Una Titanica insalata greca

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Che si trattasse di una serata (e di uno spettacolo) del tutto insolita e particolare, si poteva già immaginare.

La conferma viene da ciò che precede lo spettacolo «Titans» (di Euripides Lzaskarides – in prima e unica data italiana al Teatro Sociale di Brescia nell’ambito della rassegna estiva “Un salto nel mito“): una dotta e articolata introduzione di Andrea Scartabellati, studioso di Storia Sociale Europea e, com’egli steso si definisce, studioso di “Storia degli umili”.

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«Spesso accade che sia il corpo, più delle parole, a diventare fonte, documento e testimonianza della società civile» ricorda, prima di dare spazio alla rappresentazione.

Poi tutto comincia con una deflagrazione di luci abbaglianti e suoni alieni, urticanti, disarmonici, vagamente alieni, tra scariche elettriche, inquietanti cigolii e fumi, tra i quali i due performers (Euripides Laskaridis e Dimitris Matsoukas) si impegnano senza risparmio in una serie ininterrotta di intemperanze espressive, verbali e gestuali.

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La scenografia è cangiante, dalle cupe e avveniristiche atmosfere alla Blade runner  al cangiare del palcoscenico in una vecchia e corrosa pellicola cinematografica, alla pista di un circo dell’assurdo, dove si muovono grotteschi clown, alle immagini distorte della più grottesca delle lanterne magiche.

Tutto si stravolge, a partire dal linguaggio che rinnega le parole per estrinsecarsi in una continua concatenazione di versi e singulti a volte buffi, a volte macabri e minacciosi, a volte solo animaleschi. L’uomo –donna incinta, mentre il suo rude compagno imperversa minaccioso, si trasforma in goffo Aspirante Stregone munito anche di regolare scopa magica. Non c’è narrazione,non c’è concettualità razionale, ma solo una corposa serie di richiami simbolici, di distorti ammiccamenti ideologici e anti-ideologici, di sollecitazioni sensoriali di ogni tipo.

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Al punto che, se un messaggio è possibile ricavare dal convulso procedere della rappresentazione, a mio avviso, è (forse) che solo attraverso il caos si può sperare (forse) di recuperare almeno una parvenza di equilibrio.

Il tutto sotto gli occhi di un dio tecnocratico e al neon, immanente quanto gelido e insensibile, che si riconosce e s’immedesima nella luce intermittente e incertissima della conoscenza.

Ecco, questo è quanto. Un monologo, il mio, forse un delirio,  sconnesso, più che una recensione, per non tentare di raccontare ciò che non si vuole e non si può raccontare. Con il pubblico che rimane spiazzato durante e dopo, impegnato a ragionare su quale sia la natura di ciò cui ha appena assistito:  uno spettacolo di grande rilievo ideologico, in bilico tra  simbolismo e richiami classici, oppure una performance senza  capo né coda, forse volutamente, forse no; una meditata quanto arguta provocazione, oppure una pièce assemblata e messa in scena solo per stupire, o per “épater le bourgeois”, come dicono i francesi.

Alternative estreme in riferimento a uno spettacolo, me ne rendo conto, interrogativi destinati con ogni probabilità a restare senza risposta.

Sì, ma che c’entrano i greci con i francesi?

 

PS

Per scelta ho preferito leggere la locandina di presentazione dello spettacolo (che riporto qui sotto) solo dopo avere scritto questo pezzo.

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E, dopo averla letta, mi rendo conto che, forse, non ho capito niente.

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 GuittoMatto

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Immagini di scena inserite a corredo di questo articolo by Julian Mommert ed Elina Giounanli

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, città del Teatro (10) – Perché la vita… è un manicomio.

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Il teatro Agorà di Ospitaletto, con la sua originale platea a gradoni, registra il tutto esaurito in occasione del “saggio” annuale del corso di teatro messo in scena dagli allievi sotto la direzione e la supervisione dell’insegnante, la brava Katiuscia Armanni. Ed è proprio lei regista e coreografa dello spettacolo drammatico (intitolato «La casa dei matti») che, prima che cominci lo spettacolo, si fa carico del saluto di benvenuto e dell’introduzione della serata, i cui proventi sono destinati a finanziare la Casa del Sole di Rovato. Pubblico composito, nel quale si nota, e come potrebbe essere il contrario, quella straordinaria attrice che risponde al nome di Erika Blanc.

