Goodmorning Brescia (130) – Bicentenario di Antonio Bazzini, a metà tra conferenza e spettacolo

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Una conferenza stampa che è anche qualcosa di diverso e di più.

A cominciare dall’insolita sede: l’appuntamento, per la presentazione del Festival Antonio Bazzini, Brescia e l’Europa 1818 – 2018, in collaborazione tra Conservatorio Luca Marenzio di Brescia e CTB Centro Teatrale Bresciano, è fissato al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri invece della sala conferenza della sede del CTB o del Foyer del Sociale, come solitamente accade. 

Delle altre “differenze”, invece, saprete leggendo il resto dell’articolo.

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Introduce, come sempre, il Direttore del CTB Gian Mario Bandera, sottolineando prima di ogni altra cosa la propria soddisfazione per questa sinergia con il Conservatorio Luca Marenzio.

«Le location degli spettacoli saranno diverse: si va dal Teatro Socilae e dal Teatro Mina Mezzadri (a pagamento a prezzi contenuti e con la possibilità di mini abbonamento) al Salone Pietro da Cemmo sel Conservatorio, alla chiesa di Santa Maria della Carità e all’Accademia di Scienze, Lettere e Arti presso l’Ateneo di Brescia».

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Laura Nocivelli (presidente del Conservatorio Luca Marenzio, sottolinea l’intesa con il CTB, mirante a intraprendere un cammino comune idoneo a raggiungere orizzonti ancora inesplorati, uno dei cui aspetti più interessante è la contaminazione dei generi con l’esplorazione di nuovi percorsi espressivi ancora non conosciuti dalla generalità del pubblico.  «Il festival dedicato a Bazzini “maestro di maestri” permette una rivisitazione innovativa dell’artista capace di proiettare Brescia in un panorama musicale di portata internazionale».

Passa poi allo spettacolo ideato, scritto e diretto da Costanzo Gatta «Bazzini, l’AntiVerdi?» con Daniele Squassina, Silvia Quarantini, Monica Ceccardi e Miriam Gotti, che andrà in scena una settimana prima di Natale: il ricordo di un personaggio la cui opera si rivelò particolarmente importante in un momento in cui una Italia appena nata si affacciava al consesso delle Nazioni.

«Saranno giorni molto intensi, tra aperitivi bazziniani, concerti, conferenze, con una intrigante commistione tra musica, prosa ed eccellenze gastronomiche»

Patrizia Vastapane richiama l’esperienza maturata in qualità di presidente del Conservatorio (prima della nomina di Laura Nocivelli), i cui contenuti ha portato con sé al CTB. 

«Teatro e musica sono due passioni che da sempre custodisco in me: è naturale che finissero per avvicinarsi. Così, dopo trentaquattro anni si sono tornate a riunire l’Ente Teatrale e il Conservatorio nella realizzazione di un evento unico. Un’occasione immancabile e forse irripetibile per presentare al grande pubblico la figura di un grandissimo compositore che, purtroppo, ancora non tutti conoscono».

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Costanzo Gatta, come sempre depositario della cultura e della tradizione bresciana, ricorda che l’idea di fare “rete” tra prosa e musica nacque cinquantaquattro anni fa con il contatto tra la Loggetta e il glorioso Istituto Venturi da cui sortirono due nuove opere da realizzare con attori e musicisti del conservatorio.

«La drammaturgia di mia composizione è una indagine su un personaggio  di grande vivacità (che sarà interpretato da Daniele Squassina); lavoro non facile, visto che Bazzini attraversò in modo incisivo un intero secolo denso di eventi importanti. Per realizzarlo mi è stato particolarmente utile lo scambio epistolare con Gaetano Franchi, insieme al quale fece nascere l’Istituto Venturi».

Il suo è un intervento ad ampio raggio, con riferimenti alla tradizione che vuole Brescia capitale della Misericordia, come dimostrato dalle origini della Società dei Concerti, nata anche per aiutare i musicisti in difficoltà Si sofferma poi sulla figura di Antonio Bazzini, uomo al tempo stesso parsimonioso e generoso,  personaggio stravagante nato da una povera famiglia di Lovere, che il mecenate Bucciarelli mise in grado di studiare quelle lingue che poi avrebbero reso più agevole la successiva “europeizzazione culturale” del musicista. Insomma,  una storia articolata e complessa che raccontare in poco più di un’ora gli è risultato particolarmente ostico.

Ruggero Ruocco, dopo avere ringraziato i collaboratori Cuccarini, La Sala e Cotroneo che lo hanno aiutato nella creazione e nell’organizzazione della manifestazione cartellone, fa presnete come il territorio cittadino conservi molte tracce di Antonio Bazzini. Il titolo dato al festival trova la sua origine nel fatto che Bazzini è un esempio emblematico di un europeisti (artistico) ante litteram, dovuto sia al suo virtuosismo di esecutore sia alla sua educazione musicale di stampo mitteleuropeo

«Ci proponiamo di valorizzare, oltre alla figura dell’artista, un momento della storia musicale è esistito un nucleo di artisti dedicati alla musica strumentale alla quale Bazzini tra i primi dedicò parte della propria produzione creativa e delĺa propria attività concertistica». Passa poi a ricordare i singoli eventi in programma, soffermandosi sulla pièce di Gatta e sull’insolito concerto per violino e organo in programma venerdì 9 novembre, insolito e stimolante.

«Si tratta comunque, nelle nostre intenzioni, piuttosto che di un punto di arrivo, di un punto di partenza per ulteriori simili iniziative».

