Hedia: solo la verità potrebbe riempire quei 20 sepolcri vuoti

Quando la sorte, o il destino, mette in comunicazione un narratore con chi ha vissuto in prima persona una storia tragica realmente avvenuta, o ne è stato personalmente e sentimentalmente coinvolto.

Ho riunito gli uni e gli altri intorno a un tavolo, ed è nata questa lunga intervista che ho il piacere di proporvi integralmente.

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Patrizio, tu sei uno di quegli scrittori che si possono definire “multitasking”: romanzi drammatici, fiabe, anche poesie, oltre naturalmente all’attività quotidiana di blogger. Ultimamente, però, sembra che la tua creatività si stia focalizzando principalmente su due direttive: il ritorno di Cardona per la narrativa e, nella drammaturgia, il cosiddetto “teatro d’inchiesta”.

C’è una grande, enorme differenza tra lo scrivere narrativa e teatro d’inchiesta.

Nel primo caso la fantasia è la fonte principale del plot e della costruzione dei personaggi, la realtà -invece- un supporto di esperienza e di conoscenze che serve essenzialmente ad arricchire e a rendere più verosimile e calzante la narrazione.

Nel secondo caso sono i fatti realmente accaduti a costituire anima e sostanza della narrazione, potrei dire i mattoni necessari alla costruzione della pièce, mentre la fantasia rappresenta la terra sottile idonea a colmare gli inevitabili interstizi, piccoli o grandi, lasciati da una conoscenza dei fatti spesso (inevitabilmente) non completa.

Quanto alla mia “creatività”, lasciando per una volta da parte il mio amato comissario, che tornerà presto in libreria con il doppio romanzo “In cauda venenum”, oggi vorrei restare nell’ambito del Teatro d’Inchiesta: un viaggio straordinariamente affascinante, quello che ho intrapreso, grazie alla collaborazione con la Compagnia Stabile Assai, il più “antico” (e glorioso, aggiungo io) gruppo di teatro carcerario e, soprattutto, con lo straordinario Antonio Turco che ne è il fondatore e l’anima e che cura con grande passione e professionalità (in questo caso in compagnia di Patrizia Spagnoli) la messa in scena di pièces rigorosamente inedite e originali.

Premesso (doverosamente) questo, se con “La verità nell’ombra” mi sono basato essenzialmente sui faldoni del processo per la strage di Portella della Ginestra tenuto a Viterbo agli inizi degli anni ’50, nel caso di “Diciannove + Uno” (ispirato alla scomparsa della nave Hedia e del suo equipaggio al largo delle coste tunisine nel marzo 1962), oltre alle cronache del tempo e ai numerosi articoli pubblicati in Rete sulla misteriosa vicenda, il contatto più efficace, più suggestivo, più emozionante con quanto effettivamente accaduto, è stato quello diretto con una persona eccezionale per mitezza e forza d’animo.

Sto parlando di Concetto Orofino, fratello del fuochista Giuseppe Orofino, uno degli scomparsi, con il quale sono stato messo in contatto dalla figlia Giusy, spinta dalla visione di “La verità nell’ombra” a raccontare la terribile tragedia in cui si trovò coinvolta, suo malgrado, la propria famiglia.

A Concetto Orofino, allora, chiedo per prima cosa con quali sentimenti si disponga ad assistere a un dramma nel quale, inevitabilmente, ci sarà occasione per lui e per i parenti degli altri componenti dell’equipaggio della sfortunata motonave Hedia, di rivivere quei momenti terribili.

Vivo in uno stato di trepidazione, combattuto tra la soddisfazione di vedere tornare alla ribalta un “caso” che, all’epoca, qualcuno cercò di insabbiare con ogni mezzo, e il timore che assistere allo spettacolo ravvivi ancora di più il dolore di un passato che non sono mai riuscito ad accettare. Da giovane, prima della tragedia, appena posavo la testa sul cuscino, la sera, mi addormentavo in un attimo. Dopo, mai più sono riuscito a prendere sonno facilmente e tutt’ora non passa giorno che io non pensi a quella assurda storia.

Al momento della scomparsa Giuseppe era molto giovane. Se dovesse sintetizzare in un’immagine ciò che, a tanti anni di distanza, le è più rimasto impresso nella memoria, quale sarebbe la Sua prima risposta?

Giuseppe era sempre con me. Qualsiasi gioco facessi, da bambino e poi da adolescente, lui non mancava mai. Il più delle volte mi faceva vincere, sia per affetto sia, ne sono sicuro, per aiutarmi a incrementare la mia autostima. Mi ha fatto da padre, da fratello, da amico, da compagno di giochi. Era davvero tutto, com’è provato dalle lettere che ci scambiavamo quando eravamo lontani e che mia figlia custodisce gelosamente. Su di lui io mi sono sempre appoggiato, anche una volta diventato adulto. Vedevo il mio futuro grazie a lui, avvalendomi dei suoi consigli sia negli affari di cuore che condividendo i progetti relativi al lavoro. Non è un dolore qualsiasi il mio. Ogni anno a Natale, guardando il grande presepe che ogni anno allestiamo in casa, cerco la stella cometa che sta sulla grotta, sulla cui punta, quando Dio vorrà, immagino e spero di poter tornare a incontrare mio fratello.

