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Natale, il 2017 e… www.patriziopacioni.com

  Buon Natale, amici miei carissimi!

Felice e prospero Anno Nuovo per tutti Voi!

Qualcuno dirà che ogni Natale è sempre uguale (o quai) ai precedenti, che gli anni sfilano via uno dopo l’altro neanche fossero caramelle nelle mani di bambini golosi, e di tappi di spumante o di champagne che saltano vie dalle bottiglie piene di bollicine ce ne sono stati, ce ne sono e ce ne saranno fin troppi.

Sarà pur vero, ma -talvolta- accade qualcosa di speciale che quel particolare Natale, quel particolare Capodanno caratterizza in modo singolare quanto indelebile nella memoria.

  

Così, per me, questi giorni di festa e, questa staffetta tra il 2016 e il 2017, rappresentano qualcosa di davvero importante. Il vecchio sito, www.patriziopacioni.it, ha costituito un’autentica novità, agli primordi di questo secondo millennio: un autentico web-magazine che, oltre a servire da veicolo di promozione per la mia produzione letteraria e per l’attività di cronista e divulgatore, ha svolto un’importante funzione di “palestra” per giovani e nuovi autori che, cominciando a pubblicare racconti sulle sue “pagine” hanno poi spiccato un salto di qualità. Poi, quasi due anni fa, un attacco di hacker ha devastato tutto, distruggendo e mandando in cenere ben 14 anni di certosino lavoro e … di vita. Vederlo ora rinascere, più bello e completo di prima, direi quasi scintillante a seguito della meravigliosa webmaster Orsola Vigorito, beh… è qualcosa di indescrivibilmente bello e gratificante.

 

Ma non finisce qui: dopo questo magnifico giorno di “vernissage”, a brevissimo, partirà la macchina organizzativa di uno dei più singolari concorsi letterari che si sia mai visto in Italia e (forse) anche al di fuori del nostro Paese.

Su questo, però, avremo modo di tornare più approfonditamente tra qualche giorno. Intanto, per un assaggino, altro non dovete fare che cliccare qui sotto:

http://www.patriziopacioni.com/concorsi.html

Ancora auguri, di vero cuore, a tutti Voi da parte mia e dei miei collaboratori.

Categorie: Da me a Voi.

Con il Moai… più che una premiazione… è un presagio.

«La cultura non si vende né al metro né al chilo» disse / scrisse qualcuno e, personalmente, non posso che dichiararmi completamente d’accordo.

Di fatto, però, il mondo editoriale nazionale sembra voler fornire, giorno dopo giorno, elemento che vanno in direzione completamente opposta. Intendiamoci: che si stampi e si promuova ciò che si pensa il pubblico dei lettori possa gradire (e quindi comprare) di più non costituisce un peccato mortale. La cosa brutta, però, è che più o meno consapevolmente si cerchi di orientare i gusti dei consumatori verso un tipo di produzione letteraria costruita con lo stampino, secondo canoni rigidi che ne fanno un insipido alimento che si vorrebbe digeribile per gli stomaci di tutti.

Per fortuna, però, ci sono anche le cosiddette mosche bianche.

Iniziative editoriali che, pur nella comprensibile ottica se non di un pingue profitto almeno di una tranquilla sopravvivenza, riescono a coltivare anche una scrittura più popolare e genuina che spinge dal basso.

Case editrici, come la Serena, che si preoccupano di istituire, organizzare e portare a compimento concorsi letterari senza vincitore prefabbricato (chi ha orecchi per intendere intenda) che avvicinino per quanto possibile autori e lettori. Detto ciò, vedere con i propri occhi che la cerimonia di premiazione di un premio letterario  (intitolato in questo caso “Il mistero del Moai“) coinvolge nella festa un così grande numero di persone, convenute da ogni parte d’Italia nella più che suggestiva location dell’Antico Borgo La Commenda dei Santi Giovanni e Pittore in Selva (*) recuperata e valorizzata dall’ing. Luigi De Simone, non può che fare estremo piacere.

A introdurre e condurre l’evento, con la consueta spigliata professionalità, Barbara Telluri.

  

Serena e Raffaele D’Orazi, a nome della casa editrice, esprimono la piena soddisfazione della casa editrice, per la riuscita di questo primo concorso, sia in termini di adesioni che di qualità media degli elaborati. Poi spiegano l’origine della denominazione del concorso raccontando del Moai costruito a Vitorchiano da un gruppo di nativi dell’Isola di Pasqua che hanno costruito sul posto una scultura utilizzando il marmo peperino simile alla pietra utilizzata nella loro isola. Si dice che il Mohai porti bene… Ma guai a spostarlo dalla posizione in cui è stato posizionato!

