STABILmente pazzi… per il Teatro

Scusa si so’ nato pazzo

Uno spettacolo “modulare”, che cambia struttura ogni volta che va in scena, ruotando attori (quelli della Compagnia Stabile Assai che, nata nell’ormai remoto 1982 è il più antico gruppo di teatro carcerario) e monologhi ispirati a brani di autori quali Edward Bunker, Jean Genet, Jack London e James Ellroy. Nato dalla scrittura congiunta di Cosimo Rega, Patrizia Spagnoli, Sandra Vitolo e Antonio Turco (che ne è anche il regista) Scusa si so’ nato pazzo è un viaggio di esplorazione nella difficile situazione psicologica di uomini tenuti in bilico, dalla deprivazione della libertà, sull’orlo di un baratro depressivo se non anche, talvolta, psicopatologico.

Sono storie dure, quelle che si succedono in scena.

Storie di oppressione e di violenza irragionevole, spesso esercitata anche dai compagni di detenzione; di punizioni eccessive e disumane, più utili a indurire e corrompere le anime che a riscattarle. Senza dimenticare, però, di ricordare, qua e là, che non tutte le sbarre sono all’interno dei carceri: esistono anche le gabbie in cui la vita, purtroppo, costringe persone (solo apparentemente) libere: quelle costituite da esistenze incanalate irreversibilmente e negate a ogni possibile miglioramento.

Gli attori danno il meglio, unendo alla interpretazione il dono di qualcosa di sé, delle proprie esperienze, dei propri errori e degli sbandamenti, ma anche della voglia di rinascere.

Il tutto intarsiato, come d’abitudine per la Compagnia Stabile Assai, nella colonna sonora incisiva e accattivante al tempo stesso per l’esecuzione della band composta da una sempre  ispirata Barbara Santoni (voce) supportata al meglio dai fratelli Turco (Antonio chitarra, Roberto basso e Lucio percussioni) e dagli altri bravi musicisti (primo tra tutti Paolo Petrilli alla fisarmonica) che si alternano con loro.

 

   GuittoMatto

NB

sarà nostra cura diffondere, non appena perverrà in ns. possesso, l’elenco degli spettacoli in programma nelle prossime settimane

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (18) – La mia edicolante è differente

… li troverai là, col tempo che fa, estate e inverno …

Ecco. Per l’incipit di questo articolo mi servo di una strofa tratta da La città vecchia, una delle più belle e suggestive tra le tutte belle e suggestive ballate create e cantate dal grande Fabrizio De Andrè.

Solo che Faber, nel suo testo, si riferiva ai pensionati, mentre la categoria di cui voglio occuparmi oggi è quella degli edicolanti.

Perché davvero lì trovi lì, nel loro casotto, fra giornali, riviste e libri, o nelle immediate vicinanza, in ogni stagione e nelle condizioni atmosferiche della cui regia si può occupare solo il buon Dio: freddo, pioggia, neve, sole torrido, umida e mefitica calura, fate voi. Ma anche, per fortuna, nei frizzanti pomeriggi primaverili e nelle morbide giornate autunnali.

Punti di riferimento, accoglienti rifugi, luminosi fari di cultura, informazione e puro svago incastonati nel grigiore dell’asfalto della città.

Ma….

… ma non tutte le edicole sono uguali. Né, a maggior ragione, gli edicolanti.

Quello (anzi quellA) di cui voglio narrare oggi si chiama Antonella, la distinta, simpatica e arguta signora che da tempo gestisce il chiosco di Piazza del Mercato.

È una che, oltre a venderla, la sua merce, la LEGGE anche. Non legge tutto, certo, sarebbe impossibile per chiunque, ma molto.

Cosicché, quando si è indecisi su un acquisto, c’è la possibilità (corredata da una ragionevole probabilità di ottenere una risposta consapevole e, il più delle volte, rispondente a verità) di ottenere da lei un parere sulle pubblicazioni messe in interiore ballottaggio tra mente, cuore e borsellino. Che si tratti di un libro, di una rivista oppure di un fumetto, poco importa: Antonella qualcosa ne sa o, nella peggiore delle ipotesi, ne ha sentito dire, e non prende paura nell’esprimere un parere. Insomma, visto quanto amo (anche fisicamente) la carta stampata, potrei rifarmi ancora, come prima, all’album Non al denaro, non all’Amore né al Cielo (ispirato al capolavoro di Edgar Lee Master  Antologia di Spoon River) che considero il più straordinario parto artistico di sempre di Fabrizio De André. Potrei rivolgere anche alla mia amica giornalaia la fatidica domanda posta da Jones il suonatore  al mercante di liquore nel brano Dormono sulla collina: “Tu che lo vendi cosa ti compri di migliore?”

Premesso questo, però, è arrivato il momento di svelare da dove davvero nasce l’idea di questo post.

