Vero Sport (1) – Vincoli? No, grazie!

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Accondiscendendo alle richieste di numerosissimi amici di questo blog, parte con questo post una rubrica dedicata esclusivamente allo sport. A condurla, di volta in volta, saranno articolisti esperti delle varie discipline o (come in questo caso) provenienti dalle località interessate dall’argomento trattato. Questo pezzo di esordio reca la firma dell’amica siciliana Edvige

Abbiamo deciso di cominciare, anziché dal vertice, da quella base che costituisce (o dovrebbe costituire) il vero humus della pratica sportiva: l’attività giovanile che è (o dovrebbe essere) fonte primaria di educazione e di preparazione delle nuove generazioni alle dure sfide della vita.

Ma è sempre così?

Potrete dirlo con maggiore consapevolezza  dopo avere letto l’intervista con D., giovane e promettente pallavolista siciliana.

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D.  , cosa rappresenta per Te lo sport?

Per me lo sport è un modo di essere, prima ancora che di esprimersi. Grazie all’appoggio dei miei genitori, l’ho praticato fin da bambina, passando da una disciplina all’altra. Prima il nuoto, naturalmente, (il rapporto con l’acqua e con il mare, per noi siciliani, è molto più di… una semplice amicizia) poi la danza e poi… l’incontro fatale con la mia passione, la pallavolo. Mi ci sono buttata a capofitto, al punto che, in brevissimo tempo, la società che mi ha accolto è diventata la mia seconda casa e l’allenatrice la mia seconda mamma.

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Te la senti di raccontare perché, a un certo punto, da qualcosa di così bello sono venuti fuori tanti dispiaceri? Come è cominciata questa storia?

Diciamo che per il 14° compleanno,  naturalmente festeggiato in palestra mi è stato fatto, a totale mia insaputa, un regalo del tutto sgradito.

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Spiegati meglio.

Non so se conoscete  cosa è il vincolo sportivo: è quel privilegio concesso alle Società sportive  che in  virtù di questo,  possono gestire la vita sportiva degli atleti dalla età di 14 anni fino ai 24 e oltre. In base a esso, dal compimento del quattordicesimo compleanno, appunto, automaticamente, senza che venga firmato alcun contratto, un ragazzo o una ragazza si trovano legate indissolubilmente alla società sportiva per la quale sono tesserate. Ciò comporta che, in presenza di Società Sportive” dirette da personaggi privi di scrupoli, può comportare dei gravissimi problemi.

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E… nel tuo caso?

Nel mio caso, all’inizio tutto è filato liscio, tra vittorie di squadra e soddisfazioni personali, conoscenze importanti ed esperienze preziose di sport e di vita. Poi, un giorno, quasi per caso, i genitori delle giocatrici scoprono l’esistenza del famigerato “vincolo” e chiedono spiegazioni.

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Ottenendole prontamente, immagino.

Ah, certamente sì. Il Presidente ostentava un atteggiamento bonario e amichevole sia con le atlete che con le loro famiglie. «Non avete fiducia in me? Non preoccupatevi! Le mie ragazze sono libere di andarsene come e quando vogliono». Così si continuò a giocare e a vincere, anche se quell’aggettivo possessivo, quel “mie” avrebbe dovuto metterci tutti in allarme.

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Poi, però, è successo qualcosa.

Sì. Ci fu un’incrinatura del rapporto tra il presidente e l’allenatrice con la quale, come ho già detto prima, si era instaurato un rapporto vero e profondo, trovando in lei un’amica sincera e una seconda figura materna. Detto questo, è facilmente immaginabile quanto fosse forte il mio desiderio di seguirla nella nuova squadra.

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E invece no.

“Invece no” nel senso che, quando mio padre si rivolse al suo “amico” presidente per informarlo di ciò, questo gentiluomo rivelò la sua vera natura, in questo pienamente spalleggiato dalla discesa in campo di sua moglie, donna fin troppo determinata e volitiva, a voler usare termini positivi. Forte di quanto prescritto dalle “norme” la coppia da “Attenti a quei due” scatenò una vera e propria guerra, coinvolgendo me (e molte delle mie compagne) nel conflitto scoppiato con l’allenatrice: pretese esagerate, condizioni irragionevoli e talmente volubili da cambiare di giorno in giorno.