Dopo i saluti dei qualificati membri della giuria (la professoressa Silvia Somigli, il professore  universitario Amerigo Bazzoffi e il giornalista-saggista Giuseppe Rescifina e dei numerosi e illustri ospiti arrivati da ogni parte d’Italia (compreso Patrizio Pacioni) si passa alla premiazione dei vincitori delle sezioni poesia e narrativa edita e inedita.

Insomma una grande festa di poesia, di narrativa, di cultura.

Più che una premiazione un presagio, si è detto nel titolo di questo articolo. Più che un presagio una certezza, mi correggo ora: quella che, nel prossimo anno, alla seconda edizione di questo concorso, si affiancherà qualcos’altro che non ha precedenti quanto a  concezione e struttura. Qualcos’altro che riguarda molto da vicino la nostra amata Monteselva.

Per ora non posso aggiungere altro, ma vi consiglio di seguire da vicino, da molto vicino, le pagine di questo blog: nel giro della prossima settimana, ne saprete molto ma molto di più.

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(*)   L’antico borgo “ la Commenda” dimora storica del XII secolo, è ubicato nel cuore della Tuscia, a pochi chilometri da Montefiascone e dal lago di Bolsena. 

Immersa in un parco di 5 ettari ricco di alberi secolari, ulivi e vigneti, questa prestigiosa residenza (in cui ebbero modo di soggiornare personaggi del calibro del Pontefice Paolo III, di Giulia Farnese o di alcuni membri della nobile famiglia Doria Phamphili – per non dimenticare, in tema di scrittura, Annibal Caro, sommo traduttore dell’Eneide) è il luogo più indicato per trascorrere una vacanza in pieno relax.

Per “commenda”, per chi non lo sapesse, s’intende la gestione a tempo di beni immobiliari affidata da una Congregazione Religiosa a cavalieri o alti prelati.

La chiesa e i fabbricati a essa connessi (a poco più di un chilometro di distanza dalla Francigena) la cui prima costruzione risale al 1170, funsero da rifugio e dimora a numerosissimi pellegrini in viaggio per Roma. L’antico borgo “La Commenda” , dove avrete tra l’altro occasione di gustare le squisite pietanze e il vino genuino prodotto dalla società agricola Il Marrugio ,  è anche un punto di partenza ideale per raggiungere i luoghi di interesse archeologico e artistico di cui è ricca la Tuscia.

   Valerio Vairo

Categorie: Scrittura.

Stavolta Godot arriva davvero, ma non trova nessuno

Il teatro che rappresenta e recita il teatro non è una novità, ma sempre (o quasi sempre) ne scaturisce una sfida intrigante.

Il miglior risultato, in simili casi, scaturisce quando sono gli attori stessi a immedesimarsi e a divertirsi in questo gioco di specchi da palcoscenico. Cosa che, a mio avviso, è accaduto ieri sera, allorché al Teatro Santa Chiara di Brescia, è andata in scena Sapiens, pièce liberamente tratta e adattata dal testo Frammenti di un mosaico spezzato di Edy Lanza, in cui si narra appunto delle prove di uno spettacolo che i commedianti decidono di portare avanti da soli in attesa dell’arrivo della regista.

Situazione ideale per permettere alla natura autentica, alle reali pulsioni che ciascuno di essi si porta dentro, di fuoriuscire, interagendo in modo conflittuale con quelle degli altri.

Desideri, frustrazioni, aspirazioni vere o presunte, soprattutto contraddizioni e ripiegamenti egocentrici quanto egoisti che solo per un attimo vengono messi in  discussione dall’inatteso arrivo in teatro di una donna che, con il suo bambino, incarna in sé ogni tipo di coercizione, di discriminazione e di abuso.

Ma è solo un attimo, appunto, dopo di che lo spettacolo che i giovani attori vogliono mettere in scena, sì, ma con un’adesione al testo soltanto epidermica, incapaci come sono di introiettarne l’autentico messaggio sociale, torna a distrarli, a inebriarli del niente di vite vissute (consumate) con la superficialità di una chat globale, di un reality o di un talk show: insapore, inodore, dunque indolore.

Così si perde l’occasione di conferire valore alle esistenze, così si smarrisce per sempre il senso del reale, dell’equo e del giusto.