 

Dev’essere già un’esperienza terribile perdere un congiunto ancora giovane e in buona salute. Ancora di più perderlo, sano e in giovane età, per un incidente imprevisto e imprevedibile. Nel caso di Giuseppe, però, la situazione sembra, se possibile, ancora più atroce: i suoi familiari, insieme a quelli degli altri diciannove marinai, non hanno avuto neppure una tomba su cui piangerne la perdita

 

Quando la Hedia scomparve al largo di La Galite, mio fratello aveva ventinove anni e io ero imbarcato su un’altra nave. Quando tornai a casa vidi mia sorella vestita di nero e capii che era accaduto qualcosa di tragico. Poi, quando mi dissero cosa era accaduto, non volendomi rassegnare all’idea che Giuseppe fosse morto, le imposi di togliere il lutto.

Dunque non la convince la “verità ufficiale”, secondo cui Giuseppe sarebbe perito tra le onde, insieme agli altri marinai della Hedia?

Devo dire la verità? Decisamente no. Nonostante il tempo trascorso, nonostante l’atroce protrarsi di questa attesa, non credo che mio fratello sia morto in mare. L’idea che mi sono fatto è che potrebbe essere stato fatto prigioniero, chissà da chi e chissà perché, e successivamente ucciso. Il suo carattere indipendente, tutt’altro che remissivo, non lo portava certo ad accettare una prigionia senza motivo. Avessi avuto almeno una tomba su cui piangere: sarebbe stato un modo per accettare una così grave perdita.

Su una vicenda del genere, immancabilmente, si sono innestate numerose ipotesi per così dire “politiche”: oltre a chiedersi quale sia stata davvero la sorte della nave e degli scomparsi, ci si è interrogati (da parte di qualcuno forse con eccesso di “dietrologia” – imbastendo ipotesi a dir poco fantasiose) sulle motivazioni economico-politiche alla radice dei fatti. Dimenticandosi, forse, dei risvolti più umani.

Purtroppo ancora oggi non ci sono ancora prove ma, come lei stesso dice, solo ipotesi. Il risvolto umano più importante della vicenda, peraltro mai tenuto nella dovuta considerazione dal governo italiano, era sicuramente una convinta ricerca della verità, quantomeno nel rispetto del dolore dei familiari. Mio cognato, nei giorni successivi alla scomparsa della nave Hedia si recò alla capitaneria di porto di Catania chiedendo di inviare delle navi in soccorso. Si sentì dire non avrebbero mandato alcun soccorso perché si trattava di una nave battente bandiera straniera. Mio cognato ribatté che a bordo vi erano diciannove italiani (più un gallese) ma non ottenne alcun riscontro. Io non mi sento di aggiungere altro, fatto sta che, nonostante sia passato ormai più di mezzo secolo, nessuno sa realmente cosa sia realmente accaduto. Nessuno tra la gente comune, intendo.

Ancora una questione per il drammaturgo: qual è il valore aggiunto di poter disporre, nella composizione di un dramma calato nella Storia, della possibilità di colloquiare con chi certi accadimenti li ha in qualche modo vissuti in prima persona?

Non mi sento di esprimere concetti universalmente validi, anche perché non ce ne sono. Ciò che mi sento di dire, però, è che l’incontro con Concetto mi ha portato valori che vanno ben al di là di una testimonianza. Il fratello di Giuseppe Orofino ha arricchito il mio lavoro trasmettendomi senza filtri le emozioni che provò al momento della perdita del congiunto e che prova tuttora. Mi ha introdotto al dolore per una perdita assurda e inaccettabile provato non solo da lui ma da un’intera famiglia. Mi ha trasmesso lo sconcerto per quel ciclo rassegnazione-speranza-disperazione in cui non può in nessun modo evitare di cadere chi si ritrova coinvolto in questo genere di disgrazie. Grazie a lui il mio dramma non solo si è dotato di un corpo ben strutturato ma, cosa ancora più importante, ha acquisito un’anima dolente quanto nobile. E di questo non potrò mai ringraziare abbastanza né lui né gli altri familiari dei marinai della Hedia con i quali sono entrato in contatto.

Mi sembra giusto, per concludere al meglio questa ricca intervista, porre una domanda anche a Giusy Orofino che, come accennato prima, è stata (diciamo così) l’elemento scatenante di questa nuova opera di Patrizio Pacioni. Giusy, può raccontare in che modo ha avuto origine tutto ciò?

