Goodmorning Brescia (54) – Leonessa e Lupa tra cielo e (sotto)terra

Paralleli e divergenze.

Sessantadue anni fa, precisamente il 15 agosto del 1955, s’inaugurò la funivia che dalla Bornata portava su alle Cravelle, in cima alla Maddalena.

Un progetto e un’impresa mirati, ricorda Costanzo Gatta nell’articolo che occupa un’intera pagina su un’edizione del Corriere della Sera che lo vede mattatore, con due sostanzali motivazioni e obbiettivi: da una parte una risposta a Roma che solo sei mesi prima aveva inaugurato la metropolitana, dall’altra la non nascosta speranza che quella nuova opera contribuisse in modo determinante alla nascita di una nuova “città alta” che nulla avrebba avuto a che invidiare alla parte “in quota” della cugina-mai-troppo-amata Bergamo.

Purtroppo le cose (come spesso accade nelle faccende degli esseri umani) non andarono secondo le previsioni: il mancato sviluppo urbanistico del colle, causato principalmente dalla mancata predisposizioni di idonee quano indispensabili infrastrutture, accelerata dalla tracciatura della strada che, facilitando l’afflusso di automobili, moto e bici, resero meno appetibile utilizzzare la “via del cielo”.

Il sogno fu accantonato definitivamente dopo soli quattordici anni, nel settembre 1969, e ci vollero quarantadue anni e mezzo prima che la voglia di distinguersi e di nons entirsi secondi a nessuno che anima il fiero popolo bresciano, trovò soddisfazione con l’avvio del primo convoglio della metropolitana che non esito a definire la più moderna, linda e bella d’Italia.

Intanto, cos’è successo a Roma?

La metropolitana si è sviluppata in lunghezza, e alla prima linea se ne sono aggiunte una… e mezza.

Le stazioni sono diventate settantaquattro, i chilometri delle linee sessanta, e oltre 760.000 mila al giorno sono gli utenti che salgono sui vagoni che sferragliano nelle viscere dela Capitale, fornendo un significativo contributo all’alleggerimento di un traffico di superficie che più intricato e caotico non potrebbe essere.

Qui finiscono le note positive, però.

I tornelli di accesso, non presidiati, non riescono non dico a fermare, ma almeno a limitare le pratiche dell’elusione del pagamento dei biglietti, gran parte dei vagoni sono ormai fatiscenti, la lentezza e l’irregolarità delle  corse rende i convogli affollati al limite del praticabile quasi in tutte le ore del giorno. E, per finire, in bellezza, le stazioni, più o meno, si presentano così:

Insomma, una situazione degradata come e quanto quella dei mezzi di trasporto pubblici di superficie e, aggiungono i miei amici romani, come gran parte della città, a partire dal dissesto dei manti stradali per finire ai deficit dell’illuminazione, alla mancanza di sicurezza dei cittadini, all’intollerabile gestione dei rifiuti…

Problemi giganteschi per risolvere i quali bisognerebbe impegnarsi subito e con tutte le risorse disponibili.

Invece…

Invece (ecco che il cerchio si chiude) il sindaco Virginia Raggi ha pensato bene di affrontare un ingente investimento, indovinate un po’, per costruire una nuova funivia che porterà da Casalotti a Battistini.

Costo previsto novanta milioni, consegna prevista al massimo entro il 2021 (che bella cosa, in entrambi i casi, l’ottimismo!)

Insomma, vuoi vedere che i romani finiranno per rosicare a causa della metropolitana della Leonessa e i bresciani invidieranno la funivia della Capitale, rimpiangendo la propria?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (53) – Anche i briganti perdono la testa

Allora (si sta parlando della seconda metà del sedicesimo secolo, mica di ieri l’altro) le forze di polizia , che allora non si chiamavano detectives, ma più prosaicamente birri,non avevano a propria disposizione le risorse tecnologiche utilizzabili al giorno d’oggi: niene archivi fotografici, né possibilità di effettuare i sofisticati identikit cui ricorrono i  loro colleghi del terzo millennio, né (tantomeno)  programmi informaticci di riconoscimento facciale.

Insomma, non c’era la Rete. Anzi, no; per la verità, l’unica rete di cui disponevano “i buoni”, era quella composta da informatori e delatori pronti, allora come ora, a fornire preziose soffiate in cambio di denari e/o favori di vario assortimento, da una raccomandazione a uno sconto di pena.

