Dalla carta al palcoscenico, Pirrotta racconta una guerra che non finisce mai

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Il libro:

Il libro «Teatro» è una raccolta di cinque atti unici («All’ombra della collina», «Malaluna», «La ballata delle ballate», «La grazia dell’angelo» e «Sacre-Stie»), che ha per argomento centrale la mafia ma nel quale emergono altre tematiche relative alla realtà e alla tradizione siciliana. Un’ennesima ma non banale di una lingua e di una cultura visceralmente mediterranea, ma collegabile logicamente ed emotivamente ad altre culture anche lontane. Un fenomeno di straordinaria ubiquità espressiva e artistica che vede l’Autore-Attore avventurarsi in un ardito viaggio spazio temporale restando con i piedi bene piantati nella terra, nella sabbia e nel mare di Trinacria. 

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Titolo: Teatro
Autore: Vincenzo Pirrotta
Editore: Editoria & Spettacolo
Anno: 2011
Pagg: 220
Prezzo 15,00 
EAN: 9788897276159

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Lo spettacolo:

Secondo la nuova tendenza le due coreute che affiancano Vincenzo Pirrotta in questo atto unico di grande intensità attendono il pubblico che si va ad accomodare in platea già in scena, arrampicate sulla semplice ma suggestiva scenografia immersa nel buio, mentre il battito amplificato di un cuore scandisce l’attesa. Quando le luci si accendono, illuminando il palcoscenico, ecco che il nero diventa bianco abbagliante, ecco che si manifestano alcune sedie per un popolo che non sarà mai comodo, una scala che sale verso l’alto per un popolo che dovrà sempre lottare per non  inabissarsi ancora di più. 

Anche i tre attori indossano vesti bianche, più judogi che tute, o pigiami, con Pirrotta che, come spesso gli accade, lascia scoperto il torace, per sottolineare ancora di più, qualora ce ne fosse ancora necessità, la carnale fisicità che è solito sfoggiare in tutte le sue recite.

E c’è una strana commistione tra cadenze dialettali sicule, sonorità da scacciapensieri, nenie orientali da tempio scintoista o da samurai, in questa singolarissima pièce. Una storia di morte e di morti, di uccisori e di uccisi, di vittime, divise tra innocenti e consapevoli, e brutali, irridenti monaci dello sterminio. Scorrono a nastro, a incastro, in sovrapposizione, crudeli eliminazioni, scorrono fiumi di sangue che si incrociano e si contaminano, confondendo lo spettatore, con assoluta volontà di farlo, travolgendolo in una corrente di dolore, di raccapriccio, che, inevitabilmente, si trasformano in indignazione.

Perché «Manca sempre il tempo di resettare l’Universo dopo avere vuotato i cassetti», perché i numeri delle date di sangue si succedono come una macabra litania, una speciale cabala del Male, mentre Pirrone si batte il petto, come una vittima dolente, un assassino pentito o un carnefice orgoglioso del massacro che sta portando avanti, chissà.

Si passa, penosamente, senza cesure, senza tregua, dai picciotti massacrati per un piccolo sgarro ai grandi, al giornalista troppo curioso, al magistrato macellato all’uscita della messa, al poliziotto inviso alla Cupola preso a fucilate da un killer che ride mentre spara, al ragazzino sciolto nell’acido per l’unica colpa di essere il figlio di un infame. 

Certo, chi conosce meglio fasti e nefasti della terribile guerra di mafia che insanguinò la Sicilia forse è in grado di apprezzare meglio le sfumature, ma ciò che interessa l’autore e regista, cioè creare una sinfonia funebre che porti ciascuno a esecrare una simile, bestiale violenza, viene colto in pieno.

Più che uno “Spoon River” alla siciliana, come pure molti critici, superficialmente, lo hanno battezzato, la pièce ricorda un susseguirsi di fogli staccati da un calendario, grondante di sangue, che solo un mare di lacrime salate, forse, può riuscire a lavare.

Lo si capisce, perfettamente quando, nell’imminenza del calar del sipario.  le due straziate, aggraziate e composte corifere, perfette nella loro parte, stendono un triste bucato ad asciugare al sole.

