Nuvole di parole (2) – Dylan Dog «Arriva il Dampyr»

Cosa:

Intanto un’ avvertenza: le copertine sono due, ma la storia narrate e i disegni che compongono gli albi sono sempre gli stessi: si tratta di un ammiccamento ai collezionisti più appassionati, che potrebbe però trarre in inganno i lettori più distratti.

Il fatto è che nel numero 371 della serie, Dylan Dog incontra nelle strade di Londra l’eroe di un’altra serie Bonelliana, Harlan Draka. “dampyr” ammazza-vampiri il cui sangue risulta piuttosto tossico per ogni tipo di mostro succhiasangue.

Anzi, no: lo storico incontro avviene in una rumorosissima discoteca dove, in concorso tra loro e con la collaborazione dei rispettivi partner, Dylan e Harlan salvano una pallida e spettrale vampira dalle grinfie di una masnada di altri pallidi, spettrali e ferocissimi suoi confratelli-mostri.

Di lì parte una vicenda che vede i nostri amici alle prese con una guerra fratricida tra due “Maestri” che nutrono, uno nei confronti dell’altro, un odio atavico e inestinguibile, complicato dalla presenza di un arsenale di armi distruttive che non può e non deve finire nelle mani di gruppi (quelli sì mostruosi) di terroristi internazionali facente capo all’amorale quanto misterioso John Ghost.

Come:

Che si tratti di un crossover o di un team-up (ed è esattamente questo il caso di «Arriva il Dampyr») appare evidente che l’incontro tra l’introverso inquilino di Craven Road e l’ombroso balcanico che al riportare allo stato naturale i non-morti (più con le “cattive” che con le “buone”) ha dedicato la propria esistenza, appare di difficile incastro.

L’impressione che si ha da una lettura critica dell’albo è che si tratti di un’operazione costruita a tavolino dall’editore, di un esperimento, piuttosto forzato, in cui ci si è voluti impegnare attraverso la razionalità piuttosto che il cuore e la passione.

Insomma, Roberto Recchioni, curatore di questo nuovo (e un po’ problematico) corso di Dylan Dog, appare piuttosto in difficoltà nell’accostare due protagonisti che sono simili tra loro come un carciofo alla giudìa e una coppa di fragole con panna. Uno perso nelle proprie elucubrazioni malinconiche e alquanto retrò, l’altro sempre reattivo, rabbioso, pur se non immune al fascino della buona letteratura, delle belle arti e della musica classica. Per non parlare dei coprotagonisti, naturalmente: da una parte lo stralunato Groucho (che, peraltro, da qualche tempo sembra in crisi di battute) e il male assortito duo composto dall’agente musulmana (ma non troppo) Rania Rakim e dal suo capo nero (anche di carattere) Tyron Carpenter, dall’altra due vere e proprie macchine da guerra, il rude mercenario (umano) Kurjak e la scontrosa, irascibile ( e  per-niente-umana) Tesla.

Sì, per Roberto Recchioni e Giulio Antonio Gualtieri (che lo affianca in questa storia) dev’essere stato uno di quei temi che, ai tempi della scuola, assegnava loro una professoressa di lettere particolarmente scorbutica e pedante, un compito che non avevano nessuna voglia di svolgere ma che, costretti a farlo, svolgevano comunque, cercando di arrabattarsi nel modo migliore.

Ricorrendo a quel  “mestiere”, insomma, che non manca, certamente, né all’uno né all’altro.

Visivamente e perfettamente esplicative, in questo senso, un paio di tavole che vedono Dylan Dog e Dampyr riuniti, insieme ai rispettivi pard, in una fase cruciale di questa prima (e forse ultima) impresa congiunta.

 

Una riunione tra team che si rifà con una certa evidenza al romanzo d’avventure di stampo ottocentesco, non riuscendo però, a mio modestissimo avviso, a creare empatia, Nè tra i personaggi stessi, né con il lettore.

Logico che, con simili legacci e impedimenti, la trama non possa che risultare farraginosa, soostanzialmente priva di coerenza e di mordente.

