Ex Libris – I fantasmagorici e pericolosi giochi di Stephen King

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La storia:

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La timida, insicura e (troppo) paffuta dodicenne Gwendy Peterson non ha un’adolescenza facile. Per dimagrire, sfuggendo così alle malevole attenzioni dei giovani bulli che con irridenti soprannomi la mettono in ridicolo con le amiche, ogni giorno sale la lunga scala che porta in cima a un’altura che sovrasta Castle Rock, la piccola cittadina in cui vive. Si chiama “la Scala del Suicidio” e non è stata battezzata così solo per un capriccio o per un caso.

Nel corso di uno di questi allenamenti, fa  la conoscenza del misterioso e inquietante Mr. Farris, che le consegna una molto particolare scatola di lucidissimo mogano: un apparato prodigioso che non solo produce in continuazione, come per magia, cioccolatini e antiche, rare e preziose monete d’argento, ma conferisce al suo possessore (al suo custode) poteri straordinari e terribili responsabilità.

Ci sono leve e pulsanti di diversi colori: alcuni si possono spingere tranquillamente, altri, invece…

 

Contenuti, spunti e riflessioni

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Che si tratti di un pagliaccio («It»), di un negozio di oggettistica stipato di giochi e curiosità di modernariato («Cose preziose»), di uno spettacolare modellino elettrificato («Revival») oppure di una scatola dei bottoni («La scatola dei bottoni di Gwendy», appunto) ciò che attira l’interesse dei bambini e dei “semplici di cuore”, nella narrazione di Stephen King può risultare molto attrattivo ma anche molto pericoloso.

Ci dev’essere un giacimento di desideri frustrati e paure infantili, nel “magazzino creativo” del grande scrittore del Maine, una cantina buia nella quale, al momento di cominciare una nuova opera, si cala, riluttante, timoroso ed eccitato quanto può esserlo un fanciullo che si deve arrampicare sulla scala scricchiolante che porta in soffitta.

A ben vedere il messaggio è sempre lo stesso, declinato in modi diversi grazie all’infinita fantasia e alla sopraffina tecnica di scrittura del Re: ciò che appare estremamente attrattivo, molto spesso, nasconde insidie inaspettate e spesso drammatiche. La tentazione di riuscire a cambiare il normale corso della vita, a superare le inevitabili difficoltà che costellano il cammino terreno, con artifici che prescindono dalle possibilità dell’individuo, che vadano oltre le sue capacità fisiche e mentali, in  poche parole di mettersi in competizione con Dio (o con Satana) non costituisce quasi mai la scelta migliore.

Un’idea e una suggestione, insomma, simili a quelle che sopinsero, a suo tempo, tipi come Johann Wolfgang GoetheOscar Wilde e Robert Louis Stevenson a scrivere tre capolavori della letteratura mondiale che rispondono ai titoli di  «Il ritratto di Dorian Gray», «Faust» e  «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde».

Un interrogativo non nuovo ma, privo com’è e come per sempre rimarrà, di soluzioni logiche e/o empiricamente dimostrabili, destinato ad accompagnare, per quanto lungo potrà essere, il difficile e spesso affannoso procedere dell’umanità.

Perché ci sarà sempre una farfalla, in qualche angolo del mondo, in grado di provocare un uragano dall’altra parte del pianeta.

E, per dirla proprio con le parole del Dottor Faust, «La lotta tra Dio e il demonio è la battaglia dei vizi e delle virtudi».

La più importante di tutte, la “Madre” di ogni altra, perché è dentro ciascuno di noi che, aspramente, si combatte ogni giorno.

 

.Gli autori:

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Prima di indicarli, mi sia consentita un’osservazione: quando Stephen decide di scrivere un libro insieme a un altro autore, che sia Richard Chizmar, come in questa occasione, o Richard Bachman in altre, alla fine ciò che ne viene fuori è “un libro di Stephen King“.
Solo in un’occasione, quando l’ha fatto con suo figlio Owen King  in «Sleeping beauties» si è avvertita la presenza di altre mani. E non è detto che si sia trattato di un risultato positivo,
Detto questo, eccoli qui:
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Stephen King vive e lavora nel Maine con la moglie Tabitha. Le sue storie sono clamorosi bestseller che hanno venduto centinaia di milioni di copie in tutto il mondo e hanno ispirato registi famosi come Brian De Palma, Stanley Kubrick, Rob Reiner e Frank Darabont. Accanto ai grandi film, innumerevoli gli adattamenti televisivi tratti dalle sue opere. King, oggi seguitissimo anche sui social media, è stato insignito della National Medal of Arts dal presidente Barack Obama.