Così il signor Giovanni Beatrici, meglio come conosciuto come Zan Zanù («che sarebbe come dire Giovanni Giovannone» spiega Gatta)    riuscì per lunghi, violenti e sanguinosissimi anni a esercitare il mestiere di feroce brigante, terrorizzando le popolazioni dell’ampia porzione di territorio gardesano che va da Tignale a Salò. Serenamente rapinando, violentando, sequestrando e uccidendo, così com’è giusto che faccia un brigante professionale qual era lui, insieme alla sua banda. 

Con la forza narrativa ed evocativa che non credo di avere scoperto oggi, Costanzo Gatta ne sintetizza la fosca vicenda in uno snello ma ben articolato intervento sull’edizione bresciana del Corriere della Sera di oggi: quella che è descritta è una situazione in cui la malavita gode della connivenza di personaggi insospettabili, spesso anche altolocati, prestandosi, all’occorrenza, anche all’eliminazione di scomodi avversari politici, come il podestà di Salò, Barnardino Ganassoni, freddato dallo stesso Zan con un colpo di archibugio in petto all’interno del Duomo, nel corso di una funzione religiosa.

Alla fine, nella valletta della Fornaci, quando le malefatte di Zan Zanù divennero talmente clamorose dal sollevare il malumore dei bravi gardesani, il perverso percorso terreno del delinquente si fermò bruscamente, al termine di uno scontro a fuoco e ll’arma bianca protrattosi per più di otto ore.

Gatta ne narra collocando l’episodio finale di questa sanguinosa saga, come sovente si diletta a fare, tra realtà e leggenda.

Così come, a corredo dell’articolo, inserisce un ammiccante riferimento a una certa testa custodita sotto formalina presso l’Ospedale di Salò, nell’ambito di una raccolta di reperti realizzata da un medico ottocentesco: è Lui o non è Lui?

 

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A proposito: l’articolista ricorda che, tra gli insospettabili sodali del feroce Giovanni Beatrici, c’era anche un tale Fra Tiziano, padre guardiano del convento dei Cappuccini di Gargnano.

Eccolo, l’anello di congiunzione: sbaglio o, nelle antiche cronache della c.d. malavita organizzata, ci fu un altro famoso quanto leggendario brigante che rispondeva al nome di Fra Diavolo?

 

 

   Bonera.2

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Goodmorning Brescia (52) – Giallo del Lago o… giallo dell’Ego?

Ormai è risaputo: l’occhio di Costanzo Gatta su tutto ciò che riguarda non solo la produzione artistica, ma anche la movimentata vicenda umana di Gabriele D’Annunzio, è sempre vigile.

Ha già scritto diversi saggi su di lui, e sta lavorando a un’opera che, con un po’ di enfasi (ma non troppa) si potrebbe definire monumentale.

Dunque tutto (o quasi tutto) ciò che c’è da sapere sul «Vate», sull’  «Orbo Veggente» , su «The Pikedd», sull’  «Ero-Poet» , su «Ariel»  (soprannomi e pseudonimi calzati dal poeta pescarese o attribuitigli da amici, nemici e critici) Costanzo Gatta lo sa.

Per il resto, come dovrebbe fare qualunque giornalista degno di questo nome (ma che troppo pochi tra i suoi colleghi fanno) approfondisce le ricerche di archivio e legge ciò che su D’Annunzio viene pubblicato in Italia e nel mondo.

Questa volta, nell’articolo pubblicato ieri sull’edizione bresciana del Corriere della Sera, lo spunto è tratto dal libro «Il Vate e lo sbirro», di Ennio De Francesco, in cui si ricostruisce l’inchiesta effettuata (ai giorni d’oggi si direbbe sotto copertura) dal commissario Giusepep Dosi, funzionario di polizia prima rottamato e poi recuperato (come spesso accade anche ai nostri giorni) per prendere in mano una di quelle cosiddette “patate bollenti” che nessuno vorrebbe trovarsi a maneggiare: scopo della sua missione, infatti, è chiarire motivazioni e circostanze dello strano incidente occorso in quel di Gardone Riviera, più precisamente a Villa Cargnacco, da una finestra della quale, inopinatamente, D’Annunzio era volato, schiantandosi al suolo dalla non letale, ma pur sempre impegnativa e dannosa, altezza di quattro metri.

