Ex Libris (14) – Chi trova un (vero) Poeta, trova un tesoro

N’zuppilu n’zuppilu, vale a dire “a goccia a goccia”, ma anche qualcosa di più, che sa del lentissimo distillare di profonda sofferenza da un’alambicco.

Sonorità e pensieri profondi, voce e visioni. Lingue diverse per esprimere concetti universali.

Il tutto amalgamato da una straordinaria attenzione all’intimità, da una capacità emptica fuori dal comune e, soprattutto, da una padronanza dei versi di assoluto rilievo.

Sto parlando della silloge dell’autore catanese (di Misterbianco, per la precisione) Giuseppe Condorelli, un poeta che ha saputo sorprendermi come pochi altri prima. 

È un libro sottile, il suo, ma talmente denso di spunti di riflessione da indurmi a raccontarvene appoggiandomi ai singoli versi, colti come fiori preziosi di un rigoglioso orto botanico. Da leggere a primo impatto in dialetto siciliano, da parte di tutti, anche di chi non dovesse capirne un granché, per assaporare il ritmo, direi la voce, dell’humus territoriale e popolare che lo ha partorito. Per poi passare a una seconda, immediata lettura di ciascun brano più meditata: nella lingua della mente, che consentirà di apprezzare in pieno e introiettare il meccanismo di costruzione psicologica e le pulsioni dell’anima.  

Parto da quel sottile quanto insidioso tedium vitae, che serpeggia tra le liriche. Problematico stato d’animo proprio di chi realizza che troppo breve e troppo travagliato è il tempo concesso nel percorso terreno, perché un essere umano possa riuscire a soffermarsi sulle proprie radici e sui finali traguardi dell’esistenza.

Farisi  vecchi /senza primura / comu  i jatti da casa …

Invecchiare / senza fretta / come i gatti di casa

Allora, forse, non resta che attendere che il dolore e la malinconica introspezione sui ricordi ombrosi della vita che scorre, attraverso i versi, diventino bellezza.

Do scuru to tempu / non si fa mai jornu

Dal buio del tempo / non si fa mai giorno

Fino alla scoperta, spesso tardiva, purtroppo sempre dolente, della vera realtà della vita: un crudele giocattolo che bisogna vedere spezzato, per  avere la speranza  d’intendere, o solo d’intuire, quali ne siano i più autentici meccanismi.

E ju, che jnocchia / minnicati / no’ puteva sapiri / da musura rutta da vita

E io, con leginocchia / scorticate, / non potevo conoscere / la misura rotta della vita

Inevitabilmente, in certi momenti più difficili, lottare sembra inutile, o perlomeno inadeguato, ma è sensazione erronea, frutto di momentaneo sconforto. Appare vano persino il riempirsi di concetti, idee, emozioni e  cognizioni attraverso la lettura e la scrittura, che pure rappresentano i più saldi riferimenti a disposizione.

I me libbra su janchi / c’ae sucatu / ogni parola / ‘ppi sbrizziarla ‘nte fogghia / ma nun ne haiu cchiù armu.

I miei libri sono bianchi. / Ne ho risuucchiato / ogni parola / per schizzzarla sui fogli /,   /  a non ne ho più la forza.

Alla fine, alle soglie dell’inevitabile capitolazione al cospetto di una Morte signora dell’effimero, il resoconto, relegato in quallo che il Poeta chiama ‘o tetto mottu do me armu (lo sgabuzzino della mia anima) può apparire sconsolante.

Mi cercherete / sulle pagine, / nei cassetti. Metterete insieme parola / su parole. / Ma o sono qui, / adesso. / Non dovete leggermi, / dovete parlarmi. / Sono fatto / di carne, / di pensieri  / e di sangue. / E non d’inchiostro.

Tutto vano, dunque? Non resta che la resa?

No. Per fortuna ci sono anche sentimenti positivi. C’è L’Amore. C’è la Passione. c?è la voglia di condividere l’Assoluto con una persona cara.

Sacciu tuttu di Te / ca mi concimi / u sangu. / Chiddu ca non t’ae dittu / ancora cogghilu / intra a me ucca. / (Ccu masuni). 

Di Te conosco ogni cosa, / Tu che mi concimi il sangue. / Quello che ancora non ti ho detto / coglilo / dentro la mia bocca / (con un bacio).

O ancora:

Aoggi è bonu / agghiorna prestu / intra / ‘i to razza. / Attagghiu a tia /non finisciu mai.

Oggi è bello / fa subito giorno / dentro / le Tue braccia. / Vicino a Te / io non finisco mai.

Sì, perché per Giuseppe Condorelli, in presenza di un amore autentico e profondo, al sempre presente e incombente quasimodiano “ed è subito sera” è possibile che si affianchi, per fortuna, un più positivo e consolante “fa subito giorno“, capace di toccare più da vicino e ancora più intensamente, visto il contesto,  il cuore di chi legge.

Ad arricchire ulteriormente questa già preziosa silloge, un’altra traduzione, in inglese (curata da Maristella Bonomo e da Andrew Brayley), capace di conferire all’opera un respiro internazionale.

.

  

 

Una scoperta fortuita, da parte del sottoscritto, quanto gradita: l’ennesima dimostrazione, semmai ce ne fosse la necessità, di come non sempre una grande poesia sia appannaggio soltanto di grandi nomi.

