Goodmorning Brescia (141) – A San Faustino, quando meno te l’aspetti…

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Secondo chi lo conoscepersonalmente e chi ne ha solo sentito parlare, Costanzo Gatta è persona dotata da Madre Natura (oltre che di una forte personalità e di una bulimica curiosità sulle cose del mondo), di una statura nella media e di una vista assolutamente normale. Quando, però, si aggira per le vie della città, il giornalista si trasforma in una specie di gigante Argo dai cento occhi, al quale non sfugge niente e nessuno.

Figuriamoci, poi, se il suo percorso si dipana tra le bancarelle della Fiera di San Faustino.

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Quel che ne viene fuori, come minimo, è un articolone di due pagine piene come quello uscito sul Corriere della Sera all’indomani della tradizionale festa dei Santi Patroni.

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Tra le leccornie (tutte rigorosamente anti-dieta) dei tanti stand gastronomici, tra le antiche statue duplicate alla meglio e scaltri  mercanti che gongolano per i recenti successi delle calcistiche “Rondinelle”, offrendo magliette e gadget biancazzurri a prezzo di realizzo, tra banchi stracolmi di capi di abbigliamento e biancheria per tutti i gusti e mirabolanti offerte di prodotti tecnologici e/o fantasiosi, Gatta si aggira per le vie del centro insieme migliaia e migliaia di persone che rendono difficile persino camminare e pericoloso stare fermi.

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Tutto vede e tutto annota sul taccuino da cronista: dal set  di affilatissimi coltelli messo in vendita a solo 10 € all’Ombrello Arturo che si chiude (comodamente al contrario) per finire al mitico panno al carbonio Tornado, capace di pulire senza essere strizzato e asciugato e (ma questa forse è solo una leggenda metropolitana!) neppure strofinato sullo sporco!

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Meraviglie per tutti, da portare a casa e mostrare con orgoglio ai familiari stupefatti, ma la vera sorpresa, da bravissimo giornalista-scrittore- drammaturgo quale Gatta è, rimane per tutto il “pezzo” riservata, nascosta e insidiosa come una mina anti-uomo, proprio nell’ultima riga: forse per la prima volta nella Fiera di San Faustino (udite! udite! udite!), in una certa bancarella, c’è stata anche occasione di acquistare un buon libro.
Che sia proprio questo… l’ennesimo miracolo di San Faustino e del suo compagno Giovita?

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Goodmorning Brescia (140) – Il Castello si confessa

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Il saluto di benvenuto e l’introduzione della conferenza sono del giornalista Massimo Tedeschi, presidente della AAB  (Associazione Artisti Bresciani) che ospita, nella sua bella sede di Vicolo delle Stelle, la conferenza di oggi, prima di una
serie d’incontri a tema sul Castello di Brescia.

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«Il Castello di Brescia, carico di anni e di Storia, si racconta con una serie di scritti riportati su lapidi, cippi e graffiti sparsi ovunque, all’interno e all’esterno di esso» esordisce Costanzo Gatta.
«Nonostante l’impegno profuso, quelli che ho raccolto sono una minima parte di quelle presenti, e potrebbero essere molte di più, se si avesse la voglia e il coraggio di investire di più sulla ricerca» aggiunge, diretto.

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Si parte con un’intrigante indagine sul soprannome di Falco d’Italia attribuito al Castello, poi è un succedersi di immagini, di informazioni, di citazioni, e di testimonianze lette e interpretate da Daniele Squassina.
Scorre nei secoli, la vita del Castello, tra Re, nobili, popolani, guerrieri e detenuti da rieducare attraverso un duro lavoro di manutenzione e riammodernamento, tra battaglie, sommosse, celebrazioni e raffigurazioni dei Santi Patroni Giovita e Faustino.
Una passeggiata nel Prato della Bissa, con il cannone installato a futura memoria dell’imprenditore siderurgico Goi, donato dai suoi eredi, cui segue una critica occhiata alla vecchia e gloriosa locomotiva collocata per celebrare «l’Italico vapore».
Si passa poi alle insidie della “Strada del Soccorso”  utilizzata a dispetto del nome e in più occasioni, per reprimere moti popolari e all’ardita Torre Coltrina, incombente sullo strapiombo con i misteriosi affreschi abrasi dal tempo.
Una particolare attenzione merita il bello, imponente (e tristissimo) Torrione dei prigionieri, con le pareti tappezzate di dolore inciso nella pietra, dove venivano reclusi e tormentati i patrioti dell’associazione. Un soggiorno che, per molti, si concludeva alla Fossa dei Martiri.
Ci vuole un momento di riposo e ci pensa la bella voce di Squassina che recita i versi di una dolente poesia di Cappellini.

