Post-it (5) – Quella maledetta tentazione del tanto peggio tanto meglio

    Purché si dia “una spallata al Sistema” , sembra che tutto sia diventato lecito.

Così come sembra, purtroppo, anche che ci sia dimenticati cosa voglia dire davvero “essere di sinistra”.

La Hilary Clinton è radical-chic? Ah sì? E allora faccio il tifo per Donald Trump, che in fondo è soltanto cafone, puttaniere, classista, omofobo, razzista, sessista e incarna gli aspetti peggiori del capitalismo.

Anzi, sai che ti dico? Se un uomo così pericoloso, magari mentalmente instabile, sotto il parrucchino, vince le elezioni, diventando Presidente degli Usa (mica Segretario della Bocciofila) e prende in mano la valigetta con i codici segreti che servono a scatenare una guerra nucleare,  penso che sia una grandissima figata, un colossale vaffa indirizzato ai vecchi poteri e vado in piazza con quelli della Lega, con i Fratelli d’Italia, i Berlusconiani e i giovanottoni palestrati di Forza Nuova e faccio una grande festa.

Perché io sono uno duro e puro, uno rosso che più rosso non si può,  e l’idea che se crolla un Sistema, magari sotto le macerie, insieme ai ricchi e ai borghesi, ci resta anche qualche milione di operai, non mi sfiora nemmeno l’anticamera del cervello.

E che nessuno mi ricordi che nella Storia del XX secolo c’è già stato un altro movimento che ha dato una bella “spallata” a un governo debole e corrotto, instaurando un nuovo e vigoroso Nuovo Ordine. Si chiamava Partito Tedesco dei Lavoratori (Deutsche Arbeiterpartei, sigla DAP), uno schieramento politico che, guidato da un certo Adolf Hitler, agitatore e uomo politico di origine austriaca, e nel 1933 prese il potere in Germania.

Con quali esiti lo sappiamo tutti.

Siegh Heil, compagni.

   Valerio Vairo

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Post-it (4) – I celloduristi di Bruxelles e la memoria degli elefanti

Che Jean-Claude Juncker, che nel suo pedigree politico vanta la conduzione, nientemeno, di una Nazione vasta e popolosa come il Lussemburgo (con tutto il rispetto per i lussemburghesi, naturalmente) sia elastico come un tondino appena uscito da una fabbrica bresciana, lo sanno già tutti. Da segnalare anche un fascistissimo “me ne frego”, tanto per mettere una bella ciliegina su quella che i cowboy americani chiamavano “torte di vacca” 

Ciò che stupisce di fronte alle sue più recenti e machissime esternazioni, fatte di esposizioni di muscoli e attributi, è però l’assoluta mancanza di fair-play e, soprattutto, di quell’indispensabile cocktail di memoria e visione prospettica.

Nell’ Italia Centrale, colpita a morte dalle scosse, la terra non ha smesso ancora di tremare.
Palazzi antichi, chiese e castelli stanno ancora venendo giù, pezzo per pezzo.
E ancora, come se non bastasse, l’incrudelire del clima infierisce sui disastrati abitanti dei luoghi, nuove scosse, e nuove scosse, e nuove scosse che sembrano non voler finire più.

E Jean-Claude e i suoi colleghi tecnocrati-burocrati-retrogradi pleistocenici compari, volete sapere cosa fanno?
Censurano, spostano la bilancia di un eventuale deroga alle arteriosclerotiche regole di deficit, da orologiai che cercano di aggiustare un orologio (l’Europa) al quale, invece, andrebbero semplicemente sostituite le pile (oltre che il PIL), da un più 0,3 o 0,4 a un più modesto 0,1.

Pietosi nell’immagine che danno di sé e, al tempo stesso, impietosi nei confronti di un Paese che, generosamente, stra assumendo sulle proprie spalle il peso dell’esodo biblico che sta stravolgendo il mondo.

Non mi auguro certo che il mare del nord esondi sommergendo campagne teutoniche e fiamminghe, né che una siccità prolungata o una nuova glaciazione carogna bruci i raccolti degli opulenti campi dell’Europa settentrionale e centrale.
Né che una meteora di rispettabili dimensioni precipiti su Berlino o Bruxelles.
Certo che no.
Di terremoti, visto che i Paesi mediterranei ne sono la casa di elezione, meglio non parlarne neppure.