Un Autore da seguire nei prossimi cimenti, a cominciare da quel  “Desinenza in nero” (che sarà, a quanto sembra, la prossima uscita) e dai lavori di critica poetica e letteraria che fanno tradizionalmente parte del bagaglio di Giuseppe Condorelli.

.

Titolo: N’zuppilu n’zuppilu (Wet Through)

Autore: Giuseppe Condorelli

Curatori della traduzione in inglese: Maristella Bonomo e di Andrew Brayley

Disegni a china: Tano Brancato

Editore: Edizioni Le Farfalle

Anno: 2016

Pagine: 62

Prezzo: 10 €

ISBN: 978-88-98039-24-1

Giuseppe Condorelli insegna Lettere nella scuola superiore. Si occupa attivamente di poesia, critica letteraria e teatrale su quotidiani, settimanali e riviste specializzate. Scritti, racconti e recensioni, sono apparsi su diverse riviste di settore. Un suo testo per Marco Nereo Rotelli è stato pubblicato ne L’Isola della Poesia (Convegno Edizioni Quaderni dell’Isola, Cremona 2003).
Ha ideato e curato rassegne di incontri mensili con l’autore e kermesse d’arte in collaborazione con la cattedra di Plastica Ornamentale dell’Accademia di BB.AA. di Catania e l’Associazione culturale Interminati Spazi (con Paolo Lisi). Ha curato la sezione Poesia per il progetto Castelmola Città degli Artisti. Nel 2008ha pubblicato Criterio del tempo (I Quaderni del Battello Ebbro – Porretta Terme  Bologna). Nel 2011 due sue liriche sono state messe in musica da Mariano Deidda nel cd Deidda canta Pavese. Nel 2013 ha curato per l’Almanacco Internazionale di Poesia edito da Raffaelli il Quaderno dediicato alla poesia oggi in Sicilia. Vive a Misterbianco.

 

 

 

 

   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Piadena: quando la scuola… è buona davvero

Çlirim Muça, oltre a essere un abile e fantasioso narratore, un immaginifico drammaturgo e un instancabile produttore di versi di grande spessore, appassionato ricercatore di ogni forma tecnica di poesia, anche della più esotica estrazione e tipologia, è anche… un carissimo amico.

Per questo, quando mi ha chiesto di collaborare a un certo progetto in quel di Piadena, con la prospettiva di affiancarlo in una conferenza sugli haiku e in un’altra sulla fiaba e sulla favola, nonostante l’incombere della “prima” romana del mio nuovo dramma incentrato sulle altissime figure di Falcone e Borsellino, messo in scena dalla Compagnia Stabile Assai, non ho saputo dirgli di no.

Per l’amicizia che ci lega, sì, ma anche per un altro motivo che vi dirò… tra qualche riga.

Saltata per una improvvisa emergenza la mia partecipazione relativa alla “favolistica” (alla quale ho già dedicato FiAbacadabra e FiAbacadabra 2… con la voglia crescente di metter mano a un FiAbacadabra 3), stamattina è venuto il momento degli haiku.

La sede scelta per l’incontro (eccola la seconda ragione che mi ha spinto ad accettare la proposta dell’amico Çlirim, ovvero la gratificazione che mi regala il parlare di scrittura alle e con le nuove e nuovissime generazioni) era questa, di Torre de’ Picenardi:

Che il mio amico sapesse il fatto suo, che riuscisse senza nessuna difficoltà a instaurare un positivo feeling con qualsiasi tipologia di auditorio, mi era cosa ampiamente noto. Ciò che invece mi colpisce e (positivamente) mi stupisce ogni volta che mi capita di mettere piede in una scuola, sono l’attenzione e la partecipazione di cui sono capaci gli studenti allorché vengono sollecitati ad apprendere con il dovuto approccio.

Così la mattinata si è rivelata oltremodo piacevole e produttiva per tutti. Un modo come un altro per dire che, insomma, i ragazzi hanno lavorato tanto e con ottimi risultati.

 

Dopo avere ascoltato con la massima attenzione la parte tecnica, hanno preso penne e quaderni creando, riuniti in sottogruppi, haiku e renga (catene di haiku collegate per incastro logico o evocativo) di significativo spessore, in una festa per la mente e per il cuore.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

È stata una settimana impegnativa e straordinariamente intensa, questa della prima edizione di Art Book.

«La manifestazione, dedicata alle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria, fa parte dell’iniziativa “Lettura d’Istituto“, appoggiata dalle Istituzioni locali nell’ambito nazionale di “Maggio mese dei libri»  spiega Umberto Parolini, dirigente scolastico del comprensorio che include dieci scuole che garvitano su Piadena.

«Si tratta, in realtà, di una ripresa e di una rivisitazione (credo migliorativa) di un’idea che avevo avuto e messo in pratica circa dieci anni orsono, nel corso della mia precedente esperienza ad Asola)», precisa subito dopo.

«Un lavoro che ha coinvolto nel complesso circa 850 studenti, interessandoli alla lettura, al componimento poetico, alle arti figurative e, soprattutto ai collegamenti tra tutte queste discipline artistiche ed espressive. Risultati che valuterò ancora più nel dettaglio quando la settimana sarà conclusa, ma di cui non esito sin d’ora a dichiararmi soddisfatto, grazia anche alla preziosa collaborazione di tutti i professori coinvolti e all’intevento dei partners: la casa editrice Artebambini, Arti e Affini di Rita Spagnoli e, naturalmente gli “esperti“».