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Letteralmente allucinante. Cosa accadde poi?

Accadde che ci rivolgemmo alla Giustizia sportiva: un iter complesso e costoso, al termine del quale, ci rendemmo conto che anche da quella parte le porte erano chiuse: attenendosi strettamente alla lettera di regolamenti e regolamentini, appiattita sulle posizioni delle società, i giudici se ne lavarono le mani risbattendoci di nuovo tra le grinfie (citando un altro film) di “Bonnie e Clyde”, che ribadirono, ovviamente, l’assurda richiesta (anche i  giudici la definirono tale) di 6.000 € per potermi “liberare”.

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E, sebbene a malincuore, il riscatto fu pagato.

Ecco, riscatto mi sembra proprio la parola giusta. Fu pagato, sì, per forza: che altro si poteva fare?

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C’è un insegnamento che si può trarre da questa tua disavventura?

Mia e delle mie compagne, tengo a sottolineare, prese anch’esse in ostaggio dalla società e dai suoi rappresentanti. Gli insegnamenti, a mio giudizio, sono due. Il primo, più di carattere generale è che di certi “amici” è meglio non fidarsi. Il secondo, più attinente alla vicenda è che, pur non potendosi  evidentemente cambiare le leggi dello sport, si può almeno formulare un’avvertenza buona per chi, seguendo la passione per lo sport, si avvicina a una società sportiva che gli consenta di farlo:  state attenti non vi fate accecare dalle false promesse, chiarite le vostre posizioni all’interno delle società sportive  sin  da subito con accordi chiari e scritti. E, soprattutto, state alla larga da soggetti instabili e disonesti come i miei (per fortuna “ex”) Presidente e Presidentessa. A quanto ne so, sono ancora in libera circolazione.

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Ma tu, nel frattempo, hai ricominciato a  giocare?

Oh, sì! Con più voglia e più gioia di prima, se è per questo. La pallavolo è una dura ma preziosa maestra di vita, utilissima, per chi la pratica, ad apprendere quale sia il modo il modo giusto di affrontare le difficoltà, piccole o grandi, che la vita, inevitabilmente, dissemina sul cammino di ogni essere umano. persona. Le avversità sono come schiacciate che piovono sul tuo campo da parte di un avversario particolarmente agguerrito e potente. Se non si riesce a prenderne qualcuna, inutile restare in terra a disperarsi, bisogna subito rialzarsi e mettersi in posizione, perché presto o tardi arriverà la prossima, e bisognerà riceverla nel modo migliore. 

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 Edvige

 

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Goodmorning Brescia (71) – Dormire, forse sognare. Al «Primo Piano».

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La sala del Caffè Letterario  Primo Piano, al numero 10 di via Cesare Beccaria (una pertinenza di Piazza Loggia) è talmente gremita che non c’è neanche una sedia libera.

Quello che colpisce di più, però, è l’età media dei presenti: fatta eccezione dei pochi consuetudinari aficionados, ci si aggira sui 20-25.

E dire che l’evento di questa sera, così, a prima vista, non sembra proprio di quelli  capaci di sottrarre pubblico giovane a pub, birrerie e discoteche: si tratta, semplicemente di una conferenza della serie «Il Racconto della Psicoanalisi» Organizzato da Il Cantiere di Psiche. intitolata «Il Sogno».

Il sogno, già.

Intrigante incontro fra giorno e notte, conscio e inconscio, luce e ombra,  immaginazione e realtà.

Per la psicanalisi, secondo il Dott. Sandro Panizza che, con Sara Abate, conduce la conferenza, “sceneggiatura di avvenimenti che, ove non rappresentati politicamente, ci sfuggirebbero e sfuggirebbero all’esame terapeutico”. Messaggi inconsapevolmente rivolti a un’altra persona, dove l’altra persona è molte volte se stessi.