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Un Daniele Squassina particolarmente ispirato legge due significativi brani della pièce che andrà in scena al Teatro Mina Mezzadri domenica 16 e lunedì 17 dicembre, a chiusura del festival, incassando i meritati applausi dei numerosi presenti

Si finisce con il Quartetto Bazzini che esegue il quarto movimento del Maestro.

Un’autentica delizia per melomani… e non solo.

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Antonio Bazzini nasce a Brescia l’11 marzo 1818. Allievo di Faustino Camisani, all’età di 25 anni si trasferì a Lipisia dove, per quattro anni approfondì lo studio di compositori come  Bach e Beethoven e delle loro opere. Talento precoce, percorse i gradini di una carriera che lo portò in giro per molti paesi europei, dalla Spagna alla Danimarca. Nel 1964 il rientro a Brescia, dove si dedicò esclusivamente alla composizione. Con altri fondò l’Istituto Musicale Venturi (futuro Conservatorio) e la Società dei Concerti. Influenzato dalle esperienze musicali maturate all’estero, che caratterizzarono molte delle sue composizioni, entrò in polemica con l’interpretazione nazionale della musica lirica impersonata principalmente da Giuseppe Verdi, alla quale oppose la musica strumentale di tipologia prevalentemente tedesca e francese. Nel 1882, dopo poco meno di dieci anni d’insegnamento, fu nominato direttore del Conservatorio di Milano. Compose una sola opera lirica, la   «Turanda» (basata sullo stesso soggetto poi messo in musica da Puccini e Busoni), che però, allorché venne rappresentata alla Scala, non incontrò il favore di pubblico e critica.

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Eclettico quartetto d’archi intitolato al musicista e compositore bresciano Antonio Bazzini, nato nel 2010 da giovani musicisti diplomati al Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia, con l’intento di riscoprire un repertorio raro e ingiustamente dimenticato. Composto da: Lino Megni (violino), Daniela Sangalli (violino), Marta Pizio (viola), Fausto Solci (violoncello)

 

 

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Goodmorning Brescia (106) – «Quarant’anni dopo», doppiando Dumas

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Ritrovarsi a fare lo stesso spettacolo di danza insieme dopo quarant‘anni?

Si può, sempre che si risponda ai nomi e cognomi di persone della qualità di Costanzo Gatta Orietta Trazzi. Il primo, giornalista di grande spessore, attualmente “firma” del Corriere della Sera, con il trascorrere del tempo sembra accumulare esperienza e nuovi stimoli, più che anni.

La seconda, invece, è la grazia e l’armonia in persona, passata dal ruolo di giovanissima ballerina a quello più maturo ma non meno importante di insegnante di ballo (eccellenza bresciana nel ruolo) e fantasiosa coreografa.

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Ieri mi sono trovato ad assistere a una delle ultime prove dello spettacolo «Le sei mogli di Enrico VIII», prodotto dal Freebody Club.

Ho avuto così l’occasione e la buona sorte di vedere al lavoro insieme Costanzo Gatta, autore del testo recitato, e Orietta Trazzi, una vita dedicata alla danza, prima come ballerina poi come coreografa e insegnante, praticamente il meglio che questa disciplina artistica può offrire la città di Brescia.

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«Lo spettacolo, scritto da me, fu messo in scena per la prima volta nell’ormai lontano 1978» mi dice Costanzo Gatta, «con la coreografia della grande Tina Belletti e la allora giovanissima Orietta Trazzi, chiamata ad interpretare niente meno che il ruolo della morte».

La musica è di Rick Wakeman, tastierista e compositore britannico  esponente del progressive rock degli anni ’70. Ha fatto parte del gruppo degli Yes.

«I brani di Wakeman sono quanto di più discontinuo si possa immaginare: si passa da ritmi popolari a percussioni rock, a brani ispirati a suggestioni celtiche, a echi di bolero e ad altro ancora: un’autentica sfida sia per la coreografa che per i ballerini, costretti a continue e repentine variazioni di ritmo» aggiunge Gatta,uno di quei pochi che non hanno mai paura di affrontare nuovi quanto ardui cimenti

Il cast è composto di sedici ballerine, tre ballerini e il “fine dicitore” Daniele Squassina nella parte del folle giullare che narra le drammatiche vicende di Enrico VIII e delle sue sfortunate consorti. Nella citata messa in scena del  1968 il ruolo fu interpretato da  Aldo Engheben, importante attore bresciano che fu tra i cofondatori della Loggetta, dalla quale deriva l’attuale CTB.

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Ma ecco che inizia la prova. La prima sorpresa è l’intensità con la quale Costanzo Gatta (in sostituzione dell’assente Squassina) si presta alla lettura del testo: declama forse senza la perfetta azione di un aTtore ma con la partecipazione emotiva e con quella “interpretazione autentica” che solo un aUtore  può conferire al proprio testo che ha ideato e scritto.

Le giovani danzatrici, preparatissime allieve di una scuola di eccellenza, si muovono seguendo le indicazioni di Orietta Trazzi, gentile e ferma quanto basta, a sua volta in continuo dialogo e confronto con Costanzo Gatta.