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E mentre pronuncia le prime parole che si verifica un di quei piccoli “incidente” che potrebbero mettere in difficoltà un attore meno esperto e meno empatico, non certo lei: le luci che illuminano il palcoscenico non vogliono saperne proprio di accendersi. Katiuscia, da consumata intrattenitrice, coglie invece immediatamente lo spunto per entrare in immediata sintonia con la platea, prima sdrammatizzando l’inconveniente con  accattivante ironia, per poi cambiare fluidamente registro, passando all’introduzione pensosa e malinconica di una pièce drammatica che affonda le proprie origini nell’anima e nella carne della brava autrice-regista e che la Armanni rivela di avere dedicato alla figura di un padre sfortunato quanto amato e, attraverso lui, agli esclusi, ai diversi e a tutti i più fragili. Poi il sipario si apre su una scenografia essenziale, composta da un letto da ospedale e da un gruppo di ricoverati di un struttura psichiatrica ante- legge Basaglia.

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Gli internati vivono in un mondo rovesciato dove anche il riso è disperazione, anzi, spesso è più disperazione del pianto, e “Nulla è così feroce come la situa solitudine del manicomio” .

Il testo è composto da un accorto assemblaggio di parole e poesie tratte dagli scritti e dalle interviste di Ada Merini, che ne costituiscono il prezioso collante, smaterializzandosi in un amalgama di sofferenza e di domande che non possono, né probabilmente potranno mai, ricevere risposta.

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Davvero rimarchevole e degna di menzione la sapienza e la fantasia dimostrate dalla Armanni nella gestione di luci, suoni e coreografie, che gli interpreti della scuola dei “Teatranti” assecondano con una prontezza e un’efficacia straordinaria in rapporto alla giovane pratica del teatro di ciascuno di loro. È lo un alternarsi di momenti scenici altamente evocativi e simbolici, resi più onirici dalla schermatura di un velo che isola quanto accade in palcoscenico in immagini e in movimenti confinati nel mondo alieno e remoto dell’instabilità psichica. Fino a culminare in un quadro finale di grandissima suggestione che vede gli attori riuniti in una figura collettiva che ricorda molto da vicino una tela romantica ottocentesca.

Perché, a ben vedere, “La vera follia è credere di essere sani“.

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Meritati i convinti, prolungati e ripetuti applausi che scrosciano al chiudersi del sipario.

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«La città dei matti» – regia di Katiuscia Armanni, aiuto regia Elide Torri, con Francesca Barone, Stefania Bonassi, Gabriella Cito, Federico Bignotti, Eleonora Borghetti, Silvia Andreoli, Samuele Danesi.

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GuittoMatto

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Ex Libris (26) – Wanda Morandini, immagini e parole

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Se questo metereologicamente isterico 2019 ci ha totalmente privato della primavera, assegnandola in pari misura all’inverno (al declino) e all’estate (in entrata), io di primavere posso regalarvene addirittura mille.

Perché la recensione di oggi, appunto, è dedicato al libro che s’intitola esattamente «Mille primavere» , scritto e disegnato dalla giovane bresciana Wanda Morandini.

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La trama:

Giada e Chiharu hanno tredici anni quando il destino decide di allontanarle: la loro storia inizia proprio quando sembra essere finita. È la storia di una grande amicizia, di un invisibile filo che si allunga, si riavvolge, si spezza e si riannoda, e che le due ragazze non lasceranno mai andare, a costo di mettersi contro ogni logica, ogni legge e contro il destino stesso. Perché il destino è ancora tutto da scrivere, anche quando ogni speranza sembra perduta. In un mondo gentile che nasconde un grande vuoto, Giada e Chiharu scopriranno che possono ancora esistere il coraggio e la fiducia, che a ogni risposta corrisponde una nuova domanda e che non bisogna mai smettere di voler imparare. Ma ciò che più desiderano scoprire è il tepore che si prova quando ci si riabbraccia dopo tanto, tantissimo tempo.

