Goodmorning Brescia (27) – Conversando con Ottavia Piccolo nel Foyer

 

Mercoledì scorso, sulle “pagine” di questo stesso blog, è stata pubblicata la recensione (firmata da GuittoMatto) di “Enigma“, in scena in questi giorni sul palcoscenico del Teatro Sociale di Brescia.

Oggi, invece, è la volta della breve intervista con cui Patrizio Pacioni ha voluto “marcare” questo ennesimo passaggio nella nostra città dell’attrice e che Ottavia, con grande disponibilità, ha rilasciato al termine della conferemza tenuta ieri pomeriggio nel foyer del Teatro Sociale, con la conduzione di Daniele Pelizzari e la compartecipazione di Silvano Riccardi.

Premesso ciò…. parola a Ottavia e Patrizio.

 

  Bonera.2

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Tv, cinema, teatro: hai percorso (con grandi risultati artistici e sempre positivo riscontro di pubblico e critica) tutte le vie di cui dispone un attore per rivolgersi al proprio pubblico.

 

Sì, ma salire sul palcoscenico ed esibirmi di fronte al pubblico seduto in platea, facendo ricorso a tutta la fisicità di cui dispongo, è di gran lunga quel che mi regala più emozione e, soprattutto, mi lascia un’assoluta libertà nella scelta dei testi da interpretare. Nel cinema, come nella televisione, incombe la forzata mediazione dei mezzi tecnici: la telecamera, la cinepresa, il monitor o lo schermo. Lasciami aggiungere in proposito che tra cinema e tv, in questi ultimi tempi, vuoi per la ritrosia a uscire di casa, vuoi anche a motivo del prolungarsi della crisi economica (evitare il costo di  due biglietti per una coppia, sempre che non ci siano da portare con sé anche figli “in età” non costituisce risparmio da poco) è il piccolo schermo ad avere la meglio sul grande. Peccato perché vedere un film al cinema, come dice la pubblicità, è tutta un’altra storia.

Nel corso della conferenza che hai tenuto qui al CTB mi ha colpito ciò che tu e Silvano Ric avete detto in merito all’ormai consolidato rapporto di collaborazione con Stefano Massini, giovane e dinamico drammaturgo, l’italiano più rappresentato all’estero, colui che, a dirla con le parole di Silvano “dopo un lungo periodo di supremazia dell’azione scenica sui dialoghi, sta aiutando il Teatro a riprendere la parola”. Le tue precise parole, nel definire Massini, sono state: “è un autore presente ma non incombente”. Vuoi spiegarci meglio?

Parliamo del “prima”, più che del “dopo”. Voglio dire che lo speciale rapporto di collaborazione che è in corso tra noi e Massini si rivela indicibilmente prezioso in ogni suo momento. è però al momento in cui il drammaturgo è nel “momento creativo”. Perché è allora che, talvolta, capita che ci sottoponga le (mille) idee che gli vengono in mente, è allora che, talvolta, siamo chiamati a esprimere in qualche modo la nostra opinione sulla validità e sulla solidità del progetto. Una volta consegnato il testo, infatti, Stefano, fidandosi incondizionatamente di noi, non si intromette nella riduzione e nella messa in scena. Al caso sono io, o Silvano, a chiedergli lumi su quel passaggio o sull’altro, magari suggerendo tagli, chiedendo aggiunte o piccole modifiche. E per dire la verità, su ognuno di questi assaggi, per fortuna, quasi sempre, ci troviamo in perfetta sintonia. Una frase che sia io che Silvano che Stefano amiamo molto ripetere tra noi e in pubblico è che “un testo è un’opera aperta che si conclude soltanto quando viene messo in scena”.

Le opere che hai portato in palcoscenico parlano di un artista che ama rapportarsi con vicende storiche, con fatti e situazioni realmente accaduti nel corso dei secoli. Da Leonardo da Vinci alla Stasi, dalla Shoa alle ombre dittatoriali dell’ex Unione Sovietica. Cosa mi puoi dire in proposito?

Ciò che mi attira e mi coinvolge non è tanto l’avvenimento storico in se stesso, ma l’occasione che, da uno studio attento di quanto accaduto in passato, può (dovrebbe) permettere a noi esseri umani (ma forse sarebbe meglio dire “indurre noi esseri umani”) a non ricadere sempre negli stessi errori. Amo l’attualizzazione della Storia, l’indagine sui comportamenti ricorrenti, quasi sempre, ahimé, da valutare in senso negativo.

Puoi farmi un esempio?

Certo che sì. Prendiamo il muro di Berlino (proprio come in Enigma – n.d.r.) , figlio e fratello di altri muri: da quello gigantesco che protesse (ma anche isolò) la Cina per tanti secoli, ai muri che nelle città europee segregavano gli ebrei nei ghetti, al muro edificato in Palestina. Dopo la caduta, avvenuta tra l’altro senza che fosse necessario lo spargimento di sangue che quasi sempre accompagna i cambiamenti rivoluzionari, si pensava finalmente che il genere umano nel suo complesso avesse imparato la lezione. E invece… eccoli lì i muratori della follia che tirano su a cemento e mattoni nuove barriere: in Europa orientale, per fermare la marea dei profughi dall’Africa e dal Medio Oriente, negli Stati Uniti, per frenare l’arrivo dal Messico e attraverso il Messico di altri disperati che hablan espanol. Allora vuole dire che davvero non si sa né si vuole capire?