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ALMANACCO SICILIANO

DI ROBERTO ALAJMO
REGIA DI VINCENZO PIRROTTA
MUSICHE MARCO BETTA E FRATELLI MANCUSO
SCENE CLAUDIO LA FATA
LUCI NINO ANNALORO
COSTUMI VINCENZO PIRROTTA
CON ELISA LUCARELLI, CINZIA MACCAGNANO, VINCENZO PIRROTTA
PRODUZIONE TEATRO BIONDO PALERMO

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Vero Sport (1) – Vincoli? No, grazie!

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Accondiscendendo alle richieste di numerosissimi amici di questo blog, parte con questo post una rubrica dedicata esclusivamente allo sport. A condurla, di volta in volta, saranno articolisti esperti delle varie discipline o (come in questo caso) provenienti dalle località interessate dall’argomento trattato. Questo pezzo di esordio reca la firma dell’amica siciliana Edvige

Abbiamo deciso di cominciare, anziché dal vertice, da quella base che costituisce (o dovrebbe costituire) il vero humus della pratica sportiva: l’attività giovanile che è (o dovrebbe essere) fonte primaria di educazione e di preparazione delle nuove generazioni alle dure sfide della vita.

Ma è sempre così?

Potrete dirlo con maggiore consapevolezza  dopo avere letto l’intervista con D., giovane e promettente pallavolista siciliana.

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D.  , cosa rappresenta per Te lo sport?

Per me lo sport è un modo di essere, prima ancora che di esprimersi. Grazie all’appoggio dei miei genitori, l’ho praticato fin da bambina, passando da una disciplina all’altra. Prima il nuoto, naturalmente, (il rapporto con l’acqua e con il mare, per noi siciliani, è molto più di… una semplice amicizia) poi la danza e poi… l’incontro fatale con la mia passione, la pallavolo. Mi ci sono buttata a capofitto, al punto che, in brevissimo tempo, la società che mi ha accolto è diventata la mia seconda casa e l’allenatrice la mia seconda mamma.

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Te la senti di raccontare perché, a un certo punto, da qualcosa di così bello sono venuti fuori tanti dispiaceri? Come è cominciata questa storia?

Diciamo che per il 14° compleanno,  naturalmente festeggiato in palestra mi è stato fatto, a totale mia insaputa, un regalo del tutto sgradito.

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Spiegati meglio.

Non so se conoscete  cosa è il vincolo sportivo: è quel privilegio concesso alle Società sportive  che in  virtù di questo,  possono gestire la vita sportiva degli atleti dalla età di 14 anni fino ai 24 e oltre. In base a esso, dal compimento del quattordicesimo compleanno, appunto, automaticamente, senza che venga firmato alcun contratto, un ragazzo o una ragazza si trovano legate indissolubilmente alla società sportiva per la quale sono tesserate. Ciò comporta che, in presenza di Società Sportive” dirette da personaggi privi di scrupoli, può comportare dei gravissimi problemi.

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E… nel tuo caso?

Nel mio caso, all’inizio tutto è filato liscio, tra vittorie di squadra e soddisfazioni personali, conoscenze importanti ed esperienze preziose di sport e di vita. Poi, un giorno, quasi per caso, i genitori delle giocatrici scoprono l’esistenza del famigerato “vincolo” e chiedono spiegazioni.

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Ottenendole prontamente, immagino.

Ah, certamente sì. Il Presidente ostentava un atteggiamento bonario e amichevole sia con le atlete che con le loro famiglie. «Non avete fiducia in me? Non preoccupatevi! Le mie ragazze sono libere di andarsene come e quando vogliono». Così si continuò a giocare e a vincere, anche se quell’aggettivo possessivo, quel “mie” avrebbe dovuto metterci tutti in allarme.

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Poi, però, è successo qualcosa.

Sì. Ci fu un’incrinatura del rapporto tra il presidente e l’allenatrice con la quale, come ho già detto prima, si era instaurato un rapporto vero e profondo, trovando in lei un’amica sincera e una seconda figura materna. Detto questo, è facilmente immaginabile quanto fosse forte il mio desiderio di seguirla nella nuova squadra.

