Umberto Gagliano: guardare al passato per costruire il futuro

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Ho incontrato Umberto Gagliano in Sicilia, qualche settimana fa.

Mi ero già reso conto, osservando le sue illustrazioni diffuse in rete, di quali fossero le potenzialità della “matita”, ma ero curioso di capire anche a chi realmente appartenesse la mano che l’impugnava.

Ne è uscita fuori l’intervista, al tempo stesso rilassata e vivace, riportata più sotto.

 

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So che hai sempre avuto un’autentica passione per il fumetto e che il tuo impegno professionale è arrivato solo nella maturità della Tua vita. Qual è, sempre che ci sia, la scintilla che ti ha portato a intraprendere professionalmente quel che fino a poco prima era solo un hobby, o meglio, una grande passione ma riservata solo a Te stesso?

Nel corso della mia vita ho sempre dipinto in acrilico su tela, in pieno stile Popart, i personaggi che ammiravo da giovane sulle pagine dei fumetti degli anni 70 editi dalla Editoriale Corno, oltre a ritratti e quant’altro: troppo materiale che a un certo punto della mia vita non poteva più essere rilegato in cantina, complice la mia spiccata pigrizia. La vera scintilla credo sia attribuibile in realtà alla maggiore determinazione con cui mia moglie Manuela mi ha incoraggiato a uscire fuori dal guscio, cogliendo così l’occasione per approfittare delle tante opportunità che sono offerte ai nostri giorni, molto più che in passato.

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Vedendo le cose che hai disegnato che sono presenti nel web mi sono reso conto che hai una autentica passione per le riproduzioni delle cover e delle prime pagine di grandi comics del passato. Cosa rappresenta per te questa tipologia di impegno artistico? Cosa pensi che possa aggiungere una semplice (per quanto perfetta) riproduzione di tavole che già sono state disegnate? Non è un po’ come se qua un pittore si impegnasse solo a ridipingere capolavori come “La Gioconda” di Leonardo, “Il bacio”di Ayes, “I girasoli” di Van Gogh o altri capolavori del genere?

In realtà mi trovo spesso impegnato in commission di ogni genere, richieste che provo a raffigurare nello stile fumettistico tipico degli anni ‘70 e la cosa mi diverte tanto. Per esempio mi capitano persone che vorrebbero vedere i propri figli dipinti con indumenti da super eroi nel bel mezzo di una scena di azione tra Spiderman e Green Goblin tra la folla in preda al panico. Nel riprodurre le cover invece mi tengo in allenamento e nel frattempo realizzo qualcosa che mi piace personalmente. Credo che la cover e la prima pagina di un fumetto rappresentino quanto di più bello ed elettrizzante ci sia nei comics.

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Quali tecniche di disegno preferisci utilizzare? E perché?

Non ho dubbi, acrilico, acrilico e ancora acrilico nel rispetto della più tyradizionale e tipica Popart. Mi piace molto utilizzare colori di non facile reperibilità. Li producono in Spagna a Valencia, sono a base di latex e donano all’opera un effetto stampa luminoso e plastico. L’azienda è storica e vanta clienti eccezionali come Salvador Dalì. Lo studio e la ricerca dei colori rappresentano per me la riuscita del 50% dell’opera.

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La tua abilità tecnica ormai non ha bisogno di ulteriori conferme. Adesso, però, non è arrivato il momento di impegnarsi nella costruzione di una narrazione?

Perché no? Mi piace, per esempio, l’idea di realizzare una storia a fumetti in perfetto stile Marvel anni 70, come dire «Hey, ragazzi! Eccoci, siamo tornati: vi piacciamo ancora?». È un’operazione che qualcuno deve pur portare avanti, se non si vuole che tutta quella (bella) roba muoia nel dimenticatoio.