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Sul finire, colpisce e si fissano negli occhi e nella memoria l’immagine della selva di antenne (utili ma orride) che fanno scempio della Mirabella, e la vista sui malridotti e antiestetici cartelloni pubblicitari che fanno da cornice ai campi da tennis presenti dall’ormai lontano 1910. Mostrandole, Gatta non può nascondere il proprio disappunto.
Per rincuorarsi non resta che fare un  salto alla Specola Cidnea, e osservare il cielo.
Da qui si riparte per l’itinerario finale, percorrendo ogni strada che si arrampichi, da ogni direzione, lungo le pendici del colle, scoprendo altre scritte, altri monumenti, altri segreti.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Anche Mara giocava a palla. Con la vita e con le vite.

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LA VITA (E LA MORTE) DI MARA CAGOL
(estratto tratto dalla «Enciclopedia delle donne»)

Margherita è l’ultima di tre figlie: il padre gestisce a Trento la “Casa del sapone”, la madre lavora in una farmacia.
Margherita ha come guida spirituale un prete gesuita, nei pomeriggi tiene compagnia agli anziani negli ospizi di Trento. È sportiva: scia, gioca a tennis, le piace camminare in montagna. Alle superiori si iscrive a ragioneria e si diploma con la media del 7. Durante la scuola comincia a studiare chitarra classica e in breve diventa la terza chitarrista più brava d’Italia, suonando anche all’estero: potrebbe essere quella la strada da intraprendere. Invece no, si iscrive alla facoltà di sociologia a Trento.In Italia non esiste nulla di simile. Tra i professori ci sono Beniamino Andreatta e Romano Prodi.Tra gli studenti Renato Curcio e Mauro Rostagno, che dividono una casa in riva al fiume Adige.
È il 1966 e gli studenti di Trento decidono di occupare l’università: è il primo caso in Italia. Anche Margherita partecipa a questa protesta ma non rimane a dormire in facoltà, perché i genitori non glielo consentono, deve rientrare a casa alle 19,00…L’anno successivo comincia a collaborare al giornale «Lavoro Politico» che nel 1968 diventa un periodico di riferimento per la sinistra. Alla Facoltà di Sociologia arriva come rettore Francesco Alberoni. A lui Margherita propone la tesi: uno studio sulla Qualificazione della forza lavoro nelle fasi dello sviluppo capitalistico. Si laurea il 29 luglio del 1969 con 110 e lode.
Il primo agosto Margherita e Renato si sposano, contro il parere del padre di lei, che non reputa Curcio capace di prendersi cura della figlia. Il matrimonio verrà celebrato in chiesa, nonostante quello che entrambi pensano del “matrimonio borghese”, ma Margherita vuole evitare la rottura con la sua famiglia. 
Siamo in pieno “autunno caldo”: scaduto il contratto nazionale dei metalmeccanici, le iniziative di protesta sono continue. Margherita e Renato frequentano il CUB (Comitato Unitario di Base) della Pirelli e i Gruppi di Studio che si costituiscono nelle grandi fabbriche: SIT Siemens, Alfa Romeo, Marelli; conoscono Mario Moretti e Alberto Franceschini.
Dal convegno del Collettivo Politico Metropolitano ( CPM) di Pecorile (settembre 1970) nasce il primo nucleo che darà vita alle Brigate Rosse. L’incontro viene organizzato da Franceschini, il quale di Margherita dirà: “L’impressione che ne ebbi fu di grande fiducia. Mara, che pur non appariva e non ci teneva a farlo, non era considerata da nessuno una figura secondaria.”
Curcio nel suo Progetto Memoria scriverà: “Che lei abbia voluto l’organizzazione armata quanto me, se non più di me, è un fatto.”
Il gruppo decide di “passare all’azione” ma ci vuole una sigla. In memoria delle brigate partigiane decideranno di usare la parola “brigata” e Margherita proporrà “rossa”. Come simbolo verrà scelta la stella a cinque punte iscritta in un cerchio, la stessa utilizzata dai Tupamaros uruguaiani.
Margherita sceglie il suo nome di battaglia: Mara.
Nel 1971 Mara rimane incinta, ma perderà il bambino al sesto mese, dopo una caduta dal motorino.
Nel 1972 il passaggio definitivo alla clandestinità e alla lotta armata li farà rinunciare per sempre all’idea di un figlio. In seguito all’occupazione delle case popolari di Quarto Oggiaro, operazione della quale era l’anima, Mara viene arresta per la prima e unica volta: rimane a San Vittore per cinque giorni.
Le BR alzano il tiro al “cuore dello Stato”. Il bersaglio è il giudice Mario Sossi, e il “piano” richiederà un anno e mezzo. Sossi viene sequestrato nell’aprile 1974 da una ventina di brigatisti a Genova, compresi Cagol e Franceschini. La prigionia di Sossi durerà 35 giorni e i giornali quasi non parleranno d’altro fino alla sua liberazione. L’8 settembre del 1974 Renato Curcio e Alberto Franceschini vengono arrestati a Pinerolo, denunciati da un infiltrato – Silvano Girotto, detto Frate Mitra. Vengono presi altri brigatisti, la Cagol rimane sola a portare avanti la colonna torinese.
Il 18 febbraio 1975 Margherita, con una parrucca bionda e altri cinque uomini arriva al carcere di Casale. È giorno di visite, suona il campanell
o con un pacco in mano. Appena le viene aperto punta un mitra verso il piantone.
Curcio è al piano superiore, scende, verrà liberato senza sparare un colpo. Il «Corriere della Sera» commenterà: “Un’umiliazione dello Stato” e il generale Dalla Chiesa inveirà contro chi ha lasciato il capo delle Brigate Rosse in un carcere “di cartapesta”.

