Da Strindberg a Bergman, da «Oväder» a «Scene da un matrimonio» il viaggio svedese è interiore

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(foto a destra di Umberto Favretto)

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Non si tratta solo della partita a scacchi. Il “fil rouge” che collega August Strindberg, artista a tutto tondo, scrittore, poeta, pittore, drammaturgo e filosofo, con Ingmar Bergman, Maestro della cinematografia mondiale del ventesimo secolo, è molto più consistente.

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Strindberg, artefice di capolavori di teatro “simbolico e psichico”, utilizza nei suoi lavori immagini di grande impatto simbolico, per rafforzare il concetto di solitudine delle anime elette, di coloro cioè, che dotati di intelletto superiore, restano inevitabilmente incompresi da una massa di inferiore livello mentale. Da ciò si genera un conflitto che Strindberg battezza hjärnornas kamp  (ovvero “lotta di cervelli”), nel quale l’elemento femminile risulta sempre prevalente rispetto a quello maschile e la massa prevale sempre  sull’individuo, arrivando alla fine a commettere il själamord (“omicidio psichico”) consistente nel furto della credibilità sociale attraverso l’azione corrosiva del dubbio.

Anche i personaggi creati da Ingmar Bergman sono individui che non si confondono (o vorrebbero non confondersi) nella massa indifferenziata. Nelle pellicole del grande cineasta di Uppsala, essi recitano e raccontano il proprio stato di solitudine eccentrica, di voci che preferiscono dialogare con se stessi, con il proprio io, con la propria psiche, con le proprie convinzioni ideologiche e religiose. alla continua ricerca di un’autentica identità.

Un uomo che deve aiutarsi da solo, perché, come dice Bergman stesso, «Viviamo talmente lontano da Dio che forse Egli non sente la nostra voce, quando imploriamo il Suo aiuto»

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L’opera:

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Il dramma fu scritto da August Strindberg nel 1907 e venne rappresentato per 23 repliche (peraltro non assistite da successo) all’ Intima Teatern.

La pièce, collocata temporalmente nel mese di agosto, narra la vicenda degli abitanti di un unico palazzo: protagonista è  “il Signore”, un funzionario in pensione, che riceve la visita di suo fratello, un procuratore, al ritorno dalla villeggiatura. Incuriosito dalla strana atmosfera che avverte nell’ambiente, oltre a informarsi sullo stato del fratello, a cinque anni di distanza dal divorzio, inizia a indagare su chi siano i coinquilini del primo piano: sono Gerda, l’ex moglie del “Signore” con la bimba avuta nel corso del matrimonio, e il suo nuovo consorte, uomo torbido che, all’interno dell’appartamento, ha messo in piedi una bisca.

Nel corso di un colloquio, il “Procuratore” convince Gerda a riprendere il colloquio con il “Signore”, alla quale la donna chiede aiuto per aiutarla a divorziare da Fisher (di cui comincia a temere l’indole violenta) senza che questi le porti via la figlia. Cosa che, invece, si verifica allorché Fisher fugge con la figlia del pasticcere (altro inquilino del palazzo). Gerda e il Procuratore partono alla ricerca del fuggitivo, mentre il “Signore” resta in casa con la cameriera Louise, meditando sul senso della propria esistenza.

C’è un lieto fine, ma c’è anche, soprattutto, una nuova consapevolezza da parte del “Signore” che, rivedendo la ex moglie realizza di avere (forse)  ripreso in mano il filo della propria esistenza. Sta arrivando ormai l’autunno e (forse) abbandonerà quella casa-eremo-prigione.

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L’Autore:

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     August Strindberg modernissimo tra i moderni

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Nato a Stoccolma il 22 gennaio 1849 dallo  spedizioniere marittimo, Carl Oscar e dalla ex cameriera, Ulrika Eleonora Norling (alla quale va riferito il titolo dell’autobiografia pubblicata nel 1886 (appunto «Il figlio della serva») in cui Strindberg descrive un’infanzia difficile e disagiata. In realtà, anche se un sistema di rapporti di tipo patriarcale, un eccessivo rigore religioso e l’arrivo di una matrigna in seguito alla precoce morte per tubercolosi della madre, finirono per cerare un’atmosfera pesante che influì sulla formazione del giovane August, la famiglia era di estrazione e profilo borghese, tanto da disporre dei mezzi necessari per l’iscrizione alla Università di Uppsala. Qui Strindberg frequentò i corsi di medicina e di estetica che, però, abbandonò nel 1869 per dedicarsi all’attività di drammaturgo, sua autentica passione e vocazione. L’anno successivo un atto unico di sua composizione esordiv al Teatro Reale di Stoccolma.

La produzione di Strinberg, sia per quanto riguarda la drammaturgia che la narrativa, sempore alla ricerca di nuove forme di espressione e senza condizionamenti di tipo estetico, morale e sociale, rappresenta un’autentica novità, superando il realismo ottocentesco senza però lasciarsi condizionare dall’imperante pessimismo romantico e neo-barocco. 

Lo scrittore americano Eugene O’Neill, nel 1924, definisce August Strindberg «Precursore della modernità nel nostro odierno teatro e il più moderno fra i moderni».

Di lui Franz Kafka dice: «Non leggo Strindberg per leggerlo, ma per posare la testa sul suo petto».

André Gide lo annoverava fra i «Personaggi eminenti dell’umanità».

Per Ingmar Bergman, invece,  è  il «Compagno costante del suo impegno cinematografico».

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Lo spettacolo:

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Il cast di «Temoporale» al gran completo  (foto di Umberto Favretto)

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La scelta della regia è quella della fedeltà.

Non solo al testo, ma anche allo spirito dell’opera e alle intenzioni dell’Autore.

Al momento di entrare in sala, gli spettatori trovano già la platea invasa da una leggera nebbia. Poi il brontolio dei tuoni, messaggeri dell’incombente temporale, che si rivelerà un Godot in negativo: fa avvertire la sua minacciosa presenza, minaccia di scoppiare, per tutta la durata della rappresentazione,  ma le nubi nere che oscurano il cielo restano sterili.

