La morte e l’amore: così distanti, così vicini

.

(vds. precedente articolo in argomento: https://cardona.patriziopacioni.com/si-ma-le-vere-bestie/)

Riferimenti storici:

La volontà di cancellare un’intera etnia dalla faccia della Terra, otto lunghi anni (dal 1915 al 1923) di stragi sistematiche, che causarono la morte di poco un milione e mezzo di persone, tra uomini, donne e bambini.

 

.

Tutto cominciò, però, a molti chilometri di distanza dall’Armenia, ls regione geografica in cui si erge il biblico monte Ararat: nella notte del 24 aprile, a Costantinopoli, un gran numero di intellettuali, studiosi, scrittori e poeti, vennero massacrati nelle loro case. Dopo di che fu Medz Yeghern (il Grande Male) e il massacro si spostò a oriente, nelle terre abitate da millenni dal popolo armeno: torture inumane, esecuzioni di massa, deportazioni in luoghi desertici e inospitali, massicce confische dei beni che andavao a ingrassare maggiorenti e alti burocrati.

Per il popolo Armeno non ci fu rispetto alcuno: non bastò il genocidio di un milione e mezzo dei suo figli, ma venne stuprato anche il territorio, con l’annullamento del trattato di  Sévres del 1920 e la spartizione di quello che sarebbe dovuto diventare uno Stato indipendente e fu invece smembrato a favore dei turchi. La piccola Repubblica d’Armenia, cui rimase la restante parte,  e, per la restante parte, fu inglobata poi nell’URSS, con l’indipendenza che arrivò solo al tramonto dell’Impero Sovietico, nel 1991.

I moderni Turchi, che hanno portato avanti una disinvolta e spregiudicata operazione di revisionismo storico, negano ogni addebito, varando addirittura leggi severe e repressive che minacciano a chi si azzardi solo a pronunciare la parola “genocidio” pesantissime pene detentive.

Agli Armeni rimane solo la speranza, del resto mai abbandonata, e la vista, dalla capitale Yerevan, di quell’imponente e sacro monte Atrarat rimasto al di là del confine.

.

La trama:

1921. Un matrimonio combinato per corrispondenza. La giovane, fresca, spontanea e ingenua Seta arriva a Milwaukee per incontrare l’altrettanto giovane Aram Tomasian, fotografo, emigrato in America dopo che la propria famiglia era stata massacrata.

A casa del promesso sposo Seta trova un’atmosfera cupa e dolente che complica e rende problematicoi l’avvio di un rapporto sereno.

Sarà l’arrivo di un piccolo ladruncolo italiano, che, all’insaputa di tutti, Seta adotta con affettoie  istinto materno, a fornire qualche motivo di speranza per un futuro diverso.

.

Lo spettacolo:

Il dolore è il dolore è un uncino che si conficca nel cuore.

Il dolore è un cuneo che divarica le relazioni.

Il dolore è una belva che dilania da dentro.

L’unico modo di vincere il dolore è domarlo e addomesticarlo, e può farlo solo l’Amore.

.

.

Questo è il messaggio della pièce di Richard Kalinoski, fedelmente messa in scena da Andrea Chiodi con diligente e fedele interpretazione del testo.

Seta, sposa scelta per corrispondenza grazie a una foto non sua, arrivata negli Stati Uniti per incontrare Aram, vittima e superstite come lei dell’insensato e feroce sterminio del popolo Armeno, deve combattere contro altri potenti nemici: la propria immaturità misconosciuta dallo sposo («Gioca con la bambola? Ma lei ha quindici anni, non è una bambina!» commenta lui), contro i pregiudizi bigotti dello stesso Aram, contro l’incomunicabilità di una coppia mal assortita, divisa, tra l’altro, da un diverso sentiero di elaborazione del dolore, contro la voglia quasi feroce del marito di perpetuare la famiglia, contrapposto alla propria sterilità. E soccomberebbe, se non fosse per l’arrivo di Vincent, infantile e saggio («Il respiro è un’avventura») capriccioso e profondo, protagonista e narratore, autentico grimaldello che riesce a scardinare la porta ferrea di una prigione fatta di ricordi tossici.

Fino a quel cappotto nuovo che Aram, arrendendosi finalmente anch’egli all’amore, dona al ragazzino.