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Richard Chizmar è noto soprattutto come editore della casa editrice Cemetery Dance e redattore dell’omonima rivista, specializzata in particolare nel genere horror. Oltre a scrivere racconti, sceneggiature e a insegnare scrittura creativa.

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Titolo: La scatola dei bottoni di Gwendy

Autori: Stephen King e Richard Chizmar

Editore: Sperling & Kupfer

Collana: Pandora

Anno: 2018

Pagine: 240

Prezzo: € 17,90

EAN: 9788820064334

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   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (110) – Il «Gran Ballo del Tempo» di Manerbio

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E sì, «Il Tempo è un bel cavallino» per dirla con Stephen King.

Un destriero che, portando il suo cavaliere in sella per tutta la durata della vita,  passa, senza preavviso alcuno, dal trotto al galoppo cambiando a suo piacimento l’assetto e la velocità del proprio incedere. E, quindi, anche del nostro.

Non trovo, né  ritengo opportuno trovare, parole che possano descrivere, meglio di quelle del grande narratore del Maine, quanto “narrato” nel primo dei due spettacoli che il Freebody Club di Orietta Trazzi ha mandato in scena ieri sera, fino alla mezzanotte, al Teatro Politeama di Manerbio.

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La luce soffusa e morbida dell’alba, il biancore accecante dl giorno, il rosso sanguigno del tramonto e il buio della notte intarsiato di astri. Il sonno e la veglia. I momenti belli e quelli meno, i romantici amori e i duri confronti, scandiscono l’esistenza degli umani.

E proprio su un altro ticchettio di metronomo, l’alternarsi delle stagioni, si basa l’insieme di balletti che ha costituito il prezioso saggio ideato e realizzato da costituisce dura ‘alba la notte romantica la notte riappare e

Cambia la musica, cambiano i ritmi e le cadenze: brani elegiaci, pop, rock, soul  e persino un minuetto  si alternano sul palcoscenico, interpretati con grande impegno e infinita passione dai giovani allievi.
Si gioca su passi semplici ma di grande effetto, si gioca sulle armonie e le disarmonia, sulla grazia e sulla forza. Breakdance e technodance ricordano a tutti, qualora ce ne fosse bisogno, che il tempo del pianeta, pur mantenendo la variabilità che lo contraddistingue e di cui si è fatto cenno sopra, ricorda che il mondo ha preso a viaggiare sempre più veloce, come conferma l’apparizione in palcoscenico di un gruppo di skaters.

Poi, con la gioiosa canzone dell’Ape Maia irrompono in palcoscenico festosi e applauditissimi i più piccoli  (anzi le più piccole) divertite, divertenti e aggraziatissime, e gli applausi scrosciano ancora più clamorosi: uno spettacolo per gli occhi, una freschezza per l’anima, la vera speranza per un mondo migliore. 
Poi anche le bimbe partono con il rap trasformandosi in quelle ragazze “cattive al punto giusto” che cambieranno il mondo.

Compaiono le spirituali ninfe dei boschi, indissolubilmente unite con la Natura. Fa capolino anche Arlecchino. Per tornare a chiudere il cerchio con l’immutabile, inesorabile e ineffabile orologio cosmico  assecondato dallo splendore delle stelle e dalle orbite dei pianeti.

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Dopo l’intervallo la seconda parte, con «Le sei mogli di Enrico VIII» di cui si è già ampiamente parlato su queste pagine (https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-106-quarantanni_dopo/). Aggiungo solo che la presenza scenica e la magnifica voce del narratore Daniele Squassina, insieme alla suggestione delle essenziali ma efficacissime scenografie e con i costumi indossati dalle ballerine e dai ballerini, aggiungono ancor più fascino a uno spettacolo che (pur giudicando in occasione di una delle prove finali) già abbiamo definito assolutamente eccellente, .

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Insomma, no so se in qualità di “inviato” di Goodmorning Brescia o, più semplicemente, a titolo meramente personale… il prossimo anno ci vorrò essere ancora.