Non esistono più, almeno qui in Italia, le compagnie teatrali “fisse”. Sempre di più, invece, si assiste a spettacoli sotto forma di monologo. Cosa sta succedendo?

A una domanda così netta non posso che rispondere in modo altrettanto secco: le compagnie teatrali permanenti di una volta sono morte. È  un vantaggio? È una sventura? Certo non sta a me dirlo, ma questa è la cruda realtà. è il nuvo meccanismo che regola il funzionalmente del Teatro e dei teatri, a deciderlo. Il “progresso”, sempre che di progresso si tratti, impone sempre maggiore elasticità. I pro? Che non c’è più il rischio dell’incancrenirsi di certe figure attoriali: nella compagnia intesa comne qualcosa d’immutabile o quasi incombeva sempre il rischio di una eccessiva specializzazione. Il protagonista, la protagonista, l’attor giovane, il caratteristica, i ruoli alla fine erano sempre gli stessi; con il risultato che, in alcune occasioni il gruppo finiva per recitare se stesso. I contro? Si è detto anche in conferenza: la quasi impossibilità di creare un “repertorio” che consenta una facile ripetizione, nel corso del tempo, delle pièces più valide e richieste. La fine di una scuola sul campo attraverso la quale il giovane attore (non l’attor giovane, appunto!) imparare e cresceva all’interno con l’aiuto dei più esperti.

Quanto ai monologhi… beh, penso che si tratti di una forma eccellente di rappresentazione teatrale, ma che effettivamente, negli ultimi tempi se ne stia facendo un qualche abuso. Il teatro è dialogo, interazione, ma è anche vero che risulta molto più facile reperire fondi per pagare un solo attore, invece che cinque o sei.

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Ottavia Piccolo nasce a Bolzano il 9 ottobre 1949. Con Metello (regia di Mauro Bolognini), nel 1971, vince Nastro d’argento, David di Donatello e Palma d’oro.

Ancora per il cinema: Il gattopardo (Visconti, 1963), Serafino (Germi, 1968), La famiglia (Scola).  Per la Tv appare in numerose fiction, da Il mulino del Po a La vita di Leonardo a Una buona stagione (Raiuno, 2014).

Esordisce sul palcoscenico a soli 11 anni in Anna dei miracoli  (con Anna Proclemer) , lavora con Luchino Visconti e Giorgio Strehler . Fino a Sette minuti. Consiglio di fabbrica (regia di Alessandro Gassman, 2014) e, appunto, Enigma.

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Un (Piccolo) grande Enigma e tante domande

Enigma è il titolo, e di autentico enigma, in effetti, si tratta.

In questo spettacolo ci sono moltissimi interrogativi.

Quelli che si scambiano, e pongono a se stessi, Ingrid e Jacob, sconosciuti  (sembra)  messi in contatto dal caso o dal destino in una gelida e uggiosa sera berlinese.

E quegli altri, che, man mano che la narrazione procede, si trovano a gestire gli spettatori seduti in platea e galleria.

In un’atmosfera sapientemente retrò, evocata dall’essenziale scenografia di Pierluigi Piantanida e scolpita con suggestioni caravaggesche dalle luci di  Marco Messeri, si muove, confusa e smarrita a punto giusto,danzando in un grottesco slow mentale una coppia di naufraghi del passato, di sfiniti relitti della Storia.

È stata la caduta del muri di Berlino, che ha seppellito, o forse -al contrario- dissotterrato le coscienze di Ingrid e Jacob, ma potrebbe essere stato qualsiasi altro accidente della Storia: la rivoluzione di ottobre, la caduta delle Torri Gemelle, la guerra del Kippur, lo sbarco in Normandia. Qualsiasi avvenimento, insomma, capace di costituire un cambiamento nella Storia, un giro di pagina che, puntualmente lascia piaghe nella carne e nella mente degli esseri umani che ne restano coinvolti e travolti.

Tanti interrogativi, si è detto.

Alcuni destinati a restare senza risposta alcuna: “È sicuro che il passato possa restare chiuso sotto chiave?

Altri, che, addirittura, ingenerano nei personaggi convinzioni del tutto soggettive e, quindi, fallaci. Abituata alla tetra burocrazia della dittatura proletaria insediata a Berlino Est,  Ingrid, scorgendo un enorme manifesto rosso della Coca Cola attaccato sul muro di un palazzo, si turba e si domanda se il vulnus più grave, per chi era abituato a vivere in un regime che tutto uniformava, sia essere trasportato in un nuovo mondo dove nulla è uguale, nulla è omologato.

Dove sia un mondo del genere, se non oltre i confini galattici, non è dato saperlo: non certo nell’attuale Occidente, nella versione.2 del capitalismo globale in cui le strade, le musiche, i modi di vestire, mangiare e bere stanno diventando gli stessi da Tumbuctù a Stoccolma, da Madrid a Sidney.

Di certo a me, e ad altri, alla fine dello spettacolo, solo una certezza, tra tanti dubbi, è rimasta nei pensieri: se non si è capace di liberarsi dentro di sé, con le proprie energie mentali e con il proprio cuore, l’unica, illusoria via di uscita sarà spiare la vita degli altri e, quando non ci sarà più nessuno da indagare in segreto, cominciare a spiare se stessi.

