Brescia, Città del Teatro (3) – Chiara Pizzatti: una schiacciata in palcoscenico

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Alterna il Teatro con il campo da volley (o viceversa), sempre impegnata a esprimersi al meglio, attraverso quel controllo del corpo e della mente che, in entrambe le attività, rappresenta il massimo fattore di successo.

Insomma, se qualcuno volesse davvero tirare un tiro mancino a Chiara Pizzatti , la metterebbe davanti all’obbligo di scegliere tra lo sport e la recitazione.

Non occupandomi né di pallavolo, né di altre discipline agonistiche che contemplino o meno l’utilizzo giocoso di una palla, è proprio sull’amato Teatro che le ho posto qualche domanda. Anche se, come avrete modo di vedere, in qualche modo anche il volley si è infiltrato lo stesso nella nostra conversazione…

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Via, si parte con l’intervista.

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Laureata alla Stars (il DAMS dell’Università Cattolica), molteplici esperienze, in ruoli diversi, con il CTB («Mytos», «Macelleria messicana», «Oh che bella guerra») e un ormai consolidato rapporto di collaborazione con il CUT (Centro Universitario Teatrale). Quanto lo ami, il Teatro? E quando e come è scatta la molla che ti ha portato a metterti alla prova sul palcoscenico?

Ho iniziato ad approcciarmi al teatro nei primi anni di liceo, grazie ad un laboratorio che offriva la mia scuola. Con gli anni la passione è cresciuta, assieme alla mia voglia di mettermi in gioco sempre di più. Il vero “colpo di fulmine”, tuttavia, è scattato durante la mia esperienza presso il CTB: poter vivere la realtà di un teatro stabile affiancando professionisti di altissimo livello mi ha fatta innamorare del tutto!

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Negli ultimi anni Brescia si sta rivelando, sempre più, una città assai ricettiva, sia al di qua che al di là del sipario, per quanto riguarda la pratica teatrale. Cosa pensi sarebbe possibile fare per favorire ancora di più questa crescita?

Credo che l’ideale sia partire proprio dalle scuole, far conoscere meglio il teatro ai giovani e giovanissimi, non solo come passivi spettatori ma anche e soprattutto come attori. Incentivare insomma la pratica teatrale tra studenti e docenti, far scoprire ai ragazzi il mondo teatrale che ad alcuni sembra così strano e così lontano…fargli capire tutto il fascino che questo mondo meraviglioso possiede e può trasmettere.

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Quali sono le tue personali “modalità d’ingaggio” nella scelta dei ruoli che ti viene richiesto d’interpretare? Quali le motivazioni che ti inducono ad accettare o a rifiutare una “parte”?

Mi ritengo una persona abbastanza versatile e di conseguenza non mi è mai capitato di rifiutare un ruolo. Sicuramente ci sono personaggi e testi con i quali mi sento più a mio agio, ma a mio avviso un attore deve poter essere in grado di affrontare qualsiasi tipo di ruolo (o quasi). Più una “parte” è lontana da noi, più interessante sarà la sfida…mettersi in gioco significa questo.

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Tra i vari “generi” che contraddistinguono la moderna drammaturgia, ce n’è uno per il quale ti senti più predisposta? E se la tua risposta è positiva, perché?

Come per i ruoli, anche per i generi non mi piace fare preferenze, anche se, da brava filologa, nutro una grandissima passione per la Commedia dell’Arte (che di moderno ha però ben poco…). Tutti i generi teatrali hanno qualcosa da raccontare e da trasmettere, credo che sia questo ciò che conta.

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C’è, nel panorama teatrale italiano, un’attrice alla quale, più che alle altre ti senti vicina e che ti ispira particolarmente nel tuo processo di crescita personale?

Nutro una grande ammirazione per la bravissima Elena Bucci. Ho avuto l’enorme fortuna di lavorare come assistente alla regia per lei e Marco Sgrosso: è un’attrice strepitosa, ma anche un’impareggiabile regista, è in grado di occuparsi di qualsiasi aspetto della messinscena, dalle musiche alle luci ai costumi, al testo…insomma, è una donna dalle infinite risorse e con un’energia incredibile. Non credo ce ne siano molte come lei nel panorama italiano… è sempre stata una fonte di ispirazione per la mia “vita teatrale”.