Da un cartello, ecco da dove. Esattamente da questo, appeso a una parete dell’edicola chiusa per le ferie agostane:

Un messaggio intimo e dolce. ma al tempo stesso articolato con straordinaria costruzione “narrativa”.

Una deliziosa e fresca spremuta di parole tra confidenza, complicità, affetto e stima, che ha il potere, se poure ce ne fosse bisogno, di far desiderare che il giorno della riapertura arrivi al più presto. Passate in Piazza del Mercato e, se troverete ancora il chiosco senza presidio, niente paura: Antonella sta bevendo un caffè in compagnia delle sue amiche, lì a sinistra, a venti metri di distanza dalla sua edicola, seduta a uno dei tavoli all’aperto della Latteria Ghidoni.

Basta chiamarla e lei arriva. Pronta a vendere giornali e a regalare (attenzione, questi inserti sono sempre in omaggio) quei prodotti preziosi e rarissimi che si chiamano umanità e sorriso.

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   Bonera.2

 

Categorie: Giorni d'oggi.

Elba della Storia e dei colori, dell’Arte e dei sapori

  

   

Come potete vedere questa volta le immagini sono posizionate (quasi) tutte all’inizio.

Una scelta dettata dalla intuitiva constatazione che l’Isola d’Elba, quando ci vai, sollecita ogni senso del visitatore, ma ciò che risulta possibile portare via con sé al momento del distacco, attaccato all’anima,  è -in modo preponderante- solo ciò che rimane attaccato alla vista.

  

Antichi borghi, verdi rilievi, ville e fortezze intrise di storia e, soprattutto, l’incredibile azzurro del mare. Esattamente, in estrema e troppo riduttiva sintesi, ciò che si vede nella prima delle foto.

Personalmente, però, per “deformazione professionale”, per così dire, non ho potuto evitare di soffermare l’attenzione su tre personaggi che fanno parte di quella eccellente (poco visibile, ma infinitamente degna di rispetto e ammirazione) categoria degli Artigiani dell’Arte: uomini e donne di squisita sensibilità e ineffabile creatività che hanno il coraggio e la capacità, evitando di trincerarsi in gallerie e salotti, di mettersi in gioco anche in strada.

Proprio così. Perché è in strada, che si incontra il pubblico più spontaneo e verace.

Comincio, in ordine cronologico d’ “incontro”, da Elena Dami che, dopo aver studiato Fashion Design al Polimoda di Firenze, inizia il suo percorso professionale con uno stage presso La Perla. Dal 2005 lavora nel team creativo di Ermanno Scervino, e nel 2008 passa al marchio Levi’s, per il quale disegna borse. Il bozzetto, il progetto è la sua professione ma la sua passione non finisce sul foglio di carta. Durante un viaggio in Messico, Elena e il suo compagno Sebastiano Castello, da sempre innamorati dell’artigianato, imparano  le basi della tessitura macramè ed iniziano a creare i primi bracciali. Tornati in Italia sviluppano e migliorano la tecnica nel loro laboratorio. D.HELE, brand nato nel 2012, contrappone alla logica impersonale della produzione di massa, il  concetto di artigianato esclusivo, il “saper fare” che -senza macchine- traduce l’amore per il bello in pezzi unici. Ogni gioiello è rigorosamente fatto a mano in Italia,  

La natura singolare e preziosa dei loro manufatti non è da individuarsi tanto nell’ uso di materie prime di alta qualità, quanto nel tempo dedicato alla ideazione e alla realizzazione di ogni singolo pezzo, che prende forma lentamente, annodando i fili cerati con pazienza e precisione intorno alla pietra. 

Basta con i prodotti usa e  getta, fabbricati industrialmente e di scarsa qualità artistica” dichiara Elena.

La nostra proposta è quella di esclusivi oggetti artigianali, realizzati nel nostro atelier nel cuore della Toscana, con le mani, la testa e il cuore, costruiti con materiali nobili perché durino nel tempo“.

Parlami del come, del cosa e del chi” le chiedo.

Come? Utilizzando un telaio rudimentale che mi costruisco da sola, così come facevano, fin dalla più remota antichità, gli indigeni americani, in particolare quelli ricollegabili alla tradizione Peyote Huichol. Cosa: principalmente produciamo portachiavi, anelli, polsiere e borsellini, da rivendere da giugno a settembre qui all’Elba, per trasferirci poi alle Canarie con un occhio ai principali ritrovi in Italia e in Europa, in cui i nostri manufatti sono più facilmente proponibili. Chi: una clientela, per così dire, di ogni età, origine e cultura, perché come mi capita spesso di dire, i colori uniscono la gente.”

