Post It (17) – Se il coniglio Harvey diventa un maiale

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Il caso è ormai arcinoto, e il dossier è intitolato al famoso e molto influente  signor Harvey Weinstein, nato a New York il 19 marzo 1952, di professione produttore cinematografico.

Riassumendo (molto) succintamente, la vicenda: un articolo del New York Times ha rivelato una trentina di anni di molestie sessuali perpetrati dall’uomo conosciuto come  “indie mogul”, il re del cinema indipendente, ai danni di decine di dipendenti, collaboratrici e attrici di Hollywood. Una rivelazione piuttosto dettagliata e circostanziata, che ha sgomentato l’opinione pubblica internazionale.

Moltissime le star coinvolte loro malgrado, tra cui Gwyneth Paltrow, Angelina Jolie e Asia Argento.

E proprio l’italiana Asia Argento è stata oggetto di forti critiche da parte di Vladimir Luxuria. Questi alcuni punti salienti della controversia, tratti dal sito tg24.sky.it

«Asia Argento avrebbe dovuto dire NO a Weinstein come hanno fatto altre attrici, le donne devono denunciare, lo diceva lei a Amore Criminale!». Questo il tweet scritto dall’ex parlamentare Vladimir Luxuria, che tira in ballo anche la trasmissione condotta per una stagione dall’Argento, Amore Criminale, incentrata proprio sul tema della violenza sulle donne. La risposta dell’attrice non tarda ad arrivare: «Non posso credere che scrivi una cosa del genere», replica Asia Argento, chiaramente sorpresa per l’attacco da parte di Luxuria, «Evidentemente non sei mai stata violentata, non hai mai provato terrore e vergogna»

Il battibecco sui social è proseguito con le accuse di Luxuria, che ha rimproverato ad Asia di aver accettato di farsi produrre un film, “Scarlet Diva“, dallo stesso Weinstein: «Il film, girato un anno e mezzo dopo la violenza sessuale, denunciava il trauma che ho vissuto nei minimi dettagli»  ha ribattuto la figlia del maestro dell’horror italiano.

Ciò premesso, io non ho nessuna intenzione di entrare in una polemica sterile e opaca, in cui si rischia di perdere di vista l’essenza di quanto accaduto e di quanto continua ad accadere ai danni della donna, ma non solo. In merito alle due affermazioni/accuse di Luxuria, però, mi sembra necessario operare un distinguo: la prima delle due (quella che a una donna possa bastare dire “no” per non essere costretta a subire una violenza fisica o morale, è una totale idiozia, tanto per essere chiari.

Quanto alla seconda, sull’incomprensibile silenzio di ben venti anni prima di denunciare l’abuso subito, foto come questa, scattata ad anni di distanza dalla violenza subita da Asia, così come quelle di altre star che hanno continuato a lavorare con Weinstein, che per tutto questo tempo hanno continuato a girare film finanziati e prodotti dall’Orco, risolvendosi a parlare solo quando, praticamente, ci sono state costrette, beh…

… mi lasciano francamente molto perplesso,

Se una donna che amo subisse violenza non vorrei vederla, sorridente, sottobraccio all’uomo che le ha arrecato una siffatta offesa, Se IO subissi violenza non mi farei mai fotografare così, disposto ad affrontare qualsiasi sacrificio di carrriera e guadagno potesse costarmi tale decisione.

Questo, però, magari è solo un limite di chi sta scrivendo l’articolo.

 

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Ancora a proposito di Harvey Weinstein.

Harvey è anche il nome di un celebre coniglio del grande schermo, e il coniglio, notoriamente, è reputato bestiola dotata di appetiti sessuali voraci quanto rapidamente soddisfatti.

Accade purtroppo che a volte, molte volte, capita che l’Uomo-Coniglio si trasformi in Uomo-Maiale.

 

  Valerio Vairo

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Post It (16) – Parlino gli uomini, adesso!

Per questo numero di Post It lascio volentieri il timone a Patrizio, che l’argomento trattato, da sempre, ha particolarmente a cuore. 

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Il copione è triste, visto e rivisto, stantio.

