«Solaris» in palcoscenico resta a metà tra fantascienza e psicoanalisi

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Il romanzo:

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Tit. originale: Solaris

Autore: Stanisław Lem

Edizione: Sellerio Editore (anno 2013)

Traduttore: Vera Verdiani

Pagine: 316

ISBN-10: 8838929106

ISBN-13: 9788838929106

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La trama:

Un astronauta, in arrivo dalla lontanissima Terra, arriva alla stazione spaziale che gira intorno al pianeta Solaris, dotato di un vastissimo oceano, conosciuto come “il grande pianeta vivente”: secondo le leggi della fisica, infatti, si sarebbe dovuto distruggere, ma qualcosa, che sembra legata a una reazione cosciente, ha evitato la catastrofe. L’accoglienza è inquietante: dei pochi occupanti della stazione spaziale uno è morto recentemente, ma coloro che sono rimasti preferiscono parlarne il meno possibile. Angoscia latente, sinistre presenze, oggetti che prendono vita.

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I film:

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  1972

Regia Andrej Arsen’evič Tarkovskij
Interpreti e personaggi
·         Donatas Banionis

·         Natal’ja Bondarčuk·  

          Jüri Järvet

·        Anatolij Solonicyn 

·         Sos Sarkisjan

·         Vladislav Dvoržeckij

·         Nikolaj Grin’ko

·         Ol’ga Barnet

·         Tamara Ogorodnikova

·         Georgij Tejch

·         Julian Semёnov

·         Ol’ga Kizilova

   2002

Regia Steven Soderbergh
Interpreti e personaggi

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Lo spettacolo:

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DRAMMATURGIA DI FABRIZIO SINISI
DA STANISLAW LEM E ANDREJ TARKOVSKIJ
E CON IL CONTRIBUTO DELL’ATELIER D’ÉCRITURE
DIRETTO DA LAURA TIRANDAZ ALL’UNIVERSITÉ D’AVIGNON
REGIA DI PAOLO BIGNAMINI
SCENE E AIUTO REGIA FRANCESCA BARATTINI
DISEGNO LUCI FABRIZIO VISCONTI
CON DEBORA ZUIN, GIOVANNI FRANZONI, ANTONIO ROSTI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO
IN COLLABORAZIONE CON SCENAPERTA ALTOMILANESE TEATRI

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La lettura drammaturgica  operata da Fabrizio Sinisi, mirata a esaltare i temi dei limiti della ragione terrestre e della interpretazione da parte dell’uomo non solo delle logiche che animano esseri alieni (intesi come unità viventi diverse da sé), ma anche dei propri processi mentali, nulla ha a che fare con le due trasposizioni cinematografiche del romanzo. Nelle due pellicole, infatti, erano state messe più in risalto tematiche di carattere fantascientifico (come il mistero dell’Oceano Vivente) o sentimentali (il rapporto tra Chris Kelvin e sua moglie Rheya  morta suicida (ovvero il suo clone).

Operazione ambiziosa ma non perfettamente riuscita: la claustrofobica staticità della stazione orbitale, unita ai dialoghi che appaiono eccessivamente dotti e cerebrali, ingabbiano la regia di Paolo Bignamini appesantendo il ritmo dello spettacolo e rendendo difficoltoso, da parte dei tre pur bravi interpreti Debora Zuin, Giovanni Franzoni e Antonio Rosti, una recitazione più naturale e precludendo l’effettivo coinvolgimento del pubblico.

Essenziale la scenografia, basata sulla incombenza di un sole rosso appeso nel nero dell’universo e su piattaforme che rendono piuttosto bene l’ambientazione tecnologica. Non di immediata comprensione l’inserimento in una colonna sonora per il resto adeguato, di brani come «Et moi dans mon coin» di Charles Aznavour e «Singing In The Rain» di Gene Kelly.

