un’area comune, in cui ciascuno dei due conferisce una parte della propria identità personale, che può essere più o meno estesa. Se l’area condivisa resterà “sottosoglia” si correrà il rischio di un rapporto destinato a viaggiare a livelli epidermici, se sarà troppo estesa, invece, arrivando quasi a far coincidere le aree dei due cerchi, potrà risultare soffocante, per uno dei component o anche per entrambi.

2.

La coppia rassomiglia a un meccanismo a incastro: le parti devono combaciare tra loro ma mantenendo un”gioco” adeguato a non irrigidire troppo il rapporto, destinandolo all’immobilismo. Insomma, un incasso troppo parziale alla lunga non tiene, un incasso globale e globalizzante soffoca. Ciò cui va prestata la massima attenzione, dunque, è saper adattare le rispettive “penetrazioni” e “accoglienze” facendo in modo che gli spazi di contatto, a seguito del percorso di evoluzione personale o a causa dell’intervento di agenti esterni, si allarghino o si restringano troppo.

3.

La scelta d’amore sembra la più semplice, la più spontanea e la più casuale tra tutte. In realtà non è affatto così: per arrivare a quella scelta si parte dalla “storia” personale (intesa come provenienza familiare e culturale, come formazione, come esperienze di vita vissuta) che sommandosi alla componente attrattiva estetico-erotica, quasi sempre a totale insaputa anche degli stessi protagonisti di un rapporto di coppia, finisce per determinare l’individuazione del partner ideale.

Ma non finisce qui.

 

 

Infine, avvalendosi di coincise ma indicatice tabelle, il Professore passa in rassegna i (non pochi e non lievi) rischi che nasconde una relazione, servendosi anche (e questa è una novità) di suggestivi disegni che forniscono spunto agli ulteriori ragionamenti sul tema.

Nello spazio-domande, un arguto “provocatore” chiede se, vista la tempistica del manifestarsi e dell’evolversi di una “crisi di coppia” sempre in agguato, probabile, più che possibile, chiede se la strategia giusta non sia quella di innamorarsi con convinzione solo in tarda età, quando la scarsità di tempo a disposizione faccia in modo che il famigerato “settimo anno” (o chi per lui, finisca per non arrivare.

Tamanza appare colto alla sprovvista, ma solo per un attimo.

«Osservazione interessante», ribatte infatti, dopo una brevissima riflessione.

«Io penso, però, che sia ancora meglio innamorarsi più volte della stessa persona e, ogni  volta, ricominciare da capo».

Grande colpo di teatro.

Dopotutto ci troviamo nel Foyer del Sociale… o no?

  Bonera.2

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Goodmorning Brescia (37) – L’altro teatro di Sarezzo

goodmorning BresciaA Brescia c’è (per fortuna) la grande prosa, la lirica e i grandi concerti, del Teatro Sociale e del Teatro Grande.

A Brescia, però (per fortuna), non c’è soltanto questo.

A Brescia e dintorni c’è un movimento teatrale diffuso, una voglia di creare e mettere in scena che, affiancato all’offerta di primo livello (e che livello!) di spettacoli di grande caratuta artistica e culturale, consente a iniziative meno strutturate, ma non per questo prive di pari dignità, di proporsi e di farsi alutare da un ampio pubblico, altrimenti non raggiungibile.

panoramica interna del Teatro San Faustino di Sarezzo

Tutto questo per arrivare all’evento che si terrà venerdì e sabato sera a Sarezzo, di cui -qui sotto- pubblichiamo una completa informativa.

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«Napoli magica» (seguita dal suo ammiccante e invasivo sottotitolo) è un progetto nato e realizzato “con finalità didattiche ed educative” (e “ricreative” aggiungo io) dalla passione per il palcoscenico e dalla la voglia di creare, di raccontare e di fare, il tutto amalgamato dal piacere di stare e fare insieme, cui ci sentiamo di consigliare di assitere a chi può.

