Goodmorning Brescia (84) – Gialle mimose e panchine rosse

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«L’8 marzo, a Brescia, dura più di un mese» , sono le prime parole con le quali  Roberta Morelli, assessore alla scuola e alle pari opportunità del Comune di Brescia, presenta il fitto e interessante elenco di appuntamenti che si protrarranno fino al 9 aprile, mettendo in risalto l’inaugurazione di molte “Panchine Rosse” che saranno installate nei parchi di città e del circondario. Poi introduce l’evento del giorno, che si tiene nella suggestiva e funzionale Sala Alberi del Mo.Ca. (al numero 78 di via Moretto). 

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Si tratta della lettura scenica de «Il sole sul labirinto» scritto da Roberto Bianchi in ricordo di Hina Saleem per l’interpretazione di Emanuela De Munari.

Prima che cominci la performance l’autore ricorda che lo spirito della sua opera è sì quello di ricordare, attraverso la drammatica vicenda della ragazza pakistana, uccisa a Sarezzo dal padre Mohammed nell’agosto del 2006, i funesti esiti di un certo fondamentalismo religioso, ma anche di mettere in luce come, sotto l’aspetto della considerazione e del trattamento della donna, anche nel mondo occidentale, anche oggi, ci siano non poche zone opache.

La narrazione, scandita dalle stagioni dell’anno, racconta dell’incontro di un italiano, marito e padre apparentemente integerrimo, che, andando a prendere il figlio a scuola, incontra Hina che si trova fuori della scuola per attendere l’uscita del suo fratellino. Nel padre e nel figlio scattano, al cospetto di quella ragazza dai capelli scuri e dalla pelle olivastra, dal bel viso cui il velo islamico conferisce intrigo e mistero, due diverse curiosità: quella del bambino, innocente e trasparente, e quella dell’adulto, più opaca, più contraddittoria, più maliziosa.

Un’attrazione anche fisica da parte dell’uomo, che parte dall’unica parte del viso chiaramente esposta: l’ammaliante profondità degli occhi neri di Hina. Una creatura così diversa, così clamorosamente distante dalla bellezza sofisticata della moglie, la cui dimensione segreta accende la fantasia e le fantasie. Nella voglia di lui di conquistare, di possedere, sostanzialmente di corrompere, si riconosce quel sapore inebriante di proibito che caratterizza i pensieri e le azioni dello scellerato Egidio con la monaca di Monza.

Il finale, però, nella finzione diverge completamente da quanto accaduto in realtà: Hina trova riscatto e libertà, eludendo il tentativo dei suoi parenti di costringerla a un matrimonio combinato, fissato per lei fin dall’infanzia. Una fuga che non è una sconfitta ma una vincente rivendicazione d’identità, che si concreta nell’ hijab colorato che Hina fa arrivare per posta al suo mancato seduttore: per lui un’occasione mancata, che si è fermato all’apparenza e che una volta allontanatasi fisicamente la ragazza, non  trova di meglio che rinnegare (a se stesso prima ancora che alla moglie gelosa) quello che si rivela alla fine solo un effimero slancio vitale. Una grande conquista per lei.

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Gli spettatori, alla fine, applaudono l’intelligenza del testo di Roberto Bianchi e la convinta e convincente lettura-interpretazione di Emanuela De Munari.

Rimane solo il rimpianto che la fantasia  di un autore non possa tornare indietro nel tempo per scongiurare un atto di violenza inumana e la tragica morte che ne derivò.

         Bonera.2

 

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P.S.

Ricordiamo il romanzo «Il guaito delle giovani volpi» scritto da Patrizio Pacioni e pubblicato da Edizioni Melino Nerella nel 2013, che proprio alla tragica morte di Hina Saleem è ispirato. 

 

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Goodmorning Brescia (83) – I Sonetti rivisti e corretti di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti

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Come di consuetudine è Gian Mario Bandera a porgere il saluto ai giornalisti partecipanti alla conferenza.

«Questo spettacolo fa parte del percorso Palestra del Teatro, cominciato nella scorsa stagione, al quale riserviamo, anche in luce prospettica, un’attenzione sempre maggiore. Un punto di vista diverso e nuovo non solo per ciò che concerne la materia registico-drammaturgica, ma anche in tema di contaminazioni di narrazione teatrale». 