Paola Ghizzoni, genovese, ancora giovanissima, negli anni ’80, frequenta il Liceo Artistico del capoluogo ligure. L’arte è per lei e per i suo compagno d’arte e di vita, Marco La Rocca, qualcosa di innato, che si svincola da una semplice preparazione tecnica; è qualcosa che le appartiene fino in fondo, che nasce da dentro, un modo di essere e di vivere. Pittrice e scultrice, lavora sia in studio che all’aperto,  esibendosi in performance di alto livello professionale davanti ad un pubblico di ogni età e classe sociale,  liberando così, a contatto con la gente, tutta la sua forza espressiva e la pura emozione che contraddistingue le sue opere.
Aderisce quindi al Manifesto dell’Emozionismo, che ha come caposcuola Francesco Mancini (ideatore anche della tecnica Flash Art): si tratta di un rinnovato movimento artistico che si prefigge lo scopo di portare l’Arte a domicilio dell’uomo e renderla accessibile a tutti, operando nel presente in proiezione futura, allo scopo di generare forti emozioni, libere dall’elitismo che spesso circonda le discipline artistiche. A ciò si giunge esclusivamente attraverso il contatto umano, che può essere verbale e/o gestuale, ma sempre dettat0 e scandito dalla presenza diretta dell’artista.
Paola Ghizzoni, artista completa, esprime il suo credo in ogni sua manifestazione artistica: lasciandosi alle spalle ogni schema prestabilito, attraversa la storia dell’arte facendoci assaporare un percorso originalissimo dal  forte impatto emotivo. Conosce i “grandi” della pittura (da Picasso a Chagall) ma guarda ancora -più indietro nel tempo- alle Madonne quattrocentesche e cinquecentesche di Botticelli e Leonardo.  Sulla base di tali riferimenti, si distingue per la capacità di rielaborare un linguaggio proprio rivisitarle in chiave sorprendentemente unica e moderna, senza mai cadere in contraddizioni, ma liberando una elegante e raffinata impostazione culturale.

Le sue sculture si dirigono verso un percorso più ludico ed ironico, volte ad omaggiare nei temi e nella struttura, Giuseppe Pellizza da Volpedo, ma in chiave più giocosa se pur di denuncia sociale. Ed è questa la sua caratteristica principale: la sua arte legge tutto il passato, che di volta in volta prende direzioni differenti, generosa verso il pubblico e mai banale, ma concettualmente ben impostata e maestosa.

Lavorare all’aperto, nelle strade e nelle piazze, facendo partecipe la gente del mio processo creativo e, al tempo stesso, stupirla, rappresenta per me una grandissima e impagabile gioia” mi confida, mentre la sua spatola e il suo rullo, magicamente, traggono forme e paesaggi da carta e legno. 

Tanti uomini e donne di ogni età l’ammirano incantati nelle suggestive strade di Porto Azzurro e, alla fine di ogni sua performance, inevitabilmente, scatta l’applauso. 

  

Di Nonna Adua, infine, si occupa Giusy Orofino.

All’ingresso del lungo viale che porta alla residenza Elbana di Napoleone, m’imbatto in una signora sorridente e paffuta che, seduta a fianco di un banco stipato di libri, ostenta un maestoso cappello da cuoco.

Signora – mi dice- le piace cucinare?” e io le rispondo con un “sì” immediato e convinto.

“Finalmente una donna che ama stare ai fornelli. Fino ad adesso, quasi tutte le donne a cui l’ho chiesto mi hanno risposto che a casa cucina lui.” ribatte lei.

Adua Marinari, si presenta come una vecchia amica che non nasconde la sua malinconia nei confronti delle difficoltà che ha dovuto affrontare nella sua vita. Nel 1963 ha avuto l’occasione di rilevare una licenza per aprire il ristorante e, dopo tanta fatica per convincere il marito riesce ad aprire il primo ristorante di Rio Marina. La sua idea di ristorante era la cucina semplice e antica e rielaborata: quella che ha imparato dalla mamma e dalla nonna. Nel 1983, purtroppo, il ristorante ha avuto dei danni in seguito all’ alluvione e non ha potuto far altro che chiudere l’attività di cui andava tanto fiera. Una donna tenace come lei non poteva far altrimenti che ricominciare daccapo la sua vita con un libro di ricette dove, come appena descritto, viene curata la cucina casalinga

Il libro di ricette che ha fortemente voluto, è una sfida al mercato dei libri dove l’obiettivo non era solo una raccolta di ricette ma anche quello di diffondere insieme alla gastronomia elbana, anche la cultura popolare.

La cucina che viene proposta da Nonna Adua nel suo libro però propone a chi ha voglia di cimentarsi in cucina cacciucchi e ribollite, grigliate e stoccafissi, ma anche molte altre cose: dalle alici all’agro, al grongo marinato, dall’insalata di bianchetti alla «sburita» di baccalà. 

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   Patrizio Pacioni.

Categorie: Giorni d'oggi.

In cauda venenum a Viterbo: ombra su ombra

Viterbo città dell’Arte.

Viterbo città della Storia.

Da qualche anno con CaffeinaCultura, e ancor di più in questa magica estate, grazie all’arrivo di OmbreFestival, Viterbo dei Libri.