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

100 scalini in palcoscenico, tra la rivoluzione francese e il primo volo

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«Si tratta senz’altro di uno spettacolo, ma allo stesso tempo di un esperimento di drammaturgia originale che verrà modificato e nutrito proprio dall’incontro con il pubblico, un evento che verrà presentato nella sua natura più duttile, proprio per cogliere le più sottili sfumature della relazione tra la nostra anacronistica seppur contemporanea arte e la sensibilità e i modi di percezione del tempo presente» dichiarano concordi Elena Bucci e Marco Sgrosso

«Il margine di rischio è alto, ma proprio in questo si misura la natura speciale di questo progetto. E il tema ci aiuta».

 

  

(Ph Umberto Favretto)

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«Ottocento» (coproduzione CTB e Belle Bandiere) è un soffio di vento, un’ampia ala ideale che vola, planando per poi riprendere quota, e di nuovo scendere in picchiata, sulle sconfinate pianure ucraine e russe, sulle guglie gotiche dell’impero austroungarico e della Prussia, sulla splendida Parigi di Notre-Dame e della Tour Eiffel, sui monumenti classici della penisola italiana, sugli ussari a cavallo e sulle schiere inquadrate delle fanterie, sui campi di grano, sui vigneti, su monti, fiumi e laghi.

Con un grande balzo varca l’oceano e, dall’alto, fissa le oscure profondità dell’anima e dell’occulto di Edgar Allan Poe e dei suoi nerissimi corvi.

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Questo è ciò che rimane n all’uscita del Teatro Santa Chiara, insieme a frammenti delle pagine e dei pensieri di Emily Dickinson,  George Sand, Mary Shelley,  Margherita Gauthier, Anna Karenina, Čhecov, Thomas Buddenbrook, Thomas Mann, Guy De Maupassant,  Edgar Allan Poe, delle Sorelle Brontë.

Uno spettacolo di larghi orizzonti, splendidamente recitato da Elena Bucci e Marco Sgrosso, che resta a metà tra un arazzo e un patchwork, volutamente incompiuto, innesco più che esplosivo, utile a fare detonare, “dopo”, la curiosità degli spettatori, al suono di «Wuthering heights»  gorgheggiata da Kate Bush e del più austero coro che intona l’Internazionale.

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Perché che «L’ Ottocento è l’uomo uscito dalla voragine della Storia», potete starne certi, è un concetto che, dopo avere assistito a uno spettacolo come questo, non si dimenticherà più.

 

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   GuittoMatto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

La «Pietà» di Sinisi è scultura di parole

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Per la rassegna «Teatro Aperto», serie di letture sceniche organizzata dal Centro Teatrale Bresciano, ieri sera, al Teatro Sancarlino, Elisabetta Pozzi ha letto il testo di Fabrizio Sinisi «Pietà».

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La trama:

È la storia di un incontro fatale e delle sue drammatiche conseguenze. Da un incontro occasionale con uno sconosciuto, neanche troppo coinvolgente, una giovane donna milanese guadagna un figlio e un abbandono. I primi anni trascorrono in un’apparente mancanza di problematiche derivanti dalla mancanza della figura paterna e in un’atmosfera di ingannevole tranquillità.

Con il dodicesimo compleanno del figlio Teodoro, un’improvvisa quanto inattesa esplosione di rabbia (probabile simbolo della devastante irruzione della tempesta ormonale adolescenziale) sconvolge gli schemi, dando inizio a un periodo conflituale caratterizzato dai tipici problemi dell’età: il profilo e la condotta a scuola, la frequentazione di cattive amicizie, la ricerca problematica di un’identità adulta.

E proprio quando sembra che, infine, l’abnegazione di uno spirito materno totalizzante, possa risolvere ogni problema, ecco che il caso, il destino, il fato, sconvolgono per sempre ogni certezza.