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E invece no.

“Invece no” nel senso che, quando mio padre si rivolse al suo “amico” presidente per informarlo di ciò, questo gentiluomo rivelò la sua vera natura, in questo pienamente spalleggiato dalla discesa in campo di sua moglie, donna fin troppo determinata e volitiva, a voler usare termini positivi. Forte di quanto prescritto dalle “norme” la coppia da “Attenti a quei due” scatenò una vera e propria guerra, coinvolgendo me (e molte delle mie compagne) nel conflitto scoppiato con l’allenatrice: pretese esagerate, condizioni irragionevoli e talmente volubili da cambiare di giorno in giorno.

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Letteralmente allucinante. Cosa accadde poi?

Accadde che ci rivolgemmo alla Giustizia sportiva: un iter complesso e costoso, al termine del quale, ci rendemmo conto che anche da quella parte le porte erano chiuse: attenendosi strettamente alla lettera di regolamenti e regolamentini, appiattita sulle posizioni delle società, i giudici se ne lavarono le mani risbattendoci di nuovo tra le grinfie (citando un altro film) di “Bonnie e Clyde”, che ribadirono, ovviamente, l’assurda richiesta (anche i  giudici la definirono tale) di 6.000 € per potermi “liberare”.

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E, sebbene a malincuore, il riscatto fu pagato.

Ecco, riscatto mi sembra proprio la parola giusta. Fu pagato, sì, per forza: che altro si poteva fare?

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C’è un insegnamento che si può trarre da questa tua disavventura?

Mia e delle mie compagne, tengo a sottolineare, prese anch’esse in ostaggio dalla società e dai suoi rappresentanti. Gli insegnamenti, a mio giudizio, sono due. Il primo, più di carattere generale è che di certi “amici” è meglio non fidarsi. Il secondo, più attinente alla vicenda è che, pur non potendosi  evidentemente cambiare le leggi dello sport, si può almeno formulare un’avvertenza buona per chi, seguendo la passione per lo sport, si avvicina a una società sportiva che gli consenta di farlo:  state attenti non vi fate accecare dalle false promesse, chiarite le vostre posizioni all’interno delle società sportive  sin  da subito con accordi chiari e scritti. E, soprattutto, state alla larga da soggetti instabili e disonesti come i miei (per fortuna “ex”) Presidente e Presidentessa. A quanto ne so, sono ancora in libera circolazione.

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Ma tu, nel frattempo, hai ricominciato a  giocare?

Oh, sì! Con più voglia e più gioia di prima, se è per questo. La pallavolo è una dura ma preziosa maestra di vita, utilissima, per chi la pratica, ad apprendere quale sia il modo il modo giusto di affrontare le difficoltà, piccole o grandi, che la vita, inevitabilmente, dissemina sul cammino di ogni essere umano. persona. Le avversità sono come schiacciate che piovono sul tuo campo da parte di un avversario particolarmente agguerrito e potente. Se non si riesce a prenderne qualcuna, inutile restare in terra a disperarsi, bisogna subito rialzarsi e mettersi in posizione, perché presto o tardi arriverà la prossima, e bisognerà riceverla nel modo migliore. 

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 Edvige

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Ex libris (16) – Il «pick and roll» di Raspanti

  

No, in questo articolo non si parla di un manuale di basket, quello con gli allenatori superstar, come Pianegiani o Messina, per rimanere in ambito nazionale, bensì di quanto avvenuto ieri sera al Circolo lavoratori di Iseo, un locale situato nel pieno centro della cittadina lacustre, inerpicato su tre piani e pervaso di un’atmosfera amicale di altri tempi e intrisa di comuni interessi sociali e culturali.

 

È lì che ieri sera, in una sala gremita, Giuseppe Raspanti, appassionato di viaggi in treno e, appunto, di pallacanestro, intervistato da Rosarita Colosio, ha presentato il libro «Il treno di Ignazio».

Un libro autobiografico, o forse no («Non è un libro di memoria, è un libro sulla memoria», precisa l’Autore.

