Ex libris (16) – Il «pick and roll» di Raspanti

  

No, in questo articolo non si parla di un manuale di basket, quello con gli allenatori superstar, come Pianegiani o Messina, per rimanere in ambito nazionale, bensì di quanto avvenuto ieri sera al Circolo lavoratori di Iseo, un locale situato nel pieno centro della cittadina lacustre, inerpicato su tre piani e pervaso di un’atmosfera amicale di altri tempi e intrisa di comuni interessi sociali e culturali.

 

È lì che ieri sera, in una sala gremita, Giuseppe Raspanti, appassionato di viaggi in treno e, appunto, di pallacanestro, intervistato da Rosarita Colosio, ha presentato il libro «Il treno di Ignazio».

Un libro autobiografico, o forse no («Non è un libro di memoria, è un libro sulla memoria», precisa l’Autore.

Un libro di viaggio, sì, anche se «Ciò che  attira la mia attenzione e il mio interesse è il viaggio, non la meta. Da Mantova a Bagheria erano più di 24 ore di treno, praticamente una vita compressa, nel corso della quale si attraversava un mondo da scoprire, sempre diverso anche sulla stessa tratta, sia all’interno dei vagoni che fuori dal finestrino» puntualizza ancora Raspani.

Narrazione on the road all’interno dell’anima e della memoria, più ancora che negli spazi, nell’ambito dei quali, peraltro, il narratore siculo-lombardo ne privilegia uno: l’amata Trinacria, vista –oggi- con gli occhi da bambino di allora, descritta con una straordinaria dovizia di particolari capaci di evocare, oltre alle immagini, anche odori e sapori.

Una riflessione, da parte dell’Autore, anche sul proprio stile di scrittura: «Tratto il testo con l’ amore e il rispetto che merita una persona cara, scegliendo accuratamente ogni parola: la lingua italiana è una delle più ricche del mondo, talmente ricca che di autentici sinonimi ce ne sono ben pochi».

Allo scritto dà voce un convinto e ispirato Alberto Navoni, incaricato delle letture, scelte tra i brani più suggestivi del libro e ascoltati da un pubblico attento e intimamente coinvolto.

Di grande spessore anche l’intervento musicale del duo (chitarra/basso) Fabio Rinaldi & Vittorio Bettoni, ispirati interpreti di un blues caldo e  morbido, retrospettivamente malinconico, che ben si adatta alle riflessioni di cui risultano intrise le pagine del libro.

Chiudo con una  personale annotazione sul libro, che ho letto nel breve spazio di una serata allungata fino a  diventare notte.

Se mi è consentita una similitudine, «Il treno di Ignazio» è un affresco di parole. Ricordi, emozioni, visioni, voli poetici e quotidiana, minutissima realtà, colpiscono nell’insieme, ma soddisfano pienamente solo se si possiede la pazienza di scomporre il quadro per apprezzare ogni simìngolo dettaglio, compreso nel tutto ma pienamente godibile anche per se stesso.

In ogni quadrante del dipinto, sia nel centro che negli angoli estremi, le sfumature dei colori, le tracce dei molti tgipi di pennello utilizzati dal pittore, i chiaroscuri, le sfumature, le sbaffature solo in apparenza occasionali e fortuite, sono precisi quanto solidi indizi di quanto sia solida la conooscenza e la pratica della scrittura di Giuseppe Raspanti.

Non ripetete l’errore di chi, come me, pur godendone, l’ha divorato con ingordigia, quasi in un solo boccone: leggetelo anche voi, ma fatelo… lentamente.

 

Titolo: Il treno di Ignazio

Autore: Giuseppe Raspanti

Editore: la Quadra

Anno: 2017

Pagine: 96

Prezzo: 10 €

ISBN: 9788895251561  

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Categorie: Scrittura.

Ex Libris (14) – Chi trova un (vero) Poeta, trova un tesoro

N’zuppilu n’zuppilu, vale a dire “a goccia a goccia”, ma anche qualcosa di più, che sa del lentissimo distillare di profonda sofferenza da un’alambicco.

Sonorità e pensieri profondi, voce e visioni. Lingue diverse per esprimere concetti universali.

Il tutto amalgamato da una straordinaria attenzione all’intimità, da una capacità emptica fuori dal comune e, soprattutto, da una padronanza dei versi di assoluto rilievo.

Sto parlando della silloge dell’autore catanese (di Misterbianco, per la precisione) Giuseppe Condorelli, un poeta che ha saputo sorprendermi come pochi altri prima. 

