Che storia, «La storia»!

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    Il romanzo:

La vicenda del romanzo (pubblicato nel 1974) si svolge tra il 1941 e il 1947, sullo sfondo drammatico di una Roma devastata dalla guerra e poi avviata verso un’incerta ricostruzione. Qui vive Ida Ramundo, timida maestra elementare, di origine per metà ebraica, rimasta precocemente vedova e con un figlio, Nino. Viene violentata da un giovanissimo soldato tedesco, e resta incinta. Malgrado la vergogna di quel concepimento, quando nasce, Useppe porta nella vita di Ida e di Nino una nota di allegria e di speranza. Ida deve rifugiarsi a Pietralata, a causa dei bombardamenti, e qui soffre per la promiscuità e la miseria. Il piccolo Useppe conserva la propria felicità, mentre Nino raggiunge i partigiani. Terminata la guerra, la vita sarà ancora più difficile: Nino pensa di dover continuare, a modo suo, la lotta armata, tanto da finire ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia; quanto all’amico David Segre, che aveva condotto Nino fra i partigiani, si uccide con la droga. Anche Useppe muore, dopo un attacco di epilessia: quella malattia è come una protesta contro l’inesattezza della vita. A essa si rassegna invece, con tranquilla pazzia, la madre, incapace di scelte alternative.

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    L’autrice:

Nata a Roma nel 1912, Elsa Morante dimostrò fin da giovanissima una notevole attitudine alla scrittura, cominciando a comporre poesie, fiabe e racconti che, negli anni successivi, avrebbero fatto la loro comparsa su giornali e riviste come Il Corriere dei piccoli e Oggi; Fu la prima scrittrice donna a vincere il Premio Strega con il romanzo L’Isola di Arturo (Einaudi), Elsa Morante e una delle più importanti autrici del Novecento italiano: poetessa, saggista, ma soprattutto romanziera, ha consegnato alla storia letteraria titoli come Menzogna e sortilegio (Einaudi) e La Storia (Einaudi), libri fondamentali della letteratura italiana.

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    Il film:

«La storia» è un film del 1986 diretto da Luigi Comencini, tratto dall’omonimo romanzo pubblicato nel 1974 da Elsa Morante.

Il film è stato girato per la televisione ma ne è stata distribuita una versione ridotta (135′) destinata al circuito cinematografico.

Fu presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia del 1986.

Regia: Luigi Comencini – Sceneggiatura: Suso Cecchi D’Amico e Cristina Comencini – Protagonisti principali: Claudia Cardinali

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 Lo spettacolo:

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Tutto comincia con uno stupro.

Forse anche prima, dal momento stesso della nascita di Ida, che in realtà doveva chiamarsi Aida, se non fosse stato per l’addetto dell’anagrafe incaricato di registrarne il nome, e anche questo può essere un inquietante segno del destino.

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Così interpreta e traduce il testo il drammaturgo Marco Archetti, e nello stesso spirito lavora l’accorta e immaginifica regia di un Fausto Cabra in gran spolvero, Una versione novecentesca dell’antica tragedia classica, con tanto di maschere (immateriali ma percetibilissime) indossate, a turno, dai tre attori.

La modalità espressiva è data da un agire teatrale incatenato a brani del romanzo e, nello stesso tempo, in volo libero tra simboli e stereotipi, orientato, per tutta la durata della pièce (che non annoia né incespica mai dall’inizio alla fine) alla narrazione della storia (quellabellissma, ma con la minuscola scritta da Elsa Morante) parallelamente al dipanarsi della Storia (con la maiuscola) che racconta del dramma di una nazione che si aggiunge e si sovrappone al dramma di una famiglia particolarmente disgraziata.

Fissati in modo indelebile sulla scena e nell’immaginario del pubblico, alcuni momenti, tra i quali ricordiamo con emozione la sequenza della violenza subita da Ida da parte di un soldato tedesco ubriaco e infelice, lo straniamento di Useppe al centro di un boschetto intricato quanto i suoi pensieri malati, e…

… le tre morti: quella drammatica di Nino, quella straziante e pietosa di Useppe, quella interiore di Ida, che arriva molto prima di quella naturale.

Poi c’è la denuncia, perfettamente in linea con il registro dell’autrice, degli orrori della guerra, della violenza e delle insidie derivanti da fascismo e razzismo, delle più urticanti diseguaglianze sociali, a più riprese urlata (interiormente ed esteriormente) dai personaggi della pièce, compreso il ribelle “amico di famiglia” David Segre.