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Accanto a quella per la recitazione, so che nutri anche una forte passione sportiva. Ne vuoi parlare?

Ho sempre giocato a pallavolo e negli ultimi anni ho iniziato ad allenarmi anche a beach volley: è una passione che ha sempre affiancato quella per il teatro. Di fatto, lo sport e la recitazione hanno moltissime cose in comune, come la necessità di mantenere la concentrazione, di essere “sciolti” fisicamente e mentalmente e soprattutto il dover fare tanto allenamento…Da qualche anno sono anche diventata arbitro federale di pallavolo. È un mondo appassionante e voglio continuare a farne parte…finché il fisico regge!

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Cosa c’è nel prossimo futuro artistico di Chiara Pizzatti? E in quello più lontano? Puoi esprimere un desiderio, se vuoi…

Spero di continuare a poter collaborare con il Centro Universitario Teatrale, auspicandomi che possa diventare una realtà sempre più conosciuta e in crescita; allo stesso modo mi auguro di poter lavorare ancora con Maria Angela Sagona, una cara amica attrice e scrittrice con la quale ho trovato una grande sinergia artistica. Nel futuro più lontano c’è sicuramente una laurea: dopo la magistrale in filologia mi sono iscritta a psicologia e sono tuttora al terzo anno. Amo studiare e spero di non smettere mai! Di desideri ne ho tanti…ma li tengo per me, altrimenti rischiano di non avverarsi 😊

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Sì, chiudo così questo articolo: con uno dei sorrisi più belli dei bei sorrisi di Chiara Pizzatti e con una indiscreta anteprima: a primavera, insieme a Massimo Pedrotti,  con la regia di Mario Mirelli, Chiara vestirà i panni di un’onirica Marzia Savio, in una drammatica “proiezione” ai giorni d’oggi della sfortunata bambina che, nell’ormai lontano 1982,  fu rapita e uccisa in quel di Rivoltella del Garda.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, Città del Teatro (2) – Massimo Pedrotti: mezzo secolo da “attor giovane”

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Il Teatro mantiene giovani e… stravolge le regole della matematica.

Solo così, infatti, è possibile spiegare il paradosso di uno come Massimo Pedrotti, attore, che si mantiene perennemente entusiasta e scattante come un ventenne, pur recitando ormai da cinquant’anni.

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Nel tentativo di comprendere quale “sortilegio” sia alle origini di questo strano fenomeno, l’ho intervistato, e ciò che ne è venuto fuori, come avrete modo di leggere nel resoconto che segue del nostro colloquio, è solo ed esclusivamente che amare il Teatro non solo allunga la vita, ma (cosa ancora più singolare e interessante) permette di rimanere giovani assai a lungo.

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Massimo Pedrotti calca da parecchi anni le assi del palcoscenico. Vuoi raccontarci sinteticamente le tue principali esperienze?

Beh, effettivamente fanno più o meno cinquant’anni, quindi raccontarli sinteticamente non è molto semplice. Diciamo che ho cominciato quando ero quattordicenne, sotto la regia di Cesare Zanetti, il mio papà artistico: la pièce s’intitolava «L’oro matto» di Silvio Giovanninetti, quello è stato il mio debutto, dopo di che attraverso gli anni, l’esperienza con il “GAL Gruppo Artistico Lumezzanese”, poi un breve escursus con il “CUT Centro Universitario Teatrale La Stanza” e «L’uomo dal fiore in bocca» di L.Pirandello. Il mio ritorno al “GAL”, sempre con la regia magistrale di Cesare, e di nuovo Pirandello con «Sei personaggi in cerca d’autore», Diego Fabbri: «Processo a Gesù» che contò una trentina di repliche per poi arrivare a Beckett con «Aspettando Godot», dove interpretavo Vladimiro,  che venne replicato anche alla “Loggetta”. Dopo un periodo di “riposo” in occasione della nascita delle radio libere a cui ho partecipato attivamente, sempre con la regia di Cesare ho portato in scena «Il diario di Adamo & Eva», un libero adattamento di due racconti di M.Twain scritto da me; purtroppo, durante le repliche di questo lavoro, Cesare Zanetti venne a mancare lasciando un grande vuoto. Dopo un momento di sbandamento il “GAL” riprese poi, fortunatamente, a portare in scena altre opere fra le quali mi piace ricordare «Harvey» di Mary Chase nella quale interpretavo la parte che sul grande schermo fu di James Stewart. Abbandonato il “GAL” per divergenze di carattere artistico ho iniziato una nuova avventura con la Compagnia “Erminevo” con cui sto portando in scena «Un ora di tranquillità» e con altre compagnie fra le quali mi piace ricordare la compagnia di Gianni Calabrese con «Cena tra amici» di M. Delaporte e A.de la Patellière con Luisa Cacciola,Annamaria Perini, Gianni Calabrese e Valerio Busseni.

