Goodmorning Brescia (140) – Il Castello si confessa

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Il saluto di benvenuto e l’introduzione della conferenza sono del giornalista Massimo Tedeschi, presidente della AAB  (Associazione Artisti Bresciani) che ospita, nella sua bella sede di Vicolo delle Stelle, la conferenza di oggi, prima di una
serie d’incontri a tema sul Castello di Brescia.

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«Il Castello di Brescia, carico di anni e di Storia, si racconta con una serie di scritti riportati su lapidi, cippi e graffiti sparsi ovunque, all’interno e all’esterno di esso» esordisce Costanzo Gatta.
«Nonostante l’impegno profuso, quelli che ho raccolto sono una minima parte di quelle presenti, e potrebbero essere molte di più, se si avesse la voglia e il coraggio di investire di più sulla ricerca» aggiunge, diretto.

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Si parte con un’intrigante indagine sul soprannome di Falco d’Italia attribuito al Castello, poi è un succedersi di immagini, di informazioni, di citazioni, e di testimonianze lette e interpretate da Daniele Squassina.
Scorre nei secoli, la vita del Castello, tra Re, nobili, popolani, guerrieri e detenuti da rieducare attraverso un duro lavoro di manutenzione e riammodernamento, tra battaglie, sommosse, celebrazioni e raffigurazioni dei Santi Patroni Giovita e Faustino.
Una passeggiata nel Prato della Bissa, con il cannone installato a futura memoria dell’imprenditore siderurgico Goi, donato dai suoi eredi, cui segue una critica occhiata alla vecchia e gloriosa locomotiva collocata per celebrare «l’Italico vapore».
Si passa poi alle insidie della “Strada del Soccorso”  utilizzata a dispetto del nome e in più occasioni, per reprimere moti popolari e all’ardita Torre Coltrina, incombente sullo strapiombo con i misteriosi affreschi abrasi dal tempo.
Una particolare attenzione merita il bello, imponente (e tristissimo) Torrione dei prigionieri, con le pareti tappezzate di dolore inciso nella pietra, dove venivano reclusi e tormentati i patrioti dell’associazione. Un soggiorno che, per molti, si concludeva alla Fossa dei Martiri.
Ci vuole un momento di riposo e ci pensa la bella voce di Squassina che recita i versi di una dolente poesia di Cappellini.

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Sul finire, colpisce e si fissano negli occhi e nella memoria l’immagine della selva di antenne (utili ma orride) che fanno scempio della Mirabella, e la vista sui malridotti e antiestetici cartelloni pubblicitari che fanno da cornice ai campi da tennis presenti dall’ormai lontano 1910. Mostrandole, Gatta non può nascondere il proprio disappunto.
Per rincuorarsi non resta che fare un  salto alla Specola Cidnea, e osservare il cielo.
Da qui si riparte per l’itinerario finale, percorrendo ogni strada che si arrampichi, da ogni direzione, lungo le pendici del colle, scoprendo altre scritte, altri monumenti, altri segreti.

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Bonera.2

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Goodmorning Brescia (122) – Laurea… alla bresciana!

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Ci sono mesi indelebilmente caratterizzati da eventi e/o ricorrenze di vario genere: dal novembre della commemorazione dei cari estinti (scongiuro libero per chi ci crede), al maggio delle rose, al dicembre delle feste natalizie…

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Il settembre bresciano, tanto per fare un esempio che interessi più da vicino questa rubrica, è caratterizzato, tra l’altro, dal levarsi spesso (e volentieri) per le strade del centro, di cori di giovani indirizzati a un loro coetaneo, o a una loro coetanea, solitamente incoronato da una ghirlanda di fiori. Rivolgendosi al malcapitato con un appellativo ispirato da un particolare dettaglio anatomico quasi sempre al riparo dei raggi solari, lo invitano alla visita di un certo paese che in questa sede non è lecito né opportuno menzionare.

Si tratta del corollario necessario e di gioioso quanto sapido spirito goliardico, delle numerose sessioni di laurea che i vari atenei cittadini, pubblici e privati, vanno effettuando proprio in queste settimane, assegnando il bramato titolo ai giovani e gagliardi neo-dottori.

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Una consuetudine goliardica che, a detta di molti, affonda le radici in un’antica tradizione  dell’Antica Roma: a quanto tramandato, infatti, sembra che, nel corso delle parate trionfali dei condottieri reduci da gloriose campagne di guerra, alla testa del corteo  venisse collocato un umile milite al solo scopo di insultare pesantemente il condottiero vincitore, per tenerlo al riparo, con una lezione di umiltà, da tentazioni di superbia tali da farlo credere potente come un dio.