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Semplicemente perfetti gli interpreti (Franca Penone, Alberto Onofrietti, Francesco Sferrazza Papa) che danno anima (e che anima) a Ida, Nino, Useppe e gli altri. Tutto, attraverso loro, prende anima, anche un neonato, anche due cani, così come seppe a suo tempo fare la penna ispirata e felice di Elsa Morante, sia che si tratti di personaggi principali o secondari.

Per quanto riguarda la scenografia, l’autentico sfondo incombente del dramma non è il telo nero che pur rende suggestivo il succinto arredo, ma un’Italia (e non solo) gravemente ammalata, perché «il Potere è la lebbra del mondo».

Efficacissima la gestione dei suoni e, soprattutto delle luci, che non poco contribuiscono al totale coinvolgimento degli spettatori che gremivano il Teatro.

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Meritatissimi i lunghi e scroscianti applausi che hanno più volte richiamato sul palcoscenico gli attori e gli altri artefici di questo straordinario appuntamento bresciano.

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    GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Per fortuna certe lettere arrivano sempre a destinazione.

.Una corrispondena che arriva a destinazione

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Una figlia che ha deciso di inseguire un’avventura di violenza e di morte, aderendo all’illusione violenta e sanguinaria dell’Isis.
Un padre (teologo islamico di grande apertura mentale)che è rimasto ad aspettarla, avvertendo su di sé, giorno dopo giorno, farsi più opprimente il peso della solitudine.
Si vogliono bene, sì, ma diventa tutto più difficile, quando la lontananza, più ancora che in termini di chilometri, si misura nella intollerabile distanza ideale che separa menti e cuori. Non è che intraprendano e percorrano strade differenti, perché sono le loro stesse strade ad allontanarli progressivamente.
Al seguito dei combattenti dell’Isis, Nour si evolve, anzi si involve, in un processo di ripiegamento su se stessa reso visibile anche dal mutare del proprio abbigliamento, rigorosamente rispettoso, prima e dopo, dei dettami islamici, passando però dai colori vivaci del “prima” al tenebroso nero del “dopo”.
Nour affonda sempre più nella concezione integralista, all’inizio cercando di difendersi accettandola («Tua figlia è bella, ma solo suo marito lo sa» scrive al padre, con civetteria) dimenticando però che quel rigore è e sempre rimarrà a senso unico:  valido, cioè,  solo nei confronti delle donne. Cerca di ribellarsi, sia pure timidamente, ma con il solo risultata di essere tradita e picchiata. Assiste, impietrita, agli orrori della guerra. «Nessuna vittima è innocente» realizza con sgomento.
La ragazza comincia a essere a disagio. «Sono cresciuta in fretta, forse troppo in fretta» scrive «e adesso ho bisogno di te», ma suo padre è vittima di un’oscura malinconia, che lo abbate e lo debilita senza rimedio. Ormai sono solo i ricordi, sia pure amarissimi, il collante che tiene uniti i pezzi della vita in frantumi dell’uomo.
Inevitabilmente i nodi del destino vengono al pettine, drammaticamente:  Nour realizza la cieca ferocia del marito e dei suoi compagni e non esita a sacrificare la propria vita pur di dare una speranza alla giovanissima figlia.
«Un giorno il popolo musulmano sarà migliore» dice il padre di Nour.

Sarà solo la Storia, un giorno, a dirci se si tratti di una profezia o sia destinata a rimanere una mera speranza.

Dramma di grande intensità, recitato con la consueta maestria da Franco Branciaroli, che tratteggia con grande suggestione la figura dolente del padre. e con vivacità e freschezza dalla giovanissima Marina Occhionero, sorprendentemente sicura e padrona della scena  in relazione alla giovane età. Ben scritto e profondo il testo di Rachid Benzie, impeccabile la regia di Giorgio Sangati, scarna ma efficace la scenografia, pienamente adatte alla circostanza le musiche.
Grande consenso da parte del pubblico che si palesa con un interminabile applauso finale che richiama più volte gli attori in scena.

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Foto di Serena Pea

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (147) – Il Teatro? (Non) è un gioco da Ragazzi. O forse sì?