Fermo restando il grande richiamo esercitato da Caffeina su lettori e scrittori di tutta Italia dalla kermesse ideata, organizzata e condotta con grande dinamismo ed entusiasmo dal duo Rossi/Boffo cui va riconosciuto anche il grande merito di avere rivitalizzato e reso fungibile a cittadini e forestieri il suggestivo e direi unico quartiere di San Pellegrino, mi vorrei soffermare in questa occasione sul nuovo appuntamento di Ombre.

   

I poliziotti conoscono bene le Ombre, il mistero che racchiudono, la loro minacciosa incombenza sul vivere quotidiano dell’uomo.

Dunque, quando si è trattato di dare un nome al festival del giallo da lungo tempo immaginato e desiderato, non c’è stata nessuna incertezza.

  Mariano Romiti

Ombre Festival nasce dall’esperienza dell’Associazione Mariano Romiti (di cui si parla più in dettaglio in fondo a questo articolo) intitolato all’agente di PS nativo di Vejano (VT) che il 7 dicembre 1979 fu spietatamente giustiziato dalle Brigate Rosse mentre si recava al Tribunale di Roma per rilasciare una testimonianza.

In questa eccezionale cornice di bellezza e di cultura, si sono perfettamente inserite la due presentazione di “In cauda venenum“, nuova duplice avventura del commissario Cardona, che torna ai suoi appassionati lettori dopo sei anni di (troppo lungo) silenzio.

 

Tutto questo tempo non è passato invano” è l’appassionata autodifesa di Pacioni, 

In questi anni, pur lavorando a (molto) altro, non ho mai perso di vista né Monteselva (nella quale, tra l’altro, ho ambientato sia Malanima mia (scritta con la meravigliosa Giovanna Mulas e Il guaito delle giovani volpi), né -tanto meno- l’arcigno commissario Cardona. Si è trattato anzi di un fecondo riposo nel corso del quale mi si sono chiarite nella mente alcune linee guida della saga che comporteranno importanti cambiamanti per i principali protagonisti e l’avvento di nuovi eroi e anti-eroi, alcuni dei quali già cominciano a delinearsi nella doppia storia di In cauda venenum

    (foto di Riccardo Spinella)

 Nella vivace e articolata intervista cui è stato sottoposto nel locale Winter Garden alla presenza di un folto pubblico (tra il quale si è notata l’autorevole e attenta presenza del consigliere del Comune con delega alle pari opportunità Daniela Bizzarri), condotta con grande professionalità e brio dalle brave & belle Cristina Pallotta e Barbara Telluri (con la morbida voce di Giovanna Boccio a interpretare  Diana De Rossi e Luisa Zamboni, rispettivamente amante e moglie di Cardona) Pacioni si è lasciato andare anche ad altre ghiotte indiscrezioni. Prima tra tutte il progetto di calare in modo ancora più deciso e trasparente, nelle indagini e nelle avventure del commissario, alcune problematiche particolarmente e drammaticamente presenti in questo primo scorcio di secolo. In tale direzione andranno i prossimi romanzi ambientati nell’oscura Monteselva.

Alla domanda di cosa ci sia alla base del privilegiato rapporto intessuto con Viterbo e la Tuscia, l’Autore romano ha poi risposto così: 

In primo luogo sono letteralmente infatuato di questi posti, affezionato ai suoi abitanti e… infatuato della sua cucina straordinaria. Inoltre, se ci fate caso, certi scorci di Viterbo ricordano molto analoghe vedute del centro di Monteselva, così come si sono impresse nella mia fantasia e (spero) in quella dei lettori attraverso il mio narrare

A questo punto, però, come premesso e come promesso, ancora qualche parola su chi ha reso possibile il magnifico appuntamento giallo viterbese.

L’ Associazione Mariano Romiti è un’associazione culturale apolitica e apartitica, non lucrativa avente lo scopo di promuovere le attività letterarie.
Ha sede in Viterbo presso il sindacato SIULP, che tramite i Soci Fondatori ne è ideatore e promotore.

Tra le sue attività l’organizzazione di eventi teatrali, concerti, mostre, eventi dedicati a legalità, criminalità, giallo e noir, workshop.

L’attività principale, però,  è l’organizzazione annuale di un Premio di Letteratura Gialla – Noir – Spy Story “Mariano Romiti” che intende essere occasione di incontro tra gli operatori della Giustizia, il mondo letterario e la cittadinanza, promuovendo l’arte, la cultura ed il territorio in memoria di Mariano Romiti, vittima del terrorismo, nonché promotore della formazione del primo sindacato di Polizia.Le iniziative dell’associazione saranno volte alla valorizzazione dell’aspetto umano e sociale dell’operatore di Giustizia.