Che poi, mi auguro, si premurerà di farmi sapere con quale riscontro personale.

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Ex Libris (13) – L’impareggiabile candore di chi ha vissuto

La storia è romantica, quasi ottocentesca: una famiglia dell’aristocrazia (economica, in questo caso), una ragazza bella, trasparente ma di censo troppo basso per il fascinoso rampollo, una matriarca gelida e malvagia. Un matrimonio che non s’ha da fare, insomma, un perfido inganno, con la non lieve complicazione di un incidente che sfigura (irrimediabilmente?) la giovane artista figlia del popolo, facendo scoccare la scintilla di una perfida macchinazione contro l’Amore che però, alla fine…

In realtà quello di Salvatore Buccafusca, una vita bene spesa per il teatro, sia dietro che davanti al sipario, si rivela un romanzo di gradevole lettura snello quanto basta, con tutti i personaggi, anche quelli secondari, tratteggiati con poche ma significative pennellate di colore.

Una Maschera per vivere (Casa Editrice Serena) si rivela un tuffo nell’ingenuità e nella limpida acqua dei sentimenti più semplici e naturali, delineati con tratti netti e inequivoci; un’opera prima senza inserimento di stratosferici coefficienti di difficoltà, ma che rivela un grande equilibrio di struttura e buona appropriatezza di scrittura da parte di un  Autore che, per la lunga militanza artistica, di vita vissuta e narrata ne ha conosciuta e ne conosce più di molti altri.

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Salvo Buccafusca, oggi imprenditore da tempo è impegnato nel mondo del Teatro Sociale.  In tale ambito  si è proposto come coautore e/o curatore di testi dedicati al delicato tema  dello stragismo (con lo spettacolo Alle due i monaci tornano in convento, rappresentato in anteprima nazionale al Teatro Parioli e poi in decine di città italiane,con un riferimento specifico al ruolo dell’ala estrema dei Corleonesi nell’omicidio del Giudice Falcone) e alla complessa serie di avvenimenti che fanno pensare ai Servizi Segreti deviati. 

De La verità nell’ombra di Patrizio Pacioni (dramma incentrato sulla strage di Portella della Ginestra , sulla morte di Salvatore Giuliano e sul ruolo ambiguo di Gaspare Pisciotta) e di Diciannove + uno, sempre di Patrizio Pacioni (rivisitazione della misteriosa scomparsa  nel Mediterraneo meridionale e della  oscura morte del presidente dell’ENI, EnricoMattei, ha curato la traduzione drammaturgica.

Entrambi gli spettacoli sono stati rappresentati in anteprima presso il Teatro Golden di Roma e in molti altri Teatri e Università Italiane).

 Attore in altre rappresentazioni teatrali (La fine all’alba, Lungo le strade di GInsberg, Roma la Capitale, in cui ha interpretato il ruolo di Pippo Calò, il referente di Cosa Nostra nei rapporti con la Banda della Magliana Bazar, L’ultima canzone in cui ha incarnato il ruolo di Osvaldo Pugliese, il più grande maestro nella storia del tango).Diplomato con un corso in arti sceniche e scuola di arti drammatiche al Centro studi la Ribalta di Enrico Maria Salerno. Ha recitato con la Compagnia Stabile e con la Compagnia Horti lamiani e altre in opere di Eduardo De Filippo, di Federico Garcia Lorca e di Skakespeare .

Salvo Buccafusca è stato per molti anni, anche scenografo della Compagnia Stabile Assai, uno dei più noti gruppi di teatro sociale della scena nazionale, di cui rappresenta un sicuro storico riferimento identificativo.

Per quanto riguarda la scrittura, si è già cimentato, in passato, nella redazione di altri due saggi: “Una vita in gioco” e “Il fratello segreto” che hanno ottenuto un significativo successo di critica.

