Ex Libris (18) – King e le Bellezze Dormienti

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Perché un certo giorno, all’improvviso, tutte le donne del mondo, al momento di addormentarsi, cadono nell’abisso di un sonno senza risveglio, imprigionate in un bozzolo di fili bianchi, sottili come seta che avvolge i loro corpi dalla testa ai piedi?

Di cosa si tratta? Una malattia, dell’insidioso frutto una subdola strategia di invasione aliena, di un sortilegio?

Chi è davvero la bellissima e misteriosa Evie, signora delle falene e dei topi?

E, soprattutto, come reagirà un mondo destinato in breve tempo a rimanere popolato soltanto di uomini, a un accadimento così sconvolgente e spiazzante?

Questi gli interrogativi che fin dalle prime pagine di “Sleeping Beauties”,  con la solita abilità, Stephen King, in questa occasione affiancato nella scrittura dal figlio Owen, riesce a suscitare nei lettori fin dalle prime pagine del romanzo. Che “lo Zio” sia un grandissimo costruttore di storie, maestro nel gestire un’epopea corale che coinvolge decine e decine di protagonisti, è cosa nota a tutti i suoi  lettori, e anche in questa occasione non si fa eccezione alla regola.

L’originalità del tema e la perfetta articolazione della macchina narrativa rendono la lettura appassionante, e anche questa non è una scoperta. L’attrattiva di “Sleeping Beauties” , inoltre, è incrementata dall’intrigante processo dell’individuazione dei riferimenti alla precedente bibliografia che, in simili occasioni, inevitabilmente scatta nei fedeli appassionati di un grande e seguito Autore prolifico  come il Re del Maine.

In più, in questo caso, in presenza di un testo scritto a quattro mani con il rampollo minore Owen, i più attenti non possono evitare il tentativo d’individuare quali siano le pagine scritte da uno e quali dall’altro. Senza alcuna possibilità di verifica, ovviamente, credo di aver individuato nel testo la paternità dei vari passaggi, anche se nascoste dalla intensa e certosina opera del vero e proprio stuolo di collaboratori letterari ai quali, nel lungo epilogo del romanzo, vengono attribuiti doverosi ringraziamenti: consulenti e previsioni di bozze e quant’altro.

Nel complesso però, siamo in presenza dell’ennesima opera kinghiana: un accurato lavoro artigianale di scrittura che quell’autentico consorzio della creatività letteraria, facente capo a Stephen King, ha trasformato nel corso degli anni in una industria della narrazione: un prodotto, cioè, assolutamente impeccabile dal punto di vista formale, al servizio di una costruzione narrativa serrata e coerente, fedele agli stereotipi (mai banali né scontati) che in tutte queste decine di anni hanno contribuito a formare ingrandire l’universo del narratore di Portland. Si confermano i soliti punti forti: dalla perfetta descrizione della vacua borghesia dell’America di provincia, fatta di molti vizi e poche virtù, all’attenta e sofferta descrizione del mondo carcerario (la struttura delle detenute nel carcere di Dooling potrebbe essere inserita o prelevata indifferentemente, senza nessuna forzatura, dal mondo de “Il miglio verde” o di altri romanzi di ambientazione penitenziaria; dalla banale e sottile crudeltà del male (sempre che effettivamente di male si tratti, si intende, in questo romanzo più che mai) alle pulsioni e ai conflitti adolescenziali. In questa opera, inoltre, si torna con forza (e con sottile e furbo ammiccamento alla parte più significativa e consistente del potenziale pubblico di fruizione) al tema di un vetero-femminismo che vede in eterno conflitto la (spesso brutale) razionalità dell’uomo con la creativa e tutta spirituale introspezione della donna.

Fin qui le note positive. Ora…

Quando il Dio della Scrittura intinse il piccolo neonato (da poco battezzato Stephen) nella magica pozione che rende immortali e invincibili i più grandi scrittori di tutti i tempi (qual è incontestabilmente Stephen King) quella piccola porzione di caviglia che le sue divine dita strinsero, escludendo solo quella minima parte  dalla miracolosa pozione, in Stephen King si chiama certamente FINALE”.

La meravigliosa architettura creativa di cui è capace che, infatti, in non poche occasioni appare non adeguatamente supportata da un epilogo all’altezza. Così avvenne clamorosamente per “The dome” e, in modo e misura meno appariscenti, per numerosissimi altri romanzi. A volte (credo che per questo mi attirerò accidenti e maledizione da parte dei pasdaran più intolleranti alle critiche), sembra quasi che arrivato alle ultime battute King non riesca (e forse non ci riuscirebbe nessuno) a tirare i tanti, troppi fili narrativi che, in modo meraviglioso, Egli stesso è riuscito a tessere.

