Goodmorning Brescia (59) – Somebody… di Extraordinario

Quel che inizialmente ha attirato la mia attenzione è stata un’immagine, accompagnata da un breve e significativo annuncio:


Comincia il nuovo laboratorio teatrale!
Incontri aperti, liberi e gratuiti fino a Dicembre!
Chiunque può venire!
Sei chiunque?
Sei curioso?
Stai pensando “che bello, ma non riuscirei mai a farlo?”
SEI LA PERSONA GIUSTA!
Ti aspettiamo!

«Chi è che, di questi gramissimi tempi, s’ingegna a offrire gratuitamente qualcosa di così interessante, per quasi tre mesi, per di più?» mi sono chiesto. Poi mi sono accorto che giovedì 5 ottobre è domani e, effettuando un veloce approfondimento (nella cronaca, più che in altri settori dell’informazione, una notizia che è attuale oggi diventa rafferma domani, un po’ come il pane) ho scoperto un altro appuntamento in arrivo, assai singolare: il prossimo sabato 14 ottobre, infatti, il pullman Extarordinario (un nuovo modo girovago di contatto e pratica dello spettacolo) farà tappa all’ex manicomio di Collegno, per una gita culturale e uno spettacolo circense.

«Questa è la pazzia che piace a me!», mi sono detto, e ho subito contattato Beatrice Faedi per una velocissima intervista a distanza.

Ecco cosa ne è venuto fuori.

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C’è il fondato sospetto (anzi direi più la trepida speranza) che a Brescia e nella sua provincia, si stia radicando un forte movimento teatrale. Non solo CTB, ma una serie di nuove iniziative aventi tutte lo scopo, sia pure seguendo strade diverse –a volte molto diverse- tra loro, di favorire la recitazione sia dalla parte del pubblico che da quella del palcoscenico. In questo quadro, come si colloca Somebody Teatro delle Diversità?

Somebody delle Diversità è un progetto di teatro integrato e di comunità, coordinato da una serie di attori ed educatori professionisti, ma aperto a chiunque voglia sperimentare il palcoscenico e la disciplina teatrale, senza limite alcuno, con una particolare attenzione verso chi vive ai margini e spesso non ha voce abbastanza potente per raccontarsi e raccontare (ecco perché la presenza al nostro fianco della Cooperativa Sociale La Rete è fondamentale). SomebodyTeatro ha deciso, fin dall’inizio della sua storia, di rischiare, e vuole che i suoi spettacoli vengano giudicati in quanto tali e non solo come progetti di accoglienza di ogni diversità. In poche parole chiede ai suoi utenti il grande sforzo di imparare le discipline di palcoscenico e al pubblico di non lasciarsi trasportare dal buonismo imperante in questo genere di iniziative. Ci sono attori e attrici di Somebody che, dopo un lavoro decennale continuo e costante, hanno appreso le tecniche del teatro e conoscono in maniera professionale il comportamento da tenere durante uno spettacolo e il pubblico non nota più che sono ragazzi e ragazze che seguono percorsi e servizi di formazione all’autonomia.  Questo è un risultato e una battaglia da continuare a condurre, silenziosa, per portare alla pari dignità, attraverso l’arte del teatro, chi pari dignità fatica ad avere nella normalità. Il gioco nasce dalla parola somebody, che in italiano si traduce qualcuno, pronome indefinito che connota una persona qualunque, ma che può diventare Qualcuno, con la Q maiuscola, se sale su un palcoscenico.

 

Il Teatro e la scuola, dunque. Una sfida difficile visto che la concorrenza di altri modi di espressione e narrazione, maggiormente legati alla tecnologia, si fa sentire ogni giorno più forte.

Dirò in maniera molto netta che questa concorrenza non ci spaventa. Se ci viene data la possibilità di fare teatro con ogni fascia generazionale, scopriamo che il teatro non è invecchiato affatto. Lo insegnano molto bene i bambini e il loro stupore, oggi più che mai – e proprio grazie alla tecnologia imperante! – quando scoprono che il teatro lo fanno loro, con il loro corpo, la loro voce, gli occhi e ogni loro pensiero. Colpo di scena! Il teatro è fatto dalle persone e le persone possono creare cose straordinarie, senza trucco, senza effetti speciali, solo credendoci. Una bella occasione per chi spesso si sente relegato e non trova nella richiesta di nuovi linguaggi sempre più ricca martellante e varia del mondo tecnologico il suo linguaggio, il suo modo di essere ed esistere, la sua originalità.

 

Cosa vuole dare (agli altri e a se stesso) chi si mette in gioco attraverso la recitazione? Cosa vuole e può dare a costui Somebody?