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Si è tenuta oggi pomeriggio, presso la Sala Giunta di Palazzo Loggia, la conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa «Facciamoci un corto» , concorso di corti teatrali pensato e organizzato dal Comune di Brescia, riservato ai giovani appassionati di drammaturgi, regia e recitazione.

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Introduce la conferenza stampa Roberta Morelli,  assessore alle politiche giovanili, tempi e orari della città e pari opportunità. L’accento è sulla volontà di rafforzare quel legame tra i giovani di Brescia e il teatro, attraverso un concorso di messa in scena di “corti (pièces di durata non superiore ai 15 minuti) che vedrà coinvolte scuole e associazioni giovanili della città. Sarà un completamente di ciò che sta facendo il CTB, avvicinando i giovani e gli studenti al Teatro, avvicinando da parte nostra il Teatro ai giovanie  agli studenti
«Non è affatto “facile” scrivere e mettere in scena un corto. Chiedendo scusa per il gioco di parole, non è esattamente quello che si dice “un gioco da ragazzi”, proprio no» provoca il Direttore Artistico del concorso, Patrizio Pacioni, precisando poi che, come nella letteratura, il saper concentrare una storia in uno spazio temporale determinato rappresenta uno dei cimenti più ardui in cui si possa cimentare uno scrittore o un drammaturgo.
Cita Hemingway, Isabella Allende, Sepulveda, che nel racconto breve hanno saputo esprimere tutte le enormi potenzialità possedute per la narrazione più a lunga gittata, auspicando che ciò, almeno in parte, possa ripetersi anche per il Teatro.
«La sfida che lanciamo ai giovani bresciani coin questo concorso è quella di riuscire a trarre  dalla quantiità abnorme e disordinate di nozioni, informazioni e teorie socio-politiche, una sintesi ragionata e, al tempo stesso, creativa e originale» .
Riprendendo le parole dell’assessore Morelli, il Direttore Gian Mario Bandera conferma e  sottolinea  l’attenzione tradizionalmente riservata dal Centro Teatrale Bresciano alle nuove generazioni, ricordandoo che, nella corrente stagione, sono poco meno di 2.000 gli studenti delle scuole cittadine che hanno assistito agli spettacoli del CTB.
«Spettatori ordinari in rappresentazioni ordinarie e non solo a essi riservate»  precisa, compiaciuto.
Il CTB mertterà a disposizione dei vincitori del Concorso, ai quali, con ogni probabilità, verrà riservato un evento ad hoc presso il Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara, un congruo quantitativo di biglietti e abbonamenti – omaggio quali premi per i più meritevoli.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Se la cintura esplosiva non fa il botto.

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È appena calato il sipario sulla “prima” di «Guerra santa», dramma scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini.

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La trama:
È davvero un venerdì di passione, allorché una giovane donna, dopo un’assenza protrattasi sette anni, spesi a combattere nei ranghi di un gruppo estremista-fondamentalista, fa ritorno “a casa”.
Alla Casa di Dio, per la precisione, visto che la combattente si questo caso, presenta proprio nella parrocchia frequentata a lungo a suo tempo.
Una visita nel corso della quale tra la donna e un sacerdote cattolico, suo punto di riferimento nella “vita precedente”, si instaura un confronto nel corso del quale fatti drammatici vengono raccontati e motivazioni  interiori messe a nudo, mentre si allunga l’ombra di un clamoroso attentato di imminente realizzazione.

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Lo spettacolo:

L’idea messa in scena di mettere insieme e di incrociare i sei monologhi di cui è composta l’opera, in teoriapuò risultare piuttosto originale. Dal dire al fare, però, come recita la sapienza popolare, spesso c’è di mezzo il mare. Soprattutto se ci si dimentica (o volutamente s’ignora) che il teatro viene meglio quando, oltre a dire qualcosa di profondo, sul palcoscenico succede anche qualcosa di movimentato e d’interessante. Soprattutto se si sottovaluta il problema di un monologo al cospetto di un altro attore, in attesa di cominciare il suo: evidente l’imbarazzo di interpretare per interminabili minuti la parte della comparsa muta, il cui più urgente problema è rappresentato da quali espressioni scegliere per fare fronte alle elucubrazioni dell’altro e… dove tenere le mani. Soprattutto se il testo (pur di elegante scrittura, o forse proprio a causa di una fin troppo ricercata cura dello stile) sembra a volte perdere il contatto con il linguaggio reale “della gente”.
Non a caso, e su questo argomento la chiudo qui, dopo quindici minuti di sfogo della figliola non-prodiga (una Federica Rosellini tutta nervi) le prime parole pronunciate nello spettacolo dal sacerdote (Andre Di Casa) sono «Quanto tempo!». Una battuta che, agli spettatori più attenti appare una di quelle coincidenze per così dire “rivelatrici”.