Inevitabile che, con un argomento del genere all’ordine del giorno, non appena la relazione “dotta”  prende fiato, qualcuno dei presenti non resista alla tentazione di raccontare il proprio sogno, finché tutto si scompone in mosaico di opinioni ed esperienze personali. E chi non racconta, probabilmente, vorrebbe raccontare.

Finché sorge legittimo il dubbio che anche questo possa essere un preciso obiettivo dell’incontro.

Si parla di tutto passando per pagine di teoria e aneddoti. A un certo punto viene fuori anche un famoso film a cartoni animati, precisamente “Inside Out”.

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Uno spunto didattico per sottolineare come, nella vita di tutti i giorni, una serie ininterrottamente positiva di eventi sia un obiettivo da perseguire con tutte le proprie forze, mentre la serie opposta venga considerata quasi universalmente una calamità da evitare a ogni costo. In realtà, afferma il dottor Panizza, secondo la psicanalisi un pieno instabile equilibrio non può essere raggiunto senza accettare anche le inevitabili negatività che propone quotidianamente la vita; sapendo bene interpretare però quell’importante linea di confine che separa l’eden prenatale dalla vita adulta.

Un’alternanza che si presenta anche durante la gravidanza, peraltro, circa ogni tre secondi, così come testimoniato e dimostrato dalle moderne tecniche di monitoraggio fetale”.

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E a chi continua a pensare e a dire che la cultura annoia, auguro brutti sogni e dolori di pancia.

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   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (70) – Oltre la strada c’è un teatro… Ideal

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Amministrazione comunale e C.T.B. continuano a filare di pieno accordo (dopotutto le rispettive “case” si affacciano sulla stessa piazza), e i risultati (positivi al di là di ogni pur ottimistica previsione) sono sotto gli occhi di tutti.

Il Teatro e i suoi appassionati seguaci ne traggono continui benefici in termini di offerta di spettacoli ed eventi, sempre in crescendo nell’ambito di una qualità media sempre elevata.

La città guadagna “vita e respiro”, giovandosi di un potente contributo alla riqualifica di alcune zone, per così dire, rimaste più indietro.

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E mentre fervono i preparativi per cominciare la costruzione di un nuovo, spettacolare teatro sull’area dell’ex Ideal Standard (immagine sopra), ecco il resoconto della conferenza stampa che si è tenuta poco fa nella sede del Centro Teatrale Bresciano in piazza Loggia che, del “cappello” di questo articolo, rappresenta una lampante conferma.

Apre la conferenza stampa il vice sindaco nonché assessore alla cultura creatività e innovazione Laura Castelletti.

«Rigenerazione e riqualificazione sono le due parole che meglio esprimono uno dei progetti più significativi della nostra amministrazione, ai quali sono state dedicate si stanno tuttora dedicando molte energie. Mi piace considerare il progetto “Oltre la strada” come una tappa di avvicinamento all’apertura del nuovo Teatro Ideal, di cui uno degli aspetti qualificanti è da individuarsi senz’altro nell’uso della cultura come mezzo di inclusione sociale, non solo per porta a Milano e zone attigue ma per tutto il territorio cittadino».

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Gian Mario Bandera aggiunge che il progetto “Oltre la strada” si inserisce nelle iniziative che, a partire dal giugno scorso e fino al luglio prossimo, il Centro Teatrale Bresciana cercherà di coordinare al meglio.

Per Roberta Moneta e Valeria Battaini (fondatrici con Francesca Mainetti di “Teatro 19”) quello che è in corso «è un lavoro di cucitura che, uscendo dal teatro, tende a collegare il centro e la periferia, le diverse fasce di età e i diversi settori sociali attraverso la pratica del teatro fuori dal teatro». Dopo di che si passa a meglio specificare.  «E siccome via Milano è fatta di isole ideali, la nostra idea è quella di de-isolare  il territorio di pertinenza, costruendo ponti».