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Quest’anno, prendendo spunto da una singolarissima circostanza, che non vi racconterò fino alla fine del post, ho voluto seguire, a campione, proprio una di queste gioiose feste del sapere.

L’osservata speciale (se fortunata o sfortunata per la scelta, lo deciderà poi lei), si chiama Claudia, ora dottoressa Claudia Cadei, neo laureata con la votazione di 110 e lode in Scienze della Formazione Primaria presso l’Università del Sacro Cuore di Brescia con la tesi (attenti al titolo!)   «L’enigma come stimolo all’apprendimento. Viaggio nella letteratura gialla fra i profumi della tavola e i legami del territorio».

Brillante (come sempre e più di sempre)  Relatore la Ch.ma Prof.ssa Carla Boroni., scrittrice, letterata, saggista e docente amatissima da generazioni di studenti e, soprattutto, di studentesse.

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Sono stato accanto alla laureanda (poi neo-laureata) sin dall’inizio, nell’attesa fuori della Sala delle Muse (nomina sunt omina, dicevano i Padri),  spiandone la naturale apprensione placata dalla presenza affettuosa e protettiva dei genitori, del moroso Alberto e di un nugolo di amici e amiche care e devotissime.

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Poi il trepido accesso nell’aula quando è arrivato il turno, l’emozione accantonata per esporre in modo lucido e vivace contenuti e scopi del proprio lavoro e per rispondere alle domande del Presidente di commissione e del contro-Relatore, la felicità finalmente libera di fluire fuori dal corpo e dall’anima una volta conclusa, con il massimo dei voti, l’impegnativa prova, frutto di un duro e complesso lavoro biennale. 

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E ancora il generoso rinfresco con tutte le persone care, ai tavoli all’aperto di uno dei più frequentati bar frequentati dagli amanti degli aperitivi a base di spritz, declinato, nel territorio della Leonessa, nell’originale traduzione di pirlo.

E ancora qualche cantilenante «Dottore! Dottore! Dottore dal…» che, in lieta compagnia, non fa mai male.

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Poi, tra i festeggianti, ne ho notato uno, uno in particolare… uno che…

 

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Sì, proprio lui, Patrizio Pacioni presente nel dettagliato e ben scritto trattato ideato e realizzato della Dottoressa Cadei, completato da una sobria ma quanto mai suggestiva appendice fotografica, insieme ad altri “giallisti” (ma non solo) bresciani, come Ida Ferrari, Enrico Giustacchini, Massimo Tedeschi, Gianni Simoni e Nicola Fiorin.

Dopo l’emozione e lo stress, in piena consonanza con quei “profumi della tavola” evocati dal titolo della tesi, l’amicale coda conviviale si è tenuta e protratta a lungo, in quella piazza del Duomo che, con il sontuoso affastellarsi artistico di edifici di epoca e di stili diversi, costituisce davvero un meraviglioso unicum nel pur straordinario catalogo delle belle piazze italiane.

«Proprio la stessa piazza», mi confida sornione Patrizio Pacioni tra un supplì, un tramezzino e un calice di Franciacorta, «dove prenderà avvio la prima indagine bresciana del mio commissario Cardona».

E se lo dice lui, possiamo crederci.

 

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    Bonera.2

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Goodmorning Brescia (95) – Tra Arte e Letteratura, le meraviglie di Vicolo delle Stelle

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Dell’opera di Giuseppe Raspanti «Il treno di Ignazio» si era già occupato su questo blog, nella rubrica Ex Libris, l’amico conosciuto come Il Lettore.

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Per la recensione vi rimando dunque a questo articolo:

Ex libris (16) – Il «pick and roll» di Raspanti

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Dopo un saluto al numeroso pubblico accorso in Vicolo delle Stelle, Massimo Tedeschi (da un anno Presidente Associazione Artisti Bresciani. Ospite dell’evento)  tratteggia con sintetiche pennellate (non trovo termine migliore, considerata la location)  alcuni aspetti del libro presentato.

«L’Autore, come il protagonista Ignazio, si rivela condottiero di eserciti di ricordi, capace di evocare immagini attraverso le parole» è l’esordio.

«Restano impressi nella mia mente e nella mia immaginazione il simbolico, ineluttabile ripetersi  della torrida cont’rora estiva, accesa dallo scirocco, quelle “minacce travestite da consigli”, una filosofia vita intessuta di rancori e cose da aggiustare».

E, tra tutto il resto, i bambini che venivano portati a veder passare i treni in attesa di salire sul treno che avrebbe cambiato le loro vite, la persistente presenza invasiva dei morti nelle case e nelle esistenze dei vivi.

«In qualche modo L’Autore, che molto si è impegnato nel mettere così mirabilmente le parole giuste, faticherà a staccarsi dal libro e dal suo alter ego Ignazio» dice il giornalista ed editore Tino Bino.