La tragedia dell’Hedia avvenne prima ancora che io venissi al mondo. Ne venni a conoscenza attraverso il racconto che me ne fece mio padre, l’eco delle cui parole, insieme a un vuoto incolmabile, porterò sempre dentro: “Avrei preferito saperlo morto”. Quando mi capitò di assistere, presso il Teatro Sociale di Brescia, alla rappresentazione de “La verità nell’ombra” mi venne istintivamente da parlarne con l’amica Elena Bonometti, (componente del cda del C.T.B. – l’ente teatrale di Brescia) la quale, oltremodo colpita dalla vicenda, mi mise subito in contatto con Patrizio. Dissi al drammaturgo: “Scrivi la tua verità, racconta in teatro la storia di venti naviganti ma ricordati di raccontare l’angoscia di chi non ha avuto risposte e di chi si è sentito dire che non si può fare la guerra per diciannove italiani e un gallese”. Beh, tra quegli italiani c’era anche lo zio Pippo.

In sintesi, quale parte si riconosce, nella piccola-grande impresa di aver portato in scena <Diciannove + Uno>?

Ho aiutato Patrizio Pacioni a ricostruire la storia attraverso i giornali, le foto e le lettere: di quel naufragio. Il resto ce l’ha messo lui, e così è nato il dramma che esordirà al Teatro Golden di Roma il prossimo 11 maggio con repliche fissate giovedì 12 e venerdì 13.

Allora pongo anche a Lei lo stesso quesito che ho sottoposto poco fa a Suo padre: parliamo dei sentimenti e delle sensazioni che Le sono rimaste dentro alla fine di questo impegnativo lavoro.

Mi rattristo in modo indicibile, allorché mi capita di pensare a mia nonna, privata di un figlio scomparso nel nulla. La ricordo coraggiosa e piena di energia e non poteva essere diversamente: vedova a quarantuno anni con i figli da crescere. E l’ammiro, ancora oggi, da mamma a mia volta, per aver saputo seguire una “filosofia” di vita che, invece di farla indulgere in lamenti e pianti, l’ha indotta a rimboccarsi le maniche e andare avanti, nonostante tutto e tutti, sia pure rinchiusa nel nero di un lutto inconsolabile. Così sono orgogliosa di avere contribuito a tenere viva la memoria di mio zio e dei suoi sventurati compagni di viaggio, colpevoli solo di essersi impegnati con dignità e applicazione nel proprio lavoro e, probabilmente, di essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato.

Parole accorate, appassionate, toccanti, dopo le quali, a mio avviso, non resta proprio nient’altro da aggiungere. O meglio, l’unica cosa da fare è attendere che sia il palcoscenico a parlare. In fondo non manca molto: il grande appuntamento è fissato tra tre settimane esatte, a Roma.

 

 

Valerio Vairo

https://cardona.patriziopacioni.com

 

 

 

 

 

 

 

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Goodmorning Brescia (3) – con la F.I.D.A.P.A. la salute è “femminile plurale”

     

《Non c’è leadership femminile senza salute》 è il tema trattato  in questa Giornata con la Vittoria Alata, vale a dire l’incontro organizzato dalla sezione bresciana della F.I.D.A.P.A. BPW ITALY nel complesso costituito dall’antica chiesa e del convento di San Cristo. Una location quanto mai suggestiva, che merita la spesa di qualche immagine e di qualche parola per i non-bresciani e per quei (spero pochissimi) bresciani che ancora non abbiano avuto la fortuna di visitarla.

 

La chiesa fu costruita nella seconda meta del ‘400 grazie alla determinazione dei “laici bianchi” (così erano chiamati i Frati Gesuati, devoti di Gesù e dediti particolarmente all’assistenza ospedaliera)   e del consistente contributo delle  nobili famiglie Martinengo e Colleoni, prendendo il posto della preesistente chiesa dedicata a San Bartolomeo. Insomma, un autentico gioiello architettonico, impreziosito da affreschi e dipinti di incomparabile bellezza.

Quanto ai Gesuati, l’ordine nacque a metà del XIV secolo come fraternità di laici ispirata alla spiritualità di San Girolamo. Si trasformò poi in ordine mendicante (Frati Gesuati di san Girolamo) e, successivamente, in congregazione clericale nel 1606 (chierici apostolici di san Girolamo). Vennero soppressi nel 1668 (al termine di una storia non poco travagliata, comprensiva di un’accusa di eresia dalla quale vennero fuori assolti) da Papa Clemente IX .

“Salute e benessere al femminile?” chiederà qualcuno.

“Perché, anche la salute ha un genere?”
Certamente sì. Sia dal punto di vista “ideologico” (vale a dire l’approccio teorico-pratico di genere alle problematiche a detto tema attinenti) che da quello del soggetto da tutelare, le cui peculiarità sono per molti versi distinte e diverse da quelle maschili.