Per prima cosa «Cherchez la femme», si dice in questi casi. Beh, a Gardone di “femme” ce n’erano ben due, giovani e piacenti sorelle, per di più, e con un predatore di tale pericolosità in giro per casa…

Un’occasione, oltre che per ripercorrere uno dei tanti episodi “piccanti” della disordinata vita amorosa del sessulalmente bulimico Gabriele, per riassaporare un gustoso spaccato della vita della high class bresciana e gardesana del tempo.

A tutti i (non pochi) fan di Gatta, ricordo che nel pomeriggio di venerdì 1 settembre, nell’ambito della Fiera Regionale di Orzinuovi, passando con l’agilità mentale e creativa che da sempre lo contraddistingue, dalla storiografia letteraria (e non) alla cultura popolare e alla ricca tradizione alimentare e culinaria del bresciano, il giornalista/scrittore e drammaturgo presenterà un suo nuovo libro il cui titolo, tradotto dal vernacolo, è  «Vino che salta, formaggio che piange e olio buono».

A seguire, per restare in tema, lo spettacolo «Al contadino non far sapere quanto sia buono il formaggio con le pere» con Daniele Squassina e Maurizio Lovisetti.

Ghiottissimo appuntamento per antonomasia, dunque da non perdere.

 

   Bonera.2

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Ricordare la guerra per apprezzare 70 anni di pace

In quel fragoroso quanto confuso “abbaiare di cani alla luna” che contraddistingue l’aspro e spesso incivile rissa ideologica che, sempre più, va sostituendosi a un pacato e sempre produttivo confronto di idee, tutti sembrano lamentarsi di tutto.

Che sia il “fastidioso” flusso dei migranti in cerca di pace e di cibo dal disastrato sud del mondo all’ancora opulento nord, che sia un globalismo preso sempre di traverso, trascurandone i non pochi aspetti migliorativi sulla vita comune, che sia l’inquinamento con connesso progressivo degrado ambientale contro cui tutti si scagliano ma per evitare il quale nessuno, nel proprio piccolo sembra disposto a rinunciare alle piccole comodità di ogni giorno, che sia l’utilizzo dei vaccini o chissà cos’altro…

… niente va più bene, dunque tutto è da contestare e ripudiare, anche se non si sa bene in cambio di cosa.

Così, forse, qualche volta varrebbe davvero la pena di volgersi indietro per vedere e ricordare ciò che ci si lascia alle spalle.

I BTP (sigla che in questo caso non vale per “Buoni del Tesoro Poliennali”, ma per “Bei Tempi Passati”), a vederli con il più preciso degli strumenti ottici disponibili, vale a dire con il “senno di poi” sono impastati di età di sopravvivenza media incomparabilmente inferiore all’attuale, di ricorrenti epidemie di malattie gravissime, di una situazione economica generale sicuramente assai peggiore di quella attuale nonostante la prolungata e durissima crisi d’inizio millennio e, soprattutto, di continue guerre su larga scala.

Bene, in questa svalutatissima Europa che tutti aborrono e di cui tutti si dolgono, sono esattamente 70 anni che non scoppia una guerra. Settant’anni, sì: un lasso di tempo talmente lungo da far dimenticare alle nuove generazioni (e anche alle… semi-nuove, come la mia) quanto può essere tragico, drammatico e devastante lo scoppio di un conflitto su larga scala.

Non so se a torto o a ragione, è in quest’ottica che ho letto l’articolo di Costanzo Gatta apparso sull’edizione bresciana del Corriere della Sera di ieri. Una dolente e documentatissima memoria su uno dei più dolorosi episodi della Grande Guerra: la lunga e sanguinosa battaglia dell’Ortigara che, tra tanti caduti, ne annoverò molti (ben sessantadue) di origine bresciana.

