Goodmorning Brescia (144) –

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Si è tenuta stamattina, presso la sede del Centro Teatrale Bresciano, la conferenza stampa di presentazione della messa in scena dell’operetta «Scugnizza». L’evento è inserito nel quadro dell’annuale ricorrenza della Giornata Internazionale della Donna, organizzata e curata dai Sindacati dei Pensionati di Brescia.

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«Più che una celebrazione si da continuità all’azione di donne pensionare  che diffondono un concetto di comunità molto importante» sottolinea in sede di introduzione dell’incontro il Direttore Gian Mario Bandera.

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Antonella Gallazzi ringrazia il CTB per aver messo a disposizione il Teatro Sociale per un evento che rappresenta un momento di grande allegria per donne costrette, per motivi legati all’età e alle condizioni di salute, a trascorrere gran parte del loro tempo all’interno delle case di accoglienza e dei centri diurni.
«Per noi significa parlare alle donne, coinvolgere le donne, specie le anziane che raccontano le proprie esperienze di vita, con diritti conquistati e diritti negati, anche in campo economico, con una disce sociale dell’azione riminante differenza retributiva. Come Coordinamento Donne ci muoviamo in modo unitario dannoso alle donne un’occasio e unica di parlare e confrontarsi. Quest’anno, debbo dirlo con estremo rammarico, il principale argomento Trattato è stato quello della violenza di genere, purtroppo ancora di drammatica attualità»

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Luisa Battagliola conferma che saranno messi in scena due spettacoli, ai quali sono invitate le ospiti delle case di riposo e dei centti diurni con le loro animatrici.
«Ricordo, qualora ve ne fosse necessità, l’alto valore dell’azione delle RSA e dei centri diurni (curati soprattutto da volontari che si occupano della gestione del tempo libero degli ospiti, con spazi dedicati ad attività culturali e artistiche, a spettacoli organizzati appositamente e altre varie iniziative)» ribadisce, concludendo il suo intervento.

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Anna Delle Donne sottolinea come a questo evento sia collegata una lotteria i cui proventi andranno a diversi progetti solidali, come “Progetto Simone per Emergency”, “Adotta una mamma-salva il suo bambino”, il finanziamento di una scuola materna sita in Brasile, nei pressi di Rio de Janeiro e di altre iniziative del genere.

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Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Identikit, plurale, femminile.

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Di alcune di loro conoscevo già il volto, il pensiero e la storia. Altre, invece, confesso che mi erano ignote e, ora che me ne sono stati svelati pensieri, aspirazioni e rimpianti, mi rammarico di non averne già intercettato i percorsi di vita e le preziose testimonianze. Nove donne, che raccontano e si raccontano sul palcoscenico, nello spettacolo 《Libere donne》 messo in scena da Teatro dell’Aglio e Ewwa European Writing Women Association con la regia di Maurizio Canovaro al Teatro Comunale di Fauglia in occasione della ricorrenza dell’ 8 marzo.
Si succedono sul palco, una dopo l’altra, in nove monologhi di grande intensità. Si parte dalla dignità e dalla riservatezza che accompagnò per tutta la vita Carla Voltolina, attiva quanto coraggiosa partigiana, futura moglie di Sandro Pertini (lettura curata da Albertina Gasparoni), per passare alla versatile indipendenza di Tina Modotti (suggestivamente interpretata dalla giovane e ispirata Delia Demma), attrice, fotografa e combattente per la libertà, poi al fervore patriottico di Angelica Palli Bartolomei (Loretta Mazzinghi). Raccoglie la staffetta la vocazione riflessiva, critica e sgombra da differenze di genere di Santa Caterina da Siena, nei cui panni monacali si cala Gloria Mattanini (che è anche autrice del testo), seguita per contrasto dalla passionalità carnale della contessa Caterina Sforza (la grintosa Silvia Pasqualetti), temeraria guerriera e dotta e curiosa alchimista. Poi è il turno della malinconia della “Principessa triste”, Soraya, interpretata da Emilia Natoli, ripudiata per la sola colpa di non essere fertile fattrice, seguito dal colloquio immaginario tra Elisabetta Sirani (l’intensa Annalisa Vinattieri) che, in punto di morte, dialoga nel delirio con la musa Lavinia Fontana, vissuta un secolo prima.
Viene poi il momento dell’attività artistica e informativa “a tutto tondo” della vulcanica Alba De Cespedes (Giusy Mazza) narratrice, poetessa, sceneggiatrice, drammaturga e femminista ante litteram, impegnata a rendere pubbliche e diffondere le riflessioni che molte donne annotano in quel “quaderno nero” solitamente destinato a restare chiuso, in segreto, in fondo a un cassetto. Con amòr, sempre con amòr.

