Donne e cose di un altro mondo al Santa Chiara

Questa sera, ala teatro santa Chiara – Mina Mezzadri, si comincia con l’omaggio tributato dal palcoscenico, prima che venga alzato il sipario, alla memoria di Renato Borsoni (attore, regista, scrittore, fondatore del CTB e autentico padre del teatro bresciano) deceduto due giorni orsono, i cui funerali sono stati celebrati proprio stamattina.

Per quanto riguarda lo spettacolo, invece …

… tutto (o quasi) comincia con “La sposa yemenita”, pubblicata anche in versione graphic novel per la sceneggiatura e le matite di Paola Cannatella (edizioni Beccogiallo).

Buio, sagome buie che scivolano nel buio, nero su nero.

Quattro donne, i cui movimenti sono quelli meccanici di carillon muti, costrette in grotteschi vestiti-imballaggi vitalizzati (si fa per dire) da matrioske, impegnate a esorcizzare una situazione compressa di coercizione attraverso, almeno inizialmente, un vuoto chiacchiericcio che parte dall’approssimarsi di una cerimonia di matrimonio, presumibilmente di un’appartenente alla middle class, una donna esemplare, pia al punto giusto, visto che, vestendo sempre un burka, nessuno, nemmeno le più intime amiche, ne conoscono il volto.

Sono brani di una lezione di balistica, a scandire i tempi di un clima di guerra che pesa sulla prossima festa come piombo fuso.

Si canta (canzoni occidentali dai versi trasgressivi e ammiccanti come quelli di “I kissed a girl“), si balla, si e si   le parle sono , è stato l’articolo che ad una prima lettura ha segnato l’esordio di querca di scherzare, ma le giovani donne che attendono l’arrivo della promessa sposa, insieme a un’ospite occidentale (presumibile proiezione dell’autrice del testo originario, la giornalista Laura Silvia Battaglia) una dopo l’altra, svelano i propri drammi.

C’è la giovane calciatrice, la cui passione sportiva viene vista con sospetto dalla comunità, con quello stesso ingiustificato e ingiustificabile sospetto di tendenze omosessuali così simile a quello indirizzato alle atlete occidentali di certe specialità sportive. Costretta, sua malgrado, a tirare colpi di kalasnikov, invece che calci di punizione e di rigore.

C’è la moglie di un uomo assassinato dal fuoco di un drone, perché, per fame, sulla porta di casa aveva accettato di inchiodare la nera bandiera del Califfato. «Ciò che piove dal cielo dovrebbe essere una benedizione» dice. «Invece sono lampi di morte».

Donne ricche e donne povere, tuca-tuca, musica ritmata, danza spensierata, mitra e palloncini colorati, lustrini, minigonne e tacchi alti che sbucano fuori dai vestiti ampi e coprenti, sirene di allarme antiaereo, fischi di bombe…

Ed è proprio lo scoppio mortale di un ordigno a fermare tutto, a far calare il buio, a interrompere quella che si rivela essere solo l’illusione di una speranza.

Donne che si uniscono tra loro, uomini che s’impegnano a distruggere tutto, sotto gli occhi di una cronista smarrita, incredula, spossata dalla constatazione che raccontare non serve a mutare il corso delle cose.

Non subito, almeno.

Ma domani… chissà?

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La regia si confronta coraggiosamente con una atipica non-storia, riuscendo ad arrivare fino in fondo con mirata confusione e apprezzabile risultato complessivo.

Le attrici danno tutto ciò che hanno, non risparmiandosi per tutta la durata della pièce e restando ampiamente sopra la sufficienza in ciscuna delle modalità artistico-espressive richieste dalla rappresentazione di un testo di traduzione teatrale non semplicissima: recitano, giocano, cantano e ballano con notevole spirito di squadra.

Il pubblico, di cui si nota la verde età media, apprezza, non lesinando consensi a fine spettacolo.

E, negli spettatori, come probabilmente nelle intenzioni dei commedianti, qualche urticante interrogativo s’impianta in profondità. 