I saluti alle socie, alle autorità e agli atri intervenuti sono a carico della Presidente del distretto nord-ovest Leda Mantovani e della Presidente nazionale della F.I.D.A.P.A. Pia Petrucci.

Introdotto dalla Vicepresidente della FIDAPA Vittoria Alata, Rosaria Avisani il professor Sergio Pecorelli (Magnifico Rettore dell’Università di Brescia) apre il dibattito con un intervento energico e appassionato, che spazia dalle nuove tecniche di diagnostica attraverso il genoma, valide sia per l’uomo che per la donna, e dalla individuazione di quali siano gli accorgimenti per condurre una vita più sana, a problematiche più specifiche della salute femminile.

Mariuccia Rossini (Presidente di Korian Italia) è la manager del buon senso. Poche regole 《non scritte ma puntualmente e  rigorosamente applicate》 miranti a ottenere il meglio dalle risorse umane creando un ambiente accogliente e funzionale al progetto di mantenere unite tutte le parti  cui si suddivide la vita. Orari flessibili, lavoro da casa, rispetto degli orari.

Una innata timidezza non impedisce a Milena Marchini (imprenditrice, fondatrice di Antica Cucina Bio) di sottolineare l’importanza di una sana alimentazione legata all’agricoltura biologica…. e di un approccio empatico al cibo.

Impostato alla praticità e alla sostanza il contributo di Donatella Visconti (Presidente di Banca Impresa Lazio SpA) che compie un’attenta disamina sul reale “stato di avanzamento” del lungo e faticoso -ma ineluttabile- cammino che sta portando all’effettiva parità di prospettive di carriera e di affermazione professionale tra lavoratrici e lavoratori (o viceversa, fate voi).

Vera Parisio (Professore Ordinario di Diritto Amministrativo presso l’Università di Brescia) cita  una corrispondenza di Natalia Ginzburg e sembra la più pertinente chiusura del convegno: 《La debolezza e la forza della donna è quella di essere sempre sull’orlo di un pozzo. Quando ci cade dentro (e può succedere), precipitando nel buio, quasi sempre riesce a venirne fuori, migliore e più ricca di prima 》.

Alla fine, dopo le numerose domande poste dalle tante donne presenti, a ulteriore testimonianza dell’interesse suscitato dall’evento, così com’era successo per il “benvenuto”, il caldo ringraziamento alle relatrici e il cordiale saluto al pubblico della Presidente della Sezione F.I.D.A.P.A. di Brescia Adriana Valgoglio Gambato, cui è seguita la chiusura dei lavori ancora da parte della Presidente nazionale Pia Petrucci.

E, per tutti, la netta sensazione di tornare a casa più ricchi di quando si è arrivati. Il che, per un evento come questo, non è risultato da poco.

 

 

    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Strada leggendo – Il giudice Albertano e il caso dei colori assassini (Enrico Giustacchini)

Dopo “Il caso della fanciulla che sembrava in croce” e “Il caso dell’uomo pugnalato fra le nuvole“, torna Enrico Giustacchini, giornalista, critico e (appunto) romanziere, con il terzo romanzo che vede protagonista il giudice Albertano da Brescia.
La trama: il giudice Zenobio Benacense viene minacciato di morte e i suoi servi muoiono in modo sospetto. Albertano viene sfidato, dall’assassino, a smascherarlo. Due giudici, alle prese con il “Liber Lapidum” del vescovo Marbodo Redonense. Quattro ospiti, nella casa del giudice Zenobio, nel freddo inverno sul lago di Garda.
Il presunto omicida gioca con i colori, che hanno un significato preciso. Possono forse uccidere?
L’autore ci parla poi di gemme preziose, dal potere particolare.
Fra mantelli neri e borghi immersi nell’oscurità,  si discute di impronte nella neve, di indizi e di sospetti, di porte e chiavistelli.
Chi è da proteggere e chi da smascherare?
Fino a che, tutto si confonde e si mescola. Si delinea l’architettura di un piano quasi perfetto. Una vendetta inaspettata ma lasciata sedimentare a lungo.
Niente è come sembra …
Un ambiente ristretto, per un giallo efficace e ben strutturato.
Enrico Giustacchini, scrittore appassionato della storia bresciana.
Libro arricchito di schemi, disegni e preziose informazioni.
Ve lo consiglio.
Titolo Il giudice Albertano e il caso dei colori assassini
Autore Enrico Giustacchini
Editore Liberedizioni
Anno                          2016
Pagine 160
Prezzo  14 €
 Isbn                             9788898858507
     Federica Belleri
Categorie: Scrittura.

I “Non-morti” e… i “Non-vivi” di August Strindberg

Il mare unisce e divide, libera e imprigiona.