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Da qualche anno a questa parte sei un assiduo espositore in fiere di settore dedicate particolarmente al fumetto. Puoi dirci che cosa pensi di trarre dal contatto con il pubblico e quale valore aggiunto ci sia nella concentrazione in un solo luogo e in una sola giornata di disegnatori, autori, sceneggiatori, inchiostratori, ma anche di editori e semplici appassionati dei comics?

È ormai ampiamente assodato che ogni fiera rappresenta una ghiotta occasione per proficui scambi d’idee e per un aggiornamento artistico non indifferente: ci si confronta e ci si espone maggiormente a un pubblico ben selezionato ed attento. Le fiere per me sono una fucina di opportunità che poi si concretizzano in tempi più lunghi. Le tele che produco io richiedono per la realizzazione un certo periodo di tempo, quindi pur se non ti accaparri quello che espongo al momento, magari più in là, a mente serena, definirai con maggior precisione cosa desideri veramente e, a quel punto. Si lavorerà insieme su un progetto chiaro e specifico.

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A questo proposito è comune impressione che le manifestazioni collaterali,  dall’imitazione dei personaggi  ai tornei di carte, stiano finendo per avere la prevalenza su quella che era una volta la natura principale delle fiere di settore?

Sono d’accordo, sicuramente le fiere esclusive del fumetto sono molto più utili alla “causa” ma è anche vero che alcune Fiere come Lucca, Roma, Napoli e chiaramente la mia amata Etnacomics non sarebbero mai entrate negli standard delle grandi Fiere americane senza la presenza del Cosplay , dei Videogames di Youtubers e di tutte le altre attività connesse.

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Ho appreso  da fonti sicure che nei mesi scorsi ci sono stati intensi e ripetuti contatti tra te e Patrizio Pacioni. Non è un segreto, tra l’altro, che tu abbia realizzato anche qualche tavola di prova ispirata al mondo di Monteselva. La saggezza popolare dice che dove c’è fumo c’è anche fuoco. Dunque? C’è per caso qualche incendio in arrivo?

Patrizio è persona molto affine al mio modo di pensare e osservare, mi piace molto come descrive i personaggi, gli ambienti. Io con il mio temperamento e la capacità di tradurre idee in immagini, lui con il suo enorme potenziale creativo e narrativo, costituiremmo un tandem davvero interessante: in più c’è mia moglie Manuela, che mi spinge a intraprendere nuovi percorsi artistici e ad accettare sfide sempre più complesse e difficili, dunque…  Ecco, potremmo diventare talmente esplosivi che, dovesse concretizzarsi una collaborazione, sarà qualcosa di talmente incendiario ed esplosivo da consigliare di tenere all’erta anche i pomieri.

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Ecco.

Credo che, arrivati a questo punto, non resta che attendere quale sarà la direzione che prenderà la sua evoluzione artistico-espressiva e, soprattutto, se l’ipotesi di una collaborazione tra il disegnatore catanese e Patrizio Pacioni, porterà davvero alla nascita di un progetto comune.

Questo, però, come cantava Lucio Battisti, «lo sapremo solo vivendo».

   Umberto Gagliano

Dice di sé:

«Nasco a Catania il 22 Settembre del 1970. Passo la mia infanzia a disegnare su carta, con matite e pennarelli carioca, i personaggi dei cartoni che trasmettono in TV; Supergulp, Superman, Asterix e tanti altri. Poi arrivano i giapponesi, Goldrake, Jeeg robot, Mazinga e Mazinga Z che danno sfoggio di bellissime anatomie del corpo umano, i personaggi assumono pose tiratissime e tesissime regalandomi un sacco di spunti per perfezionare sempre di più quello che scopiazzavo anche per non restare a bocca asciutta visto che allora la TV non trasmetteva ininterrottamente i cartoni come invece accade oggi e forse era un bene. All’età di sette anni  mio padre mi compra un fumetto della editoriale corno, L’Uomo Ragno Gigante, il numero 14 illustrato da Steve Ditko. Mi beccai la serie cronologica proprio nel punto in cui Steve Ditko passava il testimone a John Romita Senior e da allora smisi di affezzionarmi al super eroe in particolare ma incominciai a inseguire John Romita laddove dava sfoggio della sua arte. Non mi importava più chi fosse l’eroe; l’uomo Ragno, Devil , I Fantastici 4 o Capitan America, per me il vero eroe era John Romita. Adoro anche Jack Kirby, ma John Romita resterà per sempre il mio preferito. All’età di 14 anni subisco un “trauma”, mi ritiro a casa dalla scuola, mi siedo a tavola e finito di pranzare passo in camera mia e cosa vedo? A questo punto chiunque può immaginare una sorpresa, che so io, un megaposter sulla parete, Un libro di fumetti rilegato di quel tempo e invece no. La sorpresa consiste nel fatto che tutti i fumetti che avevo accumulato in quegli anni sono spariti, buttati nella pattumiera, per la prima volta ho pensato che Peter Parker non era poi tanto sfigato. Ma fu un bene, ringrazio ancora mia madre per averlo fatto perchè così ha fatto in modo che non smettessi mai più di dare importanza a questi fumetti, tant’e’ che ancora oggi li compro, li vendo e non è tanto per una questione di farci soldi ma per il puro gusto di trattarli e condividerli, e non solo la serie cronologica Gigante che in fondo era una raccolta, ma tutte le cronologie numero per numero, comprese le copie americane originali della Marvel. Crescendo di età ma lasciando inalterati gli interessi ho cominciato a disegnare non più con la matita, ma usando i pennelli e non più su carta ma su tela, e non più con i pennarelli carioca ma con gli acrilici indovinate che cosa? I soggetti di John Romita ovviamente, perchè non mi bastava vedere quei quadratini piccoli sulle pagine dei fumetti, ho pensato che tanta arte in quelle dimensioni era troppo ridotta, più grandi sono le dimensioni e piu’ bello è il risultato. Le copertine degli originali americani poi sono il massimo. Certo, mi capita che qualcuno mi chiede un ritratto o qualche tela della Disney per la cameretta dei bambini, ma chi mi chiede una tela in puro stile Marvel….mi rende felice» (altro…)

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Mioddio, My-day, ma dai… MEDEA!

   La tragedia di Euripide 
La tragedia greca (scritta da Euripide per le Grandi Dionisie del 431 a.C. e considerata una delle più significative tragedie classiche) comincia con la vecchia Nutrice che riassume quanto accaduto… nelle puntate precedenti: dopo la conquista del vello d’oro nella Colchide (narrata ne «Gli Argonauti» di Apollonio Rodio), Medea e Giasone si trasferiscono a Corinto, insieme ai due figli. Dopo qualche anno di convivenza, però, Giasone (eroe stanco e imbolsito in cui affiorano bassezza e meschinità da uomo qualunque) decide di ripudiare Medea per convolare a nozze con Glauce, non solo più giovane e fresca di sua moglie, ma anche (e non è cosa di poca importanza) figlia di Creonte, re di Corinto: una condizione che, da sola, potrà consentire a Giasone di salire al trono.
Medea, però, non è donna che possa tollerare di ricevere, da un uomo al quale ha donato tutto il proprio amore e la propria passione, ma che si è rivelato meschino, decidendo di ripudiarla per la “carriera”: lo dice il suo stesso nome, che, derivando dal verbo medèomai (curare attraverso erbe e pozioni magiche), indica la sua natura di “maga, strega”. Non per nulla, qualora non lo ricordaste, era stata lei a preparare il filtro servito per narcotizzare il drago posto a guardia del mitico Vello d’Oro, lei a tradire suo padre e a uccidere il fratello per poter seguire Giasone. Medea è la passione barbara, ferina; Medea è la rabbia che non si placa se non con la vendetta; Medea è la minaccia che viene da lontano, è la creatura aliena capace di amare e di odiare fino all’autodistruzione. Inutili, dunque, i tentativi di Giasone di far accettare alla moglie la sua decisione. Inutile la precauzione adotatta dal re Creonte che, temendo il peggio, decreta l’immediato esilio della donna. Ottenuto con una scusa il rinvio della partenza, sia pure per un solo giorno, Medea  fa pervenire alla rivale Glauce, come dono nuziale, un mantello intriso di potentissimo veleno. La giovane figlia del Re lo indossa, morendo tra atroci dolori.
Poi l’incontenibile ira di Medea si abbatte anche sui figli.