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Commedia o dramma? Se dovessi scegliere un solo genere, cosa faresti? E perché?

Commedia e dramma hanno entrambi il loro fascino interpretativo. La Commedia mi piace soprattutto quando si sorride, non mi piace certamente la commedia ridanciana. Il Dramma, soprattutto  se ben costruito e ben narrato è in testa alle mie preferenze, lo sento più vicino alle mie corde. Anche il Teatro della Parola, alla Paolini, per intenderci, è sicuramente fra i miei preferiti.

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Vittorio Gassman, Giorgio Albertazzi, Carmelo Bene, Dario Fo o Gigi Proietti?

I cinque mostri sacri – cinque del teatro italiano… mi piacerebbe assomigliare un poco ad ognuno di loro, anche se, a mio parere, in tutti loro c’è un difetto che è quello di fagocitare il personaggio, mentre il personaggio, sempre a mio modestissimo avviso, dovrebbe essere servito in toto svestendosi della propria personalità ed utilizzando se stessi solo come strumento per portarlo in scena.

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Si dice: «Molto meglio un rimorso che un rimpianto»… a costo di sembrarti indiscreto ti chiedo (limitandomi alla tua storia di attore) di ricordarmi un episodio sia della prima che della seconda specie.

Rimorsi no, nessuno. Rimpianto forse quello, inevitabile per la mia generazione, di non essere andato a Milano a studiare recitazione: era l’unica possibilità per progredire, non c’erano alternative come invece ora, quando solo a Brescia, solo per fare un esempio, ci sono almeno una decina di scuole di Teatro di buono e medio livello. Se non ho potuto studiare la tecnica nelle sedi competenti, la colpa è solo mia in quanto la mia famiglia non mi aveva precluso questa possibilità. Se il sentimento c’è, il talento non sta a me giudicarlo, non avere affinato fino in fondo la tecnica, resta l’unico, grande rimpianto.

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Cosa rappresenta “recitare” nella tua vita di tutti i giorni?

Questa è indubbiamente una bella domanda e merita una risposta meditata e sentita, anche se coincisa: “recitare” è la parte più importante della mia vita personale. “Recitare” è la mia psicoterapia personale, è quello che mi permette di scaricare le tensioni quotidiane, di essere Dottor Jeckill e Mr. Hyde, insomma di essere quello che non sono nella vita di tutti i giorni, ma che è latente dentro di me.

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Se dovessi suggerire a un giovane che solo adesso comincia a intraprendere la via dello spettacolo, anche sulla base delle tue esperienze personali, quali sarebbero i primi consigli che ti sentiresti di rivolgergli? Quali errori lo inviteresti a non ripetere?

Visto che quando ho iniziato io l’unica soluzione per avere una preparazione tecnica era andare a Milano, posso solo consigliare di cercare di prepararsi tecnicamente e di studiare moltissimo dalla dizione, alle tecniche di recitazione, alla mimica che se unite al talento possono dare i risultati desiderati. Consiglierei di non lasciarsi affascinare da proposte troppo esaltanti, ma di verificare che ci sia qualcosa oltre e non solo promesse, ma, nello stesso tempo, non lasciarsi sfuggire le occasioni, insomma fare affidamento un po’ al cosiddetto fattore “c“.

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Cosa c’è nel prossimo futuro artistico di Massimo Pedrotti?

