L’aura della laurea: l’Autore in un capitolo, e non ci sta stretto.

.

Un capitolo intero.

In una tesi di laurea, dal titolo «L’enigma come stimolo all’apprendimento. Viaggio nella letteratura gialla fra i profumi della tavola e i legami del territorio», scritta da Claudia Cadei, studentessa della Università Cattolica Sacro Cuore di Brescia, che si è valsa della guida, nientemeno che, della professoressa Carla Boroni. E scusate se è poco.

L’analisi attenta, approfondita, direi circostanziata, di venti anni di lavoro da scrittore.

Una sensazione strana, ma piacevolissima, quella di leggere una dopo l’altra le sedici (sedici!) pagine che, bontà sua, la laureanda (ora brillantemente laureata in Scienza della formazione con 110 e la meritatissima aggiunta della lode) ha ritenuto di dedicare alla mia attività creativa, mostrandosi capace di interpretare con cura certosina e di leggere anche oltre ciò che compare nei romanzi  pubblicati.

.

 

.

Qualche giorno fa, l’amico Bonera.2 se n’è nella sua rubrica «Goodmorning Brescia», postando un articolo in cui si narra di una laurea bresciana vista e vissuta dal vivo. Solo alla fine, come un esperto giallista (peccato che in questo blog l’unico vero esperto giallista sia io!) ha riservato la sorpresa.

Io, però, ho deciso di fare di più: qui di seguito (udite! udite!)  pubblico tutto il capitolo.

Buona lettura!

.

  

 

 

 

 

 

 

 

.

 

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (122) – Laurea… alla bresciana!

.

Ci sono mesi indelebilmente caratterizzati da eventi e/o ricorrenze di vario genere: dal novembre della commemorazione dei cari estinti (scongiuro libero per chi ci crede), al maggio delle rose, al dicembre delle feste natalizie…

.

.

Il settembre bresciano, tanto per fare un esempio che interessi più da vicino questa rubrica, è caratterizzato, tra l’altro, dal levarsi spesso (e volentieri) per le strade del centro, di cori di giovani indirizzati a un loro coetaneo, o a una loro coetanea, solitamente incoronato da una ghirlanda di fiori. Rivolgendosi al malcapitato con un appellativo ispirato da un particolare dettaglio anatomico quasi sempre al riparo dei raggi solari, lo invitano alla visita di un certo paese che in questa sede non è lecito né opportuno menzionare.

Si tratta del corollario necessario e di gioioso quanto sapido spirito goliardico, delle numerose sessioni di laurea che i vari atenei cittadini, pubblici e privati, vanno effettuando proprio in queste settimane, assegnando il bramato titolo ai giovani e gagliardi neo-dottori.

.

.

Una consuetudine goliardica che, a detta di molti, affonda le radici in un’antica tradizione  dell’Antica Roma: a quanto tramandato, infatti, sembra che, nel corso delle parate trionfali dei condottieri reduci da gloriose campagne di guerra, alla testa del corteo  venisse collocato un umile milite al solo scopo di insultare pesantemente il condottiero vincitore, per tenerlo al riparo, con una lezione di umiltà, da tentazioni di superbia tali da farlo credere potente come un dio.

.

 

.

Quest’anno, prendendo spunto da una singolarissima circostanza, che non vi racconterò fino alla fine del post, ho voluto seguire, a campione, proprio una di queste gioiose feste del sapere.

L’osservata speciale (se fortunata o sfortunata per la scelta, lo deciderà poi lei), si chiama Claudia, ora dottoressa Claudia Cadei, neo laureata con la votazione di 110 e lode in Scienze della Formazione Primaria presso l’Università del Sacro Cuore di Brescia con la tesi (attenti al titolo!)   «L’enigma come stimolo all’apprendimento. Viaggio nella letteratura gialla fra i profumi della tavola e i legami del territorio».

Brillante (come sempre e più di sempre)  Relatore la Ch.ma Prof.ssa Carla Boroni., scrittrice, letterata, saggista e docente amatissima da generazioni di studenti e, soprattutto, di studentesse.

.

.

Sono stato accanto alla laureanda (poi neo-laureata) sin dall’inizio, nell’attesa fuori della Sala delle Muse (nomina sunt omina, dicevano i Padri),  spiandone la naturale apprensione placata dalla presenza affettuosa e protettiva dei genitori, del moroso Alberto e di un nugolo di amici e amiche care e devotissime.

.

.

Poi il trepido accesso nell’aula quando è arrivato il turno, l’emozione accantonata per esporre in modo lucido e vivace contenuti e scopi del proprio lavoro e per rispondere alle domande del Presidente di commissione e del contro-Relatore, la felicità finalmente libera di fluire fuori dal corpo e dall’anima una volta conclusa, con il massimo dei voti, l’impegnativa prova, frutto di un duro e complesso lavoro biennale. 

.

.