    Lo spettacolo 

Dunque, come già detto, a oltre vent’anni di distanza dalla rivoluzionaria direzione di Luca Ronconi nel 1996,  con il riallestimento e la rivisitazione effettuati per l’occasione da Daniele Salvo, Franco Branciaroli rende omaggio al Maestro scomparso nel 2015, tornando a vestire i panni della selvaggia Medea nella nuova edizione di una vera e propria gemma e di un solido punto di riferimento della storia del Teatro contemporaneo italiano.

Il Male, il Bene, Dio e Satana, sono entità sprovviste di identità sessuale, comprendendole in sé tutte. Così come l’amore, l’odio, la speranza, la disperazione… e la minaccia di ciò che è alieno, in cui, amava dire Ronconi,  «si può identificare senza tema di sbagliare, il personaggio di Medea»..

     

  

 (foto di scena scattate da Umberto Favretto ph) 

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Su uno schermo è proiettata l’immagine di un cuore che palpita, nudo e sanguinante, sotto i ferri del chirurgo.

Sull’altro, un paesaggio spoglio, quasi desertico.

E il canto straziato e straziante di una donna che erompe dal mare Mediterraneo, non importa da quale sponda, cristiana o musulmana, tanto il sale nell’acqua ha lo stesso dosaggio.

È così che comincia a Medea di Ronconi e di Branciaroli, un’autentica celebrazione liturgica, officiata sulle assi del palcoscenico che, fin dall’inizio, preannuncia sacrifici umani., autentici o mistici, solo questo è da scoprire. sia gli uni che gli altri, in realtà, al tirare delle somme.

E di Medea, all’inizio, si ode solo la voce fuori-scena: lamentosa, malmostosa, sgradevole quanto può esserlo il lamento di qualcuno che non siamo noi.

Poi comincia il gioco sottile e complesso al tempo stesso delle tante contaminazioni che intarsiano la narrazione.

Euripide è sempre presente in scena, certo, eccome, ma sembra tirarsi in disparte, a volte,  di fronte agli aspirapolvere manovrati dalle donne del coro, a un lettino da ginecologo con tanto di paradosso di uomo incinto, alle rivisitazioni di melodie che occhieggiano, neppure troppo discretamente, a Battisti e ai Procol Harum, alle divise dei soldati del Re agghindati come picciotti di Cosa Nostra.

L’antica Grecia allarga i suoi confini fino a sovrapporli a quelli dell’Europa, dell’intero Occidente, con il Potere che cala dall’alto scendendo con maestoso impaccio i gradini di una scala che fa bella mostra di sé al lato del palcoscenico: ingloba nella rabbia ferina di Medea il fermento degli sradicati, per forza o per scelta, dal territorio, dalle tradizioni, dalla propria religione, fate voi.

E finalmente eccolo, Branciaroli, maestro del gesto, della voce (anzi, delle voci) e della presenza scenica, capace di assommare alla propria arte le parti più significative della funambolica recitazione che fu patrimonio di Carmelo Bene.

Incombe sul pubblico, lo strega, ispira tutti gli altri attori senza mai prevaricare, indirizza tempi, ritmi e atmosfere anche quando non è in scena.

