Goodmorning Brescia (83) – I Sonetti rivisti e corretti di Fabrizio Sinisi e Valter Malosti

.

.

Come di consuetudine è Gian Mario Bandera a porgere il saluto ai giornalisti partecipanti alla conferenza.

«Questo spettacolo fa parte del percorso Palestra del Teatro, cominciato nella scorsa stagione, al quale riserviamo, anche in luce prospettica, un’attenzione sempre maggiore. Un punto di vista diverso e nuovo non solo per ciò che concerne la materia registico-drammaturgica, ma anche in tema di contaminazioni di narrazione teatrale». 

Il Consigliere Luigi Mahony introducendo le dichiarazioni degli artisti, non si lascia sfuggire l’occasione per informare i giornalisti presenti, con grande soddisfazione, che nella corrente stagione, con le ultime sottoscrizioni, si è arrivato a un consuntivo di 6.circa 200 abbonamenti.

«È il massimo storico raggiunto nella vita quarantennale del CTB, che supera di ottocento unità il precedente record (5.400 abbonamenti negli anni di mezzo del decennio 1990/2000)».

Valter Malosti, regista di Shakespeare/Sonetti, attore, da gennaio Direttore del TPE (Teatro Piemonte Europa) ringrazia il CTB per avere ancora una volta recepito e fatta propria l’idea di carattere innovativo che è stata sottoposta alla sua attenzione.

.

.

«Nel teatro italiano si continua a parlare da tempo e molto di lavorare in palcoscenico con contaminazioni tra varie modalità di espressione artistica. Nonostante ciò, fino a ora, il tema non è stato ancora approfondito con concretezza e in modo organico e operativo. Un atteggiamento ostativo, soprattutto in Italia, di cui non riesco a capire le autentiche origini e le motivazioni. Negli ultimi anni, addirittura, si è registrata una regressione» è la prima riflessione.

«Ora, anche in funzione della nuova posizione direttiva che sono stato chiamato ad assumere, posso riconoscere che i numeri (dicasi gli incassi) sono molto importanti, per non dire essenziali nella gestione di un Ente teatrale . Non per questo, però, pur dovendosi conoscere e valutare con attenzione ogni rischio da ciò derivante, non si può rinunciare aprioristicamente alla possibilità di creare e realizzare spettacoli anche in modi alternativi, purché di altissima qualità artistica ed espressiva».

Malosti passa poi a desrivere più in dettaglio quanto si è fatto per Shakespeare/Sonetti.

«Mettendo da parte la contaminazione, in questa operazione c’è un altro aspetto importante: il lavoro che abbiamo deciso di effettuare sul testo, andando alla ricerca di un filo conduttore nel marasma originario dei versi, ottenendolo attraverso lo stravolgimento meditato dell’ordine dei sonetti e del recupero, attraverso una nuova traduzione teatrale sostanzialmente diversa dalle tradizionali poetiche, che andasse a recuperare la durezza del linguaggio del tempo e certe espressività più carnali e popolari, a volte francamente scurrili. Il tutto unendo alle parole, nel  miglior modo possibile. le arti visive e a la musica (a volte sfacciatamente ucronica. Nella prospettiva storico letteraria, se i libretti shakespeariani di «Venere e Adone» e de «Lo stupro di Lucrezia» si rivelarono, per i tempi, due autentici bestseller, le copie dei «Sonetti», stampate in numero decisamente inferiore, tanto da fare pensare a un “libro privato”, presto scomparvero dalla circolazione»

Malosti conclude il suo articolato intervento ricordando che se molti insistono sull’autobiografismo del Canzoniere, utile a meglio comprendere la personalità del drammaturgo, la cosa davvero importante è che è rimasto alal storia della letteratura e del teatro un testo di grandissimo valore. 

È poi la volta di Fabrizio Sinisi (recentemente nominato “drammaturgo interno” del Centro Teatrale Bresciano per le prossime tre stagioni).

«In questo insieme apparentemente disordinato di endecasillabi, una storia c’è (quella di un amore), anzi ce ne sono più di una, ove si considerino la presenza e il ruolo della monolitica dark lady (prostituta? nobildonna? fantasma letterario?) che trasforma la narrazione in quella di un complesso triangolo, una specie di Trinità Interiore, cui si aggiunge, a complicare ancora di più la trama, l’ulteriore incombere del Poeta Rivale. Nella mia interpretazione la dark lady diventa uno specchio opaco del narratore»

Conclude sottolineando come i Sonetti, pur potendo sembrare a primo impatto, un Canzoniere sentimentale, in realtà servono a Shakespeare per creare, attraverso l’esercizio poetico,  un vero e proprio “ambiente di prova” dell’amore. Che non risulterà vincente, alla fine, perché il primato anfrà, sempre e comunque alla forza della parola attraverso i versi.