Di scenografia e luci si è già (positivamente) riferito in apertura. Oltremodo incisiva la recitazione, capace di rendere alla perfezione le straniate personalità dei personaggi, giusti i tempi della regia. Convinti gli applausi finali dell’esperto pubblico bresciano che, ancora una volta, ha gremito il Teatro Sociale.

di Stefano Massini
regia Silvano Piccardi
scene Pierluigi Piantanida
luci Marco Messeri
musiche originali Mario Arcari
con Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi
produzione Arca Azzurra Teatro e Ottavia Piccolo

dal 29 novembre al 1 dicembre 2016 presso il Teatro Sociale di Brescia

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   GuittoMatto

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POST (anzi PRE) SCRIPTUM

Nel pomeriggio di oggi, presso il Foyer del Teatro Sociale, Ottavia Piccolo e Silvano Piccardi sono stati intervistati da Daniele Pellizzari. A fine conferenza Ottavia Piccolo ha accettato di rispondere a quattro brevi domande poste da Patrizio Pacioni. Le troverete nell’articolo che sarà pubblicato subito dopo di questo per “Goodmorning Brescia”.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Fine pena, sì. Ma è davvero così?

L’ho incontrato in un locale di Brescia, uno di quei ristoranti specializzati che vanno di moda adesso, in questo caso si parla di ottime cotolette cucinate e guarnite per soddisfare i gusti di tutti. Parlare con lui, più ancora ascoltarlo, è stato il giusto coronamento dell’esperienza vissuta in occasione di “liberALArte”, l’evento fortemente voluto da Patrizio Pacioni e realizzato al Museo Mille Miglia (con il concorso di Giulia Gussago e della Compagnia Lyria e con il patrocinio del Comune di Brescia) per valorizzare l’iniziativa dell’Associazione Carcere e Territorio e sostenerne l’attività

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Dimmi qualcosa di te.

 

Mi chiamo Mario e, dei miei quarantanove anni, nove li ho praticamente buttati nella spazzatura.

Ho sbagliato, ma ho anche pagato il mio debito con la società, e l’ho pagato caro.

Dalla mia lunga esperienza in carcere ho cercato di cavare il meglio che ci fosse: ho studiato, “frequentando” i primi due anni organizzati dall’istituto tecnico Fortuny di Brescia, e sarei arrivato fino al diploma se non mi avessero trasferito in un’altra prigione. Ho partecipato a laboratori di scrittura creativa e di poesia, ho collaborato con la redazione del periodico trimestrale “Zona 508”, ho scritto parecchi interventi sulla tematica del reinserimento dei detenuti e delle pene alternative che sono stati accolti sulle pagine del Giornale di Brescia, di Brescia Oggi e dell’edizione cittadina del Corriere della Sera.

Quando il 29 maggio dello scorso anno mi sono trovato fuori dalla porta del carcere di Bergamo, per ironia della sorte proprio dopo avere contribuito a un percorso sulla Legalità con l’accoglienza all’interno delle mura dell’istituto di pena di numerose scolaresche, però, mi sono trovato davanti il nulla.

Il nulla? Cosa vuoi dire?

Voglio dire che, se è vero che dopo avere scontato la pena sono un uomo libero a tutti gli effetti, una volta fuori dal carcere non mi è stata data alcuna possibilità di vivere da tale. Io sono una persona che ha sempre lavorato, impegnandosi senza risparmio. Ho cominciato da ragazzo come apprendista, per aiutare poi mio padre nel suo laboratorio di falegnameria. Dopo di che ho intrapreso l’attività di venditore ambulante, e credo che tutti i bresciani della “giusta età” si ricordino del mio banco di piazza Vittoria, dove vendevo musicassette e cd.

Cosa ti saresti aspettato prima e dopo la liberazione dal carcere?

Cominciamo dal “prima”.  Avrei voluto che, mentre scontavo la pena per pagare i miei errori, mi fosse stato possibile acquisire, attraverso lo studio e la pratica, una professionalità, un’istruzione, magari coronata da una certificazione che mi aiutasse a reinserirmi nella vita da persona libera. Invece i lavori che mi hanno fatto fare sono stati basati sull’esperienza, spesso carente, dei compagni che mi avevano preceduto nei vari incarichi, senza nessuna organicità. Tra l’altro, adesso che ci penso non ricordo di avere  ricevuto quanto di mia spettanza per l’ultimo mese di lavoro in carcere speso come addetto alla spesa (sopravvitto)

E per il dopo?

Per prima cosa che ci fosse, o almeno si cominciasse a creare, qualche struttura: ci vorrebbe, tanto per fare un esempio, una sezione dell’amministrazione locale o direttamente dello Stato che aiutasse in qualche modo chi esce di prigione avendo pagato per intero il proprio debito. Almeno ci sarebbe necessità di una casa dove dormire, che è il primo e più inalienabile diritto dell’uomo. Tengo  a precisare, tra l’altro, che, nonostante questo muro di gomma che mi sono trovato davanti, dal maggio 2015 a oggi mi sono sempre prestato per iniziative di volontariato e, soprattutto, di testimonianza sul valore della legalità e del processo riparativo della pena, partecipando a manifestazioni varie e parlando insieme a Pacioni a centinaia di ragazzi all’interno di alcune scuole superiori di Brescia e provincia.