Un bel sette tondo per i disegni di Daniele Bigliardo che, più ancora che nella rappresentazione dei personaggi, si fa notare per l’accuratissima descrizione degli ambienti, specialmente gli interni.

Meno evocativa delle precedenti, ma perfettamente nel solco della tradizione dylaniata la copertina di Gigi Cavenago.

La fine della storia, in perfetto stile team-up, andrà in onda, anzi in edicola, tra pochi giorni, esattamente venerdì prossimo 4 agosto, sul numero 209 della collana di Dampyr .

E staremo a vedere cosa succederà.

 

ARRIVA IL DAMPYR

Soggetto e sceneggiatura: Roberto Recchioni e  Giulio Antonio Gualtieri

Disegni: Daniele Bigliardo

Copertina: Gigi Cavenago

Lettering: Cristina Bozzi

Numero 371 della serie mensile Dylan Dog

Sergio Bonelli Editore – agosto 2017

In edicola dal 28 luglio 2017 

 

 

 

 

Categorie: Scrittura.

Per difendere il diritto di sorridere

Operation Smile è stata fondata nel 1982 dal Dott. William (Bill) P. Magee Jr., chirurgo plastico e da sua moglie Kathleen (Kathy), infermiera e assistente sociale, che si recarono nelle Filippine con un gruppo di medici volontari, per operare bambini affetti da labiopalatoschisi.

Quello che trovarono una volta giunti sul posto fu di grande impatto. “Le persone spingevano i loro bambini verso di noi” ricorda Kathy. “Ci tiravano per le maniche con gli occhi pieni di lacrime implorandoci di aiutare i loro figli”. Circa 300 famiglie giunsero a Naga City, sperando che i loro figli potessero essere operati, ma i medici riuscirono ad operarne solo 40. Prima di ripartire i coniugi Magee promisero di ritornare per aiutare più bambini.

Iniziarono a chiedere donazioni per attrezzature medico-chirurgiche alle aziende che le producevano, raccolsero fondi tra la gente comune e riuscirono a formare un gruppo di 18 medici, infermieri e tecnici per la loro missione umanitaria nelle Filippine. Furono in grado di aiutare all’incirca 100 pazienti, ma ancora una volta, centinaia rimasero in attesa.

Oggi Operation Smile è un’organizzazione medica umanitaria che riunisce una rete mondiale di migliaia di volontari provenienti da oltre 80 Paesi, la cui professionalità è riconosciuta a livello internazionale, per aiutare a migliorare la vita e la salute di bambini di oltre 60 Paesi del mondo. Abbiamo effettuato oltre 240,000 interventi chirurgici gratuiti a bambini e giovani adulti nati con il labbro leporino ed altre malformazioni al volto. Per realizzare l’autosufficienza medica di lungo periodo a livello locale, formiamo il personale medico dei Paesi in cui operiamo, in modo che sia di aiuto alla comunità di appartenenza, inoltre doniamo attrezzature mediche e garantiamo cure stabili grazie ai nostri centri presenti nel mondo.

Fondazione Operation Smile Italia Onlus

La Fondazione Operation Smile Italia Onlus è attiva in Italia dal 2000 con oltre 100 volontari medici, infermieri e operatori sanitari, impiegati nelle missioni mediche che si svolgono nel mondo e in progetti di cura nazionali ed internazionali. La Fondazione contribuisce alla sostenibilità dei programmi internazionali attraverso attività di raccolta fondi e donazioni in denaro di privati ed aziende. Sul territorio è presente la “Smile House Milano” il primo centro di cura di Operation Smile in Europa per il trattamento operatorio e post operatorio delle labiopalatoschisi.

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Ah, se l’è bel, «Le Bal» !

Che bei tempi, quando per tentare di conquistare una ragazza, invece di un banale like si cominciava in un balera con un bel  «Signorina, mi concede questo ballo

Allora, erano gli anni ’50, ’60 e ’70, ci si cominciava ad accoppiare (in senso buono) per sintonia epidermica, per affinità preventiva e presunta, invece che con una scelta in un sito d’incontri che sa troppo di lista per la spesa.