Così “Sleeping Beauties”  meravigliosa storia di mistero, di azione e di fiaba, vicenda carica di suspense e fantasia, di sangue, di psicologia, di echi di guerra, si chiude lasciando l’amara consapevolezza di un’altra grandissima, enorme, occasione mancata.

Forse la screziatura che i maestri della porcellana Ming (quanto assomiglia questa parola a King!) imprimevano con l’unghia nella perfezione assoluta di autentici capolavori dell’arte, per impedire che di tanta bellezza fossero invidiosi gli Dei.

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  Il Lettore

 

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I Mille mondi fantastici e interiori di Stephen King

Ovvero come in un solo romanzo, neanche il più famoso tra tanti, si possa rinvenire, concentrata, l’essenza di un grande Autore

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Alla fine credo di avere capito dove si erga, stagliandosi contro un cielo di fuoco e fulmini, la mitica Torre Nera che regge l’armonia e l’equilibrio dei mondi.

Esattamente lì, sì: nella mente (straordinaria) di Stephen King, ecco.

Lo sospettavo già da parecchio tempo (la mia frequentazione con lo Zio di Portland è ormai ultra quarantennale, essendo partita da «Carrie» del 1974) ma la prova definitiva credo di averla reperita nel corso della (ri)lettura di Uomini bassi in soprabito giallo» ripreso da «Cuori in Atlantide» (1999  – dal libro fu tratto nel 2001 l’omonimo film diretto da Scott Hicks) e compreso nella raccolta «Goes to the movies» (per l’Italia: Sperling & Kupfer Editori S.p.A. – 2009).

Nelle 289 pagine che compongono il romanzo, infatti, King riesce a dipanare, mescolandoli continuamente ma riuscendo a tenerli mirabilmente in equilibrio tra loro, tutte le tematiche e i generi letterari che più gli sono propri e cari.

  • L’orrore
  • La science fiction
  • Le angosce dell’invecchiamento e della decadenza fisica
  • I paradossi spazio-temporali
  • Le difficoltà nei rapporti generazionali
  • I problemi legati all’adolescenza, a volte drammatici
  • Le tensioni social che dilacerano il ventre degli US
  • Il bullismo
  • Il fantasy

C’è davvero del genio, in questa storia, continuamente in bilico tra il nostro mondo e il Medio-Mondo, in cui si si narra dell’incontro tra il giovanissimo Bobby-O, alle prese, nel pieno della tempesta ormonale tipica dell’età, con una madre (Liz) nevrotica e malmostosa, e l’anziano e misterioso Ted Brautigan che, suo malgrado, ma con grande impegno e incisività, si trova a rivestire per un breve ma indimenticabile lasso di tempo il ruolo di quel padre che Bob non ha mai conosciuto.

Chi è il vecchio Ted, nuovo inquilino del piano di sopra? Chi sono e da quale remoto e indicibile inferno provengono i sinistri “uomini bassi” che gli danno la caccia? Cosa sono i pacchiani veicoli dai colori improbabili sui quali si spostano, qualcosa di mostruosamente diverso rispetto a semplici automobili? Qual ‘è il vero messaggio lanciato dagli strani cartelli che cominciano ad apparire appesi qua e là nel quartiere, e delle misteriose scritte tracciate con il gesso sull’asfalto delle strade?

Una storia di paura e di suspense, certo, ma anche e soprattutto un percorso intimista nel corso del quale l’Autore pone ai propri lettori, e a se stesso, interrogativi ancora più angoscianti sulle insidie della malattia, della prevaricazione dei più forti nei confronti dei più deboli, della malattia, della decadenza fisica e morale, della violenza esercitata nei confronti delle donne, della grettezza dell’animo umano.

Insomma, qui c’è proprio  di tutto e di più, davvero.

Le spine di amicizie giovanili, irruente, totalizzanti, ma destinate inevitabilmente a deteriorarsi con il divaricarsi dei percorsi di vita, la scoperta dei segreti e degli incanti della lettura, l’arroganza che chi ha soldi e potere riserva verso i propri sottoposti, gli ammaestramenti che solo la cultura può dare, i travagli del passaggio dalla gioventù all’età adulta, gli struggimenti del primo amore con la colonna sonora della musica anni ‘60, le tentazioni autodistruttive di chi si trova a remare controcorrente…

Senza dimenticare, però, l’incombere degli abomini che cercano di distruggere ciò che resta del Medio-Mondo, asse portante di un universo pluridimensionale, con un malvagio Re, il cui simbolo è un occhio rosso-sangue, con i benevoli Vettori che difendono l’integrità della Torre e con i frangitori, individui dalle prodigiose attitudini mentali resi schiavi dal Male con l’incarico di logorare lentamente, con la forza del pensiero, quegli stessi Vettori.

Forse non la più nota tra le narrazioni di King, ma assolutamente da leggere e godere per comprendere meglio l’intera opera di uno scrittore irripetibile quanto inimitabile.

  Patrizio Pacioni

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