«Si arriva alla fine dei suoi racconti realizzando che in quel che si è letto, oltre che ciò che si è capito, c’è molto ancora da capire» aggiunge, passando in rassegna alcuni tra i più grandi narratori moderni anglosassoni,  come Salinger e la Rowling. 

«In questo libro, si riconosce una singolare scoperta e la valorizzazione della fragilità che, paradossalmente diventa un valore forte» è l’arguta conclusione.

«Io non vorrei mai congedare ciò che sto scrivendo, e non lo lascerei andare, se non ci fosse un editore impaziente di strapparmelo» conferma Raspanti.

«E questo libro in particolare è inquieto, liquido, simile a quella torrida e afosa contr’ora che ha citato all’inizio Tedeschi. Un intervallo di tempo in cui altro non si può fare se non un nulla… pieno di straordinari contenuti».

A scandire l’evento le letture scelte, di cui si fa carico la voce profonda e ben modulata di Bruno Noris.

Qui, però, finisce solo la prima metà di questo articolo.

Perché resta ancora da riferire della splendida “personale”  del Maestro Carlo Pescatore, i cui straordinari quadri erano esposti sulle pareti della sala.

 

Nato a Brescia nel 1932, insegna Tecnica dell’incisione calcografica all’Accademia di Belle Arti di Santa Giulia. La sua pittura è caratterizzata da cicli all’interno dei quali viene sviluppato il tema della ricerca figurativa, non disgiunta da ricerche formali collegati a movimenti artistici e alle esperienze della modernità e della contemporaneità.

Nell’opuscolo di presentazione della mostra intitolata “Furtivi sguardi su dipinte tele”, arricchito da un  racconto scritto dallo stesso artista e tratto dalla raccolta “È tutta colpa di Modì” (Serra Tarantola 2014), Massimo Tedeschi scrive:

«… Pescatori è, tra le molte cose, una delle memorie più lucide del Novecento artistico bresciano: un figlio d’arte, visto che il papà Mario è stato –nella propria epoca-  il più grande restauratore di affreschi nella Provincia»

Insomma un riuscitissimo connubio tra pittura e letteratura, in un ambiente elegante quanto accogliente. Spero che a Brescia, come altrove, se ne ripetano tanti così.

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    Bonera.2

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Goodmorning Brescia (87) – Renato Borsoni, factotum teatrale dell’Eccellenza

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Nato nel 1926 a Santa Maria Nuova, nelle Marche, arrivò a Brescia diciassettenne, al seguito del padre professore, nominato preside. Uno di quegli uomini della serie “Larger than life”, che non accettano confini alla propria attività creativa.

Attore, regista, autore, scenografo, giornalista ed editore, ha fatto del teatro il suo impegno più grande. Ma anche la pittura e la grafica, la pubblicità, l’editoria e il giornalismo.

A Brescia ha vissuto per più di settant’anni, arricchendo la città con la propria presenza e attività e costituendone, fino all’ultimo respiro, uno dei più importanti punti di riferimento culturale.

Renato Borsoni, insieme a Mina Mezzadri, fondò nel 1961 la Compagnia della Loggetta. Dal 1975 al 1988 ricoprì, con grande e costante apertura all’innovazione e alla sperimentazione (e con indomito coraggio), la carica di Direttore artistico del CTB – Centro Teatrale Bresciano.

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Per ricordarlo, a un anno di distanza dalla sua scomparsa, si è tenuto ieri mattina al Teatro Sancarlino di Brescia (via Giacomo Matteotti, 6) il convegno intitolato “Renato Borsoni. Uomo di teatro”  che ha dato voce ad alcuni di coloro che ebbero occasione di affiancarlo nel corso del lungo percorso bresciano.

Soprattutto un tributo alla sua straordinaria capacità di scoprire e valorizzare nuovi talenti della scena – uno su tutti, Massimo Castri

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A introdurre l’evento, con la consueta competenza e affabilità, unite a una spiccata capacità di gestione dei tempi,  il giornalista e Presidente dell’AAB Massimo Tedeschi.

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Il vice sindaco Laura Castelletti rivendica i risultati ottenuti dall’attuale giunta sia in tema di offerta di spettacoli che di crescita culturale.

«La nostra attività rappresenta, non solo idealmente la prosecuzione dell’incisiva azione di borsoni che contribuì alla unione tra Comune e Provincia, portando alla nascita del CTB di, in seguito alla creazione della fondazione teatro Grande. Le doti principali di Renato Borsoni, a mio avviso, furono la perseveranza e la capacità di guardare più lontano degli altri».