E ancora il generoso rinfresco con tutte le persone care, ai tavoli all’aperto di uno dei più frequentati bar frequentati dagli amanti degli aperitivi a base di spritz, declinato, nel territorio della Leonessa, nell’originale traduzione di pirlo.

E ancora qualche cantilenante «Dottore! Dottore! Dottore dal…» che, in lieta compagnia, non fa mai male.

.

 

.

Poi, tra i festeggianti, ne ho notato uno, uno in particolare… uno che…

 

.

Sì, proprio lui, Patrizio Pacioni presente nel dettagliato e ben scritto trattato ideato e realizzato della Dottoressa Cadei, completato da una sobria ma quanto mai suggestiva appendice fotografica, insieme ad altri “giallisti” (ma non solo) bresciani, come Ida Ferrari, Enrico Giustacchini, Massimo Tedeschi, Gianni Simoni e Nicola Fiorin.

Dopo l’emozione e lo stress, in piena consonanza con quei “profumi della tavola” evocati dal titolo della tesi, l’amicale coda conviviale si è tenuta e protratta a lungo, in quella piazza del Duomo che, con il sontuoso affastellarsi artistico di edifici di epoca e di stili diversi, costituisce davvero un meraviglioso unicum nel pur straordinario catalogo delle belle piazze italiane.

«Proprio la stessa piazza», mi confida sornione Patrizio Pacioni tra un supplì, un tramezzino e un calice di Franciacorta, «dove prenderà avvio la prima indagine bresciana del mio commissario Cardona».

E se lo dice lui, possiamo crederci.

 

.

.

    Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Claudia, Patrizio e l’intervista … di laurea

Sono da sempre convinto che essere contattato da uno studente, per rilasciare un’intervista utile alla compilazione di una tesi di laurea, risulti molto più gratificante dell’incappare nella stessa richiesta avanzata da parte di un giornalista, per il tale quotidiano o per la tal altra rivista.

Opinione del tutto personale, certo, ma, con questa premessa, è del tutto logico e conseguente che, allorché la giovane laureanda Claudia Cadei mi ha contattato proprio per lo scopo sopraccitato, non ho esitato neanche un attimo a dirle di sì.

Tanto più che, ma questo l’ho scoperto solo dopo (e voi lo scoprirete continuando a leggere questo post), le domande che mi sono state rivolte in questa occasione si sono rivelate quanto mai interessanti e stimolanti.

Sì, ma chi è Claudia Cadei? Cosa fa nella vita? 

Questo, almeno, lasciate che sia io a chiederlo a lei. E, qui di seguito, ecco la sua risposta, riassunta in una funzionale quanto disinvolta e accattivante scheda personale:

Nome: Claudia Cadei

Età: 23

Occupazione: studentessa universitaria che  frequenta il corso di Scienze della Formazione Primaria e spera di diventare a breve un’insegnante

Interessiil nuoto e la cucina

Segni particolari: lettrice seriale. Leggo di tutto, senza distinzione di genere. L’unica vera discriminante è l’emozione. Un libro deve coinvolgermi, appassionarmi, togliermi il fiato.

*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°

Adesso, però, è arrivato il momento dell’intervista vera e propria.

Pronti? Via!

 

Com’è nata Monteselva? Si tratta di un autentico frutto della fantasia o ha radici in altre cittadine realmente esistenti?

 Per uno scrittore esistono essenzialmente tre scelte praticabili nell’ambientazione delle proprie narrazioni.  

  • Raccontare di posti che si sono conosciuti e frequentati con una certa assiduità (esempio Camilleri-Montalbano). L’ambientazione sarà realistica e suggestiva, ma potranno apprezzarla pienamente solo coloro che, a loro volta, vivono o conoscono alla perfezione gli stessi luoghi;
  • Raccontare di posti poco conosciuti o sostanzialmente sconosciuti (esempio Salgari): ne guadagneranno gli spazi e le situazioni praticabili dalla fantasia, ma ne risentirà la coerenza alla realtà, l’interpretazione autentica di modi di vita, odori, colori, atmosfere;
  • Strutturare un set neutro, vale a dire un luogo della fantasia in cui far muovere i propri personaggi, uno spazio che crescerà e si preciserà narrazione dopo narrazione, e che i lettori impareranno a scoprire e conoscere insieme allo scrittore. Una specie di set cinematografico modulare, che si adatta gradualmente alle storie che si raccontano, popolandosi –nel contempo- di nuovi protagonisti primari e secondari.

Con ogni evidenza, Monteselva ho optato per la soluzione C. Nelle mie intenzioni la cittadina emiliana rappresenta una sintesi ideale della provincia italiana (che ho vissuto per anni), composta attraverso elementi estrapolati e rielaborati alla luce della mia sensibilità personale e artistica da diverse realtà regionali (in particolare Lazio, Sardegna, Emilia, Umbria, Lombardia, Toscana, Sicilia, Campania) profondamente vissute e sperimentate nel corso del mio lungo girovagare per l’Italia, indotto da motivi professionali e da una certa irrequietezza di base.

 

Come appare Monteselva agli occhi del Commissario Cardona?