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L’Autore:

Scelgo le poche e significative parole con cui Elisabetta Pozzi: ha introdotto la serata, prima di cominciare il monologo:

«Riconosco in Fabrizio Sinisi, neo “Drammaturg” domestico scelto dal Centro Teatrale Bresciano per il prossimo triennio, innanzitutto il Poeta. Resistendo alla moda imperante di trasporre in palcoscenico come nella letteratura il linguaggio comune, Fabrizio, riconoscendo e facendo propria la misterica ritualità del Teatro, scrive con accenti lirici, riuscendo a condensare e a mettere in scena  le sue nobili frequentazioni letterarie».

Ricordo che, pochi giorni fa, è andato in scena al teatro Santa Chiara «Shakespeare/Sonetti», versione italiana e adattamento teatrale di Valter Malosti e dello stesso Fabrizio Sinisi.

Per il resto, le parole di Elisabetta Pozzi sono talmente incisive che non reputo necessario aggiungere altro.

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Il testo e lo spettacolo:

  

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«Chi è cieco dalla nascita non sa cosa gli manca, eppure avverte nostalgia» è l’ammiccante premessa.

«A 24 anni l’unica preoccupazione di una donna è che se piove, le si rovina la piega dei capelli»è la giustificazione per un comportamento immaturo e per una scelta fatale.

Poi irrompe il futuro sotto le vesti di un bel giovane impegnato al confessionale, a chiedere poco convinto perdono per peccati commessi contro la purezza. Da un amplesso frettoloso e insoddisfacente, prende le mosse e germoglia la drammatica “final destination” di una vita. Anzi di due. Anzi di tre.

Tra le cose che più colpiscono, nella stilisticamente impeccabile scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, c’è un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: il ripetuto quanto felice accostamento tra una descrizione minuziosa dei piccoli gesti e i pensieri più intimi, quelli del livello più interiore dell’anima, più prossimi alle pulsioni più istintive e profonde.

«Pietà» è un monologo dolente, in cui echeggia una Milano che non c’è più, un mondo retrò, a metà tra le canzoni di Tenco, i cantautori bretoni e l’amara e urticante ironia di Gaber, introiettati a posteriori dal giovane drammaturgo, in un’atmosfera sospesa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

«Pietà» è una autocritica al maschile, che parte dal concetto che «Una donna cerca qualcuno da, un uomo cerca qualcuna per».

«Pietà» è la dichiarazione disperata di chi ha realizzato che «Nulla è più tremendo di una vita in cui nulla succede. Dunque, qualsiasi errore, anche il peggiore, è preferibile rispetto al nulla».

«Pietà», recitato da una empatica, emozionante meravigliosa e immensa Elisabetta Pozzi, alla fine lasci un solo, grande dubbio: a chi è rivolta l’affranta e straniata narrazione? Al fato? All’uomo che, probabilmente, ancora non sa, e forse non saprà mai, come sarebbe potuta cambiare la storia della vita?

Di certo non al pubblico, che l’Autore condanna, con raffinata crudeltà, ad assistere, in un letto di spine e raffinatissime parole, in qualità di testimone mesto e impotente.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Stratford a Brescia, un intrigante cocktail di versi e note

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(vds. altro articolo sullo stesso argomento in data 12 marzo 2018:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-sonetti_sinisi_malosti/)

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L’Autore:

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1564– Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616),  soprannominato il “Bardo” o il “Cigno dell’Avon”. Della sua (anche numericamente) produzione, ci sono pervenuti  37 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di poemi.

È universalmente considerato il più importante scrittore in lingua inglese e generalmente ritenuto il più eminente drammaturgo della cultura occidentale. 

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L’opera:

Per una volta Shakespeare arrivò secondo. Anzi, addirittura  “fuori dal podio”, per rimanere in ambito sportivo. La “moda del sonetto”, infatti, nell’Inghilterra elisabettiana aveva imperversato nell’ultimo decennio del 16° secolo,  con le opere di  Philip Sidney (Astrophel and Stella, 1591), Samuel Daniel (Delia, 1592), Thomas Lodge (Phillis, 1593) ed Edmund Spenser  (Amoretti, 1595).