L’ultimo intervento è riservato alla coreografa Michela Lucenti

«Non è la prima volta che lavoro con Valter, di cui apprezzo molto la nettezza delle idee e di ciò che chiede a chi lavora con lui. Nasco come danzatrice e lavoro sulla recitazione da molto tempo, così come fa abitualmente la mia compagnia. Ciò che abbiamo cercato di fare in questo lavoro è di accendere i corpi come se ci fosse un vibrante confronto tra i versi e la carne. La costruzione della parte fisica, della parte di contatto,  è stata inserita senza che la parte recitata venga meno, in una sovraesposizione di corpi che contribuisca a suggestionare ancora di più lo spettatore. E come piace a Valter (e molto anche a me) ci si è preparati al debutto innestando nel corso delle prove, continuamente, variazioni non previste dal copione».

.

.

.

  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (78) – Un Almanacco a metà tra memoria e monito

.

.

Al Nuovo Eden, in occasione dell’ennesimo incontro di «Rapiti dall’Eden – sabato pomeriggio tra cinema e teatro», (rassegna di conferenze con i protagonisti della stagione teatrale del Centro Teatrale Bresciano C.T.B.)  è di scena Vincenzo Pirrottaautore e protagonista di  «Almanacco Siciliano» (recensito da GuittoMatto qualche giorno fa –  https://cardona.patriziopacioni.com/dalla-carta-al-palcoscenico-pirrotta-racconta-una-guerra-che-non-finisce-mai/) prodotto dal Teatro Biondo di Palermo e in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino a domenica 4 marzo 2018.

Tutto parte e fluisce dalla prima domanda indirizzata all’attore siciliano dall’intervistatore Daniele Pelizzari

«Uno spettacolo che ci fa diventare tutti più siciliani

La risposta di Pirrotta parte da lontano:

«Nel dramma si parte dallo scatenarsi della prima guerra di mafia, la cosiddetta mattanza palermitana  (scandita quotidianamente dai titoloni de L’Ora) fino ad arrivare quasi ai nostri giorni, in cui l’inquinamento mafioso si va diffondendo sempre di più anche all’estero». 

Fatta questa necessaria premessa, Pirrotta scende più nel dettaglio dello spettacolo.

«Lo scopo dell’Almanacco  è di raccontare e spiegare alle nuove generazioni quanto di esecrabile e di terribile sia accaduto negli anni ’70 e ‘8’ in Sicilia, perché non accada mai più». spiega.

«E abbiamo deciso di farlo, volutamente, senza  concedere nome e maggiore dignità a una o all’altra delle vittime»

«In una delle prime rappresentazioni, c’era tra il pubblico, in prima fila, la vedova Borsellino e faticavo a incrociarne lo sguardo velato dalle lacrime» racconta, ancora visibilmente coinvolto.

«Quando ho fatto lo spettacolo a Morgantino una signora è venuta in camerino e mi ha abbracciato a lungo singhiozzando», ricorda ancora, con emozione.

«Questo è  e rappresenta Almanacco siciliano, e non solo per i congiunti e gli amici della tante, troppe vittime della mafia e dei mafiosi»

.

.

A questo punto, Pelizzari incalza Pirrotta a definire meglio natura e scopi del dramma.

«Uno spettacolo che non è proprio uno spettacolo, ma un qualcosa in cui la memoria e la rappresentazione si uniscono in una celebrazione di liturgia laica in onore delle vittime,  introiettata e messa in scena con  grande spiritualità. La risultante di una consapevolezza partita dalla lenzuolata bianca di Palermo, seguita alla strage di via D’Amelio, primo segnale di forza della società civile nei confronti dello strapotere mafioso. Ciò che lega tra loro le storie, è lo stupore per il piombo che arriva a falciare vite, come un soffio improvviso di scirocco che spezza un ramo»

Le ultime parole di Pirrotta prima del commiato, su sollecitazione di Pelizzari, sono per le scenografie, dominate da un bianco abbagliante che vuole richiamare, tra l’altro, il colore del lutto di parole esotiche e i canti strazianti creati dai fratelli Mancuso. ispirati da una parte ai cori della classica tragedia greca, in parte ai lamenti delle prefiche delle Madonie.

