Ricordare la guerra per apprezzare 70 anni di pace

In quel fragoroso quanto confuso “abbaiare di cani alla luna” che contraddistingue l’aspro e spesso incivile rissa ideologica che, sempre più, va sostituendosi a un pacato e sempre produttivo confronto di idee, tutti sembrano lamentarsi di tutto.

Che sia il “fastidioso” flusso dei migranti in cerca di pace e di cibo dal disastrato sud del mondo all’ancora opulento nord, che sia un globalismo preso sempre di traverso, trascurandone i non pochi aspetti migliorativi sulla vita comune, che sia l’inquinamento con connesso progressivo degrado ambientale contro cui tutti si scagliano ma per evitare il quale nessuno, nel proprio piccolo sembra disposto a rinunciare alle piccole comodità di ogni giorno, che sia l’utilizzo dei vaccini o chissà cos’altro…

… niente va più bene, dunque tutto è da contestare e ripudiare, anche se non si sa bene in cambio di cosa.

Così, forse, qualche volta varrebbe davvero la pena di volgersi indietro per vedere e ricordare ciò che ci si lascia alle spalle.

I BTP (sigla che in questo caso non vale per “Buoni del Tesoro Poliennali”, ma per “Bei Tempi Passati”), a vederli con il più preciso degli strumenti ottici disponibili, vale a dire con il “senno di poi” sono impastati di età di sopravvivenza media incomparabilmente inferiore all’attuale, di ricorrenti epidemie di malattie gravissime, di una situazione economica generale sicuramente assai peggiore di quella attuale nonostante la prolungata e durissima crisi d’inizio millennio e, soprattutto, di continue guerre su larga scala.

Bene, in questa svalutatissima Europa che tutti aborrono e di cui tutti si dolgono, sono esattamente 70 anni che non scoppia una guerra. Settant’anni, sì: un lasso di tempo talmente lungo da far dimenticare alle nuove generazioni (e anche alle… semi-nuove, come la mia) quanto può essere tragico, drammatico e devastante lo scoppio di un conflitto su larga scala.

Non so se a torto o a ragione, è in quest’ottica che ho letto l’articolo di Costanzo Gatta apparso sull’edizione bresciana del Corriere della Sera di ieri. Una dolente e documentatissima memoria su uno dei più dolorosi episodi della Grande Guerra: la lunga e sanguinosa battaglia dell’Ortigara che, tra tanti caduti, ne annoverò molti (ben sessantadue) di origine bresciana.

«Venti giorni di fuoco e di morte, d’inutili assalti alle trincee. Fu detto il Calvario dei nostri alpini» ne è il sintetico quanto suggestivo racconto di Gatta che, prendendo spunto dal libro «La croce in trincea» degli studiosi bresciani Stefano Aluisini e Marco Cristini e del bassanese Ruggero Dal Molin prende le mosse per ricordare un aspetto forse troppo trascurato reòativo sia al drammatico combattimento sull’Ortigara che ai conflitti più in generale: la presenza sui campi di battaglia delle nobili figure dei «cappellani militari e l’importante ruolo che ebbero durante la “inutile strage”»

Sempre attento al cammino della cultura limitrofo alla Storia, Costanzo Gatta ricorda che, dalla sanguinosa battaglia dell’Ortigara, nacque anche qualcosa di bello: l’immortale canzone «Ta pum», firmata dal commediografo Carlo Salsa (per i testi) e dal musicista di chiari Nino Piccinelli.

Talmente bella da far esclamare al grande Giacomo Puccini: «Darei il secondo atto della mia Bohème, per averlo scritto io!»

Del resto lo conoscete bene, l’amico Costanzo Gatta, no?

Non c’è nessuno migliore di lui a trovare il bizzarro e, soprattutto, il bello in qualsiasi piega della Storia.

 

 

   Valerio Vairo

Categorie: Giorni d'oggi.

I fragili eroi di Paola Barbato? Sono invincibili.

Può essere un autore “accesissimo fan” di un altro autore?

In un agone, quello dell’italica scrittura in cui la fanno da padrone invidie e malevolenze? In cui i contendenti, si comportano come quel tal orbo di una famosa storiella: invocando in una chiesa il Santo Patrono, chiede non già un miracolo che gli restituisca la vista, bensì che il suo più acerrimo rivale perda anch’egli un occhio.