Il Consigliere Luigi Mahony introducendo le dichiarazioni degli artisti, non si lascia sfuggire l’occasione per informare i giornalisti presenti, con grande soddisfazione, che nella corrente stagione, con le ultime sottoscrizioni, si è arrivato a un consuntivo di 6.circa 200 abbonamenti.

«È il massimo storico raggiunto nella vita quarantennale del CTB, che supera di ottocento unità il precedente record (5.400 abbonamenti negli anni di mezzo del decennio 1990/2000)».

Valter Malosti, regista di Shakespeare/Sonetti, attore, da gennaio Direttore del TPE (Teatro Piemonte Europa) ringrazia il CTB per avere ancora una volta recepito e fatta propria l’idea di carattere innovativo che è stata sottoposta alla sua attenzione.

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«Nel teatro italiano si continua a parlare da tempo e molto di lavorare in palcoscenico con contaminazioni tra varie modalità di espressione artistica. Nonostante ciò, fino a ora, il tema non è stato ancora approfondito con concretezza e in modo organico e operativo. Un atteggiamento ostativo, soprattutto in Italia, di cui non riesco a capire le autentiche origini e le motivazioni. Negli ultimi anni, addirittura, si è registrata una regressione» è la prima riflessione.

«Ora, anche in funzione della nuova posizione direttiva che sono stato chiamato ad assumere, posso riconoscere che i numeri (dicasi gli incassi) sono molto importanti, per non dire essenziali nella gestione di un Ente teatrale . Non per questo, però, pur dovendosi conoscere e valutare con attenzione ogni rischio da ciò derivante, non si può rinunciare aprioristicamente alla possibilità di creare e realizzare spettacoli anche in modi alternativi, purché di altissima qualità artistica ed espressiva».

Malosti passa poi a desrivere più in dettaglio quanto si è fatto per Shakespeare/Sonetti.

«Mettendo da parte la contaminazione, in questa operazione c’è un altro aspetto importante: il lavoro che abbiamo deciso di effettuare sul testo, andando alla ricerca di un filo conduttore nel marasma originario dei versi, ottenendolo attraverso lo stravolgimento meditato dell’ordine dei sonetti e del recupero, attraverso una nuova traduzione teatrale sostanzialmente diversa dalle tradizionali poetiche, che andasse a recuperare la durezza del linguaggio del tempo e certe espressività più carnali e popolari, a volte francamente scurrili. Il tutto unendo alle parole, nel  miglior modo possibile. le arti visive e a la musica (a volte sfacciatamente ucronica. Nella prospettiva storico letteraria, se i libretti shakespeariani di «Venere e Adone» e de «Lo stupro di Lucrezia» si rivelarono, per i tempi, due autentici bestseller, le copie dei «Sonetti», stampate in numero decisamente inferiore, tanto da fare pensare a un “libro privato”, presto scomparvero dalla circolazione»

Malosti conclude il suo articolato intervento ricordando che se molti insistono sull’autobiografismo del Canzoniere, utile a meglio comprendere la personalità del drammaturgo, la cosa davvero importante è che è rimasto alal storia della letteratura e del teatro un testo di grandissimo valore. 

È poi la volta di Fabrizio Sinisi (recentemente nominato “drammaturgo interno” del Centro Teatrale Bresciano per le prossime tre stagioni).

«In questo insieme apparentemente disordinato di endecasillabi, una storia c’è (quella di un amore), anzi ce ne sono più di una, ove si considerino la presenza e il ruolo della monolitica dark lady (prostituta? nobildonna? fantasma letterario?) che trasforma la narrazione in quella di un complesso triangolo, una specie di Trinità Interiore, cui si aggiunge, a complicare ancora di più la trama, l’ulteriore incombere del Poeta Rivale. Nella mia interpretazione la dark lady diventa uno specchio opaco del narratore»

Conclude sottolineando come i Sonetti, pur potendo sembrare a primo impatto, un Canzoniere sentimentale, in realtà servono a Shakespeare per creare, attraverso l’esercizio poetico,  un vero e proprio “ambiente di prova” dell’amore. Che non risulterà vincente, alla fine, perché il primato anfrà, sempre e comunque alla forza della parola attraverso i versi.