 

.

 

   Bonera.2

 
 
 

Mail Delivery Subsystem mailer-daemon@googlemail.com

18:57 (1 minuto fa)

Categorie: Giorni d'oggi.

Dalla carta al palcoscenico, Pirrotta racconta una guerra che non finisce mai

.

Il libro:

Il libro «Teatro» è una raccolta di cinque atti unici («All’ombra della collina», «Malaluna», «La ballata delle ballate», «La grazia dell’angelo» e «Sacre-Stie»), che ha per argomento centrale la mafia ma nel quale emergono altre tematiche relative alla realtà e alla tradizione siciliana. Un’ennesima ma non banale di una lingua e di una cultura visceralmente mediterranea, ma collegabile logicamente ed emotivamente ad altre culture anche lontane. Un fenomeno di straordinaria ubiquità espressiva e artistica che vede l’Autore-Attore avventurarsi in un ardito viaggio spazio temporale restando con i piedi bene piantati nella terra, nella sabbia e nel mare di Trinacria. 

.
Titolo: Teatro
Autore: Vincenzo Pirrotta
Editore: Editoria & Spettacolo
Anno: 2011
Pagg: 220
Prezzo 15,00 
EAN: 9788897276159

.

Lo spettacolo:

Secondo la nuova tendenza le due coreute che affiancano Vincenzo Pirrotta in questo atto unico di grande intensità attendono il pubblico che si va ad accomodare in platea già in scena, arrampicate sulla semplice ma suggestiva scenografia immersa nel buio, mentre il battito amplificato di un cuore scandisce l’attesa. Quando le luci si accendono, illuminando il palcoscenico, ecco che il nero diventa bianco abbagliante, ecco che si manifestano alcune sedie per un popolo che non sarà mai comodo, una scala che sale verso l’alto per un popolo che dovrà sempre lottare per non  inabissarsi ancora di più. 

Anche i tre attori indossano vesti bianche, più judogi che tute, o pigiami, con Pirrotta che, come spesso gli accade, lascia scoperto il torace, per sottolineare ancora di più, qualora ce ne fosse ancora necessità, la carnale fisicità che è solito sfoggiare in tutte le sue recite.

E c’è una strana commistione tra cadenze dialettali sicule, sonorità da scacciapensieri, nenie orientali da tempio scintoista o da samurai, in questa singolarissima pièce. Una storia di morte e di morti, di uccisori e di uccisi, di vittime, divise tra innocenti e consapevoli, e brutali, irridenti monaci dello sterminio. Scorrono a nastro, a incastro, in sovrapposizione, crudeli eliminazioni, scorrono fiumi di sangue che si incrociano e si contaminano, confondendo lo spettatore, con assoluta volontà di farlo, travolgendolo in una corrente di dolore, di raccapriccio, che, inevitabilmente, si trasformano in indignazione.

Perché «Manca sempre il tempo di resettare l’Universo dopo avere vuotato i cassetti», perché i numeri delle date di sangue si succedono come una macabra litania, una speciale cabala del Male, mentre Pirrone si batte il petto, come una vittima dolente, un assassino pentito o un carnefice orgoglioso del massacro che sta portando avanti, chissà.

Si passa, penosamente, senza cesure, senza tregua, dai picciotti massacrati per un piccolo sgarro ai grandi, al giornalista troppo curioso, al magistrato macellato all’uscita della messa, al poliziotto inviso alla Cupola preso a fucilate da un killer che ride mentre spara, al ragazzino sciolto nell’acido per l’unica colpa di essere il figlio di un infame. 

Certo, chi conosce meglio fasti e nefasti della terribile guerra di mafia che insanguinò la Sicilia forse è in grado di apprezzare meglio le sfumature, ma ciò che interessa l’autore e regista, cioè creare una sinfonia funebre che porti ciascuno a esecrare una simile, bestiale violenza, viene colto in pieno.

Più che uno “Spoon River” alla siciliana, come pure molti critici, superficialmente, lo hanno battezzato, la pièce ricorda un susseguirsi di fogli staccati da un calendario, grondante di sangue, che solo un mare di lacrime salate, forse, può riuscire a lavare.