Cosicché, quando arriva Godot (la regista), che questa volta arriva davvero, altro non può trovare che macerie umane, vuoti esistenziali, la carcassa ormai fredda di uno spettacolo che non andrà mai in scena.

Dell’energia e dell’entusiasmo con cui si spendono gli attori del CUT La Stanza abbiamo già detto.

Scarna ma efficacissima la scenografia “povera”.

Attenta la regia.

Quanto al testo, la prima parte dello spettacolo risulta a mio avviso alquanto didascalica, farcita di dialoghi e monologhi che non possono non richiamare allo spettatore più attento atmosfere di un’avanguardia che, essendo databile per toni e temi agli anni settanta, ora si palesa piuttosto retrò.

L’apparizione inattesa della ragazza extracomunitaria minacciata dal suo uomo, unitamente allo scimmiottare dei vizi da over-connessione e di certe trasmissioni tv mirate alla sistematica narcosi del pensiero, costituiscono il colpo d’ala necessario e sufficiente a risvegliare l’attenzione degli spettatori e a rialzare il grado di godibilità di uno spettacolo che, al tirare delle somme, riscuote dal numeroso pubblico un’adeguata dose di consenso e di applausi.

Un’ultima considerazione “a margine”: tra il pubblico, numerosissimi, giovani attori e attrici, appassionati di teatro e addetti ai lavori, che hanno creato una singolare e stimolante atmosfera anche al di qua del palcoscenico. A dimostrazione che a Brescia esiste un humus fecondo alla nascita e alla crescita di un movimento di prosa degno del massimo rispetto, che l’azione del CTB sollecita e favorisce in modo evidente.

Forza,  “ragazzi”: continuiamo così.

 

Spettacolo teatrale tratto da

“Frammenti di un mosaico spezzato” di Edy Lanza

rielaborazione e regia Antonio PaLazzo
consulenza artistica Ippolita Faedo, Elena Serra e M. Candida Toaldo 
interpreti Edona Cekerku, NicoLa Conti, Monica Minoni, Luca Muschio,Renato Olivari Tinti, Marco Passarello, Maria Angela Sagona e Chiara Pizzatti
luci Sergio Martinelli 
costumi Federico Ghidelli 
progetto audio Giuseppe Salemi
collaborazione tecnica Fausto Loda, Luca Lussignoli e Chiara Pizzatti
direzione artistica Maria Candida Toaldo

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Post-It (8) – Banche: più va male… e più si paga il manager

 

Chiunque mi stia seguendo in questa rubrica, o abbia letto i miei interventi nella “vecchia” edizione del blog e altrove in rete, può definirmi in mille modi, non tutti positivi, magari, ma…

… ma non sono, non sono stato, né mai sarò, quello che si definisce un moralista.

In poche parole: so come gira il mondo, conosco e comprendo in modo abbastanza profondo il meccanismo del capitalismo e del neocapitalismo e, dirò di più, sono uno tra quelli che ritiene, nonostante le recenti “cadute di attenzione” che, se ben utilizzato e adeguatamente controbilanciato da una politica sociale, tale meccanismo possa, alla lunga, funzionare meglio di altri.

Tra le caratteristiche più urticanti del sistema, probabilmente ai primi posti della classifica, ci sono le principesche retribuzioni che sono appannaggio dei top manager di società e industrie, pubbliche, semipubbliche e private.

Secondo me, se si accettano le regole del gioco, anche questo, per quanto fastidioso dal punto di vista dell’equità sociale, ci può stare, sempre che l’azienda che distribuisce perbende, premi e dividendi consegua adeguati utili e sia dotata di un’altrettanto solida struttura finanziaria.

Nel caso delle banche di questo terzo millennio, però, tutte o quasi tutte sull’orlo del baratro, impestate di “crediti di dubbio recupero” conseguenza di uno sciatto (per non dire peggio) processo e gestione del credito, fonti di dissesto e rovina per centinaia e centinaia di migliaia di piccoli e medi investitori, però…

Il signor Francesco Iorio ha lavorato per la Banca Popolare di Vicenza (sì, proprio quella banca: uno degli istituti di credito italiano che hanno smesso già da un bel pezzo di navigare nell’oro per intraprendere un maleolente viaggio nella palta) per un anno e mezzo. Secondo i calcoli dell’articolista del Corriere della Sera (il puntiglioso Stefano Righi), alla fine dei giochi, metterà in tasca qualcosa di più di sette milioni e ezzo di euro. vale a dire circa 10.000 € al giorno (al giorno!) compresi sabati domeniche e feste comandate.