Le scenografie giocano con luci e ombre, colore e chiaroscuri. Rumori come il suono delle campane e lo squillo del telefono si alternano con sonate di pianoforte e canzoni cantate e smozzicate, ma l’atmosfera della narrazione resta: precisamente quella senza tempo del primo ‘900,  tra le contraddizioni del diciannovesimo secolo, divisa tra i sogni di progresso e benessere della Belle Époque e i deliri di onnipotenza imperiale, tra le miserie del secolo dell’industrializzazione e le tensioni che porteranno agli immani conflitti prossimi venturi.

In tutto ciò la recitazione degli attori, di tutti gli attori, è semplicemente perfetta.

In prima posizione, per quanto ovvio, interpretato alla grande da un ispirato Vittorio Franceschi, il “Signore”. Uno che ciò che c’era da sperimentare e vivere nella propria esistenza, lo ha già vissuto e sperimentato. Stremato dalla fatica di mettersi continuamente in gioco, ormai rassegnato alla progressiva decadenza fisica e mentale, spaventato dall’avvicinarsi inevitabile e inesorabile della fine, aggrappato, come tanti anziani, alla rassicurante presenza di una ancor giovane donna, la cameriera Louise (ai giorni d’oggi sarebbe una perfetta badante) che si occupa di lui senza  creare complicazioni relazionali.

«I sentimenti e le simpatie, non ci appartengono più» è il ferreo mantra del Signore,  auto-recluso nella Casa del Silenzio.

«E lentamente ci stacchiamo dalla vita come un dente dalla gengiva».

Di grandissimo impatto la trovata scenografica del fondale che, nell’epilogo,  scorre via, dissolvendo la casa e mostrando un lussureggiante giardino prossimo al sonno invernale.

Nella mia (e non solo mia) interpretazione, decisamente opposta a quella che a suo tempo ne diede il grande Strehler, a nulla serve, per cambiare l’inerzia della narrazione, il contraccolpo di dignità e coraggio che il Signore esprime nella sua ultima battuta. E il lampione della ragione illumina sì, qualcosa d’importante, ma si tratta appunto dell’accettazione (razionale e necessaria) dell’esito che ogni vita deve avere. 

Perché finalmente piove, sì, ma quella che scende dal cielo grigio è la pioggia lenta e triste che bagna i cipressi, i crisantemi e le lapidi dell’universale cimitero.

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(vds. in argomento anche post del 26 gennaio 2017:  https://cardona.patriziopacioni.com/goodmorning-brescia-73-temporale-in-arrivo-al-teatro-santa-chiara/)

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  GuittoMatto

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (74) – Carla Boroni e un manuale che è anche antologia

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Scuola e Letteratura,  apparentemente un connubio naturale quanto inevitabile e indissolubile.
Ma le cose stanno proprio e davvero così?

Oggi alla libreria Università Cattolica del sacro Cuore, proprio di questo si è parlato, prendendo spunto dalla recente “uscita” firmata Carla Boroni per le stampe di SEFER Edizioni.

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«Il libro è nato da una grande e lunga storia d’amore sia con l’una che con l’altra» esordisce Carla Boroni, al cospetto di un pubblico talmente numeroso che le sedie non bastano per tutti. Poi lascia la parola al professor Francesco De Nicola (professore di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università di Genova) insieme al quale -annuncia- varerà una nuova collana didattica. sempre per le stampe di SEFER Edizioni.

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«Al momento dell’Unità italiana, in presenza delle consistenti difformità che si registravano (anche per la scuola) tra il nord (governato nello specifico dalla legge di riforma varata dal ministro della pubblica istruzione del Regno di Piemonte e Sardegna Gabrio Casati,  e il sud del neo-costituito regno, si decise di affidare l’ardua impresa di un riequilibrio a varare una legge attraverso la quale provare a riequilibrare le situazioni» spiega De Nicola, partendo esattamente dall’inizio, allorché, con l’unione, cominciò effettivamente la storia del rapporto tra scuola e letteratura italiana.

L’incarico di una impresa a dir poco ardua e ingrata, visto che a quel tempo, a quanto si dice, la competenza specifica avesse ancora qualche importanza nel nominare un ministro, fu chiamato un certo Francesco De Sanctis.  Uno studioso, ma prima ancora un giovane che, scendendo dalle montagne dell’Irpinia, aveva avuto modo di capire cosa volesse dire diventare prima studente e poi professore. Nell’autobiografia   《La giovinezza 》dettata dall’autore negli ultimi due anni di vita alla nipote Agnese, possono individuarsi suggerimenti pedagogici validissimi ancora oggi: metodo, disciplina e sacrificio.

Per rendere più digeribile l’obbligo scolastico  imposto dai “piemontesi”, inasprito dalla legge Coppino del 1877 che  elevava da due a tre gli anni di obbligo scolastico per fanciulli e fanciulle, imponendo alla fine del biennio un anno di corso serale o festivo, introducendo sanzioni per le famiglie che disattendevano all’obbligo, fu invece messo in azione Edmondo De Amicis, che rispose da par suo con il celeberrimo «Cuore».

«Nel libro viene fuori la storia della Scuola Italiana fino ai decreti delegati,   fino ai nostri giorni.  Grazie all’incontro tra letteratura e scuola cominciano a scrivere le donne (che pure resteranno purtroppo, ancora in netta minoranza tra gli autori, fino agli anni ottanta)»

Tra queste ricorda  Ida Baccini con 《Il romanzo di una maestra» , prima edizione nel 1901.

«Il libro di Carla Boroni si può leggere sia come saggio che come antologia»  conclude il professore. 