 La raccolta shakespeariana, scritta probabilmente tra 1593 e il 1599 ma pubblicata diversi anni dopo (1609, per le stampe dell’editore  Thomas Thorpe) si adegua (aggiungendo Lover’s Complaint)  al modello  scelto da Daniel e Lodge, che avevano fatto seguire alla raccolta di sonetti brevi un componimento più complesso.

A partire dal ‘700, parecchi studiosi più o meno autorevoli avanzarono dubbi sulla reale paternità di Sonetti, dimostratisi poi scarsamente attendibili visti i numerosissimi riscontri individuati poi con il linguaggio dell’ultimo Shakespeare.

I Sonnets sono poesie d’amore dedicate dal numero 1 al numero 126 a un giovane amico di Shakespeare (si pensa il Conte di Southampton Henry Wriothesly o William Herbert) e dal 127 al 154 a una Dark Lady dai capelli o dalla carnagione scuri. Il sonetto più famoso della raccolta è senz’altro il sonetto 18,si apre con il poeta che paragona il giovane amico (il Fair Youth) a una giornata estiva, sostenendo che mentre l’estate è breve, mutevole e non sempre perfetta, il protagonista incarna l’estate stessa, eterna, e quindi la bellezza. E mentre l’estate lascerà posto all’autunno, il suo amore vivrà in eterno. Assai diversa è la Dark Lady che emerge nella seconda parte della raccolta, l’incarnazione di un amore spesso crudele e infedele, una fascinosa figura del male, descritta come my female evil  (“la diavolessa”,  “la donna malvagia” – sonetto 144)

In “A Lover’s Complaint” o “Lamento dell’amante” (lasciando maliziosamente indeterminato il sesso) si narra di una sfortunata giovinetta, prima sedotta (attraverso  un’abile strategia di corteggiamento) da un cinico rubacuori, poi crudelmente abbandonata.

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Lo spettacolo:

All’inizio chi conduce il gioco è un tecno-pagliaccio che si atteggia, si muove, parla (e declama sonetti) come il conduttore di una hit parade televisiva, in una atmosfera circense, con tanto di risate e applausi registrati.

«Ho due amori, che si chiamano conforto e dannazione»

Il primo è un giovane maschio biondo e dalle fattezze delicate, l’altra è una femmina, nera e aggressiva.

La “dark lady” si scatena in una danza dissociata, che è l’antica malattia di un mondo fascinoso quanto ingannatore, è un condensato tossico di menzogne sottintese e spudoratamente ostentate a se stessi, è frenetica dissolutezza, tarantolata, estenuante, allucinata. I tradimenti sono nascosti sotto abiti troppo succinti, più forte della discrezione è la volontà di svelarli come carne nuda e ammiccante, mordicchiando il peccato come una dolce e letale mela avvelenata.

Poi c’è l’altra faccia dell’amore, tutto al maschile, che si esplicita in un confronto erotico nel quale la preda non vede l’ora di essere catturata e sottomessa, ma chi sottomette con il corpo, molte volte, in realtà, finisce per essere sottomesso nell’anima. Una danza sessuale più che sensuale, la rappresentazione esplicita di un amplesso rabbioso e sempre in appagante se tenuto distinto da un’empatia sentimentale, perché «Credendomi vincente ho perso tutto», come scrive il poeta.

Tutto finisce con l’amara considerazione che «L’amore è una medicina che non guarisce ma aggrava la piaga» e con lo struggente testamento del drammaturgo: «Se leggerai i miei versi dimentica chi li ha scritti».

Il tutto in una intensissima ora di spettacolo, un contenitore in cui il testo e la regia versano di tutto: dal romanticismo melodico di Modugno alla tecno-music, dalla figura arcaica del Bardo, che incombe dal fondale del palcoscenico  a una scenografia “di frontiera” postmoderna.