Spose dell’altro mondo

(ispirato agli articoli della giornalista Laura Silvia Battaglia)

Produzione CTB Centro Teatrale Bresciano

collaborazione artistica Teatro 19

da un’idea di Annalisa Riva

drammaturgia Roberta Moneta

regia Valeria Battaini

con (in ordine alfabetico) Valeria Battaini, Francesca Mainetti, Roberta Moneta, Annalisa Riva

voci fuori campo Claudia Franceschetti, Alessandro Quattro

luci Sergio Martinelli

suono Carlo Dall’Asta

oggetti di Scena Davide Sforzini

realizzazione costumi Bottega del Cencio

si ringrazia per la collaborazione Elia Mouatamid

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Stavolta Godot arriva davvero, ma non trova nessuno

Il teatro che rappresenta e recita il teatro non è una novità, ma sempre (o quasi sempre) ne scaturisce una sfida intrigante.

Il miglior risultato, in simili casi, scaturisce quando sono gli attori stessi a immedesimarsi e a divertirsi in questo gioco di specchi da palcoscenico. Cosa che, a mio avviso, è accaduto ieri sera, allorché al Teatro Santa Chiara di Brescia, è andata in scena Sapiens, pièce liberamente tratta e adattata dal testo Frammenti di un mosaico spezzato di Edy Lanza, in cui si narra appunto delle prove di uno spettacolo che i commedianti decidono di portare avanti da soli in attesa dell’arrivo della regista.

Situazione ideale per permettere alla natura autentica, alle reali pulsioni che ciascuno di essi si porta dentro, di fuoriuscire, interagendo in modo conflittuale con quelle degli altri.

Desideri, frustrazioni, aspirazioni vere o presunte, soprattutto contraddizioni e ripiegamenti egocentrici quanto egoisti che solo per un attimo vengono messi in  discussione dall’inatteso arrivo in teatro di una donna che, con il suo bambino, incarna in sé ogni tipo di coercizione, di discriminazione e di abuso.

Ma è solo un attimo, appunto, dopo di che lo spettacolo che i giovani attori vogliono mettere in scena, sì, ma con un’adesione al testo soltanto epidermica, incapaci come sono di introiettarne l’autentico messaggio sociale, torna a distrarli, a inebriarli del niente di vite vissute (consumate) con la superficialità di una chat globale, di un reality o di un talk show: insapore, inodore, dunque indolore.

Così si perde l’occasione di conferire valore alle esistenze, così si smarrisce per sempre il senso del reale, dell’equo e del giusto.

Cosicché, quando arriva Godot (la regista), che questa volta arriva davvero, altro non può trovare che macerie umane, vuoti esistenziali, la carcassa ormai fredda di uno spettacolo che non andrà mai in scena.

Dell’energia e dell’entusiasmo con cui si spendono gli attori del CUT La Stanza abbiamo già detto.

Scarna ma efficacissima la scenografia “povera”.

Attenta la regia.

Quanto al testo, la prima parte dello spettacolo risulta a mio avviso alquanto didascalica, farcita di dialoghi e monologhi che non possono non richiamare allo spettatore più attento atmosfere di un’avanguardia che, essendo databile per toni e temi agli anni settanta, ora si palesa piuttosto retrò.

L’apparizione inattesa della ragazza extracomunitaria minacciata dal suo uomo, unitamente allo scimmiottare dei vizi da over-connessione e di certe trasmissioni tv mirate alla sistematica narcosi del pensiero, costituiscono il colpo d’ala necessario e sufficiente a risvegliare l’attenzione degli spettatori e a rialzare il grado di godibilità di uno spettacolo che, al tirare delle somme, riscuote dal numeroso pubblico un’adeguata dose di consenso e di applausi.

Un’ultima considerazione “a margine”: tra il pubblico, numerosissimi, giovani attori e attrici, appassionati di teatro e addetti ai lavori, che hanno creato una singolare e stimolante atmosfera anche al di qua del palcoscenico. A dimostrazione che a Brescia esiste un humus fecondo alla nascita e alla crescita di un movimento di prosa degno del massimo rispetto, che l’azione del CTB sollecita e favorisce in modo evidente.

Forza,  “ragazzi”: continuiamo così.