Per me fare teatro è un gesto di allegria, ma quell’ “Allegria di naufragi” cara ad Ungaretti. Quell’allegria che attraversa dolori, inquietudini, disagi, incomprensioni, quell’allegria necessaria per sentire che la vita ci appartiene. Credo che chi fa teatro con noi voglia innanzi tutto stare ben con sé in mezzo agli altri. Poi, dato che si lavora sodo, comprende che questo stare bene bisogna guadagnarselo, con attenzione verso sé e verso il gruppo, lasciando andare piano piano le difese, liberandosi un poco alla volta. E poi il teatro ti fa questo bel regalo: ti fa capire che, nel momento in cui decidi di raccontarti come persona, di colpo diventi autorevole, ma questa autorevolezza l’hai sempre posseduta, solo non ci badavi o non ci credevi. Lo spettacolo è un momento fondamentale, perché molti capiscono anche l’importanza del messaggio al mondo. Va da sé che SomebodyTeatro diventa, grazie a chi partecipa alle sue attività una voce importante, una voce di chi non ha voce un piccolo (ma per noi grandissimo) punto di riferimento. Quello che Somebody dà in cambio è la serietà del progetto, l’insegnamento, la professionalità, l’educazione all’ascolto di altri progetti, la possibilità di vivere insieme la visione di altri spettacoli, la scoperta di autori e testi di teatro, quel sentirsi al centro del mondo così salutare in ogni dove e che non è un’illusione.

 

Parlaci del progetto ExtraOrdinario

Il progetto ExtraOrdinario nasce grazie ad una sinergia abbastanza unica tra Comune di Brescia (Ass. Scalvini e Ass. Castelletti, cioè Servizi Sociali e Cultura), Centro Teatrale Bresciano e alcune realtà artistiche attive sul territorio anche con progetti in ambito sociale: Somebodyteatro, Viandanze, Compagnia Lyria, Residenza Idra, Teatro 19, Associazione Briganti. Molto importante che i due Assessorati, Servizi Sociali e Cultura, procedano a braccetto per rendere più visibile e supportare con iniziative la fiorente realtà bresciana dei progetti artistici in ambito sociale insieme al Centro Teatrale Bresciano. Abbiamo creato un Cartellone ExtraOrdinario che raccoglie tutte le attività coordinate dalle varie realtà che vi fanno parte, un carnet che offre una seria di professionisti alle Associazioni che lo richiedono, ed ora ci aspettano le giornate FUORINORMA a Dicembre, un’iniziativa ideata da SomebodyTeatro insieme ad Antonio Audino (critico teatrale del Sole 24Ore e responsabile della programmazione teatrale di Radio Rai3) durante una giornata delle quali il collettivo si racconterà.

 

Beatrice Faedi, attrice teatrale. Esperienze e progetti futuri.

Ogni tanto torno a fare quello che sorridendo chiamo il mio “antico mestiere”, l’attrice. Sarò ospite, insieme ai musicisti Alessandro Adami, Stefano Zeni e Carlo Gorio del festival “Molte fedi sotto lo stesso cielo” con un reading semiserio intorno alla figura femminile, “Altre Beatrici”. Ma mi dedico soprattutto ai miei progetti educativi, in primo luogo all’attività Somebody. Stiamo preparando le giornate FUORINORMA intorno ad Arte e Diversità e ci aspettano quattro giorni densissimi, incontro con referenti di progetti  di altre città, una giornata dedicata al corpo con una riflessione intorno alla body art, uno spettacolo internazionale, letture e workshop con maestri e tanti ospiti importanti con i quali dialogheremo e dai quali attingeremo stimoli e pensieri per il futuro. In questo senso ci proponiamo davvero di far diventare Brescia un avamposto della progettualità artistica in ambito sociale.

Dirò una cosa alla Marzullo e di questo chiedo perdono: fatti una domanda, datti una risposta. Insomma, ti è piaciuta questa intervista?

Molto. Un’intervista anomala, ho dato le mie risposte nel silenzio, scrivendole. Le ho potute meditare e naturalmente mi sono dilungata troppo.  Però sono grata a chi mi regala la possibilità del racconto, così rara di questi tempi. Una bella occasione!

 

 

    Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Post It (16) – Parlino gli uomini, adesso!

Per questo numero di Post It lascio volentieri il timone a Patrizio, che l’argomento trattato, da sempre, ha particolarmente a cuore. 

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Il copione è triste, visto e rivisto, stantio.

Non c’è più nessuno stupore nell’uccisione dell’ennesima donna: mentre ancora il suolo è macchiato di sangue, si rincorrono solo accorate frasi di repertorio e invettive velleitarie e becere.

Quando non accade che (davvero al peggio non c’è mai fine) nella responsabilità di un pestaggio, di un femminicidio domestico, di una bestiale violenza carnale consumata dietro un cespuglio in un sudicio vicolo, nell’androne di un palazzo, viene coinvolta anche la vittima, perché troppo remissiva, poco prudente, troppo spregiudicata, troppo scollata… insomma, troppo.