E queste sono le anime di questo magnifico Festival 2016:

Scrittore e fotografo, nasce nel 1965 a Tuscania. Sovrintendente Capo della Polizia di Stato, vive e lavora a Viterbo. È Presidente dell’Associazione Letteraria Mariano Romiti, insieme a trenta soci fondatori (tutti appartenenti alla Polizia di Stato) crea l’omonimo premio dedicato alla letteratura noir e poliziesca. Con l’Associazione Romiti ha collaborato al festival letterario “Caffeina”, ne ha curato l’organizzazione degli eventi dedicati ad autori e libri di letteratura gialla, oltre a incontri sui temi della legalità. Nel 2008 pubblica il suo primo romanzo dal titolo “L’ultima indagine”, secondo classificato al Premio Fedeli; nel 2014, con CIESSE Edizioni, ha pubblicato il romanzo giallo “Il Vampiro di Munch”.

Giornalista pubblicista, vive e lavora tra Reggio Calabria, sua città natale, Roma e Milano. Laureata in Lingue e Letterature Straniere Moderne con tesi “Dalle serie poliziesche spagnole di stampo anglosassone alla serie di Pepe Carvalho di Manuel Vàzquez Montalbàn”, si occupa di critica letteraria da diversi anni, con particolare riferimento alla narrativa giallo-poliziesca. Cura le rubriche: “StrillLibri” sul quotidiano “Strill.it”, “Animali in noir” sul web press “MilanoNera”, “Segnalibro” e “Interviste con l’autore” sul trimestrale “Helios Magazine”. È corrispondente di “Global Press”. È redattrice di tutte le citate testate. Ha curato l’antologia di racconti “Vento noir” (Falco editore,2012) “Animali noir” (Falco editore,2013) e “Crimini sotto il sole”(Novecento editore, 2015). È direttore artistico del “Festival del giallo” (edizioni 2012- 2013) di Cosenza del premio letterario “Margherita Rosa” (2013) di Santa Margherita Ligure,del festival “Lipari noir” (2014-2015) di Lipari, della rassegna “Giallo al Castello” (2015) di Reggio Calabria, del Festival “Bologna on the road, le strade del noir” (2015) di Bologna. È organizzatrice delle rassegne letterarie “Il gusto del noir” e “Un tuffo nel giallo” a Cosenza, “Apericena col detective” a Reggio Calabria e, insieme all’associazione BellaVista di Bologna, della manifestazione “Atmosfere in noir”. Ha scritto i racconti noir “Lo scoglio” per l’antologia “Delitti d’estate” (Novecento editore,2014) e “L’estate sta finendo” per l’antologia “Crimini sotto il sole” ( Novecento editore,2015). È direttore della collana di romanzi noir “Emozioni d’inchiostro noir” di Laruffa editore. E’ membro della Giuria Popolare del “Premio Letterario Nazionale Tropea”, e giurata di qualità del premio “Nebbia Gialla” e del concorso letterario “Emozioni d’inchiostro Noir”. Organizza, promuove e presenta eventi culturali per librerie, manifestazioni e festival letterari.


  
Valerio Vairo

 

Categorie: Scrittura.

Post-it (2) – Sai che consolazione?

 

Evviva. Sembra che Ali Sonboly, il ragazzotto che ha compiuto una strage al centro commerciale Olympia di Monaco di Baviera non appartenga all’ISIS né sia a tale associazione criminale in alcun modo collegato.

A parte che non riesco proprio a immaginare in quale modo da tale sviluppo delle indagini possa emergere un qualsiasi tipo di rimedio per la perdita di tante giovani vite e/o di ristoro al  terribile lutto che ha colpito le loro famiglie, ritengo che anche da un punto di vista logico e prospettico, da esso non si possa trarre alcuna utile indicazione.

Anzi.

Anche il più sprovveduto analista, infatti, non può non cogliere in quanto avvenuto in Germania un ulteriore segnale di allarme che va ad aggiungersi a una valanga di preoccupazioni sulla sicurezza di ciascuno di noi.

Se un poco più che adolescente disturbato e disadattato come il tedesco-iraniano (o iraniano-tedesco, fate voi) Ali Sonboly è potuto venire facilmente in possesso di una rivoltella e di una quantità impressionante di proiettili, in un Paese come la Germania in cui acquistare armi non dovrebbe essere proprio alla portata di chiunque, al contrario di quanto avviene negli USA…

… se quella stessa mezzasega, prima di essere neutralizzato (e alla fine si è neutralizzato da solo, a quanto pare) è in grado di ammazzare e ferire un numero spaventoso di persone, la maggior parte delle quali della sua stessa età…

… se questa ennesima strage è stata perpetrata in presenza di uno stato di massima allerta da parte delle forze dell’ordine tedesche, in un centro commerciale e nei pressi di un Mc Donald, che pure dovrebbero essere sorvegliati con una certa attenzione….

Beh, se tutto ciò è stato possibile, vuol dire che davvero la sicurezza nostra e dei nostri cari, oserei dire la VITA di noi tutti, è davvero appesa al sottile e capriccioso filo della buona sorte di non trovarsi nel momento sbagliato nel posto sbagliato.