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Come l’ho letto io:

Un salto di 800 anni avanti nel tempo, ma potrebbero essere soilo cento, o mille, e nella sostanza non cambierebbe nulla, o semplicemente il conteggio potrebbe riguardare un altro mondo o un’altra dimensione.

Un compleanno festeggiato ogni 29 di febbraio, un po’ per scelta eccentrica, un po’ per travisare la lentezza di un trascorrere rallentato nel succedersi delle stagioni da un’inconfessabile origine aliena.

Questo e altro è Giada, ma per la deteminata e sempre pragmatica Chiharu è solo l’amica del cuore, l’altro polo di un rapporto magnetico talmente potente da tenerle legate anche quando si trovano a grandissima distanza.

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Le protagoniste di questo singolare romanzo epistolare di Wanda Morandini sono loro, tutti gli altri (il resto del mondo) solo sfondo in basso rilievo, presente più per necessità narrativa che per scelta dell’autrice.

È una scrittura pulita e coincisa, quella di Wanda, un viaggio all’interno di un’anima unica, anche se apparentemente suddivisa in quelle delle due protagoniste. Azzarderei dire che è un viaggio interiore che l’autrice, protetta dal batiscafo della fantasia (e del fantasy) intraprende calandosiin modo intrepido  nelle proprie sensibilità, aspirazioni, paure e speranze, all’interno della propria anima.

L’aspettativa di un incontro, o meglio, di quell’incontro, capace di cambiare fuori e dentro, che può anche non arrivare mai, ma che non si può mai smettere di sognare, simboleggiato dall’abbraccio tra le due amiche, vicino nei cuori di Giada e Chilaru, ma talmente difficile da realizzare da sembrare, a volte, obbiettivo irragiungibile.

Ma, al di là di una trama sostanzialmente semplice e lineare, di cui lascio il dovuto spazio alla vostra lettura, i temi trattati nel libro sono molteplici. Primo tra tutto quello dell’accettazione delle diversità culturali e razziali (in questo caso estremizzate attraverso la natura aliena di Giada), sia per quanto riguarda gli altri che per ciò che attiene a se stessi. Poi la natura di romanzo di formazione e viaggio, che, grazie alla verde età, permette all’autrice di scavare dal di dentro nelle pieghe di quel delicatissimo passaggio che porta ogni essere umano dall’adolescenza alla maturità. Il tutto attraverso un utilizzo di una fantasia talmente ricca e spontanea da permettere a Wanda Morandini di descrivere in dettaglio e con assoluta credibilità letteraria, situazioni, luoghi e personaggi che non esistone, né mai esisteranno.

Semplicemente incantevoli, e assolutamente pertinenti al dipanarsi della trama, le illustrazioni (opera della stessa narratrice, non a caso nipote di un certo Gi Morandini) inserite, numerose, a corredo di una scrittura di sorprendente nitore. 

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Il tutto perfettamente idoneo e fortemente suggestivo nella descrizione di «quel mondo gentile che nasconde un gran vuoto» in cui le due amiche si trovano a vivere la grande amicizia che le lega e (soprattutto) le collega indissolubilmente.

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Titolo: Mille primavere
Autore: Wanda Morandini
Anno edizione: 2019
Editore: Mannarino
Pagine: 234 p., ill. , Brossura
Prezzo 15 €
EAN: 9788896708903
 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Wanda.jpg  Wanda Morandini è di origine polacca, ma è nata e risiede nel Bresciano. Diplomata al Liceo Artistico e laureata in Fotografia, ha maturato un’autentica passione per l’illustrazione in tenerissima età. Appassionata di manga, sta compiendo un percorso artistico di grande spessore che passando per la mediazione culturale tra cultura estremo-orientale (in particolare giapponese) e valori culturali occidentali, arrivando a si estrinseca in un’attenta e originale introspezione dell’anima.

 

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è IlLettoreRIT.png   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (153) – A Ospitaletto il teatro si fa sul serio

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Il Teatro è una di quelle passioni che, quando ti prendono, non ti mollano più. Anzi, più passano gli anni più la malattia si aggrava, diventando una vera e propria dipendenza destinata ad accompagnarti per tutta la vita.