È un libro sottile, il suo, ma talmente denso di spunti di riflessione da indurmi a raccontarvene appoggiandomi ai singoli versi, colti come fiori preziosi di un rigoglioso orto botanico. Da leggere a primo impatto in dialetto siciliano, da parte di tutti, anche di chi non dovesse capirne un granché, per assaporare il ritmo, direi la voce, dell’humus territoriale e popolare che lo ha partorito. Per poi passare a una seconda, immediata lettura di ciascun brano più meditata: nella lingua della mente, che consentirà di apprezzare in pieno e introiettare il meccanismo di costruzione psicologica e le pulsioni dell’anima.  

Parto da quel sottile quanto insidioso tedium vitae, che serpeggia tra le liriche. Problematico stato d’animo proprio di chi realizza che troppo breve e troppo travagliato è il tempo concesso nel percorso terreno, perché un essere umano possa riuscire a soffermarsi sulle proprie radici e sui finali traguardi dell’esistenza.

Farisi  vecchi /senza primura / comu  i jatti da casa …

Invecchiare / senza fretta / come i gatti di casa

Allora, forse, non resta che attendere che il dolore e la malinconica introspezione sui ricordi ombrosi della vita che scorre, attraverso i versi, diventino bellezza.

Do scuru to tempu / non si fa mai jornu

Dal buio del tempo / non si fa mai giorno

Fino alla scoperta, spesso tardiva, purtroppo sempre dolente, della vera realtà della vita: un crudele giocattolo che bisogna vedere spezzato, per  avere la speranza  d’intendere, o solo d’intuire, quali ne siano i più autentici meccanismi.

E ju, che jnocchia / minnicati / no’ puteva sapiri / da musura rutta da vita

E io, con leginocchia / scorticate, / non potevo conoscere / la misura rotta della vita

Inevitabilmente, in certi momenti più difficili, lottare sembra inutile, o perlomeno inadeguato, ma è sensazione erronea, frutto di momentaneo sconforto. Appare vano persino il riempirsi di concetti, idee, emozioni e  cognizioni attraverso la lettura e la scrittura, che pure rappresentano i più saldi riferimenti a disposizione.

I me libbra su janchi / c’ae sucatu / ogni parola / ‘ppi sbrizziarla ‘nte fogghia / ma nun ne haiu cchiù armu.

I miei libri sono bianchi. / Ne ho risuucchiato / ogni parola / per schizzzarla sui fogli /,   /  a non ne ho più la forza.

Alla fine, alle soglie dell’inevitabile capitolazione al cospetto di una Morte signora dell’effimero, il resoconto, relegato in quallo che il Poeta chiama ‘o tetto mottu do me armu (lo sgabuzzino della mia anima) può apparire sconsolante.

Mi cercherete / sulle pagine, / nei cassetti. Metterete insieme parola / su parole. / Ma o sono qui, / adesso. / Non dovete leggermi, / dovete parlarmi. / Sono fatto / di carne, / di pensieri  / e di sangue. / E non d’inchiostro.

Tutto vano, dunque? Non resta che la resa?

No. Per fortuna ci sono anche sentimenti positivi. C’è L’Amore. C’è la Passione. c?è la voglia di condividere l’Assoluto con una persona cara.

Sacciu tuttu di Te / ca mi concimi / u sangu. / Chiddu ca non t’ae dittu / ancora cogghilu / intra a me ucca. / (Ccu masuni). 

Di Te conosco ogni cosa, / Tu che mi concimi il sangue. / Quello che ancora non ti ho detto / coglilo / dentro la mia bocca / (con un bacio).

O ancora:

Aoggi è bonu / agghiorna prestu / intra / ‘i to razza. / Attagghiu a tia /non finisciu mai.

Oggi è bello / fa subito giorno / dentro / le Tue braccia. / Vicino a Te / io non finisco mai.

Sì, perché per Giuseppe Condorelli, in presenza di un amore autentico e profondo, al sempre presente e incombente quasimodiano “ed è subito sera” è possibile che si affianchi, per fortuna, un più positivo e consolante “fa subito giorno“, capace di toccare più da vicino e ancora più intensamente, visto il contesto,  il cuore di chi legge.

Ad arricchire ulteriormente questa già preziosa silloge, un’altra traduzione, in inglese (curata da Maristella Bonomo e da Andrew Brayley), capace di conferire all’opera un respiro internazionale.

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Una scoperta fortuita, da parte del sottoscritto, quanto gradita: l’ennesima dimostrazione, semmai ce ne fosse la necessità, di come non sempre una grande poesia sia appannaggio soltanto di grandi nomi.

Un Autore da seguire nei prossimi cimenti, a cominciare da quel  “Desinenza in nero” (che sarà, a quanto sembra, la prossima uscita) e dai lavori di critica poetica e letteraria che fanno tradizionalmente parte del bagaglio di Giuseppe Condorelli.

