Sbuffi di Ponentino (7) – W la pinsa (e non è né un refuso né una marchetta)

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Il rigatone, per chi non lo sapesse ancora, è un tipo di pasta “corta” tipica della cultura gastronomica romana (vds. i rigatoni con la pajata), caratterizzata da una superficie esterna ruvida tale da combinarsi con successo con i sughi più sapidi.

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«Rigatoni» (http://www.ristoranterigatoni.it/), invece, è un elegante e accogliente ristorante aperto circa otto anni fa da imprenditori giovani e dinamici in via Publio Valerio 17, una traversa di via Tuscolana nei pressi di Cinecittà.

Vi chiederete perché proprio a questo locale si è dedicato l’articolo, e qualche malpensante, certamente, à ipotizzerà  di essersi imbattuto, suo malgrado,  nell’ennesima “marchetta”.

Invece no.

«Rigatoni» si distingue da un ristorante-pizzeria per il semplice fatto di essere una “pinseria”. Non si tratta di un errore di battuta, perché la specialità della casa, ovvero la pinsa, pur ricollegandosi alla pizza, se ne discosta significativamente.

E adesso vi spiego perché.

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La pinsa romana  (la parola deriva dal latino “pinsère” che significa allungare, richiamando l’atto di schiacciare e pestare l’impasto),  per la sue antiche origini, viene considerata l’antenata della pizza napoletana.

Diversamente dalla pizza tradizionale, però, l’impasto della pinsa romana è composto da un mix di farine di frumento, di soia, di riso (che la fa risultare, una volta pronta, croccante fuori e morbida dentro), è a base di acqua fredda e viene lasciato lievitare in frigorifero.  L’alta percentuale di acqua rende l’impasto molto più idratato e la lunga lievitazione, di minimo 24 ore, fa sì che risulti più digeribile e che presenti  meno calorie di quello tipico di una qualsiasi focaccia: inoltre, essendo la pinsa piuttosto sottile,  si presta a essere condita con ingredienti light, come rucola e scaglie di parmigiano oppure pomodorini freschi, mozzarella e basilico.

Secondo la ricetta originale, la pinsa romana era una schiacciata dalla forma allungata, a base di acqua e cereali misti (all’epoca orzo, farro e miglio) condita con sale ed erbe aromatiche, che anticamente preparavano i contadini romani.

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Insomma, per dare un senso a questo articolo: spianare e cucinare a dovere la pinsa non è un arte che possono esercitare tutti:  da «Rigatoni» (lo dico per esperienza personale) lo sanno fare davvero comn un esito che è un piacere per il gusto e un sollievo per la digestione.

In più i camerieri sono gentili, sorridenti e sempre disponibili a spiegare ogni dettaglio della specialità della casa. I prezzi del tutto accessibili.

Dunque per i romani che ancora non hanno assaggiato una buona pinsa e per coloro che a Roma, per qualsiasi motivo, si trovano a passare, un trasferimento a scopo gastronoimico in questa  zona della Capitale “non turistica” ma comodamente raggiungibile con la metropolitana, mi sento di poterlo consigliare senza particolari esitazioni.

E buon appetito!

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  Vestale

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Sbuffi di Ponentino (5) – Alcolici a scuola? Sì, ma solo per fare Teatro

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La location è quella, linda, accogliente e  ancora odorosa di pittura fresca della FUIS (Federazione Unitaria Italiana Scrittori – la organizzazione maggiormente rappresentativa degli scrittori italiani di tutte le forme ed espressioni – al numero 33 di Lungotevere dei Mellini) in una delle zone più eleganti e suggestive di Roma.

L’occasione è quella della presentazione pubblica delle opere finaliste del prestigioso concorso «Va in scena lo scrittore», che si avvia ormai alla conclusione con ben tre opere di Patrizio Pacioni selezionate per il round decisivo.

La sorpresa è che gran parte del pubblico che occupa tutti i posti disponibili della funzionale sala-eventi che ospita l’evento è composta di persone molto, ma molto giovani.

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Sono i ragazzi della II G dell’Istituto Comprensivo Garibaldi di Fondi, che, guidati per la parte relativa alla scrittura creativa, storica, letteraria e artistica dalla professoressa Debora Marrocco, coadiuvata dai professori Italo Vela, Franco de Benedictis, Giovanna Pagnani, Sabina Testa, Francesco Terelle, Ida Conte, Giovanna Bellina e Giuseppina Prota per la descrizione della caratteristiche organolettiche del vino, lo studio in lingua e del territorio, il coordinamento della parte grafica, i lavori di gruppo, i balli dell’Antica Roma e le musiche e la messa in scena, hanno creato la pièce «Nunc est bibendum».