Preciso che con la parola “esperti” il dottor Umberto Parolini (ritratto a destra nella foto sovrastante) intendeva parlare oltre che di me (bontà sua) e di Çlirim Muça, anche del gionalista e poeta/scrittore Alberto Figliolia, del fotografo Nicola Mauro Salza e della poetessa, particolarmente impegnata nella rieducazione e nel recupero carcerario Silvana Ceruti

  

Per chiudere una piccola serie di istantanee destinate a fare venire voglia di vistitare quest’angolo di Lombardia a chi non ha ancora avuto la fortuna di farlo. 

 

 

Tranquillità, suggestioni della Storia, la pacata bellezza dei campi frutto della laboriosa tradizione contadina e, ultima ma no ultima, un’ospitalità generosa e un’offerta culinaria letteralmente…  da favola.

Categorie: Da me a Voi.

Goodmorning Brescia (44) – Gli ottani e gli ottoni

.
 
Da Wikipedia, l’enciclopedia libera
 rappresentazione 3D
.
Con il termine ottano ci si riferisce a un qualunque alcano avente formula bruta C8H18 o a una qualunque miscela di più composti corrispondenti a tale formula (isomeri strutturali) o per antonomasia all’isomero lineare, chiamato più propriamente n-ottano.

Il n-ottano è costituito da una singola catena di 8 atomi di carbonio al quale sono legati 18 atomi di idrogeno.

A temperatura ambiente si presenta come un liquidoincolore.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

Nel triangolo compreso tra Piazza Paolo VI, Piazza della Loggia e Piazza Vittoria di ottani, in questi giorni, grazie alla rombante presenza di tante automobili d’epoca, ce ne sono davvero tanti.

Oggi però, intorno alle 18,30, sbucati da chissà dove, prima sulla scalinata del Palazzo delle Poste, poi in numero ancora maggiore, sul lato della piazza del quadriportico, un gran numero di ottOni (sì con la “o”, intesti come strumenti a fiato) suonati da un centinaio (a occhio e croce) di musicisti in maglietta rossa recanti la scritta Mille Miglia, per lo più piuttosto giovani (e bravi), hanno cominciato un concerto.

Tantissime, inutile a dirsi, le persone che affollavano il centro di Brescia e che, fin dalle prime note, si sono radunate ad ascoltare.

  

 

Da dove sono saltati fuori? 

Chi li ha convocati?

Perché?

Le risposte le troverà senz’altro il commissario Cardona che, venuto appositamente da Monteselva, sta collaborando alacremente all’indagine con i colleghi della Questura di Brescia.

Da pelle d’oca l’esecuzione dell’Inno di Mameli, con giovani e vecchi, uomini e donne, che cantavano a cielo e cuore aperto, accompagnando gli strumenti.

Ve ne regalo un pezzetto, appena caricato su youtube. La videocamera tremava, per la calca e per l’emozione, ma il cuore era ben saldo:

… e la Mille Miglia continua!

 

Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (43) – Mille volte benvenuta, Mille Miglia

Oggi, giorno particolarissimo, lascio (come successo già altre volte) provvisoriamente il timone di «Goordmorning Brescia» a Patrizio Pacioni.

Più tardi tornerò per raccontarvi un altro aspetto di questo serena e felice vigilia di Mille Miglia.

  Bonera.2

Mai come nella 1000Miglia non è tanto l’evento in sé, la gara, la competizione a fare la differenza.

Ciò che colpisce è la partecipazione dei bresciani, la voglia di esserci, l’emozione e l’entusiasmo che ci fluttua intorno.

Impiegati che, nella lopro pausa, sacrificano il pranzo per girare tra le meravigliose automobili d’epoca che s’impadroniscono della città, coniugi e amanti che fino a ieri faticavano a trovare qualcosa da fare veramente insieme, riuniti dai richiami, dalle bellezze e dalle suggestionia della sempre magica Freccia Rossa, cavalcando un sogno lontano, inconsapevolmente si riavvicinano, anche fisicamente, magari arrivando, quasi per sbaglio, a prendersi per mano dopo chissà quanto tempo che non accadeva.

Forse sono troppo romantico. Forse solo troppo ingenuo, Forse non sono abbastanza smaliziato da vedere e riconoscere la malizia del marketing-business, flauto incantatore che ha il solo scopo di sedurre il più alto numero di consumatori.

E se anche fosse?

Oggi è una meravigliosa giornata per NOI bresciani. Noi bresciani, sì, anche quelli come me che sono nati a Roma e altrove.

Dunque poche ore fa, all’ora di pranzo, appunto, sacrificando la pausa e il pranzo, appunto, mi sono incontrato con l’amico Giulio Rottigni e mi sono lasciato andare alla corrente delle immagini, delle sensazione,  che come onde ideali sommergevano il centro della città.

Mi e ci hanno attratto i bolidi, naturalmente. Le aggressive Alfa, le sempre eleganti Lancia, le Porsche prodotte dalla potenza germanica, le ingegnose Renault di Francia, le aggressive ed esuberanti macchine yankee, come le Lincoln e la Oldsmobile, ma a colpirci di più…

A colpirci di più sono state due macchine molto meno note e particolari ciascuna per cause di verse.

