Chi lo dice che vincono sempre i Bianchi?

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L’autore dell’opera di turno in «Teatro Aperto» è il barbuto Francesco Bianchi, laziale di origine, ma con una spiccata attitudine a una mobilità territoriale di tipo formativo-artistico, attualmente drammaturgo presso la Fondazione Teatro Due di Parma.

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«L’idea di scrivere Europa, pur non raccontandone la vicenda, è stata ispirata dal massacro del Bataclan», spiega prima dell’inizio della lettura scenica.

Otto sono i personaggi che compaiono in scena: i pezzi degli scacchi al completo (fatta eccezione per uno dei cavalli che, peraltro, farà una rapidissima apparizione più tardi) e un pedone, in qualità di rappresentante  dei sette fratelli-compagni di squadra.

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È la squadra dei Bianchi, di scena, raccontata nella fase di preparazione all’ennesima partita. Nella compagine si ravvisa, senza troppe difficoltà, l’opulento quanto pigro Occidente, reso altezzoso e certo della vittoria sui vituperati Neri, reietti del Terzo Mondo. E proprio sulla similitudine tra la partita che si gioca sulla scacchiera e ciò che accade nella politica e nelle strategie della vita reale, è basata l’idea all’origine del dramma.

Ciò che trapela dalla lettura scenica (alla quale, peraltro, gli attori/lettori impegnati conferiscono un più che positivo contributo in termini di impegno e di qualità d’interpretazione) è l’impressione di un testo ben scritto, che rivela una solida preparazione drammaturgica, ma fin troppo statico. Composto e strutturato in maniera cerebrale, attraverso una identificazione tra uomini e pezzi che in certi passaggi appare alquanto forzata, denota una scarsa partecipazione emotiva che, inevitabilmente, finisce per trasmettersi anche agli spettatori.

Anche sull’originalità dei contenuti, poi, ci sarebbe da discutere. Innanzitutto, dare per ineluttabile e scontata la sconfitta dell’Occidente, appare una premessa, se non azzardata, alquanto affrettata: nella realtà, come nel gioco, non basta uno o più “sacrifici” di questo o quel pezzo, per quanto clamorosi, per aggiudicarsi effettivamente la partita. Non si tiene inoltre nel minimo conto la presenza di un altro importante player, costituito dalla Cina, non più comunista e non ancora ortodossamente capitalista, capace di influenzare con la propria straripante potenza, economica oltre che demografica, gli esiti della partita mondiale, anche dal punto di vista culturale.

Altrettanto può dirsi per la reiterazione del postulato auto-flagellante consistente nella teoria che i veri mostri sono coloro che, a torto o a ragione, sostengono i valori e le teorie del nostro Sistema che, pur nell’inevitabile sovrabbondanza di errori e orrori, si è sino a questo momento dimostrato “meno peggiore” degli altri. Ne deriva che, su tale premessa, i massacratori di persone (non di sistemi, si badi bene) che rendono insicure strade e piazze delle nostre città, diventino semplicemente “compagni che sbagliano”, ricavando da ciò, se non una piena assoluzione, l’accumularsi di un gran numero di attenuanti.

Didascalico il finale, in cui il messaggio che fin dall’inizio si intende scopertamente veicolare, viene declinato senza sorprese: scoppia la rivolta dei pedoni-soldati-popolo-vittime sacrificali del Potere e a nulla valgono i tardivi ripensamenti e le strumentali blandizie di un apparato a quel punto terrorizzato dal più oscuro dei futuri.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

La «Pietà» di Sinisi è scultura di parole

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Per la rassegna «Teatro Aperto», serie di letture sceniche organizzata dal Centro Teatrale Bresciano, ieri sera, al Teatro Sancarlino, Elisabetta Pozzi ha letto il testo di Fabrizio Sinisi «Pietà».

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La trama:

È la storia di un incontro fatale e delle sue drammatiche conseguenze. Da un incontro occasionale con uno sconosciuto, neanche troppo coinvolgente, una giovane donna milanese guadagna un figlio e un abbandono. I primi anni trascorrono in un’apparente mancanza di problematiche derivanti dalla mancanza della figura paterna e in un’atmosfera di ingannevole tranquillità.