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Mara viene uccisa nel 1975 nel corso di uno scontro a fuoco, le cui modalità sono state ricostruite anche in modo alternativo rispetto alla “bversione ufficiale”, nei pressi di una cascina nei pressi di Canelli, nella quale era stato rinchiuso l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, industriale dello spumante, rapito per procurare fondi alle Brigate Rosse.

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LO SPETTACOLO

La casa di Margherita, che poi diventerà Mara, è uno stagno adagiato in volute nebbia. Una famiglia della piccola borghesia, chiusa in se stessa e nell’alternarsi di giorni sempre uguali, senza entusiasmo, senza prospettive, senza obbiettivi, senza sogni da realizzare, neanche da pensare, senza niente. Una famiglia grigia, come quel muto bianco e nero che fluisce da una televisione sempre accesa in palcoscenico. Le inutili parole tra padre e figlia vengono scambiate nella lingua più rassicurante che ci sia: il dialetto trentino.
Sono gli studi di Margherita, a smuovere in qualche modo la situazione, cambiando gli accenti, alternando le banali e ripetitive conversazioni domestiche con una tagliente enunciazione schematicamente politica e intessuta di dogmi, propria della sinistra estrema e arrabbiata degli anni di piombo.

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Sì, qualcosa cambia, repentinamente, perché «Non è la coscienza a determinare la vita, ma la vita che determina la coscienza», come dice la ragazza, sempre più Mara e sempre meno Margherita.
«Mi viene sempre la nusea, quando penso a una vita normale» confessa Mara, ed è istantanea liberazione interiore: un fuco che, all’improvviso, uscendo dal bozzolo, si trova pipistrello, piuttosto che farfalla
Va avanti nel tempo, segue e scandisce lo scorrere degli anni ma, come in certi brutti sogni, resta fermo sul posto, sempre allo stesso spiazzante livello di incomunicabilità, il non-dialogo tra padre e figlia.
Presenti nei riferimenti ma lontani, al punto di lasciare trasparire assenze di autentici agganci con quell’estenuante e lacerante confronto generazionale, la mamma e lo stesso Renato Curcio, di cui si avverte la fondamentale importanza nella vita di Mara Cagol, soprattutto, però, nella funzione di rafforzamento di idee già elaborate e di decisioni già prese.

Sarà la morte (violenta) di Mara e quella (annunciata e imminente) del suo genitore, che li riuniranno finalmente in un’altra dimensione?

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Francesca Porrini e Andrea Castelli, a fine spettacolo,
raccolgono gli applausi tributati dal pubblico bresciano.

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Il testo (cronaca dell’evolversi di una interpretazione estrema e totalizzante della politica, individuale e collettiva, più che narrazione di una vicenda umana) è per forza di cose, piuttosto complesso e concettuoso, e ciò non giova, per quanto ovvio, alla dinamicità. Altrettanto dicasi per la scelta, del resto del tutto coerente, se non addirittura necessaria, di lasciare largo spazio all’uso del dialetto, che a volte, inevitabilmente, toglie qualcosa alla completa comprensibilità. Degna di menzione l’interpretazione dei due interpreti che, comunque, riescono a non appiattire il ritmo della recitazione e a mantenere alta la tensione emotiva dei personaggi e degli spettatori che gremiscono il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri.
Il pubblico bresciano mostra chiaramente di avere apprezzato, tributando, al chiudersi del sipario, lunghi e ripetuti applausi.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (139) – Palcoscenico e filosofia