Fino a quella collezione di francobolli, in cui ne è rimasto uno solo, ma non è un fallimento, anzi: perché, come spiega Aran, finalmente risanato dal tormento dell’esule e dello scampato «Un solo francobollo rappresenta pur sempre un inizio»  

Ben calati nei personaggi principali, duramente segnati da esperienze di vita durissime, Elisabetta Pozzi e Fulvio Pepe, vivace q.b. nella non facile interpretazione di un’ambigua fanciullezza Luigi Bignone, solidamente presente in scena il “testimone” Alberto Mancioppi.

Pulita e attenta la regia di Andrea Chiodi, dilatata e cadenzata al punto giusto perché non uno solo dei delicati passaggi psicologici dello spettacolo possa sfuggire agli spettatori.

Sobria ma efficace e perfettamente aderente al claustrofobico contesto narrativo la scenografia di Matteo Patrucco.

.

.

Dalla platea, al calare del sipario, applausi convinti e meritati.

.

   GuittoMatto

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Altro che Luna: le vere bestie vivono sul pianeta Terra

 

«Una bestia sulla Luna», che andrà in scena al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri dal 21 novembre all’11 dicembre, produzione CTB Centro Teatrale Bresciano e Fondazione TeatroDue di Parma, è stato scritto da Richard Kalinoski.

.

.

Patrizia Vastapane e Gian  Mario Bandera  introducono  la conferenza stampa esprimendo il più vivo  compiacimento personale del e del CTB per gli esiti di questa prima parte di stagione che conferma l’Ente Teatrale Bresciano come uno dei TRIC più attivi e prestigiosi d’Italia. L’una coglie occasione per ricordare mettere in evidenza il dinamismo, la sagacia  e le formidabili competenze del Direttore Artistico Franco Branciaroli, l’altro sottolinea come anche questo spettacolo sia frutto ed ennesima tappa di una strategia mirata a consolidare e a sviluppare sempre di più ogni sinergia con i più  prestigiosi e attivi teatri d’Italia.

«È un testo interessantissimo,  che prende spunto da una tragica vicenda di un passato neanche troppo remoto per dipingere la nascita di una complessa, imprevista  e imprevedibile nuova  storia d’amore. È il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi, il vulnus, sanguinoso, spietato, terribile, che squarcia  le coscienze e umilia ogni umana pietà» spiega il regista Andrea Chiodi.

«Uno sterminio programmato e sistematico che va avanti per anni, nella sostanziale assenza di reazioni esterne.  Il duro macigno nelle cui pietrosa interiora s’innesta, quasi miracolosamente la pur gracile pianta dell’amore. Un abominio dell’Umanità, non primo e non ultimo di una serie interminabile di altri abomini che, paradossalmente, continuano a essere perpetrati anche ai nostri giorni, anche se può sembrare un paradosso, sempre meno percepiti dalla gente, nonostante l’invasività dei media»  definisce, ancora più compiutamente.

«L’ho conosciuto grazie a Elisabetta Pozzi e, subito, ho sentito che toccava e faceva vibrare le mie corde interiori. Per quanto riguarda la messa in scena, ho scelto che gli attori si muovessero e recitassero in uno spazio che si riempie e si completa man mano che la narrazione si sviluppa »

Elisabetta Pozzi manifesta la felicità che le provoca la messa in scena di un testo straordinario (alla cui lettura, neanche a farlo a bella posta, aveva assistito in Francia, nel corso di un esperimento di “teatro aperto”) .

«Si tratta di un dramma appassionante, capace di coinvolgere gli spettatori già dalle prime battute , fino a immergerli in una situazione storica che non può e non deve essere dimenticata» afferma, con assoluta convinzione.

«La scrittura è efficacissima, tale da rendere di semplice lettura anche le situazioni più complesse, mettendo in relazione la precaria situazione psicologica di due giovani coinvolti, loro malgrado, in una sconcertante manifestazioni dell’umana follia, con un’epoca e una situazione politica precisamente collocabile nella Storia», aggiunge, per concludere però che «Nonostante tutto, alla fine, la vita deve andare sempre avanti. E infatti ci va»

.

.

Chiude, nei “tempi supplementari”, l’attore Fulvio Pepe, aggiungendo di suo che la forza di questo testo è la grande forza evocativa della drammaturgia: attraverso due personaggi si descrive la tragedia di un intero popolo, arrivando direttamente al cuore degli spettatori.

«In un mondo come quello del terzo millennio, in cui le  immagini in diretta delle guerre, degli attentati terroristici, di ogni tipo di violenza e di sopraffazione, creando assuefazione, diviene forse ancora più efficace il messaggio veicolato dalla narrazione teatrale» è l’essenza della sua riflessione.

Beh, come gli si può dare torto?

.