Si può, e lo affermo con assoluta certezza, visto che i sette anni trascorsi tra la pubblicazione di Il Filo rosso (Rizzoli, 2010) e quella di Non ti faccio niente (Piemme… praticamente ieri!) sono stati, non sto esagerando, tra i più lunghi della mia vita di lettore.

Per fortuna «il tempo è galantuomo», come disse qualcuno, o, almeno, correggo io, qualche volta capita che lo sia davvero.

Così, quando ho saputo che Paola Barbato sarebbe tornata in libreria e che una delle presentazioni del suo nuovo romanzo si sarebbe tenuta proprio nel centro di Brescia, praticamente a un passo e mezzo da casa mia, ho cominciato l’impaziente count down che si è concluso giovedì sera.

Intanto a introdurre e condurre l’articolata conversazione con l’Autrice gardesana c’era Gian Paolo Joao Laffranchi, giornalista i cui interessi e competenze vanno ben al di là dell’ambito sportivo (redattore di Brescia Oggi e corrispondente per la Gazzetta dello Sport) e di quello musicale (il Joao è riferito all’attività notturna di effervescente dj): lo scopro attento e informatissimo lettore, nonché abile intervistatore e intrattenitore.

Quanto a Paola… che dire? Adoro la sua scrittura e, dopo averla personalmente intervistata due volte a Villafranca, in occasione di altrettante edizioni del (purtroppo) cessato Festival “La primavera del libro”, appunto a sette anni di distanza da allora, l’ho ritrovata molto più spigliata e brillante anche nel dialogo con i lettori.  

«Questo libro è in… gestazione dal 2013, allorché sottoposi l’idea alla mia casa editrice di allora, ricevendo come risposta che si trattava di una storia “già vista”, accompagnata all’invito a “proporre qualcosa d’altro”. Capisco che le case editrici abbiano le loro esigenze, ma quando credo fermamente in un progetto narrativo è molto difficile che mi tiri indietro» racconta la Scrittrice., 

«Poi mi è capitato che, quasi per caso, mi imbattessi in WattPad (https://www.wattpad.com/?locale=it_IT  – ndr) una grande comunità virtuale per lettori e scrittori che consente ai primi di poter assaporare praticamente in diretta il lavoro degli autori e ai secondi di poter lavorare con il beneficio di sentire on the road la “voce del pubblico» continua, e già si è conquistata l’attenzione del pubblico che gremisce la saletta dedicata della libreria Serra Tarantola.

«Non ho fatto altro che recuperare le dodici pagine dell’incipit messo da parte e, in meno di settanta giorni, la storia si è praticamente scritta da sola. Nel romanzo s’incontrano tantissimi personaggi, ho dovuto creare una tavola schematica per riallacciare nomi, situazioni e luoghi. Come quasi sempre accade, poi, ciascun personaggio, nel corso della scrittura, si è ritagliato il proprio ruolo, imponendosi magari anche alle mie intenzioni iniziali o decidendo autonomamente di mettersi in disparte: un fenomeno al quale assisto, nel corso della creazione di una nuova opera, sempre con grande curiosità»

Tanti i riscontri del popolo del web, tanti i consensi e gli incitamenti ad andare avanti e a farlo in fretta, finché…

«Finché mi ha cercato Piemme, dicendosi interessata alla pubblicazione»

Occhio ai dettagli! La papera gialla che Paola tiene in mano non è certo lì per caso…  😎

Già, ma di cosa parla questo Non ti faccio niente ?

«La vicenda narrata è divisa in due periodi, una parte che si svolge negli anni ’80, latra nel 2015. Un ragazzo individua e sequestra bambini “trascurati” dalle proprie famiglie e li tiene con sé tre giorni, senza commettere, nei loro confronti, alcunché di violento o semplicemente dannoso. Poi, quando la notizia comincia a circolare diffusamente, interrompe questa bizzarra “pratica”. Dopo trent’anni, però, qualcuno comincia a rapire i figli dei bambini ch’egli aveva sequestrato»

“Banale”? Un plot come questo?Forse il “vecchio” editore avrebbe fatto meglio a cambiare il suffisso e trasformare la parola in “geniale”  (altra personalissima ndr).

«Una vicenda che sembra essere già bella e pronta per una trasposizione cinematografica» osserva Gian Paolo Laffranchi.