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«Mi devo un po’ riguardare: non sono più un giovane ottantenne» manda a dire scherzosamente Emanuele Severino, impossibiliotato a presenziare all’appuntamento in Loggia con i giornalisti a causa di un piccolo malanno di stagione. E, in effetti, gli anni sono novanta, anche se lo spirito è ancora quello di un ventenne.
Proprio dall’idea e dalla volontà di celebrare e festeggiare il novantesimo genetliaco dell’illustre filosofo e accademico bresciano deriva la “mattinata d’onore”, patrocinata dal Comune, che avrà luogo il prossimo sabato 2 marzo al Teatro Sociale.

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Emanuele Severino

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La conferenza stampa di presentazione è aperta da Claudio Bragaglio membro del Consiglio direttivo dell‘ASES – Associazione di Studi Emanuele Severino, con il riconoscimento e l’apprezzamento per la presenza del  Comune di Brescia che ha accompagnato con entusiasmo ed efficienza l’iniziativa, coinvolgendo in modo massiccio il mondo giovanile e studentesco.

Gian Mario Bandera fa presente come il CTB abbia preso al volo l’occasione di collaborare a un evento straordinario per la città di Brescia i posti assegnati per la partecipazione studentesca sono pressoché esauriti. «Abbiamo pensato di intervenire neo festeggiamenti dedicati al filosofo con l’intervento che più ci è proprio, vale a dire la messa in scena di uno spettacolo, l’Orestea tradotta da Severino, con il coordinamento registico di Andrea Chiodi e con attori già affermati (Ottavia Piccolo, Graziano Piazza, Federica Fracassi e Fausto Cabra) accompagnati da nove giovani (per la maggior parte bresciani) talentuosi e in fase di crescita» spiega ancora il Direttore del CTB. Tra questi ultimi (ndr) non può fare che piacefre sottolineare la presenza di Fabrizia Boffelli che, nello scorso agosto, è stata protagonista, insieme a Carlo Hasan e Lorenzo Trombini, della rivisitazione del dramma «Diciannove + Uno» scritto da Patrizio Pacioni e messo in scena in anteprima a Marone.

Anna Severino. vice presidente dell’ASES, si limita a portare i saluti del padre, passando la parola a Ines Testoni .

La professoressa fa presente come, nell’ambito delle iniziative  ispirate all’attività del professor Severino, Brescia si e è conquistato un posto di rilievo.
«Ciò che davvero vorrei emergesse da questa occasione, però, è che, oltre all’omaggio reso al filosofo in occasione del novantesimo compleanno, è che  da qui partisse una sfida ambiziosa e seducente: quella di fare di Brescia la capitale della cultura 2022»

Per il Sindaco Del Bono, la ricorrenza rappresenta una grande opportunità per la Città.
«È un’occasione che non può essere persa» afferma con forza.
«Da qui si potrà rimegranttere l’Italia, con Brescia in posizione di rilievo, al centro del dibattito sulla filosofia». Per poi concludere: «So che Severino è stato sempre molto attento nei confronti della città, ma, a sua volta, egli deve sapere che altrettanto affetto e una smisurata stima gli ha tribuito e tuttora gli attribuisce Brescia». 

Di concludere la conferenza si incarica Paolo Barbieri, ricordando l’ancora breve ma già significativa storia dell’Associazione che conta già circa 250 membri, tutti di assoluto rilievo. Tra le altre iniziative in corso, ricorda la nascita di una nuova rivista in lingua inglese, che uscirà con cadenza quadrimestrale, liberamente accessibile a tutti.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

L’importanza di vendere (libri)

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Milano.
Una domenica pomeriggio di mezzo inverno.
Praticamente oggi.

Alla libreria Mondadori di Piazza del Duomo l’evento di richiamo è la presenza  della diciottenne muser, top influencer (accreditata di oltre due milioni di followers tra Instagram, Youtube e TikTok – qualsiasi cosa  sia quest’altra diavoleria del web, non chiedetelo a me), nonché dell’attrice in erba Jenny De Bucci.

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Jenny De Bucci

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Tra le sue fatiche ci limitiamo a ricordare la partecipazione, oltre al reality «Il Collegio», targato RAI 1, alla serie «Un passo dal cielo 5» (e scusate se  è poco!)