Tutto, però, può accadere.
Nessuna nazione è forte abbastanza di resistere a un’improvvisa quanto violenta pazzia della Natura, del Pianeta, dell’Universo.

E allora, se dovesse accadere qualcosa del genere, l’Italia…

L’Italia, mi sento di scommetterci centomila euro contro cento datteri, metterebbe da parte e dimenticherebbe ogni offesa. Più smemorata degli altri, ma nel bene, e, con tutte le proprie forze, ancora una volta correrebbe in soccorso. Con il cuore  e l’entusiasmo che –da sempre- costituiscono il vero valore e il vero preziosissimo tesoro, del nostro popolo.

Senza mercanteggiare sullo 0,1 o sull 0,2%.

   Valerio Vairo  

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning, Brescia (24) – Tra champagnone, ciciare e sballo casareccio

Ho letto un libro che pochi hanno letto e che forse nessuno leggerà ancora.

Menti cool, di Robert J.F. è un volumetto di 90 pagine senza titolo né autore in copertina, senza casa editrice, senza numeri di pagina, (le ho contate a mano) senza “allineamento giustificato” ma scritto correttamente, in uno stile diretto e non convenzionale, prezioso soprattutto per fissare un microscopico ma molto significativo brandello di minimale storia cittadina.

–ono la noia e la leggerezza del vivere, che la fanno da padrone, sublimate nell’indolente nomadismo notturno di chi cerca di riempire con languidi piaceri il vuoto pauroso di un’esistenza –he si consuma senza lasciare tracce, con i bagliori freddi e caduchi di una girandola accesa nella notte di San Silvestro. Tutto passa sin troppo velocemente

… perché l’Ultimo (dell’anno) è appena passato, domani circa è già Carnevale, dopodomani arrivano le colombe e le uova di Pasqua, ti distrai un secondo e l’estate ci porta al mare, creme solari, granite, onde e torni dalle vacanze che inizia l’autunno, le foglie cadono rapide, bevi tre birre all’aperto ed è già Natale …”

Insomma, la domanda che ci si ripresenta nella mente e nell’anima con allarmante frequenza:

“è già passato tutto questo tempo?”

e che ci porta, per dirla con Trilussa alla destabilizzante scoperta che questo nostro passaggio altro non è che

’n ‘affacciata de finestra”.

Soprattutto in quegli anni più brevi dei tanti anni brevi, quelli che velocemente percorrono l’impalpabile via di mezzo che dalla laurea porta al lavoro.

C’è una colonna sonora, in questo racconto, ma è quella disordinata e causale, lasciata fuoriuscire da un’autoradio, con i vetri della macchina abbassati, naturalmente, lasciata a vomitare fuori note allo stato brado; quella che canti mentre radi la barba, o sotto la doccia, o in compagnia di tipi stonati e brilli quanto te. Duran, Spandau, Rolling Stone, Vasco, Coldplay, o Pearl Jam, chissenefrega.

Mojto e champagnone (ma che voglia di bere che fa venire ‘sto nome) in cui annega gnocca vera e presunta, tra il piazzale Arnaldo delle fighe di legno, i viali della Maddalena dove si portano le tipe “ad appannare i vetri”, tra Zilioli, il Pago e La Torre di Gardone Riviera. Dovunque sia, con le Timberland ai piedi, purché ci si muova, perché a stare fermi può raggiungerti il niente, e poi sono cazzi.

Magari, se non ci stai proprio attento, finisci addirittura per sposarti, cioè di contrarre uno “schiavimonio” in cui, dopo aspra lotta, uno a scelta di quelle incompatibili bestie che decidono di condividere il proprio cammino, dovrà arrendersi senza riserve all’altro. È qui che le pagine di Robert J.F. si fanno più riflessive: non più racconto di vita vissuta ma esplorazione di vita immaginata, un po’ come la prima passeggiata dell’uomo su un pianeta sconosciuto, tutto da esplorare, ma a lungo studiato da lontano con un potentissimo cannocchiale. Qualcosa si sa, qualcos’altro si conosce per sentito dire, di certo c’è solo la difficoltà, se non l’impossibilità dell’impresa. Rispetto per le vittime delle tante separazioni e divorzi con un occhio ai furbi avvocati che, di fronte alla crisi della famiglia, si fregano golosi le mani.