Credo di capire che le cose non siano andate nel verso giusto. 

Il fatto è che, a diciotto mesi ormai dalla mia scarcerazione, il mio indirizzo (mi mostra il documento ) è via Santa Maria del Mare numero 3.

Dunque?

Guarda la cartina di Brescia, o vai sul Google Maps: quella via non esiste è solo l’indirizzo virtuale di tutti i senza tetto.  Pensa che il primo mese il mio indirizzo “obbligato” era sotto il portico di Palazzo della Loggia. Ed è ciò che ho fatto dormendo su una brandina da campo, finché non ne ho potuto più e, per protesta, ho incatenato a un palo la brandina e ho cominciato a protestare platealmente minacciando di togliermi la vita con il fuoco.

Con quale risultato?

L’unico risultato è stato quello di vedermi circondato da cronisti muniti di microfono o di taccuino e dai funzionari della Digos che, per farmi desistere da una protesta così clamorosa, mi promisero che ci si sarebbe adoperati per trovare una soluzione al problema, ma…

Ma… cosa?

Se non ci fosse stata mia madre (tra l’altro anziana e  gravemente malata) ad accogliermi (su una poltrona, viste le ridottissime dimensioni dell’appartamento in cui è in affitto) probabilmente sarei ancora lì a tenere compagnia al Sindaco e agli altri componenti della Giunta e del Consiglio Comunale. Tra l’altro, a dirla proprio tutta,  da qualche tempo, onde evitare che la forzata convivenza in ambienti ristretti porti a inevitabili tensioni in casa, ho deciso di allestire la cantina come improvvisata camera da letto.

Possibile che in un anno e mezzo non ci siano state possibilità e occasione di assegnarti almeno un alloggio popolare?

 

Qui sta il bello, anzi il brutto: condizione necessaria per avere l’assegnazione è di dimostrare di avere un reddito da lavoro continuativo anche se part time. In tutto questo però ci sono due paradossi.

Quali paradossi?

Il primo è che dal punto di vita teorico un uomo che ha pagato la sua pena è equiparato a persone già inserite a pieno titolo nei meccanismi sociali e, quindi, non beneficia di particolari aiuti da parte delle Istituzioni. Il secondo, che la stessa condizione di ex detenuto costituisce una grave discriminante per chi questo lavoro me lo dovrebbe dare.

Cosa chiedi, alla fine?

Chiedo semplicemente di avere l’opportunità di essere messo di nuovo alla prova. Ho portato a termine un percorso di recupero lungo e faticoso e ho tutta la volontà di collaborare come tutti gli altri al buon funzionamento della società. Sia ben chiaro: di queste possibilità ne chiedo una e una soltanto. Dopo di che starà a me dimostrare di averla meritata; starà a me decidere se voglio essere davvero un bravo cittadino, degno di vivere e collaborare onestamente e con impegno con tutti gli altri per una vita migliore. E sarò io stesso, lo assicuro, che, nella malaugurata ipotesi di un secondo errore, a non pretendere più ulteriori chanches.

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Dunque ora sta a noi decidere.

Possiamo credere nella funzione “riparativa” della pena oppure lasciare che Mario, e tanti altri come lui, che vorrebbero solo ricominciare la propria vita dopo un’interruzione forzata di cui loro per primi accettano l’opportunità sociale e la giustezza, ne siano impediti già in partenza. E dimenticarci di loro.

Fatto sta che Mario non vuole tornare mai più a delinquere, e che la società ha ancora bisogno di lui.

Aiutarlo, perché ci riesca, però, è anche nostra responsabilità e nostro compito.

 

   Valerio Vairo

 

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Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

Goodmorning Brescia (26) – Dolcetto o Delitto?

Simposio

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Presso i Greci e i Romani, il simposio era quella pratica conviviale (da qui anche chiamato convivio), che faceva seguito al banchetto, durante la quale i commensali bevevano secondo le prescrizioni del simposiarca, intonavano canti conviviali (skólia), si dedicavano ad intrattenimenti di vario genere (recita di carmi, danze, conversazioni, giochi ecc.).

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Eccolo, il motivo dello strano incipit di questo articolo: con “La Monteselva di Patrizio Pacioni e Gi Morandini” evento tra il letterario e il figurativo che si è tenuto ieri pomeriggio al Caffè Letterario Primo Piano,  proprio a tale riferimento storico ci si è voluti riferire.

Il programma prevedeva due interviste incrociate aventi a tema la fantastica quanto oscura città costruita dalla fantasia dello scrittore romano, che l’artista camuno ha voluto reinterpretare alla luce della propria sensibilità creativa attraverso l’esposizione di alcune opere a ciò dedicate. Per la parte letteraria la conduttrice Sara Abate, per quella pittorica Carla Berta, grande appassionata di ogni modalità espressiva d’Arte e buona conoscitrice del panorama di riferimento cittadino e non solo.