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«E che ci fa Jenny in libreria? » chiederà qualcuno.
Molto semplice: è presente alla Mondadori per adempiere ai doveri relativi alla cerimonia c.d. del “firmacopie” per il suo (primo) romanzo «Girls – siamo tutte regine».
Già, perché mi sono dimenticato di dirlo: Jenny, tra un post, una foto diffusa in rete e un’interpretazione televisiva, è diventata anche scrittrice.
Alle 16 già comincia ad allungarsi nella piazza principale ritrovo di milanesi e forestieri, la lunga fila dei suoi innumerevoli fans.  O meglio, sarebbe molto più   preciso scrivere DELLE sue fans, visto che una percentuale molto prossima al 99% del pubblico in trepida attesa è composto da giovani e giovanissime esponenti del gentil sesso.

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Ed ecco che, suscitando un coro di acclamazioni  e uno scroscio di applausi, la muser/attrice/scrittrice si affaccia da  un balcone della libreria, elargendo al suo popolo adorante un saluto che rassomiglia molto a una benedizione.
Vi chiedete perché mai io vi abbia raccontato questa storia?
Allora chiedo anch’io una cosa: voi sapete come funziona un “firmacopie”?
Semplice: uno scrittore,  una sedia, possibilmente un piano di appoggio e, chi lo vuole, che si avvicina, una persona per volta,  con il libro già pronto in mano, per incassare la dedica autografa dell’ Autore di turno.
Jenny prende la cosa molto sul serio, non limitandosi ad apporre la firma sotto una frase di convenienza ma spendendo parte del suo tempo (e del tempo dei – Anzi DELLE- fans in attesa, la cui fila si intanto si va allungando sempre di più, diventando una specie di serpentone umano da carnevale cinese) in cordialissime celie. 
Anche l’occhiuto quanto severissimo bodyguard prende il proprio lavoro dannatamente sul serio: la priorità è riservata a chi ha acquistato il romanzo nella libreria, ricevendo alla cassa una specie di lasciapassare azzurro-viagra, magari anche solo un minuto prima, lasciando che gli altri (ops, LE ALTRE) schiattino di gelo e stenti sul marciapiede.
Le altre, già: ragazze che hanno comunque in mano una copia di «Girls» ma lo hanno acquistato in un un’altra libreria oppure (vergogna!) addirittura on line. Ragazze, magari (e questa davvero è la massima ignominia) che quel  libro lo hanno già letto.
L’attesa è talmente logorante che qualcuno dei genitori o degli altri accompagnatori delle reiette, ha la bella pensata di comprarne un’altra copia, per accelerare le cose).
È lo scoppio di un’epidemia: parte del serpente cinese si trasferisce alle casse, e le vendite decollano.

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Questo è quanto.
Una esemplificazione di quale sia l’andazzo di questo particolarmente grigio periodo della editoria italiana: un meccanismo di doppio sfruttamento commerciale, nel quale vengono coinvolti sia i lettori (con l’abbassamento della qualità intrinseca dei testi pubblicati) sia dei “neo-scrittori” che vengono storditi con il miraggio di una fama eterna, sedotti  con la sopravvalutazione delle loro effettive potenzialità e abbandonati come scarpe vecchie nel momento stesso in cui vengono meno i benefici derivanti di una notorietà artificiale e gonfiata a dismisura e, per questo, estremamente effimera.

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Per chiudere una doverosa precisazione:«Girls» io l’ho letto e, lo devo ammettere, sorvolando sulla validità del plot, l’ho trovato tecnicamente ben scritto.

Complimenti alla giovanissima autrice e, soprattutto, al suo bravo e professionale editor.

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Valerio Vairo

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Categorie: Senza categoria.

Liberare Jenni dalla sua prigione? Si può (e si deve).

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Jenni ha bisogno di aiuto, ma bisogna fare in fretta, perché il tempo a sua disposizione sta per scadere.

Un po’ di numeri:
5 interventi già effettuati;
13 anni di sofferenza;
5.000 followers;
100.000 euro da raccogliere entro Febbraio 2019 per i prossimi due esami;
500.000 euro mancanti per terminare le cure entro il 2019.

Dunque per lei non c’è più molto tempo a disposizione, ma se ci muoviamo velocemente insieme, possiamo farcela.