 

Spettacolo teatrale tratto da

“Frammenti di un mosaico spezzato” di Edy Lanza

rielaborazione e regia Antonio PaLazzo
consulenza artistica Ippolita Faedo, Elena Serra e M. Candida Toaldo 
interpreti Edona Cekerku, NicoLa Conti, Monica Minoni, Luca Muschio,Renato Olivari Tinti, Marco Passarello, Maria Angela Sagona e Chiara Pizzatti
luci Sergio Martinelli 
costumi Federico Ghidelli 
progetto audio Giuseppe Salemi
collaborazione tecnica Fausto Loda, Luca Lussignoli e Chiara Pizzatti
direzione artistica Maria Candida Toaldo

 

   GuittoMatto

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È arrivato un bastimento carico di T… come Teatro!

Lo conoscete il giochino, no?

Bisogna trovare le parole che si riferiscono a una certa categoria (città, cose, animali) e che cominciano con la stessa lettera, vince chi ne mette insieme di  più.

Ci abbiamo giocato tutti, da bambini.

Oggi, con la conferenza di presentazione della nuova stagione targata CTB, è uscita la T, una gigantesca-ricca- golosissima T di Teatro, appunto. 

Di quello buono, colto ma al tempo stesso giovane e al passo dei tempi, come ormai ci ha abituato il CTB, pilotato dalla premiata ditta Carla Boroni – Gian Mario Bandera.

Di quello coraggioso, ancora più di sempre.

 

 

Ed ecco qui cosa c’era nel cappello a cilindro pieno di magie che stamattina, nel corso della tradizionale quanto attesa conferenza stampa, è stato svuotato di fronte a un foltissimo pubblico.

NUMERI

Abbonati stagione 2015 / 2016:  5467

Presenze del pubblico: oltre 85.000

Produzioni CTB 2016/2017: 13 (tra novità, riprese in sede e tournée per l’Italia);

Spettacoli ospiti: 25 (tra Teatro Sociale, Teatro Santa Chiara e Teatro Grande)

Istituti coinvolti nel progetto scuola: quasi 200 (di ogni ordine e grado, disseminati in tutta la provincia)

Spettacoli di ospitalità per la Stagione di Prosa: 8

Spettacoli fuori abbonamento: 3

LE PRODUZIONI CTB

Il secondo figlio di Dio (Cristicchi)

Furiosa Mente (Lucilla Giagnoni)

Il vecchio e il mare (Daniele Salvo ed Hemingway)

Giuliano – Storia di un assassinio involontario (Alessandro Quattro e Alessandro Mor e Gustave Flaubert)

Le relazioni pericolose (Elena Bucci e Marco Sgrosso)

Medea (Branciaroli: parla la foto e ciò che è scritto sotto)

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Il vuoto lasciato nel Teatro italiano dalla scomparsa di Luca Ronconi è immenso.

L’omaggio che gli rende Franco Branciaroli, riportando in scena Medea doveroso e suggestivo.

Medea sarà Branciaroli. Branciaroli sarà Medea. Uno spettacolo irripetibile, un’interpretazione di una difficoltà inimmaginabile, una sfida che solo Branciaroli può affrontare e vincere. Qualcosa che a Brescia non poteva e non doveva mancare.

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OSPITALITÀ – STAGIONE DI PROSA e ALTRI PERCORSI

Sezione ricca e variegata, sulla quale avremo occasione di tornare in modo più analitico.

Per ora, gioiosamente alla rinfusa, titoli, autori, personaggi e attori: Pirandello, Michele Placido, Goethe, Alessandro Gassman, Don Chisciotte, Moni Ovadia, Il berretto a sonagli, Fabrizio Bentivoglio, Qualcuno volò sul nido del cuculo, Carlo Goldoni, Alessandro Baricco, Andrea Camilleri, Faust…

Questa sì che è una contaminazione (all’insegna del “titolo” della stagione, appunto) e trovare gli abbinamenti giusti è il piccolo e piacevole gioco che vi propongo e che potrete fare con il programma ufficiale alla mano.

Insomma, ce ne sarà davvero per tutti i gusti. Livello di qualità: altissimo.

SPETTACOLI FUORI ABBONAMENTO

Sogno di una notte di mezza estate (al Teatro Grande)

Il coraggio di dire di no. La storia di Giorgio Perlasca

E, dopo il grande successo dello scorso 31 dicembre con gli Oblivion, un nuovo Capodanno in Teatro, stavolta in compagnia della Banda Osiris. 