Beh, che dire. Non ribolle il sangue anche a voi?

La ciliegina su questa torta… di vacca, però, è la nomina del suo successore.

Si tratterà senz’altro di uno che viene da una storia di successi” dirà qualcuno. “La Popolare Vicenza sarà pure in zona retrocessione (anzi retrocessa), ma per salvarla avranno chiamato l’allenatore del Bayern Monaco, del Chelsea o del Real Madrid, come minimo“.

Macché.

Il successore (Fabrizio Viola) sarà colui che ha guidato, per un certo periodo, il Monte dei Paschi di Siena: 98% di capitalizzazione andata in fumo in pochi anni.

Bene, andiamo avanti così. E viva l’Italia.

    Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (27) – Conversando con Ottavia Piccolo nel Foyer

 

Mercoledì scorso, sulle “pagine” di questo stesso blog, è stata pubblicata la recensione (firmata da GuittoMatto) di “Enigma“, in scena in questi giorni sul palcoscenico del Teatro Sociale di Brescia.

Oggi, invece, è la volta della breve intervista con cui Patrizio Pacioni ha voluto “marcare” questo ennesimo passaggio nella nostra città dell’attrice e che Ottavia, con grande disponibilità, ha rilasciato al termine della conferemza tenuta ieri pomeriggio nel foyer del Teatro Sociale, con la conduzione di Daniele Pelizzari e la compartecipazione di Silvano Riccardi.

Premesso ciò…. parola a Ottavia e Patrizio.

 

  Bonera.2

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Tv, cinema, teatro: hai percorso (con grandi risultati artistici e sempre positivo riscontro di pubblico e critica) tutte le vie di cui dispone un attore per rivolgersi al proprio pubblico.

 

Sì, ma salire sul palcoscenico ed esibirmi di fronte al pubblico seduto in platea, facendo ricorso a tutta la fisicità di cui dispongo, è di gran lunga quel che mi regala più emozione e, soprattutto, mi lascia un’assoluta libertà nella scelta dei testi da interpretare. Nel cinema, come nella televisione, incombe la forzata mediazione dei mezzi tecnici: la telecamera, la cinepresa, il monitor o lo schermo. Lasciami aggiungere in proposito che tra cinema e tv, in questi ultimi tempi, vuoi per la ritrosia a uscire di casa, vuoi anche a motivo del prolungarsi della crisi economica (evitare il costo di  due biglietti per una coppia, sempre che non ci siano da portare con sé anche figli “in età” non costituisce risparmio da poco) è il piccolo schermo ad avere la meglio sul grande. Peccato perché vedere un film al cinema, come dice la pubblicità, è tutta un’altra storia.

Nel corso della conferenza che hai tenuto qui al CTB mi ha colpito ciò che tu e Silvano Ric avete detto in merito all’ormai consolidato rapporto di collaborazione con Stefano Massini, giovane e dinamico drammaturgo, l’italiano più rappresentato all’estero, colui che, a dirla con le parole di Silvano “dopo un lungo periodo di supremazia dell’azione scenica sui dialoghi, sta aiutando il Teatro a riprendere la parola”. Le tue precise parole, nel definire Massini, sono state: “è un autore presente ma non incombente”. Vuoi spiegarci meglio?

Parliamo del “prima”, più che del “dopo”. Voglio dire che lo speciale rapporto di collaborazione che è in corso tra noi e Massini si rivela indicibilmente prezioso in ogni suo momento. è però al momento in cui il drammaturgo è nel “momento creativo”. Perché è allora che, talvolta, capita che ci sottoponga le (mille) idee che gli vengono in mente, è allora che, talvolta, siamo chiamati a esprimere in qualche modo la nostra opinione sulla validità e sulla solidità del progetto. Una volta consegnato il testo, infatti, Stefano, fidandosi incondizionatamente di noi, non si intromette nella riduzione e nella messa in scena. Al caso sono io, o Silvano, a chiedergli lumi su quel passaggio o sull’altro, magari suggerendo tagli, chiedendo aggiunte o piccole modifiche. E per dire la verità, su ognuno di questi assaggi, per fortuna, quasi sempre, ci troviamo in perfetta sintonia. Una frase che sia io che Silvano che Stefano amiamo molto ripetere tra noi e in pubblico è che “un testo è un’opera aperta che si conclude soltanto quando viene messo in scena”.