E per concludere, direi inevitabilmente, lo sguardo si alza e la vista si allarga: un’Italia tanto ammirata quanto disprezzata, una classe politica che ha perso credibilità e chissà quando potrà riacquistarla, gli italiani che scappano, cercando di eludere il problema e quelli che restano, soffrendo ma  rimboccandosi le maniche per cambiare qualcosa. Forse può servire un ritorno al privato, perché no, purché però non ci si chiuda troppo al prossimo, purché si capisca che chi frega la Comunità, alla fine dei conti, sta fregando se stesso. Un’ultima ramanzina a una “donna”, così amata e così sconcertante, che sembra ancora in mezzo al guado, tra il perbenismo della nonna, una malintesa necessità di maschilizzazione e la dipendenza  da social network, fatta di selfie e di finti sorrisi, tra lezioni di yoga e concerti di musica sinfonica: ma alla fine ne viene fuori una preghiera, un richiamo alla genuinità erduta senza rinuncia alla modernità, più che un’invettiva.

Qualunquismo? Discorsi da bar?

No. Pacato buon senso, che riesce a moderare anche ineluttabili tentazioni di violenza.

E poi, me lo sapete dire che male c’è a parlare in un bar (bresciano, naturalmente), in mezzo agli amici, con una coppa di champagnone in mano?

 

Titolo: Menti cool

Autore: Robert J. F:

Editore: auto-prodotto

Pagine: 90

Prezzo: 11 €

ISBN: 978-88-91092-33-5

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Ex Libris (9) – Gabriele D’Annunzio, oltre la penna, il pennello

L’Amore suggerisce, l’Amore trasforma, l’Amore insegna.

Fu l’Amore a indurre Gabriele D’Annunzio a intraprendere la via della pittura?

Nessuno può dirlo con certezza, naturalmente, ma probabilmente sì.

Fatto sta che la prima notizia di un (allora giovane) Vate alle prese con acquarelli e tempere sembra risalire proprio a  una delle sue prime avventure sentimentali, vale a dire all’incontro con la diciassettenne Giselda Zucconi, ribattezzata Elda, figlia di un professore di lingue e lettere straniere di un collegio di Prato.

Il primo di non molti ma significativi cimenti, che bastarono a rivelare, nel grande D’Annunzio, una propensione al bello non limitata soltanto alla scrittura.

  

È proprio di questa secondaria ma non trascurabile modalità espressiva dannunzaiana che si occupa in questo saggio edito (mi sembra giusto) da una casa editrice pescarese che, ovviamente, per il grande Scrittore della città ha più di un occhio di riguardo (e una collana interamente dedicata). 

Ricco d’informazioni , di riferimenti,  di richiami storici, letterari e di costume, agile e scorrevole come sono tutte le opere di Costanzo Gatta, nessuna esclusa, è un libro che non deve mancare nella vostra libreria.

Autore:  Costanzo Gatta
Editore: Ianieri Edizioni
Genere: saggistica
Anno: 2016
Pagine: 208
Prezzo: 16 €
ISBN: 978-88-88302-54-6

Gabriele d’Annunzio non è stato soltanto un’importante figura della letteratura italiana del Novecento ma un personaggio d’indole eclettica con un carattere diverso da tutti gli altri letterati del tempo; in lui, infatti, vi era la voglia di conoscere, di godersi la vita in tutti i suoi aspetti e di dare sfogo a ogni sua passione. Oggi è conosciuto come giornalista, romanziere, poeta, drammaturgo, scenografo, politico, patriota, militare ed eroe di guerra, ma, in realtà, ebbe tant’altre passioni; si occupò, infatti, di numerosi rami dello scibile umano. Non v’è da stupirsi, quindi, se oggi, si parla anche di un D’Annunzio pittore.

(Franco Di Tizio)

   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (23) – Nozze di Cana all’africana (e alla bresciana)

Sia ben chiaro quanto possa essere lontana da me ogni tentazione d’irriverenza.