Non c’è più nessuno stupore nell’uccisione dell’ennesima donna: mentre ancora il suolo è macchiato di sangue, si rincorrono solo accorate frasi di repertorio e invettive velleitarie e becere.

Quando non accade che (davvero al peggio non c’è mai fine) nella responsabilità di un pestaggio, di un femminicidio domestico, di una bestiale violenza carnale consumata dietro un cespuglio in un sudicio vicolo, nell’androne di un palazzo, viene coinvolta anche la vittima, perché troppo remissiva, poco prudente, troppo spregiudicata, troppo scollata… insomma, troppo.

Poi, certo, dopo ogni massacro e ogni stupro, vengono le conferenze, le veglie, le manifestazioni, il trionfo del rosa, delle scarpe rosse, delle mimose. Donne che protestano, che denunciano, che chiedono rispetto e sicurezza, riunite tra loro come se fossero una consorteria o una setta, non la metà (forse la migliore) di questo mondo impazzito.

E gli uomini? Dove sono gli uomini in tutto ciò?

Quelli bravi, intendo. Quelli che non picchiano le proprie compagne e non vanno in giro di notte come lupi in caccia di agnelli, e credono che, con questo, la coscienza sia a posto.

Beh, loro compaiono nelle proteste e nelle rivendicazioni di autentica parità solo se portati a rimorchio dalle loro compagne. Piuttosto che come padri, mariti e compagni, preferiscono esporsi, al massimo, in qualità di esperti: psicologi, sociologi, filosofi, giornalisti, scrittori e quant’altro.

Invece no, signori uomini, così non basta. La faccia, dovete metterci: e non si tratta solo di scendere in piazza, dietro a questo o a quello striscione, ma d’impegnarsi giorno dopo giorno nella vita vera. Rispetto ovunque nei confronti della donna: a cominciare dall’ambito famigliare, e poi a scuola, in ufficio, evitando di lasciarsi coinvolgere in stereotipi sessisti persino nelle sguaiate chiacchiere da bar.

Difficile, vero?

Ma ce la potete (e ce la possiamo) fare.

 

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Post It (13) – Facebook? Posso smettere quando voglio…

Mi sono concesso (imposto), da un sabato all’altro, un periodo di assoluta pausa.

«Di astinenza» mi correggerà qualcuno.

Sto parlando di un’intera settimana detox lontano da post, like, fake, poke, selfie e link vari, con annessi e connessi.

Sì, avete capito bene: uno come me, che quotidianamente riceve dal Signor Feisbùc le congratulazioni per la quantità di post inseriti e per gli straordinariamente veloci tempi medi di risposta, uno che le 1.000e “amicizie” le ha superate già da molto tempo (etc. etc. etc.) per sette giorni di fila, pari a 168 ore, che al cambio corrente fanno 10.080 minuti oppure 604.800 secondi, fate voi, decide senza costrizione alcuna, vale a dire spontaneamente, di sigillare l’accesso al suo account facebook.

Per procedere all’esperimento, un po’ come facevano i ciclisti ai tempi delle grandi sfide al record dell’ora su pista, che andavano in cerca di elevate altitudini per godere di un minore attrito dell’aria, ho scelto di salire sul primo aereo in partenza per andare qui.

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«E bravo che sei, in un posto del genere è più facile dimenticarsi di navigare!» osserverà lo stesso qualcuno di prima. Intendendo certamente navigare in Rete, perché invece, parlando di navigazione vera, un mare del genere insieme a certi colori e a certe atmosfere, non può che fare venire una voglia pazza. 

Sia pure, ma dovendo giocare una partita difficile, mi sarà permesso di scegliere il campo che più si confà alle mie possibilità, o no?

Così ce l’ho fatta.

Davvero, ce l’ho fatta. Mai una volta, dico una, ho digitato la password di accesso a questo o ad altri social. Ho letto, ho giocato a scacchi, ho fatto il bagno, ho conosciuto intimamente e sensualmente posseduto la cucina locale, ho visto antiche città e anditi di una bellezza assolutamente straordinaria, per una volta dal vero e non dalle istantanee postate su istagram dal fortunello in vacanza di turno.