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (62) – Più tranquilli a teatro con il DAE

Andare più tranquilli a teatro.

Ma anche al cinema, allo stadio, a un concerto.

Si deve e si può, perché, pur se l’augurio, naturalmente, è quello che non accada mai niente di brutto, l’imprevisto, sotto forma di un malore inatteso e imprevedibile, è sempre in agguato.

Così, dalla tragica e prematura scomparsa di Gianluca Notarnicoladeceduto il 9 aprile 2011 all’età di soli venti anni, a seguito di un arresto cardiaco che lo colpì mentre disputava una partita di tamburello, nacque un importante progetto: genitori, parenti e amici decisero che bisognava fare qualcosa di concreto per evitare, per quanto possibile, che tragici episodi del genere possano sfociare nella peggiore delle ipotesi.

Nacque così l’Associazione «Gianluca nel cuore» che si pone, principalmente, i seguenti obbiettivi:

  • Promuovere e realizzare, con l’aiuto di enti e/o associazioni e strutture sanitarie pubbliche o private, attività di screening, soprattutto presso i giovani, volte alla prevenzione e identificazione precoce di malformazioni , al fine di prevenire l’arresto cardiaco e/o curare le patologie correlate; 
  • Promuovere raccolte fondi per scopi benefici anche mediante eventi, manifestazioni sportive, spettacoli, concerti e similari;
  • Collaborare all’educazione sanitaria per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, diffondere la conoscenza delle emergenze cardio-vascolari e le diverse modalità di intervento, divulgare le tecniche di rianimazione cardiologica organizzando corsi rivolti a tutti i cittadini, con particolare attenzione e priorità alla formazione dei più giovani;
  • Diffondere la cultura della sicurezza nei luoghi di studio, lavoro e impianti sportivi pubblici e privati anche attraverso la formazione e aggiornamento delle figure specifiche previste dalle norme in materia di salute e sicurezza;
  • Realizzare iniziative di carattere scientifico e/o culturale: incontri, seminari, tavole rotonde, convegni, corsi di formazione anche con la collaborazione di professionalità esterne.

 La professoressa Anna Becchetti, mamma di Gianluca Notarnicola e “anima” dell’Associazione a lui intitolata

Ho avuto modo di venire a conoscenza di questa importantissima iniziativa in occasione della recente conferenza stampa tenuta presso il Foyer del Teatro Sociale in vista del debutto de «I due gentiluomini di Verona», allorché, a inizio incontro, il Direttore Gian Mario Bandera ha porto sentiti ringraziamenti appunto all’Associazione “Gianluca nel cuore” che ha permesso al Teatro Sociale e al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri di dotarsi di defibrillatore DAE, macchina salvavita di dimensioni ridotte in grado di rilevare le alterazioni dell’attività elettrica del cuore ed erogare, in caso di necessità, una scarica elettrica.

Una dotazione preziosissima, in grado di evitare, parlando appunto di teatro, che il dramma, in caso di sventurate evenienze, invece che sul palcoscenico, possa svolgersi in platea.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

Per saperne di più:

https://gianlucanelcuore.it/ 

Per iscriversi alla Associazione Gianluca nel cuore, o contribuire alla sua attività, invece, questa la via più facile e breve:

https://gianlucanelcuore.it/come-sostenerci/

 

  Bonera.2

Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

Goodmorning Brescia (38) – Nel Foyer del Sociale si parla di amore e altri disastri

Più che uno slalom un campo minato, con il terreno scivoloso e il precipizo da un alto.

Forse da entrambi i lati.

Almeno è così che la vede il professor Giancarlo Tamanza, docente di Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, preoparatissimo quanto brillante conferenziere di “Rischi e pericoli nella relazione di coppia”, secondo incontro correlato allo spettacolo «Le relazioni pericolose», prodotto dal CTB Centro Teatrale Bresciano in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino al 14 maggio 2017, inserito ne ”I pomeriggi al CTB” (ciclo di incontri promossi dal Centro Teatrale Bresciano, a cura della prof.ssa Lucia Mor, docente di Letteratura tedesca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

«La coppia è un organismo vivente, sottoposta a influenze esterne e alla continua ricerca di un equilibrio interiore, dunque, inevitabilmente, in continua evoluzione»  spiega il professor Tamanza.

«Si tratta del basilare e più primordiale consorzio tra persone, che, proprio per questo, a prima vista può apparire di semplice comprensione e, quindi, di agevole gestione» aggiunge subito dopo, apprestandosi ad approfondire il discorso con il supporto di suggestivi  e centrati supporti visivi.