Cardona è uno di quegli uomini (se ne scoprirà il perché nel prosieguo della saga, attingendo al suo passato sino a questo momento incognito) quasi del tutto privi di radici territoriali. Considera “sua casa” il luogo in cui si risiedono gli affetti, naturalmente, ma, soprattutto, l’ambito geografico nel quale si trova a esercitare la propria professione. Secondo la sua indole e i suoi schemi mentali, insomma, Monteselva è divenuta per lui, essenzialmente, un territorio da “risanare” e “riordinare”, al quale si trova progressivamente a legarsi, per contrasto, proprio per la “resistenza” che oppongono a questa sua azione lo stesso territorio e tanti dei suoi oscuri abitanti. Potrei dire che per il commissario Monteselva rappresenta, sostanzialmente, ciò che Mobuy Dick, la mostruosa balena bianca, fu per il capitano Achab.

Qual è il rapporto dello scrittore con il territorio di Piacenza?

Ho vissuto a Piacenza tre importantissimi anni della mia vita. L’ho amata e la ho odiata con pari intensità.

Quanto incide la storia personale dello scrittore sulla scelta dei luoghi in cui ambientare le vicende?

Credo di avere risposto argomentando sulle domande precedenti. Aggiungo che uno scrittore si ciba ogni giorno dei luoghi che vive o, dirò di più, delle persone con cui si relaziona, delle situazioni umane che cadono direttamente o indirettamente nell’ambito della sua percezione sensoriale e psichica. Un vampire energetico reso innocuo dall’esclusivo esercizio della malia attraverso la creazione letteraria. Aggiungo che, a mio avviso, lo scrittore debba esprimere tutta la propria fantasia in ogni sua opera, ogni volta meglio che può, certo, ma non dimenticando mai di partire sempre da esperienze personali di vita vissuta o appresa attraverso testimonianze e confidenze. Chiamiamolo “un obbligo di verità”. Solo in un caso ha diritto di prescindere da ciò: quando racconta della morte che, per forza di cose, non può sperimentare né de visu né de relato.

Nei Suoi romanzi non sono riuscita a trovare una costante che spieghi il rapporto tra i personaggi e il cibo. In “Chatters” Darknight passa da un’alimentazione nervosa ed abbuffate alcoliche a un roseo petit déjeuner con la sua quasi vittima, in “Le Lac du Dramont” si inizia con un ricordo materno rievocato dalla zuppa di cipolle per terminare con le pessime conseguenze di un caffè avariato, infine il commissario Cardona sembra non avere grande interesse per l’alimentazione in generale. Potrebbe aiutarmi a fare chiarezza in proposito?

Le osservazioni sono tutte pertinenti e denotano una singolare capacità di lettura e d’interpretazione dei testi. Devo rispondere però che, a mio avviso, pur essendo incontestabile che la descrizione dell’approccio all’alimentazione è un elemento fondamentale per delineare, insieme ad altri, il completo quadro/profilo psicologico personale di un personaggio, non esiste un rapporto generico “tra le persone e il cibo”, ma ne esistono moltissimi, completamente distinti e diversi tra loro, tra OGNI SINGOLA PERSONA e il cibo.

Darknight di «Chatters», per fare un esempio, ha un approccio schizoide e dissociato al cibo precisamente perché È uno schizofrenico con irresoluti e irrisolvibili problemi d’identità personale.

Per quanto riguarda l’introverso, malinconico e quasi crepuscolare Carlo (in «Le Lac du Dramont»), gli antichi sapori sono uno dei collegamenti viscerali, e dunque irrinunciabili, con una vita che si ritiene poco o male vissuta, mentre il “caffè avariato” rappresenta, nelle intenzioni della scrittura, il simbolo di una vita dentata che non smette mai di mordere i propri figli con malevoli imprevisti. Soprattutto quando divengono (o si mostrano) più deboli e vulnerabili.

Quanto a Cardona e Gargiulo, invece, i due pard rappresentano proprio due “filosofie” diverse, ma al tempo stesso complementari: mentre il robusto e baffuto agente è un divoratore compulsivo di qualsiasi tipologia di cibo, amante di sapori sapidi, più che di delicatezze, spinto a riempire la pancia, non appena e quanto gli sia possibile, dalla “fame” generazionale che tradizionalmente affligge strati sociali popolari e sub-popolari, il commissario ha una visione aristocraticamente manichea. Nella vita di tutti i giorni, per lui, infatti, il cibo rappresenta più una necessità che una scelta, un mero propellente necessario per la ricarica quotidiana di energie fisiche e mentali, da assumere in intervalli rapidi, non particolarmente attesi e graditi. Nella sua teoretica alimentare, le delizie da gourmet, invece, vanno abbinate a momenti di piacere rari quanto preziosi, a situazioni solenni che richiedano, per attingere una quasi perfezione, una particolare e raffinata gratificazione anche per i sensi.

.

 

 

Patrizio Pacioni settembre 2017

Categorie: Scrittura.