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Nell’insieme ben recitato, innovativo, stimolante, provocatorio, ma al tempo stesso, proprio per questa sua coplessità, di difficile assimilazione da parte di un pubblico che, comunque, ha applaudito a lungo al calar del sipario. A titolo di esempio cito il commento di uno dei numerosi studenti che, grazie alla politica di promozione nei confronti dei giovani, attuata dal CTB, assistevano allo spettacolo, colto all’uscita, sul marciapiede antistante il Santa Chiara: «Con tanto nudo sul palcoscenico, finisce che si concentra l’attenzione del pubblico sul sesso, ma lo fa smarrisce sul senso dello spettacolo».

Un gioco di parole goliardico e sfacciato che, forse, la parte più ironica del giovane Shakespeare avrebbe potuto e saputo apprezzare.

 

versione italiana e adattamento teatrale di FABRIZIO SINISI e VALTER MALOSTI

coreografie MICHELA LUCENTI

scene e costumi DOMENICO FRANCHI

luci CESARE AGONI

suono EDOARDO CHIAF

con

VALTER MALOSTI

MICHELA LUCENTI

MAURIZIO CAMILLI

MARCELLO SPINETTA

e con ELENA SERRA

assistente alla regia ELENA SERRA

direttore tecnico CESARE AGONI

macchinista NICOLA PIGHETTI, FILIPPO MARAI

capo elettricista e fonico EDOARDO CHIAF

scene realizzate nel LABORATORIO DEL CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

responsabile della costruzione OSCAR VALTER VETTORE

scenografa realizzatrice MICHELA ANDREIS

costumi realizzati da BOTTEGA DEL CENCIO

sarto FEDERICO GHIDELLI

acconciature e trucco BRUNA CALVARESI

amministratrice di compagnia GAIA RICCI

FINO AL 25 MARZO AL TEATRO SANTA CHIARA MINA MEZZADRI DI BRESCIA

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (83) – I Sonetti rivisti e corretti di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti

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Come di consuetudine è Gian Mario Bandera a porgere il saluto ai giornalisti partecipanti alla conferenza.

«Questo spettacolo fa parte del percorso Palestra del Teatro, cominciato nella scorsa stagione, al quale riserviamo, anche in luce prospettica, un’attenzione sempre maggiore. Un punto di vista diverso e nuovo non solo per ciò che concerne la materia registico-drammaturgica, ma anche in tema di contaminazioni di narrazione teatrale». 

Il Consigliere Luigi Mahony introducendo le dichiarazioni degli artisti, non si lascia sfuggire l’occasione per informare i giornalisti presenti, con grande soddisfazione, che nella corrente stagione, con le ultime sottoscrizioni, si è arrivato a un consuntivo di 6.circa 200 abbonamenti.

«È il massimo storico raggiunto nella vita quarantennale del CTB, che supera di ottocento unità il precedente record (5.400 abbonamenti negli anni di mezzo del decennio 1990/2000)».

Valter Malosti, regista di Shakespeare/Sonetti, attore, da gennaio Direttore del TPE (Teatro Piemonte Europa) ringrazia il CTB per avere ancora una volta recepito e fatta propria l’idea di carattere innovativo che è stata sottoposta alla sua attenzione.

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«Nel teatro italiano si continua a parlare da tempo e molto di lavorare in palcoscenico con contaminazioni tra varie modalità di espressione artistica. Nonostante ciò, fino a ora, il tema non è stato ancora approfondito con concretezza e in modo organico e operativo. Un atteggiamento ostativo, soprattutto in Italia, di cui non riesco a capire le autentiche origini e le motivazioni. Negli ultimi anni, addirittura, si è registrata una regressione» è la prima riflessione.

«Ora, anche in funzione della nuova posizione direttiva che sono stato chiamato ad assumere, posso riconoscere che i numeri (dicasi gli incassi) sono molto importanti, per non dire essenziali nella gestione di un Ente teatrale . Non per questo, però, pur dovendosi conoscere e valutare con attenzione ogni rischio da ciò derivante, non si può rinunciare aprioristicamente alla possibilità di creare e realizzare spettacoli anche in modi alternativi, purché di altissima qualità artistica ed espressiva».