Un libro di viaggio, sì, anche se «Ciò che  attira la mia attenzione e il mio interesse è il viaggio, non la meta. Da Mantova a Bagheria erano più di 24 ore di treno, praticamente una vita compressa, nel corso della quale si attraversava un mondo da scoprire, sempre diverso anche sulla stessa tratta, sia all’interno dei vagoni che fuori dal finestrino» puntualizza ancora Raspani.

Narrazione on the road all’interno dell’anima e della memoria, più ancora che negli spazi, nell’ambito dei quali, peraltro, il narratore siculo-lombardo ne privilegia uno: l’amata Trinacria, vista –oggi- con gli occhi da bambino di allora, descritta con una straordinaria dovizia di particolari capaci di evocare, oltre alle immagini, anche odori e sapori.

Una riflessione, da parte dell’Autore, anche sul proprio stile di scrittura: «Tratto il testo con l’ amore e il rispetto che merita una persona cara, scegliendo accuratamente ogni parola: la lingua italiana è una delle più ricche del mondo, talmente ricca che di autentici sinonimi ce ne sono ben pochi».

Allo scritto dà voce un convinto e ispirato Alberto Navoni, incaricato delle letture, scelte tra i brani più suggestivi del libro e ascoltati da un pubblico attento e intimamente coinvolto.

Di grande spessore anche l’intervento musicale del duo (chitarra/basso) Fabio Rinaldi & Vittorio Bettoni, ispirati interpreti di un blues caldo e  morbido, retrospettivamente malinconico, che ben si adatta alle riflessioni di cui risultano intrise le pagine del libro.

Chiudo con una  personale annotazione sul libro, che ho letto nel breve spazio di una serata allungata fino a  diventare notte.

Se mi è consentita una similitudine, «Il treno di Ignazio» è un affresco di parole. Ricordi, emozioni, visioni, voli poetici e quotidiana, minutissima realtà, colpiscono nell’insieme, ma soddisfano pienamente solo se si possiede la pazienza di scomporre il quadro per apprezzare ogni simìngolo dettaglio, compreso nel tutto ma pienamente godibile anche per se stesso.

In ogni quadrante del dipinto, sia nel centro che negli angoli estremi, le sfumature dei colori, le tracce dei molti tgipi di pennello utilizzati dal pittore, i chiaroscuri, le sfumature, le sbaffature solo in apparenza occasionali e fortuite, sono precisi quanto solidi indizi di quanto sia solida la conooscenza e la pratica della scrittura di Giuseppe Raspanti.

Non ripetete l’errore di chi, come me, pur godendone, l’ha divorato con ingordigia, quasi in un solo boccone: leggetelo anche voi, ma fatelo… lentamente.

 

Titolo: Il treno di Ignazio

Autore: Giuseppe Raspanti

Editore: la Quadra

Anno: 2017

Pagine: 96

Prezzo: 10 €

ISBN: 9788895251561  

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  Il Lettore  

Categorie: Scrittura.

Sicilia? Per la destra molto più di una semplice vittoria

Azzardo un commento prima ancora che i risultati delle regionali siciliane siano ufficiali, assumendomi tutti i rischi della scelta nel caso il conteggio finale risulti differente da quello delle proiezioni, privando di ogni significato il ragionamento che segue.

Al di là di ogni appartenenza, diciamolo senza timidezze né reticenze, quella che si va delineando a favore del candidato delle destre Nello Musumeci, più che a una vittoria, rassomiglia a un trionfo.

I suoi avversari, Fabrizio Micari per il PD votato con il “minimo sindacale” dai siciliani e Giancarlo Cancelleri per i cinquestelle sonoramente sconfitto in quel confronto che, nelle dichiarazioni dei leader del partito, avrebbe dovuto rappresentare il colpo di ariete messaggero della Grande Catarsi delle prossime consultazioni politiche, escono con le ossa rotte.