Ricordano poi che, dal giugno 2017, si sono succeduti spettacoli nella zona di via Milano (ma non solo visto che tre spettacoli della rassegna sono stati rappresentati in piazza Mercato). Altri spettacoli hanno circolato a bordo di un autobus da piazza Mercato alla Mandolossa, con l’architetto Botticini impegnato a raccontare la città.

«Sia nel corso della parte estiva (concluse il 1 ottobre) che di quella invernale (meno appariscente ma di sostanza, con i laboratori sia dentro che fuori le scuole-la conclusione in aprile sarà nel parco) si è raccolto materiale video e testimonianze in un lavoro di ascolto e di memoria tra passato, presente e futuro, che, trattandosi di teatro Fuori-Luogo, noi di Teatro 19 consideriamo tradizionalmente familiare»

È poi il turno di Maria Rauzi, responsabile di Teatro Telaio .

«Dopo quarant’anni di attività, finalmente Teatro Telaio avrà una sede per svolgere la sua attività istituzionale, ossia uno spazio da dedicare interamente al teatro per ragazzi: praticamente la realizzazione di un sogno» premette, per raggiungere poi che «via Milano per noi è una location ideale, sia per l’elevata presenza di giovani e giovanissimi, sia come verifica della possibilità di trasformare una zona periferica in un centro di richiamo culturale. In questa ottica da tempo abbiamo in corso incontri con scuole di diverse punti della città, spostando intanto, in attesa della fruibilità del nuovo teatro, la programmazione dei nostri spettacoli al Teatro Colonna; con positivi riscontri, visto che ci siamo trovati costretti a moltiplicare le repliche sia per le famiglie che per le scuole»

Conclude l’incontro ancora Gian Mario Bandera, ricordando che, in questo ambito, il CTB si è mosso, essenzialmente in tre modi:

a) Creando il portale “Teatro a Brescia”, aperto sia agli utenti professionali che al pubblico appassionato di prove, con informazioni sia sulla programmazione degli spettacoli che rapporto domanda /offerta in città e provincia, con l’inserimento all’interno anche di Extra-ordinario

b) Ordinando la propria attività con le realtà culturali presenti in zona, con l’ambizione di raggiungere nuove fasce di pubblico e facendo informazione sulla prossima  apertura del nteatro “nuova idea” (che conterrà due sale) prevista tra circa tre anni.

c) Partecipando al festival multidisciplinare con la realizzazione di una produzione ad hoc con Moni Ovadia che aprirà il festival stesso.

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   Bonera.2

 

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Goodmorning Brescia (69) – I simpatici Ortolani di via Solferino coltivano… un’idea!

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Si chiama L’Orto  Tamandi Takagi, ma non è né un covo di 20 anni ne un ristorante giapponese.

Per la verità, se qualcosa di nipponico, è da cercare nel personaggio di un certo libro («Carne» di Ruth L. Ozeki -n.d.r.) cui si è in qualche modo ispirata Enrica Del Barba, uno dei soci che (abbandonando l’impiego) nel dicembre del 2016 hanno dato il via a un’avventura imprenditoriale che per tanti anni, per lei e l’amico (ingegnere) Stefano Tamandi era stato prima un sogno e poi un progetto.

Nel frattempo a completare il terzetto che si occupa, unendo gli sforzi e dividendo in modo funzionale le competenze di ciascuno dei soci, era arrivato Fabio Ronga da sempre appassionato e ispirato artista dei fornelli.

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 da sin: Fabio Ronga, Enrica Del Barba e Stefano Tamandi

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L’Orto è un ampio locale situato al numero 46 di di via Solferino a poche centinaia di metri dalla stazione di Brescia.

Un bar, certo, sempre fornito, oltre che delle tradizionali brioche, di sfiziosi biscotti e dolcetti pronti ad accompagnare te, caffè, cappuccino e cioccolate calde.

Un ristorante, perché no, nel quale affluiscono, all’ora di pranzo, avvocati e magistrati provenienti dal vicinissimo tribunale, per una pausa pranzo rilassante, gustosa e, soprattutto, sana: una cucina “domestica quotidiana”, con ingredienti possibilmente biologici e un’attenzione particolare a tutte le preferenze/ attitudini/ necessità / intolleranze alimentari.