Poi, certo, dopo ogni massacro e ogni stupro, vengono le conferenze, le veglie, le manifestazioni, il trionfo del rosa, delle scarpe rosse, delle mimose. Donne che protestano, che denunciano, che chiedono rispetto e sicurezza, riunite tra loro come se fossero una consorteria o una setta, non la metà (forse la migliore) di questo mondo impazzito.

E gli uomini? Dove sono gli uomini in tutto ciò?

Quelli bravi, intendo. Quelli che non picchiano le proprie compagne e non vanno in giro di notte come lupi in caccia di agnelli, e credono che, con questo, la coscienza sia a posto.

Beh, loro compaiono nelle proteste e nelle rivendicazioni di autentica parità solo se portati a rimorchio dalle loro compagne. Piuttosto che come padri, mariti e compagni, preferiscono esporsi, al massimo, in qualità di esperti: psicologi, sociologi, filosofi, giornalisti, scrittori e quant’altro.

Invece no, signori uomini, così non basta. La faccia, dovete metterci: e non si tratta solo di scendere in piazza, dietro a questo o a quello striscione, ma d’impegnarsi giorno dopo giorno nella vita vera. Rispetto ovunque nei confronti della donna: a cominciare dall’ambito famigliare, e poi a scuola, in ufficio, evitando di lasciarsi coinvolgere in stereotipi sessisti persino nelle sguaiate chiacchiere da bar.

Difficile, vero?

Ma ce la potete (e ce la possiamo) fare.

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Post It (15) – Amorosi regali dall’ «al di là»

La storia è commovente, meriterebbe di essere raccontata in un romanzo e poi trasposta in un film.

Ecco la notizia, riportata da tutti i quotidiani e i notiziari tv:

Colpita da un tumore al seno triplo negativo, un carcinoma particolarmente aggressivo e praticamente incurabile, dopo una lunga, aspra, quanto vana, lotta contro il male, Elisa Girotto, 40 anni, realizza che la figlia Anna, una bimba di appena un anno, sarà costretta a crescere senza la sua mamma.

Una prospettiva intollerabile, persino più dell’ormai incombente morte.

L’idea arriva pian piano, probabilmente indotta dallo struggente desiderio, ahimé impossibile da realizzarsi in modo tradizionale, di restare in qualche modo accanto alla sua creatura, almeno fino al raggiungimento della maggiore età.

Uno per volta, allora, comincia ad acquistare, negli ultimi (pochi) mesi che le restano a disposizione, doni adatti ad accompagnare la piccola Anna per 16 compleanni: da un pupazzo, a una barbie, a un mappamondo…

Quando Elisa si spegne, i regali ci sono tutti: a ogni compleanno la bambina, l’adolescente, la ragazza che diverrà Anna, ne avrà uno da scartarne ricordando la mamma che non c’è più.

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L’amore per la figlia è immenso. Il gesto è nobile, degno di una fiaba dei bei tempi andati. A volte, però, il sentimento e la ragione possono non incontrarsi.

Quello che mi chiedo io con la mente (il cuore è tutto con Elisa e Anna) è se tutto ciò non finirà per perpetuare, per lunghissimi anni, un lutto che, forse, sarebbe stato meglio lasciare elaborare alla bambina in modo più rapido.

Ricordando una frase ripresa da ben due evangelisti: 

Gesù gli disse: “Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti”» (Mt, 8, 21)

«Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu va’ e annunzia il regno di Dio» (Lc 9,60). 

e augurandomi che i miei siano solo cattivi pensieri, auguro ad Anna il migliore e più sereno percorso di vita, nell’affettuoso ricordo dell’immenso amore che la sua mamma ha nutrito per lei.

   Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

Una nuova cittadina… dalle Ombre di Monteselva

La mia Monteselva (badate bene, quel “mia” non è speso nella sfumatura “affettiva” della parola, ma ha precisamente il valore possessivo che la grammatica gli assegna) è una città con un grande indice di mobilità.

Gente che viene, gente che va.

E io, che sono il Primo Cittadino, tra le mie incombenze primarie ho quella di vigilare su tutto questo andirivieni, cosicché controllo praticamente una per una tutte le nuove richieste di residenza.

Quella relativa al personaggio che ha presentato la signora S.V., partecipante al concorso di scrittura indetto da quell’imbrattacarte-scribacchino di Patrizio Pacioni, mi ha particolarmente colpito.

Se guardate bene la foto e conoscete almeno con una certa approssimazione quali siano le mie preferenze “estetiche”, beh, non faticherete a scoprire il perché.