Con piacevole leggerezza, ma con dovizia di particolari “tecnici”, e sorprendente proprietà di linguaggio i ragazzi parlano di “Uva Serpe” (pregiato vitigno caratteristico Greco del comprensorio Fondi-Itri-Sperlonga, utilizzato per la produzione del famoso vino Cecubo); con giovanile incoscienza “osano” scherzare con la maestosità della severa Romanità e con la sobria dignità delle matrone; trasformano il Consiglio Imperiale (completo della presenza dei “consiglieri-colti”  Marziale, Plinio e Orazio) in un’assemblea dei soci di una cooperativa vinicola (“Siamo uomini tutti dotati di uno spiccato “senso del business” dice uno dei letterati-enologi) che si esaurisce in uno “scaciato” brindisi da trattoria di campagna.

 

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È una pièce allegra, che informa facendo sorridere, e non è cosa da poco.

Così gli spettatori, tra tante altre notizie acquisite, conoscono i contenuti dell’editto proibizionista  e discriminatorio nei confronti delle donne chiamato «Senatus Consultus de Baccanalibus» che vietava le feste in onore di Bacco in quanto foriere di immoralità e sregolatezze.

Così viene ricordata la “guerra commerciale” tra i vini italici e quelli greci, tanto simile, per molti aspetti, a quella tra i vignaioli italiani e quelli francesi che è tuttora in corso. Senza esclusione di colpi.

Insomma, il divieto per le donne di bere vino dev’essere abolito, e le donne romane s’impegnano per questo, disposte, per spuntarla, anche ad arrivare a al Divo Augusto attraverso sua moglie Livia. In una lotta di rivendicazione da parte di un femminismo moderato ma molto tenace, se così si può dire.

Chi vince alla fine? Naturalmente le donne, c’è da dubitarne?, armate di quella fantasia  ragionata trasgressività che fa impazzire e mette nel sacco ogni uomo che cammini su questa terra, fin dai primordi dell’umanità.

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Auguri di cuore ai giovani ricercatori-commediografi-attori, talmente bravi da meritare di essere nominati uno per uno: Samuele Angeloni, Jurgen Baha, Matteo Giuseppe Caprarelli, Alessia Conti, Alessia Di Mario, Alessia Di Trocchio, Giada Esteso, Asia Fasolo, Eleonora Fasolo, Selenia Iacovacci, Walter Mariani, Annarita Marrocco, Marco Marrocco, Iole Ostacolato, Ida Palazzo, Valentina Piccione, Anastasia Riccardi, Ilenia Salemme, Alessia Stasi, Giorgia Velli, Sara Zannella.

Buon lavoro agli/alle insegnanti che con tanto impegno, e felici risultati, si sono impegnati in questa impresa.

«E un’altra simile è già in cantiere», confida Debora Marrocco.

In bocca al lupo, naturalmente, a «Nunc est bibendum», la bella pièce della  II G dell’ I.C.  Garibaldi di Fondi.

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   Vestale

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Sbuffi di Ponentino (4) – Sangue comune e differenze che arricchiscono

 

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Cominciamo con il dire che L’Accademia di Romania è un prezioso gioiello di quieta armonia architettonica, un’oasi di tranquillità e riflessione, un raffinato presidio di cultura incastonato in uno dei siti più belli e suggestivi della più bella e suggestiva delle città.

L’appuntamento di ieri era dedicato alla presentazione del bel romanzo-verità Zero positivo, di Cristina Marginean Cocis.

­«In questo libro non sono raccolte e descritte solo suggestioni letterarie, ma anche le emozioni più nobili che la Vita può donare»  esordisce Armando Santarelli.

Il dramma, come un fulmine a ciel sereno, si abbatte sulla (sino a quel momento) serena esistenza della protagonoista allorché, incinta, si rende conto di essere stata aggredita da una malattia grave, per curare la quale si dovrà mettere a rischio la creatura che dovrà nascere.

«Il messaggio etico è forte e chiaro: se è innegabile che esiste la sofferenza, è altrettanto vero che ci può sempre essere un riscatto: non solo per porre rimedio alle conseguenze fisiche di una disgrazia, ma anche per superarne le devastanti conseguenze morali. Quella scritta da Cristina è una sinfonia polifonica di tipo letterario, una storia struggente e avvincente fino alla fine ma fondata sulla solida realtà»

A seguire l’intervento dell’altra conduttrice della serata, Gabriella Molcsan che ha subito messo l’accento su altri significativi temi trattati dalla narrazione.