In una scenografia essenziale ma molto efficace, composta da pannelli mobili il cui chiudersi e dischiudersi suggerisce l’alternanza di vuoti e pieni, divisioni e di assenze, di sempre meno durevoli chiarori e sempre più tenebrose oscurità, che scandisce la follia e la violenza di Enrico VIII, con tratti scanditi e suggestivi si dipana una storia di violenza e di sangue, resa plastica dalle armonie della danza. Non è una danza di nozze, ma una danza di morte, per donne maledette dalla vita, una sequenza angosciosa e angosciante nel corso della quale, nel momento stesso in cui si festeggia, si comincia a rimpiangere.

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A nulla valgono, al severo cospetto del Re, la sottomissione di Caterina d’Aragona, ne la capacità seduttiva ma sterile di Anna Bolena. Non si salva, grazie alla propria poetica dolcezza, Jean Seymour, a nulla giova il languore di Anna di Clèves. Non servirà a fuggire, attraverso le sbarre della prigione in cui il crudele sovrano l’ha fatta rinchiudere, la flessuosità di Caterinhe Howard. Solo l’ultima moglie, la quieta, rassicurante Caterina Parr avrà il “privilegio” di sopravvivere alla furia distruttrice di un Enrico VIII arrivato, a sua volta, all’appuntamento con la morte.

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Uno spettacolo capace di coinvolgere ed emozionare, anche grazie agli splendidi costumi ideati dalla stessa Orietta Trezzi (che i ballerini, ovviamente, non indossavano nella prova, ma che ho avuto modo di vedere già pronti) che conferiranno allo spettacolo di domenica prossima, a Manerbio, ancora più magia..

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«Le sei mogli di Enrico VIII» andrà in scena domenica prossima 10 giugno (alle ore 20,30) al Teatro Politeama di Manerbio  insieme all’altro spettacolo del Freebody Club «Lo scorrere del tempo»

Freebody Club (via Gabriele D’Annunzio 12 – Orzinuovi)  è anche su  Facebook:

https://www.facebook.com/search/top/?q=freebody%20club

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Goodmorning Brescia (82) – La Festa delle Fómne raddoppia con Gatta

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La notizia è di quelle ghiotte: il temerario giornalista Costanzo Gatta si propone come mattatore della Festa delle Donne con una duplice presentazione del suo ultimo libro, rischiando il mattarello delle fiere Fómne maltrattate da secoli di detti e proverbi malevoli che l’incauto giornalista è andato a ripescare dal passato maschilista di Brescia e circondario. 

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Si è cominciato, il giorno 6 marzo, in Loggia, più precisamente nella prestigiosa quanto opulenta Sala Giudici.

L’introduzione è di Laura Cottarelli, neo vice-presidente della Fondazione Civiltà Bresciana.

«Ciò che più mi ha colpito è che tra i tanti detti coniati dalla tradizione maschilista bresciana e recuperati da Costanzo Gatta, non ce n’è uno d’intonazione positiva.  Già lo sapevo, naturalmente, ma vederli uno dopo l’altro, per le cento pagine di questo quaderno… »

Passa poi a una diagnosi della situazione ai nostri giorni.

«Da allora molte cose sono cambiate in meglio, è innegabile, ma qualche problema è rimasto. Basta pensare ai pubblicitari che, per promuovere il marchio di uno sciroppo per la tosse o di una lavatrice (per non parlare delle automobili) non trovano di meglio che attingere all’immagine di una donna sminuita a mero oggetto di desiderio e  di conquista».

Perché le parole sono sassi, il cui impatto, una volta lanciati, non può essere reso meno dannoso con una risata compiaciuta.

«Le parole violente sono capaci di rendere violenta la più pacifica delle comunità» sottolinea, per non lasciare dubbi residui prima della conclusione.

«In una vera democrazia le donne devono partecipare, e solo un’effettiva partecipazione femminile può fondare e costruire una vera democrazia»

Potrebbe sembrare una ripetizione o, perlomeno un’inutile ridondanza, ma non lo è affatto.

Per l’assessore Roberta Morelli «Forse persino in questi orribili detti c’è qualcosa da salvare: per esempio il fatto che certe battute (che sarebbe riduttivo definire di cattivo gusto) i signori uomini si permettevano di dirle quando erano tutti insieme all’osteria, non certo in casa, in presenza della moglie».

La realtà è che, nel periodo dell’800 e della prima metà del ‘900, prima che si avviasse il pur difficile e faticoso processo dell’emancipazione femminile, sulla base della mancata indipendenza economica e sociale della donna, l’uomo reputava se stesso al centro dell’universo.

Daniela Mena, organizzatrice del Festival della Microeditoria di Chiari, spiega le motivazioni che hanno portato la sua casa editrice, la GAM di Rudiano, a effettuare questa scelta di pubblicazione.

«Non appena ho letto il testo ho accettato la proposta di Gatta. Si tratta di una raccolta di proverbi misogini, certo, ma anche del recupero e della tracciatura di un’importante aspetto della tradizione. Un check letterario utile come pietra di paragone dei cambiamenti e dei progressi intervenuti con il trascorrere degli anni, impreziosito dalle belle e suggestive illustrazioni opera dell’artista Micio Gatti»,

Di grande impatto le letture degli “obbrobri maschilisti” curate da un Daniele Squassina elegante e sornione dicitore, insomma in gran forma, come sempre.

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Il secondo round, per così dire, si è disputato il giorno dopo in un’altra sede di grande prestigio, non solo architettonico: la sede della Fondazione Civiltà Bresciana nell’antico palazzo di Vicolo S. Giuseppe.