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Titolo: N’zuppilu n’zuppilu (Wet Through)

Autore: Giuseppe Condorelli

Curatori della traduzione in inglese: Maristella Bonomo e di Andrew Brayley

Disegni a china: Tano Brancato

Editore: Edizioni Le Farfalle

Anno: 2016

Pagine: 62

Prezzo: 10 €

ISBN: 978-88-98039-24-1

Giuseppe Condorelli insegna Lettere nella scuola superiore. Si occupa attivamente di poesia, critica letteraria e teatrale su quotidiani, settimanali e riviste specializzate. Scritti, racconti e recensioni, sono apparsi su diverse riviste di settore. Un suo testo per Marco Nereo Rotelli è stato pubblicato ne L’Isola della Poesia (Convegno Edizioni Quaderni dell’Isola, Cremona 2003).
Ha ideato e curato rassegne di incontri mensili con l’autore e kermesse d’arte in collaborazione con la cattedra di Plastica Ornamentale dell’Accademia di BB.AA. di Catania e l’Associazione culturale Interminati Spazi (con Paolo Lisi). Ha curato la sezione Poesia per il progetto Castelmola Città degli Artisti. Nel 2008ha pubblicato Criterio del tempo (I Quaderni del Battello Ebbro – Porretta Terme  Bologna). Nel 2011 due sue liriche sono state messe in musica da Mariano Deidda nel cd Deidda canta Pavese. Nel 2013 ha curato per l’Almanacco Internazionale di Poesia edito da Raffaelli il Quaderno dediicato alla poesia oggi in Sicilia. Vive a Misterbianco.

 

 

 

 

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Ex Libris (12) – Tutti i colori del Vate

Nato su una nave in tempesta. Salvato in extremis, nel corso del più travagliato dei parti, dal proprio cordone ombelicale seriamente intenzionato a strozzarlo.

Macché.

Il tutto, secondo la spregiudicata autonarrazione del Vate, avvenuto un anno prima di quanto accaduto in realtà e sotto la costellazione dell’ «Ariete cozzante», anziché in quello (giusto) più mansueto e volubile dei Pesci.

Dunque Gabriele D’Annunzio fu un inguaribile bugiardo?

Non esattamente. Piuttosto un esagerato creativo dotato di sconfinata fantasia, al punto di ritenersi arbiter et faber non solo del presente e del futuro, ma anche sommo plasmatore del proprio passato.

Che ebbe una discreta attitudine alla musica e alla pittura, per esempio, risponde al vero, scrive Costanzo Gatta, partendo da qui per lo snello saggio sul grande Poeta pescarese visto come virtuoso della matita e del pennello.

Un lungo, suggestivo e affascinante percorso, iniziato quando, studente ginnasiale “fuori sede” al Cicognini di Prato, avido di ogni tipo di sapere ed espressività (diate matematica e filosofia a parte, s’intende!) si avvicinò con fattiva curiosità prima alla musica e alle lingue straniere, per poi approdare, con assoluta naturalezza, anche al disegno e alla pittura.

  

Il percorso “figurativo”, pur se da via secondaria, in contrapposizione con quella maestra della scrittura narrativa, poetica e drammaturgica, da quel momento in poi accompagnerà D’Annunzio per tutta o quasi tutta l’esistenza, favorendo incontri eccellenti e sinergie, estrinsecandosi in rapidi ma incisivi e rivelatori schizzi che accompagnano gli appunti, in sommari ma stimolanti progetti di mobili, in scenografie, in loghi che accompagnano con straordinaria efficacia, valorizzandoli, i motti secchi e suggestivi propri dell’Artista e dell’Uomo.

E il colore, che il Vate non ha soltanto negli occhi, ma anche nella mente che pensa, nelle parole che narrano, con una straordinaria tavolozza che Costanzo Gatta regala ai lettori del suo libro:

Biondo/Birra

Grigio / Cielo cappa di ferro

Blu / Adriatico

Rosso / Papaveri

Verde / Maiolica persiana

Turchese / Occhi della tal Marchesa

… e così via.

Un virtuosismo grafico che lo scaltro (oltre che geniale) Gabriele, usò anche come seduttivo biglietto da visita.

Sette quadri regalati a Benito Mussolini per guadagnarsi il favore del Potere e decine, forse centinaia, chissà, ad altrettante leggiadre fanciulle e piacenti signore da convincere a donare ciò che, probabilmente, avevano già una gran voglia di donare!

(continua… non è vero, Costanzo Gatta?)