Quando le ragazze, ordinatamente allineate lungo la parete lunga, il sabato pomeriggio, aspettavano di essere invitate a danzare, sedute compostamente e con le mani appoggiate sulle ginocchia.

Poi c’era il ballo, ovviamente. Ballerini che volteggiano, si agitano, ma rispettando gli spazi degli altri che danzano intorno; corpi maschili e femminili che prima si sfiorano, poi vengono a contatto, ma non troppo, solo fino a un certo punto, con la frontiera della decenza che arretra ma non scompare mai del tutto. Regole che si sovvertono all’interno di altre regole. È questa la meraviglia. La trasgressione dura solo tre minuti, o quattro, poi si torna nei ranghi, fino al prossimo disco. Eccitante e rassicurante, cosa può esserci di meglio?

Comincia così «Le Bal», versione italiana (Viola Produzioni) curata con grande professionalità e vivace fantasia da Giancarlo Fares , di un format che ha già tanti positivi riscontri ha ricevuto in Francia, Germania, America Latina e altrove.

È successo ieri sera, nell’ambito della rassegna estiva La Versiliana, con la rappresentazione all’aperto di Marina di Pietrasanta, interpreti e spettatori immersi nel verde e sotto un soffitto di stelle.

  

In una dimensione parallela, straordinariamente affine a quella reale ma infinitamente più poetica ed evocativa, per una volta almeno hanno taciuto le parole per lasciare spazio alla narrazione di straordinaria efficacia e suggestione delle note e della danza. Sì, è la musica a farla da padrona, trasformandosi per una volta, con dolce violenza, da mero sottofondo in protagonista assoluta.

E allora via! In pista!

Si parte dai confetti zuccherosi di romanticismo e buoni sentimenti (tanto dolci e consolatori quanto velenosi di caduche illusioni) degli anni dei telefoni bianchi.

Ben presto nel fox trot italianizzato delle sorelle Lescano e degli altri, però, s’inserisce il ritmo di marce più marziali, poi arriva il primo “me ne frego”, seguito da altri slogan sempre più aggressivi e militareschi; cade la maschera e si mostra, in tutta la sua mostruosità, l’arcigno volto dell’oppressione. Fino alla sconsiderata quanto brutale avventura africana, scandita dalle note di Faccetta nera e oltre, giù, a capofitto nel sanguinoso mattatoio della seconda guerra mondiale.

Partono, i soldati italiani. Le donne, rimaste sole, svestono pizzi e merletti e indossano tute, camici, grembiuli, per sostenere le famiglie mentre i mariti, i fidanzati, i padri e i figli combattono al fronte in nome del niente.

Partono i soldati, ma non tutti tornano.

La musica si fa più austera, languida, malinconica, plumbea.

Scendono i tedeschi, i barbari nazisti più feroci dei lupi, schiacciando sotto i  talloni di acciaio delle SS speranze, aspirazioni e ogni libertà, recidendo vite come fiori.

Finiscono le cose belle, ma hanno un termine anche gli incubi, per fortuna: la guerra si esaurisce in un suggestivo bombardamento finale, dai cui scoppi nascono le note di un boogie-woogie forsennato, come il respiro di un naufrago strappato alle onde.

È l’Italia del neo-realismo cinematografico e dei miti americani di Happy Days rivisitati da Celentano e Rita Pavone, il Paese meraviglioso della seicento e della lambretta, della villeggiatura, dei miti americani del “moltiplicatevi e arricchitevi”, dove nessun traguardo sembra precluso.

Solo un intervallo, anche questo, perché la Storia, quella con la esse maiuscola, è un macchinario dai denti aguzzi, che va avanti per conto suo, schiacciando i sogni che gli si parano davanti.