Lì, coordinate da Elvira Cassetti Pasini, sono il consigliere del quartiere Centro Storico Nord Tina Venturelli,  la giornalista Magda Biglia e la docente universitaria Carla Boroni, a dibattere del libro di Costanzo Gatta, sempre con Daniele Squassina a farsi carico delle letture.

«Si tratta di un libro molto stimolante» è l’esordio di Magda Biglia.
«Faccio osservare, però, che molti degli stereotipi sulla donna riportati dal libro sono ancora validi ai nostri giorni. E siccome gli stereotipi culturali, purtroppo, sono tra le cose più difficili da sradicare, a poco ha potuto, sino a questo momento, la dimostrazione da parte delle donne della possibilità di sapere e potere raggiungere l’eccellenza in moltissimi settori prima riservati all’uomo»
Una competizione di genere che si dimostra ancora ad handicap per le persone di sesso femminile, visto che, nonostante gli sforzi, in Italia la società non è ancora a misura di donne che molto spesso, in un sacrificio non indolore,dettato dall’amore per la famiglia, sono praticamente costrette a tirarsi indietro nel percorso di carriera. Forse, da parte di un buon governo, ci vorrebbe, in tema di effettive pari opportunità, un atteggiamento più impositivo, sia nelle carriere che nella formazione delle giovani generazioni».
«A prima lettura ho avuto l’impressione di trovarmi, attraverso la raccolta di Costanzo Gatta, di un mondo contadino che ora non c’è più.  Poi, però…. mi sono resa conto  che sia pure con meno volgarità e virulenza,  certe idee sono difficili da sconfessare. Senz’altro rimane, anche ai giorni nostri, il quantomeno cauto atteggiamento dei giovani nei riguardi del matrimonio leggibile su Fómne… solo che, in questo agitato terzo millennio, si tratta di un approccio comune anche alle ragazze!» è il pensiero di Tina Venturelli.
«Tra le pagine del libro di Costanzo Gatta, le uniche frasi accattivanti, gli unici complimenti, vengono riservati alle bambine molto piccole» osserva poi, dando l’illusione di attenuare un giudizio severo verso la “filosofia da osteria” del maschio bresciano di altri tempi.
«Forse, però, si tratta solo di parole di mera circostanza, spese solo per consolarsi che il figlio non sia nato maschio!» aggiunge subito dopo, spegnendo ogni fiammella di speranza.
Più ironico e scanzonato, come spesso accade e come le è proprio, l’intervento di Carla Boroni.
«Come tutti sanno, ma fanno finta di non sapere, Costanzo è un simpatico e adorabile misogino e, tempo stesso… un gentiluomo di altri tempi sempre attento a mettere in relazione la tradizione con l’evolversi dei tempi. Personalmente, sono convinta che tutti i detti, i motti e i proverbi che ha raccolto in questo libro, altro non sono un becero e cialtronesco tentativo di vendetta contro una donna (quella bresciana) abituata da sempre a comandare in casa».
Secondo Carla Boroni si tratta comunque di un’operazione culturale e divulgativa condotta con arguzia e grande rispetto della tradizione.
«Da insegnante posso dire che, anche se in modo confuso e aritmico, sono stati fatti enormi passi avanti per la condizione femminile. Per restare in un settore come quello dell’insegnamento, che conosco profondamente e molto da vicino, incomparabilmente migliore è la situazione economica delle maestre, autentici pilastri dell’educazione del 19° e 20° secolo, ma remunerate per lunghissimi anni a livello di pura sussistenza. Restano anche molti punti oscuri, però: il vecchio delitto d’onore, estirpato a fatica dai codici, sembra ora essere stato vantaggiosamente sostituito, nelle pratiche dei violenti, dalle multiformi varianti di un sempre più diffuso femminicidio». 
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Costanzo Gatta, intervenendo per ultimo, riconoscendo la sua posizione d’inferiorità tattica e strategica tra tante e tali donne, diplomaticamente mantiene un profilo basso, limitandosi a spiegare che, come potrebbero testimoniare amici e conoscenti, «Questo libro è nato da un detto di una violenza e volgarità incredibile che, indignandomi profondamente, mi ha indotto ad approfondire la ricerca tematica nell’ 800 e nel primo 900».
Di più non dice, avvalendosi del diritto di non testimoniare contro se stesso.
La riunione si scioglie e i bravi maschi bresciani intervenuti all’incontro, sciamano dalla sala dirigendosi verso le loro dimore, dove presiederanno (?) il desco famigliare.
In me (che sono notoriamente un malpensante) resta però il sottile dubbio che, nella mente di qualcuno di loro, magari sottobraccio alla propria compagna, permanga, nei confronti delle donne in genere, il subdolo, strisciante e sempre tentatore motto dei bei tempi andati.
La donna, anzi, la fómna?.
La piasa, la tasa e la staga in casa!
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Titolo: Fómne

Autore: Costanzo Gatta

Editore: GAM

Collana: I lügarì

Genere: Stortia e cultura locale

Anno: 2018

Pagine: 104

Prezzo: 12 €

ISBN:  9788898288670

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Quaderno della collana I Lugarì, dedicato alle donne. “Alle signore di ogni età suggerisco di leggere questo libretto con bonomia e leggerezza e con la consapevolezza che la pretesa superiorità dell’uomo è, in realtà, una gentile concessione… e ai signori uomini useremo la cortesia di non svelarlo”. Dalla prefazione di Laura Cottarelli. Corredato dai disegni di Micio Gatti.