«Venti giorni di fuoco e di morte, d’inutili assalti alle trincee. Fu detto il Calvario dei nostri alpini» ne è il sintetico quanto suggestivo racconto di Gatta che, prendendo spunto dal libro «La croce in trincea» degli studiosi bresciani Stefano Aluisini e Marco Cristini e del bassanese Ruggero Dal Molin prende le mosse per ricordare un aspetto forse troppo trascurato reòativo sia al drammatico combattimento sull’Ortigara che ai conflitti più in generale: la presenza sui campi di battaglia delle nobili figure dei «cappellani militari e l’importante ruolo che ebbero durante la “inutile strage”»

Sempre attento al cammino della cultura limitrofo alla Storia, Costanzo Gatta ricorda che, dalla sanguinosa battaglia dell’Ortigara, nacque anche qualcosa di bello: l’immortale canzone «Ta pum», firmata dal commediografo Carlo Salsa (per i testi) e dal musicista di chiari Nino Piccinelli.

Talmente bella da far esclamare al grande Giacomo Puccini: «Darei il secondo atto della mia Bohème, per averlo scritto io!»

Del resto lo conoscete bene, l’amico Costanzo Gatta, no?

Non c’è nessuno migliore di lui a trovare il bizzarro e, soprattutto, il bello in qualsiasi piega della Storia.

 

 

   Valerio Vairo

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Ex Libris (12) – Tutti i colori del Vate

Nato su una nave in tempesta. Salvato in extremis, nel corso del più travagliato dei parti, dal proprio cordone ombelicale seriamente intenzionato a strozzarlo.

Macché.

Il tutto, secondo la spregiudicata autonarrazione del Vate, avvenuto un anno prima di quanto accaduto in realtà e sotto la costellazione dell’ «Ariete cozzante», anziché in quello (giusto) più mansueto e volubile dei Pesci.

Dunque Gabriele D’Annunzio fu un inguaribile bugiardo?

Non esattamente. Piuttosto un esagerato creativo dotato di sconfinata fantasia, al punto di ritenersi arbiter et faber non solo del presente e del futuro, ma anche sommo plasmatore del proprio passato.

Che ebbe una discreta attitudine alla musica e alla pittura, per esempio, risponde al vero, scrive Costanzo Gatta, partendo da qui per lo snello saggio sul grande Poeta pescarese visto come virtuoso della matita e del pennello.

Un lungo, suggestivo e affascinante percorso, iniziato quando, studente ginnasiale “fuori sede” al Cicognini di Prato, avido di ogni tipo di sapere ed espressività (diate matematica e filosofia a parte, s’intende!) si avvicinò con fattiva curiosità prima alla musica e alle lingue straniere, per poi approdare, con assoluta naturalezza, anche al disegno e alla pittura.

  

Il percorso “figurativo”, pur se da via secondaria, in contrapposizione con quella maestra della scrittura narrativa, poetica e drammaturgica, da quel momento in poi accompagnerà D’Annunzio per tutta o quasi tutta l’esistenza, favorendo incontri eccellenti e sinergie, estrinsecandosi in rapidi ma incisivi e rivelatori schizzi che accompagnano gli appunti, in sommari ma stimolanti progetti di mobili, in scenografie, in loghi che accompagnano con straordinaria efficacia, valorizzandoli, i motti secchi e suggestivi propri dell’Artista e dell’Uomo.

E il colore, che il Vate non ha soltanto negli occhi, ma anche nella mente che pensa, nelle parole che narrano, con una straordinaria tavolozza che Costanzo Gatta regala ai lettori del suo libro:

Biondo/Birra

Grigio / Cielo cappa di ferro

Blu / Adriatico

Rosso / Papaveri

Verde / Maiolica persiana

Turchese / Occhi della tal Marchesa

… e così via.

Un virtuosismo grafico che lo scaltro (oltre che geniale) Gabriele, usò anche come seduttivo biglietto da visita.

Sette quadri regalati a Benito Mussolini per guadagnarsi il favore del Potere e decine, forse centinaia, chissà, ad altrettante leggiadre fanciulle e piacenti signore da convincere a donare ciò che, probabilmente, avevano già una gran voglia di donare!

(continua… non è vero, Costanzo Gatta?)

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  • Titolo del Libro: Gabriele D’Annunzio pittore
  • Autore : Costanzo Gatta
  • Editore: Ianieri
  • Collana: Saggi e carteggi dannunziani
  • Anno: 2016
  • Pagine: 208
  • Prezzo: 16 €
  • ISBN-10: 8888302549

 

   Il Lettore

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Goodmorning Brescia (36) – Tre donne per dieci giornate

Il primo aprile del 1849 si chiudeva la sanguinosa quanto eroica saga delle dieci giornate, e non fu un pesce di aprile.