Premesso questo, effettivamente, però…

Ecco, pensando ai fatti che, una trentina di anni or sono, si svolsero a Nipepe, in Mozambico, allorché una sanguinosa disputa (quasi una guerra) tra fazioni rivali costrinse poco meno di trecento persone, per la maggior parte donne e bambini, ad asserragliarsi all’interno di una minuscola chiesetta, non posso proprio fare a meno di percepire certi collegamenti logici, oltre che mistici. Accadde infatti che, dopo qualche giorno, venne a mancare l’acqua necessaria a dissetare gli assediati; il sacerdote, per fare fronte in qualche modo alla terribile emergenza, permise che si utilizzasse alla bisogna la poca acqua benedetta rimasta nel fonte battesimale. È a questo punto, che accade l’imprevedibile: le donne, inginocchiate ai piedi dell’altare, invocano il soccorso di suor Irene Stefani e, miracolosamente, l’acqua contenuta nel fonte battesimale, invece di consumarsi rapidamente e inesorabilmente, comincia a rigenerarsi, consentendo che per ben tre giorni i rifugiati nella chiesa si possano dissetare.

Al banchetto di nozze di Cana l’acqua mutata in vino (e che vino!), a Nipepe l’acqua salvifica che scaturisce dalla cavità di un tronco adattato alla bisogna.

È appunto a  Nyaatha (nella lingua locale Madre Misericordia) che Costanzo Gatta, fedele alla sua missione (laica) d’instancabile ricercatore di fatti e personaggi bresciani dedica un corposo e suggestivo articolo, pubblicato stamattina nel supplemento bresciano del Corriere della Sera.

Perché è così che lavora Gatta: che si tratti di un rivellino riscoperto e raccontato, di una simpaticissima “rianimatrice di bambole” o di due giovanissime che con il loro furgone portano caffè e biscotti sotto le case dei bresciani, che si parli della morte dell’ultimo abitante di un paesino montano destinato a diventare gost town, o della riscoperta di quegli attori che, nel corso della Grande Guerra, contribuivano a tenere alto il morale dei soldati al fronte e delle popolazioni martoriate dalle vicende belliche, la sua innata curiosità sembra non saziarsi mai.

A quanto si dice in giro, le sue attenzioni, da un po’ di tempo a questa parte, sarebbero rivolte a individuare e catalogare le innumerevoli amanti di un famosissimo protagonista della letteratura italiana che di una grande villa sul Lago di Garda fece dimora.

Un’impresa titanica che, con ogni probabilità, solo uno come lui può sperare di affrontare e di portare a termine con successo.

  Suor Irene Stefani

Al secolo Mercede Stefani, nata il 22 agosto 1891 ad Anfo nella Val Sabbia (BS). Nel 1911 entra nell’Istituto delle Missionarie della Consolata e il 12 gennaio 1912 veste l’abito religioso prendendo il nome di Irene. Il 29 gennaio 1914 emette la professione religiosa e alla fine dell’anno parte per le Missioni in Kenya, dove allora l’evangelizzazione era agli inizi e quasi inesistenti le scuole e i servizi sanitari. Dal 1914 al 1920, si dedica all’assistenza negli ospedali militari, che dell’ospedale avevano solo il nome, trattandosi di locali organizzati alla meglio per i portatori africani, denominati ‘carriers’, arruolati per trasportare materiale bellico al tempo della Prima Guerra Mondiale, che raggiunse anche l’Africa per il coinvolgimento delle colonie inglesi e tedesche.In questo ‘inferno’ sociale, suor Irene trascorreva le sue giornate di giovane missionaria, negli ospedali di Voi, Kilwa e Dar-es-Salaam in Tanzania; lavando, medicando, fasciando piaghe e ferite, distribuendo medicine e cibo, La seconda tappa della sua vita, dal 1920 al 1930, la trascorse nella missione di Gekondi, dedicandosi all’insegnamento scolastico. Istruiva le giovani consorelle giunte da lei per il tirocinio missionario, circondandole di affetto e attenzioni. Pur con le difficoltà di allora, continuò a seguire per corrispondenza, i suoi ‘figli’ africani che si spostavano più lontano, nelle città del Kenia, Mombasa, Nairobi, ecc., facendo anche da tramite con le famiglie. Curando un ammalato di peste, contrasse il micidiale morbo e morì il 31 ottobre 1930 a Gekondi, Kenia, a soli 39 anni, dei quali 18 trascorsi tutti in Kenya. Il 2 aprile 2011 Papa Benedetto XVI la dichiarò Venerabile, il 23 maggio 2015 per decreto di Papa Francesco viene innalzata alla gloria degli altari quale Beata.

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Impegno & Solidarietà? A Brescia è… roba da museo

Nessuno si preoccupi.

