Brescia, Città del Teatro (1) – Mario Mirelli, in bilico tra recitazione e regia

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Del movimento teatrale bresciano il prestigioso CTB è la punta dell’iceberg, ma sotto la superficie c’è anche molto altro.

Da qualche anno a questa parte (e si tratta di un trend in continuo crescendo) nella città della Leonessa sia la fruizione da parte del pubblico che la pratica attoriale si vanno diffondendo con grande vivacità e consolidando nel tessuto culturale e sociale.

Per analizzare più da vicino e più in concreto questo singolare fenomeno, parte con questo post una serie di interviste a chi nel Teatro, a diverso titolo, si muove e opera.

Cominciamo da Mario Mirelli, napoletano di nascita, a Brescia da trentacinque anni, impegnato nel duplice ruolo di insegnante e di attore e regista, lampante esempio di come, nella stessa persona, possano unirsi e felicemente convivere la fantasia solare del meridione e la razionale, concreta e meticolosa applicazione che, dicono, sia tra le attitudini più rimarchevoli dei nativi del bresciano.

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Mario Mirelli e il Teatro, in una lunga e appassionata “relazione complicata”, come alcuni sono soliti scrivere su Facebook. Più attore o più regista?

La dimensione attoriale è senza dubbio quella che mi è congeniale.  Mi sono avvicinato al teatro perché sentivo che dominare lo spazio scenico, diventare altro da me stesso per un’ora o due, era una magia che non potevo vivere in altro modo. Le esperienze registiche sono un di più che faccio con passione e dedizione ma che non cerco ad ogni costo.

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Nella tua storia artistica ti sei sovente ritrovato a rielaborare e rappresentare in teatro testi di autori per così dire “individualisti”, come Giorgio Gaber. Cosa ha dettato questa scelta?

Non credo che Gaber fosse un individualista, nel senso di chi mette in secondo piano la collettività rispetto all’individuo. In fondo era lui che diceva  “la libertà è partecipazione”, no? Piuttosto Gaber era convinto, come lo sono io, che c’è bisogno di rifondare la nostra società con un “umanesimo nuovo”  che riparta dall’individuo come persona. Per rispondere alla tua domanda, posso dirti che il fatto che il teatro non sia il mio lavoro principale mi regala un vantaggio: posso raccontare nei miei spettacoli ciò che mi va senza dover a tutti i costi seguire, per così dire, le richieste del mercato. Qualche anno fa, ad esempio, avevo appena finito di lavorare a spettacoli molto intensi ed impegnativi  e sentivo l’esigenza di dedicarmi a qualcosa di più leggero e divertente. Decisi di mettere in scena, adattandolo per il teatro, un testo di Maurizio De Giovanni: “Juve – Napoli 1-3“. Sentire il pubblico bresciano applaudire ad una sconfitta della Juve fu un’esperienza impagabile!

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E, ancora parlando di testi, qual è il tuo approccio alla drammaturgia da portare in scena?

La mia formazione teatrale risente molto del teatro antropologico, di conseguenza prima del testo per me c’è sempre l’attore, il suo modo di essere e di sentire, la sua esperienza nella vita e sul palcoscenico. Con il testo ho un rapporto di odio amore. Cerco di comprendere le motivazioni e il modo di vedere dell’autore, poi dilato gli aspetti che mi interessano di più, sorvolo su altri…insomma metto molto di me stesso nel lavoro, ma senza snaturare il testo. In fase di costruzione della messa in scena, do anche molta attenzione agli attori, al loro modo di sentire personaggi e situazioni.

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Qual è, in assoluto, il testo che, fino a questo momento, ti ha dato più soddisfazione portare in teatro, e perché?

Sicuramente l’adattamento di un bellissimo racconto di Erri De Luca: “Montedidio“. Quando lessi quel libro, una decina di anni fa, fu un colpo di fulmine: non avevo ancora letto l’ultima pagina che già avevo deciso di portarlo in scena. Eppure l’impresa non era priva di difficoltà, dovevo raccontare una storia dal punto di vista di un tredicenne e restare credibile. Una scommessa che credo d’aver vinto, almeno a giudicare dalle reazioni del pubblico.Perché “Montedidio“?  Perchè nella storia di quel ciabattino, che custodisce nella gobba un paio d’ali che gli serviranno per compiere il suo ultimo viaggio verso la Terra Promessa,  c’è tutto: mia madre, mio padre, la mia infanzia, i miei ricordi, Napoli, la vita, il sangue, il sesso, la morte, l’emancipazione…un racconto straordinario che ho interpretato con tutto me stesso.