Sono sopravvissuto io e, soprattutto, sono tranquillamente sopravvissuti alla mia assenza i più di 1000 amici che mi onorano di dichiararsi informalmente e informaticamente come tali.

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Non che mi sia convinto di avere portato a termine chissà quale impresa, sia ben chiaro.

Solo che erano più di dieci anni che non saltavo un giorno e, nel frattempo, qualche sospetto di essermi beccato una bella dipendenza, lo confesso, mi era venuto.

Dai, su: provateci anche voi. Mettete insieme tutto il coraggio e lo spirito di sacrificio di cui disponete e mettete fuori un cartello (virtuale) come questo:

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Scegliete voi il posto: Acapulco, Saint Moritz, Porto Cervo, Ibiza, Cannes, Miami, Ostia Lido, Varadero, Rimini, Milano Marittima, Gallarate o Colleferro, fate voi.

Ah, dove sono stato io non ve l’ho ancora detto ?

Allora cercatemi su Facebook: anche le foto di questa vacanza (ovviamente) le posterò tutte sul mio profilo!

   Valerio Vairo

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Post It (12) – Terrorismo e stupidità, mix micidiale

Lo spunto viene, come si suol dire, da una notizia dell’ultima ora: fresca fresca e carica di angoscia, arrivata poco fa da Parigi.

Poi magari si verrà a scoprire che no, questa volta il terrorismo non c’entra, che si tratta solo di un povero squilibrato, etc. etc. etc.

Come vi ho detto, però, si tratta solo di uno spunto, quindi, in questo caso, ciò che conta, prima e più ancora del fatto in sé, è la riflessione che ne discende.

Parigi, spari e panico alla cattedrale di Notre Dame 

Paura alla cattedrale di Notre Dame. Un uomo ha assalito a colpi di martello un poliziotto: il collega ha risposto sparando all’uomo e neutralizzandolo

Ferito l’aggressore: è di origini algerine

L’aggressore di Notre Dame, oltre al martello, aveva anche due coltelli: lo ha reso noto la polizia spiegando che l’uomo è stato colpito alle gambe e non al petto come precedentemente comunicato. L’uomo, uno studente quarantenne, secondo quanto riferisce il sito del quotidiano Le Figaro, è di origine algerina e viveva nella Val D’Oise, dipartimento a nord della capitale.

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Allora, avanti, prego: chi è il prossimo?

Dopo ogni aggressione di matrice terroristica, ce n’è sempre uno che alza il ditino da Pierino e pontifica sevaramente:

«Sei morti e cinquanta feriti al London Bridge? Dodici vittime e più di quaranta feriti al mercato di Natale a Berlino? Centoventi morti e oltre duecento feriti nella tragica notte del Bataclan, a Parigi? Più di venti al concerto di Manchester di Ariana Grande? Cosa volete che sia? Nel tal paese dell’Africa australe, la settimana scorsa, un kamikaze si è fatto esplodere in un mercato e se n’è portati dietro cento, nel tal altro del subcontinente asiatico un attacco di guerriglieri  a un albergo ha causato ottantacinque cadaveri… »

 

 

Ecco, questo è esattamente e irrimediabilmente un classico esempio di ragionamento da imbecilli.

Come dire, in occasione del terremoto nelle Marche dello scorso anno:

«Ma pensa, tanta emozione, tanto cordoglio, quando solo nello tsunami del 2004, nell’Oceano Indiano, sono perite circa 250.000 persone»

Lo si vada a dire agli abitanti di Amatrice, Accumuli e Arquata, se se ne ha il coraggio. Ma tanto non se ne ha.

Dunque, come detto, trattasi di argomentazioni da perfetti imbecilli, senza mezzi termini, perché i morti non si contano con il pallottoliere e non si pesano con la bilancia.

Provate a immaginare che, nottetempo, faccia irruzione nel vostro palazzo una banda di ladri che, divisa per coppie, svaligi tutti gli appartamenti, compreso il vostro.