Malosti passa poi a desrivere più in dettaglio quanto si è fatto per Shakespeare/Sonetti.

«Mettendo da parte la contaminazione, in questa operazione c’è un altro aspetto importante: il lavoro che abbiamo deciso di effettuare sul testo, andando alla ricerca di un filo conduttore nel marasma originario dei versi, ottenendolo attraverso lo stravolgimento meditato dell’ordine dei sonetti e del recupero, attraverso una nuova traduzione teatrale sostanzialmente diversa dalle tradizionali poetiche, che andasse a recuperare la durezza del linguaggio del tempo e certe espressività più carnali e popolari, a volte francamente scurrili. Il tutto unendo alle parole, nel  miglior modo possibile. le arti visive e a la musica (a volte sfacciatamente ucronica. Nella prospettiva storico letteraria, se i libretti shakespeariani di «Venere e Adone» e de «Lo stupro di Lucrezia» si rivelarono, per i tempi, due autentici bestseller, le copie dei «Sonetti», stampate in numero decisamente inferiore, tanto da fare pensare a un “libro privato”, presto scomparvero dalla circolazione»

Malosti conclude il suo articolato intervento ricordando che se molti insistono sull’autobiografismo del Canzoniere, utile a meglio comprendere la personalità del drammaturgo, la cosa davvero importante è che è rimasto alal storia della letteratura e del teatro un testo di grandissimo valore. 

È poi la volta di Fabrizio Sinisi (recentemente nominato “drammaturgo interno” del Centro Teatrale Bresciano per le prossime tre stagioni).

«In questo insieme apparentemente disordinato di endecasillabi, una storia c’è (quella di un amore), anzi ce ne sono più di una, ove si considerino la presenza e il ruolo della monolitica dark lady (prostituta? nobildonna? fantasma letterario?) che trasforma la narrazione in quella di un complesso triangolo, una specie di Trinità Interiore, cui si aggiunge, a complicare ancora di più la trama, l’ulteriore incombere del Poeta Rivale. Nella mia interpretazione la dark lady diventa uno specchio opaco del narratore»

Conclude sottolineando come i Sonetti, pur potendo sembrare a primo impatto, un Canzoniere sentimentale, in realtà servono a Shakespeare per creare, attraverso l’esercizio poetico,  un vero e proprio “ambiente di prova” dell’amore. Che non risulterà vincente, alla fine, perché il primato anfrà, sempre e comunque alla forza della parola attraverso i versi.

L’ultimo intervento è riservato alla coreografa Michela Lucenti

«Non è la prima volta che lavoro con Valter, di cui apprezzo molto la nettezza delle idee e di ciò che chiede a chi lavora con lui. Nasco come danzatrice e lavoro sulla recitazione da molto tempo, così come fa abitualmente la mia compagnia. Ciò che abbiamo cercato di fare in questo lavoro è di accendere i corpi come se ci fosse un vibrante confronto tra i versi e la carne. La costruzione della parte fisica, della parte di contatto,  è stata inserita senza che la parte recitata venga meno, in una sovraesposizione di corpi che contribuisca a suggestionare ancora di più lo spettatore. E come piace a Valter (e molto anche a me) ci si è preparati al debutto innestando nel corso delle prove, continuamente, variazioni non previste dal copione».

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  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (78) – Un Almanacco a metà tra memoria e monito

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Al Nuovo Eden, in occasione dell’ennesimo incontro di «Rapiti dall’Eden – sabato pomeriggio tra cinema e teatro», (rassegna di conferenze con i protagonisti della stagione teatrale del Centro Teatrale Bresciano C.T.B.)  è di scena Vincenzo Pirrottaautore e protagonista di  «Almanacco Siciliano» (recensito da GuittoMatto qualche giorno fa –  https://cardona.patriziopacioni.com/dalla-carta-al-palcoscenico-pirrotta-racconta-una-guerra-che-non-finisce-mai/) prodotto dal Teatro Biondo di Palermo e in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino a domenica 4 marzo 2018.