Per il futuro ho in cantiere delle riprese di lavori fatti sia con la Compagnia Erminevo sia con il Collettivo Zazie di Biagio Vinella. Ma soprattutto il lavoro che stiamo preparando con l’amico regista Mario Mirelli e la bravissima Chiara Pizzatti, lavoro scritto dall’amico Patrizio Pacioni romanaccio verace, ma bresciano d’adozione, vincitore di molti premi letterari anche in campo teatrale: un dramma imperniato su di un tragico fatto avvenuto trentasei anni or sono in provincia e precisamente a Rivoltella del Garda. È  un lavoro, a mio giudizio, scritto molto bene e che potrà avere grande presa sul pubblico, sperando di essere all’altezza per rendere tutte le sfumature richieste dal personaggio. Se poi i lettori che hanno avuto la bontà di leggere questa intervista fino qui ne vogliono sapere di più… l’appuntamento è in Teatro.

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Ecco, mi piace chiudere così, con l’immagine suggestiva di Massimo Pedrotti, che in «Marzia e il Salumiere» interpreterà il personaggio più inquietante, ripreso accanto al drammaturgo che ne è l’autore, Patrizio Pacioni.

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Brescia, Città del Teatro (1) – Mario Mirelli, in bilico tra recitazione e regia

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Del movimento teatrale bresciano il prestigioso CTB è la punta dell’iceberg, ma sotto la superficie c’è anche molto altro.

Da qualche anno a questa parte (e si tratta di un trend in continuo crescendo) nella città della Leonessa sia la fruizione da parte del pubblico che la pratica attoriale si vanno diffondendo con grande vivacità e consolidando nel tessuto culturale e sociale.

Per analizzare più da vicino e più in concreto questo singolare fenomeno, parte con questo post una serie di interviste a chi nel Teatro, a diverso titolo, si muove e opera.

Cominciamo da Mario Mirelli, napoletano di nascita, a Brescia da trentacinque anni, impegnato nel duplice ruolo di insegnante e di attore e regista, lampante esempio di come, nella stessa persona, possano unirsi e felicemente convivere la fantasia solare del meridione e la razionale, concreta e meticolosa applicazione che, dicono, sia tra le attitudini più rimarchevoli dei nativi del bresciano.

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Mario Mirelli e il Teatro, in una lunga e appassionata “relazione complicata”, come alcuni sono soliti scrivere su Facebook. Più attore o più regista?

La dimensione attoriale è senza dubbio quella che mi è congeniale.  Mi sono avvicinato al teatro perché sentivo che dominare lo spazio scenico, diventare altro da me stesso per un’ora o due, era una magia che non potevo vivere in altro modo. Le esperienze registiche sono un di più che faccio con passione e dedizione ma che non cerco ad ogni costo.

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Nella tua storia artistica ti sei sovente ritrovato a rielaborare e rappresentare in teatro testi di autori per così dire “individualisti”, come Giorgio Gaber. Cosa ha dettato questa scelta?

Non credo che Gaber fosse un individualista, nel senso di chi mette in secondo piano la collettività rispetto all’individuo. In fondo era lui che diceva  “la libertà è partecipazione”, no? Piuttosto Gaber era convinto, come lo sono io, che c’è bisogno di rifondare la nostra società con un “umanesimo nuovo”  che riparta dall’individuo come persona. Per rispondere alla tua domanda, posso dirti che il fatto che il teatro non sia il mio lavoro principale mi regala un vantaggio: posso raccontare nei miei spettacoli ciò che mi va senza dover a tutti i costi seguire, per così dire, le richieste del mercato. Qualche anno fa, ad esempio, avevo appena finito di lavorare a spettacoli molto intensi ed impegnativi  e sentivo l’esigenza di dedicarmi a qualcosa di più leggero e divertente. Decisi di mettere in scena, adattandolo per il teatro, un testo di Maurizio De Giovanni: “Juve – Napoli 1-3“. Sentire il pubblico bresciano applaudire ad una sconfitta della Juve fu un’esperienza impagabile!

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E, ancora parlando di testi, qual è il tuo approccio alla drammaturgia da portare in scena?