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Per il resto, gli argomenti toccati nella pièce sono importanti e numerosi. Talmente numerosi che non c’è materialmente il tempo di approfondirli tutti, ma solo di tratteggiarli con frasi a effetto, nel creare le quali, bisogna riconoscerlo, Sinisi (che della parola è un profondo conoscitore e un abile giocoliere) non incontra alcun problema.
Libero arbitrio: «Chi resta (in caso di abbandono) non ha scelta»;
Necessità di affrontare la vita con determinazione e slancio: «Non possiamo sempre rifugiarci nel non dire e nel non fare»
Attivismo morale e spirito missionario: «Il vero peccato consiste nel non fare il bene»
Sofferenza come strumento di crescita spirituale interiore: «Se non si conosce l’amore è perché non si è sperimentata la disperazione»
Valori assoluti a confronto: «L’Amore ci libera e ci eleva, la Verità ci rende cattivi e miserabili»
Per finire con un rovesciamento biblico (evocato proprio dal sacerdote) a coronamento  e contrappunto di una specie di vivisezione del cristianesimo usata dalla terrorista come una clava: «Le colpe dei figli ricadono sui padri»

Insomma, si tratta di un’occasione persa o, perlomeno, non colta in tutta la sua potenzialità, con un testo dotto ma statico che anche il regista, palesemente, trova difficoltà a rendere per quanto possibile commestibile (in questo non aiutato dalla non meravigliosa acustica del Santa Chiara) anche per la parte meno acculturata del pubblico.
Da parte mia, sono disposto a scommettere qualsiasi cifra che la prossima prova sarà senz’altro migliore: di talento  ce n’è tanto, di anni di luminosa carriera ancora da percorrere, anche.

Le foto inserite a corredo di questo articolo sono di Umberto Favretto.


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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (143) – Una guerra non è mai santa, ma.

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Conferenza stampa per la presentazione del dramma Guerra santa scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini, in scena al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri dal 5 al 10 marzo.

Gian Mario Bandera introduce l’incontro sottolineando  quanto sia importante, per il Teatro e per la società, che un certo tipo di riflessioni, capaci di comprendere il personale e il sociale, ricomincino a circolare. «Mi sento di affermare che Guerra santa è appunto uno di quegli spettacoli nei quali è presente ed emerge quella sintonia con la contemporaneità che normalmente è difficile riscontrare». 

«In qualità di membro del consiglio di amministrazione, mi fa molto piacere sottolineare la lungimiranza della scelta effettuata dal CTB puntando su un giovane talento scelto, dopo attenta selezione, tra tanti altri giovani emergenti presi in considerazione per la posizione di “drammaturgo di casa”’» dice Patrizia Vastapane. «Anche perché averlo con noi vuol dire… sottrarlo ad altri teatri concorrenti» .
Conclude poi il suo intervento ricordando che, per allestire lo spettacolo inserito nella rassegna Brescia Contemporanea, il Centro Teatrale Bresciano si è avvalso del contributo di Cariplo e ASM

«Cominciamo dal termine guerra santa o jihad, che arriva a noi occidentali in modo allarmante e allarmato. In realtà, nell’accezione originale e autentica, esso rappresenta l’indicazione di un conflitto intimo di continua sfida con se stesso e di crescita» esordisce Fabrizio Sinisi.
«L’opera è strutturata in una serie di flussi di parole e concetti definitivi e al di fuori di ogni convenzione: qualcosa che non può accadere nella realtà, ma si può verificare, invece, in Teatro.
Quanto alla origine e alla genesi del testo, Sinisi spiega che la stesura del dramma è cominciata solo dopo un approfondito lavoro di documentazione sul terrorismo e, in particolare, sul fenomeno dei “foreign fighter”, la maggior parte dei quali risultano essere molto giovani. «Da lì partì l’intuizione di interpretare il fenomeno alla luce di quel pilastro di analisi conosciuto come “uccisione del padre”, interpretandolo come la reazione impulsiva e violenta di una generazione affamata di risposte che non riceve riscontri o che, per lo meno, quei pochi che vengono forniti dal “Potere”,  li reputa sbagliati».
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