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  • Titolo del Libro: Gabriele D’Annunzio pittore
  • Autore : Costanzo Gatta
  • Editore: Ianieri
  • Collana: Saggi e carteggi dannunziani
  • Anno: 2016
  • Pagine: 208
  • Prezzo: 16 €
  • ISBN-10: 8888302549

 

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Categorie: Scrittura.

Biografia di Patrizio Pacioni – aggiornata al novembre 2016

Patrizio Pacioni è uno scrittore romano di straordinaria continuità produttiva. Esordisce nel 1997 con il romanzo breve “Un lungo addio” (Taurus), in cui si narra del tragico amore incestuoso tra fratello e sorella poco più che adolescenti. L’anno successivo (1998) “Iscassia et Fogu”, fantastica storia, ricca di arcani simbolismi, ambientati in una Sardegna surreale e semidesertica.

Segue la trilogia noir “Lac du Dramont” (Nuovi Autori – 2000) “Chatters” (Nuovi Autori 2001) “DalleTenebre” (Effedue Edizioni 2002).

Dopo una pausa che lo vede cimentarsi col romanzo drammatico-intimista “Mater” (Effedue Edizioni 2004) e con “Quel ramo del lago” (Effedue Edizioni 2005 – una delle più sorprendenti, originali e irriverenti rivisitazioni del capolavoro manzoniano) arriva l’approdo al giallo d’impianto classico: nasce il commissario Leonardo Cardona (scorbutico e non sempre ortodosso poliziotto dalla problematica vita privata, inflessibile segugio pronto a scavalcare steccati e a stravolgere regole nel supremo interesse di un ideale di Giustizia interpretato a volte in modo molto soggettivo) che debutta in “Essemmesse” (Effedue Edizioni – 2006).

A lui sono state già dedicate altre tre opere: il surreale Malinconico Leprechaun (Sampognaro e Pupi 2008), l’incalzante e drammatico Seconda B (Melino Nerella 2009), la raccolta di racconti Delitti & Diletti (Melino Nerella 2010) scritto a quattro mani con Lorella De Bon.

Da allora l’ambientazione delle indagini del poliziotto e di molte altre storie è Monteselva, città fantastica ma al tempo stesso modello suggestivo di una certa provincia italiana.

Nel 2011 esce Malanima mia, oscura storia di introspezione psicologica e di arcana magia firmato anche da Giovanna Mulas.

Nel 2012, vara la singolare e originale operazione tra realtà e fantasia di “Falli ballare”, firmata dalla misteriosa Lorena Elle e da lui curata con la collaborazione della editor Fabiana Cinque: la storia autentica, tra serio e faceto, delle (dis)avventure di una giovane precaria milanese.

Nel 2013 Il guaito delle giovani volpi, drammatico romanzo dedicato alle donne vittime di ogni tipo di fondamentalismo religioso e culturale.

Per il 2014, a conferma della straordinaria versatilità creativa dell’Autore, un’inattesa novità: la nuova uscita, presentata in anteprima -come ormai di consueto- al Salone Internazionale del Libro di Torino, è dedicata al mondo fantastico e magico delle fiabe. Una raccolta di tre storie lunghe dal titolo FiAbacadabra”. A essa è seguita, sei mesi più tardi la seconda raccolta in tema: “FiAbacadabra 2”.

Dal 2015 ha preso consistenza e spessore l’attività drammaturgica, in particolare quella relativa al cosiddetto “teatro d’inchiesta”: prima “La verità nell’ombra” (ispirata dalla strage di Portella della Ginestra – opera che ha dato vita anche all’omonimo libro di Edizioni Serena) poi, l’anno successivo, “Diciannove + Uno” (inchiesta sulla misteriosa sparizione nel Mediterraneo meridionale della motonave Hedia).  Entrambe le pièces sono state adattate da Antonio Turco e messe in scena a cura della Compagnia Stabile Assai, il più antico e glorioso gruppo di recitazione carceraria. Ancora nel 2015 la prima prova cinematografica con “Il Lettore”, cortometraggio scritto insieme a Fabiana Cinque e realizzato all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio per la regia di Martina Girlanda.

Nel 2016, a grande richiesta dei lettori (e con grande piacere personale dell’Autore), torna il commissario Cardona con “In cauda venenum” doppio movimentatissimo (ma anche riflessivo) romanzo, per il quale ancora Edizioni Serena ha ideato un singolarissimo libro “double face”.