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«Mi chiamo Jenni Cerea sono una ragazza di Curno (BG) che da tredici anni vive in un letto a causa di rare patologie cerebrospinali.
Per avere una speranza di miglioramento e di rallentare la degenerazione della malattia ho intrapreso un cammino chirurgico negli Stati Uniti d’America presso i migliori specialisti a livello mondiale sulle mie patologie, ma per visite, esami ed interventi i costi per me che non sono cittadina americana sono enormi.
Grazie ad eventi benefici, raccolte fondi e alle donazioni della gente ad oggi ho fatto cinque interventi importanti : mancan
o altri tre interventi fondamentali, aiutatemi a vincere la mia battaglia! Sostenete la mia causa, aiutatemi a riavere una vita normale e un futuro migliore!
Grazie. Jenni
»

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IN CHE MODO SI PU AIUTARE JENNI (MODALITA DI DONAZIONE):

➤ BONIFICO:
IBAN IT 39 N030 6953 5771 0000 0000 821
Conto intestato a: GIORNO PER GIORNO ONLUS 
Causale: LIBERA DONAZIONE PER JENNI

➤ PAYPAL
La donazione avverrà direttamente sul conto paypal dell’associazione.

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visitate www.giornopergiornonlus.it

Categorie: I&S - impegno & solidarietà.

Il Jekyll di Sinisi è un doppio misto. Gotico.

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Al di là e prima di ogni altra considerazione su «Jekyll», appena andato in scena al Teatro Sociale, salutato da un lungo e convinto applauso finale, una cosa dev’essere chiara per tutti: impossibile aspettarsi che Fabrizio Sinisi , giovane e talentuoso drammaturgo di casa, si limiti ad “adattare” un testo, fosse anche un capolavoro della letteratura mondiale di tutti i tempi come «Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde», una delle più affascinanti e inquietanti storie scritte da Robert Louis Stevenson, già portata più volte in palcoscenico e sullo schermo (celeberrimi i film del 1931 -regia di Rouben Mamoulian con Fredric March e 1941- regia di Victor Fleming con il magico duo Spencer Tracy & Ingrid Bergman).

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Il libro:


Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde, 1886) è un raccontoo gotico dello scrittore scozzese Robert Louis Stevenson. Un notaio londinese, Gabriel John Utterson, investiga i singolari episodi tra il suo vecchio amico, il dottor Jekyll, e il malvagio Mister Hyde. L’impatto della storia è stato universale, facendo entrare la definizione Jekyll e Hydenel linguaggio comune a significare una persona con due distinte personalità, una buona e l’altra malvagia; o la natura normalmente buona ma talvolta totalmente imprevedibile di un individuo; in senso psicologico, è diventata la metafora dell’ambivalenza del comportamento umano, e anche del dilemma di una mente scissa tra l’Io e le sue pulsioni irrazionali (da Wikipedia)

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La trama in dettaglio:


L’avvocato Utterson viene a conoscenza di uno sgradevole episodio che ha per protagonista Edward Hyde, un sinistro quanto brutale individuo che, a quanto pare, gode della protezione del suo integerrimo amico medico Henry Jekyll. Non riuscendo a comprendere cosa possano avere in comune due persone così diverse tra loro, pensando che Jekyll possa essere sotto ricatto, Utterson decide di indagare personalmente. Nel corso delle sue ricerche, viene a sapere che Jekill sta lavorando su alcune sue strane teorie scientifiche. Quando poi Utterson gli esterna le sue preoccupazioni, il medico gli risponde tranquillamente che può disfarsi dell’altro come e quando vuole. Le cose, però, non vanno come previsto: viene commesso un delitto, di cui Hyde è dichiarato colpevole e Jekyll si incupisce e si chiude in se stesso sempre più. Hyde sembra scomparso, ma l’umore del medico si fa sempre più cupo, finché, nel suo studio, viene trovato un cadavere con le sembianze di Hyde e i vestiti di Jekyll. In una lettera è chiarito il mistero: a causa di un siero di sua composizione, in grado di cambiare il suo aspetto fisico e la sua mentalità, Jekill si è sdoppiato separando il bene e il male presenti nel suo animo, ma la parte “cattiva”, gradualmente stava prendendo il sopravvento.
A quel punto allo sventurato medico non è rimasto che il suicidio.

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Lo spettacolo:

Come si è detto in apertura, sulla locandina è scritto “liberamente ispirato all’opera di” e mai parole furono più appropriate: Fabrizio Sinisi smonta e rimonta a modo suo l’opera, sia in senso narrativo che cronologico, rendendola qualcosa di collegato all’originale ma, nello stesso tempo, di completamente diverso da esso. Il linguaggio è quello che ormai abbiamo imparato a conoscere dell’Autore barlettano: colto, cerebrale, frutto di un lungo e attentissimo lavoro di scelta di termini, parafrasi, perifrasi e circonluzioni, di misura certosina di parole e periodi, propenso a cedere qualcosa all’immediatezza della comunicazione a vantaggio di un’assoluta perfezione della costruzione letteraria e narrativa.