«La realtà, invece, e ve lo dice uno che per mestiere le coppie le incontra nei momenti più difficili che attraversano le relazioni, le vicissitudini di coppia sono tra le situazioni di vita in cui si può sperimentare il dolore più acuto»  avverte, passando poi alla prima diapositiva.

1.

 

Nel momento stesso in cui due persone decidono e convengono di dare vita a una coppia, si crea un’area comune, in cui ciascuno dei due conferisce una parte della propria identità personale, che può essere più o meno estesa. Se l’area condivisa resterà “sottosoglia” si correrà il rischio di un rapporto destinato a viaggiare a livelli epidermici, se sarà troppo estesa, invece, arrivando quasi a far coincidere le aree dei due cerchi, potrà risultare soffocante, per uno dei component o anche per entrambi.

2.

La coppia rassomiglia a un meccanismo a incastro: le parti devono combaciare tra loro ma mantenendo un”gioco” adeguato a non irrigidire troppo il rapporto, destinandolo all’immobilismo. Insomma, un incasso troppo parziale alla lunga non tiene, un incasso globale e globalizzante soffoca. Ciò cui va prestata la massima attenzione, dunque, è saper adattare le rispettive “penetrazioni” e “accoglienze” facendo in modo che gli spazi di contatto, a seguito del percorso di evoluzione personale o a causa dell’intervento di agenti esterni, si allarghino o si restringano troppo.

3.

La scelta d’amore sembra la più semplice, la più spontanea e la più casuale tra tutte. In realtà non è affatto così: per arrivare a quella scelta si parte dalla “storia” personale (intesa come provenienza familiare e culturale, come formazione, come esperienze di vita vissuta) che sommandosi alla componente attrattiva estetico-erotica, quasi sempre a totale insaputa anche degli stessi protagonisti di un rapporto di coppia, finisce per determinare l’individuazione del partner ideale.

Ma non finisce qui.

 

 

Infine, avvalendosi di coincise ma indicatice tabelle, il Professore passa in rassegna i (non pochi e non lievi) rischi che nasconde una relazione, servendosi anche (e questa è una novità) di suggestivi disegni che forniscono spunto agli ulteriori ragionamenti sul tema.

Nello spazio-domande, un arguto “provocatore” chiede se, vista la tempistica del manifestarsi e dell’evolversi di una “crisi di coppia” sempre in agguato, probabile, più che possibile, chiede se la strategia giusta non sia quella di innamorarsi con convinzione solo in tarda età, quando la scarsità di tempo a disposizione faccia in modo che il famigerato “settimo anno” (o chi per lui, finisca per non arrivare.

Tamanza appare colto alla sprovvista, ma solo per un attimo.

«Osservazione interessante», ribatte infatti, dopo una brevissima riflessione.

«Io penso, però, che sia ancora meglio innamorarsi più volte della stessa persona e, ogni  volta, ricominciare da capo».

Grande colpo di teatro.

Dopotutto ci troviamo nel Foyer del Sociale… o no?

  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Le relazioni… meravigliose del CTB

Voglio fare una confessione.

Dopo tanti anni trascorsi (con smodato piacere) a respirare polvere di palcoscenico, è ormai estremamente difficile che si crei in me un’aspettativa pari a quella che ha accompagnato l’avvicinarsi dell’esordio di «Le relazioni pericolose» ennesimo riadattamento del romanzo epistolare  (titolo originale «Les liaisons dangereuses») scritto da Pierre Ambroise François Choderlos del Laclos e pubblicato nel 1782.

Nel 1782, sì: appena sette anni prima che il deflagrare della Rivoluzione Francesce cominciasse a distruggere, con straordinaria violenza e rapidità inusitata per i mutamenti epocali, le basi di una vecchia era, per costruirne una del tutto nuova e diversa.

Per questo e per altro, che scoprirete proseguendo a leggere questo post, la recensione è di quelle “in forma solenne”, comprensiva cioè di notizie che vanno ben oltre il commento dello singolo spettacolo posto sotto osservazione.

    Il romanzo 

Trama

Narra le avventure di due libertini appartenenti alla nobiltà francese del diciottesimo secolo, ed è considerato uno dei capolavori della letteratura francese. Nell’insensata competizione a carattere seduttivo-sessuale che si instaura tra il giovane e irruento Danceny e il più esperto e amorale visconte di Valmont, una sola persona è capace di dominarne e condizonarne a sua volontà gli istinti: la Marchesa de Merteuil ricca vedova e cinica conoscitrice dell’animo umano e delle debolezze insite nei sentimenti, nonché abile manovratrice dei suoi amanti.