  Il Sindaco Alessio Tirabassi

 

 

Mi chiamo Simonetta Gigli e sono nata a Ferrara nel maggio del ‘92.

Dopo essermi diplomata infermiera ho lavorato in una struttura privata della mia città, finché non sono stata assunta presso l’Ospedale San Martino di Monteselva.

Quindi mi sono dovuta trasferire, lasciando a Ferrara i miei genitori e mio fratello adolescente.

Ho un carattere testardo, volitivo, e gli amici dico che risulto simpatica ma anche un po’ snob.

Amo leggere, soprattutto i classici, e mi piace ascoltare musica lirica e sinfonica.

Fino a poco tempo fa sono stata fidanzata con un ex compagno di liceo, che però, avendo avuto la possibilità di iscriversi in una prestigiosa università straniera… alla sottoscritta ha preferito una laurea in grado di aprirgli tutte le porte. E come dargli torto, con i tempi che corrono? 

Così da qualche mese sono single, e ho scoperto che non mi dispiace affatto, se devo dirla tutta.

Amo praticare lo jogging, per questo ho un fisico atletico e sodo: non per fare pubblicità al vino della casa, ma ho proprio una bella pelle, diafana e cosparsa di piccole lentiggini.

Gli occhi sono grandi e verdi, i capelli rosso-rame lunghi e folti.

E ho anche un paio di tette che non passano inosservate: tonde e piene come si conviene, a quanto mi si dice. 

 

(scheda presentata dall’Autore -o Autrice?-  S.V. partecipante al concorso «Le Ombre di Monteselva»)

Categorie: Cronache di Monteselva.

Nuvole di parole (7) – Dylan Dog «Il bianco e il nero»

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Ancora insieme la fantasia di Paola Barbato (soggetto e sceneggiatura) e le matite di Corrado Roi, ma, questa volta, la storia non è per tutti.

La vicenda vede di nuovo a confronto il diletto Indagatore dell’Incubo e il malvagio, torvo e tenebrosissimo Uomo Nero. Solo che, stavolta, si tratta di un duello psicologico più che muscolare, con le insicurezze di Dylan che si fanno ancora più scoperte e profonde contrapposte alla crisi genitoriale del Mostro il cui pargolo imbelle non vuole saperne di imboccare, con decisione ed efficacia, la via maestra del Male.

Paola Barbato è bravissima, come sempre, a delineare passaggi psicologici complessi, a sottolineare per tutto la durata della narrazione quanto possa essere sottile e ingannevole il confine tra ciò che è veramente bene e ciò che veramente è male.

L’impressione, in tutta onestà, è che in questa occasione, però, l’impresa risulti alla fine superiore alle sue pur riconosciute quanto indiscutibilmente elevate qualità creative: al punto che alcune battute, nelle intenzioni paradossali e provocatorie, sfiorano grottesche. Risultato voluto, probabilmente, ma rischioso in quanto difficile da digerire per parecchi tra gli abituali fruitori della collana. In più, la sostanziale e perdurante stasi di una trama nel corso della quale, praticamente, non succede niente d’importante, finisce per allentare l’attenzione del lettore.

E intanto il buon Corrado Roi, pur esibendo la sua raffinata arte d’illustratore, intessuta dal solito sapiente mix di ombre e di penombre, non riesce a legarsi con sufficiente convinzione all’atmosfera e allo spirito della narrazione e… se ne va per conto suo.

Così, alla fine, c’è il rischio che qualche ostinato, irriducibile seguace della prima tradizione orrorifica di DD, salti su a chiedere e a chiedersi:  «Ma adesso che è finita la seduta di psicanalisi… arriveranno i mostri veri

Arriveranno, arriveranno. 

Basta aspettare.

Titolo: Il bianco e il nero

Soggetto e sceneggiatura: Paola Barbato

Disegni: Corrado Roi

Copertina: Gigi Cavenago

Lettering: Omar Tuis

Pagg.98

9 771121 580009

Prezzo: 3,50 €

Numero 372 della serie, in edicola dal 29/08/2017

Categorie: Scrittura.

Claudia, Patrizio e l’intervista … di laurea

Sono da sempre convinto che essere contattato da uno studente, per rilasciare un’intervista utile alla compilazione di una tesi di laurea, risulti molto più gratificante dell’incappare nella stessa richiesta avanzata da parte di un giornalista, per il tale quotidiano o per la tal altra rivista.

Opinione del tutto personale, certo, ma, con questa premessa, è del tutto logico e conseguente che, allorché la giovane laureanda Claudia Cadei mi ha contattato proprio per lo scopo sopraccitato, non ho esitato neanche un attimo a dirle di sì.

Tanto più che, ma questo l’ho scoperto solo dopo (e voi lo scoprirete continuando a leggere questo post), le domande che mi sono state rivolte in questa occasione si sono rivelate quanto mai interessanti e stimolanti.