Un ritrovo, allorché la luce del giorno si spegne e, tornati a casa i cultori dei codici, scende in campo un popolo del tutto diverso, quello dei “mondani”, vale a dire uomini e donne in cerca di relax per i quali vengono approntati gustosi aperitivi personalizzati con piccole proposte gastronomiche di creazione della casa.

Un’accogliente location: il locale si presta su prenotazione a cene, feste, ricorrenze varie. Non solo, ma, nella parte più interna è presente un ampio spazio utilizzabile per riunioni e coworking. Nelle intenzioni dei proprietari, inoltre, è prevista l’utilizzo degli spazi anche per ospitare manifestazioni culturali, tipo conferenze, presentazioni di libri, piccole mostre ed esibizioni musicali (in questo caso già sperimentate almeno una volta a settimana. “Ovviamente” ci spiegano i conduttori “ciò avverrà in base a un’approfondita valutazione della compatibilità con gli spazi a disposizione e, soprattutto, della qualità delle esibizioni proposte”.

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L’Orto funziona anche a domicilio, garantendo, all’occorrenza, un personalizzato e professionale servizio di catering.

Potrebbe passare, ma non è tutto qui. Nell’ambiente suggestivo, allestito con la fantasia e la immaginazione dei conduttori, con risultati rimarchevoli, considerato che non c’è stato l’intervento da parte di studi specializzati di design, in una contaminazione di stili, di idee, tra modernariato e suggestioni neoromantiche e neoclassiche, c’è posto anche per altro: un concept-store in cui sono esposti originalissimi oggetti hand-made o risultato di attente e fantasiose operazioni di recupero.

Dimentico qualcosa? Non, non dimentico. Diciamo, piuttosto, che ho preferito lasciare qualcosa, anzi qualcuno, alla fine di questo post.

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No, perché nell’Orto c’è anche un’ortolana della quale si è già parlato su questa stessa rubrica. La riconoscete? Bravi, la ragazza al banco è proprio lei, Renata Botticini,  creatrice della Stationette,  verde furgoncino retrò che, per diversi anni, ha distribuito eccellente caffè, golosi dolcetti e allegra cordialità ai cittadini brescani.

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   Bonera.2

 

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Giulio Cesare il Provocatore

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La sfida è ardita. Mettere in scena un dramma di Shakespeare restando fedele al testo ma, al tempo  stesso, affrontando sceneggiatura e scenografie con assoluta libertà d’interpretazione…

… beh, è (e sempre resterà) un’assunzione di rischio pari a quella di una equilibrista che passi da un grattacielo a un altro camminando sul filo d’acciaio, senza che sotto sia stata stesa un’adeguata rete di protezione.

Ad Àlex Rigola, del resto, il coraggio non è mai mancato. Nella trasposizione di «Giulio Cesare» in scena in questi giorni al Teatro Sociale, la provocazione è palese. Sullo schermo cinematografico piazzato al centro del palcoscenico incombente per tutto il primo atto, l’esordio è un filmato che pone agli spettatori un interrogativo che ogni essere umano, in ogni epoca, in ogni angolo del mondo, probabilmente si è posto, si pone e si porrà almeno una volta nella vita: è lecito uccidere in nome di un ideale, qualunque esso sia? In realtà la risposta affermativa è implicita: esiste una sola motivazione idonea a giustificare, a volte richiedere moralmente un omicidio, ed è quella della difesa della propria esistenza, sia in senso individuale che riferito a una collettività.