L’ultimo intervento è riservato alla coreografa Michela Lucenti

«Non è la prima volta che lavoro con Valter, di cui apprezzo molto la nettezza delle idee e di ciò che chiede a chi lavora con lui. Nasco come danzatrice e lavoro sulla recitazione da molto tempo, così come fa abitualmente la mia compagnia. Ciò che abbiamo cercato di fare in questo lavoro è di accendere i corpi come se ci fosse un vibrante confronto tra i versi e la carne. La costruzione della parte fisica, della parte di contatto,  è stata inserita senza che la parte recitata venga meno, in una sovraesposizione di corpi che contribuisca a suggestionare ancora di più lo spettatore. E come piace a Valter (e molto anche a me) ci si è preparati al debutto innestando nel corso delle prove, continuamente, variazioni non previste dal copione».

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  Bonera.2

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Goodmorning Brescia (81) – Se «L’ultima volta» continua a uccidere

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Il primo a salire sul palcoscenico del Piccolo Teatro Libero è l’autore della pièce, Biagio Vinella, che ha anche curato la regia insieme a Milena Bosetti.

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«Noi del Collettivo Teatrale Zazie facciamo “teatro utile”. Il che, in due parole, vuol dire parlare di argomenti importanti, come violenza contro le donne, razzismo e bullismo, attraverso i nostri spettacoli, non solo davanti a platee “amiche” (cosa che può risultare gratificante per il consenso ricevuto, ma sostanzialmente inutile), ma ovunque».

Si ricordi che, prima di questo lavoro, il Collettivo Teatrale Zazie ha al suo attivo, nell’ambito di un progetto sostenuto dal dirigente scolastico Giulia Coppini, dall’Assessore Roberta Morelli e dalla psicologa Franca Pagni, altre tre rappresentazioni: «Punti di vista», «Le mie parole» e «Caramelle da uno sconosciuto», tutti incentrati su tematiche sociali ed etiche e tutti programmati o in programma presso numerose scuole.

Poi comincia «L’ultima volta», che si avvale di suggestive scenografie elettroniche computerizzate.

«Ho bisogno di chiederti scusa guardandoti negli occhi»  è una delle prime frasi pronunciate da una delle giovanissime attrici (Livia Baroni, Giorgia Tonelli, Mariam Ghidoni, Camilla Fragomeno) che si alternano nella memoria dolente di un unico personaggio: una ragazza vittima della violenza di genere, che ricorda, momento per momento, vicende e parole che l’hanno portata a una morte prematura e acerba.

Ragazze che s’impegnano a fondo sul palcoscenico, investendo nella recitazione ognuna qualcosa di sé, prelevata dal profondo dell’anima. Con le voci giuste, quelle di giovani donne che cominciano ad affacciarsi alla dimensione degli adulti e a conoscere un mondo che non è facile amare.

«Vediamoci per l’ultima volta» e l’ultima volta sarà, perché è così che spesso finiscono certe storie di amore malato: con l’ennesimo inganno, l’ennesima trappola, infine mortale.

Come tutte le storie d’amore, però, l’inizio può essere romantico, esaltante, un sentimento d’infinita misura perché infantile, infantile proprio perché smodato, smisurato, irragionevole  e cieco.

Poi arrivano i primi tentativi di controllo, le manipolazioni, il processo di svalutazione di sé e di colpevolizzazione che mirano a isolare la parte più debole dal contesto sociale, prima dagli amici, poi anche dalla famiglia. Un “protocollo” inconsapevolmente subdolo e spietato, frutto non dell’astuzia del singolo ma retaggio di generazioni e generazioni di brutale supremazia maschile.

Le prime percosse, seguite, immancabilmente da scuse più false dei trenta denari di Giuda.

Le minacce, il malessere di chi subisce, e si abitua a subire, violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo.

«Vediamoci per l’ultima volta» , sì, e nell’anima degli spettatori, come una lama, scende il gelo.