La prima la sportiva Cisitalia, che ha “ballato una sola stagione” per dirla liricamente: pochissaimi i modelli usciti dalla fabbrica quasi artigianale, dal 1946 al 1963. Tra i modelli immessi sul mercato anche la “202“, esposta niente meno che al Moma di New York come opera di arte moderna.

Poi la minuscola Isett , microvettura monovolume che venne prodotta  (tra il 1953 e il 1956) dalla casa automobilistica italiana Iso di Bresso su idea e progetto dell’italianissimo Ermenegildo Preti , prodigioso esempio di inventiva nazionale, capace di precedere di settant’anni, nella concezione, una certa Smart.

Un’ottima intuizione, visto che tra il 1955 (quando la BMW ne acquistò il brevetto) e il 1962, la BMW Isetta divenne non solo la prima automobile al mondo a basso consumo di carburante (bastavano tre litri di benzina per percorrere 100 km) a essere prodotta in serie, ma conseguì l’incredibile record di oltre 161.000 unità vendute.

 

 

  

 

 

  

 

 

  

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (42) – Giulia, la danza, l’impegno e il riscatto

 

Posso dire che qui a «Goodmorning Brescia» consideriamo ormai Giulia Gussago una carissima amica.

Non solo per la grandissima professionalità, per la passione mai doma da sempre espressa nella pratica e nella diffusione della danza, ma anche e soprattutto per come si spende, praticamente da sempre, nella promozione dei più alti valori civili e sociali.

Non a caso, proprio con Giulia e con la sua Compagnia Lyria, lo scorso anno Patrizio Pacioni volle realizzare, nella splendida cornice del museo delle Mille Miglia,  «liberALArte»: un evento patrocinato dal Comune di Brescia e mirato alla valorizzazione e al sostegno dell’attività dell’ Associazione Carcere e Territorio.

Per questo (e perché ospitare una persona e un’artista di questo livello è sempre occasione da non perdere per Goodmorning Brescia), ho deciso di porre qualche domanda a Giulia Gussago.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°.

Un anno fa, al Teatro Sociale, andava in scena «La causa e il caso», quest’anno, più o meno nello stesso periodo, «Circostanze». Quali sono i collegamenti e quali le differenze?

Il collegamento, evidente, è che entrambi sono tappe del percorso intrapreso insieme alla casa di Verziano sei anni orsono. La differenza è che «Circostanze» è anche una nuova e autonoma iniziativa, un progetto creativo iniziato ex novo con moltissime persone che non c’erano nell’altro (ben settanta quelli che hanno partecipato, circa la metà quelli che effettivamente andranno in scena, anche perché, fortunatamente, alcuni dei detenuti nel frattempo hanno riacquistato la libertà).

L’anno scorso sulla improvvisazione e composizione. Quest’anno, invece, si è lavorato sull’immagine di una grande casa disabitata di cui, di volta in volta, si va ad abitare una stanza, attraverso movimenti e parole create insieme ai partecipanti, sulla base delle loro suggestioni. Le “stanze” ideali che visiteremo e faremo visitare agli spettatori, sono nove, per altrettanti quadri, dedicate a temi particolari quali il viaggio, la memoria del corpo e altri. 

Altra importante differenza e novità è che, rispetto a «La causa e il caso» in «Circostanze» si è voluto concerdere iìuno spazio molto più ampio alla parola. Abbiamo scritto tantissimo, tutti insieme: alcuni brani saranno recitati dall’attore Antonio Palazzo che, insieme a Marco Rossetti mi farà compagnia come voce narrante sul palcoscenico, altri hanno ispirato i movimenti della danza.

Sei un’artista, non una psicologa. Ma, come ogni vero artista, e come molte donne, possiedi una sensibilità particolare per le cose della vita. Cosa lasci e  cosa ti porti via, lavorando a stretto contatto con i reclusi?

Il lavoro con il carcere mi arricchisce.

Io prendo tantissimo e spero che anche i detenuti che lavorano con me riescano a ricevere altrettanto, anche se preferisco che siano loro a dirlo. Per quanto mi riguarda posso dire che la mia esperienza “dietro le sbarre” mi ha aiutato a cambiare (in meglio) il mio modo di vedere le relazioni, a meglio comprendere l’errore altrui e anche il mio. Ciò che spinge un recluso a partecipare a questa iniziativa, a mio modo di vedere, è la voglia di cogliere la possibilità che gli viene offerta di ricollegare in qualche modo a una vita più libera entrando a contatto con i danzatori esterni: una boccata d’aria fresca, perché è proprio relazionandosi con chi viene “da fuori” che gli abituali meccanismi vengono spezzati, permettendo un nuovo modo di espressione. Senza contare, naturalmente, l’esaltante scoperta di come lo strumento artistico consenta loro una diversa e più approfondita indagine introspettiva. Di quelli che escono, chi non è di Brescia e zone limitrofe, forzatamente, finisce per distaccarsi fisicamente dal gruppo, ma nella maggior parte dei casi continuao a tenersi in stretto contatto, seguendo da lontano il proseguimento e l’esito del progetto. Quanto ai bresciani, posso citare l’esempio significativo di una donna che, una volta riconquistata la libertà, è venuta a tenere conferenze nelle scuole superiori con noi di Lyria , facendo partecipi gli studenti della propria esperienza di vita e di recupero personale e sociale.