Patrizio Pacioni ha ideato, realizzato e condotto a più riprese il corso di scrittura creativa di genere “Dal blu di china al giallo-noir”, organizzato dibattiti, incontri e conferenze sul tema della letteratura poliziesca e di tensione e sulla filosofia e tecnica scrittura più in generale. Da segnalare il corso di giornalismo investigativo, “Il terzo Occhio” strutturato in due parti: “introduzione” e “approfondimento”, tenuto per la prima volta a Giulianova nel settembre 2016, in occasione del Festival “Giulia in Giallo – Delitti & Diletti ” del quale l’Autore, drammaturgo e blogger romano è stato Direttore Artistico.

Il suo sito personale/portale www.patriziopacioni.com (oggetto di recente e completa ristrutturazione, derivato da www.patriziopacioni.it, tradizionale sito personale dello scrittore e autentico web magazine dedicato alla scrittura e a ogni altra forma di espressione artistica fin dall’ormai remoto 2001 ) costituisce da tempo un frequentato osservatorio su ogni tipo di produzione artistica, aperto alla informazione e al sociale, e al tempo stesso un  costante riferimento per gli autori emergenti.

Il blog http://ww.patriziopacioni.com/cardona/ (accessibile anche dal portale insieme al canale youtube e ai profili dei vari social) consente ai navigatori della Rete di respirare e vivere in prima persona il mondo oscuro di Monteselva, divenendone cittadini a tutti gli effetti. Dal primo gennaio 2017 è partito il concorso di scrittura giallo/noir/gotico/thriller Le Ombre di Monteselva di originalissima quanto innovativa concezione.

Categorie: Da me a Voi.

Ex Libris (11) – Ma quanto è brava ‘sta Prof?

È una prof che non si limita a guardare i propri ragazzi in classe, dalla cattedra, Gigliola Magnetti.

No.

Lei scruta e cerca di interpretare i petali e le spine, i tesori e i grovigli,  delle giovani vite in cui le capita d’imbattersi nei quotidiano (a cominciare dal figlio), nei viaggi, in ogni situazione, con la curiosità creativa di chi, dovendo “lavorare” per far crescere una generazione dopo l’altra, non solo in termini di nozioni, cerca di percepire segnali dal mondo, suggerimenti utili a migliorarsi ogni giorno.

Nel bel libretto (vezzeggiativo, ispirato dalla gradevolezza e dal contenuto numero di pagine che lo compongono) “Inaspettatamente Prof! – con orgoglio, un anno tra i giovani”, Gigliola mescola e amalgama sapientemente minime ma utili nozioni di grammatica, di sintassi, di spunti di riflessione legati alla grande letteratura (grande come “I promessi sposi”, tanto per capirci) o di grandi drammaturghi (grandi come Goldoni, tanto per capirci) in un gustoso minestrone della cultura.

Non solo: a impreziosire il tutto ci sono le sue argute osservazioni su un mondo (quello degli adolescenti, appunto) talmente in continuo e tumultuoso mutamento da risultare effimero e, in quanto tale, bisognoso di check periodici e puntuali come quello effettuato in questa opera: ora strumento, domani e forse dopodomani,  in un mondo che sa cambiare dalla sera alla mattina, foto dei ricordi da mettere in cornice e da rimirare di tanto in tanto con struggente malinconia.

Finito qui?

No. In poco più di cento pagine, Gigliola riesce anche a inserire suggerimenti preziosi sia per i suoi colleghi che per i genitori, di un corretto “approccio alla gioventù”, cordiale, disponibile, franco ma mai troppo corrente. E il personale, l’introspezione, la memoria e la consapevolezza di sé, con tratti rapidi e delicati come una carezza.

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Titolo: Inaspettatamente Prof! (con orgoglio, un anno tra i giovani)

Autore: Gigliola Magnetti

Editore: Neos Edizioni

Anno: 2009

Pagine: 120

Prezzo: 15,00 €

ISBN: 978-88-95 899-46-6

 

Gigliola Magnetti è nata a Lanzo Torinese, dove risiede. Vive fra Lanzo e Bardonecchia, ma nutre una forte passione per una città del Nord Europa: Francoforte. Giornalista dal 1988, ha scritto per i quotidiani Il Sole 24 Ore e Italia Oggi.   Ha svolto l’attività giornalistica come libera professionista, ricoprendo vari incarichi di redazione ed uffici stampa nel settore economico.
Insegnante di Lettere nelle scuole superiori, nel 1994 ha esordito nella narrativa con il romanzo “Figlio di carta”, edito da Autore Libri Firenze.  Sono seguiti i romanzi “Non si cambia” del 2005, “Amare è un’isola” del 2007 e “Inaspettatamente prof!” del 2009, pubblicati da Neos edizioni.

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Categorie: Scrittura.

Ex Libris (10) – Attila e l’elogio dell’imperfezione… in rosa

Igor Attila è un poliziotto, più precisamente un commissario,

Igor Attila sta vivendo una fase molto difficile della sua storia d’amore con Titta, maschio come e quanto lui, perché il commissario è serenamente gay.