«Sinisi lo conobbi in occasione di un rassegna di interpretazioni shakespeariane da parte di giovani drammaturghi, in cui mi colpì con il suo Giulio Cesare» ricorda il regista Gabriele Russo
«Ciò che notai immediatamente fu la sua capacità di calarsi nella realtà senza perdere di vista i più importanti e suggestivi archetipi. Quanto al testo portato in scena, al suo interno sussistono e convivono diversi livelli di narrazione. Il primo è la rottura del rapporto tra padre e figlia, con la fuga di quest’ultima, il ritorno dopo un’esperienza di guerra, e il confronto finale, risolutivo quanto drammatico. Il secondo il racconto dell’infrangersi dell’innocenza, a testimonianza di come alcuni episodi vissuti in gioventù, anche se in apparenza insignificanti, possano cambiare o addirittura stravolgere una intera esistenza. il terzo la metafora del terrorismo come salvagente di tanti giovani alla ricerca di un ideale, smarriti nel caos di un occidente con proposte caotiche, frammentarie e spesso discordanti». Conclude il suo intervento sottolineando come il suo modo di fare regia contempli un articolato e rispettoso percorso di conoscenza e approfondimento del testo che va trattato senza “vestirlo” troppo” e di quanto sia importante lavorare con cura con (e insieme a)gli attori. «Entrambe le cose, peraltro, sono molto difficile quando ci si cimenta con un testo come quello di Sinisi, continuamente cangiante, come un organismo vivente, e, quindi, spiazzante per chi lo interpreta.

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L’ultima parola, com’è giusto che sia, va ai due interpreti.

«Fra me e Federica si è stabilita immediatamente una sintonia comunicativa. Per quanto riguarda il dramma, suggestivamente instabile e fragile nel percorso narrativo, sia uno di quelli che andrebbero visti più volte, perché ogni volta che vengono rappresentati si rivelano un viaggio diverso» rivela Andrea Di Casa.

«Si tratta di un testo che sembra puntare all’assoluto, ma lo fa attraverso creature assolutamente imperfette: è anche per questo che l’ho subito amato» è il suggello finale di Federica Rosellini.

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Bonera.2

Bonera.2

Categorie: Teatro & Arte varia.

Festival Bazziniano: buona… l’ultima!

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Compositore, violinista, erudito e ispirato docente, l’ “Anti-Verdi“,  il “Novello Paganini”, Leopardi del violino” come pure venne appellato, troppo cosmopolita, troppo paneuropeo, per i suoi tempi, in qualche fu modo offuscato da una Storia rimasta indietro come un vecchio orologio. 

E, come accaduto ad altri Grandi, più “dimenticato”, a lungo, proprio dalla sua terra  e dai concittadini di diverse generazioni.

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Dunque doveroso, quanto ben realizzato e riuscito, il «Festival Antonio Bazzini – Brescia e l’Europa 1818 / 2018»  articolata iniziativa mirata a onorare l’arte e la memoria di Antonio Bazzini, grande musicista bresciano, che il CTB ha fatto propria e organizzata di concerto (mai termine fu più adeguato e ben collocato) con il Conservatorio di Musica Luca Marenziouna rassegnache si è svolta con successo e si è conclusa ancor meglio.

Per meglio spiegare ciò che ho visto poco fa al santa Chiara, ritengo utile una premessa il cui senso sarà pienamente comprensibile più avanti: le tesi di laurea si dividono essenzialmente in due tipologie: le sperimentali e le compilative. Quella che è stata assegnata a quel sempre giovane e sempre curioso studente della vita che risponde al nome di Costanzo Gatta, in occasione del Festival Antonio Bazzini –Brescia e l’Europa 1818 / 2018, appartiene, con ogni evidenza, e per fofrza di cose, alla seconda categoria.

Al termine del vasto programma del festival, si trattava infatti di celebrare con una pièce che rievocasse in modo dettagliato la vita, la carriera artistica e didattica, gli orientamenti creativi e la filosofia musicale del mai abbastanza celebrato e valorizzato violinista e compositore bresciano.