È un affresco post-barocco di una società  dissoluta e cinica, ma allo stesso tempo cieca rispetto al minaccioso mutare dei tempi. La cronaca sensuale di una corsa verso l’autodistruzione effettuata nel compiacimento di un Potere che si va dissolvendo e nel nome della ricerca dei più sfrenati piaceri assurta a valore pseudo morale.

    Il film 

Regia : Stephen Frears

Interpreti e personaggi:

È una di quelle pellicole belle, variopinte ed effimere…  come farfalle.

Uscì nelle sale cinematografiche nel 1988 (trentatre anni dopo il meno famoso e fortunato film di Roger Vadim del 1955) con la regia di uno come Stephen Frears, che ha firmato film come Rischiose Abitudini, Eroe per caso e The Queen). Grazie a un cast che definire stellare è probabilmente riduttivo, il successo fu clamoroso, al punto che il titolo si trasformò in breve tempo in una frase di uso corrente.

Vinta piuttosto agevolmente anche la competizione con Valmont di Miloš Forman (girato quasi contemporaneamente e uscito nelle sale nel 1989), anch’esso tratto dal medesimo romanzo, alla fine di una stagione di strepitoso successo lo slancio si esaurì, senza neppure essere in qualche modo rilanciato, negli anni immediatamente successivi, da una frequente programmazione televisiva. Fenomeno misterioso, ma non infrequente come potrebbe sembrare, nel mondo del cinema.

Ricordo, infine, che la trama del romanzo di Pierre Ambroise François Choderlos del Laclos è stata nuovamente ripreso nel 1999 con il film Cruel Intentions – Prima regola non innamorarsi diretto da Roger Kumble con Sarah Michelle Gellar e Ryan Phillippe.

  Lo spettacolo 

Ci sono attori che sono sempre e comunque una garanzia per gli spettatori che si recano ad assistere ai loro spettacoli. Un po’ come il marchio DOCG impresso su una bottiglia di buon vino, tanto per intenderci. Elena Bucci (fresca vincitrice di importanti riconoscimenti quali il Premio Eleonora Duse e il Premio Ubu) e Marco Sgrosso (cofondatore della Compagnia Le Belle Bandiere) sono certamente da annoverare tra questi, e quelle che il C.T.B. intrattiene con loro (iniziate con Macbeth nel 2005 e proseguite nelle successive stagioni con i fortunati allestimenti Hedda Gabler, L’amante, La Locandiera, Antigone ovvero una strategia del rito, Juana de la Cruz o le insidie della fede, Ella, Mythos, Tartufo, Svenimenti e La canzone di Giasone e Medea) sono davvero…  «Relazioni meravigliose».

 

 

(qui sopra quattro meravigliose istantanee di scena scattate dal fotografo Marco Caselli Nirmal)

La “prima accoglienza” riservata agli spettatori che gremiscono il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri per l’esordio de «Le relazioni pericolose» è una festa per gli occhi fatta di luci e colori: appena la sala piomba nel buio ecco che, come per incanto, ci si ritrova in un mondo alieno e antico al tempo stesso,  intriso delle tinte soffuse e morbide delle ciprie con cui, nel ‘700, si cospargevano abiti e parrucche.

È la gioia profana della corruzione morale, che trasuda dai primi scambi epistolari, diretta emanazione del delirio di onnipotenza di uno “stato” aristocratico che, per realizzarsi pienamente, ha bisogno di andare oltre ciò che consentono ceto, ricchezza e politica. E quando corrompere l’innocenza (della giovanissima Cecile de Volanges) si rivela troppo facile («il complotto è sproporzionato all’impresa» chiosa il visconte di Valmont»), viene il turno della più ghiotta delle prede: la stessa onestà (dell’incorruttibile Madame de Tourvel).

Sono bravi, anzi bravissimi, Elena Bucci – la perfida Marchesa Isabelle de Merteuile e Marco Sgrosso – l’inveterato seduttore Visconte di Valmont (responsabili anche della drammaturgia), felicemente affiancati da un poliedrico Gaetano Colella (tanti personaggi in uno), ma questo si sapeva già.

Particolarmente ispirati, questa sera, grazie anche al perfetto connubio scene/suono/luci/costumi, ma soprattutto…

… soprattutto riescono a colmare con grande agilità e senza alcun contraccolpo su pubblico, quel gap romanzo epistolario-palcoscenico  più largo di un’autostrada a otto corsie.