Quanto ai bresciani, aggiungo io, anche quest’anno potranno assistere alla vostra performance nella prestigiosa sede del Teatro Sociale.

Il CTB, che rende possibile questa meravigliosa location, sostenendo in ogni modo possibile la iniziativa Progetto Verziano, costituisce un anello fondamentale di questa nostra esperienza: il poter calcare il palcoscenico di un teatro tanto importante, vale a dire in uno dei templi della cultura cittadina, costituisce un preziosissimo riconoscimento di valore. Spero solo che, anche in questa occasione, si possa ripetere l’emozione di esibirci davanti a un pubblico numeroso ed entusiasta, così come è stato nel 2016 per  «La causa e il caso».

Progetti e sogni. Qualcuno ha detto che il difficile e il bello è trasformare i primi nei secondi e i secondi in fatti. Quali sono i sogni e i progetti di Giulia?

Uno miei dei sogni, da sempre, è stato quello di potermi regalare un’approfondita formazione in  quel particolarissimo metodo di auto-educazione attraverso il movimentoche prende il nome dallo scienziato, fisico e ingegnere israeliano che lo ideò: Moshé Feldenkrais. Il progetto è stato realizzarlo attraverso un’approfondita preparazione quadriennale (a proposito: che meravigli, tornare a scuola da adulti, questo sì che credo sia un sogno condiviso da molti). Quanto a trasformare il progetto in realtà mi auguro (e farò di tutto in questo senso) di rimetterlo in circolo e  di realizzare concretamente l’anno prossimo.

Per finire, puoi porti da sola la domanda che ti auguravi che io ti facessi e che io, da pessimo intervistatore quale sono, invece non ho saputo inserire in questa intervista. Gradita anche la risposta, ovviamente.

Mi preme cogliere l’occasione di ricordare che, come tutti i progetti, “Verziano” ha bisogno di gambe (vale a dire risorse economiche) per camminare e arrivare lontano. I costi sin qui sostenuti non sono stati ancora interamente coperti, ed è necessario che ciò avvenga presto, se si vuole guardare più lontano. 

Quindi la domanda che non mi hai fatto è: «C’è qualcosa che i nostri affezionati lettori possano fare per il Progetto Verziano?». E la mia risposta è la seguente:

Sì che c’è. Dal 2011 la nostra Compagnia Lyria conduce presso la Casa di Reclusione Verziano a Brescia un progetto che permette a detenute e detenuti di sperimentare insieme a liberi cittadini una pratica artistica.

Quest’anno le risorse che abbiamo raccolto per la realizzazione dell’iniziativa sono insufficienti per portare a termine il progetto nella sua interezza.

Per la realizzazione di questo sogno dobbiamo raggiungere la cifra di € 5.400,00.

Vi chiediamo quindi di unirvi a noi in questo meraviglioso viaggio e di sostenerci con una donazione che potete effettuare tramite il sito

 https://www.produzionidalbasso.com/project/danza-in-carcere/

Aiutateci a condividere questa iniziativa con i vostri amici.

.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°.

CIRCOSTANZE


Coreografia e messa in scena Giulia Gussago
Voci narranti Antonio Palazzo e Marco Rossetti
Creato e interpretato da Emanuela Alberti, Monica Bassani, Francesco
Cancarini, Paola Cappelli, Raffaella De Masi, Silvia Francesconi, Iole Giacomelli,
Giulia Gussago, Marilena Maxia, Alice Miano, Mariantonia Piotti, Roberta Possi,
Marco Rossetti, Susi Ricchini, Fiorenza Stefani, Giovanna Vezzola, Sandra
Zanelli, Arturo Zucchi
insieme agli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano
Annamaria, Cecilia, Elton, Giovanni, Giuseppe, Lacine, Mario, Matar, Mauro,
Mintu, Mohammad, Said, Sofia, Valentin e Zio Said
Luci Sergio Martinelli
Suono Giacomo Brambilla
Fotografo di scena Daniele Gussago

.

AL TEATRO SOCIALE DI BRESCIA – MARTEDÌ 6 GIUGNO 2017 – ORE 20,30

.

  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (41) – Riso e pianto: insalate di donna sul palcoscenico

 

Nel foyer del teatro Sociale si è svolto oggi pomeriggio il terzo e ultimo appuntamento di ”Scene Madri  – conversazioni intorno al Teatro”, ciclo di incontri promossi dal CTB Centro Teatrale Bresciano e coordinati da Carla Bino. «Tra pianto e riso: esempi di madri nella drammaturgia contemporanea» il titolo della conferenza condotta da Laura Peja e Claudio Bernardi, introdotta dalla stessa Carla Bino .

Il teatro è memoria, è analisi, ma è anche madre e levatrice di importanti ragionamenti che precedono, accompagnano e seguono la rappresentazione di una commedia o di un dramma,

Si parte dal simbolo della donna-conchiglia che, tra le sue braccia, abbraccia un mondo intero ma anche (a dirla con Peter Brook, autore di «Lo spazio vuoto»”  nell’orai lontano 1968) una mancanza da proteggere e riempire.