Ebbene, con «Bazzini, l’Antiverdi?» andato in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri poche ore fa, Costanzo Gatta ha composto e diretto con la consueta maestria la sua tesi compilativa, riuscendo a trasformarla, grazie anche alla bravura e dall’impegno degli interpreti (in ordine di apparizione Monica Ceccardi, Miriam Gotti, Silvia Quarantini e Daniele Squassina) in un appuntamento vivace e attrattivo, che ha tenuto attenti e partecipi gli spettatori dall’inizio alla fine (contrassegnata da lunghi e ripetuti applausi).

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Costanzo Gatta… in azione

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L’intelaiatura dello spettacolo è estremamente lineare ma di grande efficacia: tre giovani donne, riunite in quel che sembra una specie di redazione di qualche quotidiano o periodico, ricostruiscono, momento per momento, la intensa e girovaga esistenza del maestro, voci e pettegolezzi inclusi.  La rievocazione va avanti tra passato e presente, con tanto di selfie e riprese filmate, scandito dalle immagini di personaggi e luoghi che scorrono sul grande schermo della videoproiezione. I successi, le sconfitte, i sogni e le disillusioni, i difficili rapporti con la critica, la visione cosmopolita di vita, cultura e musica, in contrapposizione con Verdi e con il melodramma, imperante in Italia, si dipanano in ordine cronologico nella suggestione dei colori degli abiti femminili (creati e realizzati da Gianni Tolentino),  negli inserti di canto, nelle coreografie semplici quanto suggestive firmate da Orietta Trazzi, nell’immedesimazione (anche fisica) nel personaggio di Daniele Squassina. Semplicemente impeccabile, come sempre, l’accompagnamento delle luci di Cesare Agoni.

Si replica ancora domani sera, a partire dalle 20,30.

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Bazzini, l’AntiVerdi?

ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta

Con Monica CeccardiMiriam GottiSilvia QuarantiniDaniele Squassina.

costumi Gianni Tolentino

luci di  Cesa dire Agoni

coreografie di Orietta Trazzi

registrazioni di Gabriele Gasparetto

direzione tecnica Cesare Agoni

elettricista Sergio Martinelli

macchinista Michele Sabattoli

audio e video Giacomo Brambilla

trucco e parrucco EDUCO

Centro di formazione professionale

produzione Centro Teatrale Bresciano

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (131) – E se il Milite Ignoto fosse bresciano?

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Milleduecento.

Tanti furono i soldati bresciani “dispersi”, vale a dire scomparsi nel nulla nel corso della prima guerra mondiale, tra la disfatta di Caporetto e la gloriosa riscossa dell’Esercito Italiano.

«Disperso sta per non trovato o non rientrato alla base. E “disperso”, scrive l’ufficiale incaricato del rapporto dopo l’assalto, se alla conta manca qualcuno» precisa nel suo pezzo di oggi Costanzo Gatta, informato e circostanziato come suo costume nell’articolo che, prendendo spunto dal libro Il Milite Ignoto: storie e destini di Eroi sconosciuti, approfondisce il tema dei bresciani non più rintracciati del conflitto 15/18.

Ne sa, se non di tutto, di molto assai, l’articolista del Corriere della Sera, ma il primo trentennio del XX secolo, a quanto pare, lo intriga particolarmente: a partire (solo per quanto mi viene per primo alla memoria) dai molti libri pubblicati su un Gabriele D’Annunzio visto da angolature suggestive e non convenzionali alla pièce “Oh che bella guerra” andata in scena per un mese al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri tre anni fa, quando si tratta di parlare di fanti  (ma non lascia stare  neanche i santi, come per esempio i patroni Giovita e Faustino con “Al Roverotto“, messo in scena sotto i portici della Loggia l’anno successivo).

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Milleduecento.

Tanti furono i soldati bresciani “dispersi”, vale a dire scomparsi nel nulla nel corso della prima guerra mondiale, tra la disfatta di Caporetto e la gloriosa riscossa dell’Esercito Italiano. Tante le piastrine, i corpi e le anime dissolte nel nulla, o piuttosto nei fumi degli scoppi e nei gas velenosi sparsi sui campi di battaglia.

«Le famiglie si aggrappavano  del congiunto, poteva darsi che non fosse morto, che fosse prigioniero o che -sconvolto- avesse perso la strada» scrive ancora  l’articolista.