Il boom si sgonfia, arriva il flagello dell’eroina che corrode le vene e le idee, incombe il sospetto e il disprezzo verso tutto ciò che è diverso, intrighi si succedono a intrighi, pasticci brutti, scandali, mentre nel buio lampeggiano sinistre le torce elettriche dei ragazzi di “Le Bal”.

Siamo alla fine, ormai.

In rapida successione si srotola il tappeto mobile dell’arroganza craxiana-berlusconiana, sulle note tronfie della disco dance, su seni e cosce esposte, su carne femminile e maschile in vendita a buon mercato, sulla livida rabbia della Legge che può mettere solo inciampi ma non riesce in nessun modo a fermare la corruzione dilagante.

Mentre cellulari, hi-pad e auricolari ipnotizzano uomini e donne, anche quando la musica non c’è più, riducendo tutti a inerti automi, ecco due boati giganteschi.

Dal varco aperto dall’immane crollo delle Torri Gemelle entra nella vita di tutti i giorni il nuovo mostro, il terrorismo.

E il sipario viene giù.

Applausi, tanti, prolungati meritatissimi.

Una recita muta in cui sono i corpi e i volti dei giovani, bravi e ispiratissimi attori-danzanti a esprimere molto meglio di un testo scritto la verità di sessant’anni di Storia italiana.

A emozionare, a divertire e a commuovere un pubblico quanto mai partecipe che, alla fine, si mette a ballare anche lui.

 

  Sennò,  mi sapete dire che “Le Bal” sarebbe?

 

LE BAL 
L’Italia balla dal 1940 al 2001
da LE BAL, una creazione del Théâtre du Campagnol
da un’idea e nella regia di
Jean-Claude Penchenat
con
GIANCARLO FARES, SARA VALERIO
ALESSANDRA ALLEGRINI
RICCARDO AVERAIMO
ALBERTA CIPRIANI
VITTORIA GALLI
ALICE IACONO
MATTEO LUCCHINI
FRANCESCO MASTROIANNI
DAVIDE MATTEI
MATTEO MILANI
PIERFRANCESCO PERRUCCI
MAYA QUATTRINI
MICHELE SAVOIA
PATRIZIA SCILLA
VIVIANA SIMONE

coreografie ILARIA AMALDI
uno spettacolo di
GIANCARLO FARES

 

  Guitto Matto

 

Categorie: Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (51) – Quando a recitare è l’anima della città

Non ci si accontenta di portare l’eccellenza del Teatro a Brescia.

Non è più sufficiente avvicinare alla prosa un sempre maggior numero di bresciani.

Non basta più neanche, come già fatto più volte in passato, portare il teatro in strada, a diretto contatto con la gente.

Con ƎVOLUTIOͶ City Show – Brixiae editio, nelle non celate intenzioni del CTB, la vera, rivoluzionaria evoluzione, appunto, è quella di trasformare lo stesso centro di Brescia in un grande, dinamico teatro a cielo aperto. E di fare la città stessa, insieme alla nidiata di giovani attori che recitano negli anditi più caratteristici e suggestivi, la vera protagonista di uno spettacolo complesso e articolato.

Stasera ho assistito all’anteprima riservata agli “addetti ai lavori”, prima che, domani alle 21, come direbbe Massimo Decimo Meridio, arrivi l’atteso segnale che scatenerà l’inferno.

Il “percorso” che ho avuto la sorte e la fortuna di seguire è stato quello blu, dal titolo Brescia, Storia di uomini – IL SECONDO DILUVIO, con Alberto Onofrietti e Antonio Palazzo.

Il fil rouge è costituito da una ipotetica seconda grande alluvione (“raccontata” negli auricolari dell’audio-guida, come in una specie di telecronaca inquadrata dall’alto, a mezzo di una sky-cam,) per mezzo della quale un Creatore piuttosto rancoroso offre all’uomo un’ultima possibilità di salvezza. Questa volta, però, un’eventuale riscatto del genere umano non dipenderà tanto dall’amore, ma da una corretta interpretazione e gestione dell’errore. Attraverso l’apocalittica narrazione, si passano in rassegna alcuni importanti momenti/episodi della storia cittadina che abbiano avuto protagonisti di genere maschile.