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Anna «Nihil»: molto più… di «Niente» !

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«Ciclope, mi chiedi il nome famoso, ed io ti dirò: tu dammi, come hai promesso, il dono ospitale. Nessuno è il mio nome. Nessuno mi chiamano mia madre e mio padre e tutti gli altri compagni». Dissi così, lui subito mi rispose con cuore spietato: «Per ultimo io mangerò Nessuno, dopo i compagni, gli altri prima: per te sarà questo il dono ospitale»

«Nessuno, amici, mi uccide con l’inganno, non con la forza». Ed essi rispondendo dissero alate parole: «Se dunque nessuno ti fa violenza e sei solo, non puoi certo evitare il morbo del grande Zeus: allora tu prega tuo padre, Poseidone signore». Dicevano così, e rise il mio cuore, perché il nome mio e l’astuzia perfetta l’aveva ingannato»

Così, giocando sulle parole, dietro al “Nihil” di Anna, che in latino come tutti sanno, vuole dire “nulla“, c’è un “molto“, anzi un “moltissimo“: un grandissimo amore per i libri e un’intraprendenza degna di nota, rima di ogni altra cosa, che si è trasformato in «HoVogliaDiLibriVeri». 

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Un blog (quelli sopra sono i suoi “biglietti da visita”) come tanti, dedicato alla promozione della lettura ma, a differenza di altri, mirato alla scoperta e alla valorizzazione di quelli che Anna chiama “libri veri”, vale a dire (parole sue) «scritti per pura ispirazione, istinto, fantasia, tenacia».

Libri dietro ai quali c’è un autore “non vip” che «ha scritto il suo libro perché sentiva di doverlo fare, e ha deciso di pubblicarlo perché pensa possa essere utile, piacevole ed emozionante anche per gli altri».

Insomma, libri destinati a rimanere «fuori dalle classifiche, fuori dalle librerie, ma che hanno un valore enorme». E il «be hungry be foolish!»  di Steve Jobs, nella filosofia di Anna, si trasforma in un intrigante «be curious!» 

Il sito è molto ben realizzato e curato con grande attenzione e professionalità, sia nei contenuti che nella grafica.

Anna Nihil, invece, l’ho intervistata per voi. Continuate a leggere questo articolo per sape cosa ne è venuto fuori e per conoscerla più da vicino e meglio.

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Pochi mesi di vita per http://hovogliadilibriveri.blogspot.it/ : un blog letterario creato quando gli scrittori aumentano e i lettori diminuiscono. Quale idea ti sei fatta sul prossimo futuro?

Intanto voglio sperare che tutti gli scrittori siano anche lettori. Se a ciò si aggiungono i “lettori puri”… forse i conti non sono così disastrosi come vogliono farci credere. Certo, le librerie sono a rischio di estinzione, colpa degli ebook e dell’e-commerce, ma è davvero una “colpa”? Sono scomparse anche altre attività in passato, è il duro prezzo dell’evoluzione. Adesso si parla molto degli audiolibri. Un’ennesima novità che potrebbe rivoluzionare l’editoria. Un giorno i libri non si leggeranno più, ma si ascolteranno? Chi lo sa… 

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In “Ho voglia di libri” ci sono due messaggi diretti, uno indirizzato ai lettori e l’altro agli scrittori, ben separati tra loro. Ai primi si consiglia di evitare i libri scritti dai vip “pompati” dalle tv, i manuali, i “cloni” dei best sellers e sostanzialmente, anche i libri di maggior successo frutto di editing esasperati e ispirati alle indicazioni di marketing. Ai secondi di narrare “seguendo l’istinto”, a prescindere cioè da argomenti e stili che facciano tendenza. La domanda, provocatoria: togliendo tutto ciò non rimane molto…

Vero, non rimarebbe molto nelle classifiche, nelle librerie e su alcuni cataloghi… e finalmente potremmo respirare aria nuova! Avremmo tutto lo spazio necessario per far emergere i libri veri. Libri italiani. La gente crede che gli scrittori italiani siano solo quei quattro che ogni tanto si vedono in tv, ignorano che ci sia un meraviglioso mondo da scoprire! Ad esempio, molti pensano che non esistano bravi scrittori di fantasy in Italia. Invece esistono, eccome se esistono! Gli autori italiani scrivono libri di tutti i generi! Ecco, con il mio blog vorrei dare luce a queste realtà e cercare di abbattere degli assurdi pregiudizi.