 Tra gli autori entrati nella  storia della nostra letteratura, ci sono stati moltissimi insegnanti, come Caproni, Sciascia, Venturi, Fucini,  Pasolini, Coppini, il Mastronardi de 《Il maestro di Vigevano》…

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Io ho sempre insegnato con la pancia》 fa presente Carla Boroni, prima della lettura di Candida Toaldo dall’autobiografico 《Ricordi di scuola》  di  Giovanni Mosca, il più celebre e personale tra i suoi romanzi che racconta la dolcezza di un maestro un po’ speciale, dall’animo mite, nella Roma degli anni ’30.

Chiude l ‘Editore Alessandro Bruciamonti:  «Chi fa il mio mestiere si deve confrontare attivamente con il mondo e con i tempi. Fare cultura è sempre meno considerato e sempre più eroico».

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    Bonera.2

 

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Goodmorning Brescia (73) – Temporale in arrivo… al Teatro Santa Chiara

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«Temporale» è la quarta produzione del Centro Teatrale Bresciano nella stagione, la prima del 2018» è l’esordio di Gian Mario Bandera.

«Si tratta di un vero e proprio ritorno alle origini, con riferimento allo spirito che animò la Compagnia della Loggetta: Strindberg è un autore di non semplice lettura e trasposizione teatrale, ma di grandissima profondità, che porta avanti un lavoro profondo e spesso spietato di introspezione, alla ricerca del buono e del cattivo, del dolce e del meschino».

«Prosegue il trend positivo sia in termini numerici di spettatori che di consensi della critica che sta riscontrando il C.T.B.» sottolinea il consigliere Patrizia Vastapane.

«Ricordo il valore della regista Monica Conti, dotata di un poderoso curriculum professionale e artistico: tra i numerosi riconoscimenti che le sono stati attribuiti, ricordo le affermazioni nel Premio Istrio e nel Premio Fidapa per la drammaturgia», aggiunge subito dopo.

«Noi attori, nel corso della carriera, mettiamo insieme un bagaglio di esperienze sia di vita che tecnico espressive, come accade a ogni buon onesto artigiano» esordisce Vittorio Franceschi (il Signore, nel dramma).

«Spesso, però, il processo di approfondimento, per vari motivi, resta a metà: capita che si tiri a campare, accontentandosi di raggiungere risultati di “media portata”. Con Monica e con Strindberg, invece, la faccenda è stata del tutto diversa: ho vissuto una situazione in cui mi si richiedeva di non fermarmi a una onesta prestazione attoriale, ma di far vibrare, insieme agli altri attori, anche corde che, di solito, restano silenti. In scena bisogna faticare, bisogna sudore, per ottenere risultati eccellenti, impegnarsi allo spasimo non solo a livello di memoria e di interpretazione dei personaggi ma anche di intima immedesimazione».

E c’è ancora un pensiero, forse ancora più importante dei precedenti, prima di passare la parola alla regista.

«Mi piace pensare che uno spettatore non esca dal teatro uguale a come è entrato. Ed è esattamente questo ciò che noi tutti ci impegneremo a fare a partire da martedì prossimo al Santa Chiara con Temporale»

«Torno a Brescia a distanza di 14 anni da una “ospitalità”. E torno con Strindberg, che non ha una consolidata tradizione in Italia, anche se non mi sento di ignorare autentici gioielli teatrali come la messa in scena de Il Padre con la regia proprio di Mina Mezzadri» dice Monica Conti.  

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   August Strindberg

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«Il drammaturgo svedese è un vero e proprio “investigatore” del cuore dell’anima e della mente, che, con le sue indagini, cerca di creare nei propri lavori quella realtà onirico-allucinatoria che gli è propria. Ho lavorato sul testo, leggendo attentamente diverse traduzioni dallo svedese (lingua che, purtroppo, non conosco) e riandando all’unico “incontro” tra August Strindberg e Giorgio Strehler, che mise in scena proprio Temporale  nel 1980 al Piccolo di Milano. Pur senza tradire mai il testo,  ho lavorato sulla costruzione di due archetipi femminili  ben strutturati e destrutturando, nella terza parte, la ripresa della narrazione in un momento esasperatamente onirico. Ho lavorato persino sulla struttura “fisica” di un teatro notoriamente di complessa struttura, attraverso i boccascena».

La conclusione è lapidaria, ma estremamente indicativa dei metodi di lavoro della regista:

«In testi come questo l’impegno degli interpreti deve essere totalizzante. L’attore non può limitarsi a indossare una maschera, ma deve sforzarsi di trarre nuova linfa dalle proprie più intime risorse interiori».

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   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Pranzando in Manifattura… si mastica Teatro alla milanese

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Ho incontrato a Milano uno dei personaggi più attivi (come suol dirsi “a 360 gradi”) del Teatro italiano. Conversando piacevolmente nel corso del pranzo, circostanza che, come tutti sanno, facilita l’eloquio e le confidenze. 

Di quanto detto dal mio illustre anfitrione, appropriandomi per una volta della rubrica condotta dall’amico GuittoMatto, riporto qui sotto un rilassato ma non banale resoconto.

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«Quello tra Milano e il Teatro è un rapporto complesso. Uno di quegli amori travagliati ma intensissimi, capace di distinguersi da tutti gli altri. Un approccio organico,  multi-task, assai diverso, per esempio, da quello, pur possente, che con il Teatro  ha Roma Capitale»  dice Gaetano Callegaro, mentre ci si appresta a ordinare il primo.

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Con noi ci sono anche Guenda Goria (sua compagna di scena in Sinceramente bugiardi, insieme a Maria Teresa Ruta e Francesco Errico – in scena al Teatro Leonardo di Milano fino al 28 gennaio), Salvatore Buccafusca, mio compagno di scrittura di  Sua Eccellenza è servita e l’attore Antonio Conte, convinto e convincente “Vescovo sposato” nella stessa commedia.

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«Manifatture Teatrali Milanesi (abbreviato convenzionalmente in MTM) è un progetto artistico la cui attività è gestita dalla Fondazione Palazzo Litta per le Arti Onlus che, a sua volta, nel 2015 rilevò tutta l’attività di spettacolo e di formazione della Cooperativa Quelli di Grock, arrivando così a formare una delle più importanti realtà del sistema teatrale, non solo di Milano».