Le opere che hai portato in palcoscenico parlano di un artista che ama rapportarsi con vicende storiche, con fatti e situazioni realmente accaduti nel corso dei secoli. Da Leonardo da Vinci alla Stasi, dalla Shoa alle ombre dittatoriali dell’ex Unione Sovietica. Cosa mi puoi dire in proposito?

Ciò che mi attira e mi coinvolge non è tanto l’avvenimento storico in se stesso, ma l’occasione che, da uno studio attento di quanto accaduto in passato, può (dovrebbe) permettere a noi esseri umani (ma forse sarebbe meglio dire “indurre noi esseri umani”) a non ricadere sempre negli stessi errori. Amo l’attualizzazione della Storia, l’indagine sui comportamenti ricorrenti, quasi sempre, ahimé, da valutare in senso negativo.

Puoi farmi un esempio?

Certo che sì. Prendiamo il muro di Berlino (proprio come in Enigma – n.d.r.) , figlio e fratello di altri muri: da quello gigantesco che protesse (ma anche isolò) la Cina per tanti secoli, ai muri che nelle città europee segregavano gli ebrei nei ghetti, al muro edificato in Palestina. Dopo la caduta, avvenuta tra l’altro senza che fosse necessario lo spargimento di sangue che quasi sempre accompagna i cambiamenti rivoluzionari, si pensava finalmente che il genere umano nel suo complesso avesse imparato la lezione. E invece… eccoli lì i muratori della follia che tirano su a cemento e mattoni nuove barriere: in Europa orientale, per fermare la marea dei profughi dall’Africa e dal Medio Oriente, negli Stati Uniti, per frenare l’arrivo dal Messico e attraverso il Messico di altri disperati che hablan espanol. Allora vuole dire che davvero non si sa né si vuole capire?

Non esistono più, almeno qui in Italia, le compagnie teatrali “fisse”. Sempre di più, invece, si assiste a spettacoli sotto forma di monologo. Cosa sta succedendo?

A una domanda così netta non posso che rispondere in modo altrettanto secco: le compagnie teatrali permanenti di una volta sono morte. È  un vantaggio? È una sventura? Certo non sta a me dirlo, ma questa è la cruda realtà. è il nuvo meccanismo che regola il funzionalmente del Teatro e dei teatri, a deciderlo. Il “progresso”, sempre che di progresso si tratti, impone sempre maggiore elasticità. I pro? Che non c’è più il rischio dell’incancrenirsi di certe figure attoriali: nella compagnia intesa comne qualcosa d’immutabile o quasi incombeva sempre il rischio di una eccessiva specializzazione. Il protagonista, la protagonista, l’attor giovane, il caratteristica, i ruoli alla fine erano sempre gli stessi; con il risultato che, in alcune occasioni il gruppo finiva per recitare se stesso. I contro? Si è detto anche in conferenza: la quasi impossibilità di creare un “repertorio” che consenta una facile ripetizione, nel corso del tempo, delle pièces più valide e richieste. La fine di una scuola sul campo attraverso la quale il giovane attore (non l’attor giovane, appunto!) imparare e cresceva all’interno con l’aiuto dei più esperti.

Quanto ai monologhi… beh, penso che si tratti di una forma eccellente di rappresentazione teatrale, ma che effettivamente, negli ultimi tempi se ne stia facendo un qualche abuso. Il teatro è dialogo, interazione, ma è anche vero che risulta molto più facile reperire fondi per pagare un solo attore, invece che cinque o sei.

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Ottavia Piccolo nasce a Bolzano il 9 ottobre 1949. Con Metello (regia di Mauro Bolognini), nel 1971, vince Nastro d’argento, David di Donatello e Palma d’oro.

Ancora per il cinema: Il gattopardo (Visconti, 1963), Serafino (Germi, 1968), La famiglia (Scola).  Per la Tv appare in numerose fiction, da Il mulino del Po a La vita di Leonardo a Una buona stagione (Raiuno, 2014).

Esordisce sul palcoscenico a soli 11 anni in Anna dei miracoli  (con Anna Proclemer) , lavora con Luchino Visconti e Giorgio Strehler . Fino a Sette minuti. Consiglio di fabbrica (regia di Alessandro Gassman, 2014) e, appunto, Enigma.

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Un (Piccolo) grande Enigma e tante domande

Enigma è il titolo, e di autentico enigma, in effetti, si tratta.

In questo spettacolo ci sono moltissimi interrogativi.

Quelli che si scambiano, e pongono a se stessi, Ingrid e Jacob, sconosciuti  (sembra)  messi in contatto dal caso o dal destino in una gelida e uggiosa sera berlinese.