Più precisamente, da un lato la waterloo del Pd non fa che confermare la debolezza di una leadership a questo punto chiaramente da ripensare, di un partito che si avvia mestamente, salvo al momento imprevedibili colpi di coda, a rivestire il poco influente ruolo di una terza forza demoralizzata e impotente. Dall’altro la dolorosa botta d’arresto subita dai grillini (già infilzati dalla pessima prova di governo dimostrato nelle amministrazioni delle grandi città che aveva affidato loro il consenso elettorale, e dai sempre più numerosi inciampi in altrettanti pasticci e avvisi di garanzia, risulta ancora più grave in considerazione del massiccio impegno direttamente profuso dai vari Grillo, Casaleggio, Di Maio e Di Battisti nella campagna elettorale.

Per Musumeci, invece, sulla base delle semplici considerazioni che vengono subito sotto,  l’affermazione alle urne (con ca. il 40% dei voti) assume, a una più attenta analisi, contorni e significati ancora più profondi di quanto evidenziato dai crudi numeri.

La prima considerazkione è che nell’ elettorato per così dire “renziano”, infatti, pur così ridotto, rimane infatti un’ulteriore riserva di caccia costituita da elettori che, sostanzialmente, pur di evitare scossoni di tipo populista (probabili con l’avvento dei cinquestelle) potrebbe turarsi il naso e votare Berlusconi.

La seconda, ancora più importante, è che l’elettorato grillino comprende una consistente parte di elettori ideologicamente “di destra” votati alla protesta, i quali, una volta di fronte al ritrarsi di una marea che sembrava inarrestabile, sarebbero pronti a “tornare all’ovile”.

Insomma, per farla breve: se davvero il test siciliano suggerisce qualcosa a livello nazionale, si tratta esclusivamente di questo: preparatevi e prepariamoci, ci piaccia o no, a essere governati per i prossimi cinque anni dalle tre “punte” Berlusconi, Salvini e Meloni.

E chi vivrà, vedrà.

Sempre che, naturalmente e come mi auguro caldamente, si sopravviverà.

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   L’Osservatore

Categorie: Giorni d'oggi.

Splendido percorso di cultura, da un Convivio… all’altro

Oltre 1.100 partecipanti, oltre 1.300 elaborati ricevuti da leggere e valutare.

In questi due (grossi) numeri si potrebbe sintetizzare il lusinghiero successo consuntivato dal concorso letterario 2017 bandito dall’Accademia Internazionale Il Convivio.

Solo che sarebbe un resoconto arido, per quanto estremamente positivo, se non si tenesse conto dell’elevata  qualità media dei partecipanti (e dei loro elaborati di poesia, prosa e teatro), provenienti da ogni parte d’Italia e anche da paesi esteri più o meno remoti.

Domenica scorsa a Giardini di Naxos, nell’ampia ed elegante sala convegni dell’Hotel Caesar, completamente gremita di pubblico, si è tenuta una cerimonia di premiazione all’altezza della manifestazione.

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Nel coinciso ma significativo discorso di benvenuto del Presidente Angelo Manitta che, oltre a rallegrarsi per l’ottimo esito dell’iniziativa e preannunciare le prossime manifestazioni che saranno varate da Il Convivio, ha illustrato la positiva esperienza varata dalla stessa Accademia nel settore dell’editoria di qualità; sarà proprio la Casa Editrice Il Convivio, tra l’altro, a curare (vedi sotto) la pubblicazione del testo teatrale «Come nel gioco dell’Oca», firmato da Patrizio Pacioni ed Elena Bonometti.  Dopo di che ha avuto inizio il lungo ma mai ripetitivo e banale alternarsi dei vincitori delle varie categorie in cui era suddiviso il Concorso.

Nel concorso per testi teatrali intitolato al grande autore e attore siciliano Angelo Musco, segnalo  la premiazione di Patrizio Pacioni, vincitore assoluto nella sezione  Teatro Edito con «Diciannove + Uno» e premiato con segnalazione, insieme alla coautrice Elena Bonometti, nel Teatro Inedito, con «Come nel gioco dell’Oca». Particolarmente toccante il momento della consegna della targa, allorché è stato chiamato al palco Concetto Orofino, fratello di uno dei marinai dispersi e mai più ritrovati in occasione della scomparsa nel 1962, nel Mediterraneo meridionale, della motonave Hedia.