Un connubio ormai consolidato, ma logoro, causa di pene amorose che stanno facendo lentamente di Igor Attila (etreno peter Pan restio ad assumere su di sé responsabilità “sentimentali”) un futuro alcolizzato calvados-dipendente.

Sì, proprio il calvados, un’acquavite di sidro di mela, la stessa bevanda preferita dal suo celeberrimo collega francese, Maigret.

Diverte i suoi lettori e si diverte Paolo Foschi, descrivendo gli strampalati componenti della fantomatica sezione “crimini sportivi” che fa capo alla Questura di Roma e che proprio dal commissario Attila è diretta: uomini e donne pieni di difetti, piccole manie e tic, insomma del tutto imperfetti, proprio come il loro capo.

 Si compiace, l’Autore romano (e romanista), delle bizzarre divagazioni di Attila, perennemente svagato e distratto, ma alla fine. magari con un pizzico di fortuna, sempre (o quasi sempre) capace di portare felicemente a termine le indagini che gli vengono affidate.

Dissemina le sue storie di situazioni grottesche, ma anche di dettagli intimi di vita utili a meglio mettere meglio in rilievo le caratteristiche personali dei protagonisti principali e secondari.

Si esibisce in giochi di parole (tanto per citarne uno: il pugile coreano che sul ring di una finale olimpica ha sconfitto Igor Attila, procurandogli il più grande e persistente cruccio dell’intera esistenza, si chiama Setepjo Te Kork) capaci di increspare le labbar di chi legge in un rilassato sorriso.

Si compiace, a quanto si dice di battezzare con i nomi dei propri veri amici agenti di polizia, magistrati, avvocati, assassini e vittime dei suoi romanzi.

Tutto ciò, però, mantendendo uno stile di scrittura immediato e coinvolgente e senza mai rinunciare, neanche per un attimo, a costruire e ben articolare  meccanismi narrativi complessi e conformi ai canoni della scrittura gialla.

Insomma, visto che quando si recensisce un libro, particolarmente un romanzo, qualcosa della trama bisognerà pur accennare, sappiate che il mistero al centro dell’inchiesta del commissario Attila è la morte in allenamento, proprio pochi giorni prima dell’inizio del Giro d’Italia, del campione Paolo Fallai. Se la domanda è: “Ma è morto per un banale incidente, oppure perché qualcuno… ?”,  sia chiaro che io terrò le labbra chiuse e non rivelerò nulla, neanche sotto tortura. Dunque, per scoprire la verità, non vi resta che arrivare fino all’ultima pagina di “Omicidio al giro” .

Vi garantisco che sarà una “tappa” molto gradevole da percorrere, per tutta la sua lunghezza, ovvero dalla partenza fino al traguardo.

Titolo: Omicidio al giro

Autore: Paolo Foschi

Editore: Edizioni E/O

Collana: e/originals

Anno: 2015

Pagine: 160

Prezzo: 14,50 €

ISBN: 9788866326120

 

 


Paolo Foschi, nato a Roma nel 1967, è giornalista al Corriere della Sera. Nel 2013 ha vinto il 47° Concorso letterario nazionale del Coni con il romanzo d’esordio, Delitto alle Olimpiadi, cui sono seguiti Il castigo di Attila, Il killer delle maratone e Vendetta ai Mondiali, tutti pubblicati dalle nostre Edizioni.

 

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Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (25) – Al Mille Miglia l’Arte libera e libera è l’Arte

Mettere in un recipiente dotato di chiusura ermetica un’idea originale, un’iniziativa di grande valore sociale e morale,  e l’attenzione di esponenti della pubblica amministrazio nei confronti delle problematiche del territorio di pertinenza e delle attività a esse collegate. Aggiungere la disponibilità di artisti (ciascuno nel proprio campo) di prima qualità, una buona dose di attenta e puntigliosa organizzazione, la scelta di un conduttore esperto e brioso e un pizzico di sana propaganda su tutti (o quasi – qualche tiratina di orecchie qui non ci starebbe male) i mezzi di comunicazione.

Agitare energicamente e servire nei piatti ancora caldo.

Et voilà, un evento come liberALArte, fatta eccezione di alcuni trascurabili inconvenienti  tecnici (“Meglio così, la perfezione fa invidia agli Dei” ha commentato prontamente Pacioni) intercorsi in occasione dei due interessantissimi filmati che sono stati proiettati nel corso della serata, riesce davvero alla grande.