Duri addestramenti nei campi in Siria, Iraq e Libia? Spietati e lucidi professionisti del terrore? Ma quando mai!

A quanto pare quelli dell’ISIS (o del DAESH, fate sempre voi) possono starsene tranquillamente a braccia conserte in attesa di rivendicare il massacro del prossimo folle. E questi signori, si sa, sono sempre pronti a rivendicare tutto, compresa la perdita d’acqua nell’appartamento del signore che abita l’appartamento sopra al vostro.

Questa volta, però, dicono tutti che è andata di lusso: una decina di morti e un botto di feriti ci sono stati, ma l’integralismo non c’entra.

Urrà! Che botta di fortuna..

  Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

Caro Autore ti scrivo: Pacioni e i primi lettori di “In cauda venenum”

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A pochi giorni dalla partecipazione a Ombre Festival, la grande kermesse di letteratura giallo (e altro) che si terrà nei prossimi giorni a Viterbo, voglio approfittare di questo spazio per rispondere alle email ricevute dai primi lettori di “In cauda venenum”.

Ne ho scelte tre, capaci a mio avviso di riassumere le principali tematiche emerse nel colloquio con i miei lettori.

<Bel libro, appassionante nello svolgimento delle trame e scritto bene. Ma… non c’è troppo sesso concentrato in due romanzi brevi?> scrive la bresciana Eleonora.

<Bisogna distinguere tra una storia e l’altra, Eleonora. In “Una trappola per il leone”, in realtà, al di là del mortale agguato teso al commissario, il vero cimento nasce proprio dallo scontro a distanza tra le due donne che si avvicendano conflittualmente nella sua vita. Dunque al “sesso”, che della guerra d’amore è l’arma più consueta e più affilata non ho potuto fare a meno di attribuire un grande rilievo>. In “Cardona e il suonatore di campane”, invece, si parla di sesso sì, ma senza nessuna eco erotica: è il sesso “sporco”, quello che non deve causare eccitazione, ma sdegnata repulsione, quello frutto acido di raggiro e violenza, quello che corrompe giovani esistenze e le danneggia, molto spesso, irrimediabilmente. Necessario, anzi indispensabile sottolinearne anche alcuni degli aspetti più crudi. Che, comunque, ho cercato di trattare in modo mai esplicito e con doverosa attenzione. E credo di esserci riuscito.

<Mi sono accorto che, attraverso questo libro, sono richiamati alla memoria del lettore numerosi coprotagonisti dei precedenti romanzi. Sto parlando di Luisa, moglie di Cardona e di Diana De Rossi sua amante, del fido agente Gaetano Gargiulo, del corrotto sindaco Tirabassi, dell’ottuso e saccente procuratore Previtali e del capitano dei carabinieri Raimondo Ranieri Luisa, e di altri che ora non mi vengono in mente. Ne compaiono però anche di nuovi, per i quali (è mia impressione, ma potrei sbagliare, naturalmente) mi sento di prevedere nuovi e importanti incontri nei futuri capitoli della saga di Monteselva> osserva invece il viterbese Michele.

<Non ti sbagli affatto, Michele. Dopo sei anni di stop, ho sentito la necessità di riannodare i fili di un ordito che conto di sviluppare ancora a lungo. Per cucire qualcosa di bello e duraturo, però, ci vogliono anche fili nuovi, colorati e forti. Parlo di Vassili Abramov, l’orribile Orco, e dei suoi uomini, ma anche dell’innesto di un personaggio che viene molto da  lontano: quel don Maurice Taviani, giovane e coraggioso sacerdote può che i miei più affezionati lettori hanno addirittura visto nascere in “Le Lac du Dramont” e lottare contro un’oscura e spietata setta satanista in “DalleTenebre”. Insomma, chi continuerà a seguire le indagini e le avventure di Leonardo Cardona non si annoierà di certo.

Chiudo con l’email di Lorenza, ancora da Viterbo:

<Sono rimasta colpita (al punto di essere costretta a farmi forza per completare la lettura di una storia davvero struggente) dal modo in cui affronti, in “Cardona e il suonatore di campane” un tema delicatissimo e (purtroppo) di straordinaria attualità: quello della pedofilia e della violenza sui minori. La storia è avvincente, nell’impianto narrativo di un perfetto thriller, ma in questo caso, a mio avviso, c’è un messaggio nascosto. Ed è un messaggio molto importante>

<Carissima Lorenza, sei dotata davvero di grande intuito e di ancor più grande sensibilità. Riuscire a fare soffermare i propri lettori su temi come quelli trattati all’interno di “In cauda venenum” facendo passare certi concetti approfittando del gradevole conduttore di una storia d’avventura, costituisce in effetti la vera e propria stella polare che influenza e guida la mia filosofia del narrare. Anche nella prossima indagine di Cardona sarà trattato un tema delicatissimo e inquietante: non credo che sia difficile immaginare quale, ma per saperlo con certezza bisognerà attendere la prossima uscita. Ce lafarai ad aspettare?>

Appuntamento per tutti venerdì prossimo a Viterbo alle ore 19

Spazio Eliot  – Winter Garden in Piazza della Morte

con Giovanna Boccio, Cristina Pallotta e Barbara Telluri

con

Categorie: Scrittura.