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Bene, Katiuscia Armanni, come tutti saprete (e se non lo sapete ve lo dico io) da questo morbo è stata da molti anni contagiata irreversibilmente e nella forma più grave. È così, e per questo, che ogni anno, quando si arriva a questo punto della stagione, sul palcoscenico di quello che ormai può considerarsi a ragione il vero e proprio “teatro di casa” della sua compagnia de I Teatranti, vale a dire il Teatro Agorà di Ospitaletto, sotto la sua direzione i suoi allievimettono in scena una nuova pièce (di cui vi riferirà prossimamente l’amico GuittoMatto).

Un appuntamento e una notizia che, proprio nel giorno dello spettacolo, non poteva tralasciare Costanzo Gatta, Mastro Giornalista con la passione della storia, della letteratura e di ogni altra forma di espressione artistica e grande cultore delle tradizioni bresciane, non si lascia sfuggire l’occasione di pubblicare un corposo articolo sull’edizione del Corriere della Sera in edicola stamattina.

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Ad attirare l’attenzione del Nostro, come avete visto, la straordinaria presenza di una straordinarissima creatura da palcoscenico che risponde al nome (e cognome) di Enrica Bianchi Colombatto, per il grande pubblico Erika Blanc.

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Una signora attrice che, tanto per dirne qualcosa, come giustamente ricorda Gatta in apertura di articolo, ha lavorato fianco a fianco di personaggi del calibro e del livello di Oreste Lionello, Strehler, Squarzina, Pasquale Festa Campanile e Pupi Avati.

La vedrà stasera chi avrà l’occasione e il privilegio di essere presente stasera a partire dalle 20,30 al già citato Teatro Agorà. Io ci sarò senz’altro, e voi?

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi e Teatro & Arte varia.

Il maestro È Margarita

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Il collegamento al quale ammicca il titolo di questo articolo è ovviamente con «Il maestro e Margherita» (in russo  «Мастер и Маргарита») ovvero quello che è universalmente considerato il capolavoro di Michail Bulgakov, scritto e riscritto in più riprese tra il 1928 e il 1940 e pubblicato, post-mortem, a cavallo tra  1966 e 1967. Considerate le origini del personaggio oggetto e soggetto di questa intervista e le sue capacità didattiche (oltre che teatrali) mi sono permesso di giocare un po’ con le parole.

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Margarita Smirnova, ovvero “Dalla Russia con amore” (sia nei confronti del teatro che nei riguardi del marito, il musicista romano Paolo Gatti). Quali sono le motivazioni alla base di questa tua non facile scelta?

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Le motivazioni principali vengono dalla ricerca di nuove emozioni e di nuovi stimoli. Andare via dalla Russia prima della famigerata “perestrojka” fu un notevole atto di coraggio, sia contro il nuovo regime che prendeva il posto del vecchio, sia contro me stessa, visto che, all’epoca, avevo appena finito di girare (in quella che allora era ancora la Russia socialista) due film importanti

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Quali sono le opportunità che ti si sono presentate e le difficoltà che hai dovuto affrontare  nel passaggio tra due realtà geografiche, culturali e sociali così diverse tra loro?

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Le opportunità sono state quelle della conoscenza diretta di una cultura classica, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, come quella italiana. La più grande difficoltà (non ancora risolta, onestamente) è invece quella della pronuncia: con due lauree alle spalle non ho mai preso (mi vergogno di ammetterlo, ma è così!) una sola lezione seria in materia di lingua italiana. Devo confessare che però, per essere una “autodidatta”, sono abbastanza soddisfatta dei progressi sin qui conseguiti.

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Il Petrolini è un teatro piccolo ma ricco di tradizione e di suggestioni, a partire dal riferimento con il nome di uno dei più grandi attori romani di tutti i tempi. Raccontaci qualcosa di più sulle modalità di gestione, sulle scelte artistiche e sugli obbiettivi che vi prefiggete nella conduzione del locale tu e tuo marito.