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Se avessi una bacchetta magica, quale sarebbe il primo incantesimo che t’impegneresti a fare per l’editoria italiana e i suoi clienti?

Toglierei il titolo di “Casa Editrice” alle stamperie. Chi non può offrire altro che la stampa dei libri, dovrebbe dirlo chiaramente, e invece molti giocano a fare gli editori… finti, purtroppo. Così avvengono il 90% delle truffe ai danni di tanti aspiranti scrittori. Per risolvere il problema, non serve la bacchetta magica, basterebbe rivedere qualche legge. Spero che chi di dovere decida di occuparsene, prima o poi. Visto che mi è rimasto un incantesimo a disposizione, opterei per un «Scrivere è un lavoro, e come tale va giustamente retribuito» da infilare nella testa di un bel po’ di persone.

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Anna Nihil scrittrice. Anche qui, nella sua auto-presentazione una indicazione netta: «Perché la lettura sia davvero piacevole, è importante non farla troppo lunga. La storia deve scorrere come un film. Almeno questa è l’idea che porto avanti e per cui mi batto da anni. Libri brevi…ma intensi!». Mi ricorda la frase di Callimaco ( μέγα βιβλίον μέγα κακόν – grosso libro, grosso malanno”). Così però si lasciano fuori non solo autori come Stephen King, Ken Follett e Zafon, ma anche tipi come Alessandro Manzoni, Victor Hugo, Thomas Mann, che di pagine ne hanno scritte tante…

La “brevità” è una mia idea, un mio marchio di fabbrica. Ci tengo a preservare la mia originalità, quindi va benissimo che al mondo ci siano autori che scrivano in modo diverso da me. Se Alessandro Manzoni fosse vissuto ai giorni nostri, forse il suo “Promessi Sposi” sarebbe stato più breve, oltre che profondamente diverso! Un tempo le descrizioni minuziose erano importanti, era l’unico modo per mostrare un luogo o un monumento a un lettore. Non c’era la tv, non c’era internet, si viaggiava con più difficoltà. Adesso basta nominarlo. In molti l’hanno già visitato, altri l’hanno visto in tv, oppure possono rimediare facilmente con una ricerca sul web. Oggi, credo che valga la pena indugiare solo sui dettagli strettamente attinenti la storia. Di Zafon ultimamente ho letto la Trilogia della nebbia, in un unico testo sono stati raccolti i suoi tre romanzi brevi. Quindi, immagino che Zafon, sul valore della brevità, sia d’accordo con me… ma anche gli altri autori! Penso spesso a questa frase, tratta da una lettera di Pascal del 1600: “Mi scuso per la lunghezza della mia lettera, non ho avuto il tempo di scriverne una più breve”. Scrivere breve ed efficace è da sempre una bella sfida.

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Parliamo dei tuoi libri, adesso: da fiabe e favole al noir, passando attraverso il chick-lit (un “rosa” di seconda o terza generazione, tanto per intenderci) e la rievocazione storica, da Monna Lisa alla rivoluzione francese. Eppure dev’esserci un fil rouge prevalente, nella tua creatività.

 

Pensa, il prossimo libro sarà tutto un altro genere rispetto ai precedenti! Non mi pongo limiti, tutto dipende dalle storie che mi capita di incrociare lungo il mio cammino. Il fil rouge? In alcuni libri si percepisce una critica sociale (nel chick-lit, nei noir e nella favola “Luna”). Però, a pensarci bene, il tema ricorrente, in tutti i miei libri, è l’illusione dei sentimenti. Mi dispiace, dovrete leggerli per capire esattamente di cosa sto parlando.

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Scrittura, ma non solo. Molto interessante un’altra Tua iniziativa presente in Rete: in http://annanihil.blogspot.it/ , in cui si rivela ed esplode la Tua passione per il cinema;

Sì, “Anna Nihil Show” è stato il mio primo amatissimo blog. L’intento era quello di parlare dello showbiz a modo mio. Con spontaneità, leggerezza e ironia. Potrei dire che io e quel blog siamo cresciuti insieme, ha subito i miei cambiamenti e i miei sbalzi d’umore. Non ho il coraggio di chiuderlo, anche se, ahimè, non lo aggiorno da un bel po’. Forse perché, sotto sotto, non escludo di ritornare a scrivere qualche chiacchiera (non oso definirle recensioni!) sui film in uscita.