Con il dodicesimo compleanno del figlio Teodoro, un’improvvisa quanto inattesa esplosione di rabbia (probabile simbolo della devastante irruzione della tempesta ormonale adolescenziale) sconvolge gli schemi, dando inizio a un periodo conflituale caratterizzato dai tipici problemi dell’età: il profilo e la condotta a scuola, la frequentazione di cattive amicizie, la ricerca problematica di un’identità adulta.

E proprio quando sembra che, infine, l’abnegazione di uno spirito materno totalizzante, possa risolvere ogni problema, ecco che il caso, il destino, il fato, sconvolgono per sempre ogni certezza.

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L’Autore:

Scelgo le poche e significative parole con cui Elisabetta Pozzi: ha introdotto la serata, prima di cominciare il monologo:

«Riconosco in Fabrizio Sinisi, neo “Drammaturg” domestico scelto dal Centro Teatrale Bresciano per il prossimo triennio, innanzitutto il Poeta. Resistendo alla moda imperante di trasporre in palcoscenico come nella letteratura il linguaggio comune, Fabrizio, riconoscendo e facendo propria la misterica ritualità del Teatro, scrive con accenti lirici, riuscendo a condensare e a mettere in scena  le sue nobili frequentazioni letterarie».

Ricordo che, pochi giorni fa, è andato in scena al teatro Santa Chiara «Shakespeare/Sonetti», versione italiana e adattamento teatrale di Valter Malosti e dello stesso Fabrizio Sinisi.

Per il resto, le parole di Elisabetta Pozzi sono talmente incisive che non reputo necessario aggiungere altro.

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Il testo e lo spettacolo:

  

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«Chi è cieco dalla nascita non sa cosa gli manca, eppure avverte nostalgia» è l’ammiccante premessa.

«A 24 anni l’unica preoccupazione di una donna è che se piove, le si rovina la piega dei capelli»è la giustificazione per un comportamento immaturo e per una scelta fatale.

Poi irrompe il futuro sotto le vesti di un bel giovane impegnato al confessionale, a chiedere poco convinto perdono per peccati commessi contro la purezza. Da un amplesso frettoloso e insoddisfacente, prende le mosse e germoglia la drammatica “final destination” di una vita. Anzi di due. Anzi di tre.

Tra le cose che più colpiscono, nella stilisticamente impeccabile scrittura drammaturgica di Fabrizio Sinisi, c’è un particolare che potrebbe sembrare secondario, ma non lo è affatto: il ripetuto quanto felice accostamento tra una descrizione minuziosa dei piccoli gesti e i pensieri più intimi, quelli del livello più interiore dell’anima, più prossimi alle pulsioni più istintive e profonde.

«Pietà» è un monologo dolente, in cui echeggia una Milano che non c’è più, un mondo retrò, a metà tra le canzoni di Tenco, i cantautori bretoni e l’amara e urticante ironia di Gaber, introiettati a posteriori dal giovane drammaturgo, in un’atmosfera sospesa di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

«Pietà» è una autocritica al maschile, che parte dal concetto che «Una donna cerca qualcuno da, un uomo cerca qualcuna per».

«Pietà» è la dichiarazione disperata di chi ha realizzato che «Nulla è più tremendo di una vita in cui nulla succede. Dunque, qualsiasi errore, anche il peggiore, è preferibile rispetto al nulla».

«Pietà», recitato da una empatica, emozionante meravigliosa e immensa Elisabetta Pozzi, alla fine lasci un solo, grande dubbio: a chi è rivolta l’affranta e straniata narrazione? Al fato? All’uomo che, probabilmente, ancora non sa, e forse non saprà mai, come sarebbe potuta cambiare la storia della vita?

Di certo non al pubblico, che l’Autore condanna, con raffinata crudeltà, ad assistere, in un letto di spine e raffinatissime parole, in qualità di testimone mesto e impotente.

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   GuittoMatto

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