 

Le margherite sè le sfòia, le röse sè le nasa e le fómne sè le basa – Le fómne e le vache bune le resta ‘n paés – Sè tè öt viver quét, resta pöt. – Chi gha moér, gha pensér – Chi öl tacà a tribulà èl töe moér – La fómna che pipa, che nasa o che cica, dèi diaol l’è cara amica. – Èl piö gran mèret dè la fómna, l’è ‘l saì tàser – Siète dè picinine, mai bune spusine – Chi öl la fiöla basa la mama – Sè ’l-òm èl gha ’l bigaröl e la fómna lebraghe.

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Goodmorning Brescia (56) – Vino formaggio e olio… e buona appetito a Orzinuovi!

Dal 2005 è la Orceania Srl, costituita nell’aprile di quello stesso anno con la partecipazione del Comune di Orzinuovi, a occuparsi della organizzazione, della realizzazione e della gestione  della Fiera.

Dal sito ufficiale della società abbiamo ripreso, e di seguito riportiamo, un elenco di motivi che spiegano il perché non solo allevatori, coltivatori e operatori dell’alimentare, ma tutte le persone interessate a un colloquio con la terra e la natura, e attarverso loro con un aspetto più tangibile e interiorizzante con la cultura, potrebbero (e -aggiungo io. dovrebbero) visitare questa 69^ edizione della Fiera Regionale di Orzinuovi.

1) Terra: nelle aree tematiche agricoltura e zootecnia, con la Frisona e la Bionda dell’Adamello, nel progetto teatrale del regista Pietro Arrigoni (Palazzo Franguelli, domenica 3 settembre, 20.45), nel convegno di Confagricoltura (Centro A. Moro, venerdì 1 settembre, 17.30), nell’allestimento pensato dall’Associazione Florivivaisti Bresciani per la nostra piazza.

2) Sapori: nel Parco del Gusto, con prodotti a km zero, proposte enogastronomiche, presentazioni di libri e showcooking dedicati alla cucina bresciana, come nelle iniziative per adulti e bambini dell’area “Mielandia: noi siamo alveare”.

3) Tradizione:
 nella riscoperta degli antichi valori contadini, con la Vecchia Fattoria, e dei proverbi bresciani (Santuario Madonna Addolorata, venerdì 1 settembre, 20.30), nei concerti e nell’inaugurazione della mostra dedicata alla Fanfara dei Bersaglieri (biblioteca, sabato 2 settembre, ore 10).


4) Relazioni:
 nel progetto ComuniInsieme, nato per creare una rete di supporto e valorizzazione del territorio tra comunità della bassa; nella serie di incontri e dibattiti che coinvolgono le istituzioni del territorio.

5) Commercio: nell’area Artigianato e Commercio, che circonda i giardini pubblici, con le dimostrazioni dei panificatori di Confartigianato e altre interessanti attività, come nello showroom a cielo aperto di piazza garibaldi, con gli spazi dedicati ad Auto e Motori.

6) Ospitalità: nel gemellaggio morale con il Comune di Gualdo, colpito dal terremoto dello scorso anno, che vede, tra le iniziative, alcune famiglie orceane ospitare, per due notti, una quarantina di gualdesi.

7) Identità culturale:
 nelle due mostre allestite in Rocca, dedicate al tema del gioco (inaugurazione sabato 2 settembre, 17.30) e nelle presentazioni dei due inediti Quaderni Orceani (Rocca, lunedì 4 settembre, 9.30 e 16.30).

8) Tecnologia: nei macchinari e nelle più recenti tecniche per coltivazioni agricole e allevamenti, nella grande proposta del Campus Riabitare, con le innovative case in legno e in acciaio, il convegno dedicato alle Smart City, le tecnologie per un abitare consapevole, sostenibile, sicuro e intelligente.

9) Formazione: nelle attività del progetto Asinando, alle quali si aggiunge quest’anno il trekking con gli asini sul fiume Oglio, nei laboratori creativi e nei tornei dell’area Sport e Tempo Libero, nelle attività di Educazione Finanziaria e Benessere del Campus Riabitare.

10) Musica e divertimento:
 da sempre un plus della fiera, con le imprese del funambolo Andrea Loreni, i gruppi musicali orceani, la band di Giusy Mercury, il Tango, la danza verticale sulle pareti della Rocca, il rocker Omar Pedrini, la festa di Radio Orzinuovi, l’anteprima del Festival dell’Opera, la musica sinfonica dello spettacolo “Gli angeli sulla terra”.

 

 

Detto questo, passando per la porta che conduce al Santuario di Maria Vergine Addolorata, ora chiesa di grande suggestione spirituale, una volta (me lo ha detto l’espertissima di castelli professoressa Giusi Villari, presente ieri sera all’incontro «Del cibo e dei proverbi bresciani» organizzato dal Centro Sudi San Martino)  ingresso di un castello talmente solido da incutere timore agli imperiali austriaci che, a scanso si equivoci, decisero di raderlo al suolo nel 19° secolo.

 

L’evento, al quale ha ssistito un pubblico numeroso e interessato, si è svolto in due parti, tra loro collegate in nome dell’alimentazione e delle più antiche tradizioni bresciane.

Nel primo la giornalista Silvia Pasolini ha intervistato il “collega” del Corriere della Sera Costanzo Gatta, autore del libro «Vi che salta, formai che pians e oio de chel bu» edito con la promozione di Monsignor Antonio Fappanidalla Fondazione Civiltà Bresciana. Un agile e brillante trattato che, alle suggestioni tutte alimentari di tre alimenti basilari non soo per la cucina di Brescia e dintorni, unisce citazioni e aneddoti raccolti dall’Autore con la consueta sagacia e con la conoscenza della storia e delle tradizioni (non solo locali) che gli sono proprie e universalmente riconosciute.