Nella sontuosa sceneggiatura di Ronconi tutto è fedele al testo classico, tutto lo tradisce. A cominciare dal coro, che prima blandisce la sete di vendetta della barbara tradita, la esalta, poi, ma solo quando ormai è troppo tardi, spaventato, cerca timidamente di moderarla.

L’umiliazione, il rancore, soprattutto la rabbia cieca e animale che “chi sta sopra” cerca invano di tenere sotto controllo.

«Ti sarebbe bastato adattarti senza recalcitrare alle decisioni  che qualcun altro ha preso per te» ricorda alla moglie, che ha ferito mortalmente, Giasone, l’eroe-cialtrone, con il meschino buonsenso dei vigliacchi.

Sul finire, non casualmente si abbassano le luci sul palcoscenico, così come, rapidamente, si va spegnendo il lume della ragione: Medea teme e soffre lei per prima l’atrocità di ciò che sta per compiere, ma dice a se stessa, come capita a ciascuno, almeno una volta nella vita, che «la passione sa essere più forte della ragione».

La prima parte della strage è compiuta, ancora più atroce nella narrazione a cose fatte che ne fa il precettore, sconvolto da tanto sangue e tanta violenza.

Quanto alla seconda, ancora più atroce, l’uccisione dei propri figli s’intravede dietro uno schermo, con richiami non troppo nascosti a quelli della finestra dell’hitchcockiano “Psycho” dietro cui si celava la doppia personalità del folle Norma Bates. Nel dramma lacerante di Medea si riassume e si sublime quello di quelle mamme assassine di cui sono disseminate le contemporanee cronache di nera.

Si conclude, dopo la chiusura del sipario, con una ripetuta e convintissima chiamata in scena degli attori a suon di applausi.

E con una nota che, per sdrammatizzare un po’ (e credete, non è così facile nella recensione della madre di tutte le tragedie e nella tragedia di molte madri):

IN QUESTO SPETTACOLO NON SONO STATI MALTRATTATI BAMBINI

Chi assisterà a questa sorprendente e stimolante rappresentazione…. capirà.

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   Il Mattatore 

«Mi raccomando, il pubblico deve ricordarsi sempre, per tutto il corso dello spettacolo, che Medea è un uomo» affermò Branciaroli nel ’97, alla vigilia della rappresentazione romana della tragedia di Euripide (Teatro Quirino).

«Che ci sono io, coi bicipiti un po’ da camionista, dentro la parte. Voglio dire che quelli che stanno in sala non devono farsi fregare dalle convenzioni, come invece succede al coro di Euripide, che qui non può accorgersene e che, naturalmente, crede di avere a che fare con il personaggio vero, la donna tragica di Euripide»

«Io non interpreto una donna, sono nei panni di un uomo che recita una parte femminile, è molto diverso. Medea è un mito: rappresenta la ferocia della forza distruttrice» fa presente oggi.

«Lei è un essere smisurato, che usa un potere sinistro, usando la femminilità come maschera, per commettere una serie mostruosa di delitti: non è un caso che la prima a cadere sia una donna, la regina, la nuova sposa di Giasone»

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MEDEA di Euripide  (traduzione Umberto Albini) regia di Luca Ronconi ripresa da Daniele Salvo scene Francesco Calcagnini riprese da Antonella Conte Costumi di Jacques Reynaud ripresi da Gianluca Sbicca luci di Sergio Rossi riprese da Cesare Agoni con: Antonio Zanoletti, Alfonso Veneroso, Tommaso Cardarelli, Livio Remuzzi, Elena Polic Greco, Elisabetta Scarano, Serena Mattace Raso, Arianna di Stefano, Francesca Maria, Odette Piscitelli e Alessandra Salamida, Raffaele Bisegna e Matteo Bisegna produzione CTB Centro Teatrale Bresciano – Teatro de Gli Incamminati – Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa

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dal 9 al 21 maggio al Teatro Sociale di Brescia.

 

 

  GuittoMatto

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