Secondo voi, l’indomani mattina, con i vostri vicini di casa, parlerete con maggior rammarico di quanto è successo a VOI, nella VOSTRA casa, o di una rapina, magari sanguinosa, con morti feriti, portata a termine nello stesso istante a Katmandu?

Con tutto il rispetto per le vittime di ogni parte del mondo, che hanno lo stesso diritto di vivere e meritano il medesimo rispetto delle “nostre vittime…

… beh, volenti o nolenti è l’Europa, la nostra casa, non dimentichiamolo.

È nell’humus fecondo e generoso della cultura europea che affondano le radici di tutti noi.

Chiunque colpisce un onesto europeo colpisce noi, direttamente. Colpisce i nostri compagni, i nostri figli, nostri genitori e i nostri amici.

Comprime e deteriora, irrimediabilmente i nostri spazi di libertà.

Mi raccomando. State attenti agli imbecilli: nuocciono gravemente alla salute e al bene comune.

    Valerio Vairo

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Post It (11) – Balena blu, accetto la sfida!

Una balena blu, che ricorda quei simpatici e  innocui animaletti di gomma gonfiabil con i quali facevamo il bagno da bambini, sotto l’occhio vigile dei nostri genitori, sin troppo protettivi: in piscina, al mare, al lago, o più semplicemente nella piscina di casa.

Adesso, per colpa di qualche imbecille-criminale (o criminale-imbecille, fate voi)  quello di Blue Whale è diventato un sinistro simbolo di violenza e di morte.

La mente bacata che ha ideato “Blue whale” appartiene a Philip Budeikin, 21 anni, studente russo di Psicologia arrestato l’anno scorso, senza che, ahimé, la serie di suicidi indotti si sia fermato. Perché lo scopo di questo perverso gioco è proprio quello di istigare, attraverso un atroce percorso guidato, fatto di autolesionismo, minacce e omertà, che dalla Russia si è diffuso in altri paesi, come Francia, Inghilterra, Brasile e, da qualche tempo, purtroppo, anche in Italia.

Il nome è mutuato dal fenomeno che vede, periodicamente, interi banchi di balene spiaggiarsi sulle coste e morire  per asfissia e disidratazione non essere in grado di rientrare in acque più profonde. L’origine di siffatti episodi non è ancora stata individuata: i biologi si dividono tra chi propende per uno smarrimento collettivo dell’orientamento e chi invece ritiene che si possa trattare del vano tentativo di un’intera comunità di cetacei di soccorrere un individuo in difficoltà.

Il cosiddetto gioco consiste in cinquanta azioni quotidiane preparatorie, tese a preparare un suicidio da effettuarsi alla fine del “protocollo” tramite lancio dalla sommità di un edificio nel vuoto. Le crudeli regole che ne disciplinano lo svolgimento vanno da un feroce autolesionismo all’induzione di una prolungata insonnia mediante ascolto ad alto volume di musica psichedelica, ad altre prove (sdraiarsi sui buinari mentre si avvicina un treno, esibirsi in acrobazie estreme etc. etc.).

Si sono sinora contate oltre centosessanta giovani vittime soltanto in Russia. Moltissime altri nel sempre maggiore numero di stati contagiati da questo fenomeno.

Di seguito una succinta ma indicativa rassegna stampa sull’argomento.

 

 

Fin qui la notizia.

Mi restano soltanto un paio di cose da aggiungere, e lo farò nella modalità più incisiva del “discorso diretto”: 

  1.  «Ragazze e ragazzi, se qualcuno di queste bestie criminali vi contatta, non tenetevelo dentro, non restate soli: parlatene subito ai vostri genitori. Oppure mandatemi un messaggio scrivendo un commento a questo post. 
  2.  «Vigliacchi bastardi di Blue Whale e di gruppi del genere, perché questo gioco non provate a farlo con me? Mandatemi anche voi un messaggio qui, invitandoi  a giocare con voi, e vi fornirò il mio indirizzo email e, all’occorrenza, anche un numero di telefono al quale contattarmi. Ok? State certi che accetterò la vostra sfida, solo di una cosa, vi prego: non fatemi aspettare troppo, per favore 😉  »

    Valerio Vairo

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Post It (10) – Quanto è avanti, la Svizzera!