«Avevano sperato anche, in barba al disonore, che si fosse nascosto. Avrebbero accettato il carcere e l’ignominia, pur di saperlo vivo» aggiunge, introducendo abilmente la seduzione e il pericolo di questo atteggiamento psicologico da parte dei famigliari degli scomparsi: da una parte un (sia pur minimo ed effimero) simulacro di consolazione, dall’altra la terribile condanna a un’irresolutezza che avrebbe accompagnato tutte le loro vite in mancanza di un sepolcro su cui spargere lacrime di lutto amaro ma, alla fine, pur sempre rigenerante. 

Seguono i numeri, le considerazioni da triste computisteria della morte, pur sempre necessarie quando si affrontano argomenti del genere, ma quel che resta, e probabilmente è proprio ciò che intende conseguire Gatta, da abile strumentista della parola qual è, il gelo per l’inutilità e la stupidità, queste si eterne, di ogni specie e tipologia di guerra.

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Resta, in me, fino dai banchi della scuola elementare educato al culto di quel militare italiano sepolto a Roma all’Altare della Patria del Vittoriano,  sotto la statua della Dea Roma, la cui identità è destinata a rimanere per sempre sconosciuta a causa delle ferite che ne deturparono talmente il corpo da renderlo irriconoscibile, un dubbio, un pensiero che, fino a  stasera, non avevo mai formulato: e se la piastrina (mai ritrovata) di quello sfortunato soldato appartenesse proprio a uno dei milleduecento bresciani scomparsi?

 

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    Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (130) – Bicentenario di Antonio Bazzini, a metà tra conferenza e spettacolo

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Una conferenza stampa che è anche qualcosa di diverso e di più.

A cominciare dall’insolita sede: l’appuntamento, per la presentazione del Festival Antonio Bazzini, Brescia e l’Europa 1818 – 2018, in collaborazione tra Conservatorio Luca Marenzio di Brescia e CTB Centro Teatrale Bresciano, è fissato al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri invece della sala conferenza della sede del CTB o del Foyer del Sociale, come solitamente accade. 

Delle altre “differenze”, invece, saprete leggendo il resto dell’articolo.

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Introduce, come sempre, il Direttore del CTB Gian Mario Bandera, sottolineando prima di ogni altra cosa la propria soddisfazione per questa sinergia con il Conservatorio Luca Marenzio.

«Le location degli spettacoli saranno diverse: si va dal Teatro Socilae e dal Teatro Mina Mezzadri (a pagamento a prezzi contenuti e con la possibilità di mini abbonamento) al Salone Pietro da Cemmo sel Conservatorio, alla chiesa di Santa Maria della Carità e all’Accademia di Scienze, Lettere e Arti presso l’Ateneo di Brescia».

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Laura Nocivelli (presidente del Conservatorio Luca Marenzio, sottolinea l’intesa con il CTB, mirante a intraprendere un cammino comune idoneo a raggiungere orizzonti ancora inesplorati, uno dei cui aspetti più interessante è la contaminazione dei generi con l’esplorazione di nuovi percorsi espressivi ancora non conosciuti dalla generalità del pubblico.  «Il festival dedicato a Bazzini “maestro di maestri” permette una rivisitazione innovativa dell’artista capace di proiettare Brescia in un panorama musicale di portata internazionale».

Passa poi allo spettacolo ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta «Bazzini, l’AntiVerdi?» con Daniele Squassina, Silvia Quarantini, Monica Ceccardi e Miriam Gotti, che andrà in scena una settimana prima di Natale: il ricordo di un personaggio la cui opera si rivelò particolarmente importante in un momento in cui una Italia appena nata si affacciava al consesso delle Nazioni.

«Saranno giorni molto intensi, tra aperitivi bazziniani, concerti, conferenze, con una intrigante commistione tra musica, prosa ed eccellenze gastronomiche»

Patrizia Vastapane richiama l’esperienza maturata in qualità di presidente del Conservatorio (prima della nomina di Laura Nocivelli), i cui contenuti ha portato con sé al CTB. 

«Teatro e musica sono due passioni che da sempre custodisco in me: è naturale che finissero per avvicinarsi. Così, dopo trentaquattro anni si sono tornate a riunire l’Ente Teatrale e il Conservatorio nella realizzazione di un evento unico. Un’occasione immancabile e forse irripetibile per presentare al grande pubblico la figura di un grandissimo compositore che, purtroppo, ancora non tutti conoscono».

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Costanzo Gatta, come sempre depositario della cultura e della tradizione bresciana, ricorda che l’idea di fare “rete” tra prosa e musica nacque cinquantaquattro anni fa con il contatto tra la Loggetta e il glorioso Istituto Venturi da cui sortirono due nuove opere da realizzare con attori e musicisti del conservatorio.