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La regola numero uno (valida per me e per la mia famiglia, dal momento che ora del Teatro Petrolini, oltre a me e mio marito, si occupa anche nostro figlio Ielizar) è: “metti amore in tutto quello che fai”. Per onestà intellettuale voglio sottolineare che prima di essere un lavoro, la gestione del teatro, in particolare di questo nostro teatro, è una forma di forte passione, di voglia di affrontare ogni giorno che viene, ogni nuova compagnia e ogni testo, come un bellissimo viaggio… E che viaggio!

(ndr: al Teatro Petrolini, l’8 e il 9 febbraio p.v. sarà di scena «Marzia e il salumiere – il fiore reciso», dramma scritto da Patrizio Pacioni e prodotto dalle “Ombre di Platone” per la regia di Mario Mirelli, con Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti)

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Margarita Smirnova, attrice, insegnante, regista . Partiamo dalla tua attività recitativa: fra tutti gli spettacoli ai quali hai partecipato come interprete, ce n’è uno che ricordi con più piacere e orgoglio degli altri? E perché?

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Ricordo con grandissimo affetto tutti e sette gli spettacoli che ho realizzato con Fiorenzo Fiorentini, mio suocero, in quanto patrigno di mio marito, notissimo attore romano scomparso nel 2003. Avere condiviso il palcoscenico con un grande interprete come lui è stato un dono che custodisco e custodirò gelosamente sempre nel cuore.

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Tantissimi aspiranti attori che hai aiutato prima a prendere confidenza con il palcoscenico, poi a perfezionarsi, avvalendoti del famoso metodo Stanislavskij. Cos’è, esattamente, che ti sforzi di trasmettere ai tuoi allievi e, soprattutto, quand’è, al termine di un corso, che ti senti veramente soddisfatta della tua attività di docenza?

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Sono trascorsi dieci anni di insegnamento, ho insegnato a quasi trecento allievi… trecento nomi, trecento anime, a volte complicate, incomprese, conflittuali. Ancora non mi rendo conto di quanto possano essere tanti gli spettacoli (trenta) che ho messo in scena per due terzi con loro e insieme a loro e per il resto con la mia Compagnia Stabile del Teatro Petrolini di Roma in dieci anni di attività italiana: ognuno di essi è nato ed è cresciuto come un bambino che ho curato e amato come si cura e si ama un figlio.

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Mi sembra di capire che la regia va acquistando, nella tua attività artistica, una parte sempre più importante. È così? C’è un genere teatrale che, in particolare, preferisci portare in scena rispetto ad altri?

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I grandi classici russi, naturalmente! Un campo di azione immenso ma ancora, a mio avviso, troppo poco conosciuto qui in Italia. Adoro tradurre personalmente un inedito Checov, un mai tradotto (o mal tradotto) Kuprin, Puškin, e poi vedere il risultato in scena. Amo smodatamente i sublimi, sensazionali e immortali Tolstoj, Gogol e Dostoevskij.

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L’ultima domanda, come d’uso in interviste di questo genere, guarda al futuro. Quali sono i progetti più prossimi e più importanti di Margarita Smirnova?

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Prima di ogni altra cosa, voglio continuare a insegnare il più a lungo possibile: per i giovani che si avvicinano al teatro (e non solo per loro) è essenziale imparare, imparare e ancora imparare! Nel corso degli anni i miei allievi sono diventati sempre più numerosi e hanno bisogno di sempre più cure, sempre più attenzione e sempre più amore. Vorrei tanto trasmettere loro la passione che nutro per la recitazione e l’inesauribile energia che anima il mio lavoro in palcoscenico. Desidero condividere con loro la voglia di crescere e l’amore per il teatro classico. Nel prossimo futuro ci sono le due commedie brillanti «Divorzio al peperoncino» e «Un Natale molto… molto intimo», con Salvo Buccafusca, Lella Perrone, Caterina Boccardi, Maria Pia Cardinali, Feder ico Giovannoli, Paola Barzi, Vito Garofalo, Dario De Vecchis, Paolo Maniscalco. Un’altra produzione di prossima realizzazione (alla quale tengo particolarmente) è «La vita di Giacomo Puccini» con importanti cantanti lirici e con Gabriella Arcangeli.