Lo spettacolo è costituito da una performance teatrale itinerante prodotta dal CTB Centro Teatrale Bresciano con il contributo della Regione Lombardia, progetto “Cult City”, con il contributo del Comune di Brescia, il patrocinio della Fondazione Cariplo e in collaborazione con LABA – Libera Accademia di Belle Arti di Brescia.  Si svolgerà su un percorso («in cui le stratificazioni temporali della città di Brescia sono ancora ben visibili» recita il comunicato stampa) di circa un chilometro, con partenza e arrivo in Piazza della Loggia, un chilometro lungo Via dei Musei: un percorso 

  

Così si parte dagli antichi guerrieri barbari (visti in chiave guascone) rozzi ma capaci di rovesciare un Impero Romano ormai irreversibilmente in declino, per passare al vescovo Berardo Maggi conte di Bagnolo Mella, marchese di Toscolano e duca della Valcamonica alle prese sia con contendenti esterni (Teobaldo Brusato) che interni (la propria famiglia, con il fratello Matteo in testa). 

La citazione del Grande Dittatore di Chaplin lascia subito intuire quale sia lo spirito (in gradevolissimo equilibrio tra il serio e il faceto) che anima lo spettacolo.

Arriva poi il Conte Diavolo, al secolo Galeano Lechi, in cui s’incarnano le pulsioni e gli aneliti di libertà post rivoluzionari e napoleonici: altra narrazione volutamente e deliziosamente sopra le righe, in cui anche episodi oscuri, come l’assassinio di Febbrari e di Bragadin sfumano in una narrazione di sapida ispirazione popolare.

A introdurre convenientemente questo secondo “quadro” una reinterpretazione neo-romantica e deliziosamente anacronistica della canzone Felicità portata al successo da Al Bano e Romina Power .

La terza scena vede contrapposta la tradizionale solidità contadina del bresciano allo spirito del ‘900, il secolo lungo che, oltre al progresso, finì per regalare all’Umanità due guerre sconvolgenti e distruttive. Sono i vagheggiamenti futuristici, d’ispirazione chiaramente Verniana di Giovanni Tempini, rampollo di una famiglia di fabbricanti di armi e fideisticamente convinto dell’onnipotenza della tecnologia a preparare il terreno al rapido processo d’industrializzazione che, in pochi anni, mutò significativamente l’assetto del territorio.

Ed è proprio la ferita sanguinosa e inguaribile che squarciò il cuore di Brescia, con il sacrificio di 7.149 ragazzi, di cui molti appartenenti all’indimenticabile classe ’99,  a chiudere il percorso: un reduce racconta con toni esacerbati la disillusione post bellica, la crudeltà di un immane conflitto che non possono riuscire a nascondere le fanfare e la retorica della vittoria.

Si comincia ridendo, si finisce con molte riflessioni e un pizzico di amarezza. Vale a dire esattamente ciò che molto spesso, anche a fasi invertite, capita sia sul palcoscenico… che nella vita.

 

Il percorso blu riempie gli occhi e il cuore, questo è poco ma sicuro. A giudicare dagli applausi che, trattenuti dalla profonda immedesimazione in cui sono coinvolti i peregrinanti spettatori, finalmente erompono nel saluto finale in Piazza della Loggia, credo di poter affermare senza tema di smentita, che anche gli altri “colori” siano riusciti in modo altrettanto positivo.

Premesso (doverosamente e con assoluta convinzione) che i due del percorso da me seguito, vale a dire Alberto Onofrietti e Antonio Palazzo, sono apparsi davvero ispirati, dando vita a una recitazione incisiva e sempre sui giusti toni, andrò naturalmente a seguire anche le altre quattro “sezioni”.

E invito a farlo tutti coloro che, amanti del teatro, o della città, o di entrambi,  ne avranno occasione, nei prossimi giorni.