Sì, ma chi è Claudia Cadei? Cosa fa nella vita? 

Questo, almeno, lasciate che sia io a chiederlo a lei. E, qui di seguito, ecco la sua risposta, riassunta in una funzionale quanto disinvolta e accattivante scheda personale:

Nome: Claudia Cadei

Età: 23

Occupazione: studentessa universitaria che  frequenta il corso di Scienze della Formazione Primaria e spera di diventare a breve un’insegnante

Interessiil nuoto e la cucina

Segni particolari: lettrice seriale. Leggo di tutto, senza distinzione di genere. L’unica vera discriminante è l’emozione. Un libro deve coinvolgermi, appassionarmi, togliermi il fiato.

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Adesso, però, è arrivato il momento dell’intervista vera e propria.

Pronti? Via!

 

Com’è nata Monteselva? Si tratta di un autentico frutto della fantasia o ha radici in altre cittadine realmente esistenti?

 Per uno scrittore esistono essenzialmente tre scelte praticabili nell’ambientazione delle proprie narrazioni.  

  • Raccontare di posti che si sono conosciuti e frequentati con una certa assiduità (esempio Camilleri-Montalbano). L’ambientazione sarà realistica e suggestiva, ma potranno apprezzarla pienamente solo coloro che, a loro volta, vivono o conoscono alla perfezione gli stessi luoghi;
  • Raccontare di posti poco conosciuti o sostanzialmente sconosciuti (esempio Salgari): ne guadagneranno gli spazi e le situazioni praticabili dalla fantasia, ma ne risentirà la coerenza alla realtà, l’interpretazione autentica di modi di vita, odori, colori, atmosfere;
  • Strutturare un set neutro, vale a dire un luogo della fantasia in cui far muovere i propri personaggi, uno spazio che crescerà e si preciserà narrazione dopo narrazione, e che i lettori impareranno a scoprire e conoscere insieme allo scrittore. Una specie di set cinematografico modulare, che si adatta gradualmente alle storie che si raccontano, popolandosi –nel contempo- di nuovi protagonisti primari e secondari.

Con ogni evidenza, Monteselva ho optato per la soluzione C. Nelle mie intenzioni la cittadina emiliana rappresenta una sintesi ideale della provincia italiana (che ho vissuto per anni), composta attraverso elementi estrapolati e rielaborati alla luce della mia sensibilità personale e artistica da diverse realtà regionali (in particolare Lazio, Sardegna, Emilia, Umbria, Lombardia, Toscana, Sicilia, Campania) profondamente vissute e sperimentate nel corso del mio lungo girovagare per l’Italia, indotto da motivi professionali e da una certa irrequietezza di base.

 

Come appare Monteselva agli occhi del Commissario Cardona?

Cardona è uno di quegli uomini (se ne scoprirà il perché nel prosieguo della saga, attingendo al suo passato sino a questo momento incognito) quasi del tutto privi di radici territoriali. Considera “sua casa” il luogo in cui si risiedono gli affetti, naturalmente, ma, soprattutto, l’ambito geografico nel quale si trova a esercitare la propria professione. Secondo la sua indole e i suoi schemi mentali, insomma, Monteselva è divenuta per lui, essenzialmente, un territorio da “risanare” e “riordinare”, al quale si trova progressivamente a legarsi, per contrasto, proprio per la “resistenza” che oppongono a questa sua azione lo stesso territorio e tanti dei suoi oscuri abitanti. Potrei dire che per il commissario Monteselva rappresenta, sostanzialmente, ciò che Mobuy Dick, la mostruosa balena bianca, fu per il capitano Achab.

Qual è il rapporto dello scrittore con il territorio di Piacenza?

Ho vissuto a Piacenza tre importantissimi anni della mia vita. L’ho amata e la ho odiata con pari intensità.

Quanto incide la storia personale dello scrittore sulla scelta dei luoghi in cui ambientare le vicende?

Credo di avere risposto argomentando sulle domande precedenti. Aggiungo che uno scrittore si ciba ogni giorno dei luoghi che vive o, dirò di più, delle persone con cui si relaziona, delle situazioni umane che cadono direttamente o indirettamente nell’ambito della sua percezione sensoriale e psichica. Un vampire energetico reso innocuo dall’esclusivo esercizio della malia attraverso la creazione letteraria. Aggiungo che, a mio avviso, lo scrittore debba esprimere tutta la propria fantasia in ogni sua opera, ogni volta meglio che può, certo, ma non dimenticando mai di partire sempre da esperienze personali di vita vissuta o appresa attraverso testimonianze e confidenze. Chiamiamolo “un obbligo di verità”. Solo in un caso ha diritto di prescindere da ciò: quando racconta della morte che, per forza di cose, non può sperimentare né de visu né de relato.