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Titolo: Una maschera per vivere

Autore: Salvatore Buccafusca

Editore: Casa Editrice Serena:

Anno: 2017

Pagine: 196

Prezzo: 15 €

ISBN: 978-88-941654-8-7

   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

La memoria marcia da 25 anni… e non si deve fermare

 

Nella strage di Capaci (23 maggio 1992) persero la vita, oltre a Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre componenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sopravvissero al terribile scoppio gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. L’agguato, opera di Cosa Nostra, scattò sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci-Isola delle Femmine, poco distante da Palermo: alle ore 17,58, al passaggio della macchina di Falcone e di quella della scorta, di rientro in città dall’aeroporto, il sicario Giovanni Brusca aziona una carica di cinque quintali di tritolo posizionata in una galleria scavata sotto la strada.

 

Nella strage di via Mariano D’Amelio (Palermo) invece, il 19 luglio 1992, vale a dire solo cinquantasette giorni dopo l’uccisione di Falcone, oltre al magistrato Paolo Borsellino perirono  i cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Unico sopravvissuto, pur se gravemente offeso dall’esplosione di Antonino Vullo. Alle ore 16,58, non appena il magistrato e la sua scorta si fermarono sotto il palazzo in cui viveva la madre di Borsellino, con un telecomando azionatoa  distanza venne fatta esplodere una carica di circa 100 chilogrammi di tritolo, piazzato in una Fiat 126.

 

  

Ieri a Tempo di Libri, prima edizione della nuova kermesse editoriale di Milano, è stato lanciato il progetto La memoria in marcia, il tour in dieci tappe che porterà da Peschiera del Garda a Palermo l’autovettura (la cui sigla-radio, Quarto Savona 15, non sarà mai dimenticata) sulla quale si trovavano, al momento dell’esplosione gli uomini della scorta che seguivano la Croma di Falcone. L’evento è stato completato e arricchito dall’intervento della signora Tina, vedova del caposcorta Antonio Montinaro.

Una reliquia di straordinaria suggestione e valore morale e civile, che già è stata esposta al pubblico in altre località in occasione di manifestazioni e cerimonie per la legalità e che, nelle intenzioni dei promotori dell’iniziativa sarà utilizzata come “Memoria in marcia” attraverso l’Italia, per dare ancora più rilievo e spessore alla ricorrenza del venticinquesimo anniversario.

Il mese prossimo, poi, a partire dal 23 maggio (vale a dire esattamente 25 anni dall’attentato di Capaci) importantissimo appuntamento al moderno Teatro San Raffaele di Roma, dove sarà portato in scena dalla Compagnia Stabile Assai il dramma «Borsellino e l’Olifante» scritto da Patrizio Pacioni, per l’adattamento e la regia di Antonio Turco.

 

Compagnia Stabile Assai

Fondata nel 1982 da Antonio Turco, responsabile delle attività culturali presso la Casa di reclusione di Rebibbia, si serve dell’attività teatrale come strumento di socializzazione e riadattamento.

La compagnia è formata da detenuti e da detenuti semi-liberi che fruiscono di misure premiali, oltre che da operatori carcerari e da musicisti professionisti. I testi degli spettacoli sono inediti, scritti con la collaborazione di tutti i detenuti.

Nel 2009, la Compagnia si è esibita alla Camera dei Deputati e, nel 2011, in Campidoglio.

Nel corso degli anni, la Compagnia ha collezionato diversi riconoscimenti, tra cui la Palma d’Eccellenza del Premio Cardarelli (2007), il Premio Massimo Troisi nel 2011 e la medaglia d’oro del Capo dello Stato Giorgio Napolitano nel 2012.

Sulla Compagnia è stato girato il documentario Offstage, del regista Francesco Cinquemani

«Borsellino e l’Olifante» è il terzo dramma scritto da Patrizio Pacioni che la Compagnia porta in scena, preceduto da «La verità nell’ombra» (2015) e «Diciannove + Uno» (2016).

    Valerio Vairo

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