«La salute e l’autosufficienza, sono condizioni della vita che, nel normale dipanarsi dei giorni, si tende a dare per scontati e dovuti. É quando esse vengono a mancare che, davanti ai nostri passi, si apre un vero e proprio abisso. Una fossa buia per evitare la quale occorre fare ricorso a tutte le qualità morali di cui si è in possesso. Nella vicenda di Zero positivo  è la figura del padre l’ormeggio al quale si lega la protagoista, per non annegare in un mare di sconforto e disperazione. Anche il viaggio nel Delta del Danubio, al quale sono dedicate significative pagine dell’opera, è da intendersi, prima che in uno spostamento fisico, come ideale percorso di esplorazione e scoperta dei più reconditi luoghi dell’anima»

È poi la stessa Cristina Marginean Cocis a prendere la parola, con pacata serenità e, nello stesso tempo, con singolare capacità empatica, tale da coinvolgere ed emozionare tutti i numerosi spettatori convenuti all’Accademia.

«Una madre diventa tale dal momento stesso in cui l’embrione s’impianta, ma un uomo, per diventare padre, si deve impegnare giorno dopo giorno» premette l’Autrice, parlando del rapporto tra la protagonista e il marito, che, a fronte del nuovo stato della moglie, reso drammaticamente fragile dalla malattia, non esita a dichiarare:  “Sono disposto a trattare mia moglie come un cristallo, talmente fragile da non poterlo toccare, ma la voglio qui, sempre accanto a me“.

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Si passa poi a parlare di un altro personaggio vitale nella narrazione, il genitore della protagonista.

Il buon Padre non è solo la persona che, come in questo caso, lascia buone orme da seguire, con la forza di un esempio di straordinaria coerenza morale e specchiata integrità, attraverso il proprio impegno e il conseguente sacrifico di sé. È anche e soprattutto un riferimento solido quanto può esserlo un rassicurante passato al cospetto di un presente che evolve troppo velocemente (e spesso non in modo positivo) e di un futuro quanto mai oscuro e incerto»

 

Cnonsentitemi un’ultima annotazione, del tutto personale: l’appuntamento con la presentazione di questo libro si è rivelata ai miei occhi come la più evidente e solare dimostrazione di quanto la comunicazione tra culture diverse (nel caso di Italia e Romania,  intrecciate anche dalla comune derivazione latina) sia capace di suscitare qualcosa di nuovo e di eccezionalmente stimolante.

È proprio grazie a eventi come questo, a simili occasioni d’incontro che non solo la reciproca comprensione e la sincera amicizia tra due popoli come il romeno e l’italiano può fortificarsi e prosperare, ma più in generale si può cementare la collaborazione e il rispetto tra le nazioni, specialmente quelle europee. E che le divisioni, i contrasti, i gretti interessi di parte, beh, quelli sì che siano tenuti separati dai nostri cuori dal più alto dei muri.

 

 

Titolo: Zero positivo

Autore: Cristina Marginean Cocis

Editore: Gaspari Editore

Anno: 2016

Pagine: 283

Prezzo: 16 €

Isbn: 9788875414894

 

  Cristina Marginean Cocis

Insegnante, mediatrice culturale e linguistica, ha collaborato con l’Università di Udine presso la Sezione di Lingua e Letteratura Romena.

 

   Vestale

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Sbuffi di ponentino (2) – La memoria dell’Hedia naviga sul palcoscenico

 

Ci sono momenti e  occasioni in cui risulta davvero difficile, distinguere dove effettivamente passi il sottile confine tra realtà e fiction, tra spettacolo e denuncia sociale e civile, tra teatro e cinema da una parte e autentico giornalismo d’inchiesta dall’altra.

Ci sono occasioni in cui, per un fortuito (o deliberato, sia pure occulto) disegno del destino, non è lo scrittore o il drammaturgo a cercare la storia da narrare, ma avviene esattamente il contrario.

«Così è stato sia per La verità nell’ombra che, soprattutto, per Diciannove + Uno» dichiara Patrizio Pacioni, visibilmente soddisfatto sia per come la Compagnia Stabile Assai, guidata da Antonio Turco, ha messo in scena questo suo secondo cimento nel delicato ambito del teatro d’inchiesta, sia per il gradimento espresso dal numeroso pubblico che, nelle prime due giornate di programmazione presso il Teatro Golden di Roma, ha scelto di assistere al dramma che restituisce alla cronaca e alla Storia il dramma della motonave Hedia e del suo equipaggio.

Se nel primo caso l’idea di rievocare le oscure vicende legate alla strage di Portella della Ginestra era stata infatti suggerita da una occasionale visita al vecchio tribunale di Viterbo (ove si svolse il processo intentato contro i responsabili materiali dell’eccidio), le origini di questa seconda incursione nei misteri d’Italia è stata indotta da ancor più singolari avvenimenti.