E quegli altri, che, man mano che la narrazione procede, si trovano a gestire gli spettatori seduti in platea e galleria.

In un’atmosfera sapientemente retrò, evocata dall’essenziale scenografia di Pierluigi Piantanida e scolpita con suggestioni caravaggesche dalle luci di  Marco Messeri, si muove, confusa e smarrita a punto giusto,danzando in un grottesco slow mentale una coppia di naufraghi del passato, di sfiniti relitti della Storia.

È stata la caduta del muri di Berlino, che ha seppellito, o forse -al contrario- dissotterrato le coscienze di Ingrid e Jacob, ma potrebbe essere stato qualsiasi altro accidente della Storia: la rivoluzione di ottobre, la caduta delle Torri Gemelle, la guerra del Kippur, lo sbarco in Normandia. Qualsiasi avvenimento, insomma, capace di costituire un cambiamento nella Storia, un giro di pagina che, puntualmente lascia piaghe nella carne e nella mente degli esseri umani che ne restano coinvolti e travolti.

Tanti interrogativi, si è detto.

Alcuni destinati a restare senza risposta alcuna: “È sicuro che il passato possa restare chiuso sotto chiave?

Altri, che, addirittura, ingenerano nei personaggi convinzioni del tutto soggettive e, quindi, fallaci. Abituata alla tetra burocrazia della dittatura proletaria insediata a Berlino Est,  Ingrid, scorgendo un enorme manifesto rosso della Coca Cola attaccato sul muro di un palazzo, si turba e si domanda se il vulnus più grave, per chi era abituato a vivere in un regime che tutto uniformava, sia essere trasportato in un nuovo mondo dove nulla è uguale, nulla è omologato.

Dove sia un mondo del genere, se non oltre i confini galattici, non è dato saperlo: non certo nell’attuale Occidente, nella versione.2 del capitalismo globale in cui le strade, le musiche, i modi di vestire, mangiare e bere stanno diventando gli stessi da Tumbuctù a Stoccolma, da Madrid a Sidney.

Di certo a me, e ad altri, alla fine dello spettacolo, solo una certezza, tra tanti dubbi, è rimasta nei pensieri: se non si è capace di liberarsi dentro di sé, con le proprie energie mentali e con il proprio cuore, l’unica, illusoria via di uscita sarà spiare la vita degli altri e, quando non ci sarà più nessuno da indagare in segreto, cominciare a spiare se stessi.

Di scenografia e luci si è già (positivamente) riferito in apertura. Oltremodo incisiva la recitazione, capace di rendere alla perfezione le straniate personalità dei personaggi, giusti i tempi della regia. Convinti gli applausi finali dell’esperto pubblico bresciano che, ancora una volta, ha gremito il Teatro Sociale.

di Stefano Massini
regia Silvano Piccardi
scene Pierluigi Piantanida
luci Marco Messeri
musiche originali Mario Arcari
con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi
produzione Arca Azzurra Teatro e Ottavia Piccolo

dal 29 novembre al 1 dicembre 2016 presso il Teatro Sociale di Brescia

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   GuittoMatto

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POST (anzi PRE) SCRIPTUM

Nel pomeriggio di oggi, presso il Foyer del Teatro Sociale, Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi sono stati intervistati da Daniele Pellizzari. A fine conferenza Ottavia Piccolo ha accettato di rispondere a quattro brevi domande poste da Patrizio Pacioni. Le troverete nell’articolo che sarà pubblicato subito dopo di questo per “Goodmorning Brescia”.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Fine pena, sì. Ma è davvero così?

L’ho incontrato in un locale di Brescia, uno di quei ristoranti specializzati che vanno di moda adesso, in questo caso si parla di ottime cotolette cucinate e guarnite per soddisfare i gusti di tutti. Parlare con lui, più ancora ascoltarlo, è stato il giusto coronamento dell’esperienza vissuta in occasione di “liberALArte”, l’evento fortemente voluto da Patrizio Pacioni e realizzato al Museo Mille Miglia (con il concorso di Giulia Gussago e della Compagnia Lyria e con il patrocinio del Comune di Brescia) per valorizzare l’iniziativa dell’Associazione Carcere e Territorio e sostenerne l’attività

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Dimmi qualcosa di te.

 

Mi chiamo Mario e, dei miei quarantanove anni, nove li ho praticamente buttati nella spazzatura.

Ho sbagliato, ma ho anche pagato il mio debito con la società, e l’ho pagato caro.