«Il titolo l’ho derivato da un antico detto bresciano» spiega Gatta.

«L’idea alla base, oltre al rispetto e all’amore che ritengo doveroso per i frutti della terra che costituiscono l’alimento non solo materiale del genere umano, è che un dialetto non nasce per caso: a mio modo di vedere, infatti, altro non è che l’elaborazione comunicativa di una comunità coesa».

Ovvio che, con un tale conferenziere, il discorso si ampli ad altri temi. Tra i tanti spunti, basti citarne uno, gustosissimo:

«I proverbi affondano le radici nella saggezza popolare, la quale, a sua volta, trae spunto dalla tradizione religiosa» dice Gatta.

«Così, per fare un esempio illustre, l’invito di Gesù a Zaccheo di scendere dall’albero per appropinquarsi a Lui e al messaggio divino che reca con sé, non essendo presente nella flora locale il sicomoro, diventa un più disincantato “Veni zo dal fic!” »

 

Spettacolare la seconda parte dell’evento, imperniata sulla trasposizione in letture, musica e immagini del libro scritto da Massimo Montanari (per le edizioni La Terza) «Il formaggio con le pere – storia di un proverbio».

 

La chitarra di Maurizio Lovisetti evoca con grande efficacia atmosfere di tempi passati, la voce di Daniele Squassina, calda e suadente come non mai, racconta di storie domestiche e pubbliche nelle quali affonda, deve affondare le radici, anche l’anima dei nostri tempi e delle nostre genti, sempre che se ne voglia davvero conservare una.

Sul grande schermo, intanto, scivolano via, una dopo l’altra, una sull’altra, opere d’arte a tema, che riempiono gli occhi di colori e suggestioni.

Mancano gli odori e i sapori, certo, ma vi assicuro che, con la forza creativa della fantasia, ieri sera si riuscivano a immaginare anche quelli.

 

Per chiudere, due ultime annotazioni.

La prima è la frase con la quale Costanzo Gatta, da sopraffino artigiano della parola qual è, riesce a riassumere il senso della serata:

«Il Sapere comprende anche il Sapore»

La seconda, se mi permettete, un’autentica birbonata, vale a dire una di quelle tentazioni alle quali, chi mi conosce lo sa, il sottoscritto non sa e non vuole resistere.

In una delle ultime diapositive proiettate, il miei occhi malandrini hanno individuato gli inquietanti dettaggli che appaiono circolati in giallo.

La domanda è:

«Ma non è che già all’epoca… esistevano i Mc Donald

 

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Goodmorning Brescia (52) – Giallo del Lago o… giallo dell’Ego?

Ormai è risaputo: l’occhio di Costanzo Gatta su tutto ciò che riguarda non solo la produzione artistica, ma anche la movimentata vicenda umana di Gabriele D’Annunzio, è sempre vigile.

Ha già scritto diversi saggi su di lui, e sta lavorando a un’opera che, con un po’ di enfasi (ma non troppa) si potrebbe definire monumentale.

Dunque tutto (o quasi tutto) ciò che c’è da sapere sul «Vate», sull’  «Orbo Veggente» , su «The Pikedd», sull’  «Ero-Poet» , su «Ariel»  (soprannomi e pseudonimi calzati dal poeta pescarese o attribuitigli da amici, nemici e critici) Costanzo Gatta lo sa.

Per il resto, come dovrebbe fare qualunque giornalista degno di questo nome (ma che troppo pochi tra i suoi colleghi fanno) approfondisce le ricerche di archivio e legge ciò che su D’Annunzio viene pubblicato in Italia e nel mondo.

Questa volta, nell’articolo pubblicato ieri sull’edizione bresciana del Corriere della Sera, lo spunto è tratto dal libro «Il Vate e lo sbirro», di Ennio De Francesco, in cui si ricostruisce l’inchiesta effettuata (ai giorni d’oggi si direbbe sotto copertura) dal commissario Giusepep Dosi, funzionario di polizia prima rottamato e poi recuperato (come spesso accade anche ai nostri giorni) per prendere in mano una di quelle cosiddette “patate bollenti” che nessuno vorrebbe trovarsi a maneggiare: scopo della sua missione, infatti, è chiarire motivazioni e circostanze dello strano incidente occorso in quel di Gardone Riviera, più precisamente a Villa Cargnacco, da una finestra della quale, inopinatamente, D’Annunzio era volato, schiantandosi al suolo dalla non letale, ma pur sempre impegnativa e dannosa, altezza di quattro metri.

Per prima cosa «Cherchez la femme», si dice in questi casi. Beh, a Gardone di “femme” ce n’erano ben due, giovani e piacenti sorelle, per di più, e con un predatore di tale pericolosità in giro per casa…

Un’occasione, oltre che per ripercorrere uno dei tanti episodi “piccanti” della disordinata vita amorosa del sessulalmente bulimico Gabriele, per riassaporare un gustoso spaccato della vita della high class bresciana e gardesana del tempo.