 

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«Purtroppo non ho mai avuto occasione di incontrare di persona Renato Borsoni, una delle persone più coraggiose brillanti del teatro italiano» esordisce Camilla Malesani Vivarini.

«Lui e Mina Mezzadri riuscirono a creare dal nulla un’offerta totale che io amo definire “di lotta e di governo”: intendendo per “governo” un’offerta per Teatrale di grande spessore, e per “lotta” una gestione della stessa mai tranquilla, magmatica, persino rivoluzionaria. A volte anche molto contestata, devo dire. Esattamente ciò che continua a fare ogni anno il CTB, insomma».

Conclude l’intervento illustrando alcune delle prossime iniziative del CTB, come la digitalizzazione dei lavori dell’Ente e il riallestimento di opere allestite con successo attraverso produzione propria, non omettendo un appello agli imprenditori “di buona volontà” affinché, insieme agli attuali finanziatori pubblici, riprendano, come efficacemente fatto in passato, a sostenere con il loro contributo l’opera del Centro Teatrale Bresciano.

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«Renato sapeva sempre stupire e coinvolgere» racconta Gigi Cristoforetti oggi Direttore di Aterballetto-Fondazione Nazionale della Danza, già addetto stampa del CTB e curatore del volume Le stagioni del teatro sulla storia della Loggetta e del CTB.

«Di lui ho sempre apprezzato moltissimo l’essere sempre all’avanguardia. È stato l’uomo di progresso, non di conciliazione un pendolo in continua azione tra tradizione e rottura, anche dura. Nel primo periodo della loggetta contribuì prima a preparare e poi a diffondere il messaggio del 68 con l’obbedienza non è +1 virtù si guadagnò quattro denunce che, lungi dal dissuaderlo costituirono per lui, invece un’esperienza galvanizzante»

 

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Per cominciare il suo intervento, invece, Tino Bino (Presidente del CTB dalla sua fondazione sino al 1988) sceglie una parabola zen. Poi passa ai ricordi.

«La cosa più bella che mi è accaduto nei quattordici anni in cui sono stato presidente del CTB» dice, «è stato quando dopo i canoni sessanta giorni di prove Renato Bolzoni mi diceva: “Puoi venire. Siamo pronti”. Renato era uno che non temeva le polemiche e gli scandali, ma poi toccava a me ricomporre, nella mia veste di Presidente».

Esplicita poi chiaramente quale sia la sua posizione in proposito.

«Il solo potere di un politico che si occupa di cultura è quello di garantire la libertà di cultura. Raggiungere l’eccellenza passa per lo sfidare la città, o meglio, costringerla confrontarsi con il mondo e Renato questo fece creando un’eccellenza teatrale».

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L’intervento di Monica Conti, invece, è mirato più sulla analisi dei rapporti personali intercorsi con Renato Borsoni, sulle tappe della sua amicizia (intrecciata a un percorso artistico congiuntamente realizzato con Mina Mezzadri e Massimo Castri.

«Conobbi Renato Borsoni nel 1984, appena uscita dalla scuola del piccolo di Milano. Per me Renato è stato rimarrà sempre un grande direttore artistico un capo di straordinaria efficienza mi ha fatto subito entrare a pieno titolo, insegnandomi la forza creativa della bellezza».

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Nanni Garella, attore e regista, racconterà com’era “Lavorare con Renato”, nel segno di un sodalizio artistico e umano che ha portato alla realizzazione di alcuni memorabili spettacoli come Elettra, Ricorda con Rabbia, I masnadieri, Agamennone, prodotti dal CTB tra il 1982 e il 1988. Inventore di teatro, anzi di teatri pubblici dal basso, cioè direttamente dalla società, con influenza non solo su Brescia ma in tutta Italia. Consigli non invasivi ma sempre creativi Vedeva lontano. Fu difensore strenuo dell’autonomia dell’artista.
Renato ha immediatamente compreso la mia triplice identità (irrisolta) di autore, regista e attore. Ha accettato e valorizzato la mia libertà di scegliere, di pensare, d’inventare nuovi linguaggi. È stato autentico i
nventore di teatro, anzi di teatri pubblici: dal basso, però, cioè direttamente dalla società, con influenza non solo su Brescia ma in tutta Italia. Prodigo di consigli non invasivi ma sempre creativi. Uno che vedeva lontano, strenuo difensore dell’autonomia dell’artista. 

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Ad arricchire l’interessantissima mattinata, le letture di Luca Borsoni (foto di sinistra -nipote di tanto nonno) e di Paolo Bessegato (foto di destra), che ha reso in modo limpido e suggestivo  alcune pagine tratte dall’autobiografia di Renato Borsoni Fiezze scomposte, edito da LaQuadra.

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