
Martedì 18 febbraio (cioè poco fa) è andata in scena a Brescia, presso il Teatro intitolato a Mina Mezzadri, la prima dello spettacolo «Cenci. Rinascimento contemporaneo», una produzione del Centro Teatrale Bresciano realizzata grazie al sostegno di Ministero
della Cultura, Gruppo A2A, Fondazione ASM, Gruppo BCC Agrobresciano, ABP
Nocivelli. Drammaturgia di Giorgia Cerruti che ne è anche la regista e l’interprete insieme a Davide Giglio, Francesco Pennacchia e Francesca Ziggiotti. Assistente alla regia Alessia Donadio, disegno luci di Lucio Diana, maschere di Lucio Diana e Adriana Zamboni, sound design di Guglielmo Diana e costumi di Serena Trevisi Marceddu.
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La storia:

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Beatrice Cenci, apparteneva a una delle casate aristocratiche più antiche e ricche della Roma papale di fine ‘500. Vittima della violenza e dei continui abusi del padre Francesco, non avendo praticamente valide alternative, si risolse a organizzarne e a farne eseguire l’assassinio. Sia lei che i suoi complici, però, vennero scoperti e, a seguito di un processo dall’esito scontato, nonostante il sostegno manifestato nei confronti della giovane da parte del popolo romano, condannati a morte in una pubblica esecuzione.
Beatrice Cenci nacque a Roma il 6 febbraio del 1577, quando suo padre, facoltoso proprietario terriero e uomo dal carattere iracondo e violento era quarantenne. Suo padre Francesco, che aveva allora circa quarant’anni, era un ricco proprietario terriero, individuo giudicato da tutti sgradevole, dal carattere violento e dalla condotta amorale, che aveva sposato in giovane età Ersilia Santacroce, rendendola madre di dodici figli di cui cinque deceduti in tenerissima età. Una volta rimasto vedovo, prima di convolare a nuove nozze con una vedova di nome Lucrezia Petroni, affidò l’educazione delle due femmine, Beatrice e la sorella Antonina, alle monache di Santa Croce in Montecitorio.
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Le smodate ambizioni e la condotta dissipata che ne contraddistinsero l’intera esistenza, portarono Francesco Cenci (accusato tra l’altro di avere abusato anche di uno dei figli maschi, ancora minorenne) a entrare aspramente in conflitto con il papato. A salvarlo dalla forca soltanto la corruzione di chi doveva giudicarlo.
All’esecuzione tramite decapitazione di Beatrice Cenci, l’11 settembre 1599, assistettero anche Caravaggio e Artemisia Gentileschi che ne furono fortemente impressionati e influenzati nella loro successiva produzione artistica.
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Lo spettacolo:
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A caratterizzare questa pièce come colore dominante è il rosso. Il rosso della passione, della lussuria, della violenza e del sangue.
Sono le dissonanze cacofoniche che accompagnano la narrazione in tutto il suo percorso.
Sono i volti tragici dei personaggi che, nelle prime battute celati da maschere a metà tra commedia dell’arte e favola gotica risultano ancora più inquietanti quando si svelano nella propria nudità. Soprattutto Francesco Cenci (un Prometeo torturato dai propri demoni – un Meo Patacca dal cuore di tenebre) volontariamente o involontariamente, ma non certo a caso, sorprendente simile all’iconografia del mitico Gilgameš che, nella tradizione letteraria religiosa assira e babilonese, è considerato divinità degli Inferi.
È la commistione tra antico e moderno che affiora qua e là (ora un aspirapolvere in funzione, ora un biciclo, ora una lucente rivoltella) utilizzata per indicare, secondo una dichiarazione della stessa autrice/regista/protagonista Giorgia Cerruti, come nel corso dei secoli «al di là forse delle forme, esista una linea che attraverso i secoli giunge a noi sinistramente intatta nel suo nucleo primordiale, seppur mascherata dietro civili sembianze».
Insomma, un’interpretazione coraggiosa, per non dire ardita, in più punti provocatoria e spiazzante di un episodio che, nell’immediato e ancora di più nel corso dei secoli, ha trasceso il concetto di fatto di cronaca per trasformarsi in un simbolo della sofferenza e al tempo stesso della resilienza femminile di fronte a ogni forma e manifestazione di violenza di genere.
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Assolutamente non banale il tema trattato, costantemente serrato il ritmo narrativo, incisiva e priva di lacune la recitazione degli attori, della suggestione di scenografia, musiche, costumi e luci si è già accennato.
E, dulcis in fundo, manifesto, forte e prolungato il gradimento espresso da parte del pubblico che affollava la platea.
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(le foto di scena a corredo dell’articolo sono di Andrea Macchia)
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