La conversazione è piacevole, come può essere soltanto quella tra persone animate da identiche passioni. A rendere ancora più suggestivo l’incontro, la… location: non un ristorante, ma la parte del Teatro Litta attrezzata a ristoro, un luogo gradevole e privilegiato in cui, più che gli aromi della cucina, si annusa e si respira prosa.

  

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A proposito: il Teatro Litta, per chi ancora non lo sapesse, è inglobato al piano terra di Palazzo Litta, complesso edificato tra il 1642 e il 1648 da Francesco Maria Richini per conto del conte Bartolomeo Arese, presidente del Senato di Milano e rappresentante di una delle più influenti famiglie della Milano spagnola. Il teatro è frutto della ristrutturazione di un Oratorio Gentilizio, attribuito allo stesso Richini, consacrato intorno al 1670. Il palazzo è tornato di proprietà dello Stato ventidue anni fa.

«La singolarità della nostra attività» sottolinea non senza una certa (legittima) soddisfazione Gaetano Callegaro, «è da individuarsi principalmente, nel pieno e costante rispetto di livelli qualitativi di assoluta eccellenza degli spettacoli selezionati, nelle modalità di offerta al pubblico milanese».

Inevitabile, a questo punto, chiedere in che consista, in un mondo artistico sempre più indirizzato alla standardizzazione dei cataloghi, tale novità.

«MTM è come una casa editrice, in un certo senso: all’internondella nostra stagione, infatti, sono inserite vere e proprie “collane”: così come, in campo librario, c’è la serie gialla, la narrativa per bambini, la saggistica e magari il rosa, tanto per fare qualche banale esempio, da noi ci sono rappresentazioni comiche, teatro d’avanguardia, drammi, musical, individuabili attraverso percorsi ben delineati».

Chiedo se soltanto questo è il segreto di tanto successo (si è arrivati, nella scorsa stagione a ca. 65.000 presenze che, per dirla tutta, non sono poche neanche per Milano.

«Certo che no» è la prontissima risposta.

«Un altro fattore di successo deriva dalla strategia di richiamo e di fidelizzazione degli spettatori fondata anche su una strategia dei prezzi: abbonamenti che consentono di scegliere otto spettacoli a prezzo contenutissimo tra tutti quelli offerti dai teatri che fanno capo a questa iniziativa»

Prima (e dopo) che Gaetano Callegaro ci facesse da guida all’interno del Teatro e dell’annesso piccolo gioiello chiamato Cavallerizza, di molte altre cose si è discusso: piacevolissime quisquilie come la natura dell’attore, l’immedesimazione nei personaggi, ricordi attinenti alla storia del grande Teatro italiano, e così via.

Di questo, però, vi scriverò (forse) in un’altra occasione.

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  Note:

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MTM svolge il suo programma di spettacoli e iniziative culturali in 3 sale teatrali milanesi:
Il Teatro Leonardo 
in Piazza Leonardo da Vinci; il Teatro Litta e la Sala la Cavallerizza in corso Magenta 24unico esempio cittadino –insieme al Piccolo Teatro– di multisala teatrale con una dislocazione in differenti distretti urbani della città.

E, riprendendo alla lettera quanto riportato sul sito ufficiale:

MTM rappresenta una novità storica nel panorama del sistema teatrale milanese perché guarda al futuro. Alle diverse esigenze e gusti del pubblico. Alla pluralità dei linguaggi, delle culture e delle poetiche dei singoli artisti.

Per questo, se pensate a MTM, pensate a qualcosa di diverso.

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Gaetano Callegaro è attore, autore e regista teatrale.

Ha recitato in numerosissimi spettacoli tra i quali:  Lucifero/ Intrigo e amore/ Saro e la rosa/ Il Giardino dei Ciliegi/ Il Gioco dell’amore e del caso/La locandiera/ Rocco e i suoi fratelli/ Il bacio della donna ragno/ Amleto/Villa Rosmer/ Casa di Bambola/Rotweiss Kabarett/ L’aquila bambina reloaded/ Mi ami? do you love me?/ Dormono Dormono sulla collina/ Il Venditore Di Sigari/ Zio Vania/ Napoli 18 carati/ Cruel+Tender (Tenero+Crudele)/ Il Censore (edizioni 2012-2013);

Dal 1976 è stato socio Fondatore della Coop.Teatro degli Eguali – Teatro Litta di Milano, di cui  è dal 1998 Direttore Artistico e Presidente.  

Dal 2012 è Presidente della Fondazione Palazzo Litta per le Arti Onlus, fino al gennaio di quest’anno (2018), allorché ha passato il testimone a Gaia Calimani.

Categorie: Teatro & Arte varia.

Ex Libris (18) – King e le Bellezze Dormienti

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Perché un certo giorno, all’improvviso, tutte le donne del mondo, al momento di addormentarsi, cadono nell’abisso di un sonno senza risveglio, imprigionate in un bozzolo di fili bianchi, sottili come seta che avvolge i loro corpi dalla testa ai piedi?

Di cosa si tratta? Una malattia, dell’insidioso frutto una subdola strategia di invasione aliena, di un sortilegio?

Chi è davvero la bellissima e misteriosa Evie, signora delle falene e dei topi?

E, soprattutto, come reagirà un mondo destinato in breve tempo a rimanere popolato soltanto di uomini, a un accadimento così sconvolgente e spiazzante?

Questi gli interrogativi che fin dalle prime pagine di “Sleeping Beauties”,  con la solita abilità, Stephen King, in questa occasione affiancato nella scrittura dal figlio Owen, riesce a suscitare nei lettori fin dalle prime pagine del romanzo. Che “lo Zio” sia un grandissimo costruttore di storie, maestro nel gestire un’epopea corale che coinvolge decine e decine di protagonisti, è cosa nota a tutti i suoi  lettori, e anche in questa occasione non si fa eccezione alla regola.