C’è museo e museo, e quello in cui, martedì 15 novembre, si terrà l’evento liberALArte è un museo alquanto singolare.

Nel Museo Mille Miglia, infatti, non sono esposti né quadri né sculture. Nelle sue grandi sala si possono invece ammirare automobili d’epoca, in una collezione nella quale,a leggere tra le righe (o tra le ruote) è compresa la stotia di costume, di vita e di progresso non solo della nostra Italia.

Perché la Mille Miglia non è mai stata una semplice gara. Tra le decine di ricostruzioni, più o meno fedeli effettuate negli ultimi decenni,  di come ebbe inizio la straordinaria epopea, di quella che sarebbe poi stata conosciuta come «la corsa più bella del mondo» la  più attendibile, com’è giusto che sia,  quella  .     smbra quella raccontata  da uno dei suoi fondatori, Giovanni Canestrini, riportata sul suo famosissimo libro “Mille Miglia” edito nel 1967. In queste pagine – riprese anche da Giovannino Lurani in “La storia delle Mille Miglia”  ( 1979)  è descritto il memorabile episodio avvenuto il 2 dicembre 1926, giorno ormai riconosciuto ufficialmente come data di nascita della Mille Miglia.

Il resto del racconto è ormai leggenda, fino all’intervento di Franco Mazzotti che pronuncia le fatidiche parole: “Coppa delle Mille Miglia“..

 

liberALArte  si diceva.

Un titolo che è tutto in programma, scomponibile in una esortazione <Liberala, l’Arte>, in una constatazione <l’Arte è libera> e in un augurio <l’Arte libera (è utile a liberare)>.

Una parola in cui è nascosta, ed evidenziata anche cromaticamente l’ala capace di risollevare l’anima di un uomo caduto, ma volonteroso di rientrare a pieno titolo nel consesso civile.

Un appuntamento di straordinario interesse (finalizzato al sostegno dell’Associazione Carcere e Territorio, impegnata nell’ottimizzazione dei percorsi d’inclusione di persone in esecuzione penale) .

Nel corso dell’evento,è prevista, tra l’altro, la proiezione di due interessantissimi filmati.

 

Il Lettore, claustrofobico cortometraggio sulla follia della guerra, intesa come simbolo e sintesi degli errori capaci di imprigionare e opprimere popoli e persone.

Scritto da Patrizio Pacioni con Fabiana Cinque per la regia di Martina Girlanda e l’interpretazione dei detenuti del “Gruppo Angelo“, interamente girato all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio.

Estratti da La causa e il caso, significativa e suggestiva sintesi (realizzata da Alice Fedeli) dello spettacolo portato in scena da Giulia Gussago: uno straordinaro esperimento di danza che ha visto esibirsi (anche sul prestigioso palco del Teatro Sociale) gli allievi della Compagnia Lyria insieme gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano.

Uno spettacolo di cui ha già scritto diffusamente GuittoMatto su questo blog (https://cardona.patriziopacioni.com/al-sociale-con-tanti-ballerini-sul-palcoscenico-e-un-solo-grande-cuore/).

L’Associazione Carcere e Territorio nasce nel 1997 da un’idea del Dott. Giancarlo Zappa, allora Presidente del Tribunale di Sorveglianza a Brescia. Il progetto statutario si pone come finalità generale quella di intervenire rispetto ai percorsi di inclusione di persone in esecuzione penale. L’intento è quello di impedire che, da parte della comunità locale si finisca con il favorire un allontanamento dalle reti di relazione legate al reato (che in carcere permangono e anzi spesso si creano e/o consolidano) , favoreno -al contrario- un inserimento in reti di relazioni legati a differenti valori (legati agli ambiti affettivi, lavorativi, ricreativi, ecc.) con un conseguente aumento delle opportunità di inserimento sociale e di costruzione di percorsi di autonomia per la persona, dando attuazione al principio sancito dall’art.27 della Costituzione riguardante il fine rieducativo della pena. 

ACT svolge un ruolo di coordinamento tra diverse associazioni che operano con diverse vocazioni e funzioni nel sistema della giustizia.