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Concludono la pièce (nel migliore dei modi) due donne, due italiane, che, sia pure in modo diverso, sono e resteranno a lungo, nella realtà e nell’immaginario collettivo, indissolubilmente legate al cammino del progresso scientifico.
Prima Rita Levi Montalcini (nei cui panni si cala una convincente Simona Taddei): donna, ma soprattutto “persona”, intelletto più che fisicità, perché «Io non sono il corpo, sono la mente» e, soprattutto, perché
«Le donne che hanno cambiato il mondo non dovevano dimostrare niente»
Subito dopo ecco Samantha Cristoforetti, tutta tecnologia e grazia, stupita essa per prima dell’insondabile meraviglia e della solenne grandezza dell’Universo, convinta sostenitrice della necessità di un’umanità più responsabile e rispettosa del proprio Pianeta: «Alla nostra Terra dovrebbe essere riservata la stessa cura, la stessa attenzione con la quale ogni astronauta è solito trattare la propria navicella spaziale». E non c’è proprio altro da aggiungere. Bravissima e sorprendentemente somigliante all’astronauta (che ho avuto modo di conoscere da vicino e sentir parlare in pubblico) sia nell’atteggiamento che nella fisicità, l’attrice Kim Amel.

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Più che una galleria di personaggi, insomma, lo spettacolo (che sarà replicato prossimamente in altri teatri del territorio), una sintesi ben articolata e strutturata delle migliori caratteristiche e qualità proprie della parte rosa dell’Umanità, che il pubblico ha dimostrato di aver gradito e apprezzato con i convinti applausi finali.

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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Se la cintura esplosiva non fa il botto.

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È appena calato il sipario sulla “prima” di «Guerra santa», dramma scritto da Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo, con Andrea Di Casa e Federica Rosellini.

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La trama:
È davvero un venerdì di passione, allorché una giovane donna, dopo un’assenza protrattasi sette anni, spesi a combattere nei ranghi di un gruppo estremista-fondamentalista, fa ritorno “a casa”.
Alla Casa di Dio, per la precisione, visto che la combattente si questo caso, presenta proprio nella parrocchia frequentata a lungo a suo tempo.
Una visita nel corso della quale tra la donna e un sacerdote cattolico, suo punto di riferimento nella “vita precedente”, si instaura un confronto nel corso del quale fatti drammatici vengono raccontati e motivazioni  interiori messe a nudo, mentre si allunga l’ombra di un clamoroso attentato di imminente realizzazione.

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Lo spettacolo:

L’idea messa in scena di mettere insieme e di incrociare i sei monologhi di cui è composta l’opera, in teoriapuò risultare piuttosto originale. Dal dire al fare, però, come recita la sapienza popolare, spesso c’è di mezzo il mare. Soprattutto se ci si dimentica (o volutamente s’ignora) che il teatro viene meglio quando, oltre a dire qualcosa di profondo, sul palcoscenico succede anche qualcosa di movimentato e d’interessante. Soprattutto se si sottovaluta il problema di un monologo al cospetto di un altro attore, in attesa di cominciare il suo: evidente l’imbarazzo di interpretare per interminabili minuti la parte della comparsa muta, il cui più urgente problema è rappresentato da quali espressioni scegliere per fare fronte alle elucubrazioni dell’altro e… dove tenere le mani. Soprattutto se il testo (pur di elegante scrittura, o forse proprio a causa di una fin troppo ricercata cura dello stile) sembra a volte perdere il contatto con il linguaggio reale “della gente”.
Non a caso, e su questo argomento la chiudo qui, dopo quindici minuti di sfogo della figliola non-prodiga (una Federica Rosellini tutta nervi) le prime parole pronunciate nello spettacolo dal sacerdote (Andre Di Casa) sono «Quanto tempo!». Una battuta che, agli spettatori più attenti appare una di quelle coincidenze per così dire “rivelatrici”.

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Per il resto, gli argomenti toccati nella pièce sono importanti e numerosi. Talmente numerosi che non c’è materialmente il tempo di approfondirli tutti, ma solo di tratteggiarli con frasi a effetto, nel creare le quali, bisogna riconoscerlo, Sinisi (che della parola è un profondo conoscitore e un abile giocoliere) non incontra alcun problema.
Libero arbitrio: «Chi resta (in caso di abbandono) non ha scelta»;
Necessità di affrontare la vita con determinazione e slancio: «Non possiamo sempre rifugiarci nel non dire e nel non fare»
Attivismo morale e spirito missionario: «Il vero peccato consiste nel non fare il bene»
Sofferenza come strumento di crescita spirituale interiore: «Se non si conosce l’amore è perché non si è sperimentata la disperazione»
Valori assoluti a confronto: «L’Amore ci libera e ci eleva, la Verità ci rende cattivi e miserabili»
Per finire con un rovesciamento biblico (evocato proprio dal sacerdote) a coronamento  e contrappunto di una specie di vivisezione del cristianesimo usata dalla terrorista come una clava: «Le colpe dei figli ricadono sui padri»

Insomma, si tratta di un’occasione persa o, perlomeno, non colta in tutta la sua potenzialità, con un testo dotto ma statico che anche il regista, palesemente, trova difficoltà a rendere per quanto possibile commestibile (in questo non aiutato dalla non meravigliosa acustica del Santa Chiara) anche per la parte meno acculturata del pubblico.
Da parte mia, sono disposto a scommettere qualsiasi cifra che la prossima prova sarà senz’altro migliore: di talento  ce n’è tanto, di anni di luminosa carriera ancora da percorrere, anche.

Le foto inserite a corredo di questo articolo sono di Umberto Favretto.


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GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.