In realtà con gli spettatori seduti ai tavoli, il tè, gli squisiti dolci, in completo relax, il tutto si è trasformato in una conversazione aperta nel corso della quale davvero Sara Abate ha saputo enucleare e mettere in luce le parti più rilevanti del duplice romanzo che ha segnato, dopo più di cinque anni si “riposo”, il ritorno dell’implacabile commissario Cardona e delle più sinistre nebbie di Monteselva, mentre Carla Berta è riuscita a entrare con una buona dose di intuito e consumata esperienza nel processo interpretativo che ha portato Gi Morandini ha rivisitare a modo suo i personaggi creati da Patrizio Pacioni.

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Fotografia di sinistra Patrizio Pacioni e Gi Morandini si confrontano su una delle opere esposte.

Fotografia di destra: in piedi, l’attrice Annabruna Gigliotti che ha curato le letture, insieme all’altro componente della “Compagnia delle Impronte“, il bravo Massimo Pedrotti

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A sinistra:  Carla Berta, Sara Abate e Patrizio Pacioni – A destra: Massimo Pedrotti

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Altri momenti dell’originale e intrigante appuntamento bresciano del 19 novembre. Un’esperienza da ripetere.

Serenità, approfondimento e rilassato divertimento sono le sensazioni che, nel dopo evento, ho raccolto tra gli intervenuti. 

Il modo migliore di concludere, a questo punto, mi sembra quello di citare una dichiarazione che, prima di congedarsi, ha rilasciato Pacioni stesso:

«Oltre a essere stato coinvolgente e stimolante, l’incontro mi ha permesso attraverso Sara di cogliere qualche interessante spunto in merito a potenziali futuri sviluppi di quella che mi piace chiamare “Saga di Monteselva” e, grazie al confronto con Gi, brillantemente mediato dalla sensibilità di Carla, ho cominciato a elaborare una maggiore definizione di certe caratteristiche (non solo esteriori) di alcuni dei personaggi».

 

(*) foto gentilmente fornite da Ph G.O.

 

 Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

La libreria su quel ramo del lago… di Garda

Davvero un piccolo mondo di libri, al numero 20 di via Roma, nel cuore di Desenzano del Garda.

Una “bottega” in cui, appena messo piede dentro, si avverte, anzi no, si respira, la passione dei proprietari Gianni e Mariella per la letteratura, per la parola scritta in qualsiasi tecnica espressiva trattata.

Un ambiente caldo, rilassato e accogliente, anche in una fredda e umida serata  di autunno inoltrato, come quella di venerdì 18 novembre, in cui, parafrasando l’icona evangelica dei ciechi che vedranno, dei sordi che udiranno e degli storpi che correranno, anche un analfabeta -suggestionato dalla bellissima atmosfera venutasi a creare- non avrebbe potuto fare a meno di prendere in mano uno dei tantissimi libri esposti su tavoli e scaffali e cominciare a leggere.

Ebbene, oggi, nella Libreria Castelli Podavini, ha fatto irruzione il commissario Cardona in persona, alle 18 in punto, impugnando saldamente la pistola di ordinanza, balzando fuori dalle pagine di “In cauda venenum“.

L’intervista condotta da Velise Bonfante è stata, al tempo stesso. professionale, puntigliosa e leggera.

Con assoluta naturalezza la poetessa commediografa (e ora anche narratrice, dopo la pubblicazione del fortunato romanzo di esordio “Fiore di ortica“) di Rivoltella ha dapprima introdotto la serata, poi è passata ad accompagnare l’Autore romano in un’articolata rivisitazione della sua carriera artistica.

Per approdare infine, con l’ausilio delle letture curate dall’attrice Ferdinanda Onofrio, intarsiate con suggestiva efficacia  tra una “chiacchiera” e l’altra, alla conversazione sulla nuova (ma non certo ultima) discesa in campo, nella cupa Monteselva, del commissario Leonardo Cardona.

Doppia discesa in campo, visto che il libro, arricchito dalla bella illustrazione dell’artista camuno Gi Morandini, contiene ben due avventure. Nella prima, “Una trappola per il leone“, adrenalina pura, nel racconto di una lunga notte di violenza che mette in pericolo la vita stessa del nostro commissario. Nella seconda “Cardona e il suonatore di campane“,  un duro apologo su e contro la violenza perpetrata a danno dei minori.

  

  

  

PS
Le foto inserite a corredo di questo articolo sono state scattate da Ph G.O.
Categorie: Da me a Voi.

Goodmorning Brescia (25) – Al Mille Miglia l’Arte libera e libera è l’Arte

Mettere in un recipiente dotato di chiusura ermetica un’idea originale, un’iniziativa di grande valore sociale e morale,  e l’attenzione di esponenti della pubblica amministrazio nei confronti delle problematiche del territorio di pertinenza e delle attività a esse collegate. Aggiungere la disponibilità di artisti (ciascuno nel proprio campo) di prima qualità, una buona dose di attenta e puntigliosa organizzazione, la scelta di un conduttore esperto e brioso e un pizzico di sana propaganda su tutti (o quasi – qualche tiratina di orecchie qui non ci starebbe male) i mezzi di comunicazione.

Agitare energicamente e servire nei piatti ancora caldo.

Et voilà, un evento come liberALArte, fatta eccezione di alcuni trascurabili inconvenienti  tecnici (“Meglio così, la perfezione fa invidia agli Dei” ha commentato prontamente Pacioni) intercorsi in occasione dei due interessantissimi filmati che sono stati proiettati nel corso della serata, riesce davvero alla grande.