L’originalità del tema e la perfetta articolazione della macchina narrativa rendono la lettura appassionante, e anche questa non è una scoperta. L’attrattiva di “Sleeping Beauties” , inoltre, è incrementata dall’intrigante processo dell’individuazione dei riferimenti alla precedente bibliografia che, in simili occasioni, inevitabilmente scatta nei fedeli appassionati di un grande e seguito Autore prolifico  come il Re del Maine.

In più, in questo caso, in presenza di un testo scritto a quattro mani con il rampollo minore Owen, i più attenti non possono evitare il tentativo d’individuare quali siano le pagine scritte da uno e quali dall’altro. Senza alcuna possibilità di verifica, ovviamente, credo di aver individuato nel testo la paternità dei vari passaggi, anche se nascoste dalla intensa e certosina opera del vero e proprio stuolo di collaboratori letterari ai quali, nel lungo epilogo del romanzo, vengono attribuiti doverosi ringraziamenti: consulenti e previsioni di bozze e quant’altro.

Nel complesso però, siamo in presenza dell’ennesima opera kinghiana: un accurato lavoro artigianale di scrittura che quell’autentico consorzio della creatività letteraria, facente capo a Stephen King, ha trasformato nel corso degli anni in una industria della narrazione: un prodotto, cioè, assolutamente impeccabile dal punto di vista formale, al servizio di una costruzione narrativa serrata e coerente, fedele agli stereotipi (mai banali né scontati) che in tutte queste decine di anni hanno contribuito a formare ingrandire l’universo del narratore di Portland. Si confermano i soliti punti forti: dalla perfetta descrizione della vacua borghesia dell’America di provincia, fatta di molti vizi e poche virtù, all’attenta e sofferta descrizione del mondo carcerario (la struttura delle detenute nel carcere di Dooling potrebbe essere inserita o prelevata indifferentemente, senza nessuna forzatura, dal mondo de “Il miglio verde” o di altri romanzi di ambientazione penitenziaria; dalla banale e sottile crudeltà del male (sempre che effettivamente di male si tratti, si intende, in questo romanzo più che mai) alle pulsioni e ai conflitti adolescenziali. In questa opera, inoltre, si torna con forza (e con sottile e furbo ammiccamento alla parte più significativa e consistente del potenziale pubblico di fruizione) al tema di un vetero-femminismo che vede in eterno conflitto la (spesso brutale) razionalità dell’uomo con la creativa e tutta spirituale introspezione della donna.

Fin qui le note positive. Ora…

Quando il Dio della Scrittura intinse il piccolo neonato (da poco battezzato Stephen) nella magica pozione che rende immortali e invincibili i più grandi scrittori di tutti i tempi (qual è incontestabilmente Stephen King) quella piccola porzione di caviglia che le sue divine dita strinsero, escludendo solo quella minima parte  dalla miracolosa pozione, in Stephen King si chiama certamente FINALE”.

La meravigliosa architettura creativa di cui è capace che, infatti, in non poche occasioni appare non adeguatamente supportata da un epilogo all’altezza. Così avvenne clamorosamente per “The dome” e, in modo e misura meno appariscenti, per numerosissimi altri romanzi. A volte (credo che per questo mi attirerò accidenti e maledizione da parte dei pasdaran più intolleranti alle critiche), sembra quasi che arrivato alle ultime battute King non riesca (e forse non ci riuscirebbe nessuno) a tirare i tanti, troppi fili narrativi che, in modo meraviglioso, Egli stesso è riuscito a tessere.

Così “Sleeping Beauties”  meravigliosa storia di mistero, di azione e di fiaba, vicenda carica di suspense e fantasia, di sangue, di psicologia, di echi di guerra, si chiude lasciando l’amara consapevolezza di un’altra grandissima, enorme, occasione mancata.

Forse la screziatura che i maestri della porcellana Ming (quanto assomiglia questa parola a King!) imprimevano con l’unghia nella perfezione assoluta di autentici capolavori dell’arte, per impedire che di tanta bellezza fossero invidiosi gli Dei.

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  Il Lettore

 

Categorie: Scrittura.

Goodmorning Brescia (72) – Lonato: la Rocca o il Cubo?

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Come già accaduto in passato, affido volentieri questo numero di «Goodmorning Brescia» a Patrizio Pacioni, molto interessato al tema in argomento. Buona lettura!

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L’articolo a firma di Costanzo Gatta, apparso sul Corriere della Sera dello scorso 10 gennaio, richiamava con forza l’attenzione su quanto in corso alla Rocca di Lonato: la prossima apertura in loco (non priva di impatto ambientale) di un modernissimo ristorante, mirata al rilancio turistico del sito e al conseguente ritorno finanziario, ritenuto necessario per la manutenzione e la conduzione del castello. Questo il link dell’edizione on line per chi volesse leggere l’intero pezzo:

http://brescia.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/cubo-discordia-rocca-lonato-italia-nostra-attacca-2caf0704-f5ee-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml

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Non essendoci stati significativi seguiti, ho deciso di interpellare in merito la professoressa Giusi Villari, presidente della sezione Lombardia dell’”Istituto Italiano dei Castelli”, considerata uno dei massimi esponenti del settore.

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La Rocca di Lonato

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Cominciamo con inquadrare sia dal punto geografico che storico l’oggetto di questa intervista: «La Rocca di Lonato è una costruzione fortificata, edificata a partire dal X secolo, sita nei pressi di Lonato del Garda (BS). A motivo della sua pozione strategica. è sempre  stata considerata di grande valenza militare. Tenuta prima dai conti di Montichiari, passò agli Scaligeri, ai Visconti e  ai Gonzaga, per finire poi sotto il controllo della Repubblica Veneta. Nei suoi pressi ingaggiarono battaglia, nel 1797, gli eserciti francese e austriaco. Attuale proprietaria è l’omonima Fondazione, che (nel primo dopoguerra) l’acquisì dal senatore Ugo Da Como»  Mi aspetto da Te,  riconosciuta tra i massimi esperti del settore, qualche notizia in merito non di routine, diciamo in non più di dieci righe. Si può fare?