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Margarita Smirnova, nata a San Pietroburgo ( ex Leningrado ) nel 1966, nel 1988 si laurea in Arte Drammatica presso la prestigiosa Accademia della città. Nella sua formazione anche un master di regia presso il Teatro Classico Russo. Trasferitasi a Roma lavora come modella. Come attrice va in scena in sette spettacoli del grande Fiorenzo Fiorentini. Con il marito Paolo Gatti, noto e affermato musicista romano, in qualità di direttrice organizzativa da venti anni tiene le redini dello storico Teatro Petrolini e, da dieci anni, conduce la Scuola Metodo Stanislavskij di Margarita Smirnova. Da regista, presso il Teatro Petrolini, ha diretto sino a questo momento trenta spettacoli. È docente di “Alta Moda” presso l’agenzia milanese “New Faces and Stars” di Milano “-in cui insegna portamento e galateo.

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Il Teatro Petrolini nasce a Testaccio in via Romolo Gessi 8. Venne inaugurato il 18 gennaio 1994 da Paolo Gatti e Fiorenzo Fiorentini in occasione della prima di “Petrolini…Bravo…Grazie!” commedia di Fiorenzo Fiorentini e Ghigo De Chiara. Il teatro prese il nome di Sala Petrolini in onore del celeberrimo Ettore, attore romano dei primi del ‘900. La sala venne ricavata dai locali del Centro Studi Petrolini di cui Fiorenzo Fiorentini era direttore artistico e Paolo Gatti direttore organizzativo.

Dal 2003 (anno della scomparsa di Fiorenzo Fiorentini) il teatro viene affidato a Paolo Gatti (virtuoso di chitarra classica che per molti anni ha lavorato con Fiorentini) che ne diviene il direttore artistico mentre la direzione organizzativa è affidata a Margarita Smirnova (attrice che ha recitato nella compagnia di Fiorentini).

Ricordiamo che proprio presso il Teatro Petrolini, nel prossimo febbraio, andranno in scena alcure repliche del dramma «Marzia e il salumiere – Storia di un fiore reciso», prodotto dalle «Ombre di Platone», scritto da Patrizio Pacioni per la regia di Mario Mirelli e l’interpretazione di Massimo Pedrotti e Chiara Pizzatti.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (152) – Corti da ricordare a lungo

 

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L’idea di far partire per la prima volta a Brescia un festival di corti teatrali, (vale a dire pièces teatrali che abbiano la durata massima di quindici minuti), era stimolante e foriera di favorevolissimi sviluppi futuri, ma la sfida di organizzare il primo concorso nel giro di pochi mesi, poteva sembrare talmente difficile da rasentare la temerarietà.

Siccome, però, «per vincere una guerra perduta ci vuole un generale folle» e siccome un pizzico di follia in chi non è uso limitarsi ad aspettare che ila mela si stacchi da sola dall’albero, ma è sempre pronto ad attivarsi e a  mettersi in gioco perché le cose accadano, piàù che necessaro è indispensabile…

… ecco che l’assessore alle politiche giovanili e pari opportunità Roberta Morelli e lo scrittore-drammaturgo Patrizio Pacioni si sono attivati con determinazione e il concorso per corti teatrali, riservato alle scuole e alle comunità giovanili e battezzato «Facciamoci un corto» da progetto si è trasformato immediatamente in realtà.

Il risultato? Lavori ben pensati, ben scritti e ben messi in scena, che hanno reso difficile (la vita) la valutazione da parte mie e della qualificatissima giuria che con me ha interagito (composta da Franca Ferrari, Annabruna Gigliotti, Pino Oriolo e Rita Piccitto),

Un altro risultato: una cerimonia di premiazione (tenuta nella prestigiosa Sala Giudici di Palazzo Loggia) festosa e arricchente per tutti i partecipanti.

Un altro ancora? La consapevolezza che già a partire dal prossimo settembre si partirà per l’organizzazione della seconda edizione «Facciamoci un corto» per la quale, a parità (sperèm) di qualità delle opere, ci aspettiamo un deciso incremento del numero delle partecipazioni.