L’avvio è laborioso, un accostamento difficile da apprezzare immediatamente un po’ come certe contaminazioni della nouvelle cuisine. L’eloquio classico del dialogare shakespeariano, infatti, incontra non poche difficoltà a miscelarsi con le immagini psichedeliche e la musica hard rock che fa da sottofondo. Cambia anche (e mutamenti simili s’incontrano e si affrontano più volte nel corso della rappresentazione) il quesito proposto alla platea: Cesare viene ucciso perché si vuole fare Re? Chissà. Qualunque sia la sua volontà, infatti, è il suo stesso successo, è il suo stesso carisma a incoronar in presenza di competitori chiaramente non alla sua altezza. Questione è quanto mai attuale in un momento politico in cui chi dimostra una spiccata personalità, in Italia più che in altri paesi, diventa un odioso aspirante tiranno.

Insomma, l’impressione è di parole consapevolmente decontestualizzate; un esperimento destabilizzante di chirurgia creativa comprensivo di momento splatter alla morte di Cesare, in cui una mano viene allacciata al posto di un piede e il piede, magari, innestato sul naso, in un’operazione dall’esito incerto tra la nascita di una nuova fantasiosa e originale interpretazione o di un Frankenstein Teatrale.

Proprio nel momento di maggiore smarrimento da parte dello spettatore, però, ecco che il dramma improvvisamente spicca il volo: sono le meravigliose orazioni di Bruto e Marco Antonio la solida base da cui prende slancio e respiro il dramma. “Io ho ucciso il mio migliore amico per il bene di Roma” dice il primo punto “E Bruto è un uomo d’onore, è un uomo della Repubblica” risponde sornione il secondo, mentre tanti, nel teatro si chiedono se un Michele Riondino  in gran spolvero (Marco Antonio, appunto), si riferisca alla prima o alla seconda della nostra ancor giovane, ma già molto travagliata, Italia del dopoguerra.

Il secondo atto, breve e intenso, procede sull’abbrivio del finale corale del primo, concluso con numerosi attori che recitano in platea: la decisiva battaglia di Filippi è un affresco rock, una danza frenetica di morte, un falò di speranze e di ideali infranti, i cui protagonisti, in qualche modo, fino alla fine, più che nemici appaiono come componenti dello stesso macabro coro.

E, alla fine, coerente simbolo e sigillo di quanto agito sul palcoscenico, dietro al muro smantellato dagli orrori della guerra, giace il  paradossale corpo di un gigantesco emoticon morto.

Dalla scenografia ipertecnologica alle musiche covate, dalle danze frenetiche al superamento dei ruoli di genere, opera complessa, che non lascia indifferenti, capace di suscitare negli spettatori reazioni del tutto contrastanti, se non di segno totalmente opposto.

Recitazione di buon livello ma con qualche dislivello. Da vedere, da meditare e da discutere. Il pubblico, intanto, applaude.

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GIULIO CESARE

di William Shakespeare

traduzione Sergio Perosa

adattamento e regia di Àlex Rigola

Interpreti e personaggi

Michele Riondino                                 Marco Antonio

e con

Maria Grazia Mandruzzato               Giulio Cesare

Stefano Scandaletti                               Bruto

Margherita Mannino                            Cassio

Leda Kreider                                          Porzia

Francesco Wolf                                       Casca

Eleonora Panizzo                                 Decio

Eleonora Bolla                                      Metello

Riccardo Gamba                                    Lepido

Laia Santanach                                      Cinna

Beatrice Fedi                                        Ottaviano

Davide Sportelli                                  Servitore

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

La Napoli (s)velata di Ozpetek

  

 

La Napoli di Ferzan Ozpetek è liquida, collosa, appiccicosa e dolce come marmellata che, con lo scorrere della pellicola ti si spalma prima sugli occhi e poi dentro. Costellata di numeri magici, di simboli, di feticci.

E i napoletani? Sono colti, edonisti, superstiziosi, scaltri, sensuali, morbosi, curiosi, intriganti, fantasiosi, furbi, visionari. Sentimentali e  algidi, rigidi custodi della tradizione, ma spesso anche arditi esploratori dell’incognito e innovatori. Prepotenti e arroganti, ma anche  spaventati dalla casa che da soli, e con l’intervento dei tanti invasori che si sono avvicendatri nel corso dei secoli, si sono costruiti intorno.