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Ultima domanda con una bella offerta “2×1”: hai lo straordinario coraggio di esprimerti senza se e senza ma a favore dell’auto-pubblicazione, dunque contro la posizione di prestigio e di obbiettiva predominanza delle case editrici. Per ora sei coerente e vai avanti, dritta e bene, per la Tua strada. Ma se domani Ti arrivasse una lettera da Mondadori, da Rizzoli o da qualcun’altra delle “sette sorelle” del libro nazionale, Tu cosa faresti?

A dirla tutta, ho una “macchia” sul curriculum: ho firmato un contratto con una casa editrice. Avevo completato la stesura del mio primo romanzo, ed ero pronta a pubblicarlo su una piattoforma self-publishing, quando notai la pubblicità di un concorso. Decisi di partecipare e… finii con il firmare il mio primo contratto. A parte la soddisfazione morale, non c’è stato altro. In confronto ad altri miei colleghi, sono stata molto fortunata. Niente ho avuto, ma niente mi è stato tolto. Altri sono finiti in contratti subdoli, del tipo: «Se compri tot copie, noi provvederemo alla distribuzione, alla pubblicità». Tutte promesse rivelatesi fasulle. Oppure contratti con ricatto: «Pubblichiamo in ebook, se va bene pubblicheremo il cartaceo». Peccato che gli introiti degli ebook non vadano all’autore, che intanto è costretto a dannarsi per venderne quanti più ebook possibile, nella speranza di poter avere un giorno il suo libro tra le mani. In questa giungla di contratti, le piattaforme self-publishing sono le uniche che parlano chiaro. Danno a gli autori tutti i mezzi possibili per diventare editori di se stessi. Certo, ci sono dei costi, non è facile… ma essere liberi e padroni della propria opera, è per me la situazione ideale. Contratti con piccole o medie case editrici non mi interessano, non potrebbero darmi più di quello che ho. Se una grande casa editrice fosse interessata a un mio libro, leggerei attentamente il loro contratto e valuterei con calma, senza farmi prendere da smanie di successo. Sì, potrei firmare, ma per un libro “sistemato”, ne avrei ancora altri self. Non c’è pericolo che mi monti la testa.

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   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Ex Libris (18) – King e le Bellezze Dormienti

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Perché un certo giorno, all’improvviso, tutte le donne del mondo, al momento di addormentarsi, cadono nell’abisso di un sonno senza risveglio, imprigionate in un bozzolo di fili bianchi, sottili come seta che avvolge i loro corpi dalla testa ai piedi?

Di cosa si tratta? Una malattia, dell’insidioso frutto una subdola strategia di invasione aliena, di un sortilegio?

Chi è davvero la bellissima e misteriosa Evie, signora delle falene e dei topi?

E, soprattutto, come reagirà un mondo destinato in breve tempo a rimanere popolato soltanto di uomini, a un accadimento così sconvolgente e spiazzante?

Questi gli interrogativi che fin dalle prime pagine di “Sleeping Beauties”,  con la solita abilità, Stephen King, in questa occasione affiancato nella scrittura dal figlio Owen, riesce a suscitare nei lettori fin dalle prime pagine del romanzo. Che “lo Zio” sia un grandissimo costruttore di storie, maestro nel gestire un’epopea corale che coinvolge decine e decine di protagonisti, è cosa nota a tutti i suoi  lettori, e anche in questa occasione non si fa eccezione alla regola.

L’originalità del tema e la perfetta articolazione della macchina narrativa rendono la lettura appassionante, e anche questa non è una scoperta. L’attrattiva di “Sleeping Beauties” , inoltre, è incrementata dall’intrigante processo dell’individuazione dei riferimenti alla precedente bibliografia che, in simili occasioni, inevitabilmente scatta nei fedeli appassionati di un grande e seguito Autore prolifico  come il Re del Maine.