«La vittoria sul campo andò alle truppe austriache, ma quella morale (che in certi casi -in questo primo tra tutti- si rivela ben più importante dell’altra), sicuramente ai Patrioti bresciani»  fa notare Costanzo Gatta, soggettista e regista dello spettacolo (firmato CTB) dal titolo Patria oppressa che sabato prossimo,  alla presenza del Sindaco, a partire dalle 10,30, andrà in scena al Salone Vanvitelliano, nell’ambito delle annuali celebrazioni della storica e celeberrima resistenza che la Leonessa oppose al tirannico dominatore straniero.

 

«Ho raccolto alcuni episodi scegliendoli tra i tanti in cui i bresciani, al di là dello slancio patriottico e irridentista, seppero tenere dimostrare un comportamento impeccabile di dignità morale e sprezzo del pericolo e della morte. Ricordo Pietro Venturini, cui venne offerta salva la vita in cambio dell’abiuria e che, invece, preferì essere giustiziato per fucilazione piuttosto che tradire i propri ideali.  Ricordo Carlo Zima, carrozziere sciancato ma dotato d’incredibile coraggio: gli austriaci, che s’impegnavano a incendiare il maggior numero di case bresciane possibile, lo cosparsero di pece fuori e dentro, dandogli poi fuoco. Morì, ovviamente, ma trascinando con sé un soldato croato, scelto tra i feroci aguzzini che gli davano il tormento»

Mi resta ancora una curiosità che, approfittando della proverbiale cortesia e disponibilità di gatta, non riesco a comprimere: come mai, soprattutto in considerazione del carattere “bellico” della pièce, sono state chiamate a interpretarla tre attrici (Silvia Quarantini, Monica Ceccardi e Marta Ossoli – ndr) e nessun attore?

«Intanto, dal punto di vista della costruzione dello spettacolo, mi ha molto intrigato l’idea di queste tre donne che (abili e faconde nel raccontare come tutte le donne)  narrino standosene accanto a una delle colonne che fu danneggiata da una delle tante palle di cannone austriache che piovvero, con micidiale esito, sugli insorti» spiega sornione il giornalista-drammaturgo e quant’altro che, proprio negli scorsi giorni (vds. il numero 34 di questa stessa rubrica) ha ricevuto un importante riconoscimento per la sua lunga e sempreverde carriera.

«In più, intendo ricordare quelle donne bresciane che combatterono  fianco a fianco con i loro uomini: furono proprio loro le vittime più colpite dalla repressione austriaca, che riservò loro violenze e torture inumane e di ogni tipo» conclude e, a questo punto, non resta che andare ad assistere allo spettacolo di sabato mattina.

Ingresso gratuito fino a raggiunta capienza.

Conferenza stampa di presentazione giovedì 30 alle 15,30 in Loggia.

    Bonera.2

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Goodmorning Brescia (34) – Costanzo ricomincia da cinquanta

Cinquant’anni di carriera?
Non è roba per tutti ma non è neanche un record impossibile da realizzare.
La cosa più ardua, invece, a mio modesto avvviso, è spendere questo mezzo secolo come ha saputo farlo Costanzo Gatta.
Senza mai fermarsi a guardare indietro, senza un attimo di sosta, senza neanche il tempo di tirare un respiro più lungo del normale.
E soprattuto “come” trascorrerli.
Costanzo lo ha fatto in modo costantemente brillante, da perennemente curioso, da interessato praticamente “a tutto” ma, al tempo stesso, da uomo capace di sottilissimi e raffinati approfondimenti su questo o quel fatto, su questo o quel personaggio, su questa o quella situazione.
E lo ha fatto anche da creativo, da artista.
Sì, da scrittore, drammaturgo, regista e chissà cos’altro ancora che io non sono arrivato a sapere. Non mi stupirei se sapesse suonare da maestro l’arpa birmana o la viola celtica (sempre che esista uno strumento del genere)
Nella sua incredibile casa bresciana, invasa da libri e documenti, Costanzo colleziona di tutto: stampe, orologi, statuine, pinocchi di ogni dimensione e di ogni materiale, eccetera eccetera eccetera.
Sono sicuro che per cento anni ancora, nella vita, continuerà a collezionare successi.