Ozpetek osserva tutto con lo sguardo attento di un indagatore e, al tempo stesso, con l’occhio lubrico di un guardone, si compiace di inquadrare con la sua cinepresa corpi bellie  flessuoso e la deformità della pinguedine, dei difetti fisici della devastazione operata dalla vecchiaia. Si sofferma, con maestria, sul degrado dei vicoli e sull’incomparabile fulgore dei tanti tesori d’arte incastonati nel cuore della città, si pasce, e nutre lo spettatore, di miseria e nobiltà.

Una cartolina illustrata, più che una lastra medica, nel non nascosto tentativo di dimostrare a se stesso e a chi va a vedere il film, come, talvolta, sia la prima impressiuone, quella più superficiale a innestare l’istinto che permette di comprendere il tutto.

La vicenda, in sé, l’intrigo che camuffa da giallo quel che, in sostanza, è il racconto di una seduta di psicanalisi è oltremodo complessa e, per essere compresa fino in fondo, necessita, da parte degli spettatori, di un’attenzione costante. Ancora una volta sono i piccoli dettagli che, come le tessere in un mosaico, costruiscono e rendono identificabile l’immagine complessiva.

Tutto è centrato sulla fragilità dell’anatomopatologa Adriana (una languida e grintosa Giovanna Mezzogiorno). Vittima di un improvviso quanto violento colpo di fulmine nei confronti di Andrea (aitante, tenebroso ma anche alquanto legnoso ) reso effimero da un drammatico avvenimento, la donna viene coinvolta, suo malgrado, in un drammatico susseguirsi  di colpi di scena, in un oscuro intrigo intessuto di innominabili segreti, che metterà a dura prova la sua stessa stabilità mentale.

Splendida la fotografia, giusti i tempi narrativi, scanditi da riprese ben calibrate e  montata con grande suggestione. Degni di plauso i protagonisti secondari, capaci di delineare con nettezza i vari personaggi e di rendere corale la narrazione.

Ampio rilievo Ozpetek conferisce alle scene erotiche, di particolare intensità e incisività ma, a mio giudizio, forse troppo compiaciute e comunque, sovraddimensionate rispetto alle effettive esigenze narrative della pellicola.

Nel complesso, decisamente interessante e da inserire nella lista dei film da vedere.

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Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (68) – Le belle cose di Kozeta

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Vende frutta, ma allo stesso tempo coltiva fiori… di-versi

Si chiama Kozeta Nushi, per gli amici ed estimatori (e ne ha tanti, non solo a Brescia) semplicemente Kozeta.

Albanese (di Valona), bresciana per destino ed elezione, delicata poetessa.

In Patria docente di letteratura albanese e riussa, in Italia amabile fioraia.

Gioviale, delicata, sempre attenta a ogni situazione, a ogni persona che incrocia per le vie, a ogni andito della cittàper lei nuovo che, nel corso delle sue placide passeggiate, le capiti di incontrare.

Se volete incontrarla,  fate un salto al Caffè Letterario Primo Piano, dove l’ho incontrata e conosciuta io, avendo modo di apprezzarne a prima vista la pacata quanto vivace intelligenza, la naturale curiosità, il piacere di scrivere: una volta a mese Kozeta è ospite delle “serate di libero intrattenimento poetico” ideate e condotte dall’inesauribile Biagio Vinella..

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Meglio di me, senza ombra di dubbi, sa descriverla il sempre attento e arguto Costanzo Gatta, nell’articolo apparso sul Corriere della Serta di oggi, che invito a leggere anche voi. Insierme a «Liberi come il vento»  (GAM Edizioni), sua nuova raccolta di pensieri e versi. Questo il link che facilita la lettura dell’articolo:

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/kozeta-nushi-scrittrice-albanese-brescia-liberi-come-vento-211c2660-f5ee-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

Perché Brescia è piena di bei bresciani di… ogni provenienza, e va conosciuta e apprezzata anche per questo.

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (67) – Carla Boroni e il Grand Tour… alla bresciana

Non sarà il famoso “Gran Tour”, ma insomma.