La mia formazione teatrale risente molto del teatro antropologico, di conseguenza prima del testo per me c’è sempre l’attore, il suo modo di essere e di sentire, la sua esperienza nella vita e sul palcoscenico. Con il testo ho un rapporto di odio amore. Cerco di comprendere le motivazioni e il modo di vedere dell’autore, poi dilato gli aspetti che mi interessano di più, sorvolo su altri…insomma metto molto di me stesso nel lavoro, ma senza snaturare il testo. In fase di costruzione della messa in scena, do anche molta attenzione agli attori, al loro modo di sentire personaggi e situazioni.

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Qual è, in assoluto, il testo che, fino a questo momento, ti ha dato più soddisfazione portare in teatro, e perché?

Sicuramente l’adattamento di un bellissimo racconto di Erri De Luca: “Montedidio“. Quando lessi quel libro, una decina di anni fa, fu un colpo di fulmine: non avevo ancora letto l’ultima pagina che già avevo deciso di portarlo in scena. Eppure l’impresa non era priva di difficoltà, dovevo raccontare una storia dal punto di vista di un tredicenne e restare credibile. Una scommessa che credo d’aver vinto, almeno a giudicare dalle reazioni del pubblico.Perché “Montedidio“?  Perchè nella storia di quel ciabattino, che custodisce nella gobba un paio d’ali che gli serviranno per compiere il suo ultimo viaggio verso la Terra Promessa,  c’è tutto: mia madre, mio padre, la mia infanzia, i miei ricordi, Napoli, la vita, il sangue, il sesso, la morte, l’emancipazione…un racconto straordinario che ho interpretato con tutto me stesso.

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Alla luce dell’impegno che stai affrontando in questo momento, qual è la tua opinione sull’utilità e le prospettive del cosiddetto “Teatro d’Inchiesta”?

Non credo che “Marzia e il Salumiere” (è questo l’impegno al quale accennavi) sia classificabile esattamente come Teatro d’Inchiesta. È vero che l’autore del testo, un certo Patrizio Pacioni (ride), ha compiuto un mirabile lavoro di documentazione sul fatto di cronaca a cui è ispirato il testo, l’omicidio della piccola Marzia Savio, nel 1982 a Rivoltella del Garda; tuttavia il risultato finale è piuttosto un dramma onirico che va a toccare alcuni interessanti archetipi della psicologia e della narrazione, come il  rapporto vittima-carnefice, il lato oscuro che c’è in ognuno di noi, l’idea di vendetta, di giustizia superiore,  ecc. A mio parere è molto meglio che le inchieste le facciano giornalisti e inquirenti. Il teatro, più che fornire risposte, deve spiazzare il pubblico, inquietarlo, stupirlo, metterlo in una posizione scomoda, suscitargli mille domande.

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Se qualcuno dovesse chiederti “A cosa serve il Teatro?”, tu cosa risponderesti?

Non esiste una risposta univoca. Non penso che il teatro debba “servire” nel senso di “mettersi al servizio di”. Può fare anche quello. Mi piace, invece, pensare alla forma riflessiva di questo verbo: “servirsi”, nel senso di “accettare qualcosa che ti viene offerto”: “si serva pure” si usa dire in certe occasioni. Eduardo una volta disse:”teatro è una parola greca che significa ‘luogo per guardare’ ed è bello pensare che si possa anche intendere ‘guardare noi stessi’ “. Ecco, a me piace pensare che il teatro rappresenti un’ottima possibilità di guardarci dentro. E questo vale sia per l’attore che per il pubblico.

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Mario Mirelli e il Teatro, da qui a un anno. E poi? C’è un sogno che vorresti vedere realizzato?

Sono tante le idee che mi frullano in testa. Ho già scritto un testo su De André e le sue canzoni, un altro sulle migrazioni di oggi e di ieri ed è quasi pronto un mio monologo ispirato alla “Storia straordinaria di Peter Schlemihl” di Chamisso. Inoltre sto cercando il modo di portare in scena le fiabe di Giambattista Basile, che adoro. Ma il mio vero sogno nel cassetto è rimettere in scena Montedidio in presenza del suo autore, Erri De Luca. Magari prima o poi ci riuscirò.