Che bella, la Svizzera.

Quanto sono liberali, quanto sono tolleranti, quanto sono avanti, gli elvetici.

L’eutanasia? Che problema c’è? Oltre confine ola praticano da tempo e con lo stile e la classe che sono propri a un popolo serio.

Basta pagare, s’intende: in Svizzera si può comprare e vendere di tutto, purché si rispettino le regole. Sono civili, sono moderni loro. Sono avanti.

E noi italiani, invece, selvaggi retrogradi, baciapile, conservatori inguaribili e inguardabili, cosa facciamo? Restiamoa  guardare il progresso degli altri?

Il Testamento Biologico? Roba da età della pietra. Da medioevo prossimo venturo.

Cosa si aspetta a fare sparare la pistola? Quella dello starter, s’intende, l’omino che sancisce la partenza di una corsa. Perché siamo nel Terzo Millennio e correre, bisogna, non importa se non si sa bene dove si andrà a finire e, spesso, a sbattere, finendo con il farsi molto ma molto male.

Poi su Repubblica (giornale attento al cambiamento e di larghe vedute, mica sull’Avvenire, o sul Giornale, o su Libero) compare un articolo in cui s’informano i gentili lettori che ance gli svizzeri poi così avanti non sono.

L’abbiamo detto, per avere un servizio, anche mortale, in Svizzera basta pagare. Sembra però che da quelle parti, a volte, ci su lasci un po’ troppo prendere dal business, sia che si tratti di accogliere in caveau sacchi di banconore che proprio oulite probabilmente non sono, sia di impiantare una vera e propria fabbrica del suicidio assistito.

Allora magari sarà meglio pensarci un po’ di più, a valutare con maggiore profondità di analisi una questione che dibattere nei bar, nei mercati e in una banca o in un ufficio postale così, per ingannare al meglio l’attesa, forse non è proprio il massimo.

Attezione alla libera eutanasia. È una parola grossa e pesante quanto un macigno.

Perché una cosa è evitare l’accanimento terapeutico, rispettare le volontà di chi, in un documento adeguatamente verificato e certificato, reclama il diritto a morire senza venire ridotto, nell’ultima stagione della propria vita, a un ammasso di carne tenuto in vita da un macchinario, a un fantoccio di pezza trafitto da aghi di ogni genere, attaccato a un respiratore… e così via (tristemente) dicendo.

Tutt’altro affare, sull’onda lunga di un caso particolare, di un’emozione, di un movimento di pancia, prendere la strada (in una questione che merita ben altro approfondimento) dei simpatici vicini di oltralpe tutti Ricola, prati verdi, mucche viola e squisito cioccolato.  

    Valerio Vairo

 

 

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Post-it (9) – Putin, i suoi misfatti e la coda di paglia

Confesso di essere piuttosto perplesso, e non è cosa che mi accada così di frequente.

Il motivo?

Proprio ieri l’amico Patrizio ha diffuso sul suo profilo Facebook un articolo comparso su «Il Fatto» in cui si trattava della recente approvazione, da parte della Duma, di una legge a dir poco vergognosa: quella che, nella Russia di Putin, cioè in un Paese in cui si registra il maggior numero di violenze domestiche perpetrata su questo stanco Pianeta, depenalizza la violenza tra le mura domestiche, derubricando la pena a una semplice sanzione amministrativa.

L’intento, secondo il presidente della Duma,  Viaceslav Volodin, è quella (incredibile, agghiacciante, ma vero) di creare una “condizione che favorisca la formazione di famiglie forti”.