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (80) – A Brescia doppio femminile, con Gigì!

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Come di consueto è il Direttore del C.T.B. Centro Teatrale Bresciano, Gian Mario Bandera a introdurre la conferenza stampa, confermando anche per quest’anno, con piacere e soddisfazione,  l’ospitalità per questo appuntamento ormai ventennale che va in scena sempre in prossimità della festa della donna (quest’anno il 12 marzo)

«Moltissime donne, sia di Brescia, che delle Valli, che della Bassa, aspettano con trepidazione questa occasione di svago» ricorda Antonella Gallazzi (Spi CGIL Brescia).

«Un evento ricorrente, che curiamo con attenzione e impegno, ma che costituisce solo una parte di un più complesso calendario di attività che si susseguono per tutto l’anno» specifica subito dopo.
«Ci battiamo per i diritti anche economici delle donne, di previdenza,  di volontariato, di indigenza, di solitudine, disagio ed emarginazione, negoziando attivamente con i comuni e gli altri enti locali sulla base delle esigenze del territorio».

Passa poi la parola a Maria Luisa Battagliola (Fnp CISL Brescia) che illustra più nel dettaglio le finalità dello spettacolo.

«Sarà  un  momento ludico di cui (sommando gli spettatori delle due rappresentazioni) porteremo a teatro 1300 donne di cui molte, nella pomeridiana, provenienti da un totale di una quindicina di case si riposo e centri diurni. È per questo che la scelta è caduta su un’operetta le cui arie, probabilmente, a suo tempo cantavano i nostri cari anziani»

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Da parte di Maria Luisa Battagliola, Antonella Gallazzi e Angela Bolognesi (Uilp UIL Brescia), infine, viene colta l’occasione di mettere in evidenza come quello delle case di riposo, in un contesto di domanda sempre crescente per le note cause di progressivo invecchiamento demografico, sia un problema da affrontare con la massima decisione.

Il pagamento della retta, infatti, può avere sulle famiglie coinvolte un impatto a volte devastante. Per questo ci si sta muovendo in due direzioni. La prima è quella di fare pressione sulle amministrazioni, in particolare quella regionale, perché con il loro contributo il costo delle rette rimanga per quanto possibile contenuto. La seconda è un’azione di promozione e sostegno  di quegli interventi domiciliari che, in molti casi, almeno finché ve n’è la possibilità, contribuiscono a ritardare il sempre doloroso distacco tra gli anziani e le loro famiglie.

Ingressi su invito.

All’iniziativa è legata una sottoscrizione i cui proventi saranno destinati a progetti benefici principalmente legati a iniziative sociali in paesi del terzo mondo.

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musical di Alan Jay Lerner su musiche di Frederick Loewe

nuova produzione in esclusiva nazionale su licenza TAMS WITMARK – New York

 

allestimento scenico                               coreografie                                 direzione musicale

Jaro Ješe                                                  Cristina Calisi                                    Maria Galantino

adattamento e regia

CORRADO ABBATI   (di seguito le sue note di regia) :

Dagli stessi autori di My Fair Lady, premiato con 9 premi Oscar, ripreso trionfalmente a Broadway, arriva ora nei teatri italiani: Gigì (innamorarsi a Parigi), il musical di Lerner e Loewe, tratto dal famoso racconto di Colette.

A sessant’anni dalla nascita di questo musical (1958) ho pensato di riportarlo in Italia (a Broadway il suo revival è un grande successo!) e per la prima volta nella sua versione originale valorizzando (finalmente!) lo spartito di Gigì: una partitura raffinata, gradevole, allegra e orecchiabile e mai banale: Loewe con poche pennellate musicali ci riporta con straordinaria arguzia alle atmosfere parigine di primo 900. Altro punto di forza di questo Musical è il lusso dell’ambientazione e lo sfarzo dei costumi che sicuramente non mancherà in questa edizione in una rielaborazione immaginifica e con quel tocco di classe che sottolinea da tempo le nostre produzioni. Ma il lavoro non si è fermato ad una elegante messa in scena, bensì a valorizzare quelli che sono i veri punti di forza di questo Musical: la già citata musica, lo sviluppo e l’evoluzione dei personaggi e le tante spettacolari scene di massa. Questa Gigì vorrei dunque che fosse, anche per voi, come bere una coppa di champagne, come respirare l’aria effervescente, spensierata, piena d’allegria in una Parigi da innamorati.