Ed è proprio il respiro del mare che fa da sottofondo alla pièce scritta da Strindberg e marcata dall’inconfondibile stile di regia di Luca Ronconi.  Scena sontuosa, livida e lugubre quanto basta sia nelle tappezzerie che negli arredi, soffusa di riflessi cinerei, sovrastata in alto da due finestre che si aprono di tanto in tanto sul buio profondo delle onde notturne, sulle note di una festa da cui, come dalla festa della vita, i due coniugi sono da sempre e per sempre esclusi.  Soffia forte il vento, fuori e dentro la torre in cui abitano e sono prigionieri i protagonisti di questo singolare spettacolo: spira talmente forte da spostare i mobili, da togliere ogni punto di riferimento nella scena e nelle due vite che stanno franando, mentre un vecchio telegrafo, unico contatto con il resto del mondo che ancora resista, fa da metronomo allo scorrere implacabile del tempo.

Il padre di un mio amico, incorreggibile quanto corrosivo buontempone, alla vigilia delle sue nozze d’argento era solito dire:

<Se mi fossi macchiato di un efferato omicidio, a quest’ora, probabilmente, sarei già fuori dal carcere. Invece ho scelto di sposarmi, ed eccomi qui> spiegava ironicamente ai figli.

<Ma tu, contro chi ti sei sposato?> continuava poi, rivolgendosi alla rassegnata moglie.

Ecco, l’identica domanda, probabilmente avrebbero dovuto porsi i protagonisti di questa cupa rappresentazione di scene da (un) matrimonio (ahimé), per niente affatto inconsuete. Situazioni che si ripetono con inquietante ripetitività nel panorama sconsolante di un cosiddetto “istituto familiare” che, logorato nei più fondamentali ingranaggi dalla polvere dei secoli, andrebbe profondamente ripensato, revisionato e rilanciato (ove possibile) in un modello di nuova generazione.

La storia di <Danza macabra> è questa: Edgar (ufficiale cinico e scoglionato) e Alice (ex attrice priva di talento, malmostosa e dolente)  sono, loro malgrado, marito e moglie. Si mal sopportano e  si detestano, da venticinque lunghissimi anni. Di più: si odiano, si desiderano reciprocamente morti e/o rovinati. È il rancore dei piccoli gesti, dei banali disaccordi suggeriti da una lunga quanto forzata convivenza, dell’intolleranza verso i difetti, le sciatterie, le inutili ridondanze e le meschinità che in ogni anima, fosse anche la più nobile,  inevitabilmente fanno il nido. E che nelle fattezze, nelle movenze, nelle mutazioni causate dal progredire dell’età negli anni, clamorosamente trovano amplificazione. Al punto che, l’incombere di una morte più desiderata come liberatrice che temuta come disintegratrice, tutto sembra coprire in un funereo sudario.

È danza macabra, sì, eccome se lo è, tra Edgar e Alice. E lo diventa ancora di più quando nel ballo (che da un nero “pas à deux, inopinatamente, si trasforma in un ancora più cupo e mortifero”pas à trois”)  viene coinvolto lo spaesato cugino Kurt, macchiato dell’indelebile colpa di avere favorito l’incontro della coppia. Catalizzatore, amplificatore, venefico energizzante, il nuovo arrivato sembra rianimare il peggio  di una coppia già abbondantemente inquinata, ravvivare il perverso rapporto prigioniero-carnefice che, con equa reciprocità, avvince l’uno all’altra Edgar e Alice. Privati di ogni energia dalla vecchiaia incombente sia  nel corpo che nell’anima, i due succhiano energia dal terzo (in)comodo, trasformandosi nelle ombre inquietante dei vampiri suscitati e raccontati dalla grande letteratura gotica.

Gli interpreti sono Adriana Asti e e Giorgio Ferrara (e ci auguriamo che il loro menage familiare -visto che fanno coppia anche nella vita- sia ben diverso da quello dei personaggi di cui vestono i panni) felicemente esagerati sia nel modo di porre le battute che -soprattutto- nell’espressività facciale e nelle movenze. Ottima anche la prova di Giovanni Crippa che impersona con efficacia il cugino Kurt, compassato, fin troppo educato, premuroso, pedissequa replica dell’uomo qualunque, che mi ha ricordato (badate bene, questa è solo un’impressione strettamente personale) certe performance pubbliche del ministro Alfano.

Tutto finisce con un abbraccio che vorrebbe essere consolatorio ma che, in realtà, aggiunge solo un’orrenda, incondizionata e definitiva resa dei due coniugi,  irreversibilmente logorati dall’azione devastante del tempo e della noia. È l’ultima stretta tra due boa constrictor che per tanti anni si sono soffocati l’un l’altro e che si avviano a morire senza mai essere stati realmente vivi.

Lavoro difficile da leggere e da introiettare, ma i convinti applausi del pubblico ne certificano il “missione compiuta”.

Ancora domani, in pomeridiana alle ore 15,30, al Teatro Sociale.