Alla conclusione dell’incongtro, un prelibato pranzo, animato da rilassate e cordialissime conversazioni, ha costituito la migliore occasione di contatto e scambio idee tra organizzatori, premiati e “semplici” amanti della scrittura convenuti al Caesar Palace.

Poi, fuori, ad attendere tutti, per la gioia degli occhi e del cuore, il placido e azzurrissimo mare di Sicilia sovrastato dalla massiccia presenza di un Etna ancora imbiancato.

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Inutile dire che già dal lunedì mattina, Angelo Manitta, l’infaticabile Enza Conti e tutti gli altri stanno già lavorando… per preparare il prossimo Convivio.

 

SI RINGRAZIA ALFREDO SPADAFORA PER LE FOTO GENTILMENTE CONCESSE

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     Valerio Vairo

Categorie: Teatro & Arte varia.

Ex Libris (14) – Chi trova un (vero) Poeta, trova un tesoro

N’zuppilu n’zuppilu, vale a dire “a goccia a goccia”, ma anche qualcosa di più, che sa del lentissimo distillare di profonda sofferenza da un’alambicco.

Sonorità e pensieri profondi, voce e visioni. Lingue diverse per esprimere concetti universali.

Il tutto amalgamato da una straordinaria attenzione all’intimità, da una capacità emptica fuori dal comune e, soprattutto, da una padronanza dei versi di assoluto rilievo.

Sto parlando della silloge dell’autore catanese (di Misterbianco, per la precisione) Giuseppe Condorelli, un poeta che ha saputo sorprendermi come pochi altri prima. 

È un libro sottile, il suo, ma talmente denso di spunti di riflessione da indurmi a raccontarvene appoggiandomi ai singoli versi, colti come fiori preziosi di un rigoglioso orto botanico. Da leggere a primo impatto in dialetto siciliano, da parte di tutti, anche di chi non dovesse capirne un granché, per assaporare il ritmo, direi la voce, dell’humus territoriale e popolare che lo ha partorito. Per poi passare a una seconda, immediata lettura di ciascun brano più meditata: nella lingua della mente, che consentirà di apprezzare in pieno e introiettare il meccanismo di costruzione psicologica e le pulsioni dell’anima.  

Parto da quel sottile quanto insidioso tedium vitae, che serpeggia tra le liriche. Problematico stato d’animo proprio di chi realizza che troppo breve e troppo travagliato è il tempo concesso nel percorso terreno, perché un essere umano possa riuscire a soffermarsi sulle proprie radici e sui finali traguardi dell’esistenza.

Farisi  vecchi /senza primura / comu  i jatti da casa …

Invecchiare / senza fretta / come i gatti di casa

Allora, forse, non resta che attendere che il dolore e la malinconica introspezione sui ricordi ombrosi della vita che scorre, attraverso i versi, diventino bellezza.

Do scuru to tempu / non si fa mai jornu

Dal buio del tempo / non si fa mai giorno

Fino alla scoperta, spesso tardiva, purtroppo sempre dolente, della vera realtà della vita: un crudele giocattolo che bisogna vedere spezzato, per  avere la speranza  d’intendere, o solo d’intuire, quali ne siano i più autentici meccanismi.

E ju, che jnocchia / minnicati / no’ puteva sapiri / da musura rutta da vita

E io, con leginocchia / scorticate, / non potevo conoscere / la misura rotta della vita

Inevitabilmente, in certi momenti più difficili, lottare sembra inutile, o perlomeno inadeguato, ma è sensazione erronea, frutto di momentaneo sconforto. Appare vano persino il riempirsi di concetti, idee, emozioni e  cognizioni attraverso la lettura e la scrittura, che pure rappresentano i più saldi riferimenti a disposizione.

I me libbra su janchi / c’ae sucatu / ogni parola / ‘ppi sbrizziarla ‘nte fogghia / ma nun ne haiu cchiù armu.

I miei libri sono bianchi. / Ne ho risuucchiato / ogni parola / per schizzzarla sui fogli /,   /  a non ne ho più la forza.