Possiamo provarci!

Mi occupo di castelli, e di quelli bresciani in particolare, da quasi quarant’anni. Per la Rocca di Lonato ho una particolare predilezione, sia per la bellezza del luogo, sia per la complessità e unicità di un sistema di difesa caratterizzato da tre tipi diversi di fortificazioni: una fortezza sul colle, un castello ricetto e una cerchia muraria esterna più ampia che cinge l’intero centro storico. Se la Rocca aveva il compito di controllare militarmente e difendere un sito di importanza strategica fondamentale lungo la via che, rasentando a sud il lago di Garda, univa Venezia a Milano, il castello ricetto, simile in tipologia a quelli della vicina Valtenesi (Moniga, Soiano, Padenghe, etc.), offriva riparo agli abitanti del circondario e ai loro beni. Nel corso delle mie ricerche archivistiche in ambito lombardo veneto ho avuto l’opportunità di scoprire e pubblicare mappe e documenti inediti su Lonato e sicuramente altre importanti informazioni potranno essere ricavate in futuro se si investirà, come sarebbe doveroso, nella ricerca sia archivistica che archeologica. Ti allego una mappa veneziana settecentesca e una ricostruzione grafica contemporanea per capire meglio la situazione.

 

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Ma veniamo alla vexata quaestio: alla Rocca di Lonato,  una decina di giorni fa, previa autorizzazione della Sovrintendenza alle Belle Arti (che si è impegnata a seguirà da vicino lo svolgimento dei lavori)  si è iniziato a mettere concretamente mano alla realizzazione del “cubo della discordia”, una struttura in vetro e acciaio che insisterà su oltre 500 mq di prato, destinata a ospitare un ristorante.  ristorante ovvero il tanto discusso ristorante in vetro ed acciaio che occuperà 536 mq di prato. Da lampante contrasto tra l’onusta costruzione carica di suggestioni artistiche e storiche e il moderno parallelepipedo, è sorta una disputa intessuta di intemperanze e carte bollate, in pratica un’aspra partita a tre: da una parte la Fondazione Ugo da Como, che degli introiti degli affitti per la gestione del ristorante, nonché da quelli rivenienti da un presumibile aumento delle visite in presenza di un’attrazione anche “gastronomica”, parrebbe avere una forte necessità, dall’altra l’intransigente difesa del territorio e delle tradizioni portata avanti da Italia Nostra, al centro (scomodo arbitro), la Sovraintendenza.  Che ne dice una “conoscitrice di castelli” del Tuo calibro?

Ti rispondo da coordinatrice della delegazione di Brescia e da nuova presidente della Sezione Lombardia dell’Istituto Italiano dei Castelli onlus che si occupa dello studio e della tutela dei castelli dal 1964 (questo sono i nostri siti di riferimento http://www.istitutoitalianocastelli.it/; http://www.istitutocastelli-lombardia.org/). Nella nostra sede milanese anche noi abbiamo discusso del progetto di Lonato  e abbiamo inoltrato agli enti preposti, per il momento senza risposta, una lettera nella quale manifestiamo il nostro dissenso per un intervento che rischia di snaturare le caratteristiche di un sito storico importantissimo. E’ impensabile che si costruisca un padiglione di vetro e acciaio con caratteristiche formali e tecniche inadeguate al contesto e in una zona storicamente adibita a piazza d’armi in cui sono documentati ambienti sotterranei. Faccio presente che nelle fortificazioni vanno tutelate anche le aree storicamente libere da costruzioni perché questi spazi erano fondamentali per la vita militare.  La Rocca di Lonato ha fatto parte dal XV secolo del sistema di difesa della terraferma veneziana ed è stata una importante fortezza di stato collegabile storicamente e strategicamente alle opere di difesa veneziane recentemente dichiarate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. La tipologia e le caratteristiche formali e funzionali del fortilizio, bene monumentale dal 1912, vanno tutelate e valorizzate nella loro totalità. Apprezziamo l’attività culturale svolta dalla Fondazione Ugo da Como e ci auguriamo che la stessa possa trovare fonti di finanziamento adeguate. Auspichiamo tuttavia che la Fondazione stessa, il Comune di Lonato del Garda e la Soprintendenza che ha approvato il progetto del “cubo di vetro” individuino una soluzione più rispettosa della qualità e dell’importanza della Rocca e del sistema fortificato di Lonato del Garda.

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Un ristorante modernissimo (dentro come fuori, si suppone), sarà inaugurato a breve, ancora agli albori del III millennio. Ma… cosa mangiava, negli anni di loro competenza, Bernabò, Isabella d’Este e il feldmaresciallo Peter Vitus von Quosdanovich?

Caro Patrizio, mi sfidi su un argomento “alla Bastianich” che esce dalle mie specifiche competenze, ma in verità qualche anno fa durante le conferenze milanesi dell’IIC (per inciso quest’anno a cominciare dal 6 febbraio ci occupiamo di Fortificazioni e UNESCO) ci siamo occupati della vita nei castelli ed anche della cucina legata alle fortificazioni. Certamente Isabella d’Este durante il suo viaggio di ricognizione dei territori del basso lago strappati nel 1509 a Venezia, oltre ad ammirare il paesaggio avrà pensato ai cibi e ai vini che aveva assaporato: “Dopo disnare son stata a vedere la rocha […] mai vidi loco di più bello aspetto di quella et presi grandissimo spasso et recreatione a farmi nominare le terre infinite che se vedono” (lettera 17 marzo 1514).  Ci piacerebbe che la visuale decantata da questa grande donna del Rinascimento non fosse deturpata da più o meno nuovi ecomostri.

Riguardo al severo feldmaresciallo austriaco dubito abbia dedicato particolare attenzione ai piaceri della tavola, ma penso abbia verificato con asburgica attenzione che i suoi soldati  fossero adeguatamente nutriti e approvvigionati di viveri.