Riescono a rendere alla perfezione quel “vacuum vitae” che non è poi cambiato così tanto, dal ‘700 al terzo millennio.

Rendono, ingenerando un certo malessere in chi assiste allo spettacolo, quella tristezza di un iter operativo del Male ben delineato e  determinato, praticamente un protocollo, seguendo fedelmente (pur se ottusamente) il quale, prima o poi, si riesce a vincere ogni resistenza del Bene e di ciò che lo simboleggia e rappresenta.

A descrivere la farsa-tragedia di quell’arroganza becera quanto miope di una classe dirigente talmente impegnata a soddisfare le proprie brame, a ubriacarsi di ostentazione e sopraffazione del prossimo da non accorgersi che la fine sta arrivando.

Tutto sembra allegro, tutto sembra piacere, ma alla fine si rivela volgare e macabro come una qualsiasi  “cena elegante” da seconda repubblica.

Finisce in tragedia, com’è giusto che sia, con i protagonisti che si trovano costretti a fare i conti con la propria nullità, con il vuoto siderale di esistenze spese  senza ideali e senza scopo, nella più assoluta e cupa delle solitudini.

E la luce che scende davanti agli attori, inesorabile come la lama della ghigliottina, mentre parte la canzone gloriosa e letale della Marsigliese, è il prezzo di un’epoca che cambia, in modo violento e irreversibile.

 

 Al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri di Brescia dal 19/4 al 14/5/2017 

Mi sia consentito concludere dando la parola alla colta quanto disinibita e cinica Marchesa de Merteuil:

«L’amore che vantiamo come la causa dei nostri piaceri, non ne è in realtà che il pretesto »

Una frase stupenda e rivoluzionaria, per essere stata scritta nel 1782, non è vero?

 

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Al Santa Chiara c’è un Santo Assassino

Giuliano, storia di un assassino involontario è uno spettacolo inserito nel cartellone 2016/2017 Centro Teatrale Bresciano nell’ambito della rassegna  La palestra del teatro – Drammaturgie del presente, ideata e promossa dal CTB, con il  contributo di Fondazione ASM Gruppo A2A di Brescia.

La palestra del teatro, comprendente tre aree tematiche (Genere Umano, Radici, Questioni di famiglia) è suddivisa in sette spettacoli (tutti in scena presso il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri) tra i quali è compresa una produzione CTB ed è mirata al coinvolgimento di nuovi spettatori nell’ottica del confronto e della crescita civile.

 

LA STORIA

«Non si può sfuggire al proprio destino»

Sarà vero? Sarà falso?

La risposta più verosimile e attendibile alla doppia domanda è che «può essere giusta sia una cosa che l’altra», probabilmente: non esiste destino fuori di sé, ma dentro di sé ogni uomo porta tracciate nel DNA tendenze difficilmente comprimibili o modificabili.

Così, in un medioevo che, nell’opera, funge solo da necessario riferimento temporale, Giuliano è un giovane appassionato di caccia al punto che quello del sangue delle prede divena per lui una vera e propria ossessione: dal topolino (sua prima preda) al grande cervo (che non è solo un cervo), man mano che cresce la taglia delle vittime, nel giovane Giuliano aumenta la smania di uccidere. Quando si scopre che tutto ciò che è vivo può essere ucciso e che uccidere può regalare uemozioni di grandissima intensità, c’è il concreto rischio che tutto ciò si trasformi in una droga capace di inoculare nella mente e nell’anima insieme al piacere, anche una insidiosa e persistente forma di assuefazione, molto vicina alla dipendenza.

Decide di darsi alla fuga, quando si accorge che potrebbe diventare pericoloso anche per le persone che più gli sono vicine, primi tra tutti i genitori, cercando nella morte istituzionalizzata e legalizzata che ai soldati viene espressamente richiesto di somministrare al nemico, un placebo che possa, se non altro, contenere le pulsioni omicide che continuano a tormentarlo senza sosta.

E, proprio quando crede che la medicina abbia finalmente agito, e decide di provare a regalarsi una normalità di vita attraverso il matrimonio, ecco che il Destino, in qualche modo, si presentaa  riscuotere il suo credito.

Non finisce qui, però. C’è sempre (o quasi sempre) una seconda possibilità per ogni uomo che, per Giuliano, passa attraverso un cammino di espiazione attarverso il sacrificio a favore del prossimo più debole ed esposto e, inevitabilmente, attraverso la sofferenza.