In più, in questo caso, in presenza di un testo scritto a quattro mani con il rampollo minore Owen, i più attenti non possono evitare il tentativo d’individuare quali siano le pagine scritte da uno e quali dall’altro. Senza alcuna possibilità di verifica, ovviamente, credo di aver individuato nel testo la paternità dei vari passaggi, anche se nascoste dalla intensa e certosina opera del vero e proprio stuolo di collaboratori letterari ai quali, nel lungo epilogo del romanzo, vengono attribuiti doverosi ringraziamenti: consulenti e previsioni di bozze e quant’altro.

Nel complesso però, siamo in presenza dell’ennesima opera kinghiana: un accurato lavoro artigianale di scrittura che quell’autentico consorzio della creatività letteraria, facente capo a Stephen King, ha trasformato nel corso degli anni in una industria della narrazione: un prodotto, cioè, assolutamente impeccabile dal punto di vista formale, al servizio di una costruzione narrativa serrata e coerente, fedele agli stereotipi (mai banali né scontati) che in tutte queste decine di anni hanno contribuito a formare ingrandire l’universo del narratore di Portland. Si confermano i soliti punti forti: dalla perfetta descrizione della vacua borghesia dell’America di provincia, fatta di molti vizi e poche virtù, all’attenta e sofferta descrizione del mondo carcerario (la struttura delle detenute nel carcere di Dooling potrebbe essere inserita o prelevata indifferentemente, senza nessuna forzatura, dal mondo de “Il miglio verde” o di altri romanzi di ambientazione penitenziaria; dalla banale e sottile crudeltà del male (sempre che effettivamente di male si tratti, si intende, in questo romanzo più che mai) alle pulsioni e ai conflitti adolescenziali. In questa opera, inoltre, si torna con forza (e con sottile e furbo ammiccamento alla parte più significativa e consistente del potenziale pubblico di fruizione) al tema di un vetero-femminismo che vede in eterno conflitto la (spesso brutale) razionalità dell’uomo con la creativa e tutta spirituale introspezione della donna.

Fin qui le note positive. Ora…

Quando il Dio della Scrittura intinse il piccolo neonato (da poco battezzato Stephen) nella magica pozione che rende immortali e invincibili i più grandi scrittori di tutti i tempi (qual è incontestabilmente Stephen King) quella piccola porzione di caviglia che le sue divine dita strinsero, escludendo solo quella minima parte  dalla miracolosa pozione, in Stephen King si chiama certamente FINALE”.

La meravigliosa architettura creativa di cui è capace che, infatti, in non poche occasioni appare non adeguatamente supportata da un epilogo all’altezza. Così avvenne clamorosamente per “The dome” e, in modo e misura meno appariscenti, per numerosissimi altri romanzi. A volte (credo che per questo mi attirerò accidenti e maledizione da parte dei pasdaran più intolleranti alle critiche), sembra quasi che arrivato alle ultime battute King non riesca (e forse non ci riuscirebbe nessuno) a tirare i tanti, troppi fili narrativi che, in modo meraviglioso, Egli stesso è riuscito a tessere.

Così “Sleeping Beauties”  meravigliosa storia di mistero, di azione e di fiaba, vicenda carica di suspense e fantasia, di sangue, di psicologia, di echi di guerra, si chiude lasciando l’amara consapevolezza di un’altra grandissima, enorme, occasione mancata.

Forse la screziatura che i maestri della porcellana Ming (quanto assomiglia questa parola a King!) imprimevano con l’unghia nella perfezione assoluta di autentici capolavori dell’arte, per impedire che di tanta bellezza fossero invidiosi gli Dei.

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  Il Lettore

 

Categorie: Scrittura.

I Mille mondi fantastici e interiori di Stephen King

Ovvero come in un solo romanzo, neanche il più famoso tra tanti, si possa rinvenire, concentrata, l’essenza di un grande Autore

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Alla fine credo di avere capito dove si erga, stagliandosi contro un cielo di fuoco e fulmini, la mitica Torre Nera che regge l’armonia e l’equilibrio dei mondi.

Esattamente lì, sì: nella mente (straordinaria) di Stephen King, ecco.

Lo sospettavo già da parecchio tempo (la mia frequentazione con lo Zio di Portland è ormai ultra quarantennale, essendo partita da «Carrie» del 1974) ma la prova definitiva credo di averla reperita nel corso della (ri)lettura di Uomini bassi in soprabito giallo» ripreso da «Cuori in Atlantide» (1999  – dal libro fu tratto nel 2001 l’omonimo film diretto da Scott Hicks) e compreso nella raccolta «Goes to the movies» (per l’Italia: Sperling & Kupfer Editori S.p.A. – 2009).

