Goodmorning Brescia (90) – Donne di canto e di lotta

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Cominciamo dal teatro, anzi da un auditorium che si presenta più “teatro” di tanti altri teatri che, pure, si dichiarano ufficialmente tali.

Una risorsa per la cultura di cui la provincia di Brescia è costellata, nascosti agli occhi dei più distratti e custoditi con cura e amore, da autentici gioielli quali sono.

Sto parlando, in questo caso, dell’Auditorium Mazzolari di Verolanuova, locale ben attrezzato e di solida capienza, dove, ieri sera, si è rappresentato «Musica e Muse», spettacolo-concerto ideato, realizzato e messo in scena dalla sempre entusiasta ed esuberante performer e regista Marialaura Vanini.

Uno spettacolo-femmina, gioiosamente e pensosamente. 

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Dopo la breve introduzione di Emanuela De Munari, la prima a entrare in scena è una dama, identificabile in Francesca Caccini detta  la Cecchina (nata a Firenze nel 1587 e deceduta nella stessa città, oppure a Lucca, cinquantaquattro anni più tardi, dopo una vita che definire intensa e avventurosa è poco. Compositrice, clavicembalista e soprano, fu la prima donna a scrivere un’opera e, probabilmente, la più prolifica compositrice di quei tempi. A parte le competenze musicali, è conosciuta anche per essere stata una valente poetessa e autrice di testi per canzoni.

Poi la dama si spoglia della  sontuosa parrucca e della raffinata veste e si trasforma in una grintosa rapper che, a modo suo, rivestirà il ruolo narrante nel corso dell’intera rappresentazione.

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Sul grande schermo che fa da fondale si succedono grandi immagini: dalle donne impegnate come schiave nelle piantagioni di cotone dell’800 alla radicale rivoluzione di costume e di valori operata da Madonna (citata però con la dolente e classica “Don’t cry for me, Argentina“) e portata alle estreme conseguenze dalla sventurata Amy Winehouse, alle sonorità diverse, ma tutte innovative di Céline Dion, Anastacia e Adele. Un lungo viaggio nel tempo che si dipana di decennio in decennio, attraverso le canzoni della tenera Edit Piaf (magnifica la doppietta “Rien de rien” / “Milord”), della romantica Judy Garland, della pirotecnica Ella Fitzgerald, della classica Sarah Vaughan, di Etta James e Aretha Franklin. Per passare poi al canto di rivolta e di rivendicazione sociale di Joan Baez, su su, fino alla newyorkesissima Liza Minnelli, all’esplosiva e selvaggia Tina Turner, ad Amie Stewart, alle disco-women Donna Summer e Gloria Gaynor.

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Accompagnando le fotografie con il canto e con la musica, senza un attimo di respiro, in una continua alternanza di jazz, blues, swing, rock, pop e quant’altro. Con la conduzione delle belle voci di “tre tenori” tutti al femminile (la suadente Greta Cominelli e la tenera Anna Brontesi insieme alla già citata, graffiante Marialaura Venini) e dei movimenti danzanti della narratrice Chiara Petrone, in costante equilibrio tra morbide e sensuali movenze e postmoderna aggressività.   

Insomma, si potrebbe dire che le donne “se la cantano e se la suonano” se non fosse che invece, a suonare davvero, siano quattro uomini, valentissimi e ispirati musicisti che è giusto menzionare: Devis Tarolli, Alessandro Galli, Fabio Dattilo, Oscar Conti e lo scatenato sassofonista Marco Orrù.

Si finisce con le protagoniste che cantano in mezzo a un pubblico entusiasta che canta con loro. E non è certo un caso che il pezzo scelto per il bis, sia proprio lo straziante richiamo alla partecipazione e all’impegno sociale e civile di Sacco e Vanzetti.

Perché per le donne (italiane e straniere) e, quindi, per tutti noi, purtroppo, la lotta non è ancora finita.

 

(si ringrazia PhGO per le immagini fornite)

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Goodmorning Brescia (84) – Gialle mimose e panchine rosse

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«L’8 marzo, a Brescia, dura più di un mese» , sono le prime parole con le quali  Roberta Morelli, assessore alla scuola e alle pari opportunità del Comune di Brescia, presenta il fitto e interessante elenco di appuntamenti che si protrarranno fino al 9 aprile, mettendo in risalto l’inaugurazione di molte “Panchine Rosse” che saranno installate nei parchi di città e del circondario. Poi introduce l’evento del giorno, che si tiene nella suggestiva e funzionale Sala Alberi del Mo.Ca. (al numero 78 di via Moretto). 

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Si tratta della lettura scenica de «Il sole sul labirinto» scritto da Roberto Bianchi in ricordo di Hina Saleem per l’interpretazione di Emanuela De Munari.

Prima che cominci la performance l’autore ricorda che lo spirito della sua opera è sì quello di ricordare, attraverso la drammatica vicenda della ragazza pakistana, uccisa a Sarezzo dal padre Mohammed nell’agosto del 2006, i funesti esiti di un certo fondamentalismo religioso, ma anche di mettere in luce come, sotto l’aspetto della considerazione e del trattamento della donna, anche nel mondo occidentale, anche oggi, ci siano non poche zone opache.

La narrazione, scandita dalle stagioni dell’anno, racconta dell’incontro di un italiano, marito e padre apparentemente integerrimo, che, andando a prendere il figlio a scuola, incontra Hina che si trova fuori della scuola per attendere l’uscita del suo fratellino. Nel padre e nel figlio scattano, al cospetto di quella ragazza dai capelli scuri e dalla pelle olivastra, dal bel viso cui il velo islamico conferisce intrigo e mistero, due diverse curiosità: quella del bambino, innocente e trasparente, e quella dell’adulto, più opaca, più contraddittoria, più maliziosa.

Un’attrazione anche fisica da parte dell’uomo, che parte dall’unica parte del viso chiaramente esposta: l’ammaliante profondità degli occhi neri di Hina. Una creatura così diversa, così clamorosamente distante dalla bellezza sofisticata della moglie, la cui dimensione segreta accende la fantasia e le fantasie. Nella voglia di lui di conquistare, di possedere, sostanzialmente di corrompere, si riconosce quel sapore inebriante di proibito che caratterizza i pensieri e le azioni dello scellerato Egidio con la monaca di Monza.

Il finale, però, nella finzione diverge completamente da quanto accaduto in realtà: Hina trova riscatto e libertà, eludendo il tentativo dei suoi parenti di costringerla a un matrimonio combinato, fissato per lei fin dall’infanzia. Una fuga che non è una sconfitta ma una vincente rivendicazione d’identità, che si concreta nell’ hijab colorato che Hina fa arrivare per posta al suo mancato seduttore: per lui un’occasione mancata, che si è fermato all’apparenza e che una volta allontanatasi fisicamente la ragazza, non  trova di meglio che rinnegare (a se stesso prima ancora che alla moglie gelosa) quello che si rivela alla fine solo un effimero slancio vitale. Una grande conquista per lei.

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Gli spettatori, alla fine, applaudono l’intelligenza del testo di Roberto Bianchi e la convinta e convincente lettura-interpretazione di Emanuela De Munari.

Rimane solo il rimpianto che la fantasia  di un autore non possa tornare indietro nel tempo per scongiurare un atto di violenza inumana e la tragica morte che ne derivò.

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P.S.

Ricordiamo il romanzo «Il guaito delle giovani volpi» scritto da Patrizio Pacioni e pubblicato da Edizioni Melino Nerella nel 2013, che proprio alla tragica morte di Hina Saleem è ispirato. 

 

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