«La drammaturgia di mia composizione è una indagine su un personaggio  di grande vivacità (che sarà interpretato da Daniele Squassina); lavoro non facile, visto che Bazzini attraversò in modo incisivo un intero secolo denso di eventi importanti. Per realizzarlo mi è stato particolarmente utile lo scambio epistolare con Gaetano Franchi, insieme al quale fece nascere l’Istituto Venturi».

Il suo è un intervento ad ampio raggio, con riferimenti alla tradizione che vuole Brescia capitale della Misericordia, come dimostrato dalle origini della Società dei Concerti, nata anche per aiutare i musicisti in difficoltà Si sofferma poi sulla figura di Antonio Bazzini, uomo al tempo stesso parsimonioso e generoso,  personaggio stravagante nato da una povera famiglia di Lovere, che il mecenate Bucciarelli mise in grado di studiare quelle lingue che poi avrebbero reso più agevole la successiva “europeizzazione culturale” del musicista. Insomma,  una storia articolata e complessa che raccontare in poco più di un’ora gli è risultato particolarmente ostico.

Ruggero Ruocco, dopo avere ringraziato i collaboratori Cuccarini, La Sala e Cotroneo che lo hanno aiutato nella creazione e nell’organizzazione della manifestazione cartellone, fa presnete come il territorio cittadino conservi molte tracce di Antonio Bazzini. Il titolo dato al festival trova la sua origine nel fatto che Bazzini è un esempio emblematico di un europeisti (artistico) ante litteram, dovuto sia al suo virtuosismo di esecutore sia alla sua educazione musicale di stampo mitteleuropeo

«Ci proponiamo di valorizzare, oltre alla figura dell’artista, un momento della storia musicale è esistito un nucleo di artisti dedicati alla musica strumentale alla quale Bazzini tra i primi dedicò parte della propria produzione creativa e delĺa propria attività concertistica». Passa poi a ricordare i singoli eventi in programma, soffermandosi sulla pièce di Gatta e sull’insolito concerto per violino e organo in programma venerdì 9 novembre, insolito e stimolante.

«Si tratta comunque, nelle nostre intenzioni, piuttosto che di un punto di arrivo, di un punto di partenza per ulteriori simili iniziative».

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Un Daniele Squassina particolarmente ispirato legge due significativi brani della pièce che andrà in scena al Teatro Mina Mezzadri domenica 16 e lunedì 17 dicembre, a chiusura del festival, incassando i meritati applausi dei numerosi presenti

Si finisce con il Quartetto Bazzini che esegue il quarto movimento del Maestro.

Un’autentica delizia per melomani… e non solo.

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Antonio Bazzini nasce a Brescia l’11 marzo 1818. Allievo di Faustino Camisani, all’età di 25 anni si trasferì a Lipisia dove, per quattro anni approfondì lo studio di compositori come  Bach e Beethoven e delle loro opere. Talento precoce, percorse i gradini di una carriera che lo portò in giro per molti paesi europei, dalla Spagna alla Danimarca. Nel 1964 il rientro a Brescia, dove si dedicò esclusivamente alla composizione. Con altri fondò l’Istituto Musicale Venturi (futuro Conservatorio) e la Società dei Concerti. Influenzato dalle esperienze musicali maturate all’estero, che caratterizzarono molte delle sue composizioni, entrò in polemica con l’interpretazione nazionale della musica lirica impersonata principalmente da Giuseppe Verdi, alla quale oppose la musica strumentale di tipologia prevalentemente tedesca e francese. Nel 1882, dopo poco meno di dieci anni d’insegnamento, fu nominato direttore del Conservatorio di Milano. Compose una sola opera lirica, la   «Turanda» (basata sullo stesso soggetto poi messo in musica da Puccini e Busoni), che però, allorché venne rappresentata alla Scala, non incontrò il favore di pubblico e critica.

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Eclettico quartetto d’archi intitolato al musicista e compositore bresciano Antonio Bazzini, nato nel 2010 da giovani musicisti diplomati al Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia, con l’intento di riscoprire un repertorio raro e ingiustamente dimenticato. Composto da: Lino Megni (violino), Daniela Sangalli (violino), Marta Pizio (viola), Fausto Solci (violoncello)

 

 

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