«La mia scrittura, probabilmente anche a seguito della lunga esperienza come sceneggiatrice di comics e non solo, si risolve in una grossa centrifuga adattabile ad altri mezzi espressivi. Quasi tutti i miei romanzi sono stati attenzionati in questo senso ma, alla fine, per una ragione o per l’altra, finora non se n’è fatto nulla. Staremo a vedere» ribatte serafica Paola.

Poi Laffranchi entra nel merito della particolarissima natura dei singolarissimi “eroi” protagonisti delle narrazioni della Barbato.

«L’eroe duro, puro e forte, estremamente sicuro di sé, non gode più dell’appeal di una volta. Il vero eroismo, in questi difficilissimi “giorni d’oggi” è quello di un essere umano inevitabilmente imperfetto, sia nel bene che nel male. Un po’ come Dylan Dog, insomma»

A questo punto, inevitabile e graditissima da parte di tutti i presenti (me per primo) un’affettuosa digressione sulla figura enigmatica e carismatica di Tiziano Sciavi, cui segue la confessione che nel personaggio di Nives (pensateci quando leggerete Non ti faccio niente) c’è più di qualcosa dell’anima dell’Autrice.

Nel vivace spazio-domande, qualcuno le chiede cosa ci sia che non va nell’editoria italiana del terzo millennio.

Si fa prima a dire quali sono le cose che vanno. In primo luogo criteri con cui si scelgono le opere da pubblicare appaiono tutti da decifrare. In secondo si sta sempre più rafforzando l’idea che gli autori vadano “indirizzati” a scrivere non ciò che detta loro l’ispirazione quanto quel che l’editore di turno reputa più profittevole. Tanto per fare un esempio, per anni mi si è continuato a chiedere di creare un poliziotto come protagonista seriale. Beh, io non accetto forzature: al momento l’ispettore o il commissario o il maresciallo non lo voglio e non lo creerò solo perché vengo “sollecitata ” a farlo. Vuole dire che Non ti faccio niente sarà il mio ultimo romanzo a uscire in lebreria? Non lo so.

Lei  non lo sa, ci può stare ma io (e con me i tantissimi che apprezzano e amano ciò che scrive Paola Barbato) mi auguro proprio di leggerla ancora e presto.

Mi sia consentita un’ultima annotazione personale sulla libreria Serra Tarantola.

Fornitissima.

Librai competenti e di una gentilezza, pazienza e disponibilità di altri tempi.

Un nome che a Brescia equivale a “leggere”.

Aspettando che iniziasse l’evento, con il pc acceso e il programma di word avviato, ho scoperto che l’elegante bar in funzione al piano di sotto sembra stimolare non poco, in me, i processi di creazione e scrittura,

Chissà, a partire dal prossimo autunno mi potreste trovare spesso seduto a bere un buon tè guarnito dei più consoni dolciumi. A fare che, credo che possiate immaginarlo da soli.

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  Paola si racconta

Sono nata a Milano il 18 giugno 1971 da mamma pubblicitaria e papà idrobiologo. Ma a Milano sono rimasta solo un anno e gran parte della mia vita l’ho trascorsa a Desenzano del Garda, per cui mi definisco “fieramente bresciana”. Per quanto ricordi ho sempre scritto e disegnato molto, i miei primissimi fumetti, di cui raramente faccio parola, han visto la luce intorno agli 11 anni. La comunicazione scritta per me è sempre stata fondamentale …

I LIBRI DI PAOLA (e altro)

 

Titolo: Non ti faccio niente

Autore: Paola Barbato

Casa editrice: Piemme

Anno di edizione: 2017

Pagine: 420

Prezzo: 17,50 €

EAN: 9788856660005

 

 

 

Categorie: Scrittura.

Goodmoring Brescia (49) – Classici da ripensare e da riproporre

Dunque si cambia.

E che cambiamento!

Da austera conferenza stampa tenuta nel Foyer, la presentazione della Stagione di Prosa 2017/2018 del C.T.B. si fa strappare il biglietto e passa all’interno del Teatro Sciale, trasformandosi in spettacolare happening.

Serata davvero particolare al  Teatro Sociale di Brescia: veduta dall’alto della platea con i primi spettatori-invitati che comiciano ad accomodarsi ai propri posti già mezzora prima dell’inizio.

Che si tratti di una festa lo si capisce sin dal primo istante, quando una briosissima Anna Meacci introduce la serata riuscendo ad attrarre a sél’attenzione del pubblico che affolla il teatro in ogni ordine di posti: bendisposto, divertito, sì, ma anche molto ma molto curioso di conoscere le novità che caratterizzeranno la prossima stagione.