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   Bonera.2

 
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Goodmorning Brescia (78) – Un Almanacco a metà tra memoria e monito

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Al Nuovo Eden, in occasione dell’ennesimo incontro di «Rapiti dall’Eden – sabato pomeriggio tra cinema e teatro», (rassegna di conferenze con i protagonisti della stagione teatrale del Centro Teatrale Bresciano C.T.B.)  è di scena Vincenzo Pirrottaautore e protagonista di  «Almanacco Siciliano» (recensito da GuittoMatto qualche giorno fa –  https://cardona.patriziopacioni.com/dalla-carta-al-palcoscenico-pirrotta-racconta-una-guerra-che-non-finisce-mai/) prodotto dal Teatro Biondo di Palermo e in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino a domenica 4 marzo 2018.

Tutto parte e fluisce dalla prima domanda indirizzata all’attore siciliano dall’intervistatore Daniele Pelizzari

«Uno spettacolo che ci fa diventare tutti più siciliani

La risposta di Pirrotta parte da lontano:

«Nel dramma si parte dallo scatenarsi della prima guerra di mafia, la cosiddetta mattanza palermitana  (scandita quotidianamente dai titoloni de L’Ora) fino ad arrivare quasi ai nostri giorni, in cui l’inquinamento mafioso si va diffondendo sempre di più anche all’estero». 

Fatta questa necessaria premessa, Pirrotta scende più nel dettaglio dello spettacolo.

«Lo scopo dell’Almanacco  è di raccontare e spiegare alle nuove generazioni quanto di esecrabile e di terribile sia accaduto negli anni ’70 e ‘8’ in Sicilia, perché non accada mai più». spiega.

«E abbiamo deciso di farlo, volutamente, senza  concedere nome e maggiore dignità a una o all’altra delle vittime»

«In una delle prime rappresentazioni, c’era tra il pubblico, in prima fila, la vedova Borsellino e faticavo a incrociarne lo sguardo velato dalle lacrime» racconta, ancora visibilmente coinvolto.

«Quando ho fatto lo spettacolo a Morgantino una signora è venuta in camerino e mi ha abbracciato a lungo singhiozzando», ricorda ancora, con emozione.

«Questo è  e rappresenta Almanacco siciliano, e non solo per i congiunti e gli amici della tante, troppe vittime della mafia e dei mafiosi»

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A questo punto, Pelizzari incalza Pirrotta a definire meglio natura e scopi del dramma.

«Uno spettacolo che non è proprio uno spettacolo, ma un qualcosa in cui la memoria e la rappresentazione si uniscono in una celebrazione di liturgia laica in onore delle vittime,  introiettata e messa in scena con  grande spiritualità. La risultante di una consapevolezza partita dalla lenzuolata bianca di Palermo, seguita alla strage di via D’Amelio, primo segnale di forza della società civile nei confronti dello strapotere mafioso. Ciò che lega tra loro le storie, è lo stupore per il piombo che arriva a falciare vite, come un soffio improvviso di scirocco che spezza un ramo»

Le ultime parole di Pirrotta prima del commiato, su sollecitazione di Pelizzari, sono per le scenografie, dominate da un bianco abbagliante che vuole richiamare, tra l’altro, il colore del lutto di parole esotiche e i canti strazianti creati dai fratelli Mancuso. ispirati da una parte ai cori della classica tragedia greca, in parte ai lamenti delle prefiche delle Madonie.

 

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   Bonera.2

 
 
 

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18:57 (1 minuto fa)

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Goodmorning Brescia (77) – Vicolo delle Stelle e l’Arte

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Mille pagine.
Ottocentoquarantacinque artisti severamente selezionati e raccontati in modo analitico.
Novantotto euro per averne una copia.

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Questi i crudi numeri del fascicolo 53 del Catalogo dell’Arte Moderna, edito per le stampe dell’Editoriale Giorgio Mondadori (Gruppo Cairo), presentato poche ore fa nella bella sede dell’ Associazione Artisti Bresciani, al numero 4 di vicolo delle Stelle.