Dalla mia lunga esperienza in carcere ho cercato di cavare il meglio che ci fosse: ho studiato, “frequentando” i primi due anni organizzati dall’istituto tecnico Fortuny di Brescia, e sarei arrivato fino al diploma se non mi avessero trasferito in un’altra prigione. Ho partecipato a laboratori di scrittura creativa e di poesia, ho collaborato con la redazione del periodico trimestrale “Zona 508”, ho scritto parecchi interventi sulla tematica del reinserimento dei detenuti e delle pene alternative che sono stati accolti sulle pagine del Giornale di Brescia, di Brescia Oggi e dell’edizione cittadina del Corriere della Sera.

Quando il 29 maggio dello scorso anno mi sono trovato fuori dalla porta del carcere di Bergamo, per ironia della sorte proprio dopo avere contribuito a un percorso sulla Legalità con l’accoglienza all’interno delle mura dell’istituto di pena di numerose scolaresche, però, mi sono trovato davanti il nulla.

Il nulla? Cosa vuoi dire?

Voglio dire che, se è vero che dopo avere scontato la pena sono un uomo libero a tutti gli effetti, una volta fuori dal carcere non mi è stata data alcuna possibilità di vivere da tale. Io sono una persona che ha sempre lavorato, impegnandosi senza risparmio. Ho cominciato da ragazzo come apprendista, per aiutare poi mio padre nel suo laboratorio di falegnameria. Dopo di che ho intrapreso l’attività di venditore ambulante, e credo che tutti i bresciani della “giusta età” si ricordino del mio banco di piazza Vittoria, dove vendevo musicassette e cd.

Cosa ti saresti aspettato prima e dopo la liberazione dal carcere?

Cominciamo dal “prima”.  Avrei voluto che, mentre scontavo la pena per pagare i miei errori, mi fosse stato possibile acquisire, attraverso lo studio e la pratica, una professionalità, un’istruzione, magari coronata da una certificazione che mi aiutasse a reinserirmi nella vita da persona libera. Invece i lavori che mi hanno fatto fare sono stati basati sull’esperienza, spesso carente, dei compagni che mi avevano preceduto nei vari incarichi, senza nessuna organicità. Tra l’altro, adesso che ci penso non ricordo di avere  ricevuto quanto di mia spettanza per l’ultimo mese di lavoro in carcere speso come addetto alla spesa (sopravvitto)

E per il dopo?

Per prima cosa che ci fosse, o almeno si cominciasse a creare, qualche struttura: ci vorrebbe, tanto per fare un esempio, una sezione dell’amministrazione locale o direttamente dello Stato che aiutasse in qualche modo chi esce di prigione avendo pagato per intero il proprio debito. Almeno ci sarebbe necessità di una casa dove dormire, che è il primo e più inalienabile diritto dell’uomo. Tengo  a precisare, tra l’altro, che, nonostante questo muro di gomma che mi sono trovato davanti, dal maggio 2015 a oggi mi sono sempre prestato per iniziative di volontariato e, soprattutto, di testimonianza sul valore della legalità e del processo riparativo della pena, partecipando a manifestazioni varie e parlando insieme a Pacioni a centinaia di ragazzi all’interno di alcune scuole superiori di Brescia e provincia.

Credo di capire che le cose non siano andate nel verso giusto. 

Il fatto è che, a diciotto mesi ormai dalla mia scarcerazione, il mio indirizzo (mi mostra il documento ) è via Santa Maria del Mare numero 3.

Dunque?

Guarda la cartina di Brescia, o vai sul Google Maps: quella via non esiste è solo l’indirizzo virtuale di tutti i senza tetto.  Pensa che il primo mese il mio indirizzo “obbligato” era sotto il portico di Palazzo della Loggia. Ed è ciò che ho fatto dormendo su una brandina da campo, finché non ne ho potuto più e, per protesta, ho incatenato a un palo la brandina e ho cominciato a protestare platealmente minacciando di togliermi la vita con il fuoco.

Con quale risultato?

L’unico risultato è stato quello di vedermi circondato da cronisti muniti di microfono o di taccuino e dai funzionari della Digos che, per farmi desistere da una protesta così clamorosa, mi promisero che ci si sarebbe adoperati per trovare una soluzione al problema, ma…

Ma… cosa?