Lo si capisce, perfettamente quando, nell’imminenza del calar del sipario.  le due straziate, aggraziate e composte corifere, perfette nella loro parte, stendono un triste bucato ad asciugare al sole.

,

ALMANACCO SICILIANO

DI ROBERTO ALAJMO
REGIA DI VINCENZO PIRROTTA
MUSICHE MARCO BETTA E FRATELLI MANCUSO
SCENE CLAUDIO LA FATA
LUCI NINO ANNALORO
COSTUMI VINCENZO PIRROTTA
CON ELISA LUCARELLI, CINZIA MACCAGNANO, VINCENZO PIRROTTA
PRODUZIONE TEATRO BIONDO PALERMO

,

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

.

   

(foto a destra di Umberto Favretto)

.

Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

.

  

.

Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

.

L’opera:

.

Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

.

.

L’Autore:

.

     August Strindberg modernissimo tra i moderni

.

Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

.

.

Lo spettacolo:

.

Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

.

La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

.

.

.

(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

.
.

  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

La morte e l’amore: così distanti, così vicini

.

(vds. precedente articolo in argomento: https://cardona.patriziopacioni.com/si-ma-le-vere-bestie/)

Riferimenti storici:

La volontà di cancellare un’intera etnia dalla faccia della Terra, otto lunghi anni (dal 1915 al 1923) di stragi sistematiche, che causarono la morte di poco un milione e mezzo di persone, tra uomini, donne e bambini.

 

.

Tutto cominciò, però, a molti chilometri di distanza dall’Armenia, ls regione geografica in cui si erge il biblico monte Ararat: nella notte del 24 aprile, a Costantinopoli, un gran numero di intellettuali, studiosi, scrittori e poeti, vennero massacrati nelle loro case. Dopo di che fu Medz Yeghern (il Grande Male) e il massacro si spostò a oriente, nelle terre abitate da millenni dal popolo armeno: torture inumane, esecuzioni di massa, deportazioni in luoghi desertici e inospitali, massicce confische dei beni che andavao a ingrassare maggiorenti e alti burocrati.

Per il popolo Armeno non ci fu rispetto alcuno: non bastò il genocidio di un milione e mezzo dei suo figli, ma venne stuprato anche il territorio, con l’annullamento del trattato di  Sévres del 1920 e la spartizione di quello che sarebbe dovuto diventare uno Stato indipendente e fu invece smembrato a favore dei turchi. La piccola Repubblica d’Armenia, cui rimase la restante parte,  e, per la restante parte, fu inglobata poi nell’URSS, con l’indipendenza che arrivò solo al tramonto dell’Impero Sovietico, nel 1991.

I moderni Turchi, che hanno portato avanti una disinvolta e spregiudicata operazione di revisionismo storico, negano ogni addebito, varando addirittura leggi severe e repressive che minacciano a chi si azzardi solo a pronunciare la parola “genocidio” pesantissime pene detentive.

Agli Armeni rimane solo la speranza, del resto mai abbandonata, e la vista, dalla capitale Yerevan, di quell’imponente e sacro monte Atrarat rimasto al di là del confine.

.

La trama:

1921. Un matrimonio combinato per corrispondenza. La giovane, fresca, spontanea e ingenua Seta arriva a Milwaukee per incontrare l’altrettanto giovane Aram Tomasian, fotografo, emigrato in America dopo che la propria famiglia era stata massacrata.

A casa del promesso sposo Seta trova un’atmosfera cupa e dolente che complica e rende problematicoi l’avvio di un rapporto sereno.

Sarà l’arrivo di un piccolo ladruncolo italiano, che, all’insaputa di tutti, Seta adotta con affettoie  istinto materno, a fornire qualche motivo di speranza per un futuro diverso.

.

Lo spettacolo:

Il dolore è il dolore è un uncino che si conficca nel cuore.

Il dolore è un cuneo che divarica le relazioni.

Il dolore è una belva che dilania da dentro.

L’unico modo di vincere il dolore è domarlo e addomesticarlo, e può farlo solo l’Amore.

.

.

Questo è il messaggio della pièce di Richard Kalinoski, fedelmente messa in scena da Andrea Chiodi con diligente e fedele interpretazione del testo.