Ciao. Ci si vede a Teatro.

 

 

  GuittoMatto

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Giasone e Medea: al Santa Chiara una canzone che suona bene

La Medea del greco Euripide e del latino Lucio Anneo Seneca (ancora oggi tra le tragedie più rappresentate) prendono le mosse dall’ultima parte del lungo e complesso ciclo del “Vello d’oro”. 

Giasone decide di convolare a nozze con Glauce, figlia di Creonte, a dispetto della volontà di Medea.

Istantaneamente tutto l’amore e tutta la devozione che Medea ha sino a questo punto nutrito per Giasone si trasformano, come spesso accade in questi casi, in cieco e furibondo rancore, foriero di smania di vendetta.

Creonte, intuendo il fatale pericolo che potrebbe derivare da questa tesissima situazione, impone alla donna l’immediato esilio. Medea però riesce a ottenere la dilazione di un giorno: giusto il tempo sufficiente a dare pieno sfogo al proprio odio. Un dono alla rivale, un velo magicamente avvelenato capace di provocare un rogo fatale che avvolge e consuma sia la giovane sposa Glauce (Creusa per i latini) che il padre accorso a salvarla.

La sete di vendetta di Medea, però, non è ancora placata. Dopo un ultimo, straziante abbraccio, uccide i figli uno a uno, per fuggire poi in cielo, volando sul cocchio del Sole.

La storia è sostanzialmente sempre quella, ma in Euripide il tema al centro della tragedia è l’instabile rapporto tra uomo e donna, il contrasto tra amore e arrivismo. In Seneca, invece, il buio richiamo della magia e la corruzione che l’odiosa operare sull’animo umano.

All’inizio sono solo ombre. 

Sembianze scure che scorrono sul palcoscenico, come le ombre platoniane della  filosofica allegoria del “mito della caverna”.

<La freccia del dolore si conficca nel petto di Medea come una fiamma> sono le parole che anticipano un accordo rock, una delle numerose trovate a sorpresa che s’inseriscono per armonico contrasto nell’impianto sostanzialmente classico di questa pièce.

C’è il coro, naturalmente. Le donne di Corinto, però, si muovono a scatti come marionette i cui fili sono costituito dal buon senso comune e dalla forza di auto-diffusione di un certo tipo di notizie di cronaca.

E non può mancare la nutrice-narratrice, più simile a una navigata e scaltra massaia partenopea che alle sagge donne, seconde se non prime genitrici, della tradizione ellenico-latina. Sempre Meridione e Mediterraneo è, dirà qualcuno, e non mi sento di esprimere dissenso.

<Giasone era tutto, e si è rivelato il peggiore degli uomini> pronunciano, piegate dal rancore, le labbra ormai inaridite di Medea, sorpresa e smarrita dall’atroce scoperta, ed è l’estrema maledizione, il solenne giuramento di vendetta.

È una straniera, Medea. Un’estranea, una barbara, una strega, come agli occhi maschili spesso si rivelano le proprie donne quando, avendo scoperto la disistima, il tradimento, l’abbandono del proprio amante, prendono conoscenza di quanto avrebbero dovuto rivendicare molto tempo prima.

<Per le donne tutto funziona finché funziona il letto> è la debole contestazione di Giasone, segretamente misogino, ignavo che si limita a fare il suo, ragioniere dei sentimenti convinto che basti la pelosa accondiscendenza di un sostegno materiale per nascondere le proprie mancanze affettive sotto un grigio tappeto.

Poi è il momento dello sterminio, con Medea che indulge a lungo, combattuta, devastata, nella preparazione dell’uccisione degli adorati figli che si rivela travagliata come un parto al contrario, più dolorosa dello stesso atto omicida.

Tanti applausi alla fine, con gli attori più volte richiamati in scena, per un antico dramma che, guarda un po’, calza alla perfezione con la lucida follia di tanti fatti di cronaca nera che ora, nel terzo millennio, come allora, nell’antica Grecia, fanno sì orrore, ma fanno anche spettacolo.

E resta, mentre si torna a casa, la sensazione dolce-amara che c’è da tremare, e da stringersi l’un l’altro, quando viene il momento dei genitori che ammazzano i propri figli.

 

  cc

  GuittoMatto

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