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Nato a Napoli nel 1963 e trasferito a Brescia negli anni’ 80, Mario Mirelli si è formato soprattutto alla scuola teatrale del professor Gianluigi Vezoli che gli ha trasmesso  l’amore per un teatro impostato sulla ricerca espressiva.

Ha condotto diversi laboratori teatrali per adulti  (“Il nostro teatro”, “Il teatro dello stupore”, “Grammatica e fantasia del teatro”, “Scenario Rezzato”) basati, da un lato sull’improvvisazione e l’abbandono, dall’altro sullo sviluppo della concentrazione e dell’autocontrollo.

In qualità di conduttore di laboratori per bambini, ha lavorato con scolaresche di varie classi di scuola primaria di Brescia e provincia realizzando allestimenti di spettacoli originali, quali “Litigando s’impara” (2007) e adattamenti da testi classici e moderni come “La tempesta” di W. Shakespeare (2002), “Voglio imparare a volare, storie di bambini, gatti e gabbianelle” (2006), “I meravigliosi stranimali” (2006), “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” (2004).

Come attore ha collaborato con la Compagnia Primo Incontro di Brescia partecipando alla messa in scena di “La fortuna con l’effe maiuscola” (2003) e “A che servono questi quattrini” (2008) di A. Curcio; “Ditegli sempre di sì” (2005), “Natale in casa Cupiello “(2007) di Eduardo De Filippo; “Soldi da ridere” (2010) di Ray Cooney.

Ha curato la regia de “La notte della tosca” di Roberta Skerl (2015), “Il senatore Fox” di Luigi Lunari (2016), “Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca (2017 – recensito su queste pagine). Spinto dalla passione per il teatro di narrazione e di evocazione, ha realizzato e messo in scena (curandone anche la regia e l’adattamento teatrale) i seguenti monologhi: “Il Grigio” (2008) di Gaber e Luporini; “Mi fa male il mondo” (2010) di Gaber e Luporini; “Montedidio” (2011 e 2017) di Erri De Luca; “Juve – Napoli” (2016) di Maurizio De Giovanni; “Storia di Ismael che ha attraversato il mare” (2015) di Francesco D’Adamo; “Storia meravigliosa di luci, corpi ed ombre” (2018) di sua composizione. 

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Ex Libris (23) – Dalla Scozia con furore, tra delitti e misteri

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La vita di Tyron, solido ragazzo scozzese di buona  e tradizionale famiglia, studioso e assennato, è sconvolta da un fatto di sangue misterioso e drammatico. Il giovane ne esce senza danni immediati, ma il ricordo di quanto accaduto lo segnerà per la vita… e non sarà l’unica conseguenza. Al termine di un susseguirsi di drammatici colpi di scena, tra Glasgow, Cambridge, Londra, Parigi e Ginevra, ogni tassello dell’enigma troverà il suo posto.

In realtà, nellle circa centotrenta pagine del primo romanzo di Tito Gattoni, c’è davvero molto di più e molto di diverso. Cominciamo con i “generi” letterari che vengono toccati: il giallo, il mistery, l’horror, la spy-story e il thrilling, pur in una coerenza stilistica che richiama molto da vicino atmosfere e tempi da classico romanzo di avventura.

Una scrittura essenziale e pulita che si mantiene scorrevole e di piacevole lettura per tutta la durata del libro, benché non manchi, in più punti, un’accurata descrizione dei dettagli, sia quelli riferiti ai personaggi (numerosi e ben caratterizzati) che ai luoghi e agli ambienti in cui si dipana la vicenda.

Precisi e documentati gli interessanti riferimenti scientifici, sparsi tra le pagine del romanzo a piene mani.

Un plot ben congegnato e ben articolato che, grazie all’originalità della trama e al ritmo impresso alla narrativa, ben si presterebbe, a mio avviso, a una riduzione cinematografica o televisiva.