Lo spirito che anima l’Associazione è la volontà di creare un ponte tra il carcere e il territorio, per far sì che la popolazione esterna non ignori la situazione delle persone in esecuzione penale e che i detenuti non rimangano completamente emarginati, motivo a causa del quale, una volta usciti, potrebbero commettere nuovi reati. In questo senso lo sforzo dell’Associazione si indirizza con particolare fervore verso percorsi di “giustizia ripartiva” affinché anche le vittime di reato e la Comunità intera possano trovare, nei percorsi di riabilitazione individuale, la opportuna tutela delle loro giuste, ma spesso non riconosciute, esigenze. 

Nel Dicembre 2009 ACT Onlus ha vinto il premio “Bulloni” istituito del Comune di Brescia.

Dal luglio 2015 ha acquisito lo special consultative status presso l’ECOSOC della Nazioni Unite.

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    Valerio Variro

Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

Il fato e l’olio: riflessioni durante il Tg del tardo pomeriggio

   

Brianza.

Un cavalcavia collassa al passaggio di un mezzo pesante.

Il camion precipita giù, sotto c’è la superstrada per Lecco. Schiaccia automobili, con i loro conducenti, che altra colpa non hanno se non di passare all’ora, al momento sbagliato sulla strada sbagliata.

Morale: a volte il Destino. La realtà che supera persino la macabra fantasia dei film della serie “Final destination” e simili. Quindi? Quindi non cercate di programmare una vita che dei vostri (dei nostri) programmi non vuole sapere niente.

Vivete.

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Un’esponente dell’Istituto Mario Negri, uno degli Istituti scientifici più seri e più quotati d’Italia, rivela che, da approfonditi studi, l’olio di palma non è poi quello spietato killer che è additato con timore e spregio da tutti.

Ci sono degli agenti corruttori, come in altri alimenti, ma si possono eliminare nel normale processo di produzione e molte aziende si stanno già impegnando con successo in questo.

Morale: da troppo tempo, nel nostro Paese e in altri è diventato sin troppo facile “sbattere il mostro in prima pagina”: che si tratti di un politico, di un movimento politico, di una categoria… o semplicemente di un po’ d’olio, si tratta di bersagli semplici da colpire, alleggerendo la nostra coscienza delle proprie inevitabili mancanze.

E se imparassimo a informarci, discernere e discutere, invece di aggredirci a vicenda?

   Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

In memoria di un eroe visionario, nell’inconfondibile stile di Cristicchi

 

Finalmente ci siamo. Parte una nuova stagione del C.T.B.  che si prospetta intensa e interessante quante altre mai. E parte  così, con Simone Cristicchi.

Un povero Cristo che canta e porta… il carretto.

Uno spettacolo che riempie gli occhi, le orecchie e il cuore.

Una pièce che ha nella linearità narrativa e nella semplicità espressiva i più forti dei suoi punti forti.

Un monologo a più voci, grazie alla straordinaria versatilità espressiva e vocale di Cristicchi, che si fa bambino, si fa donna, si fa saccente sacerdote e dimesso papa, si fa popolo sgomento, si fa notabile altezzoso, uno nessuno e centomila, riuscendo a imporsi come mattatore del palcoscenico senza perdere una seppur infinitesimale frazione di quella ingenuità che lo rende davvero unico e che induce ad amarlo senza riserve e ad ammirarlo un così grande numero di persone.

   

Simone Cristicchi. Nell’immagine di destra in scena, in quella di destra, dopo lo spettacolo, con Patrizio Pacioni e Giusy Orofino

Due ore di spettacolo in cui scenografie di semplicità francescana, grazie all’inventiva, riescono a rievocare gli anfratti scoscesi dell’Amiata, le lussuose stanze del vaticano, le strade dei paesi maremmani.

Un coro discreto ma impeccabile che si fa popolo, sporco e brutto, ma non certo cattivo, anche nell’aspetto esteriore

Il coro che ha accompagnato Simone Cristicchi nei momenti musicali dello spettacolo, meritatamente applaudito a fine spettacolo

Meritatissimi gli applausi finali, convinti e ripetuti.

In chi scrive questo articolo sorge il sospetto che Cristicchi, al Teatro Sociale di Brescia, abbia trovato una casa sempre pronta ad accoglierlo con affetto ed entusiasmo.

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  Il personaggio (David Lazzaretti) e la sua vicenda

Nato ad Arcidosso nel 1834, dopo avere imparato a leggere, scrivere e far di conto dal vecchio parroco del paese,  abbandonò ben presto gli studi per aiutare il padre nel difficile mestiere di conduttore di carri (barrocci) utilizzati per il trasporto di legna, di carbone e di terra d’ocra alla stazione di Monte Amiata.