A tutti i (non pochi) fan di Gatta, ricordo che nel pomeriggio di venerdì 1 settembre, nell’ambito della Fiera Regionale di Orzinuovi, passando con l’agilità mentale e creativa che da sempre lo contraddistingue, dalla storiografia letteraria (e non) alla cultura popolare e alla ricca tradizione alimentare e culinaria del bresciano, il giornalista/scrittore e drammaturgo presenterà un suo nuovo libro il cui titolo, tradotto dal vernacolo, è  «Vino che salta, formaggio che piange e olio buono».

A seguire, per restare in tema, lo spettacolo «Al contadino non far sapere quanto sia buono il formaggio con le pere» con Daniele Squassina e Maurizio Lovisetti.

Ghiottissimo appuntamento per antonomasia, dunque da non perdere.

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

«Mi è sembrato di vedere un Santo. Anzi, due»

È così che, da un momento all’altro, il Teatro te lo trovi sotto il porticato di Piazza Loggia, una domenica pomeriggio di un febbraio né troppo corto (nel mondo succedono, ogni santo giorno, talmente tante cose…) né troppo amaro (in effetti a Brescia, e non solo, ho conosciuto inverni più rigidi).

 

«Lo spettacolo è di quelli della categoria “cotti e mangiati”, tanto per intenderci» confida Costanzo Gatta, drammaturgo e regista di questa chicca teatrale offerta ai bresciani in modo inatteso e sorprendente.

«Voglio dire che la richiesta pervenuta al CTB di mettere insieme qualcosa che arricchisse le celebrazioni dei due amati Patroni della città, Faustino e Giovita, è arrivata quasi “in zona Cesarini”, e per fortuna che la troppa densità di iniziative ha comportato uno spostamento in avanti di una settimana»

Lo guardo con un certa incredulità, mescolata con un’equivalente dose di sospetto.

«Ho preparato la pièce, tratta da un canovaccio del 1885 a firma di Tancredi Muchetti, rampollo di una famiglia di Adro, composta di celebrati marionettisti, in una decina di giorni. Pensa che le prove, una volta radunati i miei “ragazzi”, sono cominciate nientedimenoché sabato della scorsa settimana» va avanti lui, imperterrito.

«E il tuo adorato D’Annunzio, dove l’hai lasciato?» chiedo io, visto che mi è giunta all’orecchio notizia di un immane “lavoro in corso” proprio sulla complessa e molto (ma molto) articolata vita sentimental-sessuale del grande scrittore pescarese. 

«Per il momento le love story di Gabriele possono aspettare. Non molto, però, visto che già la settimana prossima sarò a Milano per tenere una conferenza sulla liason dangereuse tra D’Annunzio ed Eleonora Duse Letteratura e teatro, come ben sanno tutti coloro che mi conoscono, si sono intrecciati in me in un nodo inestricabile»

Premesso ciò, veniamo a quanto visto e goduto oggi pomeriggio.

La storia

Nel 1438 Niccolò Piccinino (per ordine degli Sforza) porta le sue truppe sotto le mura di Brescia nel tentativo di riconquistare la città conquistata dalla Repubblica di Venezia dopo una serie di sanguinose battaglie.

Dopo parecchi mesi di assedio, nel momento in cui le truppe milanesi stanno per prendere il sopravvento, attraverso un durissimo attacco indirizzato contro gli spalti del Roverotto, in cima alle mura appaiono le figure lucenti dei Santi Faustino e Giovita, che terrorizzano gli assedianti e li metteno in fuga. Da quel giorno in poi, a giusto titolo, i due assurgono al ruolo di Patroni della città.

La pièce

Più che una rievocazione storica, una storica rievocazione della recitazione patriottico-religiosa dei bei tempi andati.

Uno spettacolo popolare, un gioco di specchi negli specchi in cui coesistono e collaborano marionette che si cerca di umanizzare attraverso la voce degli attori e di attori che si muovono, si atteggiano e recitano a guisa di marionette.

In un vivace quanto godibile susseguirsi di toni esageratamente epici, di termini linguistici roboanti e deliziosamente desueti, di gradevoli stacchi e stacchetti musicali, inframmezzati dagli interventi surreali di attori che fanno il verso a se stessi, la narrazione procede senza attrito alcuno.

Non mancano, anzi, sono sapientemente seminati qua e là, ammiccanti giochi di parole spesso sull’orlo del grossier (ma senza mai precipitarci dentro): così l’avversario è insultato come “gran figlio… di Venezia”, l’errore, ovvero il “fallo” non si riscatta, ma si risveglia… e così via.

Attori troppo bravi perché il pubblico cada nell’inganno di scambiarli per autentici guitti da strada, marionette sapientemente animate, con il sempre sornione Costanzo Gatta che si diverte a vedere divertirsi gli spettatori che gremiscono il Porticato di Piazza Loggia. 

Perché una cosa è certa: a lui che, bontà sua, “non infellonisce mai“, di certo “l’ardir non manca“.

 

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    GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (15) – Il Rivellino rivelato

Ne aveva scritto sul Corriere della Sera meno di un mese fa, all’indomani del fortuito (e fortunato) ritrovamento della base del rivellino di piazza della Repubblica a opera degli operai della A2A e, venerdì prossimo; venerdì pomeriggio il giornalista Costanzo Gatta ne parlerà presso la sede della in uFondazione Civiltà Bresciana,  insieme a Nicoletta Carioni, l’attore Daniele Squassina e l’architetto Giusi Villari n dotto talk show artistico-cultural-storico sulla nuova collocazione dei reperti.

Insomma, grazie al teleriscaldamento (con buona pace di chi ne contesta l’utilità e la compatibilità ambientale), proprio davanti al palazzo dei sindacati, è saltato fuori  un bel pezzo delle cosiddette mura venete e, in particolare dell’antica Porta di San Nazaro.