Nelle 289 pagine che compongono il romanzo, infatti, King riesce a dipanare, mescolandoli continuamente ma riuscendo a tenerli mirabilmente in equilibrio tra loro, tutte le tematiche e i generi letterari che più gli sono propri e cari.

  • L’orrore
  • La science fiction
  • Le angosce dell’invecchiamento e della decadenza fisica
  • I paradossi spazio-temporali
  • Le difficoltà nei rapporti generazionali
  • I problemi legati all’adolescenza, a volte drammatici
  • Le tensioni social che dilacerano il ventre degli US
  • Il bullismo
  • Il fantasy

C’è davvero del genio, in questa storia, continuamente in bilico tra il nostro mondo e il Medio-Mondo, in cui si si narra dell’incontro tra il giovanissimo Bobby-O, alle prese, nel pieno della tempesta ormonale tipica dell’età, con una madre (Liz) nevrotica e malmostosa, e l’anziano e misterioso Ted Brautigan che, suo malgrado, ma con grande impegno e incisività, si trova a rivestire per un breve ma indimenticabile lasso di tempo il ruolo di quel padre che Bob non ha mai conosciuto.

Chi è il vecchio Ted, nuovo inquilino del piano di sopra? Chi sono e da quale remoto e indicibile inferno provengono i sinistri “uomini bassi” che gli danno la caccia? Cosa sono i pacchiani veicoli dai colori improbabili sui quali si spostano, qualcosa di mostruosamente diverso rispetto a semplici automobili? Qual ‘è il vero messaggio lanciato dagli strani cartelli che cominciano ad apparire appesi qua e là nel quartiere, e delle misteriose scritte tracciate con il gesso sull’asfalto delle strade?

Una storia di paura e di suspense, certo, ma anche e soprattutto un percorso intimista nel corso del quale l’Autore pone ai propri lettori, e a se stesso, interrogativi ancora più angoscianti sulle insidie della malattia, della prevaricazione dei più forti nei confronti dei più deboli, della malattia, della decadenza fisica e morale, della violenza esercitata nei confronti delle donne, della grettezza dell’animo umano.

Insomma, qui c’è proprio  di tutto e di più, davvero.

Le spine di amicizie giovanili, irruente, totalizzanti, ma destinate inevitabilmente a deteriorarsi con il divaricarsi dei percorsi di vita, la scoperta dei segreti e degli incanti della lettura, l’arroganza che chi ha soldi e potere riserva verso i propri sottoposti, gli ammaestramenti che solo la cultura può dare, i travagli del passaggio dalla gioventù all’età adulta, gli struggimenti del primo amore con la colonna sonora della musica anni ‘60, le tentazioni autodistruttive di chi si trova a remare controcorrente…

Senza dimenticare, però, l’incombere degli abomini che cercano di distruggere ciò che resta del Medio-Mondo, asse portante di un universo pluridimensionale, con un malvagio Re, il cui simbolo è un occhio rosso-sangue, con i benevoli Vettori che difendono l’integrità della Torre e con i frangitori, individui dalle prodigiose attitudini mentali resi schiavi dal Male con l’incarico di logorare lentamente, con la forza del pensiero, quegli stessi Vettori.

Forse non la più nota tra le narrazioni di King, ma assolutamente da leggere e godere per comprendere meglio l’intera opera di uno scrittore irripetibile quanto inimitabile.

  Patrizio Pacioni

Categorie: Scrittura.

Com’è difficile scrivere sulla celluloide le storie del Re

Il dieci di agosto è uscito nelle sale il film «La Torre Nera», tratto dall’omonimo libro di Stephen King.

 

 

Il libro:

O piuttosto la saga (capirete meglio questa precisazione quando si parlerà del film) fantasy-horror-western-science fiction. Una serie di romanzi (adattata poi anche in fumetto dalla Marvel) che in qualche modo ha occupato il Re del Maine per trent’anni, dal 1982 al 2012.