Tutto parte e fluisce dalla prima domanda indirizzata all’attore siciliano dall’intervistatore Daniele Pelizzari

«Uno spettacolo che ci fa diventare tutti più siciliani

La risposta di Pirrotta parte da lontano:

«Nel dramma si parte dallo scatenarsi della prima guerra di mafia, la cosiddetta mattanza palermitana  (scandita quotidianamente dai titoloni de L’Ora) fino ad arrivare quasi ai nostri giorni, in cui l’inquinamento mafioso si va diffondendo sempre di più anche all’estero». 

Fatta questa necessaria premessa, Pirrotta scende più nel dettaglio dello spettacolo.

«Lo scopo dell’Almanacco  è di raccontare e spiegare alle nuove generazioni quanto di esecrabile e di terribile sia accaduto negli anni ’70 e ‘8’ in Sicilia, perché non accada mai più». spiega.

«E abbiamo deciso di farlo, volutamente, senza  concedere nome e maggiore dignità a una o all’altra delle vittime»

«In una delle prime rappresentazioni, c’era tra il pubblico, in prima fila, la vedova Borsellino e faticavo a incrociarne lo sguardo velato dalle lacrime» racconta, ancora visibilmente coinvolto.

«Quando ho fatto lo spettacolo a Morgantino una signora è venuta in camerino e mi ha abbracciato a lungo singhiozzando», ricorda ancora, con emozione.

«Questo è  e rappresenta Almanacco siciliano, e non solo per i congiunti e gli amici della tante, troppe vittime della mafia e dei mafiosi»

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A questo punto, Pelizzari incalza Pirrotta a definire meglio natura e scopi del dramma.

«Uno spettacolo che non è proprio uno spettacolo, ma un qualcosa in cui la memoria e la rappresentazione si uniscono in una celebrazione di liturgia laica in onore delle vittime,  introiettata e messa in scena con  grande spiritualità. La risultante di una consapevolezza partita dalla lenzuolata bianca di Palermo, seguita alla strage di via D’Amelio, primo segnale di forza della società civile nei confronti dello strapotere mafioso. Ciò che lega tra loro le storie, è lo stupore per il piombo che arriva a falciare vite, come un soffio improvviso di scirocco che spezza un ramo»

Le ultime parole di Pirrotta prima del commiato, su sollecitazione di Pelizzari, sono per le scenografie, dominate da un bianco abbagliante che vuole richiamare, tra l’altro, il colore del lutto di parole esotiche e i canti strazianti creati dai fratelli Mancuso. ispirati da una parte ai cori della classica tragedia greca, in parte ai lamenti delle prefiche delle Madonie.

 

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18:57 (1 minuto fa)

Categorie: Giorni d'oggi.

Dalla carta al palcoscenico, Pirrotta racconta una guerra che non finisce mai

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Il libro:

Il libro «Teatro» è una raccolta di cinque atti unici («All’ombra della collina», «Malaluna», «La ballata delle ballate», «La grazia dell’angelo» e «Sacre-Stie»), che ha per argomento centrale la mafia ma nel quale emergono altre tematiche relative alla realtà e alla tradizione siciliana. Un’ennesima ma non banale di una lingua e di una cultura visceralmente mediterranea, ma collegabile logicamente ed emotivamente ad altre culture anche lontane. Un fenomeno di straordinaria ubiquità espressiva e artistica che vede l’Autore-Attore avventurarsi in un ardito viaggio spazio temporale restando con i piedi bene piantati nella terra, nella sabbia e nel mare di Trinacria. 