Queste le immagini (Ph. G.O.) di una manifestazione nel corso della quale, attraverso i mirati interventi di professionisti di prima scelta operanti nel settore della gestione della pena e nel recupero dei detenuti, hanno disegnato un quadro assai suggestivo e calzante dell’attuale situazione della prassi “riparatoria” e di altre problematiche a essa relative, con particolare riguardo, ovviamente, a quanto accade a Brescia.

   

Dalla conferenza stampa tenuta in Comune, alla Loggia… al luogo del delitto: la meravigliosa location del Museo Mille Miglia

 

Il tavolo della conferenza al gran completo: da sinistra il conduttore della serata Biagio Vinella, il presidente dell’Associazione Carcere e Territorio professor Carlo Alberto Romano, la direttrice della casa di reclusione di Verziano Francesca Paola Lucrezi, lo scrittore, drammaturgo e blogger Patrizio Pacioni,  l’insegnante   di   danza    e   coreografa   Giulia Gussago  e   l’assessore   del   Comune   di   Brescia   Roberta Morelli

     

Da sinistra: l’esposizione del bel quadro realizzato dall’artista bresciano Gi Morandini (da cui è stato tratta ed elaborata l’immagine della locandina), un dettaglio del dibattito che ha accompagnato le proiezioni dei film “Il Lettore” e “Momenti di La causa e il caso” e uno squarcio del folto pubblico che ha presenziato all’evento patrocinato dal Comune e mirato all’illustrazione e al sostegno dell’opera svolta dall’Associazione Carcere e Territorio.

 

E ancora una foto di Patrizio Pacioni, che ha pensato e fortemente voluto “liberALArte” e di Biagio Vinella (nella foto, impegnato al microfono,  accanto  al  professor  Carlo  Alberto  Romano)  che  lo  ha condotto  con  il  brio  e  la  professionalità  che  gli  sono  propri. 

 

Ricapitolando.

La location dell’evento, grazie al patrocinio del Comune di Brescia ottenuto, soprattutto, per il fattivo interessamento dell’Amministrazione Comunale che ha voluto inserirlo nell’ambito del “progetto per la legalità” che coinvolgerà nel suo complesso numerose scuole del territorio comunale, è stata la sontuosa Sala San Paterio, all’interno -come già ricordato- del Museo Mille Miglia, luogo in cui è custodita, insieme alla prestigiosa collezione di automobilie d’epoca, anche una parte dell’ “anima” della Storia più recente della città.

A impreziosire il look, l’esposizione dell’originale opera dell’artista camuno Gi Morandini, efficacemente ispirata al celeberrimo Urlo di Munch.

I film proiettati hanno interessato e coinvolto i numerosi presenti, costituendo spunto, per Patrizio Pacioni e per Giulia Gussago, di meglio illustrare il lavoro che stanno portando avanti per e nei carceri.

Attraverso le sollecitazioni dell’abile coordinatore del dibattito, Biagio Vinella, gli interventi della dottoressa Francesca Paola Lucrezi e del professor Carlo Alberto Romano hanno riversato vivida luce sulle problematiche oggetto del convegno, illustrando i molti risultati già conseguiti e quelli che, con l’indispensabile aiuto del territorio (per il quale l’assessore Roberta Morelli ha manifestato -anche a nome dell’intera Giunta- la propria attenzione) che restano da perseguire.

Per tutti i presenti alla fine, sono state chiare, particolarmente due cose:

  1. L’importanza, direi quasi l’indispensabilità di attuare una attenta e infaticabile azione tesa al recupero e al reinserimento a puieno titolo nella Società di chi ha sbagliato e pagato, attraverso la detenzione, il proprio debito. In mancanza di ciò il sistema dell’intera giustizia italiana sarebbe da considerarsi fallito.
  2. Il fondamentale apporto che la pratica artistica e culturale di qualsiasi tipologia, può fornire a tale virtuoso progetto. Che sia attraverso la pratica attoriale, come quella promossa con i suoi testi drammaturgici da Patrizio Pacioni, o attraverso la danza, portata all’interno degli istituti di pena da professionisti e soprattutto appassionati come Giulia Gussago e la sua Accademia Lyria, o altre modalità di espressione artistica, purché di grande qualità… poco importa. 

 

 

 

   Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Impegno & Solidarietà? A Brescia è… roba da museo

Nessuno si preoccupi.

C’è museo e museo, e quello in cui, martedì 15 novembre, si terrà l’evento liberALArte è un museo alquanto singolare.

Nel Museo Mille Miglia, infatti, non sono esposti né quadri né sculture. Nelle sue grandi sala si possono invece ammirare automobili d’epoca, in una collezione nella quale,a leggere tra le righe (o tra le ruote) è compresa la stotia di costume, di vita e di progresso non solo della nostra Italia.

Perché la Mille Miglia non è mai stata una semplice gara. Tra le decine di ricostruzioni, più o meno fedeli effettuate negli ultimi decenni,  di come ebbe inizio la straordinaria epopea, di quella che sarebbe poi stata conosciuta come «la corsa più bella del mondo» la  più attendibile, com’è giusto che sia,  quella  .     smbra quella raccontata  da uno dei suoi fondatori, Giovanni Canestrini, riportata sul suo famosissimo libro “Mille Miglia” edito nel 1967. In queste pagine – riprese anche da Giovannino Lurani in “La storia delle Mille Miglia”  ( 1979)  è descritto il memorabile episodio avvenuto il 2 dicembre 1926, giorno ormai riconosciuto ufficialmente come data di nascita della Mille Miglia.