Ecco qui un riassunto delle uscite:

  1. L’ultimo cavaliere (1982) (The Dark Tower I: The Gunslinger)
  2. La chiamata dei Tre (1987) (The Dark Tower II: The Drawing of the Three)
  3. Terre desolate (1991) (The Dark Tower III: The Waste Lands)
  4. La sfera del buio (1997) (The Dark Tower IV: Wizard and Glass)
  5. I lupi del Calla (2003) (The Dark Tower V: Wolves of the Calla)
  6. La canzone di Susannah (2004) (The Dark Tower VI: Song of Susannah)
  7. La torre nera (2004) (The Dark Tower VII: The Dark Tower)
  8. La leggenda del vento (2012) (The Dark Tower: The Wind Through the Keyhole)

Il giovane Jake Chambers e il leggendario “pistolero” (appellativo inteso in questo ambito più come “cavaliere errante” di medievale memoria, che non nella normale accezione del termine) Roland Deschain combattono, insieme ai loro pard, le oscure forze del male, capitanate dal tenebroso Re Rosso. Una lotta in difesa dell’integrità della Torre Nera, simbolo dell’armonia dell’Universo, pervicacemente insidiata, in tutti i modi, dall’esercito dei cattivi, in uno scenario bidimensionale (ma a volte anche multi-dimensionale), diviso tra una New York che non è esattamente la New York che conosciamo e le terre desolate del Medio-Mondo, popolate di mostri, di mutanti, di veggenti e di minacciosi reperti di una remota era magico-tecnologica.

Il film:

Il progetto di trarre un film dalla corposa saga risale, tanto per rimanere in tema epico, allo scorso millennio.

Prima come serie televisiva (un episodio per libro), poi, nel 2010, attraverso l’acquisto dei diritti da parte della Universal, che affidò l’impresa a un team di eccezione che vantava innumerevoli successi di botteghino, composto dallo sceneggiatore Akiva Goldsman, dal regista Ron Howard e dal produttore Brian Grazer.

Due anni di elucubrazioni, al temine dei quali, però, arriva un forfait.

Poco male, perché nel 2015 subentrano i danesi, ovverosia il regista Nikolaj Arcel e lo sceneggiatore Ander Thomas Jensen, su incarico della Sony Pictures. Sotto lo sguardo attento dello stesso Stephen King, la nave finalmente va, con la produzione Grazer, Howard e Goldsman.

La Torre Nera diventa un film, che arriva in Italia il 10 agosto 2017.

Le mie note:

In migliaia di pagine, scritte da un Autore immaginifico e ispirato come e più di sempre qual è Stephen King, c’è davvero tanta roba su cui lavorare.

Forse “troppa” roba, in quantità tale da spaventare con la complessità dell’impresa, i pur coraggiosi cineasti coinvolti nell’impresa. L’impressione che ne trae lo spettatore che abbia letto i libri di Stephen King è che ci si sia ridotti, alla fine, a ricavare un sunto della saga, un po’ come gli estratti del Reader’s Digest e/o i Bignami tanto cari agli studenti del dopoguerra. Si è mescolato lo scatolone e poi, attraverso un ideale imbuto, riversato nella pellicola ciò che era venuto a galla.Dopo un buon inizio la narrazione si ripiega su se stessa, diventando farraginosa e tradendo, in diverse occasioni, lo spirito dell’opera originale.

Si avverte distintamente la preoccupazione frettolosa di concludere il tutto nei canonici novanta minuti che rappresentano la misura standard per film di questo tipo.

Insomma, se è presente l’abilità tecnica e la perfezione fotografica che caratterizza i prodotti made in US, ciò che manca è il coinvolgimento emotivo, sia sullo schermo che, purtroppo, in platea.

Resto in attesa di un sequel, peraltro di difficile ideazione e realizzazione, dopo aver messo in circolazione questa specie di “frullato” di (belle) storie.

Non perché sia rimasto soddisfatto di questa prima uscita ma perché, come molti fedeli lettori di King, spero che si possa recuperare qualcosa di buono.

Titolo: La Torre Nera

Titolo originale: The Dark Tower (USA 2017)

Genere: Fantasy

Anno: 2017

Regia:  Nikolaj Arcel

Cast: Idris Elba, Katheryn Winnick, Matthew Mc Conaughey, Claudia Kim, Jackie Earle Haley

Durata 95 min.

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.