Nei Suoi romanzi non sono riuscita a trovare una costante che spieghi il rapporto tra i personaggi e il cibo. In “Chatters” Darknight passa da un’alimentazione nervosa ed abbuffate alcoliche a un roseo petit déjeuner con la sua quasi vittima, in “Le Lac du Dramont” si inizia con un ricordo materno rievocato dalla zuppa di cipolle per terminare con le pessime conseguenze di un caffè avariato, infine il commissario Cardona sembra non avere grande interesse per l’alimentazione in generale. Potrebbe aiutarmi a fare chiarezza in proposito?

Le osservazioni sono tutte pertinenti e denotano una singolare capacità di lettura e d’interpretazione dei testi. Devo rispondere però che, a mio avviso, pur essendo incontestabile che la descrizione dell’approccio all’alimentazione è un elemento fondamentale per delineare, insieme ad altri, il completo quadro/profilo psicologico personale di un personaggio, non esiste un rapporto generico “tra le persone e il cibo”, ma ne esistono moltissimi, completamente distinti e diversi tra loro, tra OGNI SINGOLA PERSONA e il cibo.

Darknight di «Chatters», per fare un esempio, ha un approccio schizoide e dissociato al cibo precisamente perché È uno schizofrenico con irresoluti e irrisolvibili problemi d’identità personale.

Per quanto riguarda l’introverso, malinconico e quasi crepuscolare Carlo (in «Le Lac du Dramont»), gli antichi sapori sono uno dei collegamenti viscerali, e dunque irrinunciabili, con una vita che si ritiene poco o male vissuta, mentre il “caffè avariato” rappresenta, nelle intenzioni della scrittura, il simbolo di una vita dentata che non smette mai di mordere i propri figli con malevoli imprevisti. Soprattutto quando divengono (o si mostrano) più deboli e vulnerabili.

Quanto a Cardona e Gargiulo, invece, i due pard rappresentano proprio due “filosofie” diverse, ma al tempo stesso complementari: mentre il robusto e baffuto agente è un divoratore compulsivo di qualsiasi tipologia di cibo, amante di sapori sapidi, più che di delicatezze, spinto a riempire la pancia, non appena e quanto gli sia possibile, dalla “fame” generazionale che tradizionalmente affligge strati sociali popolari e sub-popolari, il commissario ha una visione aristocraticamente manichea. Nella vita di tutti i giorni, per lui, infatti, il cibo rappresenta più una necessità che una scelta, un mero propellente necessario per la ricarica quotidiana di energie fisiche e mentali, da assumere in intervalli rapidi, non particolarmente attesi e graditi. Nella sua teoretica alimentare, le delizie da gourmet, invece, vanno abbinate a momenti di piacere rari quanto preziosi, a situazioni solenni che richiedano, per attingere una quasi perfezione, una particolare e raffinata gratificazione anche per i sensi.

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Patrizio Pacioni settembre 2017

Categorie: Scrittura.

Goormorning Brescia (58) – La (piazza) Vittoria del libro

Si comincia tra una settimana, la mattina di sabato prossimo (30 settembre) , allorché, dopo una breve “inaugurazione ufficiale”, sarà aperta al pubblico l’area espositiva allestita, come ormai tradizione, nella centralissima Piazza Vittoria.

Insomma, lettori, autori ed editori, con Librixia 2017 preparatevi a un’autentica festa tutta dedicata a voi: nel corso di ben nove giorni, si terranno eventi di ogni tipo, tutti legati alla scrittura:  presentazioni, conferenze, dibattiti e molto altro, in una kermesse no-stop la ci realizzazione è resa possibile dall’ormai consolidata collaborazione tra il Comune di BresciaAncos (Associazione Nazionale Comunità Sociali e Sportive) – Circolo culturale di Confartigianato Imprese Brescia e Lombardia Orientale, con la BCC Agrobresciano in qualità di principale sponsor.

Libri, autori, librai e lettori. In Piazza Vittoria da sabato 30 settembre, dopo il taglio del nastro ufficiale alle ore 10 e l’apertura al pubblico dell’area che riunisce librai ed editori locali, il via agli incontri. Nove giorni ininterrotti di presentazioni e dibattiti per un evento, quello di Librixia 2017 che ci riporta contemporaneamente indietro nel tempo, agli anni ‘30 del Novecento con l’avventura dei primi librai del centro, sino ad oggi, raccogliendo la sfida di realizzare un vero e proprio festival della letteratura a Brescia. Traguardi e ambizioni resi possibile grazie alla consolidata collaborazione tra Comune di Brescia, Ancos – Circolo culturale di Confartigianato Imprese Brescia e Lombardia Orientale e BCC Agrobresciano, sponsor principale della kermesse.