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Intanto vediamo cos’era davvero, questo Grand Tour : due parole con le quali s’indicò, a partire  dal XVII secolo, il lungo viaggio attraverso l’Europa, con partenza e arrivo generalmente nello stesso luogo, intrapreso dai giovani rampolli dell’aristocrazia europea nell’intento di perfezionare le proprie conoscenze scientifiche e, soprattutto, umanistiche. Grazie al Tour, infatti, i viaggiatori (impiegando il tempo disponibile in visite culturali, giri turistici e acquisti) avevano occasione di approfondire le conoscenze acquisite attraverso gli studi sulla politica, la cultura, l’arte e le antiche tradizioni dei maggiori Paesi europei.

L’Italia, naturalmente, grazie alla eredità storica lasciata da Roma antica, ai tanti e meravigliosi monumenti, era una delle tappe più ambite. Oltre alla Città Eterna il Veneto delle ville palladiane, Napoli del neoclassicismo e dei cimeli di Pompei ed Ercolano, ancora la Campania con il Vesuvio e i Campi Flegrei, la Sicilia con l’Etna e i meravigliosi tesori greci e barocchi, Firenze, le sontuose e operose città di Lombardia… 

La Lombardia, già.

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Con un articolo apparso nei giorni scorsi sul Corriere della Sera, Carla Boroni proprio di Lombardia e di viaggi si occupa, prendendo spunto dalla recensione del bel libro, ricco di illustrazioni, «Viaggiatori stranieri in Lombardia», firmato da Valeria Bellazzi e Valeria Cantone per le stampe di De Ferrari Editore.

«Solo un paesaggio messo in forma da uno sguardo può essere raccontato, perché anche la narrazione necessita un punto di vista. Gli scrittori, i pittori, i poeti, i viaggiatori in genere mettono in forma il mondo, e ciò che vediamo non sarebbe lo stesaso senza il loro contributo» premette Carla Boroni,

Per poi ricordare come nel libro si parli, tra l’altro, anche della parte “bresciana” della Lombardia, parte che, ovviamente, più la interessa.

Oltre al capoluogo Sirmione, Orzinuovi, Palazzolo, Lonato, Desenzano, il Lago di Garda, visti attraverso gli occhi degli insigni viaggiatori di ogni tempo  che si sono avvicendati in zona dal XII al XX secolo. Gente come Edith Wharton, Ezra Pound, John Ray, Thomas Coryat, Philip Gibbs, Jo Rusckin, tanto per citare qualche nome.

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     La Super Prof  Carla Boroni

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«Gli sguardi dei viaggiatori stranieri sul territorio lombardo che via via sono andati accumulandosi nel corso del tempo» conclude Carla Boroni,  «concorrono a formare oggi un’immagine della Lombardia sempre più articolata e affascinante. E confermano, esemplarmente, come la genesi di ogni idea di territorio sia sempre da attribuire al contributo, nello spazio e nel tempo di diversi sguardi».

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Titolo: Viaggiatori stranieri in Lombardia

Autori:  Valeria Bellazzi e ValeriaCantone

Prefazione: Carla Boroni

Anno: 2017

Editore: De Ferrari

Collana: Ancora

Pagine: 233

Prezzo: 18, 90  €

ISBN: 978-88-6405-832-0

Esiste un filo conduttore che si snoda attraverso le pagine, rappresentato da quell’insieme di stupore e curiosità, attrazione e pregiudizio che viviamo ogniqualvolta giungiamo in un paese straniero. Il senso della scoperta e della conferma risuonano nelle parole di questi viaggiatori che, in qualche momento della loro vita, hanno percorso le strade lombarde. Diventiamo, di volta in volta, compagni di viaggio dei pellegrini medievali, attraversiamo al fianco dei turisti settecenteschi i disagiati valichi alpini, avvistiamo con sollievo la Pianura Padana, visitiamo estasiati con i poeti romatici le grandi opere del Rinascimento e corriamo su una traballante Balilla lungo il Naviglio Pavese.

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.