Seta, sposa scelta per corrispondenza grazie a una foto non sua, arrivata negli Stati Uniti per incontrare Aram, vittima e superstite come lei dell’insensato e feroce sterminio del popolo Armeno, deve combattere contro altri potenti nemici: la propria immaturità misconosciuta dallo sposo («Gioca con la bambola? Ma lei ha quindici anni, non è una bambina!» commenta lui), contro i pregiudizi bigotti dello stesso Aram, contro l’incomunicabilità di una coppia mal assortita, divisa, tra l’altro, da un diverso sentiero di elaborazione del dolore, contro la voglia quasi feroce del marito di perpetuare la famiglia, contrapposto alla propria sterilità. E soccomberebbe, se non fosse per l’arrivo di Vincent, infantile e saggio («Il respiro è un’avventura») capriccioso e profondo, protagonista e narratore, autentico grimaldello che riesce a scardinare la porta ferrea di una prigione fatta di ricordi tossici.

Fino a quel cappotto nuovo che Aram, arrendendosi finalmente anch’egli all’amore, dona al ragazzino.

Fino a quella collezione di francobolli, in cui ne è rimasto uno solo, ma non è un fallimento, anzi: perché, come spiega Aran, finalmente risanato dal tormento dell’esule e dello scampato «Un solo francobollo rappresenta pur sempre un inizio»  

Ben calati nei personaggi principali, duramente segnati da esperienze di vita durissime, Elisabetta Pozzi e Fulvio Pepe, vivace q.b. nella non facile interpretazione di un’ambigua fanciullezza Luigi Bignone, solidamente presente in scena il “testimone” Alberto Mancioppi.

Pulita e attenta la regia di Andrea Chiodi, dilatata e cadenzata al punto giusto perché non uno solo dei delicati passaggi psicologici dello spettacolo possa sfuggire agli spettatori.

Sobria ma efficace e perfettamente aderente al claustrofobico contesto narrativo la scenografia di Matteo Patrucco.

.

.

Dalla platea, al calare del sipario, applausi convinti e meritati.

.

   GuittoMatto

 

 

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Altro che Luna: le vere bestie vivono sul pianeta Terra

 

«Una bestia sulla Luna», che andrà in scena al teatro Santa Chiara Mina Mezzadri dal 21 novembre all’11 dicembre, produzione CTB Centro Teatrale Bresciano e Fondazione TeatroDue di Parma, è stato scritto da Richard Kalinoski.

.

.

Patrizia Vastapane e Gian  Mario Bandera  introducono  la conferenza stampa esprimendo il più vivo  compiacimento personale del e del CTB per gli esiti di questa prima parte di stagione che conferma l’Ente Teatrale Bresciano come uno dei TRIC più attivi e prestigiosi d’Italia. L’una coglie occasione per ricordare mettere in evidenza il dinamismo, la sagacia  e le formidabili competenze del Direttore Artistico Franco Branciaroli, l’altro sottolinea come anche questo spettacolo sia frutto ed ennesima tappa di una strategia mirata a consolidare e a sviluppare sempre di più ogni sinergia con i più  prestigiosi e attivi teatri d’Italia.

«È un testo interessantissimo,  che prende spunto da una tragica vicenda di un passato neanche troppo remoto per dipingere la nascita di una complessa, imprevista  e imprevedibile nuova  storia d’amore. È il genocidio degli armeni perpetrato dai turchi, il vulnus, sanguinoso, spietato, terribile, che squarcia  le coscienze e umilia ogni umana pietà» spiega il regista Andrea Chiodi.

«Uno sterminio programmato e sistematico che va avanti per anni, nella sostanziale assenza di reazioni esterne.  Il duro macigno nelle cui pietrosa interiora s’innesta, quasi miracolosamente la pur gracile pianta dell’amore. Un abominio dell’Umanità, non primo e non ultimo di una serie interminabile di altri abomini che, paradossalmente, continuano a essere perpetrati anche ai nostri giorni, anche se può sembrare un paradosso, sempre meno percepiti dalla gente, nonostante l’invasività dei media»  definisce, ancora più compiutamente.

«L’ho conosciuto grazie a Elisabetta Pozzi e, subito, ho sentito che toccava e faceva vibrare le mie corde interiori. Per quanto riguarda la messa in scena, ho scelto che gli attori si muovessero e recitassero in uno spazio che si riempie e si completa man mano che la narrazione si sviluppa »

Elisabetta Pozzi manifesta la felicità che le provoca la messa in scena di un testo straordinario (alla cui lettura, neanche a farlo a bella posta, aveva assistito in Francia, nel corso di un esperimento di “teatro aperto”) .