Alla fine, alle soglie dell’inevitabile capitolazione al cospetto di una Morte signora dell’effimero, il resoconto, relegato in quallo che il Poeta chiama ‘o tetto mottu do me armu (lo sgabuzzino della mia anima) può apparire sconsolante.

Mi cercherete / sulle pagine, / nei cassetti. Metterete insieme parola / su parole. / Ma o sono qui, / adesso. / Non dovete leggermi, / dovete parlarmi. / Sono fatto / di carne, / di pensieri  / e di sangue. / E non d’inchiostro.

Tutto vano, dunque? Non resta che la resa?

No. Per fortuna ci sono anche sentimenti positivi. C’è L’Amore. C’è la Passione. c?è la voglia di condividere l’Assoluto con una persona cara.

Sacciu tuttu di Te / ca mi concimi / u sangu. / Chiddu ca non t’ae dittu / ancora cogghilu / intra a me ucca. / (Ccu masuni). 

Di Te conosco ogni cosa, / Tu che mi concimi il sangue. / Quello che ancora non ti ho detto / coglilo / dentro la mia bocca / (con un bacio).

O ancora:

Aoggi è bonu / agghiorna prestu / intra / ‘i to razza. / Attagghiu a tia /non finisciu mai.

Oggi è bello / fa subito giorno / dentro / le Tue braccia. / Vicino a Te / io non finisco mai.

Sì, perché per Giuseppe Condorelli, in presenza di un amore autentico e profondo, al sempre presente e incombente quasimodiano “ed è subito sera” è possibile che si affianchi, per fortuna, un più positivo e consolante “fa subito giorno“, capace di toccare più da vicino e ancora più intensamente, visto il contesto,  il cuore di chi legge.

Ad arricchire ulteriormente questa già preziosa silloge, un’altra traduzione, in inglese (curata da Maristella Bonomo e da Andrew Brayley), capace di conferire all’opera un respiro internazionale.

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Una scoperta fortuita, da parte del sottoscritto, quanto gradita: l’ennesima dimostrazione, semmai ce ne fosse la necessità, di come non sempre una grande poesia sia appannaggio soltanto di grandi nomi.

Un Autore da seguire nei prossimi cimenti, a cominciare da quel  “Desinenza in nero” (che sarà, a quanto sembra, la prossima uscita) e dai lavori di critica poetica e letteraria che fanno tradizionalmente parte del bagaglio di Giuseppe Condorelli.

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Titolo: N’zuppilu n’zuppilu (Wet Through)

Autore: Giuseppe Condorelli

Curatori della traduzione in inglese: Maristella Bonomo e di Andrew Brayley

Disegni a china: Tano Brancato

Editore: Edizioni Le Farfalle

Anno: 2016

Pagine: 62

Prezzo: 10 €

ISBN: 978-88-98039-24-1

Giuseppe Condorelli insegna Lettere nella scuola superiore. Si occupa attivamente di poesia, critica letteraria e teatrale su quotidiani, settimanali e riviste specializzate. Scritti, racconti e recensioni, sono apparsi su diverse riviste di settore. Un suo testo per Marco Nereo Rotelli è stato pubblicato ne L’Isola della Poesia (Convegno Edizioni Quaderni dell’Isola, Cremona 2003).
Ha ideato e curato rassegne di incontri mensili con l’autore e kermesse d’arte in collaborazione con la cattedra di Plastica Ornamentale dell’Accademia di BB.AA. di Catania e l’Associazione culturale Interminati Spazi (con Paolo Lisi). Ha curato la sezione Poesia per il progetto Castelmola Città degli Artisti. Nel 2008ha pubblicato Criterio del tempo (I Quaderni del Battello Ebbro – Porretta Terme  Bologna). Nel 2011 due sue liriche sono state messe in musica da Mariano Deidda nel cd Deidda canta Pavese. Nel 2013 ha curato per l’Almanacco Internazionale di Poesia edito da Raffaelli il Quaderno dediicato alla poesia oggi in Sicilia. Vive a Misterbianco.

 

 

 

 

   Il Lettore

Categorie: Scrittura.