 

Il pubblico è diviso ogni sera in cinque gruppi tematici che affrontano i loro percorsi intrecciando le rispettive traiettorie

La regia è di Fausto Cabra con la collaborazione di Marco Angelilli e Silvia Quarantini, drammaturgia dei testi di Marco Archetti con la collaborazione di Silvia Quarantini. Progetto sonoro è a cura di Edoardo Chiaf, le musiche originali composte da Mimosa Campironi, scenografie di Andrea Anselmini e Andrea Gentili con la collaborazione degli allievi di Scenografia della LABA Libera Accademia delle Belle Arti. 

 

   Bonera.2

Categorie: Giorni d'oggi.

Post It (13) – Facebook? Posso smettere quando voglio…

Mi sono concesso (imposto), da un sabato all’altro, un periodo di assoluta pausa.

«Di astinenza» mi correggerà qualcuno.

Sto parlando di un’intera settimana detox lontano da post, like, fake, poke, selfie e link vari, con annessi e connessi.

Sì, avete capito bene: uno come me, che quotidianamente riceve dal Signor Feisbùc le congratulazioni per la quantità di post inseriti e per gli straordinariamente veloci tempi medi di risposta, uno che le 1.000e “amicizie” le ha superate già da molto tempo (etc. etc. etc.) per sette giorni di fila, pari a 168 ore, che al cambio corrente fanno 10.080 minuti oppure 604.800 secondi, fate voi, decide senza costrizione alcuna, vale a dire spontaneamente, di sigillare l’accesso al suo account facebook.

Per procedere all’esperimento, un po’ come facevano i ciclisti ai tempi delle grandi sfide al record dell’ora su pista, che andavano in cerca di elevate altitudini per godere di un minore attrito dell’aria, ho scelto di salire sul primo aereo in partenza per andare qui.

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«E bravo che sei, in un posto del genere è più facile dimenticarsi di navigare!» osserverà lo stesso qualcuno di prima. Intendendo certamente navigare in Rete, perché invece, parlando di navigazione vera, un mare del genere insieme a certi colori e a certe atmosfere, non può che fare venire una voglia pazza. 

Sia pure, ma dovendo giocare una partita difficile, mi sarà permesso di scegliere il campo che più si confà alle mie possibilità, o no?

Così ce l’ho fatta.

Davvero, ce l’ho fatta. Mai una volta, dico una, ho digitato la password di accesso a questo o ad altri social. Ho letto, ho giocato a scacchi, ho fatto il bagno, ho conosciuto intimamente e sensualmente posseduto la cucina locale, ho visto antiche città e anditi di una bellezza assolutamente straordinaria, per una volta dal vero e non dalle istantanee postate su istagram dal fortunello in vacanza di turno.

Sono sopravvissuto io e, soprattutto, sono tranquillamente sopravvissuti alla mia assenza i più di 1000 amici che mi onorano di dichiararsi informalmente e informaticamente come tali.

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Non che mi sia convinto di avere portato a termine chissà quale impresa, sia ben chiaro.

Solo che erano più di dieci anni che non saltavo un giorno e, nel frattempo, qualche sospetto di essermi beccato una bella dipendenza, lo confesso, mi era venuto.

Dai, su: provateci anche voi. Mettete insieme tutto il coraggio e lo spirito di sacrificio di cui disponete e mettete fuori un cartello (virtuale) come questo:

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Scegliete voi il posto: Acapulco, Saint Moritz, Porto Cervo, Ibiza, Cannes, Miami, Ostia Lido, Varadero, Rimini, Milano Marittima, Gallarate o Colleferro, fate voi.

Ah, dove sono stato io non ve l’ho ancora detto ?

Allora cercatemi su Facebook: anche le foto di questa vacanza (ovviamente) le posterò tutte sul mio profilo!

   Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

Nuvole di Parole (1) – Dylan Dog «Il terrore»

È sempre qualcosa di positivo introdurre e varare una nuova rubrica. Soprattutto questa volta, perché si tratta veramente di qualcosa di nuovo.