                                         

Molte le presenze eccellenti: citiamo “a campione”, tra le tante, quelle di Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, Massimo Carlotto, Vittorio SgarbiGiulio Tremonti Andrea Vitali, Björn Larsson, Fiuseppe Cruciani, Lella Costa, Luciano Violante che si avvicenderanno nell’area meeting “Agrobresciano Arena”

Non mancheranno neanche quest’anno presenze musicali importanti e spettacoli di prosa di grande rilevanza: gli Avion Travel, sabato 30 settembre racconteranno la loro musica alle 18, prima del concerto in Piazza del Foro. Domenica 1 ottobre alle 21 sarà il turno di Numa e Phil Palmer. Martedì 3 ottobre  Don Backy racconterà ai bresciani di come carriera musicale e scrittura possano convivere nello stesso artista. Mercoledì 4 sarà all’Auditorium San Barnaba con la pièce  “Maledette Suffragette”, per finire giovedì 5 con lo spettacolo “Blues per cuori fuorilegge” di  Massimo Carlotto.

Non sarà trascurato l’aspetto educativo: attraverso incontri mirati con le scuole, si parlerà di migranti, di solidarietà sociale e di bullismo. Proprio riguardo a quest’ultimo tema (come noto particolarmente caro all’Assessore Roberta Morelli) segnalo e raccomando lo spettacolo  Punti di vista, di Biagio Vinella, con la psicologa Franca Pagni (in scena giovedì 5 ottobre alle ore 11).

Di particolare e generale interesse l’incontro con Mauro Berruto, ex CT della Nazionale maschile di volley, speaker e autore di due romanzi, attualmente A.D. della Scuola Holden. Titolo della conferenza “Essere una squadra”: argomento che, trattato da un personaggio con le sue competenze, non potrà che attirare un gran numero di ascoltatori. 

Un adeguato spazio sarà riservato, naturalmente, anche alla Poesia, nell’apposita sezione curata da Alessandra Giappi

Numerose le collaborazioni (nell’intento di una più capillare e incisiva azione di promozione di cultura, impegno sociale e solidarietà) con Associazioni del territorio. Ricordiamo in proposito, tra le altre, la L.A.B.A. libera Accademia di Belle Arti di Brescia, con il CTB Centro Teatrale Bresciano (titolare dell’incontro di sabato 7 ottobre sul futuro dell’Europa con Marco Archetti e Davide Dattoli) e la Casa Circondariale di Verziano (presentazione del progetto “Parole e segni di libertà” – la storia di OrtoLibero giovedì 5 ottobre in Piazza Vittoria).

La vendita dei libri sarà curata, come nelle precedenti edizioni dalle librerie e case editrici cittadine che fanno capo alla associazione  “Il Leggio”.

 

Un’ultima (ma non ultima) annotazione.

Tra i settantaquattro incontri che si terranno, permettetemi però di segnalarne uno che (come potete immaginare da soli) mi sta particolarmente a cuore: domenica 1 ottobre, a partire dalle 11, il giornalista del Corriere della Sera, Costanzo Gatta intervisterà Patrizio Pacioni, creatore del commissario Cardona e dell’oscura città di Monteselva, nonché attivo commediografo e drammaturgo.

 

    Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Streghe: mostri… oppure dottoresse?

Più o meno, la storia è sempre la stessa: ciò che non si conosce, al tempo stesso attira e respinge, da una parte incuriosisce, dall’altra… fa paura.

E la paura, com’è noto, molto spesso si rivela un pessimo consigliere.

Così, negli anni più oscuri di un’epoca oscura quanto fu il Medioevo, in un mondo tormentato da miseria, carestie, epidemie e guerre, dunque da ogni tipo di flagelli naturali e di origine umana, primo tra tutti quello, terribile, dell’ignoranza e della superstizione, la scelta più facile era lì, a portata di mano. In un sanguinoso delirio collettivo, gran parte dei mali fu caricata sulle streghe, creature eccentriche, solite vivere ai margini di città e villaggi e della cosiddetta “società civile”.

Del resto il nome stesso di strega, derivato con ogni probabilità da stryx, un uccello notturno cui veniva attribuita l’inquietante attitudine di nutrirsi succhiando il sangue dei bambini nella culla, come un vampiro, la dice lunga su ciò che le credenze popolari finirono con l’attribuire ben presto a questa figura femminile. 
In realtà, molte di queste donne a loro modo anti-sistema, coltivavano interesse per la natura, per le erbe ed altri rimedi, sostituendosi in moltissime occasioni, nella cura di uomini e animali, ai più costosi “dottori”: a esse ci si rivolgeva per curare febbri e altri malanni, per praticare aborti e per avere consigli sulla contraccezione.