 

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Numeri elencati con soddisfazione da Carlo Motta, direttore editoriale del Catalogo, che ha introdotto l’evento, che ricorda anche alcuni interessanti percorsi tematici inclusi nella pubblicazione, quali articoli sulle “Donne artiste” e sulla cosiddetta “Arte povera“.

«Non c’è una risposta univoca sulla individuazione e determinazione del concetto di bellezza, neanche partendo dal concetto di estetica. Sembra quasi, anzi, paradossalmente, che talvolta, l’Arte e l’Artista vogliano restare estranei a e stessi» è l’esordio del critico d’arte  e scrittore Andrea Barretta, che spiega così il titolo assegnato all’evento, vale a dire “L’arte e la bellezza: una storia anche editoriale”.

«Quello di bellezza, in realtà, è un concetto in continuo divenire, attraverso un difficile percorso fatto di abiure e demolizioni, per arrivare a una concezione soggettiva che si oggettivizza nello scorrere del tempo, nel variare delle tendenze letterarie e delle correnti di pensiero»

La conclusione è che, fatte queste premesse, il Catalogo deve rispecchiare, evolvendosi di anno in anno, questa ricercata “bellezza”. Soprattutto, in un momento di incertezza quale il presente, il Catalogo deve costituire un punto fermo di ordine e certezze, chiarendo, per esempio, che certe discipline (come il design e la scenografia, che pure costituiscono forme espressive degne di attenzione, rispetto e  ammirazione, ove gestite ai massimi livelli) non sempre e non necessariamente sono da considerare opere d’arte.

Con un breve e incisivo intervento teso a illustrare la parte operativa, commerciale, promozionale e distributiva della rivista chiude l’evento la sempre brillante Luana Baraccani.

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Nella sala erano esposte le opere dell’Artista di Grumello del Monte Enrico Schinetti (nell’ambito della mostra intitolata “Tra i giardini e l’altrove“)  che proprio nella sede della AAB – Associazione Artisti Bresciani, nell’ormai lontano 1970, tenne  la sua prima mostra.

«Le nuove opere di Enrico sembrano segnare una catartica meta del percorso: il mito pare trovare nell’artista una cosciente accettazione, una immanente affermazione, sia come simbolo dei valori che si era pietrificato nelle sculture emergenti dai giardini, che come emblema della inquietudine delle passioni e della ricerca del senso di vivere, con i personaggi che un tempo si aggiravano furtivi e digrignanti»  scrive Marco Ticozzi nell’elegante libretto di presentazione della mostra, dopo aver ripercorso i cicli artistici del pittore: negli anni 70 Monumenti seguiti da Test e Teatri non immaginari per poi arrivare, attraverso il ciclo Problemi di Ulisse, al Giardini Ateniesi.

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Un’ultima annotazione: tra il folto pubblico che gremiva la sala, si è notata la presenza dell’attore Sergio Isonni e (nella foto ai lati del pittore Enrico Schinetti) dell’artista Gi Morandini e di Patrizio Pacioni.

 

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Vero Sport (2) – Cristian Toninelli: che passione, faticare sulla neve!

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La nascita di una pratica riconosciuta e certificata degli sport per disabili risale al dopoguerra, più esattamente al 1948.  In quell’anno Ludwig Guttmann, neurochirurgo tedesco, nominato subito dopo la fine della guerra, in Inghilterra, direttore del centro delle lesioni spinali di Stoke Mandeville, ideò, organizzò e realizzò i primi giochi per persone disabili mielolese, limitando la competizione, in quell’occasione, alla disciplina del tiro con l’arco. Quattro anni più tardi, grazie alla partecipazione di una delegazione olandese, i giochi divennero “internazionali”.

Bisognò attendere fino al 1960 perché, a Roma, i giochi paralimpici si svolgessero nella stessa località e nelle settimane immediatamente successive, delle Olimpiadi maggiori.