Queste le immagini (Ph. G.O.) di una manifestazione nel corso della quale, attraverso i mirati interventi di professionisti di prima scelta operanti nel settore della gestione della pena e nel recupero dei detenuti, hanno disegnato un quadro assai suggestivo e calzante dell’attuale situazione della prassi “riparatoria” e di altre problematiche a essa relative, con particolare riguardo, ovviamente, a quanto accade a Brescia.

   

Dalla conferenza stampa tenuta in Comune, alla Loggia… al luogo del delitto: la meravigliosa location del Museo Mille Miglia

 

Il tavolo della conferenza al gran completo: da sinistra il conduttore della serata Biagio Vinella, il presidente dell’Associazione Carcere e Territorio professor Carlo Alberto Romano, la direttrice della casa di reclusione di Verziano Francesca Paola Lucrezi, lo scrittore, drammaturgo e blogger Patrizio Pacioni,  l’insegnante   di   danza    e   coreografa   Giulia Gussago  e   l’assessore   del   Comune   di   Brescia   Roberta Morelli

     

Da sinistra: l’esposizione del bel quadro realizzato dall’artista bresciano Gi Morandini (da cui è stato tratta ed elaborata l’immagine della locandina), un dettaglio del dibattito che ha accompagnato le proiezioni dei film “Il Lettore” e “Momenti di La causa e il caso” e uno squarcio del folto pubblico che ha presenziato all’evento patrocinato dal Comune e mirato all’illustrazione e al sostegno dell’opera svolta dall’Associazione Carcere e Territorio.

 

E ancora una foto di Patrizio Pacioni, che ha pensato e fortemente voluto “liberALArte” e di Biagio Vinella (nella foto, impegnato al microfono,  accanto  al  professor  Carlo  Alberto  Romano)  che  lo  ha condotto  con  il  brio  e  la  professionalità  che  gli  sono  propri. 

 

Ricapitolando.

La location dell’evento, grazie al patrocinio del Comune di Brescia ottenuto, soprattutto, per il fattivo interessamento dell’Amministrazione Comunale che ha voluto inserirlo nell’ambito del “progetto per la legalità” che coinvolgerà nel suo complesso numerose scuole del territorio comunale, è stata la sontuosa Sala San Paterio, all’interno -come già ricordato- del Museo Mille Miglia, luogo in cui è custodita, insieme alla prestigiosa collezione di automobilie d’epoca, anche una parte dell’ “anima” della Storia più recente della città.

A impreziosire il look, l’esposizione dell’originale opera dell’artista camuno Gi Morandini, efficacemente ispirata al celeberrimo Urlo di Munch.

I film proiettati hanno interessato e coinvolto i numerosi presenti, costituendo spunto, per Patrizio Pacioni e per Giulia Gussago, di meglio illustrare il lavoro che stanno portando avanti per e nei carceri.

Attraverso le sollecitazioni dell’abile coordinatore del dibattito, Biagio Vinella, gli interventi della dottoressa Francesca Paola Lucrezi e del professor Carlo Alberto Romano hanno riversato vivida luce sulle problematiche oggetto del convegno, illustrando i molti risultati già conseguiti e quelli che, con l’indispensabile aiuto del territorio (per il quale l’assessore Roberta Morelli ha manifestato -anche a nome dell’intera Giunta- la propria attenzione) che restano da perseguire.

Per tutti i presenti alla fine, sono state chiare, particolarmente due cose:

  1. L’importanza, direi quasi l’indispensabilità di attuare una attenta e infaticabile azione tesa al recupero e al reinserimento a puieno titolo nella Società di chi ha sbagliato e pagato, attraverso la detenzione, il proprio debito. In mancanza di ciò il sistema dell’intera giustizia italiana sarebbe da considerarsi fallito.
  2. Il fondamentale apporto che la pratica artistica e culturale di qualsiasi tipologia, può fornire a tale virtuoso progetto. Che sia attraverso la pratica attoriale, come quella promossa con i suoi testi drammaturgici da Patrizio Pacioni, o attraverso la danza, portata all’interno degli istituti di pena da professionisti e soprattutto appassionati come Giulia Gussago e la sua Accademia Lyria, o altre modalità di espressione artistica, purché di grande qualità… poco importa. 

 

 

 

   Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Impegno & Solidarietà? A Brescia è… roba da museo

Nessuno si preoccupi.

C’è museo e museo, e quello in cui, martedì 15 novembre, si terrà l’evento liberALArte è un museo alquanto singolare.

Nel Museo Mille Miglia, infatti, non sono esposti né quadri né sculture. Nelle sue grandi sala si possono invece ammirare automobili d’epoca, in una collezione nella quale,a leggere tra le righe (o tra le ruote) è compresa la stotia di costume, di vita e di progresso non solo della nostra Italia.