Teatro Sociale di Brescia
dal 6 al 10 aprile 2016
DANZA MACABRA

di August Strindberg
traduzionee adattamento Roberto Alonge
regia di Luca Ronconi
scenografia Marco Rossi
costumi Maurizio Galante
luci A. J. Weissbard
suono Hubert Westkemper
con Adriana Asti, Giorgio Ferrara, Giovanni Crippa
produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana · Spoleto57 Festival dei 2Mondi
in collaborazione con Mittelfest 2014

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Giasone e Medea: al Santa Chiara una canzone che suona bene

La Medea del greco Euripide e del latino Lucio Anneo Seneca (ancora oggi tra le tragedie più rappresentate) prendono le mosse dall’ultima parte del lungo e complesso ciclo del “Vello d’oro”. 

Giasone decide di convolare a nozze con Glauce, figlia di Creonte, a dispetto della volontà di Medea.

Istantaneamente tutto l’amore e tutta la devozione che Medea ha sino a questo punto nutrito per Giasone si trasformano, come spesso accade in questi casi, in cieco e furibondo rancore, foriero di smania di vendetta.

Creonte, intuendo il fatale pericolo che potrebbe derivare da questa tesissima situazione, impone alla donna l’immediato esilio. Medea però riesce a ottenere la dilazione di un giorno: giusto il tempo sufficiente a dare pieno sfogo al proprio odio. Un dono alla rivale, un velo magicamente avvelenato capace di provocare un rogo fatale che avvolge e consuma sia la giovane sposa Glauce (Creusa per i latini) che il padre accorso a salvarla.

La sete di vendetta di Medea, però, non è ancora placata. Dopo un ultimo, straziante abbraccio, uccide i figli uno a uno, per fuggire poi in cielo, volando sul cocchio del Sole.

La storia è sostanzialmente sempre quella, ma in Euripide il tema al centro della tragedia è l’instabile rapporto tra uomo e donna, il contrasto tra amore e arrivismo. In Seneca, invece, il buio richiamo della magia e la corruzione che l’odiosa operare sull’animo umano.

All’inizio sono solo ombre. 

Sembianze scure che scorrono sul palcoscenico, come le ombre platoniane della  filosofica allegoria del “mito della caverna”.

<La freccia del dolore si conficca nel petto di Medea come una fiamma> sono le parole che anticipano un accordo rock, una delle numerose trovate a sorpresa che s’inseriscono per armonico contrasto nell’impianto sostanzialmente classico di questa pièce.

C’è il coro, naturalmente. Le donne di Corinto, però, si muovono a scatti come marionette i cui fili sono costituito dal buon senso comune e dalla forza di auto-diffusione di un certo tipo di notizie di cronaca.

E non può mancare la nutrice-narratrice, più simile a una navigata e scaltra massaia partenopea che alle sagge donne, seconde se non prime genitrici, della tradizione ellenico-latina. Sempre Meridione e Mediterraneo è, dirà qualcuno, e non mi sento di esprimere dissenso.

<Giasone era tutto, e si è rivelato il peggiore degli uomini> pronunciano, piegate dal rancore, le labbra ormai inaridite di Medea, sorpresa e smarrita dall’atroce scoperta, ed è l’estrema maledizione, il solenne giuramento di vendetta.

È una straniera, Medea. Un’estranea, una barbara, una strega, come agli occhi maschili spesso si rivelano le proprie donne quando, avendo scoperto la disistima, il tradimento, l’abbandono del proprio amante, prendono conoscenza di quanto avrebbero dovuto rivendicare molto tempo prima.

<Per le donne tutto funziona finché funziona il letto> è la debole contestazione di Giasone, segretamente misogino, ignavo che si limita a fare il suo, ragioniere dei sentimenti convinto che basti la pelosa accondiscendenza di un sostegno materiale per nascondere le proprie mancanze affettive sotto un grigio tappeto.

Poi è il momento dello sterminio, con Medea che indulge a lungo, combattuta, devastata, nella preparazione dell’uccisione degli adorati figli che si rivela travagliata come un parto al contrario, più dolorosa dello stesso atto omicida.

Tanti applausi alla fine, con gli attori più volte richiamati in scena, per un antico dramma che, guarda un po’, calza alla perfezione con la lucida follia di tanti fatti di cronaca nera che ora, nel terzo millennio, come allora, nell’antica Grecia, fanno sì orrore, ma fanno anche spettacolo.

E resta, mentre si torna a casa, la sensazione dolce-amara che c’è da tremare, e da stringersi l’un l’altro, quando viene il momento dei genitori che ammazzano i propri figli.

 

  cc

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

I&S – Un sorriso sereno per bambini che soffrono

 

Tania Lavro è nata in Ucraina, ma da dieci anni abito risiede in Italia. Il mondo del volontariato lo ha scoperto grazie alle associazioni presenti nel territorio e da più di due anni si occupa soprattutto dei problemi dei bambini ucraini orfani di guerra. Al momento ha personalmente adottato a distanza tre bambini di età compresa da uno a cinque anni; al tempo stesso, però, ne segue molti altri vittime della guerra attraverso perdita dei genitori e dei parenti più prossimi e invalidità. Chi volesse collaborare con la sua iniziativa, può contattarla qui: https://www.facebook.com/tania.lavro?fref=ts

L’Ucraina è in guerra ormai da molti anni”  mi dice, senza nascondere l’emozione.