Ai campi sportivi dell’Acquacetosa sfilarono, di fronte a un gran numero di spettatori, quattrocento atleti, in rappresentanza di ventitré paesi. Il gruppo italiano, il più numeroso, conquistò  nelle discipline di atletica, scherma, basket, ping pong, tiro con l’arco e biliardo, più di ottanta medaglie, di cui ben ventotto d’oro.

Integrazione culturale, lotta alle barriere architettoniche e ideologiche, inclusione e integrazione dei disabili sono i valori più evidenti cui si ispirano i Giochi. La disabilità vista in positivo, cioè per ciò che un disabile può riuscire a fare, non per ciò che non riesce a fare.

Differenza non solo semantica, per quanto ovvio.

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Passando per una volta dalla mia amata rubrica «Goodmorning Brescia» (ma senza necessità di allontanarmi troppo dalla mia amata Leonessa d’Italia, ieri mattina ho avuto l’opportunità e il piacere di intervistare Cristian Toninelli, atleta della  Polisportiva Disabili Valle Camonica che, prossimamente, partirà per la Corea per partecipare alle Paralimpiadi.

Continuando la lettura di questo articolo, potrete sapere cosa ne è venuto fuori.

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Cristian, perché tra tanti sport, hai scelto di praticare proprio lo sci di fondo?

 

Ho sempre amato lo sport e la natura. Ho giocato a calcio per molto tempo e, a causa della passione che nutro per i begli scenari e per la fotografia, mi ritrovo molto spesso a fare lunghe e impegnative camminate in montagna. Quanto allo sci, è stato un caso: poco più di un anno fa, venendo in contatto con la Polisportiva Disabili Valle Camonica ho avuto modo di mettere ai piedi “seriamente” un paio di sci e… è stato amore a prima vista. 

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Alle Paralimpiadi come ci sei arrivato, avendo così poco tempo a disposizione?

Ci sono arrivato… in extremis! Lo scorso dicembre in Canada, in occasione della mia prima partecipazione a una gara di Coppa del Mondo, ho ottenuto un ottimo piazzamento, che mi ha consentito di ottenere i punti necessari per la qualificazione alle Olimpiadi . Poi è seguito un altro buon risultato (15°), in Germania, sempre per la Coppa del Mondo. 

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Con te la Polisportiva Disabili Valle Camonica rinnova e rinverdisce una ormai consolidata presenza ai Giochi Paralimpici invernali (Torino 2006, Vancouver 2010, Sochi 2014) ed estivi (Rio de Janeiro 2016). Ci saranno altri “compagni di squadra” con te?

Per lo sci di fondo sarò l’unico italiano. Ma nello sci alpino sarà con me  il bravissimo Davide Bendotti.

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Dicci qualcosa di più sulla tua Polisportiva.

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La Polisportiva è operativa da oltre venti anni, con risultati agonistici strepitosi in tantissime discipline sportive, impegnando e preparando nel miglior modo possibile atleti disabili fisici e mentali Sotto la guida della Presidente Gigliola Frassa, di Darfo, appassionatamente affiancata e supportata dal marito Angelo Martinoli, grazie al lavoro di tanti volontari, l’Associazione sta ottenendo risultati sempre più prestigiosi. di Darfo ne sono le anime, dal tiro con l’arco alla carabina, trattano parecchio la disabilità mentale Fanno girare moltissimi ragazzo a  grandi livelli. Tantissime medaglie.

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Cosa vuol dire essere un atleta famoso nella comunità in cui si vive abitualmente?

Per dire la verità, l’inizio non è stato semplicissimo. Ero visto come un tipo stravagante, che si era permesso l’azzardo di lasciare un “posto fisso” per tentare l’avventura nello sport. Man mano che arrivavano i successi, però, la situazione è radicalmente cambiata e tutti, ma dico proprio tutti, hanno espresso apprezzamento su quel che è una vera e propria scelta di vita. Una scelta che ha un suo prezzo, inevitabilmente: non è come facile come potrebbe sembrare a prima vista, alzarsi ogni mattina all’alba per andare  a correre sui saliscendi delle nostre montagne e faticare in palestra nella stagione buona e arrancare sulla neve nelle gelide giornate d’inverno… 

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Manifestazioni come le Olimpiadi e le Paralimpiadi, credo, costituiscono una straordinaria esperienza anche dal punto di vista umano.

