Giorgio Albertazzi e i suoi compagni di morte

Ieri sono morti, in stretto ordine alfabetico: Adriano, Amleto, Don Giovanni, Edipo, Falstaff, l’Idiota, Il dottor Jekyll, Marcantonio, Mattia Pascal,  Paolo e il suo creatore Dante, Philo Vance, Prospero, Shylock … e tanti altri.

Sono deceduti in una sola persona, così come lui e solo lui aveva saputo rappresentarli.

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E, con Giorgio Alberatzzi, è venuta a mancare anche una parte insostituibile del Teatro e della sua Storia.

<Di Shakespeare ho il rimpianto di non aver voluto mai interpretare Otello: mi faceva troppo male cucirmi sulla pelle e nell’anima un personaggio che, intrepido e valoroso nella vita sociale, sagace e indomito conduttore di eserciti, uomo universalmente idolatrato e temuto, potesse arrivare a distruggersi e a distruggere per la debolezza di un sentimento>

Questa sola frase la dice lunga sul processo d’identificazione tra Giorgio Abertazzi e i suoi personaggi, e sulla sensibilità dell’uomo.

Questo spiega perché anche loro, così come li aveva interpretati lui, non ci saranno più.

   Guitto Matto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (10) – Shakespeare riscritto da Riccardo Bacchelli

L’argomento trattato nel nuovo appuntamento delle 《Conversazioni intorno al Teatro》 pensate e organizzate dal C.T.B. è 《Bacchelli e Shakespeare: di un Amleto commediante》.


Rita Piccitto introduce la serata e l’ospite Giuseppe Langella parlando di Riccardo Bacchelli e della sua collaborazione con la rivista letteraria La Ronda. Romanziere, ma anche drammaturgo che si è cimentato nientemeno che in una riscrittura dell’ Amleto.

  

Secondo Umberto Eco 《La riscrittura è un modo di ripulire il carburatore e le candele del motore della cultura》 

Dunque si parte dall’Amleto di Shakespeare che, a ben vedere, è una rivisitazione del mito di  Oreste. Alla figura di Amleto si ispirano opere  di tutti i tempi e di tutti luoghi:  Pirandello in 《Il fu Mattia Pascal》, ma anche Leopardi e Nietzsche.

L’Amleto di Bacchelli è un audace rifacimento in cinque atti della tragedia shakespeariana (definita una delle più importanti “porte di accesso” della modernità – ), pubblicato a puntate in altrettanti numeri della Ronda nel 1919. Prima pièce teatrale (modalità di espressione artistico-narrativa che ben si attaglia alla sensibilità dell’uomo) di un decennio creativo che arriva fino a 《Il diavolo a Ponte Lungo》.
Un rovesciamento che, con il filtro dell’ironia, in ottica palesemente anti-romantica, trasforma la tragedia in un’opera comica attraversata dal riso. La morte viene interpretata come via di uscita dalla finzione della vita. Un destino, ineluttabile come solo il destino può essere, di fronte al quale opporsi non ha senso. Chi si illude, velleitariamente, di ribellarsi all’ineluttabile, inevitabilmente diviene oggetto di derisione.

La scelta più nobile è quella di uscire dalla vita, con eleganza e leggerezza, come se fosse il finale di una bella commedia sulla quale, prima o poi, il sipario deve pur calare. Un atteggiamento quasi zen che a me ricorda quell’aristocratico che, al tempo della rivoluzione francese, leggeva un libro aspettando di essere ghigliottinato e che, al momento in fu chiamato al patibolo, chiuse il volume non dimenticando di sistemare il segnalibro lì dove era arrivato.

Che la morte arrivi, come amava dire e scrivere Nietsche, ma solo dopo avere danzato in catene.

E, prima di salutare il pubblico, a sorpresa, la lettura da parte dello stesso Langella di una fresca e delicata poesia tratta dalla sua silloge 《La bottega dei cammei》: dedicata a trentanove donne, dalla A di Angela alla zeta di Zobeide.

 Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.