Certo, per arrotondare le entrate, di tanto in tanto ci stava pure la preparazione di qualche filtro d’amore o la messa in scena di qualche oscura “fattura”, a base di sangue di pipistrello e code di lucertola… ma questa è tutt’altra storia. 

   LO SPETTACOLO

Al Santa Chiara Mina Mezzadri in  prima nazionale, fa parte del progetto pluriennale IdentitàBs, mirato alla riscoperta e alla valorizzazione del territorio attraverso il ricorso a talentuosi teatranti nati e/o formati in loco. 

L’ambito è bresciano. Per meglio dire, la vicenda (raccontata in qualità di autore e di regista da Marco Ghelardi) si svolge in Valle Camonica, sito -ahimé- tra i più attivi d’Italia nell’individuazione, escussione e combustione delle streghe, a cavallo del 1520.

Due donne le protagoniste: Angela e Biscia, lontanissime tra loro per censo, formazione culturale ed estrazione sociale, che s’incontrano per motivi “clinici”: la prima, cittadina senza problemi economici ma affetta da una malattia anomala quanto insidiosa, refrattaria ai rimedi proposti dalla medicina tradizionale del tempo, viene infatti affidata (spes ultima dea) alle cure della seconda che, per approfittare della situazione, s’improvvisa guaritrice.

Entrambe le donne, però e ahimé, sono però “troppo avanti” per i tempi, cosicché, inevitabilmente, il loro consorzio è destinato a interrompersi ben presto. Una, la più ricca, riuscirà comunque a trovare una via d’uscita, l’altra, invece…

Venendo allo spettacolo, anticipo subito che si è rivelato un ottimo biglietto da visita per la presentazione di questa nuova stagione targata C.T.B.

Se è vero che «chi canta prega due volte», come diceva Sant’Agostino, assistendo a Curamistrega si può tranquillamente affermare che  «chi canta recita moltissime volte».

Prima di tutto perché le voci ben intonate e ben accordate tra loro di Monica Ceccardi (Biscia) e Silvia Quarantini (Angela) introducono cantando la narrazione e ne sottolineano con grazia (con ampi meriti da riconoscere alle suggestive melodie e agli effetti sonori creati da Mimosa Campironi) i passi più significativi. In secondo luogo perché, con grande versatilità e con sorprendenti credibilità ed efficacia, le due attrici impersonano, oltre ai due principali, un gran numero di personaggi complementari.

Eccellente il gioco di squadra, il loro, con la partenza spumeggiante di Monica Ceccardi (deliziosa nei movimenti di Biscia, degni dei sornioni ammiccamenti del Jack Sparrow di Johnny Depp) e l’interpretazione di Silvia Quarantini che parte piano per consolidarsi ed esprimersi al meglio (come il motore di un diesel di lusso) con la prosecuzione dello spettacolo.

Pulita, ordinata e fantasiosa la regia di Marco Gherardi (anche autore del testo) ed essenziali, ma di perfetta resa scenica, le scene e i costumi di Domenico Franchi. Eccellente, come sempre, la gestione delle luci opera dell’esperto di casa Cesare Agoni, insieme a Sergio Martinelli.

Eccellente la soluzione scelta per il finale, anche se il messaggio di speranza che si vorrebbe far passare con l’ultima canzone fatica a dirottare il senso di una storia che, nella generalità degli spettatori, mi è sembrato lasciare invece un rintocco cupo e poco incline alla speranza.

«Per me no» si canta in una canzone, allegra e spensierata solo in superficie.

«Il mio maestro è il mondo» è il ritornello dell’altra.

Ma, con il mondo che ci circonda in questo difficile momento della storia che, probabilmente, nonostante il progresso delle scienze, si sta rivelando non meno violento di quello del ‘500, nelle faville del rogo finale si fatica a intravvedere riflessi di speranza.

Perché se le cose non cambieranno, e devono cambiare al più presto, di questo mondo resterà solo grigia e sottile cenere.

Così, almeno, è arrivato a me.

La realtà, ciò che conta davvero, però, è che, quando cala il sipario, meritatissimi, prolungati e convinti, scrosciano gli applausi di tutti gli spettatori del Santa Chiara Mina Mezzadri.

E la magia stregata del Teatro si perpetua.

 

TESTO E REGIA DI MARCO GHELARDI
MUSICHE ORIGINALI ED EFFETTI SONORI MIMOSA CAMPIRONI
SCENE E COSTUMI DOMENICO FRANCHI
LUCI CESARE AGONI E SERGIO MARTINELLI
CON MONICA CECCARDI E SILVIA QUARANTINI
PRODUZIONE CTB CENTRO TEATRALE BRESCIANO

 

 Brescia – Teatro  Santa Chiara Mina Mezzadri dal 22 al 24 settembre 2017 

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   GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.