 

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  • Titolo: L’enigma di Tyron
  • Autore: Tito Gattoni
  • Editore: Liberedizioni
  • Data di Pubblicazione: 2017
  • Pagine:136
  • Prezzo:
  • EAN:9788898858989
  • ISBN:8898858981

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Il dr. Tito Gattoni è nato a Potenza il 27/03/46,  psichiatra, psicoterapeuta e criminologo, ha lavorato in strutture psichiatriche sia civili che giudiziarie, per oltre 30 anni, anche come  primario. Autore di una quindicina di pubblicazioni su argomenti psichiatrici e criminologici (una pubblicazione in una rivista americana),  è relatore di conferenze, che trattano argomenti psichiatrici, psicologici e sociali, in genere, in ambito pubblico e privato; ha frequentato corsi di trainig autogeno, ipnosi analitica immaginativa e psicoterapie brevi di tipo cognitivo-comportamentale ed analitico. Ha frequentato anche un corso di Omeopatia, presso la scuola S.i.M.O. di Milano e attualmente esercita attività come consulente tecnico di parte e libero professionista  presso ambulatori privati. Nel 2013 è stao docente al Master  Interdisciplinare di I livello “Mediazione Familiare”- presso l’Università Cattolica di Brescia. Nel 2016  la relazione “Impulsività e violenza incontrollata in grafologia” (al 30° Congresso Nazionale della Società ItalianCriminologia dal titolo “I perché del crimine”) poi pubblicata sulla rivista “Rassegna Italiana di Criminologia”. Nella 31^ edizione  della stessa manifestazione, dal titolo “Dalla parte delle vittime” ha presentato  il poster “Le scritture dei clochard, vittime delle metropoli”. Sempre per  Libere Edizioni ha pubblicato nel 2015 «Follia e criminalità – Narrazione di uno psichiatra presso l’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere» : il racconto in prima persona di un’esperienza unica, vissuta dallo psichiatra, a lungo operante presso la struttura.   ha presentato

“ Impulsività e violenza incontrollata in grafologia”, relazione tenuta al XXX Congresso Nazionale della Società Italiana di Criminologia “  I Perché del Crimine”- Firenze 24/26 ottobre 2016; pubblicazione nella Rassegna Italiana di Criminologia (pag. 62)

 

    Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (97) – C’è il sorriso di un Angelo, nel Parco di Rivoltella

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Ancora una volta, ma le volte son poche, affido la conduzione di questa rubrica a Patrizio Pacioni.

Leggendo l’articolo capirete perché.

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Oggi pomeriggio c’erano quattro generazioni, al parco giochi di via Albinoni, a Rivoltella del Garda.

Anziani, adulti, ragazzi e bambini.

Per la scopertura di una targa, nella ricorrenza di un giorno molto triste di trentasei anni fa: il ritrovamento del corpo della piccola Marzia Savio, rapita e brutalmente uccisa nel 1982.

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C’era il Sindaco di Desenzano, Guido Malinverno, che ricorda come quel piccolo parco fosse già intitolato alla bambina, ma che formalizzarlo, con una cerimonia ufficiale, assume un significato che va molto oltre la burocrazia.

Sì, è vero, e che questa riunione di popolo va molto al di là, lo dicono gli sguardi delle tante persone presenti, l’emozione che si respira nell’aria, il cordoglio ancora vivo negli occhi dei parenti più stretti e degli amici.

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È il segno di un amore e di un dolore profondi, che non si sono mi sopiti. Del ricordo accorato di tutta una comunità, che non vuole che la memoria s’interrompa e si confonda nell’oblio.

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«Tra me e Marzia passava solo una quarantina giorni» dice la cugina Giuliana Savio. Lo stesso cognome, la stessa età.

«Tante volte mi sono chiesta come sarebbe cresciuta lei, come si sarebbe sviluppata la sua esistenza, cosa avrebbe saputo fare e dare, quante cose avrebbe visto, se si sarebbe innamorata, sposata, se avrebbe avuto dei figlise le fosse stato permesso di vivere»

Le chiedo come fosse il carattere della cugina.

«Oh, Marzia era allegra, curiosa del mondo» mi risponde con un mesto sorriso, al ricordo.

«Vivace, assai più di me, che invece ero una bambina tranquilla».

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Viene scoperta la targa, sulla quale sono incise le belle parole scritte da Mirco Maltauro, destinata a restare lì, a lungo.

Come il ricordo di Marzia Savio nei cuori dei suoi cari e dei suoi concittadini.

E non solo nei loro.

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Categorie: Giorni d'oggi.