Il resto del racconto è ormai leggenda, fino all’intervento di Franco Mazzotti che pronuncia le fatidiche parole: “Coppa delle Mille Miglia“..

 

liberALArte  si diceva.

Un titolo che è tutto in programma, scomponibile in una esortazione <Liberala, l’Arte>, in una constatazione <l’Arte è libera> e in un augurio <l’Arte libera (è utile a liberare)>.

Una parola in cui è nascosta, ed evidenziata anche cromaticamente l’ala capace di risollevare l’anima di un uomo caduto, ma volonteroso di rientrare a pieno titolo nel consesso civile.

Un appuntamento di straordinario interesse (finalizzato al sostegno dell’Associazione Carcere e Territorio, impegnata nell’ottimizzazione dei percorsi d’inclusione di persone in esecuzione penale) .

Nel corso dell’evento,è prevista, tra l’altro, la proiezione di due interessantissimi filmati.

 

Il Lettore, claustrofobico cortometraggio sulla follia della guerra, intesa come simbolo e sintesi degli errori capaci di imprigionare e opprimere popoli e persone.

Scritto da Patrizio Pacioni con Fabiana Cinque per la regia di Martina Girlanda e l’interpretazione dei detenuti del “Gruppo Angelo“, interamente girato all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio.

Estratti da La causa e il caso, significativa e suggestiva sintesi (realizzata da Alice Fedeli) dello spettacolo portato in scena da Giulia Gussago: uno straordinaro esperimento di danza che ha visto esibirsi (anche sul prestigioso palco del Teatro Sociale) gli allievi della Compagnia Lyria insieme gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano.

Uno spettacolo di cui ha già scritto diffusamente GuittoMatto su questo blog (https://cardona.patriziopacioni.com/al-sociale-con-tanti-ballerini-sul-palcoscenico-e-un-solo-grande-cuore/).

L’Associazione Carcere e Territorio nasce nel 1997 da un’idea del Dott. Giancarlo Zappa, allora Presidente del Tribunale di Sorveglianza a Brescia. Il progetto statutario si pone come finalità generale quella di intervenire rispetto ai percorsi di inclusione di persone in esecuzione penale. L’intento è quello di impedire che, da parte della comunità locale si finisca con il favorire un allontanamento dalle reti di relazione legate al reato (che in carcere permangono e anzi spesso si creano e/o consolidano) , favoreno -al contrario- un inserimento in reti di relazioni legati a differenti valori (legati agli ambiti affettivi, lavorativi, ricreativi, ecc.) con un conseguente aumento delle opportunità di inserimento sociale e di costruzione di percorsi di autonomia per la persona, dando attuazione al principio sancito dall’art.27 della Costituzione riguardante il fine rieducativo della pena. 

ACT svolge un ruolo di coordinamento tra diverse associazioni che operano con diverse vocazioni e funzioni nel sistema della giustizia.

Lo spirito che anima l’Associazione è la volontà di creare un ponte tra il carcere e il territorio, per far sì che la popolazione esterna non ignori la situazione delle persone in esecuzione penale e che i detenuti non rimangano completamente emarginati, motivo a causa del quale, una volta usciti, potrebbero commettere nuovi reati. In questo senso lo sforzo dell’Associazione si indirizza con particolare fervore verso percorsi di “giustizia ripartiva” affinché anche le vittime di reato e la Comunità intera possano trovare, nei percorsi di riabilitazione individuale, la opportuna tutela delle loro giuste, ma spesso non riconosciute, esigenze. 

Nel Dicembre 2009 ACT Onlus ha vinto il premio “Bulloni” istituito del Comune di Brescia.

Dal luglio 2015 ha acquisito lo special consultative status presso l’ECOSOC della Nazioni Unite.

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    Valerio Variro

Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

In memoria di un eroe visionario, nell’inconfondibile stile di Cristicchi

 

Finalmente ci siamo. Parte una nuova stagione del C.T.B.  che si prospetta intensa e interessante quante altre mai. E parte  così, con Simone Cristicchi.

Un povero Cristo che canta e porta… il carretto.

Uno spettacolo che riempie gli occhi, le orecchie e il cuore.

Una pièce che ha nella linearità narrativa e nella semplicità espressiva i più forti dei suoi punti forti.

Un monologo a più voci, grazie alla straordinaria versatilità espressiva e vocale di Cristicchi, che si fa bambino, si fa donna, si fa saccente sacerdote e dimesso papa, si fa popolo sgomento, si fa notabile altezzoso, uno nessuno e centomila, riuscendo a imporsi come mattatore del palcoscenico senza perdere una seppur infinitesimale frazione di quella ingenuità che lo rende davvero unico e che induce ad amarlo senza riserve e ad ammirarlo un così grande numero di persone.

   

Simone Cristicchi. Nell’immagine di destra in scena, in quella di destra, dopo lo spettacolo, con Patrizio Pacioni e Giusy Orofino

Due ore di spettacolo in cui scenografie di semplicità francescana, grazie all’inventiva, riescono a rievocare gli anfratti scoscesi dell’Amiata, le lussuose stanze del vaticano, le strade dei paesi maremmani.