Pianto e riso, sì, anche se, nella prosa evoluta del terzo millennio, diventa sempre più difficile distinguere nettamente tra dramma e commedia.

Si parte dal pianto.

Pirandello ed Eduardo, geni assoluti che però, pur riuscendo a creare e far vivere sul palcoscenico personaggi femminili di grande spessore, nel farlo hanno palesato una concezione prettamente maschile. Dipingendo cioè, in buona sostanza, un mondo in cui le donne si distinguono sostanzialmente  tra madri baldracche e amanti.

Più o meno ciò di cui si parla in «I tre lai» opera di Giovanni Testori: tre monologhi sull’assenza, a metà tra canti poetici e lamentazioni amorose, in cui si descrive, attraverso la narrazione dell’amore spezzato di Cleopatra per Antonio, dell’amore vagheggiato ma mai realmente vissuto della regina Erodiade per Giovanni Battista, per trascendere poi all’amore materno e devoto al tempo stesso di maria per il figlio che ascende al calvario.

Si accenna allo «Stabat mater» di Antonio Tarantino, madre del popolo di semplice e inarrestabile eloquio che si batte strenuamente per difendere il figlio arrestato per problemi di terrorismo, pronta, nel tentativo di salvarlo, anche a negare l’evidenza. 

Un rapido passaggio su Sarah Kane, evocatrice post-arrabbiati di una fame di maternità intesa come rimedio ultimo contro un’intollerabile solitudine, morta suicida, vittima di problemi esistenziali e nevrosi.

Poi viene la volta del “riso”, la cui trattazione è imperniata in larga parte in una serie di audio di grande interesse e  suggestione.

Così si scopre e si riscopre una Franca Valeri creatrice di personaggi indimenticabili (e sempre attuali) come la Signorina snob, Cesira la manicure e la sora Cecioni.

Dopo di lei Poi le autrici di comicità “al femminile” sono proliferate, pur se permane a tutt’oggi, al di là di proposte confinate nella prigione più o meno dorata della cd comicità femminista e sociale.

Uno spazio adeguatamente rilevante alla grande Franca Rame, interprete di un umorismo che, trattando la condizione di donne in difficoltà e di donne, assottiglia (e siamo di nuovo lì) quel già esile confine tra riso e pianto.

Quello che esce fuori, al tirare delle somme, è il quadro di una essenza femminile complessa e di difficile interpretazione, un insieme in cui le principali “categorie” nelle quali, dalla notte dei tempi, l’animale uomo cerca di ingabbiarla, si mescolano invece in un unicum inscindibile, intessuto di riso e pianto (appunto), d’ingenuità e contrasti, di castità e sensualità… di luce e buio.

Perché  «ciò che desiderano le donne è andare a letto con il diavolo per partorire Dio».

.

  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Mioddio, My-day, ma dai… MEDEA!

   La tragedia di Euripide 
La tragedia greca (scritta da Euripide per le Grandi Dionisie del 431 a.C. e considerata una delle più significative tragedie classiche) comincia con la vecchia Nutrice che riassume quanto accaduto… nelle puntate precedenti: dopo la conquista del vello d’oro nella Colchide (narrata ne «Gli Argonauti» di Apollonio Rodio), Medea e Giasone si trasferiscono a Corinto, insieme ai due figli. Dopo qualche anno di convivenza, però, Giasone (eroe stanco e imbolsito in cui affiorano bassezza e meschinità da uomo qualunque) decide di ripudiare Medea per convolare a nozze con Glauce, non solo più giovane e fresca di sua moglie, ma anche (e non è cosa di poca importanza) figlia di Creonte, re di Corinto: una condizione che, da sola, potrà consentire a Giasone di salire al trono.
Medea, però, non è donna che possa tollerare di ricevere, da un uomo al quale ha donato tutto il proprio amore e la propria passione, ma che si è rivelato meschino, decidendo di ripudiarla per la “carriera”: lo dice il suo stesso nome, che, derivando dal verbo medèomai (curare attraverso erbe e pozioni magiche), indica la sua natura di “maga, strega”. Non per nulla, qualora non lo ricordaste, era stata lei a preparare il filtro servito per narcotizzare il drago posto a guardia del mitico Vello d’Oro, lei a tradire suo padre e a uccidere il fratello per poter seguire Giasone. Medea è la passione barbara, ferina; Medea è la rabbia che non si placa se non con la vendetta; Medea è la minaccia che viene da lontano, è la creatura aliena capace di amare e di odiare fino all’autodistruzione. Inutili, dunque, i tentativi di Giasone di far accettare alla moglie la sua decisione. Inutile la precauzione adotatta dal re Creonte che, temendo il peggio, decreta l’immediato esilio della donna. Ottenuto con una scusa il rinvio della partenza, sia pure per un solo giorno, Medea  fa pervenire alla rivale Glauce, come dono nuziale, un mantello intriso di potentissimo veleno. La giovane figlia del Re lo indossa, morendo tra atroci dolori.
Poi l’incontenibile ira di Medea si abbatte anche sui figli.

    Lo spettacolo 

Dunque, come già detto, a oltre vent’anni di distanza dalla rivoluzionaria direzione di Luca Ronconi nel 1996,  con il riallestimento e la rivisitazione effettuati per l’occasione da Daniele Salvo, Franco Branciaroli rende omaggio al Maestro scomparso nel 2015, tornando a vestire i panni della selvaggia Medea nella nuova edizione di una vera e propria gemma e di un solido punto di riferimento della storia del Teatro contemporaneo italiano.