Detto questo, qui di seguito, ecco le motivazioni dei premi assegnati:

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Menzione d’onore speciale per i costumi e la scenografia: laboratorio dell’IIS Fortuny (per «Don Chisciotte»)

Lo spettacolo, di per se stesso suggestivo nei richiami storico-letterari, beneficia del sorprendente supporto dei costumi multicolori, fantasiosi, evocativi e di forte impatto emotivo, perfettamente in linea con l’interpretazione in chiave moderna e simbolica dell’eterno dramma di Don Chisciotte. Rimarchevoli la perizia e l’accuratezza rilevate nella realizzazione che, sommate a una fresca vena artistica e creativa, contribuiscono a una convincente e coinvolgente esaltazione estetica degli abiti di scena.

 

Migliore interpretazione femminile: Paola Bazzana, Margherita Bianchi, Martina Frassina e Beatrice Breda, “coreute” nello spettacolo «Antigone» (Liceo Gambara)
Calate in uno spettacolo di matrice classica, colgono con grande sagacia lo spirito della contaminazione tra antico e moderno impressa alla pièce dalla regia. Notevole la capacità di interazione e sincronia tra le attrici che, pur esprimendo al meglio la coralità del gruppo, riescono ciascuna a a conferire alla recitazione accenti personali perfettamente distinguibili e riconoscibili.

 

Migliore interpretazione maschile: Ibrahima Coly (IIS Fortuny, spettacolo «Don Chisciotte»)
Nella trama ironica, paradossale ed estremamente stimolante della pièce, basata sulla riattualizzazione dell’opera di Cervantes, pensata e messa in scena da Marco Passarello, l’attore s’inserisce con una interpretazione del goffo Sancho Panza caratterizzata da un’eccezionale naturalezza e condotta con coinvolgente autoironia. Può sembrare facile… ma non lo è affatto.

 

Migliore spettacolo: «Offline» messo in scena dalla scuola secondaria Giosuè Carducci
Sarcastico, provocatorio, irritante, ma anche malinconicamente romantico: il sorprendente “corto” realizzato dai giovanissimi allievi della Giosuè Carducci, diretti da Biagio Vinella, porta in scena una spietata analisi di certe “deviazioni del progresso” che hanno portato (e stanno tuttora portando) intere generazioni di ragazzi a privilegiare la superficialità della comunicazione virtuale a scapito dei più autentici rapporti personali. Lasciando nello spettatore uno scomodo interrogativo: quanto di tutto ciò è voluto e indotto dal Sistema?

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   Bonera.2

 

 

 



Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (151) – Le cicale di Brescia cantano, ma sono formiche operose

Al Broletto conferenza stampa per la presentazione del festival di teatro ragazzi e giovani con la direzione artistica di Teatro Telaio, denominato “Il canto delle cicale“, giunto quest’anno alla 20ª edizione.

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«Come è noto, questa rassegna di spettacoli è una proposta indirizzata a giovani e famiglie, che si svolge nel territorio della provincia» esordisce il dottor in rappresentanza della Provincia di Brescia. Un’iniziativa che comprende l’adesione di 14 comuni e la rappresentazione di 19 spettacoli, e che l’ente che rappresento sostiene e sosterrà.

«In occasione di questa nuova edizione, che coincide con il 40º anniversario di attività del Teatro Telaio, la funzione di direttore artistico sarà responsabile condivisa di tre di noi, vale a dire Angelo Pennacchio, Jessica Carbone e Angelo Facchetti» precisa Maria Rauzi che si presenta, invece, come direttrice amministrativa del festival.

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La rassegna, itinerante su un territorio che si intende far conoscere e apprezzare, con particolare attenzione al recupero di spazi inutilizzati e, in alcuni casi in passato considerati inagibili, è caratterizzata tradizionalmente da un clima particolare, più rilassa, favorito dalla stagione estiva.

Alla parte per così dire “narrativa” sono collegate altre iniziative, quali “CicaLeggendo” (momenti e spazi dedicati dura riservati ai bambini, in apposite strutture a loro misura) cui si affianca “CicaGiocando”, un singolare e originale gioco dell’oca.

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Nel corso della rassegna sarà possibile ritirare un suggestivo e stimolante “Passaporto” e il gioco creativo “Spiaggiarelli”.