Ci sono famiglie, disseminate in tutta Italia, da nord a sud, che ancora oggi recano impressa nel cuore e nell’anima la più dolorosa delle piaghe: la perdita di un congiunto le cui modalità, le cui cause e i cui effetti finali sono rimasti sepolti per oltre mezzo secolo in una spessa coltre di reticenze, menzogne e depistaggi.

C’è la discendente di uno dei marinai scomparsi nel nulla con la Hedia (Giusy Orofino n.d.r.) che assiste a una delle repliche de La verità nell’ombra e trova il coraggio e la forza per fare arrivare a Pacioni la sua storia. Gli presenta suo padre Concetto Orofino, direttamente coinvolto nei primi, drammatici momenti seguiti alla sparizione della motonave.

Ci sono altri familiari, come Accursio Graffeo di Sciacca) che da tempo si battono perché venga fatta luce su questa vicenda, altri ancora che sono ormai sull’orlo della rassegnazione, ma alla notizia di quanto si sta facendo si rianimano, s’interessano, collaborano.

Sperano che il dramma dei loro sfortunati congiunti possa, se non altro, essere estratto dal buio cassetto dell’oblio in cui qualcuno, più o meno volontariamente, ha voluto rinchiuderlo e nasconderlo.

Alcuni di essi, contattati allo scopo, accettano di raccontare e di raccontarsi, cosa che, in certi casi così dolorosi e laceranti, è molto meno facile di quanto non possa sembrare a prima vista.

E, infine, ultimo punto in ordine di elencazione, ma elemento indispensabile alla buona riuscita dell’operazione, c’è Antonio Turco, capace di adattare Diciannove + Uno restando sostanzialmente fedele al testo originale e di metterlo in scena di modo che calzi perfettamente allo stile e alla tradizione della sua Compagnia Stabile Assai..

Insomma, alla fine, la cosa certa è che la “tre giorni” di Roma ha regalato un Teatro Golden sempre pieno, un consenso di pubblico misurabile dal numero e dall’intensità degli applausi che si sono incastonati a tutte e tre le serate.

Ha regalato, soprattutto, il consenso commosso e convinto dei congiunti dei marinai della Hedia che hanno avuto occasione di assistere alla rappresentazione del dramma: un risultato meraviglioso per l’Autore e per tutta la Compagnia Stabile Assai.

   

Bravi gli interpreti “interni”, a cominciare da Cosimo Rega (Federico Agostinelli, capitano della Hedia), Giovanni Arcuri (il misterioso quanto enigmatico Dottor F), Mimmo Miceli (nei panni di un adrenalinico e tormentato Enrico Mattei), Angelo Calabria (astuto negoziatore del governo algerino), ma anche tutti gli altri, senza eccezione alcuna.

Brave le attrici, in primo luogo le “professioniste” Francesca Pietrosanti e Jolanda Gigliotti, accanto alle quali non hanno di certo sfigurato la Professoressa Patrizia Patrizi nei panni di una coraggiosa giornalista e la psico-terapeuta Patrizia Spagnoli in quella di Edera, moglie del capitano Agostinelli. 

   

Eccellente, come e più di sempre, la voce di Barbara Santoni, egregiamente accompagnata dalla band composta da Antonio, Lucio e Roberto Turco (quest’ultimo ripreso nella foto con Pacioni) in una suggestiva e affascinante selezione di motivi degli anni ’60 e di incursioni nella produzione dei Beatles.

   

Una sorpresa alla fine, con l’intervento di Tim Chapmanpersonaggio di grande rilievo, noto a livello internazionale per il suo apporto agli sviluppi delle pratiche riparative nel Regno Unito e negli interventi con detenuti ad alto rischio. Ampia influenza nel settore della giustizia giovanile ha avuto il suo modello Time to Grow. Significativo il ruolo che ha svolto nei processi di pacificazione con l’attività terroristica dell’IRA. Con grande naturalezza e, al tempo stesso con grande padronanza del palcoscenico è stato lui a sigillare la fine dello spettacolo trasmettendo al pubblico un messaggio di alto livello sull’inammissibilità del silenzio e della menzogna, in presenza di valori inalienabili come la vita e la dignità umana, anche se finalizzata al mantenimento di un determinato status quo tra potenze che, potenzialmente, potrebbero entrare in conflitto da un momento all’altro. Poche ma preziose parole, rese ancora più suggestive dall’autorevolezza di chi le pronunciava nella propria lingua madre.

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   Vestale

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