Il Male, il Bene, Dio e Satana, sono entità sprovviste di identità sessuale, comprendendole in sé tutte. Così come l’amore, l’odio, la speranza, la disperazione… e la minaccia di ciò che è alieno, in cui, amava dire Ronconi,  «si può identificare senza tema di sbagliare, il personaggio di Medea»..

     

  

 (foto di scena scattate da Umberto Favretto ph) 

.

Su uno schermo è proiettata l’immagine di un cuore che palpita, nudo e sanguinante, sotto i ferri del chirurgo.

Sull’altro, un paesaggio spoglio, quasi desertico.

E il canto straziato e straziante di una donna che erompe dal mare Mediterraneo, non importa da quale sponda, cristiana o musulmana, tanto il sale nell’acqua ha lo stesso dosaggio.

È così che comincia a Medea di Ronconi e di Branciaroli, un’autentica celebrazione liturgica, officiata sulle assi del palcoscenico che, fin dall’inizio, preannuncia sacrifici umani., autentici o mistici, solo questo è da scoprire. sia gli uni che gli altri, in realtà, al tirare delle somme.

E di Medea, all’inizio, si ode solo la voce fuori-scena: lamentosa, malmostosa, sgradevole quanto può esserlo il lamento di qualcuno che non siamo noi.

Poi comincia il gioco sottile e complesso al tempo stesso delle tante contaminazioni che intarsiano la narrazione.

Euripide è sempre presente in scena, certo, eccome, ma sembra tirarsi in disparte, a volte,  di fronte agli aspirapolvere manovrati dalle donne del coro, a un lettino da ginecologo con tanto di paradosso di uomo incinto, alle rivisitazioni di melodie che occhieggiano, neppure troppo discretamente, a Battisti e ai Procol Harum, alle divise dei soldati del Re agghindati come picciotti di Cosa Nostra.

L’antica Grecia allarga i suoi confini fino a sovrapporli a quelli dell’Europa, dell’intero Occidente, con il Potere che cala dall’alto scendendo con maestoso impaccio i gradini di una scala che fa bella mostra di sé al lato del palcoscenico: ingloba nella rabbia ferina di Medea il fermento degli sradicati, per forza o per scelta, dal territorio, dalle tradizioni, dalla propria religione, fate voi.

E finalmente eccolo, Branciaroli, maestro del gesto, della voce (anzi, delle voci) e della presenza scenica, capace di assommare alla propria arte le parti più significative della funambolica recitazione che fu patrimonio di Carmelo Bene.

Incombe sul pubblico, lo strega, ispira tutti gli altri attori senza mai prevaricare, indirizza tempi, ritmi e atmosfere anche quando non è in scena.

Nella sontuosa sceneggiatura di Ronconi tutto è fedele al testo classico, tutto lo tradisce. A cominciare dal coro, che prima blandisce la sete di vendetta della barbara tradita, la esalta, poi, ma solo quando ormai è troppo tardi, spaventato, cerca timidamente di moderarla.

L’umiliazione, il rancore, soprattutto la rabbia cieca e animale che “chi sta sopra” cerca invano di tenere sotto controllo.

«Ti sarebbe bastato adattarti senza recalcitrare alle decisioni  che qualcun altro ha preso per te» ricorda alla moglie, che ha ferito mortalmente, Giasone, l’eroe-cialtrone, con il meschino buonsenso dei vigliacchi.

Sul finire, non casualmente si abbassano le luci sul palcoscenico, così come, rapidamente, si va spegnendo il lume della ragione: Medea teme e soffre lei per prima l’atrocità di ciò che sta per compiere, ma dice a se stessa, come capita a ciascuno, almeno una volta nella vita, che «la passione sa essere più forte della ragione».

La prima parte della strage è compiuta, ancora più atroce nella narrazione a cose fatte che ne fa il precettore, sconvolto da tanto sangue e tanta violenza.

Quanto alla seconda, ancora più atroce, l’uccisione dei propri figli s’intravede dietro uno schermo, con richiami non troppo nascosti a quelli della finestra dell’hitchcockiano “Psycho” dietro cui si celava la doppia personalità del folle Norma Bates. Nel dramma lacerante di Medea si riassume e si sublime quello di quelle mamme assassine di cui sono disseminate le contemporanee cronache di nera.

Si conclude, dopo la chiusura del sipario, con una ripetuta e convintissima chiamata in scena degli attori a suon di applausi.

E con una nota che, per sdrammatizzare un po’ (e credete, non è così facile nella recensione della madre di tutte le tragedie e nella tragedia di molte madri):

IN QUESTO SPETTACOLO NON SONO STATI MALTRATTATI BAMBINI

Chi assisterà a questa sorprendente e stimolante rappresentazione…. capirà.

.

   Il Mattatore 

«Mi raccomando, il pubblico deve ricordarsi sempre, per tutto il corso dello spettacolo, che Medea è un uomo» affermò Branciaroli nel ’97, alla vigilia della rappresentazione romana della tragedia di Euripide (Teatro Quirino).