 

L’AUTORE 

   Gustave Flaubert (nato il 12 dicembre 1821 a Rouen – morto l’ 8 maggio a Croisset)

Figlio di un chirurgo e di una ricca proprietaria terriera, Flaubert inizia a scrivere da giovanissimo.

Nel 1840 si iscrive a Parigi alla Facoltà di Legge, che non porterà mai a termine sia per uno scarso impegno sia per il primo manifestarsi dell’epilessia che lo affliggerà tutta la vita.

Nel 1848, a Parigi, è testimone della rivoluzione che pone fine al regno di Luigi Filippo e prepara l’avvento al trono di Napoleone III.

Gli anni seguenti lo vedono impegnato in un lungo viaggio che, insieme all’amico Maxime Du Camp, lo porta in Italia, Grecia e nell’area mediorientale e ch3 gli ispirerà l’opera esotica e fantastica scritta nel 1862 e ambientata nell’antica Cartagine, Salammbo.

Prima di questo, però,  scrive quello che sarà considerato il suo più grande capolavoro.

«Mafame Bovary», pubblicato nel 1856 (a puntate,  sulla «Revue de Paris») segna una vera e propria svolta nella letteratura europea: l’orizzonte degli ideali e dei modelli romantici viene superato attraverso la demistificazione delle idee moralistiche tipiche della società borghese del primo Ottocento; la descrizione oggettiva dei fatti fa collocare Flaubert fra la scuola Romantica e quella Naturalista. Solo un anno dopo la pubblicazione, però, e messo all’indice solo un anno dopo a causa dei contenuti dell’opera che fanno scandalizzare i benpensanti, e l’Autore viene chiamato in giudizio. Seguirà, fortunatamente per Flaubert, una sentenza assolutoria, motivata dalla non dimostrabilità di una consapevole intenzione di recare offesa alla pubblica morale.

Negli anni tra il 1863 e il 1869 Flaubert si dedica alla riscrittura di una delle sue più imprtanti opere: «L’educazione sentimentale». Poi la guerra franco-prussiana lo costringe a lasciare momentaneamente Croisset: le conseguenze per il suo già fragile sistema nervoso sono rilevanti, fino a causarne la morte per un grave attacco di epilessia, l’8 maggio 1880.

Altre opere meno significative di Flaubert sono «La tentazione di Santo Antonio» (1874), «Tre racconti: La leggenda di S. Giuliano ospitaliere, Un cuore semplice e Erodiade» (1877), e la postuma (1881) e incompiuta «Bouvard e Pecuchet», lavoro intriso di nero umorismo nero.

 

LO SPETTACOLO 

I due Alessandri (Mor e Quattro) sono in forma, su questo non si discute.

Uno il narratore (ma sarà poi così?), l’altro il protagonista della storia (ma sarà poi così?), si alternano con perfetta sintonia in una pièce in precario equilibrio tra fedeltà al testo e licenze interpretative.

La sfida, assai ardua, è quella di trasformare, attraverso l’accompagnamento gestuale, lunghe e dettagliatissime descrizioni d’ambiente in suggestioni narrative.  Di raccontare con i corpi, prima e più ancora che con il pur raffinato e immaginifico linguaggio di Flaubert, la paradossale vicenda di un uomo che proprio dall’abiezione di un’indole violenta, proprio dal punto più buio di una vita condotta in un solco di sangue e morte, riesce a trovare, attraverso una risoluta volontà di espiazione, una nuova, luminosa dimensione.

Poi c’è un secondo livello, più nascosto e molto più profondo, nel quale Alessandro Mor e Alessandro Quattro si calano completamente, cercando di coinvolgere gli spettatori: la scoperta di quanto sia misteriosa e imperscrutabile la natura dell’anima umana: per quanto tenace, per quanto accurata possa essere l’analisi interiore, per quanto ci  s’impegni nella ricerca di se stesso, alla fine non è la razionalità, ma l’istinto (inteso come energia primigenia) l’unica risorsa idone alla scoperta della verità, rappresentata, nel suggestivo finale, dalla nudità del personaggio ma, prima ancora dell’attore che della sua pelle completamente si veste.

Il pubblico, con un lungo e ripetuto applauso finale, manifesta in pieno il gradimento per uno spettacolo difficile e non per tutti, e questa non può essere che una nota di merito aggiuntiva.