«Si tratta di un dramma appassionante, capace di coinvolgere gli spettatori già dalle prime battute , fino a immergerli in una situazione storica che non può e non deve essere dimenticata» afferma, con assoluta convinzione.

«La scrittura è efficacissima, tale da rendere di semplice lettura anche le situazioni più complesse, mettendo in relazione la precaria situazione psicologica di due giovani coinvolti, loro malgrado, in una sconcertante manifestazioni dell’umana follia, con un’epoca e una situazione politica precisamente collocabile nella Storia», aggiunge, per concludere però che «Nonostante tutto, alla fine, la vita deve andare sempre avanti. E infatti ci va»

.

.

Chiude, nei “tempi supplementari”, l’attore Fulvio Pepe, aggiungendo di suo che la forza di questo testo è la grande forza evocativa della drammaturgia: attraverso due personaggi si descrive la tragedia di un intero popolo, arrivando direttamente al cuore degli spettatori.

«In un mondo come quello del terzo millennio, in cui le  immagini in diretta delle guerre, degli attentati terroristici, di ogni tipo di violenza e di sopraffazione, creando assuefazione, diviene forse ancora più efficace il messaggio veicolato dalla narrazione teatrale» è l’essenza della sua riflessione.

Beh, come gli si può dare torto?

.

.

   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (62) – Più tranquilli a teatro con il DAE

Andare più tranquilli a teatro.

Ma anche al cinema, allo stadio, a un concerto.

Si deve e si può, perché, pur se l’augurio, naturalmente, è quello che non accada mai niente di brutto, l’imprevisto, sotto forma di un malore inatteso e imprevedibile, è sempre in agguato.

Così, dalla tragica e prematura scomparsa di Gianluca Notarnicoladeceduto il 9 aprile 2011 all’età di soli venti anni, a seguito di un arresto cardiaco che lo colpì mentre disputava una partita di tamburello, nacque un importante progetto: genitori, parenti e amici decisero che bisognava fare qualcosa di concreto per evitare, per quanto possibile, che tragici episodi del genere possano sfociare nella peggiore delle ipotesi.

Nacque così l’Associazione «Gianluca nel cuore» che si pone, principalmente, i seguenti obbiettivi:

  • Promuovere e realizzare, con l’aiuto di enti e/o associazioni e strutture sanitarie pubbliche o private, attività di screening, soprattutto presso i giovani, volte alla prevenzione e identificazione precoce di malformazioni , al fine di prevenire l’arresto cardiaco e/o curare le patologie correlate; 
  • Promuovere raccolte fondi per scopi benefici anche mediante eventi, manifestazioni sportive, spettacoli, concerti e similari;
  • Collaborare all’educazione sanitaria per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, diffondere la conoscenza delle emergenze cardio-vascolari e le diverse modalità di intervento, divulgare le tecniche di rianimazione cardiologica organizzando corsi rivolti a tutti i cittadini, con particolare attenzione e priorità alla formazione dei più giovani;
  • Diffondere la cultura della sicurezza nei luoghi di studio, lavoro e impianti sportivi pubblici e privati anche attraverso la formazione e aggiornamento delle figure specifiche previste dalle norme in materia di salute e sicurezza;
  • Realizzare iniziative di carattere scientifico e/o culturale: incontri, seminari, tavole rotonde, convegni, corsi di formazione anche con la collaborazione di professionalità esterne.

 La professoressa Anna Becchetti, mamma di Gianluca Notarnicola e “anima” dell’Associazione a lui intitolata

Ho avuto modo di venire a conoscenza di questa importantissima iniziativa in occasione della recente conferenza stampa tenuta presso il Foyer del Teatro Sociale in vista del debutto de «I due gentiluomini di Verona», allorché, a inizio incontro, il Direttore Gian Mario Bandera ha porto sentiti ringraziamenti appunto all’Associazione “Gianluca nel cuore” che ha permesso al Teatro Sociale e al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri di dotarsi di defibrillatore DAE, macchina salvavita di dimensioni ridotte in grado di rilevare le alterazioni dell’attività elettrica del cuore ed erogare, in caso di necessità, una scarica elettrica.