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Titolo: Teatro
Autore: Vincenzo Pirrotta
Editore: Editoria & Spettacolo
Anno: 2011
Pagg: 220
Prezzo 15,00 
EAN: 9788897276159

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Lo spettacolo:

Secondo la nuova tendenza le due coreute che affiancano Vincenzo Pirrotta in questo atto unico di grande intensità attendono il pubblico che si va ad accomodare in platea già in scena, arrampicate sulla semplice ma suggestiva scenografia immersa nel buio, mentre il battito amplificato di un cuore scandisce l’attesa. Quando le luci si accendono, illuminando il palcoscenico, ecco che il nero diventa bianco abbagliante, ecco che si manifestano alcune sedie per un popolo che non sarà mai comodo, una scala che sale verso l’alto per un popolo che dovrà sempre lottare per non  inabissarsi ancora di più. 

Anche i tre attori indossano vesti bianche, più judogi che tute, o pigiami, con Pirrotta che, come spesso gli accade, lascia scoperto il torace, per sottolineare ancora di più, qualora ce ne fosse ancora necessità, la carnale fisicità che è solito sfoggiare in tutte le sue recite.

E c’è una strana commistione tra cadenze dialettali sicule, sonorità da scacciapensieri, nenie orientali da tempio scintoista o da samurai, in questa singolarissima pièce. Una storia di morte e di morti, di uccisori e di uccisi, di vittime, divise tra innocenti e consapevoli, e brutali, irridenti monaci dello sterminio. Scorrono a nastro, a incastro, in sovrapposizione, crudeli eliminazioni, scorrono fiumi di sangue che si incrociano e si contaminano, confondendo lo spettatore, con assoluta volontà di farlo, travolgendolo in una corrente di dolore, di raccapriccio, che, inevitabilmente, si trasformano in indignazione.

Perché «Manca sempre il tempo di resettare l’Universo dopo avere vuotato i cassetti», perché i numeri delle date di sangue si succedono come una macabra litania, una speciale cabala del Male, mentre Pirrone si batte il petto, come una vittima dolente, un assassino pentito o un carnefice orgoglioso del massacro che sta portando avanti, chissà.

Si passa, penosamente, senza cesure, senza tregua, dai picciotti massacrati per un piccolo sgarro ai grandi, al giornalista troppo curioso, al magistrato macellato all’uscita della messa, al poliziotto inviso alla Cupola preso a fucilate da un killer che ride mentre spara, al ragazzino sciolto nell’acido per l’unica colpa di essere il figlio di un infame. 

Certo, chi conosce meglio fasti e nefasti della terribile guerra di mafia che insanguinò la Sicilia forse è in grado di apprezzare meglio le sfumature, ma ciò che interessa l’autore e regista, cioè creare una sinfonia funebre che porti ciascuno a esecrare una simile, bestiale violenza, viene colto in pieno.

Più che uno “Spoon River” alla siciliana, come pure molti critici, superficialmente, lo hanno battezzato, la pièce ricorda un susseguirsi di fogli staccati da un calendario, grondante di sangue, che solo un mare di lacrime salate, forse, può riuscire a lavare.

Lo si capisce, perfettamente quando, nell’imminenza del calar del sipario.  le due straziate, aggraziate e composte corifere, perfette nella loro parte, stendono un triste bucato ad asciugare al sole.

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ALMANACCO SICILIANO

DI ROBERTO ALAJMO
REGIA DI VINCENZO PIRROTTA
MUSICHE MARCO BETTA E FRATELLI MANCUSO
SCENE CLAUDIO LA FATA
LUCI NINO ANNALORO
COSTUMI VINCENZO PIRROTTA
CON ELISA LUCARELLI, CINZIA MACCAGNANO, VINCENZO PIRROTTA
PRODUZIONE TEATRO BIONDO PALERMO

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

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(foto a destra di Umberto Favretto)

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Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

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Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

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L’opera:

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Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

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L’Autore:

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     August Strindberg modernissimo tra i moderni

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Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

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Lo spettacolo:

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Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

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La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

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(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.