«I numeri possono essere aridi e noiosi, ma sapere che il trend di crescita del Teatro bresciano continuano a essere costantemente in crescita è qualcosa che ci riempie di soddisfazione e ci sprona a proseguire su questa strada» è il saluto della Presidente Camilla Baresani Varini, che con altri numeri va avanti.

«Trentacinque titoli, nella entrante stagione, con undici nuove prosduzioni marcate Centro Teatrale Bresciano, costante incremento di spettatori (con una base di oltre 110.000 sbigliettamenti nel 2016/2017) e abbonati, di cui il 40% proveniente da fuori della cerchia cittadina»

Poi la parola passa al tabellone, che è quanto mai vario e intrigante: la parte del leone, pure in presenza di significative opere “del presente”, va a quella che è definita un’operazione di recupero, rivisitazione e riproposizione di grandi classici.

Del dettaglio dei titoli in programma leggerete con comodo sui quotidiani di domani, in questa sede, in cui ci preme darvi una primizia di quanto accaduto al Sociale, ci basta segnalare quelli che, epidermicamente, hanno richiamato la nostra attenzione: 

I miserabili (ATTENZIONE con Franco Branciaroli nella parte di Jean Valjean), Il malato immaginarioGiulio CesarePinocchioLa classe operaia va in paradisoI MalavogliaStasera si recita a soggetto, Accabadora, Delitto e castigo, Marilyn, la rarità shakespeariana I due gentiluomini di Verona… e qui siamo costretti a fermarci, perché (tra l’uno e l’altro) finiremmo per scrivere tutto l’elenco o quasi.

La “cerimonia” viene impreziosita da gustose primizie recitate da alcuni degli attori che calcheranno il palcoscenico a partire dal prossimo autunno, tra  i quali, oltre al già nominato Branciaroli, si affacciano volti noti e amati in città come Fausto Cabra, Elena Bucci, Marco Sgrosso, Luca Micheletti, Lucilla Giagnoni, Elisabetta Pozzi e Francesco Colella, Valter Malosti, Monica Ceccardi e Silvia Quarantini

Si succedono anche rappresentanti delle Istituzioni “azioniste” (Regione, Provincia e Comune) e delle grandi aziende “sostenitrici” A2A e ASM, vengono più volte e giustamente sottolineate le azioni del C.T.B. tese a unire ancora di più il Teatro ai cittadini e viceversa e, soprattutto, a diffondere l’amore per la prosa tra giovani e giovanissimi, con moltissimi appuntamenti ed eventi pensati ad hoc e l’offerta di consizioni agevolate per la fruzione dei teatri cittadini da parte degli alunni delle scuole bresciane.

Si conclude così, dopo il saluto di un emozionato Direttore Gian Mario Bandera («Benedetta l’emozione e chi sa ancora emozionarsi», dice il saggio) che coglie l’occasione per anticipare anche il prosimo arrivo dell’innovativo EvoLutioN City Show Brixiae Editio che animerà le strade del centro, questa autentica e perfettamente riuscita festa del Teatro, della Prosa, della Drammaturgia, in definitiva di tutta la Cultura bresciana:

tra applausi e consensi e, una volta fuori, nella tiepida, magnifica Brescia di questa notte quasi estiva, con il pensiero che le nuove aprture di sipario al Teatro Sociale e al Mina Mezzadri Santa Chiara sembrano ancora troppo lontane.

Per fortuna che, di mezzo, per ingannare in qualche modo l’attesa, ci saranno le vacanze…

 

  

(per una volta insieme Bonera.2 & GuittoMatto)

Categorie: Giorni d'oggi e Teatro & Arte varia.

Goodmorning Brescia (48) – Circostanze… eccezionali al Teatro Sociale

Tutto in un’ora, poco fa, al Teatro Sociale di Brescia, nello spettacolo Circostanze, inserito a latere nel calendario della stagione 2016/2017 del CTB.

Un magma di emozioni a lungo compresse in anime prigioiere che, appuntonel breve e pulsante spazio temporale di uno spettacolo di danza, erompe luminoso e incandescente, esondando dal palcoscenico sulla gremita platea.

«Non basta provare a lungo e con la massima applicazione, per essere perfetti» è l’avvertenza che precede l’inizio dello spettacolo.