A questa denuncia, credo condivisibile da ofgni essere umano di media intelligenza e di buona volontà, c’è chi ha risposto citando una legge (discutibile come tutte le leggi) emanata recentemente dal parlamento Italiano. Un altro, invece, ha replicato che “tanto la legge non passerà, perché “Putin non firmerà mai una legge avversata dalla maggioranza dell’opinione pubblica” (come se fosse la prima volta che lo fa, come se il parlamento russo non fosse emanazione diretta del suo partito e delle sue volontà…). C’è stato anche chi (orrore!) ha accusato indirettamente ma chiaramente Patrizio di usare “due pesi e due misure”: ma di che cosa stiamo parlando? Possibile che in Italia non si possa commentare un fatto internazionale senza che il pierino di tuno alzi la mano per dire “ma in Italia succede questo, e quest’altro…”? Cosa c’entra? Anzi, che ci azzecca, come direbbe la buon’anima di Di Pietro?

(uno degli articoli sull’argomento comparsi su tutta la stampa italiana e internazionale – questo su Repubblica)

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Il fatto che in Italia oggi governi Tizio (il PD) e domani magari Caio (CinqueStelle o la Lega + alleati) e che chi governa possa emanare leggi e decreti non graditi, deve impedire di criticare le scelleratezze commesse in un Paese dittatoriale come l’attuale Russia?

Insomma, vogliamo finirla o no, con questo ammuffito e ormai indigesto e indigeribile provincialismo che vede in Italia il centro del mondo?

No, dico per dire.

    Valerio Vairo

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Post-It (8) – Banche: più va male… e più si paga il manager

 

Chiunque mi stia seguendo in questa rubrica, o abbia letto i miei interventi nella “vecchia” edizione del blog e altrove in rete, può definirmi in mille modi, non tutti positivi, magari, ma…

… ma non sono, non sono stato, né mai sarò, quello che si definisce un moralista.

In poche parole: so come gira il mondo, conosco e comprendo in modo abbastanza profondo il meccanismo del capitalismo e del neocapitalismo e, dirò di più, sono uno tra quelli che ritiene, nonostante le recenti “cadute di attenzione” che, se ben utilizzato e adeguatamente controbilanciato da una politica sociale, tale meccanismo possa, alla lunga, funzionare meglio di altri.

Tra le caratteristiche più urticanti del sistema, probabilmente ai primi posti della classifica, ci sono le principesche retribuzioni che sono appannaggio dei top manager di società e industrie, pubbliche, semipubbliche e private.

Secondo me, se si accettano le regole del gioco, anche questo, per quanto fastidioso dal punto di vista dell’equità sociale, ci può stare, sempre che l’azienda che distribuisce perbende, premi e dividendi consegua adeguati utili e sia dotata di un’altrettanto solida struttura finanziaria.

Nel caso delle banche di questo terzo millennio, però, tutte o quasi tutte sull’orlo del baratro, impestate di “crediti di dubbio recupero” conseguenza di uno sciatto (per non dire peggio) processo e gestione del credito, fonti di dissesto e rovina per centinaia e centinaia di migliaia di piccoli e medi investitori, però…

Il signor Francesco Iorio ha lavorato per la Banca Popolare di Vicenza (sì, proprio quella banca: uno degli istituti di credito italiano che hanno smesso già da un bel pezzo di navigare nell’oro per intraprendere un maleolente viaggio nella palta) per un anno e mezzo. Secondo i calcoli dell’articolista del Corriere della Sera (il puntiglioso Stefano Righi), alla fine dei giochi, metterà in tasca qualcosa di più di sette milioni e ezzo di euro. vale a dire circa 10.000 € al giorno (al giorno!) compresi sabati domeniche e feste comandate.

Beh, che dire. Non ribolle il sangue anche a voi?

La ciliegina su questa torta… di vacca, però, è la nomina del suo successore.

Si tratterà senz’altro di uno che viene da una storia di successi” dirà qualcuno. “La Popolare Vicenza sarà pure in zona retrocessione (anzi retrocessa), ma per salvarla avranno chiamato l’allenatore del Bayern Monaco, del Chelsea o del Real Madrid, come minimo“.

Macché.

Il successore (Fabrizio Viola) sarà colui che ha guidato, per un certo periodo, il Monte dei Paschi di Siena: 98% di capitalizzazione andata in fumo in pochi anni.

Bene, andiamo avanti così. E viva l’Italia.

    Valerio Vairo

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