Giuliano
Storia di un assassinio involontario

dal racconto «La leggenda di San Giuliano Ospitaliere» di Gustave Flaubert
di e con Alessandro Mor e Alessandro Quattro
scene e costumi Katya Santoro
luci Sergio Martinelli
suoni Edoardo Chiaf
video Enrico Ranzanici
produzione CTB Centro Teatrale Bresciano 

Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri – Brescia

 

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Lucilla è furiosa, ma non mente

Tra Lucilla Giagnoni e la tecnologia, benché questo spettacolo proprio sullo schema di un videogioco sia strutturato (con tanto di motivetto musicale di sottofondo alla Super Mario Bros), ci dev’essere qualcosa di pregresso.

La possibilità che l’illuminazione dello schermo di uno smartphone violi il sacro buio della platea, o addirittura che parta un’irriverente suoneria, sembrano infatti preoccupare l’attrice  fiorentina ancora e assai più di quanto non accada per i suoi colleghi.

Questa volta, però, questa piccola peculiare e simpaticissima fobia (se vogliamo chiamarla così) si risolve in un abile stratagemma funzionale all’introduzione del tema conduttore di Furiosa Mente: i livelli progressivi di difficoltà nei vari stati del gioco e, soprattutto, la necessità delle regole, l’indicazione netta su ciò che sia lecito e ciò che invece risulti vietato.

Togliete di tasca i cellulari. Adesso illuminate gli schermi e ruotateli. Scattate foto al palcoscenico e, se volete, fatevi anche qualche selfie” è l’invito che gli spettatori colgono di buon grado.

Subito dopo, però, spegneteli: chi non può resistere per i novanta minuti dello spettacolo con il suo Samsung, o il suo HiPhone acceso tanto vale che se ne torni a casa” è la rigida disposizione che impartisce subito dopo.

Perché, appunto, nella vita il “Guerriero” (sia esso maschio o femmina) deve percorrere il proprio cammino, se vuole mantenere qualche ragionevole speranza di arrivare felicemente fino al traguardo, osservando inevitabilmente le regole imposte dalla Vita e dall’Etica.

Una percorso virtuoso percorrendo il quale, dalla crudele guerra di Troia e dall’ancor più spierata ira di Achille su-su fino alla pace francescana del cantico delle Creature, che chiude la pièce come un inno alla speranza, si fa tappa e si prende ristoro nelle canoniche Virtù: la temperanza, la giustizia, la forza, la fede…

Il tutto con abbondanti riferimenti letterari, dall’Iliade all’Orlando Furioso, dalla  sofoclea Antigone al picaresco Don Chisciotte, che Lucilla interpreta con la consueta maestria.

Spettacolo articolato e complesso, allestito con grande fantasia e professionalità, ma non per tutti: che Lucilla Giagnoni sia un’artista di capacità rappresentative eccelse e con straordinaria presenza scenica, che sia un’autrice teatrale dotata di vastissimi orizzonti culturali, un’idealista del positivo e del giusto, è conoscenza nota.

Sembra però, almeno in questo caso, che la volontà didattica, favorita dalla struttura del monologo, prenda il sopravvento sullo spettacolo, probabilmente oltre le intenzioni della stessa Giagnoni, inducendola, tra l’altro, a un forse troppo evidente compiacimento delle proprie abilità attoriali.

Opera comunque non banale, assistita tra l’altro da una scenografia suggestiva e spettacolare, che sfrutta al pieno le enormi potenzialità dell’elettronica anche in ambito teatrale. Da parte mia, lo confesso, resto molto curioso di vedere, magari nel prossimo impegno, l’artista impegnata nella scrittura, o solo nell’interpretazione, di una pièce di

respiro narrativo più ampio e di rappresentazione più corale.

La mia è destinata a rimanere solo una speranza?

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire; c’è un tempo per distruggere e un tempo per costruire. Ci sono tempi di crisi, momenti grigi della storia. E il nostro tempo? Forse è uno dei più straordinari che all’umano siano dati di vivere. Cadute le grandi ideologie di riferimento, stiamo vivendo uno degli eventi più incredibili che siano mai accaduti sulla Terra, uno dei grandi sogni dell’umanità, da sempre: la mondializzazione. Che sia questo il tempo di un passaggio evolutivo? La nostra Mente potrà espandersi? Intanto c’è il tempo della nostra vita, che non dobbiamo mancare. C’è il tempo per capire, prendere coscienza e scegliere, anche se scegliere vuol dire combattere una battaglia. La battaglia è la condizione dinamica della nostra esistenza. E il primo e vero campo di battaglia è sempre la nostra Mente: per muoverci con sapienza dobbiamo avere la vigilanza, la forza e la compassione dei “guerrieri”.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.