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In Italia, se le informazioni in mio possesso non sono errate, esistono circa 25.000 tra castelli, rocche et similia. Un patrimonio inestimabile di cultura, di Arte e di memoria storica, ma anche altro. Un numero enorme persino da inventariare, il cui mantenimento richiede uno sforzo complessivo sia in termini di impegno economico che di allocazione e impiego di risorse umane in possesso di adeguate competenze, da far tremare i polsi. D’altra parte la situazione generale del nostro Paese (e non solo) reclama altre urgenze, non meno importanti. Cosa fare, allora? Tentare di “difenderli” tutti o entrare nella scomoda e dolorosa (ma forse anche necessaria, restando così le cose) ottica di stilare una graduatoria tesa a salvaguardare solo quelle strutture che si verranno a trovare, dopo il censimento e la valutazione, nella parte alta della classifica?

Discorso difficilissimo da fare in questa sede, e sicuramente non risolvibile in poche battute. Necessita una politica culturale in grado di operare scelte di pianificazione in un settore che tutti concordano potrebbe essere “il nostro petrolio”, ma che nessuno sembra avere la capacità e la competenza di gestire. Fondamentale, come per tutte le tipologie architettoniche, è pianificare la manutenzione degli edifici per evitare in seguito costosi interventi di emergenza. Altrettanto importante è coordinare e creare sinergie fra gli enti che tutelano e valorizzano il nostro patrimonio culturale. Il ruolo di associazioni specializzate come l’IIC potrebbe essere molto importante, e purtroppo lo è raramente,  perché abbiamo censito e studiato le fortificazioni italiane e perché, con sezioni regionali e delegazioni provinciali, siamo capillarmente distribuiti nel territorio nazionale.

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Un’ultima domanda che intende riallacciare, in qualche modo, le due “articolazioni” (per così dire) della Tua attività culturale: da una parte studiosa, dall’altra educatrice. Quali sono, a Tuo modo di vedere, l’attuale misura e i modi in cui i due momenti sono già connessi e quali le eventuali avvertenze per l’uso e gli eventuali vantaggi derivanti da una ancor più salda correlazione?

Caro Patrizio hai proprio colto il nocciolo della questione. Senza una adeguata sensibilizzazione in tutti i settori dell’istruzione, dall’asilo alla università, è impossibile che gli studenti e l’opinione pubblica si relazionino in modo corretto e consapevole con il patrimonio artistico culturale dei territori nei quali vivono.  La storia dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica e del restauro dovrebbero essere discipline portanti nei nostri percorsi scolastici, solo così potremmo evitare scelte errate come quella di cui stiamo trattando.

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Vero Sport (1) – Vincoli? No, grazie!

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Accondiscendendo alle richieste di numerosissimi amici di questo blog, parte con questo post una rubrica dedicata esclusivamente allo sport. A condurla, di volta in volta, saranno articolisti esperti delle varie discipline o (come in questo caso) provenienti dalle località interessate dall’argomento trattato. Questo pezzo di esordio reca la firma dell’amica siciliana Edvige

Abbiamo deciso di cominciare, anziché dal vertice, da quella base che costituisce (o dovrebbe costituire) il vero humus della pratica sportiva: l’attività giovanile che è (o dovrebbe essere) fonte primaria di educazione e di preparazione delle nuove generazioni alle dure sfide della vita.

Ma è sempre così?

Potrete dirlo con maggiore consapevolezza  dopo avere letto l’intervista con D., giovane e promettente pallavolista siciliana.

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D.  , cosa rappresenta per Te lo sport?

Per me lo sport è un modo di essere, prima ancora che di esprimersi. Grazie all’appoggio dei miei genitori, l’ho praticato fin da bambina, passando da una disciplina all’altra. Prima il nuoto, naturalmente, (il rapporto con l’acqua e con il mare, per noi siciliani, è molto più di… una semplice amicizia) poi la danza e poi… l’incontro fatale con la mia passione, la pallavolo. Mi ci sono buttata a capofitto, al punto che, in brevissimo tempo, la società che mi ha accolto è diventata la mia seconda casa e l’allenatrice la mia seconda mamma.

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Te la senti di raccontare perché, a un certo punto, da qualcosa di così bello sono venuti fuori tanti dispiaceri? Come è cominciata questa storia?

Diciamo che per il 14° compleanno,  naturalmente festeggiato in palestra mi è stato fatto, a totale mia insaputa, un regalo del tutto sgradito.

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Spiegati meglio.

Non so se conoscete  cosa è il vincolo sportivo: è quel privilegio concesso alle Società sportive  che in  virtù di questo,  possono gestire la vita sportiva degli atleti dalla età di 14 anni fino ai 24 e oltre. In base a esso, dal compimento del quattordicesimo compleanno, appunto, automaticamente, senza che venga firmato alcun contratto, un ragazzo o una ragazza si trovano legate indissolubilmente alla società sportiva per la quale sono tesserate. Ciò comporta che, in presenza di Società Sportive” dirette da personaggi privi di scrupoli, può comportare dei gravissimi problemi.

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E… nel tuo caso?

Nel mio caso, all’inizio tutto è filato liscio, tra vittorie di squadra e soddisfazioni personali, conoscenze importanti ed esperienze preziose di sport e di vita. Poi, un giorno, quasi per caso, i genitori delle giocatrici scoprono l’esistenza del famigerato “vincolo” e chiedono spiegazioni.

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Ottenendole prontamente, immagino.

Ah, certamente sì. Il Presidente ostentava un atteggiamento bonario e amichevole sia con le atlete che con le loro famiglie. «Non avete fiducia in me? Non preoccupatevi! Le mie ragazze sono libere di andarsene come e quando vogliono». Così si continuò a giocare e a vincere, anche se quell’aggettivo possessivo, quel “mie” avrebbe dovuto metterci tutti in allarme.

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Poi, però, è successo qualcosa.

Sì. Ci fu un’incrinatura del rapporto tra il presidente e l’allenatrice con la quale, come ho già detto prima, si era instaurato un rapporto vero e profondo, trovando in lei un’amica sincera e una seconda figura materna. Detto questo, è facilmente immaginabile quanto fosse forte il mio desiderio di seguirla nella nuova squadra.