Per colpa dei combattimenti ci sono stati moltissimi morti. Ancora di più le persone che sono dovute fuggire da est, dalla zona degli scontri, per rifugiarsi altrove: tra essi ci sono vecchi, bambini (spesso orfani), invalidi che hanno bisogno di supporto non solo materiale ma anche psicologico

Si ferma un attimo per prendere fiato, ma più con il cuore e la mente, che non con i polmoni.

Per questi sfortunati sono venuti a mancare tutti quei riferimenti (genitori, nonni, zii) capaci di dare stabilità alle famiglie. Così si è pensato, per dare soprattutto ai più piccoli un po’ di sollievo, di allietare le principali ricorrenze festive con piccoli regali: giochi, generi alimentari, cancelleria, ma anche vestiti, scarpe (anche come usato, purché in buone condizioni). “

E allora?

E allora, in occasione della nostra Pasqua, ormai imminente, il regalo scelto è l’accoppiata spazzolino da denti- dentifricio, magari accompagnato da un giochino o da un dolcetto. Con pochi euro si può donare un momento di serenità a chi ne ha davvero tanto, tanto, tanto bisogno.”

L’azione “Regaliamo ai bambini un sorriso sano”, in particolare, consiste nel regalare un dentifricio e lo spazzolino con un opuscolo dove si parla della corretta igiene orale.

Il Comitato “SupportUAchildren”, registrato in Italia, ha iniziato un’ azione di beneficenza per bambini orfani o semi-orfani di guerra in Ucraina. Nel  database sono inseriti i nominativi di più di 1000 bambini.

Potete vedere il lavoro che è stato svolto negli ultimi due anni  entrando ne gruppo in Facebook, dove ci sono più di  4.000 sostenitori.

https://www.facebook.com/groups/dityheroyiv/

PER DONARE, INVECE, CLICCATE QUI:

https://www.produzionidalbasso.com/projects/10147/support

Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

Ex Libris (1) – Lo Zibaldone di Carlà

CON LA “RINASCITA” DEL BLOG, ECCO IL PRIMO ARTICOLO DI UNA NUOVA RUBRICA DI CRITICA LETTERARIA CHE AVRÀ  COME CARATTERISTICA ORIGINALE QUELLA DI NON ESSERE AFFIDATA SOLTANTO A UN RESPONSABILE UNICO MA A DISPOSIZIONE ANCHE DI CHI, PURCHÉ DOTATO DEI NECESSARI SKILLS, PROPORRÀ RECENSIONI DI LIBRI (PREFERIBILMENTE DI RECENTE PUBBLICAZIONE) SCELTI A PROPRIA  COMPLETA DISCREZIONE

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Carla Boroni adora scrivere libri di questo genere, farciti di riflessioni, massime, ricordi, spigolature, riprese dalla tradizione popolare, buoni pensieri e buone ricette…

… e i suoi lettori l’adorano di più ogni volta che lo fa.

Scrive come parla, Carla Boroni, in pubblico e in privato, dicendo le cose come stanno, senza orpelli né timidezze, in un linguaggio che, pur risultando elegante e forbito, si rivela chiaro e comprensibile per tutti.

Nel suo Zibaldone, brillante breviario laico di pronta e agevole consultazione, come si conviene in pubblicazioni di questo genere, c’è davvero di tutto: pillole di saggezza “prêt-à-porter“, come recita il sottotitolo dell’opera, coadiuvanti del cuore e della mente in dosaggi alchemici od omeopatici, a seconda dei casi, delle convenienze e della preferenze.

Ma basta, uffa, non ho nessuna voglia di continuare a recensire questo libro.

No. Voglio che parli da solo.

Quindi… parola alle pagine:

  • 13 gennaio (provocatorio): Un giorno, visti i tempi, qualcuno dovrà pur scrivere una “Critica della ragione erotica”;
  • 6 febbraio (sintattico-malinconico): Non ci sono più punti fermi (né virgole);
  • 9 marzo (antropologico): Il pudore è una forma  tenue di tabù che ha un’estremma variabilità culturale;
  • 11 aprile (motivazionale): Un progetto andato a Rotoli? Non pensiamo subito di aver fallito. Reagire è la parola d’ordine. Gli errori preparano la strada al successo;
  • 30 maggio (lirico-editoriale): Il poeta che canta la disperazione del mondo… è ridicolo, soprattutto quando chiede all’editore: <Quanto ho venduto?>;
  • 6 giugno (didattico-frustrante): Niente è più feroce del sapere dell’ignorante;
  • 23 luglio (storico-politico): <Il comunismo in Italia> ha confidato Ennio Flaiano <è stato un movimento letterario>;
  • 9 agosto (intimistico): Il senso di colpa scatta quando ci si arrovella su una decisione già presa;
  • 15 settembre (sentimental-cinico): Esistono due tipi di donne: quelle che credono ancora nell’amore e quelle che hanno comprato un cane (che non parla ed è affettuoso);
  • 28 ottobre (statistico-attuariale): La vita si sta allungando a un ritmo impressionante, abbiamo sempre più voglia di fare una sorta di gara della giovinezza con gli altri;
  • 24 novembre: L’ansia è sinonimo d’intelligenza. Imparare ad ascoltarla porta messaggi utili;
  • 31 dicembre (ovviamente e tempestivamente augurale): Ricomincia da te stessa: è la soluzione per ogni fine e per ogni inizio.

<Carla non è mai indifferente, né cinica. È appassionata ed entusiasta, indipendente e piacevole. Gratificante nel leggerla. Da sempre> scrive Roberto Gitti nella sua dotta e scorrevole prefazione.

 <Amo la fragilità del pensiero che qui finisce in sintesi, perché, in fondo, rappresenta la nostra condizione più vera, la più autentica. Scrivere breve è una sorta di colla che tiene insieme il nostro fragile pensare con tutto il resto> confida la stessa Carla Boroni nella lieve e intimissima introduzione.

<Comprate e leggete senza indugio alcuno questo snello trattato di sensibilità e intelligenza. Vale gli 8 € di spesa. Anzi, ne vale molti ma molti di più> mi permetto di aggiungere io.

Titolo: Zibaldone prêt-à-porter

Autore: Carla Boroni

Casa Editrice: Compagnia della Stampa

Collana: Fluo

Anno: 2016

Pagine: 96

Prezzo: 8 €

ISBN: 9 788884 866981

 

 

  Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (2) – Mariapaola, Renata, il caffè e la Stationette

Si scrive foodtruck, si pronuncia (più o meno) futtràc e si legge furgoncino delle dolcezze.

Sto parlando della Stationette, l’  “idea meravigliosa di street-food” di Renata e Mariapaola (per amordiddio tutto attaccato) che i bresciani possono incontrare praticamente ovunque, su viali, piazze, parcheggi, spazi antistanti scuole e centri commerciali, purché (per regolamento municipale) al di fuori del ring.

Nella foto, scattata la settimana scorsa  un momento della giornata della Stationette che appunto staziona (scusate il gioco di parole) nei giorni feriali, mattina e pomeriggio, davanti al meganegozio di abbigliamento Carnevali, in via Cefalonia. Un punto di ritrovo tranquillo e sfizioso per la pausa di mezza mattina o il caffè del dopopranzo degli impiegati, dei funzionari, dei negozianti, dei professionisti che lavorano nel Crystal Palace e dintorni, e dei semplici passanti che si ritrovano a passare per Brescia 2.

  

Eccole, le due ragazze (a sinistra Renata, a destra Mariapaola) sempre cordiali e sorridenti, maghette di biscotti (ciookie -anche light, oinkie –cioccolato e bacon, crankie, minuscoli frittellopancake e quant’altro).

<Con la nostra Stationette portiamo la colazione di casa in giro er la città, su quattro ruote> dicono praticamente all’unisono.

<Il tutto preparato con un innovativo concept ma nel solco della più genuina delle tradizioni, utilizzando esclusivamente ingredienti genuini e di prima qualità>.

E, per concludere, altre due notizie:

La prima è che, presso la Stationette, è possibile sperimentare la pratica tipicamente partenopea, in questo caso rivisitata alla bresciana, del “caffè pagato“: volete offrire un caffè a una ragazza/ragazzo che vi ha colpito in un incontro casuale ma che ancora non conoscete? A un amico/a che sapete passare di lì in orari in cui siete impegnati?Pagate un caffè e aggiungetevi alla lista che fa bella vista al banco del furgone. Oppure, semplicemente, il “caffè pagato” può rappresentare un pensiero gentile per un bisognoso, lasciando che sia il fato a stabilirne l’identità…

La seconda che dei servizi a domicilio della Stationette (feste, eventi e quant’altro) potete servirvi anche a chiamata. Basta telefonare al numero +393929741166 (sicuri che chiunque vi risponderà avrà una voce simpatica e un faccino grazioso) o spedire una email all’inconfondibile e stuzzicante indirizzo gnam@lastationette.it 

Ho dimenticato qualcosa? Ah, sì!

Due personaggine come Renata e Mariapaola meritano per lo spirito imprenditoriale dimostrato e per l’empatia con cui riescono ad accogliere la clientela che piova o faccia bel tempo, l’incoraggiamento di chi ancora crede che, alla faccia della crisi, si possa finalmente risalire.

  Forza ragazze! 

 

    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.