Dei partecipanti della nostra spedizione ne conosco pochi, dunque sarà un piacere fare nuovi incontri e scambi d’idee. Con qualcuno degli atleti stranieri abbiamo già avuto occasione di conoscerci ma sarà certamente molto bello ritrovarsi e frequentarsi avendo a disposizione tanto tempo.

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E siamo arrivati, per concludere, alla domanda con la D maiuscola che non potevo (e non volevo) evitare di porti: con quali speranze e obbiettivi partirai per la Paralimpiadi? E dopo? Che succederà, dopo?

Il mio allenatore sostiene che, avendo cominciato solo un anno fa ad allenarmi professionalmente, nonostante non sia giovanissimo anagraficamente (ho 29 anni), dispongo di un fisico non ancora sfruttato fino in fondo, dal che consegue che le mie vere potenzialità restano ancora da scoprire completamente. In questa ottica le Olimpiadi coreane serviranno innanzitutto per favorire la mia crescita personale, poi l’anno scorso in Canada si tenterà di entrare nei primi dieci del mondo, in vista delle successive Paralimpiadi. Obbiettivi realistici per la Corea? Intanto parteciperò a tre gare: la 20 km libera, la 10 km classica e lo sprint. I favoriti son russi e ucraini, con l’eccezione, per lo sprint, di un atleta francese davvero fortissimo. Per me si punta a confermare il quindicesimo posto ottenuto in Germania. La convinzione c’è, ma non sarà certo semplice riuscirci. .

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Ricordami le date.

Si parte il prossimo 2 marzo e si farà ritorno il successivo 22. Ci sta un “in bocca al lupo”?

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CERTO CHE SÌ:   «IN BOCCA AL LUPO, CRISTIAN

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 Bonera.2

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Goodmorning Brescia (76) – San Faustino: tanti “singoli” fanno una moltitudine

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Giusto due parole, poi lascerò la parola alle immagini di questa giornata di festa per Brescia, immancabile richiamo e ricorrente grande appuntamento per tutti i bresciani.

Come spesso accade per la ricorrenza del Santo Patrono (questo è da tempo San Faustino per Brescia, insieme al meno ricordato San Giovita, a dimostrazione che anche tra i Santi esiste una certa gerarchia) , soprattutto in città della tipologia e della grandezza della Leonessa, o per centri di minore dimensione, ciò che “arma” la voglia di scendere in piazza e partecipare allo struscio collettivo, è il desiderio, mai sopito, di riaffermare la propria identità, sia d’individuo che di gruppo.

Una voglia che, soprattutto in una città ormai indubitabilmente multietnica e multiculturale come Brescia, assume singolari tonalità e sfumature che meriterebbero un più articolato e ponderato approfondimento.

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.Eccoci di nuovo qui.

Avete saziato gli occhi con queste belle foto?  Sì? Allora a questo punto le alternative sono due:

a) Siete forestieri. Accontentatevi di questo e rallegratevi per avere conosciuto qualcosa di più sulla Leonessa d’Italia.

b) Siete di Brescia e dintorni: infilatevi un giubbotto o un paletot e recatevi subito in centro città: così, oltre al senso della vista, potrete gratificare a suon di salamina, porchetta, formaggi e altre simili piacevolezze, anche l’olfatto e, soprattutto, il gusto. Poi, prima di tornare a casa, un bel pirlo come aperitivo ci sta sempre.

Ah, ancora una cosa!

Per chi non lo sapesse, in San Faustino, da qualche tempo, è stato individuato anche il Protettore dei single. In questo caso, a far preferire (ancora una volta) lo stesso Faustino allo sfortunato Giovita, sarebbe l’assonanza con il Santo festeggiato il giorno precedente.

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Probabilmente una sorta di rivalsa da parte di chi, il giorno. precedente, non ha avuto nulla e nessuno da festeggiare. Per alcuni però, la cosa avrebbe anche un fondamento, per così dire, di derivazione storica: la tradizione medievale che vedeva in San Faustino uno assai propenso a offrire alle giovani fanciulle l’opportunità di incontrare il futuro moroso. .

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.