In «Nuvole di parole» si tratterà di una serie di recensioni di albi a fumetti, per ora senza una precisa cadenza periodica, curata da un grande appassionato di comics (che, per il momento, preferisce firmarsi con uno pseudonimo) ma  alla quale potranno collaborare  anche i visitatori del blog.

Pronti? Via! La pistola dello start fa BANG e si parte così…

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IL TERRORE

Numero 370 della serie mensile Dylan Dog

Sergio Bonelli Editore – Luglio 2017

In edicola da fine giugno

Cosa:

Il vero incubo del Terzo Millennio non è costituito da mostri e creature dell’oltretomba, ma da una situazione mondiale ormai costituzionalmente in precario equilibrio sull’orlo dell’abisso. Dalle incertezze di una situazione economica sempre più difficile, di un contesto sociale in progressivo degrado, nell’ambito del quale le paure causate dal terrorismo e dal conflitto tra religioni e culture diverse, innestano un effetto volano capace di amplificare le tensioni sotterranee di una società che già è in palese sofferenza.

In questo quadro, nell’ottica sempreverde e sempre perversa del manzoniano “dagli all’untore!”, basta un equivoco per fare di un onesto ragazzo, senza grilli per la testa, l’obbrobrio, la minaccia da eliminare con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo.

Come:

«La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni» affermò un certo pensatore tedesco che di nome faceva Karl e di cognome Marx.

La stessa cosa direi per questo lavoro di esordio della sceneggiatrice Gabriella Contu, evidentemente intenzionata a dare il massimo già in questa accoppiata soggetto/sceneggiatura che la vede esordire nella collana ammiraglia della Sergio Bonelli Editore.

Così, compressa nel limite delle 94 pagine illustrate con la consueta maestria dal disegnatore Giampiero Casertano, la storia arriva alle papille gustative del lettore un po’ come un minestrone (certamente commestibile, in certi momenti anche gradevole) nel quale i sapori dei vari registri narrativi si confondono fino a renderne impossibile un preciso riconoscimento: riflessioni sulla incongrua paura del diverso, spunti sull’idiozia della guerra e dei guerrieri da Dottor Stranamore, infatti, si intrecciano a gag alla Mister Magoo, a suggestioni alla Quinto Potere, evidenziando un fecondo humus il cui raccolto, però, sembra fatto venire su con il calore artificiale di una serra, anziché affidandone la crescita ai più naturali raggi del sole.

Premesso che ho trovato molto centrata e coerente con l’attualità l’idea dell’avvenimento di grande richiamo che attira nel centro di Londra migliaia di giovani, contribuendo a fare montare parossisticamente la tensione, c’è da dire che  alcuni passaggi (per esempio la direzione di un’importantissima operazione antiterrorismo affidata a un pensionato come Sherlock Holmes Bloch, semplice ispettore, tra l’altro) o l’improntitudine da Pulp Fiction (altro riferimento al grande schermo) dei tre killer che dovrebbero e potrebbero scatenare un massacro, sembrano francamente forzati.

Detto ciò, aspettiamo Gabriella Contu al prossimo appuntamento dylaniato, curiosi di capire se si trasformerà in farfalla (processo di trasformazione per il quale credo possieda tutti gli skill) o, ancora per un po’, rimarrà crisalide. 

Approfitto di questo primo articolo per proporre allo staff di Dylan Dog uno spunto di riflessione sul seguito da dare a una figura come quella dell’ispettore Carpenter (che proprio non riesce a prendere spessore) e sulla possibile love story interetnica tra la bella sergente Rania Rakim e Dylan che, al momento, appare come un abbinamento tra ciliege e cipolle.  

Sempre più belle e suggestive le copertine di Gigi Cavenago: questa, ameno, è una certezza.

 

Soggetto e sceneggiatura: Gabriella Contu

Disegni: Giampiero Casertano

Copertina: Gigi Cavenago

Lettering: Riccardo Riboldi

 

Categorie: Scrittura.