Trascorsi i primi trent’anni di vita nell’irrequietezza e indulgendo in varie tipologie di eccessi, nel 1968 cominciò ad avere visioni tali da causare autentiche crisi mistiche.

Essendosi ben presto convinto di essere stato chiamato ad adempiere una missione divina, si dedicò a una serie di ritiri, digiuni e altre pratiche ascetiche, impegnandosi a edificare un santuario in Arcidosso e un eremo sul monte Labro, rilievo meridionale del Monte Amiata.

Riscuote subito un grande consenso popolare, soprattutto tra i contadini, guadagnandosi l’appellativo di Santo Davide, e  sulle prime raccoglie anche l’appoggio del clero e dei vescovi della zona. Presto la sua fama si estende ad altre zone, prime tra tutte alla maremma e alla parte del Lazio compresa tra Sabina e Reatino.

Avvia interessanti esperienze collettive di ispirazione evangelica come il Campo di Cristo e la Comunità delle Famiglie Cristiane, caratterizzate dalla messa in comune dei beni e dal lavoro collettivo: matrice ideologica e sociale precorritrice, partendo dai valori sociali del cristianesimo,  di esperienze più consapevolmente di sinistra e, specificatamente, marxiste.

Inevitabilmente, alla luce di quanto sopra, i rapporti con la Chiesa romana, ben presto, cominciano a deteriorarsi: il disappunto delle gerarchie ecclesiastiche a fronte dell’aspra condanna delle ricchezze e delle spese del clero, si unisce alle paure di una borghesia che si sente minacciata dall’avvento di nuove ideologie di stampo collettivistico che si manifestano negli scioperi operai patrocinati dai primi sindacati.

David Lazzaretti viene ucciso ad Arcidosso il 18 agosto1878 (come previsto in una sua profezia) allorché una variopinta processione, da lui condotta, si trova la strada sbarrata dalle forze dell’ordine.

Resta ancor oggi un mistero la circostanza che a esplodere il colpo mortale non fosse stato uno dei militari legittimamente presenti in servizio di ordine pubblico ma un tale Antonio Pellegrini, bersagliere in licenza, presente casualmente sul posto.

Il suo uccisore fu poi a sua volta assassinato a coltellate in un vicolo di Livorno.

 

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  Simone Cristicchi, “quell’uom dal multiforme ingegno”

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   Musica

Primo grande successo come cantante nel 2005 con Vorrei cantare come Biagio Antonacci .

Nel 2007, per primo, con Ti regalerò una rosa  (meditazione sulla follia ispirata al suicidio di un malato di mente agli albori del ventesimo secolo affiancò alla vittoria assoluta del Festival di Sanremo anche il premio della critica.

Nel 2011 ha interpretato la sigla dell’edizione italiana del cartone animato Il piccolo principe (Rai2). Ancora nel 2011 ha ottenuto il Premio Amnesty Italia con il brano Genova brucia.

 

     Scrittura

Ne 2011 ha pubblicato due libri: Dialoghi incivili, scritto con Massimo Bocchia, e un’edizione speciale di Santa Fiora Social Club, testo e dvd sulla sua avventura con il Coro dei Minatori di Santa Fiora.

Nel 2012 ha pubblicato Mio nonno è morto in guerra, da cui poi ha tratto uno spettacolo teatrale.

 

    Teatro

Nel 2013 Magazzino 18, musical civile da lui scritto insieme a Jan Bernas (autore del libro Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, Mursia), che racconta il dramma (per anni passato sotto silenzio) degli italiani istriani cacciati dalle loro terre e massacrati nelle foibe.

Del 2016 Il secondo figlio di Dio, di cui si parla, appunto, in questo articolo.

 
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Autore: Simone Cristicchi, Manfredi Rutelli e Matteo Pelliti
Regia: Antonio Calenda
Cast: Simone Cristicchi
La storia rivisitata di David Lazzaretti,  da barrocciaio a mistico-visionario che, proclamandosi secondo figlio di Dio, reincarnazione di Gesù Cristo, nella seconda metà dell’800 cercò di costituire sull’Amiata una comunità animata da spirito egualitario, andando incontro a un tragico destino.
IN REPLICA AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA FINO AL 30 OTTOBRE

 

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   Guitto Matto

Categorie: Teatro & Arte varia.