«Che ci sono io, coi bicipiti un po’ da camionista, dentro la parte. Voglio dire che quelli che stanno in sala non devono farsi fregare dalle convenzioni, come invece succede al coro di Euripide, che qui non può accorgersene e che, naturalmente, crede di avere a che fare con il personaggio vero, la donna tragica di Euripide»

«Io non interpreto una donna, sono nei panni di un uomo che recita una parte femminile, è molto diverso. Medea è un mito: rappresenta la ferocia della forza distruttrice» fa presente oggi.

«Lei è un essere smisurato, che usa un potere sinistro, usando la femminilità come maschera, per commettere una serie mostruosa di delitti: non è un caso che la prima a cadere sia una donna, la regina, la nuova sposa di Giasone»

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

.

     

MEDEA di Euripide  (traduzione Umberto Albini) regia di Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo scene Francesco Calcagnini riprese da Antonella Conte Costumi di Jacques Reynaud ripresi da Gianluca Sbicca luci di Sergio Rossi riprese da Cesare Agoni con: Antonio Zanoletti, Alfonso Veneroso, Tommaso Cardarelli, Livio Remuzzi, Elena Polic Greco, Elisabetta Scarano, Serena Mattace Raso, Arianna di Stefano, Francesca Maria, Odette Piscitelli e Alessandra Salamida, Raffaele Bisegna e Matteo Bisegna produzione CTB Centro Teatrale Bresciano – Teatro de Gli Incamminati – Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

.

dal 9 al 21 maggio al Teatro Sociale di Brescia.

 

 

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (40) – Bamboccioni… chi?

Prima di spiegare il titolo di questo post, io comincerei da qui.

 

Vale a dire da Palazzo Martinengo e dalla mostra «Da Hayez a Boldini – anime e volti della pittura italiana dell’Ottocento»

I visitatori sono accolti dalla morbida plasticità di Amore e Psiche, l’opera di Canova che meglio ne rappresenta e significa l’amore e il culto per l’estetica neoclassica.  Oltre a questa celeberrima opera, nella prima sala sono esposti significativi lavori di Andrea Appiani e di altri autorevoli artisti neoclassici. Nella seconda sala le tele dei “romantici”, primo tra tutti, naturalmente, Francesco Hayez (è la maestosa rappresentazione di Maria Stuarda che sale al patibolo  a imporsi a occhi e mente); tocca a Giovanni Carnovali detto il Piccio preannunciare l’arrivo degli Scapigliati, cui, invece, è riservata la Sala numero tre.

Seguono le suggestioni dei Macchiaioli, con Giovanni Fattori, Telemaco Signorini e Silvestro Lega, poi gli Orientalisti (confesso di essermi soffermato pensoso davanti al dipinto di Domenico Morelli intitolato La preghiera di Maometto prima della battaglia), le quotidianità dense di ammiccamenti sociologici dipinti da Ciradi, Induno, Palizzi, Milesi e Inganni.

Divisionisti nella quarta sala, con Segantini, Pellizza da Volpedo (geniale pittore de Il quarto Stato – non presente alla mostra) e Morbelli, prologo alla conclusione della mostra con le straordinarie, misteriose e sensuali donne ritratte in Francia da un Giovanni Boldini capace di dischiudere le porte al novecento.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

Sì, ma il titolo di questo post? Perché?

Presto detto: nella giornata di oggi c’erano a disposizione dei tanti visitatori accorsi a palazzo Martinengo alcune “guide” di eccezione.

«Siamo stati scelti tra gli studenti del Liceo Arnaldo per questo», mi dice Ludovica Zampaglione, che ha appena finito di raccontare all’ennesimo gruppo le opere di Zandomeneghi, De Nittis e Boldini.

«Uno per sala, cerchiamo di coinvolgere i visitatori non solo nella mera fruizione visiva di tanti meravigliosi capolavori della pittura, ma anche in un’analisi snella, ma per quanto possibile articoltata e approfondita, del contesto storico e sociale e delle tendenze artistiche e stilistiche cha hanno portato alla nascita delle varie opere esposte»   

Preparati, cordiali, disponibili a rispondere alle domande e a soddisfare le curiosità del pubblico, le magnifiche ragazze e i magnifici ragazzi del Liceo Arnaldo da Brescia sembrano muoversi a proprio agio, come se svolgessero questa difficile attività di promozione culturale da una vita.

«Il tutto nell’ambito di “Alternanza Scuola-Lavoro” un progetto che consiste nella realizzazione di percorsi progettati, attuati, verificati e valutati, sotto la responsabilità dell’istituzione scolastica o formativa, sulla base di apposite convenzioni con imprese, associazioni, camere di commercio ed enti pubblici e privati, ivi inclusi quelli del terzo settore » spiega ancora Ludovica, ma in fretta, perché sta arrivando un nuovo “plotone” di persone da erudire.

 Una giovanissima “guida” alle prese con i tanti visitatori della mostra 

C’è una morale, in tutto questo?

Sì, c’è.

Vedere uniti in una sola occasione l’Arte dei grandi Maestri del passato, l’interesse di chi, oggi, preferisce mettersi in fila per visitare una mostra di pittura anziché rifugiarsi in un Centro Commerciale, l’entusiasmo di tanti giovani, belli, bravi e spigliati che rappresentano il domani

… beh, mi fa credere che un Mondo Migliore possa davvero esistere.

.

  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.