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Alla luce dell’impegno che stai affrontando in questo momento, qual è la tua opinione sull’utilità e le prospettive del cosiddetto “Teatro d’Inchiesta”?

Non credo che “Marzia e il Salumiere” (è questo l’impegno al quale accennavi) sia classificabile esattamente come Teatro d’Inchiesta. È vero che l’autore del testo, un certo Patrizio Pacioni (ride), ha compiuto un mirabile lavoro di documentazione sul fatto di cronaca a cui è ispirato il testo, l’omicidio della piccola Marzia Savio, nel 1982 a Rivoltella del Garda; tuttavia il risultato finale è piuttosto un dramma onirico che va a toccare alcuni interessanti archetipi della psicologia e della narrazione, come il  rapporto vittima-carnefice, il lato oscuro che c’è in ognuno di noi, l’idea di vendetta, di giustizia superiore,  ecc. A mio parere è molto meglio che le inchieste le facciano giornalisti e inquirenti. Il teatro, più che fornire risposte, deve spiazzare il pubblico, inquietarlo, stupirlo, metterlo in una posizione scomoda, suscitargli mille domande.

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Se qualcuno dovesse chiederti “A cosa serve il Teatro?”, tu cosa risponderesti?

Non esiste una risposta univoca. Non penso che il teatro debba “servire” nel senso di “mettersi al servizio di”. Può fare anche quello. Mi piace, invece, pensare alla forma riflessiva di questo verbo: “servirsi”, nel senso di “accettare qualcosa che ti viene offerto”: “si serva pure” si usa dire in certe occasioni. Eduardo una volta disse:”teatro è una parola greca che significa ‘luogo per guardare’ ed è bello pensare che si possa anche intendere ‘guardare noi stessi’ “. Ecco, a me piace pensare che il teatro rappresenti un’ottima possibilità di guardarci dentro. E questo vale sia per l’attore che per il pubblico.

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Mario Mirelli e il Teatro, da qui a un anno. E poi? C’è un sogno che vorresti vedere realizzato?

Sono tante le idee che mi frullano in testa. Ho già scritto un testo su De André e le sue canzoni, un altro sulle migrazioni di oggi e di ieri ed è quasi pronto un mio monologo ispirato alla “Storia straordinaria di Peter Schlemihl” di Chamisso. Inoltre sto cercando il modo di portare in scena le fiabe di Giambattista Basile, che adoro. Ma il mio vero sogno nel cassetto è rimettere in scena Montedidio in presenza del suo autore, Erri De Luca. Magari prima o poi ci riuscirò.

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Nato a Napoli nel 1963 e trasferito a Brescia negli anni’ 80, Mario Mirelli si è formato soprattutto alla scuola teatrale del professor Gianluigi Vezoli che gli ha trasmesso  l’amore per un teatro impostato sulla ricerca espressiva.

Ha condotto diversi laboratori teatrali per adulti  (“Il nostro teatro”, “Il teatro dello stupore”, “Grammatica e fantasia del teatro”, “Scenario Rezzato”) basati, da un lato sull’improvvisazione e l’abbandono, dall’altro sullo sviluppo della concentrazione e dell’autocontrollo.

In qualità di conduttore di laboratori per bambini, ha lavorato con scolaresche di varie classi di scuola primaria di Brescia e provincia realizzando allestimenti di spettacoli originali, quali “Litigando s’impara” (2007) e adattamenti da testi classici e moderni come “La tempesta” di W. Shakespeare (2002), “Voglio imparare a volare, storie di bambini, gatti e gabbianelle” (2006), “I meravigliosi stranimali” (2006), “Isabella, tre caravelle e un cacciaballe” (2004).

Come attore ha collaborato con la Compagnia Primo Incontro di Brescia partecipando alla messa in scena di “La fortuna con l’effe maiuscola” (2003) e “A che servono questi quattrini” (2008) di A. Curcio; “Ditegli sempre di sì” (2005), “Natale in casa Cupiello “(2007) di Eduardo De Filippo; “Soldi da ridere” (2010) di Ray Cooney.

Ha curato la regia de “La notte della tosca” di Roberta Skerl (2015), “Il senatore Fox” di Luigi Lunari (2016), “Morso di Luna Nuova” di Erri De Luca (2017 – recensito su queste pagine). Spinto dalla passione per il teatro di narrazione e di evocazione, ha realizzato e messo in scena (curandone anche la regia e l’adattamento teatrale) i seguenti monologhi: “Il Grigio” (2008) di Gaber e Luporini; “Mi fa male il mondo” (2010) di Gaber e Luporini; “Montedidio” (2011 e 2017) di Erri De Luca; “Juve – Napoli” (2016) di Maurizio De Giovanni; “Storia di Ismael che ha attraversato il mare” (2015) di Francesco D’Adamo; “Storia meravigliosa di luci, corpi ed ombre” (2018) di sua composizione. 