Se non ci fosse stata mia madre (tra l’altro anziana e  gravemente malata) ad accogliermi (su una poltrona, viste le ridottissime dimensioni dell’appartamento in cui è in affitto) probabilmente sarei ancora lì a tenere compagnia al Sindaco e agli altri componenti della Giunta e del Consiglio Comunale. Tra l’altro, a dirla proprio tutta,  da qualche tempo, onde evitare che la forzata convivenza in ambienti ristretti porti a inevitabili tensioni in casa, ho deciso di allestire la cantina come improvvisata camera da letto.

Possibile che in un anno e mezzo non ci siano state possibilità e occasione di assegnarti almeno un alloggio popolare?

 

Qui sta il bello, anzi il brutto: condizione necessaria per avere l’assegnazione è di dimostrare di avere un reddito da lavoro continuativo anche se part time. In tutto questo però ci sono due paradossi.

Quali paradossi?

Il primo è che dal punto di vita teorico un uomo che ha pagato la sua pena è equiparato a persone già inserite a pieno titolo nei meccanismi sociali e, quindi, non beneficia di particolari aiuti da parte delle Istituzioni. Il secondo, che la stessa condizione di ex detenuto costituisce una grave discriminante per chi questo lavoro me lo dovrebbe dare.

Cosa chiedi, alla fine?

Chiedo semplicemente di avere l’opportunità di essere messo di nuovo alla prova. Ho portato a termine un percorso di recupero lungo e faticoso e ho tutta la volontà di collaborare come tutti gli altri al buon funzionamento della società. Sia ben chiaro: di queste possibilità ne chiedo una e una soltanto. Dopo di che starà a me dimostrare di averla meritata; starà a me decidere se voglio essere davvero un bravo cittadino, degno di vivere e collaborare onestamente e con impegno con tutti gli altri per una vita migliore. E sarò io stesso, lo assicuro, che, nella malaugurata ipotesi di un secondo errore, a non pretendere più ulteriori chanches.

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Dunque ora sta a noi decidere.

Possiamo credere nella funzione “riparativa” della pena oppure lasciare che Mario, e tanti altri come lui, che vorrebbero solo ricominciare la propria vita dopo un’interruzione forzata di cui loro per primi accettano l’opportunità sociale e la giustezza, ne siano impediti già in partenza. E dimenticarci di loro.

Fatto sta che Mario non vuole tornare mai più a delinquere, e che la società ha ancora bisogno di lui.

Aiutarlo, perché ci riesca, però, è anche nostra responsabilità e nostro compito.

 

   Valerio Vairo

 

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Post-It (7) – Gli shortini e la pietra da macina

Questa volta voglio cominciare con una citazione alquanto insolita, per uno come me:

«E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare»

(Matteo 18 – 5/6)

Per accoglierli li accolgono e come, i nostri piccoli e le nostre piccole.

Sto parlando di discoteche, pub, bar e baretti, ritrovi vari.

Non solo li accolgono, ma si adoperano anche per “dissetare gli assetati”.

Certo, li dissetano a modo loro: shortini low price: un bicchierino di vodka, da mandare giù in un colpo solo, una monetina da un euro. Magari aromatizzato al limone, o alla fragola, o a qualche altro frutto che, per un ragazzino o una ragazzina, rende più accattivante il sapore acre dell’alcool.

Così, a Ferrara, in un locale chiamato Lobo loco, un’adolescente di tredici anni, sfidata da qualche coetaneo (voglio sperare che fossero tali) scriteriato, accetta una sfida a chi beveva più “chupiti”, quei bicchierini molto forti che costano un euro l’uno, ne beve 18 (diciotto!) di fila, entra in coma etilico e il giorno dopo (per fortuna) si risveglia all’ospedale.

«Sono cose che succedono. È capitato anche a un mio amico in terza media» racconta, candida come un giglio.

«Conosco un’altra ragazza che d’estate tutti i mercoledì pomeriggio organizzava feste nel giardino di casa, tanto i suoi non c’erano. Io ogni tanto andavo per fare i gavettoni, ma gli altri bevevano sempre: gli alcolici se li procuravano in casa o riuscivano facilmente a comprarli in certi negozietti dove non chiedono i documenti»

Eccola la soluzione del problema: è sotto gli occhi di tutti, ma nessuno o quasi nessuno fa abbastanza, con il risultato che giovani sempre più giovani si avvicinano all’alcool nel modo più sbagliato che ci sia.

Genitori disattenti: aprite gli occhi.

Negozianti avidi e disonesti: tutto si può toccare, tranne le giovani generazioni, tranne quei famosi “piccoli” di cui si parlava prima.

Altrimenti una macina da legare al collo si può sempre trovare.

 

    Valerio Vairo

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