Un coro discreto ma impeccabile che si fa popolo, sporco e brutto, ma non certo cattivo, anche nell’aspetto esteriore

Il coro che ha accompagnato Simone Cristicchi nei momenti musicali dello spettacolo, meritatamente applaudito a fine spettacolo

Meritatissimi gli applausi finali, convinti e ripetuti.

In chi scrive questo articolo sorge il sospetto che Cristicchi, al Teatro Sociale di Brescia, abbia trovato una casa sempre pronta ad accoglierlo con affetto ed entusiasmo.

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  Il personaggio (David Lazzaretti) e la sua vicenda

Nato ad Arcidosso nel 1834, dopo avere imparato a leggere, scrivere e far di conto dal vecchio parroco del paese,  abbandonò ben presto gli studi per aiutare il padre nel difficile mestiere di conduttore di carri (barrocci) utilizzati per il trasporto di legna, di carbone e di terra d’ocra alla stazione di Monte Amiata.

Trascorsi i primi trent’anni di vita nell’irrequietezza e indulgendo in varie tipologie di eccessi, nel 1968 cominciò ad avere visioni tali da causare autentiche crisi mistiche.

Essendosi ben presto convinto di essere stato chiamato ad adempiere una missione divina, si dedicò a una serie di ritiri, digiuni e altre pratiche ascetiche, impegnandosi a edificare un santuario in Arcidosso e un eremo sul monte Labro, rilievo meridionale del Monte Amiata.

Riscuote subito un grande consenso popolare, soprattutto tra i contadini, guadagnandosi l’appellativo di Santo Davide, e  sulle prime raccoglie anche l’appoggio del clero e dei vescovi della zona. Presto la sua fama si estende ad altre zone, prime tra tutte alla maremma e alla parte del Lazio compresa tra Sabina e Reatino.

Avvia interessanti esperienze collettive di ispirazione evangelica come il Campo di Cristo e la Comunità delle Famiglie Cristiane, caratterizzate dalla messa in comune dei beni e dal lavoro collettivo: matrice ideologica e sociale precorritrice, partendo dai valori sociali del cristianesimo,  di esperienze più consapevolmente di sinistra e, specificatamente, marxiste.

Inevitabilmente, alla luce di quanto sopra, i rapporti con la Chiesa romana, ben presto, cominciano a deteriorarsi: il disappunto delle gerarchie ecclesiastiche a fronte dell’aspra condanna delle ricchezze e delle spese del clero, si unisce alle paure di una borghesia che si sente minacciata dall’avvento di nuove ideologie di stampo collettivistico che si manifestano negli scioperi operai patrocinati dai primi sindacati.

David Lazzaretti viene ucciso ad Arcidosso il 18 agosto1878 (come previsto in una sua profezia) allorché una variopinta processione, da lui condotta, si trova la strada sbarrata dalle forze dell’ordine.

Resta ancor oggi un mistero la circostanza che a esplodere il colpo mortale non fosse stato uno dei militari legittimamente presenti in servizio di ordine pubblico ma un tale Antonio Pellegrini, bersagliere in licenza, presente casualmente sul posto.

Il suo uccisore fu poi a sua volta assassinato a coltellate in un vicolo di Livorno.

 

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  Simone Cristicchi, “quell’uom dal multiforme ingegno”

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   Musica

Primo grande successo come cantante nel 2005 con Vorrei cantare come Biagio Antonacci .

Nel 2007, per primo, con Ti regalerò una rosa  (meditazione sulla follia ispirata al suicidio di un malato di mente agli albori del ventesimo secolo affiancò alla vittoria assoluta del Festival di Sanremo anche il premio della critica.

Nel 2011 ha interpretato la sigla dell’edizione italiana del cartone animato Il piccolo principe (Rai2). Ancora nel 2011 ha ottenuto il Premio Amnesty Italia con il brano Genova brucia.

 

     Scrittura

Ne 2011 ha pubblicato due libri: Dialoghi incivili, scritto con Massimo Bocchia, e un’edizione speciale di Santa Fiora Social Club, testo e dvd sulla sua avventura con il Coro dei Minatori di Santa Fiora.

Nel 2012 ha pubblicato Mio nonno è morto in guerra, da cui poi ha tratto uno spettacolo teatrale.

 

    Teatro

Nel 2013 Magazzino 18, musical civile da lui scritto insieme a Jan Bernas (autore del libro Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, Mursia), che racconta il dramma (per anni passato sotto silenzio) degli italiani istriani cacciati dalle loro terre e massacrati nelle foibe.

Del 2016 Il secondo figlio di Dio, di cui si parla, appunto, in questo articolo.

 
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Autore: Simone Cristicchi, Manfredi Rutelli e Matteo Pelliti
Regia: Antonio Calenda
Cast: Simone Cristicchi
La storia rivisitata di David Lazzaretti,  da barrocciaio a mistico-visionario che, proclamandosi secondo figlio di Dio, reincarnazione di Gesù Cristo, nella seconda metà dell’800 cercò di costituire sull’Amiata una comunità animata da spirito egualitario, andando incontro a un tragico destino.
IN REPLICA AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA FINO AL 30 OTTOBRE

 

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   Guitto Matto

Categorie: Teatro & Arte varia.