«Anzi, questo è e vuole essere uno spettacolo che richiama all’imperfezione, intesa come solida base di partenza necessaria a intraprendere un serio processo di miglioramento»

Una casa ideale, costruita nella mente e nel cuore, in un non dove interiore tutto da scoprire, fatto di vie e piazze colorate, verdeggianti e rigogliosi giardini, placide e limpide distese d’acqua. Nove le “stanze” attraverso le quali si dipana il percorso artistco e narrativo di Circostanze:

il Nostro Corpo, i Silenzi, l’Accoglienza e la Cura, i Dettagli di Mondo, l’Insolita Bellezza,  la Collezione di Sabbia, l’Assenza di Gravità, la Memoria del Corpo, le Mappe di Ghiaccio.

I passi di danza creati da Giulia Gussago non presentano passaggi di particolare difficoltà per i ballerini, com’è giusto che sia, ma la straordinaria fluidità delle coreografie, in cui risalta la costruzione di autentici gruppi scultorei di carne e ossa vive e desiderose di vivere, ne valorizza ogni passaggio. A ciò si aggiunge la suggestione delle parole recitate da Antonio Palazzi e Marco Rossetti, particolarmente ispirati e totalmente immersi nello spirito introspettivo e visionario dello spettacolo, i colori smaglianti dei costumi, i giochi di luce di Sergio Martinelli e a una colonna sonora che definire azzeccata e suggestiva è fin troppo prudenziale. Il risultato è che la presa esercitata dai vari “quadri” sul pubblico e -specularmente- il godimento che questo ne trae, risultano amplificati alla massima potenza.

Poi c’è Lei, naturalmente, Giulia.

Eccellente come coreografa, come donna impegnata nell’arte e nel sociale con pari entusiasmo e pari abnegazione, come straordinaria ballerina talmente padrona dell’armonia, dello spazio e del proprio corpo, da dimostrare senza apparenti difficoltà, in un movimento di grandissima suggestione, come anche una semplice sedia, per chi sa e sa fare, possa trasformarsi in un perfetto compagno di danza.

Immancabili e del tutto prevedibili gli applausi finali, convinti, fragorosi e ripetuti.

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ALTRE INFORMAZIONI

Lo spettacolo è una raccolta di memorie, visioni, speranze, narrazioni e stati d’animo condivisi lungo un anno di assidua frequentazione.

A dimostrazione del carattere corale dell’operazione, fortemente voluta e convintamente sostenuta dal Direttore della Casa di Reclusione Verziano – Brescia  Francesca Paola Lucrezi, sono circa centoquaranta i partecipanti complessivi al percorso laboratoriale-artistico di CIRCOSTANZE, portato avanti dalla Compagnia Lyria presso la Casa di Reclusione Verziano Brescia.

Grazie al coinvolgimento sia della Sezione Femminile che di quella Maschile, inoltre, è sorta l’inconsueta opportunità di incontro e di coinvolgimento di detenuti e detenute nella stessa esperienza e nella condivisione di un’occasione di una comune rieducazione alle relazioni sociali.

Il progetto Verziano_Incontra – 6^ edizione (inserito nel programma Extraordinario – Esperienze di ascolto della città) realizzato a partire dal novembre 2016 grazie alla collaborazione del Ministero della Giustizia, della Casa di Reclusione Verziano Brescia e del Centro Teatrale Bresciano, ha ricevuto il patrocinio del Comune e Provincia di Brescia, con il contributo della Fondazione ASM, Ordine degli Avvocati di Brescia, Centrale del Latte, Fondazione Banca San Paolo, Solari Sistemi ed è realizzato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia e Associazione Libertà @ Progresso.

Alla guida, anche quest’anno, Giulia Gussago, direttore artistico della Compagnia Lyria, che si è avvalsa della collaborazione e della partecipazione di cinque insegnanti ospiti: Antonio Caporilli, Roberto Lun, Alessandro Mor, Antonio Palazzo e Beppe Pasini. 