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E invece no.

“Invece no” nel senso che, quando mio padre si rivolse al suo “amico” presidente per informarlo di ciò, questo gentiluomo rivelò la sua vera natura, in questo pienamente spalleggiato dalla discesa in campo di sua moglie, donna fin troppo determinata e volitiva, a voler usare termini positivi. Forte di quanto prescritto dalle “norme” la coppia da “Attenti a quei due” scatenò una vera e propria guerra, coinvolgendo me (e molte delle mie compagne) nel conflitto scoppiato con l’allenatrice: pretese esagerate, condizioni irragionevoli e talmente volubili da cambiare di giorno in giorno.

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Letteralmente allucinante. Cosa accadde poi?

Accadde che ci rivolgemmo alla Giustizia sportiva: un iter complesso e costoso, al termine del quale, ci rendemmo conto che anche da quella parte le porte erano chiuse: attenendosi strettamente alla lettera di regolamenti e regolamentini, appiattita sulle posizioni delle società, i giudici se ne lavarono le mani risbattendoci di nuovo tra le grinfie (citando un altro film) di “Bonnie e Clyde”, che ribadirono, ovviamente, l’assurda richiesta (anche i  giudici la definirono tale) di 6.000 € per potermi “liberare”.

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E, sebbene a malincuore, il riscatto fu pagato.

Ecco, riscatto mi sembra proprio la parola giusta. Fu pagato, sì, per forza: che altro si poteva fare?

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C’è un insegnamento che si può trarre da questa tua disavventura?

Mia e delle mie compagne, tengo a sottolineare, prese anch’esse in ostaggio dalla società e dai suoi rappresentanti. Gli insegnamenti, a mio giudizio, sono due. Il primo, più di carattere generale è che di certi “amici” è meglio non fidarsi. Il secondo, più attinente alla vicenda è che, pur non potendosi  evidentemente cambiare le leggi dello sport, si può almeno formulare un’avvertenza buona per chi, seguendo la passione per lo sport, si avvicina a una società sportiva che gli consenta di farlo:  state attenti non vi fate accecare dalle false promesse, chiarite le vostre posizioni all’interno delle società sportive  sin  da subito con accordi chiari e scritti. E, soprattutto, state alla larga da soggetti instabili e disonesti come i miei (per fortuna “ex”) Presidente e Presidentessa. A quanto ne so, sono ancora in libera circolazione.

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Ma tu, nel frattempo, hai ricominciato a  giocare?

Oh, sì! Con più voglia e più gioia di prima, se è per questo. La pallavolo è una dura ma preziosa maestra di vita, utilissima, per chi la pratica, ad apprendere quale sia il modo il modo giusto di affrontare le difficoltà, piccole o grandi, che la vita, inevitabilmente, dissemina sul cammino di ogni essere umano. persona. Le avversità sono come schiacciate che piovono sul tuo campo da parte di un avversario particolarmente agguerrito e potente. Se non si riesce a prenderne qualcuna, inutile restare in terra a disperarsi, bisogna subito rialzarsi e mettersi in posizione, perché presto o tardi arriverà la prossima, e bisognerà riceverla nel modo migliore. 

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 Edvige

 

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Goodmorning Brescia (71) – Dormire, forse sognare. Al «Primo Piano».

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La sala del Caffè Letterario  Primo Piano, al numero 10 di via Cesare Beccaria (una pertinenza di Piazza Loggia) è talmente gremita che non c’è neanche una sedia libera.

Quello che colpisce di più, però, è l’età media dei presenti: fatta eccezione dei pochi consuetudinari aficionados, ci si aggira sui 20-25.

E dire che l’evento di questa sera, così, a prima vista, non sembra proprio di quelli  capaci di sottrarre pubblico giovane a pub, birrerie e discoteche: si tratta, semplicemente di una conferenza della serie «Il Racconto della Psicoanalisi» Organizzato da Il Cantiere di Psiche. intitolata «Il Sogno».

Il sogno, già.

Intrigante incontro fra giorno e notte, conscio e inconscio, luce e ombra,  immaginazione e realtà.

Per la psicanalisi, secondo il Dott. Sandro Panizza che, con Sara Abate, conduce la conferenza, “sceneggiatura di avvenimenti che, ove non rappresentati politicamente, ci sfuggirebbero e sfuggirebbero all’esame terapeutico”. Messaggi inconsapevolmente rivolti a un’altra persona, dove l’altra persona è molte volte se stessi.

Inevitabile che, con un argomento del genere all’ordine del giorno, non appena la relazione “dotta”  prende fiato, qualcuno dei presenti non resista alla tentazione di raccontare il proprio sogno, finché tutto si scompone in mosaico di opinioni ed esperienze personali. E chi non racconta, probabilmente, vorrebbe raccontare.

Finché sorge legittimo il dubbio che anche questo possa essere un preciso obiettivo dell’incontro.

Si parla di tutto passando per pagine di teoria e aneddoti. A un certo punto viene fuori anche un famoso film a cartoni animati, precisamente “Inside Out”.

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Uno spunto didattico per sottolineare come, nella vita di tutti i giorni, una serie ininterrottamente positiva di eventi sia un obiettivo da perseguire con tutte le proprie forze, mentre la serie opposta venga considerata quasi universalmente una calamità da evitare a ogni costo. In realtà, afferma il dottor Panizza, secondo la psicanalisi un pieno instabile equilibrio non può essere raggiunto senza accettare anche le inevitabili negatività che propone quotidianamente la vita; sapendo bene interpretare però quell’importante linea di confine che separa l’eden prenatale dalla vita adulta.

Un’alternanza che si presenta anche durante la gravidanza, peraltro, circa ogni tre secondi, così come testimoniato e dimostrato dalle moderne tecniche di monitoraggio fetale”.

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E a chi continua a pensare e a dire che la cultura annoia, auguro brutti sogni e dolori di pancia.

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   Bonera.2

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