Sì, ma che cosa è, un “rivellino”?

Nulla a che vedere (naturalmente) con l’omonimo calciatore carioca Roberto Rivellino (vincitore tra l’altro di 3 coppe del mondo nel 1970, 1974 e 1978 e inserito dal maestro Pelè nella lista dei migliori giocatori sudamericani di sempre.

No, il rivellino (o revellino) di cui si parla in questo articolo è un tipo di fortificazione indipendente generalmente posto a protezione di una porta di una fortificazione maggiore. La grande diffusione della struttura, soprattutto nell’ambito della fortificazione alla moderna, ha diffuso la parola in tutta Europa (in inglese e francesce Ravelin, in spagnolo Revellín, in portoghese Revelim) ma ne ha contemporaneamente sfumato il significato cosicché spesso sono etichettate come rivellini strutture di tutti i generi. La probabile origine va ricercata in una formazione del tipo iterativo RE + VALLARE cioè fortificare di nuovo, da cui un latino tardo REVALLO; dall’analogia con “ripa”, “riva” (che darebbe la forma intermedia RIVALLO) avrebbe, per metafonia A>E portato alla forma RIVELLO. Trattandosi di opere in genere di ridotte dimensioni si sarebbe poi affermato il diminutivo “rivellino”.

(da Wikipedia, l’enciclopedia libera).

Scrive Gatta nel suo articolo:

Si può approssimativamente calcolare che il diametro fosse attorno ai 70 metri. Il tracciato semicircolare doveva abbracciare l’attuale piazzale della Repubblica. Poi dove oggi iniziano via Fratelli Ugoni e via Vittorio Emanuele al rivellino si allacciavano le mura. Lungo via Vittorio Emanuele esistevano poi torrette di guardia con i romantici nomi di Stelle, Sole e Luna.”

Già quasi novanta anni or sono, in occasione della posa delle fondamenta del Palazzo dei Sindacati, erano emerse alcune vestigia murarie, prontamente (ma invano) segnalate dagli operai alla direzione dei lavori cui premeva, soprattutto, poter inaugurare il nuovo fabbricato in tempo utile per festeggiare l’ottavo anniversario della Marcia su Roma.

Quelli venuti alla luce sono dunque i resti del rivellino della porta San Nazaro, saltato in aria nel 1769 per un drammatico scoppio delle polveri. Accadde alle 4 del mattino durante un temporale. Tutta colpa di un fulmine piombato su uno dei 2800 barili che contenevano 234.822 libbre di polvere.” ricorda ancora Costanzo Gatta.

La città pianse oltre 500 morti: 270 i rinvenuti, altrettanti rimasti per sempre sotto le macerie, 276 infine i feriti. Al di fuori delle Chiusure si contarono 6 morti.I resti trovati verranno valorizzati. Il come è ancora da studiare e secondo le direttive della Sovrintendenza.”

 

 
La Fondazione, senza scopo di lucro e per l’esclusivo perseguimento di finalità di solidarietà sociale, ha come fini la ricerca, la documentazione e lo studio della storia, della vita, della tradizione e del patrimonio culturale lombardi, con particolare riferimento a quelli bresciani e, come tale, favorisce, promuove ed attua ogni attività ed ogni iniziativa che abbia attinenza con le proprie finalità istituzionali.

In particolare la Fondazione (presieduta da Monsignor Antonio Fappani):

– incrementa (anche con il contributo di altre Istituzioni, Associazioni, Enti pubblici e/o privati e di singole persone) la raccolta di documenti, di studi e di materiale librario afferenti le proprie finalità;
– promuove e cura ricerche specifiche di materiale documentario e ne pubblica i risultati; sviluppa iniziative per la conoscenza e la valorizzazione dei   beni culturali e per la creazione di progetti museali; organizza convegni di studio e/o seminari sugli argomenti afferenti le proprie finalità istituzionali;
– istituisce e promuove premi di studio e borse di ricerca per studiosi e ricercatori che intendano approfondire le tematiche che costituiscono le finalità sociali della Fondazione;
– garantisce la funzionalità degli archivi e delle biblioteche specializzate propri e favorisce la fruibilità di quelli di proprietà degli Enti a tal fine convenzionati con la Fondazione;
– promuove attività di formazione e di aggiornamento degli operatori di tutti i Servizi culturali attivi o attivabili a livello sia locale, sia regionale;
– cura la pubblicazione di riviste e di monografie al fine di rendere noti i risultati delle ricerche e degli studi promossi, cura altresì la stampa degli atti dei convegni e dei seminari organizzati.
– promuove corsi e seminari di storia;
– promuove convegni di studio sui problemi e sui personaggi bresciani;
– promuove ricerche e indagini su particolari momenti della storia bresciana, anche per offrire stimoli ed incentivi di studio per i giovani ricercatori;
– presenta opere attinenti la vita e le storie bresciane;
– progetta e realizza mostre, anche itineranti, su tutti gli aspetti della vita, della storia e della cultura bresciane;
– ospita anche esposizioni già allestite, purché siano consone ai suoi scopi;
– progetta e dirige l’allestimento di esposizioni e di mostre per conto di Comuni, Enti e privati.

Appuntamento venerdì pomeriggio a partire dalle 17 presso la sede di Fondazione Civiltà Bresciana in Vicolo San Giuseppe 5.

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 Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.