L’atmosfera, grazie anche all’eccezionale lavoro del geniale scenografo Alessandro Chiti (lo stesso di «Macelleria messicana» e «Il vecchio e il mare», tanto per intenderci) immerge lo spettatore in un oscuro ambiente gotico che ammicca senza possibilità di equivoco agli allucinati deliri propri di Edgar Allan Poe, con tanto di cimitero e antica navata di una chiesa.

Il tema è quello del “doppio”: dall’inganno degli specchi, che sembrano dire la verità ma, in realtà, riflettono un’immagine simmetrica all’originale, alla querelle «Non è giusto che le opere d’arte più belle siano copie di altre opere d’arte» all’amara considerazione sulla difficoltà di «distinguere tra un braccio che ti salva e un braccio che ti offende» per finire con gli attori che volteggiano a ritmo di musica conducendo tra le braccia finte ballerine.

La ferita, che lacera narrazione, protagonista e comprimari, è una totale assenza di speranza, ribadita e certificata, con accenti di amaro sarcasmo, da una grottesca confessione e da un arrabbiato discorso delle beatitudini declinato a rovescio. Proprio come in uno specchio oscuro, appunto.

Della sontuosa scenografia abbiamo già detto. Luci, effetti, accompagnamento musicale e costumi impeccabili. Bravissimi gli attori, tutti, con un’ovvia menzione per l’ispirato Luca Micheletti, cupo e rabbioso quanto basta, esuberante nella recitazione come e più di sempre e in piena forma fisica, come dimostrato da una sorprendente corsa nella corsia centrale della platea, degno dello sprint di un centometrista di professione.

Insomma, una grande, doppia conferma: sia delle capacità narrative di Fabrizio Sinisi, sia della crescita che consacra Luca Micheletti come uno dei migliori attori italiani del momento.
E, il sospetto che, per entrambi, il meglio debba ancora venire.

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JEKYLL
di Fabrizio Sinisi
liberamente ispirato all’opera omonima di Robert Louis Stevenson
regia Daniele Salvo
scene Alessandro Chiti
costumi Daniele Gelsi
luci Cesare Agoni
musiche originali Marco Podda
maschere e oggetti scenici Bruna Calvaresi
con Luca MichelettiCarlo ValliGianluigi FogacciAlfonso VenerosoSelene GandiniSimone CiampiElio D’Alessandro
produzione Centro Teatrale Bresciano
video promo Nicola Lucini – Arkfilmmaker

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (138) – L’unità non è (solo) un quotidiano.

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«Il mio nuovo lavoro, “L’unità”, non è (come pure il titolo potrebbe suggerire) la storia del glorioso organo di partito del PCI» esordisce Mauro Del Bue, politico di lungo corso ed esponente di spicco del Partito Socialista. «Bensì la storia di un processo unitario della sinistra, mai andato effettivamente a buon fine. Una vicenda segnata fin dalla nascita, visto che il primo partito progressista (il Partito dei Lavoratori, fondato il 15 agosto 1982 a Genova) fu il frutto della clamorosa scissione tra socialisti e anarchici, Per la verità, in quell’occasione ne nacquero due, con lo stesso nome».

L’appuntamento è quello della presentazione bresciana del libro (organizzato dal circolo Tempo Moderno e introdotto e moderato dall’avvocato Lorenzo M. Cinquepalmi). La location dell’evento, completato da un interessante dialogo tra l’Autore e il professor Saverio Regasto, è la sede del Circolo Bissolati, a due passi dalla Poliambulanza: un locale suggestivamente retrò che richiama alla memoria, per alcuni aspetti, le gloriose “case del popolo” di una volta, nella quale, però, la consueta e intensa attività di informazione e divulgazione viene portata avanti secondo logiche e modalità assolutamente al passo con i tempi.

Nel suo intervento, Del Bue passa in rassegna velocemente, ma in modo incisivo, tutta la storia della sinistra italiana, costellata di errori e di sconfitte; in particolare quella del Partito Socialista, votato all’insuccesso nel momento stesso in cui decise (a giudizio dell’oratore in modo alquanto avventato) di farsi stritolare dall’abbraccio del PCI accettando di sottoscrivere, nel secondo dopoguerra, il “Fronte Democratico Popolare”.

«Dopo il “picco” consuntivato nelle elezioni del giugno ’46 con la raccolta di circa il 20% dei consensi, ebbe inizio un declino che sembrò arrestarsi e invertire la tendenza solo con “la rivoluzione dei quarantenni” e l’avvento alla guida del partito di Bettino Craxi, che tornò a conseguire il 14% dei voti» ricorda Del Bue. Precisando però subito dopo, che Craxi ebbe poi il torto di non valutare correttamente le conseguenze del crollo del muro di Berlino: un avvenimento epocale che comportò non solo la dissoluzione del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, ma di un intero sistema.