Una dotazione preziosissima, in grado di evitare, parlando appunto di teatro, che il dramma, in caso di sventurate evenienze, invece che sul palcoscenico, possa svolgersi in platea.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

Per saperne di più:

https://gianlucanelcuore.it/ 

Per iscriversi alla Associazione Gianluca nel cuore, o contribuire alla sua attività, invece, questa la via più facile e breve:

https://gianlucanelcuore.it/come-sostenerci/

 

  Bonera.2

Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

Goodmorning Brescia (38) – Nel Foyer del Sociale si parla di amore e altri disastri

Più che uno slalom un campo minato, con il terreno scivoloso e il precipizo da un alto.

Forse da entrambi i lati.

Almeno è così che la vede il professor Giancarlo Tamanza, docente di Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, preoparatissimo quanto brillante conferenziere di “Rischi e pericoli nella relazione di coppia”, secondo incontro correlato allo spettacolo «Le relazioni pericolose», prodotto dal CTB Centro Teatrale Bresciano in scena al Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri fino al 14 maggio 2017, inserito ne ”I pomeriggi al CTB” (ciclo di incontri promossi dal Centro Teatrale Bresciano, a cura della prof.ssa Lucia Mor, docente di Letteratura tedesca dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

«La coppia è un organismo vivente, sottoposta a influenze esterne e alla continua ricerca di un equilibrio interiore, dunque, inevitabilmente, in continua evoluzione»  spiega il professor Tamanza.

«Si tratta del basilare e più primordiale consorzio tra persone, che, proprio per questo, a prima vista può apparire di semplice comprensione e, quindi, di agevole gestione» aggiunge subito dopo, apprestandosi ad approfondire il discorso con il supporto di suggestivi  e centrati supporti visivi.

«La realtà, invece, e ve lo dice uno che per mestiere le coppie le incontra nei momenti più difficili che attraversano le relazioni, le vicissitudini di coppia sono tra le situazioni di vita in cui si può sperimentare il dolore più acuto»  avverte, passando poi alla prima diapositiva.

1.

 

Nel momento stesso in cui due persone decidono e convengono di dare vita a una coppia, si crea un’area comune, in cui ciascuno dei due conferisce una parte della propria identità personale, che può essere più o meno estesa. Se l’area condivisa resterà “sottosoglia” si correrà il rischio di un rapporto destinato a viaggiare a livelli epidermici, se sarà troppo estesa, invece, arrivando quasi a far coincidere le aree dei due cerchi, potrà risultare soffocante, per uno dei component o anche per entrambi.

2.

La coppia rassomiglia a un meccanismo a incastro: le parti devono combaciare tra loro ma mantenendo un”gioco” adeguato a non irrigidire troppo il rapporto, destinandolo all’immobilismo. Insomma, un incasso troppo parziale alla lunga non tiene, un incasso globale e globalizzante soffoca. Ciò cui va prestata la massima attenzione, dunque, è saper adattare le rispettive “penetrazioni” e “accoglienze” facendo in modo che gli spazi di contatto, a seguito del percorso di evoluzione personale o a causa dell’intervento di agenti esterni, si allarghino o si restringano troppo.

3.

La scelta d’amore sembra la più semplice, la più spontanea e la più casuale tra tutte. In realtà non è affatto così: per arrivare a quella scelta si parte dalla “storia” personale (intesa come provenienza familiare e culturale, come formazione, come esperienze di vita vissuta) che sommandosi alla componente attrattiva estetico-erotica, quasi sempre a totale insaputa anche degli stessi protagonisti di un rapporto di coppia, finisce per determinare l’individuazione del partner ideale.

Ma non finisce qui.

 

 

Infine, avvalendosi di coincise ma indicatice tabelle, il Professore passa in rassegna i (non pochi e non lievi) rischi che nasconde una relazione, servendosi anche (e questa è una novità) di suggestivi disegni che forniscono spunto agli ulteriori ragionamenti sul tema.

Nello spazio-domande, un arguto “provocatore” chiede se, vista la tempistica del manifestarsi e dell’evolversi di una “crisi di coppia” sempre in agguato, probabile, più che possibile, chiede se la strategia giusta non sia quella di innamorarsi con convinzione solo in tarda età, quando la scarsità di tempo a disposizione faccia in modo che il famigerato “settimo anno” (o chi per lui, finisca per non arrivare.

Tamanza appare colto alla sprovvista, ma solo per un attimo.

«Osservazione interessante», ribatte infatti, dopo una brevissima riflessione.

«Io penso, però, che sia ancora meglio innamorarsi più volte della stessa persona e, ogni  volta, ricominciare da capo».

Grande colpo di teatro.

Dopotutto ci troviamo nel Foyer del Sociale… o no?

  Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.