Tornando all’aspetto più puramente artistico della manifestazione, saranno proposti al pubblico spettacoli di clowneria, narrazione e commistione musicale, non trascurandola rivisitazione di classici quali ‘immortale Pinocchio di Collodi.

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«Per quanto riguarda Teatro telaio in anteprima nazionale lo spettacolo “Torna a casa, Ulisse!” per la regia di Angelo Facchetti» ricorda Maria Lauzi avvicinandosi al congedo.

Ricorda infine la predisposizione delle schede “Ti prendo per mano”, il cui scopo è l’aumento dell’agibilità per tutti gli spettatori teatrali attraverso l’illustrazione delle caratteristiche negative di ogni singolo spettacolo da superare da parte dei portatori di ogni tipo di gap. Chiude la conferenza l’intervento di Alberto Vanoglio, neo-sindaco di Ome che, a nome di tutti gli amministratori locali coinvolti in questa ormai consolidata iniziativa (oltre che Ome Botticino, Brescia, Erbusco,  Gussago, Mazzano, Monticelli Brusati, Nuvolera, Ospitaletto, Paderno Franciacorta, Passirano, Provaglio d’Iseo, Roncadelle, Rovato e Villa Carcina), spiega le ragioni e gli scopi alla base delle scelte di aderire, con entusiasmo e partecipazione, a questo importante progetto.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Brescia e il Teatro: un matrimonio riuscito

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Un Teatro Sociale vestito a festa saluta la ormai tradizionale cerimonia di vernissage della prossima stagione 2019/2020 (battezzata «a riveder le stelle!») con lo splendido colpo d’occhio del “tutto esaurito”.

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Ad accogliere il pubblico e a condurre la serata, come un anno fa, è Daniele Pelizzari, ormai conduttore fatto e finito, questa volta accompagnato da Lucilla Giagnoni.

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Il saluto “istituzionale” è invece appannaggio di Baresani e Gian Mario Bandera. La Presidente pone l’accento sulla natura inclusiva dell’azione del CTB che non rimane nell’ambito dei teatri ma estende sempre più la propria attività in molti altri anditi della Polis.

«Il 31% dei nostri abbonati è costituito da giovani al di sotto dei 25 anni» sottolinea con grande soddisfazione, per concludere con un citazione evocativa: «Il teatro usa la finzione per combattere le finzioni della vita».

È poi la volta del direttore che si chiede se quella denominazione di TRIC – Teatro di Rilevante Interesse Culturale che all’inizio poteva sembrare soltanto una dichiarazione di intenti sia stata rispettata nell’agire del Centro teatrale bresciano.

«Missione compiuta» si risponde, sempre attenti alla natura della parola cultura e come realizzarla nel concreto.

«La stagione che comincerà nel prossimo autunno comprende oltre 40 titoli ai quali si affiancheranno innumerevoli iniziative culturali collaterali. Largo spazio si è dato alla drammaturgia contemporanea, ma senza trascurare la grande tradizione» conclude.

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Poi, uno dopo l’altro, si susseguono le presentazioni degli spettacoli in cartellone dal Falstaff di Franco Branciaroli in avanti. Lucilla Giagnoni dismette poi per qualche minuto la veste di conduttrice per indossare quella della straordinaria attrice che è, presentando il suo magnifica Magnificat attraverso una brillante e provocatoria esaltazione dell’oca. Particolarmente interessante la produzione CTB Viaggio al centro della Terra, tratto dall’omonimo romanzo di Jules Verne, il cui breve estratto è stato letto da Fausto Cabra. E ancora, ancora, gli spettacoli inseriti in una programmazione che definire sontuosa potrebbe sembrare riduttivo, tra i quali ci piace segnalare La materia oscura, La monaca di Monza, Prima della pensione (con i fantastici Elena Bucci e Marco Sgrosso), La parola giusta (con Lella Costa), Manuale di volo per uomo (Simone Cristicchi) e 124 secondi (Alessandro Mor e Alessandro Quattro)… E qui mi fermo, ma solo in questa elencazione, perché ce ne sono veramente tanti altri da vedere.

Buon Teatro, bresciani.

 

  GuittoMatto

 

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