«Per dirne una, paradossalmente, senza la caduta del muro non ci sarebbe stata neanche Tangentopoli» provoca Del Bue, ricordando subito dopo che anche la nascita e il decollo della Lega Nord avrebbe dovuto rappresentare un segnale che non fu però raccolto. Dopo di che, con la nascita (mai realmente avvenuta) della seconda Repubblica, l’Italia perse il ruolo internazionale che, faticosamente, si era riuscita a ritagliare.

Non resta che pentirsi degli sbagli commessi e piangersi addosso, allora?
No. Neanche per sogno.

«Ci sono quattro temi essenziali che la sinistra deve recuperare, assimilare e rielaborare in modo approfondito e creativo» è la conclusione di Del Bue, che si riferisce a demografia (compreso l’epocale questione delle migrazioni), economia (con la progressiva globalizzazione e finanziarizzazione del sistema), democrazia (con la necessità di rilanciare, anziché frenare, il progetto d’integrazione europea) ed ecologia (la lotta al degrado ambientale è ormai la prima priorità).
«Solo così, una storia d’insuccessi si potrà trasformare in una affermazione per il movimento e per l’Italia» è il precetto finale, raccolto e applaudito dal folto e attento pubblico presente (tra il quale si segnala la presenza dell’assessore Roberta Morelli).

Prende poi la parola il prof. Saverio Regasto, ordinario di Diritto Pubblico presso l’Università di Brescia.

Secondo il suo autorevole parere, la situazione difficile della sinistra italiana non è che la naturale conseguenza di una lotta tra fazioni più che tra idee. Il PCI commise l’errore di non sfruttare il clamore del crollo del muro per smarcarsi in una più accentuata posizione libertaria.

«Dov’è l’intellighentia di sinistra sulle grandi tematiche planetarie? Dove è il dibattito?» si chiede, senza però riuscire a darsi una risposta.
«Mi riferisco alla eventuale prossima nascita di un nuovo soggetto politico progressista-europeista, secondo l’ispirazione e il suggerimento di Carlo Calenda, del pericolo costituito da un populismo becero e aggressivo, della necessità di una nuova internazionalizzazione per affrontare le gravi problematiche globali senza avvitarsi su tematiche che, sia pure importanti, rimangono di campanile» spiega, aggiungendo subito dopo e contemplando la lista con una ormai improrogabile «franca discussione, interna e aperta anche a qualificati contributi esterni, sulla necessità di rivalutare la politica perché i giovani tornino a praticarla».

La serata si conclude con la tradizionale cerimonia del firma-copie, seguita da una cordiale riunione conviviale di cui si approfitta per approfondire il confronto.

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Il libro:

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L’Autore:
Mauro Del Bue (Reggio Emilia 1951), laureato in Lettere e Filosofia, giornalista, segretario del Psi di Reggio Emilia dal 1977 al 1987, consigliere comunale di Reggio dal 1975 al 1993, vice sindaco con gli assessorati alla cultura e allo sport nel 1987, viene eletto deputato nel giugno del 1987 e confermato nel 1992. Dal dicembre del 1989 è nella Direzione del Psi e dal 1987 al 1990 è anche presidente de I Teatri di Reggio Emilia. Si dedica poi all’attività storica e scrive 18 libri, prevalentemente di storia locale, tra i quali “Storia di delitti e passioni, Dal Triangolo della morte alle Br”, Reggio Emilia 1994, “L’apostolo e il ferroviere, vite parallele di Camillo Prampolini e Giuseppe Menada”, Montecchio E. 2005, “Storia del socialismo reggiano” in tre volumi, Montecchio E. 2009-2011-2012, “Il primo cooperatore, Contardo Vinsani, il riformista utopistico”, Casalgrande 2016, ma anche libri di storia sportiva e un volume, “Filosomia, storia della filosofia secondo me”, Firenze 2012. 
Nel 2000, dopo la morte di Craxi aderisce al Nuovo Psi e nel 2005 viene scelto come rappresentante del partito nel governo Berlusconi (è sottosegretario alle Infrastrutture). Nel 2006 viene rieletto deputato nel collegio Piemonte due, nella lista Dc- Nuovo Psi. Nel 2007 aderisce al gruppo della Rosa nel pugno e alla Costituente socialista. Dal 2009 al 2014 è assessore allo sport (poi anche all’ambiente) del Comune di Reggio (sindaco Graziano Delrio) e dal 2013 è direttore dell’Avanti.

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