Ex libris (5) – I diecimila muli di Salvatore Maira sono… in 3D!

《Allora, secondo te, è meglio il libro o il film?》

Quante volte avete posto e/o ricevuto una domanda del genere? Decine, ne sono sicuro.

La trasposizione dalla carta alla celluloide di una determinata storia è operazione di estrema delicatezza e responsabilità.

Il caso di Diecimila muli , edito da Bompiani, è però una roba del tutto differente.

Intanto l’autore (Salvatore Maira) di mestiere fa proprio il regista. Dettaglio non trascurabile se si vuole capire in quale modo questo libro (decisamente ben congegnato e ben scritto) possa dare l’illusione di seguire la complessa e drammatica vicenda proiettata sul grande schermo di una sala cinematografica.

Anche se il titolo parla di muli (diecimila per giunta!) nei principali personaggi di questo corposo romanzo sono identificabili ben altre specie di animali: lupi, sciacalli, faine, cinghiali, avvoltoi e serpenti. 

Anche qualche leone, però, e una tigre ferita, che continuano a lottare nonostante tutto e nonostante tutti, fino alle estreme conseguenze.

Finita la guerra, grazie ai buoni uffici degli alleati anglosassoni, la neonata Repubblica Italiana ottiene di poter pagare in natura le cosiddette “sanzioni di guerra” finalizzate al risarcimento della Grecia: il prezzo è fissato in 10.000 muli, animali utilissimi, per la loro tranquilla forza e infaticabile laboriosità, alla rinascita delle genti elleniche.

Il risparmio insito in tale specie di rimborso è sicuro, ma l’impegno necessario a reperire un così elevato numero di quadrupedi che rispondano ai criteri di valutazione applicati dai beneficiari, è tale da far tremare i polsi. Si tratta di un business di notevoli dimensioni che, grazie a una serie di circostanze favorevoli e alla incrollabile volontà di crescita che contraddistingue la famiglia Maiorana, Peppino e i suoi fratelli (a volte in contrasto tra loro, ma mai irrimediabilmente divisi, capaci di compattarsi anziché di scoraggiarsi allorché la vita li mette a confronto con le prove più impegnative e difficili) riescono quasi miracolosamente ad acquisire. a scapito di potentati assai più forti e privi di qualsiasi scrupolo morale.

Da questa situazione, direi da questa vera e propria impresa dall’esito quanto mai incerto, prende origine e spessore un grande affresco narrativo,in cui stupisce, oltre alla eccezionale varietà e nitidezza dei riferimenti storici e geografici, il gran numero di personaggi chiamati alla ribalta: Salvatore Maira, proprio come fosse sul set, in piedi dietro la macchina da presa o seduto su uno di quegli scomodissimi sgabelli flosci che solo i registi sembrano amare, li dirige con puntigliosa attenzione, chiedendo il massimo ma, allo stesso tempo, riservando a ciascuno di essi la dovuta attenzione e un’ adeguata esposizione alla luce dei riflettori.

Nell’azione che si dipana, essenzialmente, tra la Roma convalescente del dopoguerra, dai polverosi alberghi e dai primi incerti vagiti che annunciano l’epoca rampante e scapigliata della dolce vita e la Sicilia, piena di sapori e umori, che si sublimano e si esaltano in una specie di città fantasma sorta a ridosso del porto di Messina, poliziotti masticati da una vita difficile e resi cinici dalle crudezze del mestiere esercitato, attempati e malinconici innamorati, incalliti delinquenti da strada, agenti segreti, mafiosi, politici, puttane,  semplici camerieri, capistazione, nani e ballerine, s’incastonano nella narrazione con mirabile armonia.

Tra tutti una citazione d’obbligo per l’ambizioso e mai domo Peppino Maiorana e per il problematico e introverso commissario Giulio Antonio Saitta.

Colpi di scena a raffica, che s’innescano uno nell’altro, come fili, ciascuno di diverso colore e spessore, nel medesimo groviglio

(“Sono tre romanzi che s’intersecano” osserva sul finire, al momento del destabilizzante scioglimento finale, un inquirente che si trova a tirare le fila di tanti misteri e tante tragedie. “No, sono più di trenta” gli risponde il suo interlocutore, uno di quelli che, se tolgono la maschera che travisa il volto, è solo per mostrare quella che c’è subito sotto)

ma che, nell’epilogo, dopo un lungo e tormentato viaggio nei primi misteri della Repubblica Italiana, dal riciclo dei criminali di guerra fascisti all’insurrezione separatista, alla strage di Portella della Ginestra e alla misteriosa uccisione del Bandito Giuliano, trovano, tutti, esauriente spiegazione.