Perché la Mille Miglia non è mai stata una semplice gara. Tra le decine di ricostruzioni, più o meno fedeli effettuate negli ultimi decenni,  di come ebbe inizio la straordinaria epopea, di quella che sarebbe poi stata conosciuta come «la corsa più bella del mondo» la  più attendibile, com’è giusto che sia,  quella  .     smbra quella raccontata  da uno dei suoi fondatori, Giovanni Canestrini, riportata sul suo famosissimo libro “Mille Miglia” edito nel 1967. In queste pagine – riprese anche da Giovannino Lurani in “La storia delle Mille Miglia”  ( 1979)  è descritto il memorabile episodio avvenuto il 2 dicembre 1926, giorno ormai riconosciuto ufficialmente come data di nascita della Mille Miglia.

Il resto del racconto è ormai leggenda, fino all’intervento di Franco Mazzotti che pronuncia le fatidiche parole: “Coppa delle Mille Miglia“..

 

liberALArte  si diceva.

Un titolo che è tutto in programma, scomponibile in una esortazione <Liberala, l’Arte>, in una constatazione <l’Arte è libera> e in un augurio <l’Arte libera (è utile a liberare)>.

Una parola in cui è nascosta, ed evidenziata anche cromaticamente l’ala capace di risollevare l’anima di un uomo caduto, ma volonteroso di rientrare a pieno titolo nel consesso civile.

Un appuntamento di straordinario interesse (finalizzato al sostegno dell’Associazione Carcere e Territorio, impegnata nell’ottimizzazione dei percorsi d’inclusione di persone in esecuzione penale) .

Nel corso dell’evento,è prevista, tra l’altro, la proiezione di due interessantissimi filmati.

 

Il Lettore, claustrofobico cortometraggio sulla follia della guerra, intesa come simbolo e sintesi degli errori capaci di imprigionare e opprimere popoli e persone.

Scritto da Patrizio Pacioni con Fabiana Cinque per la regia di Martina Girlanda e l’interpretazione dei detenuti del “Gruppo Angelo“, interamente girato all’interno della Casa Circondariale di Busto Arsizio.

Estratti da La causa e il caso, significativa e suggestiva sintesi (realizzata da Alice Fedeli) dello spettacolo portato in scena da Giulia Gussago: uno straordinaro esperimento di danza che ha visto esibirsi (anche sul prestigioso palco del Teatro Sociale) gli allievi della Compagnia Lyria insieme gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano.

Uno spettacolo di cui ha già scritto diffusamente GuittoMatto su questo blog (https://cardona.patriziopacioni.com/al-sociale-con-tanti-ballerini-sul-palcoscenico-e-un-solo-grande-cuore/).

L’Associazione Carcere e Territorio nasce nel 1997 da un’idea del Dott. Giancarlo Zappa, allora Presidente del Tribunale di Sorveglianza a Brescia. Il progetto statutario si pone come finalità generale quella di intervenire rispetto ai percorsi di inclusione di persone in esecuzione penale. L’intento è quello di impedire che, da parte della comunità locale si finisca con il favorire un allontanamento dalle reti di relazione legate al reato (che in carcere permangono e anzi spesso si creano e/o consolidano) , favoreno -al contrario- un inserimento in reti di relazioni legati a differenti valori (legati agli ambiti affettivi, lavorativi, ricreativi, ecc.) con un conseguente aumento delle opportunità di inserimento sociale e di costruzione di percorsi di autonomia per la persona, dando attuazione al principio sancito dall’art.27 della Costituzione riguardante il fine rieducativo della pena. 

ACT svolge un ruolo di coordinamento tra diverse associazioni che operano con diverse vocazioni e funzioni nel sistema della giustizia.

Lo spirito che anima l’Associazione è la volontà di creare un ponte tra il carcere e il territorio, per far sì che la popolazione esterna non ignori la situazione delle persone in esecuzione penale e che i detenuti non rimangano completamente emarginati, motivo a causa del quale, una volta usciti, potrebbero commettere nuovi reati. In questo senso lo sforzo dell’Associazione si indirizza con particolare fervore verso percorsi di “giustizia ripartiva” affinché anche le vittime di reato e la Comunità intera possano trovare, nei percorsi di riabilitazione individuale, la opportuna tutela delle loro giuste, ma spesso non riconosciute, esigenze. 

Nel Dicembre 2009 ACT Onlus ha vinto il premio “Bulloni” istituito del Comune di Brescia.

Dal luglio 2015 ha acquisito lo special consultative status presso l’ECOSOC della Nazioni Unite.

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    Valerio Variro

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