   Bonera.2

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«Mi è sembrato di vedere un Santo. Anzi, due»

È così che, da un momento all’altro, il Teatro te lo trovi sotto il porticato di Piazza Loggia, una domenica pomeriggio di un febbraio né troppo corto (nel mondo succedono, ogni santo giorno, talmente tante cose…) né troppo amaro (in effetti a Brescia, e non solo, ho conosciuto inverni più rigidi).

 

«Lo spettacolo è di quelli della categoria “cotti e mangiati”, tanto per intenderci» confida Costanzo Gatta, drammaturgo e regista di questa chicca teatrale offerta ai bresciani in modo inatteso e sorprendente.

«Voglio dire che la richiesta pervenuta al CTB di mettere insieme qualcosa che arricchisse le celebrazioni dei due amati Patroni della città, Faustino e Giovita, è arrivata quasi “in zona Cesarini”, e per fortuna che la troppa densità di iniziative ha comportato uno spostamento in avanti di una settimana»

Lo guardo con un certa incredulità, mescolata con un’equivalente dose di sospetto.

«Ho preparato la pièce, tratta da un canovaccio del 1885 a firma di Tancredi Muchetti, rampollo di una famiglia di Adro, composta di celebrati marionettisti, in una decina di giorni. Pensa che le prove, una volta radunati i miei “ragazzi”, sono cominciate nientedimenoché sabato della scorsa settimana» va avanti lui, imperterrito.

«E il tuo adorato D’Annunzio, dove l’hai lasciato?» chiedo io, visto che mi è giunta all’orecchio notizia di un immane “lavoro in corso” proprio sulla complessa e molto (ma molto) articolata vita sentimental-sessuale del grande scrittore pescarese. 

«Per il momento le love story di Gabriele possono aspettare. Non molto, però, visto che già la settimana prossima sarò a Milano per tenere una conferenza sulla liason dangereuse tra D’Annunzio ed Eleonora Duse Letteratura e teatro, come ben sanno tutti coloro che mi conoscono, si sono intrecciati in me in un nodo inestricabile»

Premesso ciò, veniamo a quanto visto e goduto oggi pomeriggio.

La storia

Nel 1438 Niccolò Piccinino (per ordine degli Sforza) porta le sue truppe sotto le mura di Brescia nel tentativo di riconquistare la città conquistata dalla Repubblica di Venezia dopo una serie di sanguinose battaglie.

Dopo parecchi mesi di assedio, nel momento in cui le truppe milanesi stanno per prendere il sopravvento, attraverso un durissimo attacco indirizzato contro gli spalti del Roverotto, in cima alle mura appaiono le figure lucenti dei Santi Faustino e Giovita, che terrorizzano gli assedianti e li metteno in fuga. Da quel giorno in poi, a giusto titolo, i due assurgono al ruolo di Patroni della città.

La pièce

Più che una rievocazione storica, una storica rievocazione della recitazione patriottico-religiosa dei bei tempi andati.

Uno spettacolo popolare, un gioco di specchi negli specchi in cui coesistono e collaborano marionette che si cerca di umanizzare attraverso la voce degli attori e di attori che si muovono, si atteggiano e recitano a guisa di marionette.

In un vivace quanto godibile susseguirsi di toni esageratamente epici, di termini linguistici roboanti e deliziosamente desueti, di gradevoli stacchi e stacchetti musicali, inframmezzati dagli interventi surreali di attori che fanno il verso a se stessi, la narrazione procede senza attrito alcuno.

Non mancano, anzi, sono sapientemente seminati qua e là, ammiccanti giochi di parole spesso sull’orlo del grossier (ma senza mai precipitarci dentro): così l’avversario è insultato come “gran figlio… di Venezia”, l’errore, ovvero il “fallo” non si riscatta, ma si risveglia… e così via.

Attori troppo bravi perché il pubblico cada nell’inganno di scambiarli per autentici guitti da strada, marionette sapientemente animate, con il sempre sornione Costanzo Gatta che si diverte a vedere divertirsi gli spettatori che gremiscono il Porticato di Piazza Loggia. 

Perché una cosa è certa: a lui che, bontà sua, “non infellonisce mai“, di certo “l’ardir non manca“.

 

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    GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.