Un libro da leggere, sfogliando il quale, oltre a vedere con gli occhi della mente le immagini così abilmente suscitate dall’Autore (risulterà credibile anche la traversata marina dello Stretto fatta a nuoto da una caparbissima mucca!), vi stupirete ad avvertire anche gli intesi odori, e persino i sapidi sapori, di una  quanto mai carnale Sicilia.

Titolo: Diecimila muli

Autore: Salvatore Maira

Editore: Bompiani

Anno: 2016

Pagine: 746

Prezzo: 19 €

ISBN: 978-88-452-8197-6

 

Salvatore Maira   nato a San Cataldo il 20 settembre 1947, regista. Laureato in Lettere e Filosofia presso l’università La sapienza di Roma, presso la quale è ricercatore di Letteratura Italiana, lavora dal 1974 al 1977 per una casa editrice, poi esordisce alla regia con un telefilm poliziesco realizzato per la RAI. Nel 1978 è ideatore e co-sceneggiatore di una miniserie in cinque puntate tratta dai racconti polizieschi di don Isidro Parodi scritti nel 1942 da J.L.Borges e A. Bioy Casares. Nel 1999 dirige “Amor nello specchio”, tratta della commedia di G. B. Andreini.

Ha anche preso parte all’attività della Fondazione Cinema nel presente (ideata da Citto Maselli), partecipando a film collettivi (tra i quali si segnala quello realizzato sugli accadimenti del G8 di Genova e dirigendo un documentario sul crollo della scuola di San Giuliano di Puglia (tragedia in cui trovarono la morte ventisette bimbi e un’insegnante) causato dal rovinoso terremoto che colpì il Molise nel 2002. Nel suo film Valzer, che ha la particolarità tecnica di essere stato girato facendo ricorso a un unico piano sequenza,  Maira ha avuto la soddisfazione di aver visto Valeria Solarino (interprete principale) ottenere il riconoscimento de migliore artista nel Premio Pasinetti in occasione 64ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia che vide tributare allo stesso regista una menzione speciale.

 

   Il Lettore

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (17) – Un sorriso allunga (e migliora) la vita

La cosa era nell’aria da qualche giorno ma, nonostante le pressioni ricevute, Giusy Orofino, siciliana di Brescia, educatrice di Progetto Salute Onlus presso la Residenza Sanitaria Assistita Sorelle Girelli di Marone, è restata ostinatamente “muta”: se aveva preparato ai suoi amati “nonnini” una sorpresa (e che sorpresa!), tale doveva restare fino all’ultimo momento.

Cosicché oggi pomeriggio, gli ospiti si sono ritrovati tutti nel giardino, un angolo verde con (magnifica) vista su uno dei più suggestivo scorci del Lago d’Iseo in attesa…

Già.

In attesa di cosa? O meglio, di chi?

Il “mistero” è stato svelato alle 17 in punto, allorché, brillante e spigliato come hanno potuto ammirarlo in tv gli aficionados di  trasmissioni comiche come Zelig Lab e Colorado Lab, gli internauti attraverso Youtube e tanti Bresciani in città e provincia, Vincenzo Regis (accompagnato dal manager Andrea Silvestri) è comparso davanti alla insolita platea e si è impegnato in una travolgente sequenza di gag che ha riscosso applausi e franche risate in quantità.

Come sei riuscita a ottenere l’intervento di un personaggio così qualificato e, soprattutto, tanto amato dal pubblico

 

Beh, con un po’ di sfacciataggine, per dire il vero. Quando mi è venuta l’idea non ci ho pensato su un minuto di più: mi sono messa al pc e ho inviato a Vincenzo un messaggio in cui gli chiedevo il favore di venirci a trovare a Marone spiegando quanto poteva essere importante regalare dei sorrisi ai miei ospiti. Il resto lo ha fatto tutto lui, confessandomi di avere una particolare sensibilità nei confronti dei problemi degli anziani e accettando immediatamente l’invito.

Ciò che più mi ha stupito è stata la partecipazione dei presenti, il loro interesse, il loro divertimento.

 

Il deterioramento cognitivo degli anziani non si può fermare ma si può contenere e rallentare significativamente attraverso infiniti stimoli e ridere è una sana medicina.

Qualcosa da dire a Vincenzo Regis?

Oltre a ringraziarlo? Gli dico che ha contribuito con quel qualcosa in più, quella particolare empatia che solo un grande artista naturale qual è Lui riesce a esprimere.

Un grande successo e una grande soddisfazione per Te.

Prima ancora una gioia. Una spinta a impegnarmi sempre più, magari portando qui alla Residenza Sanitaria Assistita Sorelle Girelli di Marone qualche altro… pezzo da novanta.

Quanto al vostro cronista, gli sia consentito di dire ancora una cosa su Regis: nessuno riesce a divertire il prossimo di uno che si diverte a farlo. E questo è proprio il suo caso.

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 Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.