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Il difficile connubio tra Letteratura e Teatro

  

Da Wikipedia:

Enrico De Luca, detto Erri (Napoli, 20 maggio 1950), è un giornalista, scrittore e poeta italiano.

E fin qui, come suol dirsi, non c’è problema..

Subito sotto, nella stessa pagina, viene citato questo suo (profondissimo e bellissimo) pensiero:

« Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano. »
(Erri De Luca, Valore, da Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi, Torino, 2002)

Detto questo, non sempre risulta agevole la trasposizione in prosa di un’opera letteraria. Mi spingo, anzi, ancora più in là:  perché questo avvenga è necessaria la concomitanza di diversi fattori, i principali dei quali individuo nei seguenti:

  1. La  “fungibilità teatrale”  del testo letterario;
  2. L’abilità di chi questo testo adatta per la rappresentazione teatrale;
  3. Un equilibrato mix, da parte del regista, di fedeltà al testo, di indipendenza espressiva e di fantasia creativa nella strutturazione delle scene;

Poco fa, al Teatro Pavoni di Brescia, ho avuto modo di assistere, nell’ambito dell’annuale Rassegna del Sorriso diretta da Gianni Calabrese, alla rappresentazione, da parte della Compagnia PrimoIncontro, di  «Morso di luna nuova», ispirata appunto all’omonimo lavoro di Erri De Luca e…

La storia:

Estate del 1943. Siamo a Napoli, alla vigilia di quelle quattro giornate che segneranno la cacciata dei tedeschi dal capoluogo campano. Alcune persone, di diversa estrazione sociale e ideologica, si ritrovano costretti a più riprese in un rifugio antiaereo, mentre le bombe degli Alleati (il fuoco amico, se può essercene uno) cadono a grappoli sulla città e sul Golfo. Una situazione claustrofobica, in cui, non riuscendosi a parlare con convinzione del futuro, ci si rifugia in un passato almeno conosciuto e in rassicuranti banalità quotidiane. Uno stagno emotivo nelle profondità del quale prima germogliano, poi improvvisamente vengono a galla, riscatti personali e civili e volontà di ricominciare. Anche se, inevitabilmente, per qualcuno dei rifugiati ci sarà un salato prezzo da pagare.

Il messaggio:

La vita è un continuo bombardamento, per scampare al quale, però, c’è sempre (o quasi sempre) un rifugio. Come tutti i rifugi, però, spesso si tratta di un andito angusto, da condividere con se stessi e con altri cercando per quanto possibile di evitare che le minacce e le violente sollecitazioni del mondo esterno possano arrivare a incrinare un indispensabile e irrinunciabile equilibrio interiore. Un luogo del corpo, sì, ma anche e soprattutto dell’anima, insomma, in cui possano trovare spazio la speranza, la voglia di ricominciare e una qualsiasi forma di amore.

Lo spettacolo:

Di buon livello medio e sufficientemente corale la recitazione; tra gli interpreti segnalo due conoscenze di questo blog, Daniela Amoroso e Pino Oriolo che con il commissario Cardona, attraverso la Compagnia Girovaga delle Impronte, hanno avuto più volte a che fare. Semplice, essenziale ed efficace, così come richiesto dalla situazione, la scenografia.

Ordinata e puntuale nella scelta dei tempi  la regia , che ha puntato sulla “fedeltà” al testo, pur cercando, per quanto possibile  (vds. punti 2 e 3 della nota in premessa) di movimentare con originali trovate sceniche, una narrazione squisitamente letteraria che, portata sul palcoscenico così com’è stata scritta, finirebbe per avvitarsi in un succedersi di dialoghi statici , non in grado di coinvolgere completamente gli spettatori.

Nota non proprio di merito, invece e ahimé, per l’approssimazione della “colonna sonora” che accompagna lo spettacolo (eccezion fatta, naturalmente, per il bel cantare, squisitamente partenopeo, di Maria Malanga): l’eco delle bombe, essenziale per la creazione della giusta atmosfera, e il cinguettio di un canarino, simbolo non secondario nell’insieme del racconto, risultano approssimativi e improvvisati.

Peccato davvero.

 

 

  GuittoMatto

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