 

CIRCOSTANZE

Coreografie e messa in scena di Giulia Gussago

Voci narranti Antonio Palazzi e Marco Rossetti

Luci Sergio MartinelliSuono Giacomo Brambilla

Fotografo di scena Daniele Gussago

creato ed interpretato da

Emanuela Alberti, Monica Bassani, Francesco Cancarini, Paola Cappelli, Raffaella De Masi, Silvia Francesconi,  Iole Giacomelli, Giulia Gussago, Marilena Maxia, Alice Miano, Mariantonia Piotti, Roberta Possi, Marco Rossetti, Susi Ricchini, Fiorenza Stefani, Giovanna Vezzola, Sandra Zanelli, Arturo Zucchi

e gli ospiti della Casa di Reclusione di Verziano

Annamaria, Cecilia, Elton, Giovanni, Giuseppe, lacine, Mario, Matar, Mauro, Mintu, Mohammad, Said, Sofia, Valentin e Zio Said

 

 

  Bonera.2

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Post It (12) – Terrorismo e stupidità, mix micidiale

Lo spunto viene, come si suol dire, da una notizia dell’ultima ora: fresca fresca e carica di angoscia, arrivata poco fa da Parigi.

Poi magari si verrà a scoprire che no, questa volta il terrorismo non c’entra, che si tratta solo di un povero squilibrato, etc. etc. etc.

Come vi ho detto, però, si tratta solo di uno spunto, quindi, in questo caso, ciò che conta, prima e più ancora del fatto in sé, è la riflessione che ne discende.

Parigi, spari e panico alla cattedrale di Notre Dame 

Paura alla cattedrale di Notre Dame. Un uomo ha assalito a colpi di martello un poliziotto: il collega ha risposto sparando all’uomo e neutralizzandolo

Ferito l’aggressore: è di origini algerine

L’aggressore di Notre Dame, oltre al martello, aveva anche due coltelli: lo ha reso noto la polizia spiegando che l’uomo è stato colpito alle gambe e non al petto come precedentemente comunicato. L’uomo, uno studente quarantenne, secondo quanto riferisce il sito del quotidiano Le Figaro, è di origine algerina e viveva nella Val D’Oise, dipartimento a nord della capitale.

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Allora, avanti, prego: chi è il prossimo?

Dopo ogni aggressione di matrice terroristica, ce n’è sempre uno che alza il ditino da Pierino e pontifica sevaramente:

«Sei morti e cinquanta feriti al London Bridge? Dodici vittime e più di quaranta feriti al mercato di Natale a Berlino? Centoventi morti e oltre duecento feriti nella tragica notte del Bataclan, a Parigi? Più di venti al concerto di Manchester di Ariana Grande? Cosa volete che sia? Nel tal paese dell’Africa australe, la settimana scorsa, un kamikaze si è fatto esplodere in un mercato e se n’è portati dietro cento, nel tal altro del subcontinente asiatico un attacco di guerriglieri  a un albergo ha causato ottantacinque cadaveri… »

 

 

Ecco, questo è esattamente e irrimediabilmente un classico esempio di ragionamento da imbecilli.

Come dire, in occasione del terremoto nelle Marche dello scorso anno:

«Ma pensa, tanta emozione, tanto cordoglio, quando solo nello tsunami del 2004, nell’Oceano Indiano, sono perite circa 250.000 persone»

Lo si vada a dire agli abitanti di Amatrice, Accumuli e Arquata, se se ne ha il coraggio. Ma tanto non se ne ha.

Dunque, come detto, trattasi di argomentazioni da perfetti imbecilli, senza mezzi termini, perché i morti non si contano con il pallottoliere e non si pesano con la bilancia.

Provate a immaginare che, nottetempo, faccia irruzione nel vostro palazzo una banda di ladri che, divisa per coppie, svaligi tutti gli appartamenti, compreso il vostro.

Secondo voi, l’indomani mattina, con i vostri vicini di casa, parlerete con maggior rammarico di quanto è successo a VOI, nella VOSTRA casa, o di una rapina, magari sanguinosa, con morti feriti, portata a termine nello stesso istante a Katmandu?

Con tutto il rispetto per le vittime di ogni parte del mondo, che hanno lo stesso diritto di vivere e meritano il medesimo rispetto delle “nostre vittime…

… beh, volenti o nolenti è l’Europa, la nostra casa, non dimentichiamolo.

È nell’humus fecondo e generoso della cultura europea che affondano le radici di tutti noi.

Chiunque colpisce un onesto europeo colpisce noi, direttamente. Colpisce i nostri compagni, i nostri figli, nostri genitori e i nostri amici.

Comprime e deteriora, irrimediabilmente i nostri spazi di libertà.

Mi raccomando. State attenti agli imbecilli: nuocciono gravemente alla salute e al bene comune.

    Valerio Vairo

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Ex Libris (15) – Quando il mondo si sfilaccia e resta chiuso dentro

Un libro sull’autismo.

Scritto molto bene, per prima cosa, in uno stile piano e di grande efficacia narrativa.

Bene articolato, con un’equilibratissima struttura del testo e un’equilibrata divisione in capitoli.

Documentato, denso di informazioni idonee a introdurre in situazioni di vita intricate e dolorose anche chi, prima di cominciare a sfogliarlo, fosse completamente digiuno del tema trattato.

Ottima la grafica. Sobria (come doveroso per una pubblicazione che tocchi argomenti di questo genere) ma elegante e di grande suggestione, la copertina.

Fin qui nessuna sorpresa: ogni libro, per essere  pubblicato e proposto al pubblico dovrebbe possedere tutte le caratteristiche sopra indicate.

La cosa che mi ha sorpreso, però, e che -pagina dopo pagina- nel corso della lettura ha trovato sempre più convinta conferma è che  «Benedetta e Niccolò – Una storia d’amore e autismo» (edizioni La vita Felice)  è anche un romanzo appassionante, dalla prima pagina all’ultima.

È una vera e propria avventura, quella vissuta dal piccolo Niccolò e dalla sua famiglia, in particolare dalla mamma Benedetta che, con testarda abnegazione e feroce volontà, non esita a immolare la propria vita di relazione, a sospendere persino la propria identità di donna e di femmina, nell’interesse superiore del figlio.

«Niccolò è un bambino stupendo. Ha i capelli biondi come il grano e due occhi dolcissimi, scuri e profondi…  Ha appena compito due anni e alla sua festa di compleanno sono venuti proprio tutti… Poi è successo qualcosa, il bambino ha cominciato a cambiare, a farsi strano…»

È, nel limite succinto di 220 pagine, una saga corale della buona sanità, resa tale dallo spirito di servizio di un manipolo di specialisti che fanno coorte per tentare l’impossibile: nomi e cognomi che, assieme alle caratteristiche personali sapientemente tratteggiate da Giorgio Bernard, restano indelebilmente impressi nel cuore e nella memoria del lettore. Perché è proprio grazie a persone come il dottor Armellini, Cinzia Pieraccini, Leonardo Granchi, Arianna Bello e tanti altri seri, preparati e onesti come loro, è grazie ad ASL che continuano a fornire servizi di elevato standing nonostante tagli di bilancio e ristrettezze di risorse, che in Italia si continua a credere che un sistema sanitario pubblico possa essere realmente vicino ai bisogni della “gente”.

Un’avventura, si è detto, che parte dalla difficile accettazione del dramma che ha colpito la famiglia («Sono l’unica che non si è accorta di niente» è l’amara confessione di Benedetta), passa per la piena consapevolezza dell’impegno che si dovrà profondere e delle difficoltà che si andranno a incontrare nel corso della lotta contro il male, per arrivare al premio più grande cui si potesse aspirare.

«Niccolò è autistico e dall’autismo non si guarisce, a tutt’oggi non esiste una cura» ricorda l’Autore sul finire del libro.

«Eppure, se solo fino a qualche tempo fa sembrava perduto, completamente isolato dal mondo, oggi il bambino è di nuovo sereno… è stato restituito alla vita».

Un finale che consola, che incoraggia chi vive situazioni laceranti di malattia e chi si è trovato e si troverà ad affrontarne. Un delizioso boccone finale che conclude nel migliore dei modi il prelibato pasto letterario servito con nitidezza e straordinaria “gestione del mezzo” da un sorprendentemente efficace Giorgio Bernard.

 

titolo: Benedetta e Niccolò – una storia d’amore e autismo

autore: Giorgio Bernard

editore: La Vita Felice

collana: Contemporanea

anno pubblicazione: 2017

pagine: 228

prezzo: 16 €

ISBN/EAN:  9788893461030

 

Giorgio Bernard, nato a Milano, ha trascorso i primi anni della vita professionale tra Italia e Regno Unito, lavorando come sceneggiatore di fumetti e sistemi di gioco narrativi. L’esordio come romanziere è del 2008, quando collabora alla stesura di Giovanni Gelati, Diario di un podestà antifascista, edito da Belforte. Nel 2014 pubblica Sangue di Re, un romanzo young adult che racconta le storture della società contemporanea dalla prospettiva ironica e distorta di un fumettista squattrinato. Benedetta e Niccolò è il suo sesto romanzo.

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   Il Lettore

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